Il «metodo Prevost» è un ruggito gentile per la pace nel mondo e dentro la Chiesa

«Sparire perché rimanga Cristo», questo il programma che papa Leone XIV un anno fa scolpì nella sua prima omelia da pontefice, quella che pronunciò nella Cappella sistina davanti ai cardinali che lo avevano eletto. E ieri a Pompei, esattamente un anno dopo, ha dato il suo corollario: «Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!».
È difficile riuscire a far passare la forza di questo programma «cristocentrico» in un mondo abituato agli slogan facili, ai ritornelli e a escludere l’ipotesi di Dio quasi di riflesso. Un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro del cardinale Robert Francis Prevost, il primo Papa americano della storia, figlio spirituale di Sant’Agostino, quel programma resta l’unica valida interpretazione per capire quale è la natura del pontificato di Leone XIV. Le sfrontate e ridicole tirate d’orecchi che arrivano da Oltreoceano per bocca del presidente Donald Trump sono come cinepanettoni, come un rumore di fondo, per quanto sia importante il pulpito da cui provengono. All’ultima uscita del tycoon, che addirittura accusava il Papa di essere in qualche modo a favore dell’arma nucleare all’Iran, papa Prevost ha risposto che «se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità», aggiungendo che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». Un ruggito gentile quello di papa Leone, ma di certo libero e non facilmente incasellabile (il dibattito sulla «guerra giusta», su cui lo si vorrebbe tirare per la talare, è spesso mal posto pur essendo un dilemma etico colossale).
Matematico, con un dottorato in diritto canonico all’Angelicum, papa Prevost ha una forma mentis che non può non tener conto dei passaggi logico-deduttivi e del rigore strutturale del diritto. Attento alla forma, senza farne un idolo, non è di certo impegnato a obliterare chi lo ha preceduto, come taluni desidererebbero, né può definirsi un «bergogliano», come molti si affrettano a etichettare. In questo primo anno Leone XIV guida la Chiesa con quello che si può definire «metodo Prevost», quello di chi sta cercando di armonizzare il governo della Chiesa, superando personalismi per tornare a una dimensione più corale e meno polarizzata. La sua sfida non è quella di rinnegare l’eredità di chi lo ha preceduto, ma di «disinnescare» le onde d’urto che avevano caratterizzato il passato recente, portando la Chiesa in un porto più sicuro. Come peraltro gli è stato richiesto, nemmeno troppo tra le righe, già dalle congregazioni generali del Conclave che nel maggio 2025 lo ha eletto, un po’ a sorpresa, già al quarto scrutinio.
Mentre Francesco tendeva a scavalcare uffici e gerarchie tradizionali, l’attuale pontefice sta riportando al centro il diritto canonico e la professionalità istituzionale. Le sue nomine sono lo specchio di questa visione, ne possiamo citare alcune in particolare: ha scelto canonisti di comprovata esperienza come l’arcivescovo Roberto Maria Redaelli alla Segreteria del Dicastero per il clero e Filippo Iannone come prefetto al Dicastero per i vescovi. Anche la scelta dell’australiano Anthony Randazzo al Dicastero per i testi legislativi conferma questa linea: un uomo che conosce la Curia dai tempi di Ratzinger, ma che porta con sé l’esperienza pastorale di un vescovo «dell’altro mondo». La nomina dell’arcivescovo Paolo Rudelli a Sostituto per gli Affari generali - la «terza carica» più potente del Vaticano - è un altro segno di questa nuova fase, anche lui canonista, diplomatico di lungo corso, prende il posto del venezuelano Edgar Peña Parra, il quale ha vissuto anni difficili segnati dal processo sull’immobile di Londra. Sono nomine forse poco appariscenti, ma che segnano quella linea del ruggito gentile, della «transizione» verso acque più tranquille, che è parte intrinseca di quello che sembra essere il «metodo Prevost».
Così anche alcune nomine episcopali importanti, Westminster e New York, colgono questo stile. Per la diocesi inglese, il Papa ha selezionato Richard Moth, mentre per la metropoli americana ha scelto Ronald Hicks. Due profili di vescovi appunto simili a papa Prevost, figure «centriste», per così dire, e non facilmente etichettabili.
La gestione del Sinodo sul sinodo, e la conseguente questione della sinodalità, è una partita aperta. Ci sono le corse in avanti della chiesa tedesca, pronta a formalizzare la benedizione fast per coppie irregolari (comprese quelle omosessuali) secondo il celebre documento Fiducia supplicans, ma già stoppate dallo stesso Papa anche in una recente conferenza stampa sull’aereo di ritorno dal viaggio apostolico in Africa. E poi sono in ballo i lavori di attuazione del lungo cammino sinodale (2021-2024) che culminerà in un’assemblea ecclesiale in Vaticano nell’ottobre 2028. È di questi giorni la polemica sollevata dal Rapporto finale del gruppo di studio n. 9, che ha sollevato diverse polemiche in merito al passaggio sull’esperienza delle persone omosessuali. Per ora solo documenti di lavoro, ma Leone XIV finora si è limitato ad ascoltare, tratto forte del suo governo, senza esporsi troppo, ma anche dando qualche segnale.
Come il suo consiglio, quasi sussurrato, dato su un problema tra i più spinosi della vita ecclesiale, quello della cosiddetta «questione liturgica». Senza abrogare formalmente le restrizioni apportate dal predecessore, Leone XIV ha inaugurato quella che si potrebbe definire una «pace liturgica». In un messaggio ai vescovi francesi riuniti a Lourdes, ha esortato a trovare «soluzioni concrete» per l’inclusione generosa di chi aderisce al Vetus Ordo, citando le linee guida del Vaticano II, ma omettendo significativamente ogni riferimento al motu proprio del predecessore Traditiones custodes. Così il Papa sembra voler relativizzare lo scontro ideologico, cercando di assorbire le divisioni e restaurare l’unità partendo dal basso, caso per caso. È il «metodo Prevost», quello che conosce anche i tempi della Chiesa. Che non sono quelli con cui si misurano le cose del mondo.




