Ci sono «quattro Italie» posizionate su letture, interpretazioni e opinioni differenti riguardo al conflitto tra Russia e Ucraina: quattro anime corrispondenti a distinti e ben definiti profili di cittadini italiani. Ma la maggioranza di essi, il 39 per cento, non ne può più della guerra, delle inutili sanzioni, dell’abbandono del gas russo che tanto ha inciso sulle nostre bollette, delle discriminazioni di atleti e artisti e soprattutto degli aiuti militari a Kiev, pari a più di 3 miliardi di euro. Sono in netta minoranza, invece, i cosiddetti «atlantisti», ossia gli italiani più vicini alle posizioni finora adottate dal governo di Giorgia Meloni, tendenza Forza Italia: uno spaccato di popolazione nettamente anti Russia, pro Ucraina e pro sanzioni, che rappresenta però soltanto il 14,2 per cento della popolazione italiana.
Sarebbe da sussurrare all’orecchio del presidente del Consiglio il risultato della ricerca «Il conflitto Russia-Ucraina. Percezione, opinioni, grado d’informazione e valutazioni dei cittadini italiani», condotta da Gpf, storico istituto di ricerche sociali e di mercato, fondato oltre 40 anni fa da Giampaolo Fabris e oggi parte del gruppo Qubit, guidato da Luca Morvilli. La rilevazione, firmata dal direttore scientifico di Gpf, Carlo Berruti, si è conclusa a fine aprile e rappresenta un campione di 1.000 italiani cui è stato sottoposto un ampio questionario su tutte le tematiche chiave della guerra ancora in corso, dalle responsabilità del conflitto alle «soluzioni», si fa per dire, adottate finora, dalle sanzioni, ai costi della guerra.
Pur emergendo una percezione articolata sulla crisi russo-ucraina, il blocco che spicca maggiormente, rappresentando ben 4 italiani su 10, è quello dei critici verso la linea occidentale, le sanzioni e anche il governo. Questo cluster dei cosiddetti «sovranisti anti atlantici» (profilo istruito e «diploma-centrico», la pancia del Paese, si direbbe), politicamente mostra il segnale più netto di distanza dal sistema, al punto che al momento dichiara che non voterà alle prossime elezioni (attenzione, Meloni). Ed è questa «prima Italia» a essere arrabbiata non soltanto con le scelte del partito del premier (che anche prima di arrivare al governo, va detto, dichiarava fermamente il proprio sostegno a Kiev), ma anche con i media, che danno una copertura «non equilibrata» delle diverse prospettive.
Questa maggioranza quasi assoluta di italiani ritiene dannoso per l’Italia l’abbandono delle forniture di gas russe, vuole eliminare o allentare le sanzioni e giudica sproporzionati o inefficaci i sacrifici richiesti sin dal 2022, a partire da quel «volete la pace o il condizionatore acceso?», rivolto dall’allora premier Mario Draghi, in diretta televisiva, a una pletora di telespettatori attoniti dalla mediocrità del messaggio, pur istituzionale. Anche le frequenti discriminazioni di atleti o artisti russi suscitano le loro (e le nostre) perplessità.
La «seconda Italia» che emerge dal sondaggio è quella dei «critici moderati» (cluster di casalinghe con più licenze medie che diplomi), che rappresenta poco più di un quarto del campione (il 27,3 per cento): pur riconoscendo le responsabilità russe, sono più cauti e più critici rispetto ai costi economici e sociali del conflitto. Il gruppo giudica le scelte energetiche «necessarie ma mal gestite», è favorevole ad allentamenti parziali delle sanzioni e considera l’informazione italiana un po’ di parte. A seguire, i «pragmatici» (19,5 per cento, un italiano su cinque), caratterizzati da un approccio focalizzato sulla necessità di una rapida conclusione della guerra. È il segmento meno ideologico, «quello più lavorabile in termini comunicativi», spiegano i ricercatori, perché «non respinge alcuna posizione, non si sente informato per assumerla».
In coda al gruppo, come anticipato, il cluster degli «atlantisti»: di gran lunga minoritario in termini numerici (poco più di un settimo del campione), è però estremamente compatto e «ideologico». Alcune risposte fornite al sondaggio sono emblematiche: sebbene la maggioranza degli intervistati (il 31,2 per cento) sappia che l’origine del conflitto derivi dagli eventi del Donbass nel 2014-2015, gli atlantisti la collocano a febbraio 2022; eppure sono gli unici, tra gli intervistati, a conoscere bene gli accordi di Minsk. E nonostante costituiscano il gruppo che sa, più di tutti gli altri, che nella storia recente i governi italiani e la Ue non hanno mai invitato a fare sacrifici per altre guerre (Yemen, Palestina, Sudan), gli atlantisti li ritengono, per l’Ucraina, «pienamente giustificati: difendere la democrazia vale qualsiasi costo». Non li smuove neanche la notizia che il Pil europeo in questi anni sia cresciuto molto meno di quello russo: «Mi sorprende», dichiarano, «pensavo che le sanzioni avessero indebolito molto di più l’economia russa».
Inoltre, nonostante la maggioranza degli italiani (39,8 per cento) pensi che «le sanzioni non dovrebbero ricadere sui contribuenti, indipendentemente dalla loro entità», secondo gli atlantisti «è un costo giustificato: fa parte delle sanzioni e serve a fare pressione sulla Russia». Come no. Del resto, sono il profilo più istruito della media; rappresentano, se vogliamo, quella fascia di elettori cui si rivolgerebbe il partito di centro fantasticato dalle parti del Quirinale e da spezzoni di Pd, partitini centristi e Forza Italia e infatti votano per Azione di Carlo Calenda e per Italia viva (Matteo Renzi), i cui partiti si attestano sul 2 o 3 per cento, non di più. Sono probabilmente più liberi imprenditori che dipendenti: sarà forse per questo che, «sapendo che il gas russo costava circa 22-26 euro/Mwh e che i prezzi di mercato sono saliti fino a 346 euro nel 2022, attestandosi oggi intorno a 47 euro», continuano a ritenere che il sacrificio «valga il costo nel lungo periodo». E pazienza per quel 34,1 per cento di poveri italiani che non ce la fanno più con le bollette ritenendo, pour cause, che la scelta di abbandonare le forniture sia stata «dannosa» per le proprie tasche o comunque «mal gestita» (35,7 per cento).
Gli autori del questionario, dopo la compilazione, che ha suscitato una maggiore informazione e sensibilizzazione sulla materia, hanno rilevato un cambiamento nelle risposte: il convincimento della prevalente responsabilità russa si è attenuato, mentre è cresciuta la lettura di «responsabilità condivisa». «Il dato indica», sottolineano, «che la maggior informazione, pur non ribaltando il giudizio, lo rende meno lineare e più complesso». Forse anche meno assertivo dell’eterna retorica dell’«aggressore e dell’aggredito», che non ha portato, a distanza di quattro anni, da nessuna parte.


