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2026-05-09
L’Italia non crede più alle litanie pro Kiev
Sarebbe da sussurrare all’orecchio del presidente del Consiglio il risultato della ricerca «Il conflitto Russia-Ucraina. Percezione, opinioni, grado d’informazione e valutazioni dei cittadini italiani», condotta da Gpf, storico istituto di ricerche sociali e di mercato, fondato oltre 40 anni fa da Giampaolo Fabris e oggi parte del gruppo Qubit, guidato da Luca Morvilli. La rilevazione, firmata dal direttore scientifico di Gpf, Carlo Berruti, si è conclusa a fine aprile e rappresenta un campione di 1.000 italiani cui è stato sottoposto un ampio questionario su tutte le tematiche chiave della guerra ancora in corso, dalle responsabilità del conflitto alle «soluzioni», si fa per dire, adottate finora, dalle sanzioni, ai costi della guerra.
Pur emergendo una percezione articolata sulla crisi russo-ucraina, il blocco che spicca maggiormente, rappresentando ben 4 italiani su 10, è quello dei critici verso la linea occidentale, le sanzioni e anche il governo. Questo cluster dei cosiddetti «sovranisti anti atlantici» (profilo istruito e «diploma-centrico», la pancia del Paese, si direbbe), politicamente mostra il segnale più netto di distanza dal sistema, al punto che al momento dichiara che non voterà alle prossime elezioni (attenzione, Meloni). Ed è questa «prima Italia» a essere arrabbiata non soltanto con le scelte del partito del premier (che anche prima di arrivare al governo, va detto, dichiarava fermamente il proprio sostegno a Kiev), ma anche con i media, che danno una copertura «non equilibrata» delle diverse prospettive.
Questa maggioranza quasi assoluta di italiani ritiene dannoso per l’Italia l’abbandono delle forniture di gas russe, vuole eliminare o allentare le sanzioni e giudica sproporzionati o inefficaci i sacrifici richiesti sin dal 2022, a partire da quel «volete la pace o il condizionatore acceso?», rivolto dall’allora premier Mario Draghi, in diretta televisiva, a una pletora di telespettatori attoniti dalla mediocrità del messaggio, pur istituzionale. Anche le frequenti discriminazioni di atleti o artisti russi suscitano le loro (e le nostre) perplessità.
La «seconda Italia» che emerge dal sondaggio è quella dei «critici moderati» (cluster di casalinghe con più licenze medie che diplomi), che rappresenta poco più di un quarto del campione (il 27,3 per cento): pur riconoscendo le responsabilità russe, sono più cauti e più critici rispetto ai costi economici e sociali del conflitto. Il gruppo giudica le scelte energetiche «necessarie ma mal gestite», è favorevole ad allentamenti parziali delle sanzioni e considera l’informazione italiana un po’ di parte. A seguire, i «pragmatici» (19,5 per cento, un italiano su cinque), caratterizzati da un approccio focalizzato sulla necessità di una rapida conclusione della guerra. È il segmento meno ideologico, «quello più lavorabile in termini comunicativi», spiegano i ricercatori, perché «non respinge alcuna posizione, non si sente informato per assumerla».
In coda al gruppo, come anticipato, il cluster degli «atlantisti»: di gran lunga minoritario in termini numerici (poco più di un settimo del campione), è però estremamente compatto e «ideologico». Alcune risposte fornite al sondaggio sono emblematiche: sebbene la maggioranza degli intervistati (il 31,2 per cento) sappia che l’origine del conflitto derivi dagli eventi del Donbass nel 2014-2015, gli atlantisti la collocano a febbraio 2022; eppure sono gli unici, tra gli intervistati, a conoscere bene gli accordi di Minsk. E nonostante costituiscano il gruppo che sa, più di tutti gli altri, che nella storia recente i governi italiani e la Ue non hanno mai invitato a fare sacrifici per altre guerre (Yemen, Palestina, Sudan), gli atlantisti li ritengono, per l’Ucraina, «pienamente giustificati: difendere la democrazia vale qualsiasi costo». Non li smuove neanche la notizia che il Pil europeo in questi anni sia cresciuto molto meno di quello russo: «Mi sorprende», dichiarano, «pensavo che le sanzioni avessero indebolito molto di più l’economia russa».
Inoltre, nonostante la maggioranza degli italiani (39,8 per cento) pensi che «le sanzioni non dovrebbero ricadere sui contribuenti, indipendentemente dalla loro entità», secondo gli atlantisti «è un costo giustificato: fa parte delle sanzioni e serve a fare pressione sulla Russia». Come no. Del resto, sono il profilo più istruito della media; rappresentano, se vogliamo, quella fascia di elettori cui si rivolgerebbe il partito di centro fantasticato dalle parti del Quirinale e da spezzoni di Pd, partitini centristi e Forza Italia e infatti votano per Azione di Carlo Calenda e per Italia viva (Matteo Renzi), i cui partiti si attestano sul 2 o 3 per cento, non di più. Sono probabilmente più liberi imprenditori che dipendenti: sarà forse per questo che, «sapendo che il gas russo costava circa 22-26 euro/Mwh e che i prezzi di mercato sono saliti fino a 346 euro nel 2022, attestandosi oggi intorno a 47 euro», continuano a ritenere che il sacrificio «valga il costo nel lungo periodo». E pazienza per quel 34,1 per cento di poveri italiani che non ce la fanno più con le bollette ritenendo, pour cause, che la scelta di abbandonare le forniture sia stata «dannosa» per le proprie tasche o comunque «mal gestita» (35,7 per cento).
Gli autori del questionario, dopo la compilazione, che ha suscitato una maggiore informazione e sensibilizzazione sulla materia, hanno rilevato un cambiamento nelle risposte: il convincimento della prevalente responsabilità russa si è attenuato, mentre è cresciuta la lettura di «responsabilità condivisa». «Il dato indica», sottolineano, «che la maggior informazione, pur non ribaltando il giudizio, lo rende meno lineare e più complesso». Forse anche meno assertivo dell’eterna retorica dell’«aggressore e dell’aggredito», che non ha portato, a distanza di quattro anni, da nessuna parte.
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Secondo una ricerca condotta da Gpf, il 39% dei cittadini è contro la guerra e le sanzioni a Mosca che rendono più care le bollette. Solo il 14% segue la linea oltranzista antirussa del governo. Ben 4 intervistati su 10 si dicono arrabbiati e non intenzionati a votare.Ci sono «quattro Italie» posizionate su letture, interpretazioni e opinioni differenti riguardo al conflitto tra Russia e Ucraina: quattro anime corrispondenti a distinti e ben definiti profili di cittadini italiani. Ma la maggioranza di essi, il 39 per cento, non ne può più della guerra, delle inutili sanzioni, dell’abbandono del gas russo che tanto ha inciso sulle nostre bollette, delle discriminazioni di atleti e artisti e soprattutto degli aiuti militari a Kiev, pari a più di 3 miliardi di euro. Sono in netta minoranza, invece, i cosiddetti «atlantisti», ossia gli italiani più vicini alle posizioni finora adottate dal governo di Giorgia Meloni, tendenza Forza Italia: uno spaccato di popolazione nettamente anti Russia, pro Ucraina e pro sanzioni, che rappresenta però soltanto il 14,2 per cento della popolazione italiana.Sarebbe da sussurrare all’orecchio del presidente del Consiglio il risultato della ricerca «Il conflitto Russia-Ucraina. Percezione, opinioni, grado d’informazione e valutazioni dei cittadini italiani», condotta da Gpf, storico istituto di ricerche sociali e di mercato, fondato oltre 40 anni fa da Giampaolo Fabris e oggi parte del gruppo Qubit, guidato da Luca Morvilli. La rilevazione, firmata dal direttore scientifico di Gpf, Carlo Berruti, si è conclusa a fine aprile e rappresenta un campione di 1.000 italiani cui è stato sottoposto un ampio questionario su tutte le tematiche chiave della guerra ancora in corso, dalle responsabilità del conflitto alle «soluzioni», si fa per dire, adottate finora, dalle sanzioni, ai costi della guerra. Pur emergendo una percezione articolata sulla crisi russo-ucraina, il blocco che spicca maggiormente, rappresentando ben 4 italiani su 10, è quello dei critici verso la linea occidentale, le sanzioni e anche il governo. Questo cluster dei cosiddetti «sovranisti anti atlantici» (profilo istruito e «diploma-centrico», la pancia del Paese, si direbbe), politicamente mostra il segnale più netto di distanza dal sistema, al punto che al momento dichiara che non voterà alle prossime elezioni (attenzione, Meloni). Ed è questa «prima Italia» a essere arrabbiata non soltanto con le scelte del partito del premier (che anche prima di arrivare al governo, va detto, dichiarava fermamente il proprio sostegno a Kiev), ma anche con i media, che danno una copertura «non equilibrata» delle diverse prospettive. Questa maggioranza quasi assoluta di italiani ritiene dannoso per l’Italia l’abbandono delle forniture di gas russe, vuole eliminare o allentare le sanzioni e giudica sproporzionati o inefficaci i sacrifici richiesti sin dal 2022, a partire da quel «volete la pace o il condizionatore acceso?», rivolto dall’allora premier Mario Draghi, in diretta televisiva, a una pletora di telespettatori attoniti dalla mediocrità del messaggio, pur istituzionale. Anche le frequenti discriminazioni di atleti o artisti russi suscitano le loro (e le nostre) perplessità. La «seconda Italia» che emerge dal sondaggio è quella dei «critici moderati» (cluster di casalinghe con più licenze medie che diplomi), che rappresenta poco più di un quarto del campione (il 27,3 per cento): pur riconoscendo le responsabilità russe, sono più cauti e più critici rispetto ai costi economici e sociali del conflitto. Il gruppo giudica le scelte energetiche «necessarie ma mal gestite», è favorevole ad allentamenti parziali delle sanzioni e considera l’informazione italiana un po’ di parte. A seguire, i «pragmatici» (19,5 per cento, un italiano su cinque), caratterizzati da un approccio focalizzato sulla necessità di una rapida conclusione della guerra. È il segmento meno ideologico, «quello più lavorabile in termini comunicativi», spiegano i ricercatori, perché «non respinge alcuna posizione, non si sente informato per assumerla». In coda al gruppo, come anticipato, il cluster degli «atlantisti»: di gran lunga minoritario in termini numerici (poco più di un settimo del campione), è però estremamente compatto e «ideologico». Alcune risposte fornite al sondaggio sono emblematiche: sebbene la maggioranza degli intervistati (il 31,2 per cento) sappia che l’origine del conflitto derivi dagli eventi del Donbass nel 2014-2015, gli atlantisti la collocano a febbraio 2022; eppure sono gli unici, tra gli intervistati, a conoscere bene gli accordi di Minsk. E nonostante costituiscano il gruppo che sa, più di tutti gli altri, che nella storia recente i governi italiani e la Ue non hanno mai invitato a fare sacrifici per altre guerre (Yemen, Palestina, Sudan), gli atlantisti li ritengono, per l’Ucraina, «pienamente giustificati: difendere la democrazia vale qualsiasi costo». Non li smuove neanche la notizia che il Pil europeo in questi anni sia cresciuto molto meno di quello russo: «Mi sorprende», dichiarano, «pensavo che le sanzioni avessero indebolito molto di più l’economia russa». Inoltre, nonostante la maggioranza degli italiani (39,8 per cento) pensi che «le sanzioni non dovrebbero ricadere sui contribuenti, indipendentemente dalla loro entità», secondo gli atlantisti «è un costo giustificato: fa parte delle sanzioni e serve a fare pressione sulla Russia». Come no. Del resto, sono il profilo più istruito della media; rappresentano, se vogliamo, quella fascia di elettori cui si rivolgerebbe il partito di centro fantasticato dalle parti del Quirinale e da spezzoni di Pd, partitini centristi e Forza Italia e infatti votano per Azione di Carlo Calenda e per Italia viva (Matteo Renzi), i cui partiti si attestano sul 2 o 3 per cento, non di più. Sono probabilmente più liberi imprenditori che dipendenti: sarà forse per questo che, «sapendo che il gas russo costava circa 22-26 euro/Mwh e che i prezzi di mercato sono saliti fino a 346 euro nel 2022, attestandosi oggi intorno a 47 euro», continuano a ritenere che il sacrificio «valga il costo nel lungo periodo». E pazienza per quel 34,1 per cento di poveri italiani che non ce la fanno più con le bollette ritenendo, pour cause, che la scelta di abbandonare le forniture sia stata «dannosa» per le proprie tasche o comunque «mal gestita» (35,7 per cento).Gli autori del questionario, dopo la compilazione, che ha suscitato una maggiore informazione e sensibilizzazione sulla materia, hanno rilevato un cambiamento nelle risposte: il convincimento della prevalente responsabilità russa si è attenuato, mentre è cresciuta la lettura di «responsabilità condivisa». «Il dato indica», sottolineano, «che la maggior informazione, pur non ribaltando il giudizio, lo rende meno lineare e più complesso». Forse anche meno assertivo dell’eterna retorica dell’«aggressore e dell’aggredito», che non ha portato, a distanza di quattro anni, da nessuna parte.
Il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
Uno dei grandi temi energetici a livello nazionale è senza dubbio il nucleare. La riforma in merito è all'inizio del percorso in Senato, ed è già stato approvato il primo giro alla Camera. «La speranza», sostiene il ministro, «è di chiudere tutto entro la pausa estiva per poi presentare una proposta di decreto attuativo entro la fine dell'anno».
Ricorda inoltre che, nonostante il referendum che ha chiuso la relazione dell'Italia con il nucleare risalga al lontano 1987, «in Europa siamo rimasti il secondo Paese per competenze. Pensiamo a Marsiglia, dove si sta costruendo un enorme reattore di prova per la fusione nucleare: per quella infrastruttura, la guida è tutta italiana».
Nell'attesa, si continua ad andare avanti sul gas, che tuttavia presenta un forte problema di costi: il problema, racconta il ministro, è che quando arriva in Europa (sia che provenga dagli Usa sia dalla Russia) il prezzo si alza inevitabilmente. Chiaro poi che il blocco dello stretto di Hormuz ne abbia ulteriormente alzato i prezzi.
Spostando la tematica sul cambiamento climatico, le parole d'ordine sono adattamento e mitigazione. Pichetto Fratin, a questo proposito, spiega che «l'energia pulita significa proprio mitigazione, ad esempio un minor utilizzo del fossile. L'Italia, attualmente, pesa sulle emissioni mondiali per 0,6 %. Un terzo della nostra ricchezza risiede nelle esportazioni, non perché l'Italia faccia i prezzi più bassi (le commodities le vende la Cina), ma perché punta sulla qualità. Per produrre la stessa energia di un piccolo reattore nucleare da 300 MegaWatt (che occupa lo spazio di 3/4 campi da calcio), con il fotovoltaico occuperemmo lo spazio impressionante di 3000/4000 campi da calcio».
Riguardo alla lite fra Meloni e Trump, il ministro non pensa vi possano essere delle conseguenze a livello energetico: «Il mercato viaggia indipendentemente degli eventuali colpi di testa di Trump. Personalmente, già all'epoca delle elezioni, pensavo che per l'Europa fosse meglio la vittoria di Kamala Harris».
L'intervista si è chiusa con un commento sul generale Vannacci e sul suo partito Futuro nazionale: «Rappresenta certamente una parte della posizione politica nazionale. Bisogna tuttavia ancora vedere qual è la sua reale forza. Per quanto riguarda eventuali alleanze, le coalizioni si fanno sui contenuti, sugli obiettivi comuni. Le sue posizioni non rappresentano le mie».
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Al «Giorno della Verità» Riccardo Toto, direttore generale di Renexia; Edoardo Antonio De Luca, Head of Central Affairs di Enel; Lorenzo Fiorillo, Director Technology, R&D & Digital di Eni; e Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, si sono confrontati sul futuro energetico europeo. Al centro del dibattito reti, supercalcolo, rinnovabili e competitività industriale.
Autonomia energetica, investimenti nelle reti, innovazione tecnologica e sviluppo delle rinnovabili. Sono stati questi i temi al centro del panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, andato in scena al «Giorno della Verità» e moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
Edoardo Antonio De Luca, Head of Central Affairs di Enel, ha sottolineato come dalla guerra in Ucraina l’energia sia diventata sempre più una questione strategica per i Paesi europei, soprattutto per quelli che producono meno energia di quanta ne consumino. Secondo De Luca, per garantire resilienza di fronte agli shock energetici servono due direttrici: aumentare la produzione interna attraverso le fonti rinnovabili e rafforzare le infrastrutture di rete.
Un’esigenza destinata a crescere, considerando che i consumi energetici in Italia sono attesi in aumento del 20% nei prossimi anni. In questo contesto Enel ha annunciato un piano di investimenti globale da 53 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, dieci miliardi in più rispetto al precedente piano industriale.
Sul fronte dell’innovazione tecnologica è intervenuto Lorenzo Fiorillo, Director Technology, R&D & Digital di Eni, che ha evidenziato il ruolo strategico del supercalcolo nello sviluppo industriale. «Il valore del supercalcolo nasce dall’unione tra potenza computazionale e competenze tecnico-scientifiche», ha spiegato, sottolineando come l’elaborazione di enormi quantità di dati permetta di sviluppare modelli più accurati e accelerare l’innovazione.
Fiorillo ha inoltre annunciato l’avvio del nuovo supercalcolatore Hpc7 di Eni, che porta l’Italia al primo posto in Europa e al quarto nel mondo per capacità di supercalcolo, dietro soltanto a Stati Uniti, Cina e Giappone.
Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, ha invece posto l’accento sulla competitività delle imprese. Per affrontare il nodo energetico, ha spiegato, occorre agire su tre direttrici: proteggere il costo dell’energia attraverso una maggiore efficienza, investire nelle infrastrutture necessarie a rendere sostenibile la crescita delle rinnovabili e rafforzare ricerca, innovazione e tecnologia all’interno di una strategia industriale europea.
A chiudere il confronto è stato Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, che ha indicato nell’eolico galleggiante una delle principali opportunità per il futuro energetico del Paese. Secondo Toto, le rinnovabili rappresentano una risposta fondamentale, ma servono approcci diversi rispetto al passato.
«Oggi c’è la possibilità di essere i primi in Europa e nel mondo nell’eolico fluttuante», ha affermato, spiegando come questa tecnologia possa contribuire non solo a ridurre la dipendenza da fattori geopolitici esterni, ma anche a creare una nuova filiera industriale nazionale. Una prospettiva che, secondo il manager, consentirebbe di trasformare la transizione energetica in un fattore di crescita economica e competitività per l’Italia.
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L'amministratore delegato e direttore generale di Simest Regina Corradini D'Arienzo
Al «Giorno della Verità» nel dialogo L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa è intervenuta Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Al centro del confronto il sostegno alle imprese colpite dallo shock energetico, il ruolo delle Pmi, la filiera produttiva e le prospettive dell’export italiano.
Un miliardo di euro per sostenere le imprese che hanno subito lo shock energetico e il rischio di un rallentamento degli investimenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. È uno dei passaggi chiave del dialogo andato in scena al «Giorno della Verità» nel panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, con protagonista Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest, intervistata dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
L’intervento ha messo al centro la necessità di evitare un freno alla crescita delle imprese dopo la fase di shock energetico. Le risorse stanziate, è stato spiegato, nascono dalla volontà di sostenere la continuità degli investimenti attraverso un’iniezione immediata di liquidità e un contributo a fondo perduto fino al 30%.
Nel ragionamento, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di filiera, indicato come elemento chiave per la tenuta del sistema produttivo italiano. L’eventuale blocco degli investimenti, è stato sottolineato, rappresenterebbe infatti un rischio significativo per la competitività complessiva.
Ampio spazio anche al tema dell’export italiano e alla sua evoluzione. Secondo quanto illustrato, la forza delle imprese italiane risiede nella diversificazione settoriale e nella struttura familiare delle aziende, considerata un punto di forza nella capacità di resistere agli shock esterni, anche in contesti geopolitici complessi.
Tra i dati citati, la prospettiva di un export italiano in crescita fino a 700 miliardi di euro entro il 2027. Un obiettivo che, è stato osservato, richiede un sistema in grado non solo di sostenere ma anche di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese.
Attualmente, meno del 9% delle aziende italiane esporta: un dato che, secondo quanto emerso dal confronto, evidenzia la necessità di ampliare la platea delle imprese attive sui mercati esteri. Per questo motivo, è stato spiegato, gli strumenti di sostegno sono stati estesi anche alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva.
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Francesco Lollobrigida e Massimo De Manzoni
«Le Tecniche di Evoluzione Assistita non sono OGM. Con la Tea la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. L'intervista di Massimo De Manzoni al ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida.
L'agricoltura italiana è la prima per valore aggiunto in Europa. Sono dati del 2024, confermati nel 2025. Il nostro export tocca quasi i 73 miliardi. Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura e delle Foreste Francesco Lollobrigida intervistato dal codirettore della Verità Massimo De Manzoni. Frutto di un governo che ha investito 16, 8 miliardi di euro nel settore. «Mai nessun governo ha impegnato così tanto in un settore primario e noi abbiamo investito non speso» ha spiegato Lollobrigida. Investimenti che secondo uno studio di Ambrosetti genereranno 245 miliardi di euro di impatto nel settore.
Lollobrigida ha l'occasione di rivendicare il lavoro fatto per normare la commercializzazione della carne sintetica: «Una poltiglia cellulare che qualcuno ambiva a chiamare carne. Un alimento pensato per i poveri, non per tutti. Noi abbiamo chiesto di normare il prodotto. In Parlamento la legge è passata con il centrodestra, l’appoggio di altri e l’astensione di parte del Pd. Ci accusarono di restare isolati in Europa, ma poi in molti invece con noi. Così anche nel resto del mondo, dove qualcuno ha ripreso la nostra legge. Una vittoria che ha dimostrato che avevamo ragione. Non si potrà chiamare carne ma l’obiettivo è bannarla». Sulle Tecniche di Evoluzione Assistita risponde: «non sono OGM. Gli OGM intervengono tra specie diverse forzando la natura, mentre le TEA sono operazioni intraspecie: si accelera con la scienza qualcosa che la natura potrebbe realizzare da sola». Il Ministro fa un esempio: «Grazie alle TEA, la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. Tra le sperimentazioni che stiamo conducendo come Italia, c'è il riso senza acqua. Sembra una cosa impossibile, ma stiamo sperimentando per raggiungere questo risultato». Sull'energia solare chiarisce: «Non siamo contro energia solare, ma siamo contro la speculazione dei terreni agricoli». Interrogato dal codirettore sulla possibilità di ricadute nel settore dovute al duro scambio tra Trump e Meloni, Lollobrigida risponde: «La rappresaglia di Trump è un rischio che vedo relativamente perché c’è una grande richiesta da parte del mercato americano».
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