True
2025-08-29
Palazzopoli, manipolato parere del Municipio
Beppe Sala (Ansa)
Milano la «città partecipata» promessa da Beppe Sala e dalla sua giunta di centrosinistra non è mai esistita. Doveva essere il simbolo del Pd: quartieri ascoltati con un ruolo centrale, trasformazioni urbane condivise. Invece i Municipi sono rimasti senza potere, relegati a comparse nelle grandi partite immobiliari. Le carte dell’inchiesta su Coima di Manfredi Catella, nelle memorie depositate al Riesame dai pm Marina Petruzzella e Paolo Filippini, lo mostrano con chiarezza: pareri municipali ignorati o addirittura rovesciati nei verbali, Commissioni che decidono al posto dei territori, interlocuzioni private tra imprenditori e amministratori che guidano la rotta delle trasformazioni. Altro che partecipazione: il modello Milano ha funzionato escludendo chi avrebbe dovuto rappresentare i cittadini. C’è un episodio che racconta più di molte dichiarazioni pubbliche. Il 7 marzo 2024 la Commissione comunale per il Paesaggio esamina un intervento allo Scalo Romana, dentro il Villaggio olimpico. Quel giorno il rappresentante del Municipio formula un parere negativo, dettagliato e severo. Nel verbale ufficiale quella valutazione compare invece come positiva. Gli inquirenti parlano di errore, ma sembra quasi una manipolazione. Tanto che sarà corretta solo nella seduta successiva, dopo le proteste di chi l'aveva espresso. Nel frattempo il progetto ottiene il via libera, «nonostante grossolane lacune», scrivono i pm. Per gli inquirenti è la prova plastica di un sistema che non solo marginalizza i Municipi, ma li svuota persino della possibilità di lasciare traccia fedele del loro dissenso. Il copione si ripete più volte. In via Crescenzago 105, Municipio 3, il rappresentante territoriale si oppose «con forza», ma il suo voto non venne nemmeno verbalizzato: la pratica passò lo stesso, salvo poi la Corte dei conti criticare i dirigenti per essersi «adagiati acriticamente» sui pareri tecnici senza valorizzare i rilievi dei cittadini.
In via Stresa, la «Torre Milano» del Municipio 2 avanzò nonostante richieste di compensazioni e un parere municipale contrario: oggi quell’edificio è al centro di un processo. In piazza Aspromonte, Municipio 3, l’«Hidden Garden» proseguì pur tra contestazioni fino al sequestro del cantiere. In Valtellina/Lepontina, Municipio 9, residenze e studentati ricevettero il via libera dalla Commissione, mentre le obiezioni locali sono rimaste lettera morta. Lo schema emerge con forza anche a nord della città, a Bruzzano, nell’area di via Senigallia. Qui nella primavera del 2023 approda in commissione Paesaggio il progetto Unipol per un hub multifunzionale, firmato dall’architetto Giacomo De Amicis.
In Commissione ci furono opposizioni e critiche messe a verbale anche da parte del rappresentante del Municipio 9. Ma poi alla fine il progetto è stato approvato.
Un dettaglio? Non proprio. Perché il progettista, De Amicis, non era solo autore dell’intervento: era anche membro della stessa Commissione Paesaggio (mandato 2022-24, poi riconfermato nel 2025 e successivamente dimissionario). E amico stretto dell’ex presidente Giuseppe Marinoni, al centro dell’inchiesta. Una rete di relazioni che getta ombre sull’indipendenza dei pareri e sull’effettiva funzione dell’organo comunale. La memoria dei pm ricostruisce anche il livello politico. Nelle chat tra Manfredi Catella e l’assessore all’Urbanistica Giancarlo Tancredi, a proposito dell’ex Pirellino (P39), l’imprenditore scrive: «Buongiorno Giancarlo, possiamo sentirci o incrociarci per questione Pirellino. Anche oggi se più semplice». Poi insiste con un messaggio articolato, citando norme regionali per sostenere la dismissione dell’edificio e impedire l’esclusione del progetto. È la fotografia di una pressione diretta sul decisore pubblico.
Con l’ex direttore generale Christian Malangone il dialogo è altrettanto esplicito: «Sinceramente da profano mi sembrano quella della durata della convenzione e dell’occupazione suolo… Tanto alla fine varranno 3 400 mila. Non so se». Catella risponde: “Spig (Spazi o Servizi di interesse generale) sono quelli dove possiamo attribuire maggiore compensazione. Vediamo come possibile». Infine Tancredi mette il sigillo: «Sugli spig occorre sempre una convenzione. Che, come sai, è punto complesso. Ad ogni modo ci mettiamo subito al lavoro». Una catena di richieste, traduzioni tecniche e promesse operative che fotografa un meccanismo consolidato. Non incontri sporadici, ma un flusso costante. Lo confermano le agende: «Cari grazie per l’incontro… proporrei di programmarci un incontro bisettimanale per i prossimi due mesi», scrive Catella nel 2025, mentre si discute di Porta Romana, del Villaggio Olimpico e del Pirellino.
Fino al 2024 i Municipi potevano mandare in commissione Paesaggio anche un loro consigliere eletto. Non aveva diritto di voto, ma contava come presenza politica: un canale attraverso cui i quartieri facevano sentire la propria voce su grattacieli e immobili che avevano un impatto diretto su di loro. Era una particolarità non da poco, perché spesso quei consiglieri appartenevano allo stesso colore politico della maggioranza in Comune, cioè il Pd. Succedeva così che i progetti di rigenerazione urbana sostenuti da Palazzo Marino venissero criticati da rappresentanti dello stesso centrosinistra.
Un cortocircuito politico che non deve essere passato inosservato, anche perché molti progetti approvati dalla commissione paesaggio venivano proprio contestati da esponenti dem. E questo forse spiega perché, con la riforma del regolamento approvata nell’ottobre 2024, questa possibilità sia stata cancellata. Da quel momento i Municipi devono essere rappresentati solo da «figure tecniche».
Col nuovo regolamento l’amministrazione centrale si cautela da ogni possibile obiezione da parte dei municipi e impedisce agli stessi anche di valutare l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione.
Gli indagati in chat contro i «nemici»: insulti e strategie per il silenzio
«Un giorno, se lo sapete, mi dite perché Corbani odia così tanto questa amministrazione? Perché quello che lui esprime va al di là della giusta critica politica. È odio allo stato puro. E desiderio di vendetta. Totalmente irrazionale».
Così scrive Simona Collarini, dirigente del Comune di Milano, in un messaggio indirizzato al direttore generale Christian Malangone. È il 26 novembre 2024 e il nome di Luigi Corbani, ex vicesindaco socialista, oggi animatore del comitato «Sì Meazza», ricorre con ossessiva frequenza nelle conversazioni interne, nel gruppo creato dall'ex assessore Giancarlo Tancredi.
Gli scambi fotografano quindi una vera e propria fissazione. Un documento inoltrato da Malangone reca l’oggetto «Tormento» (23 settembre 2022). Poco dopo lo stesso direttore generale annota: «Bhe un po’ esagerato sto giro». Collarini rincara: «Ovvio che più si va avanti più aumentano il carico; però adesso stanno esagerando davvero».
Il lessico è esplicito: «Abuso d’ufficio. Roba da querela», scrive un interlocutore nella stessa chat. E ancora Collarini: «Io scrivo alle squadre. O consegnano stasera o si prendono la responsabilità di eventuali ritardi (e non lo dico per reazione a Corbani, sia chiaro)».
Per l’amministrazione guidata da Beppe Sala, Corbani non è solo un oppositore politico: è il «sorvegliato speciale», il nemico più accanito, percepito come capace di condizionare il clima pubblico sul progetto San Siro.
Non meno accesa è l’attenzione su Alessandro Giungi, consigliere comunale del Pd. Nelle chat di servizio, Collarini scrive: «Giungi sta agitato» (21 dicembre 2021). Pochi mesi dopo, a proposito di un accesso agli atti, Malangone chiede: «Ma per cosa è sbottato scusa». La risposta: «Ha fatto un accesso agli atti 15 giorni fa x chiedere il Pfte pubblicato due giorni dopo l’accesso. Quindi non abbiamo risposto formalmente (solo oggi gli ho mandato una mail)». In un riepilogo inviato da Malangone nel novembre 2022, le posizioni di Giungi vengono così riassunte: «1) Non è stata valutata la rifunzionalizzazione del Meazza come richiesto dalla delibera. 2) Lo Stadio Meazza deve restare popolare – no posti VIP. 3) Non si è discusso della forma del nuovo stadio – elemento molto importante.»
Altro sorvegliato speciale è Enrico Fedrighini, consigliere civico vicino ai Verdi. Il 9 agosto 2022, Collarini scrive: «Fedrighini ha chiesto documenti stadio. Cvd!!!!». E subito compare un messaggio: «Cerchiamo di non darglieli perché consegnati in via informale?».
Il rapporto con Fedrighini è segnato da tensioni continue: «Solite cose. Dibattito finto (Monguzzi), si può ristrutturare (esattamente l’opposto di quanto mi sembra sia stato dimostrato chiaramente ieri da Fedrighini…)», nota Collarini il 4 ottobre 2022. Le chat del 2025, 31 gennaio, mostrano l’attenzione spasmodica anche per Enrico Marcora, consigliere di Fdi. «Siamo sotto attacco dei consiglieri di opposizione. Marcora è riuscito ad arrivare al prefetto […] usiamo almeno 12 ore di strategia», scrive Tancredi (4 febbraio). Quattro giorni dopo aggiunge: «Il sindaco mi ha detto assolutamente di non rispondere al prefetto sull’interrogazione di Marcora (stato pratiche edilizie, eccetera). È molto incazzato col prefetto perché ha dato corda al consigliere».
Il tono interno è spesso durissimo. Il 28 maggio 2023, a un certo punto Tancredi scrive a Collarini e Malangone: «Questo è solo il re dei coglioni presuntuosi. Un uomo frustrato e pieno di sé, senza rispetto per il lavoro degli altri». Non si capisce a chi si riferisca. Nelle stesse ore, Collarini si sfoga contro le richieste di Fedrighini: «Non è democrazia, è follia, anarchia!!!!».
Corbani, Giungi, Fedrighini, Monguzzi, Marcora: i nomi che ritornano nelle chat sono esattamente quelli di attivisti e consiglieri che -a settembre- voteranno contro la delibera sul nuovo stadio di San Siro. Dai messaggi interni emerge una giunta in affanno, preoccupata e spesso ossessionata dai suoi critici, incapace di accettare una critica e solo impegnata nel trasformare la dialettica politica in sorveglianza costante di post, richieste di accesso e interventi in aula.
Continua a leggereRiduci
Dall’inchiesta sull’urbanistica a Milano emerge persino la volontà di modificare gli atti. La valutazione negativa emessa per il progetto di Porta Romana fu verbalizzata dalla commissione Paesaggio come positiva. Corretta solo dopo le protesteI dirigenti di Palazzo Marino provavano a insabbiare le interrogazioni dell’opposizioneLo speciale contiene due articoliMilano la «città partecipata» promessa da Beppe Sala e dalla sua giunta di centrosinistra non è mai esistita. Doveva essere il simbolo del Pd: quartieri ascoltati con un ruolo centrale, trasformazioni urbane condivise. Invece i Municipi sono rimasti senza potere, relegati a comparse nelle grandi partite immobiliari. Le carte dell’inchiesta su Coima di Manfredi Catella, nelle memorie depositate al Riesame dai pm Marina Petruzzella e Paolo Filippini, lo mostrano con chiarezza: pareri municipali ignorati o addirittura rovesciati nei verbali, Commissioni che decidono al posto dei territori, interlocuzioni private tra imprenditori e amministratori che guidano la rotta delle trasformazioni. Altro che partecipazione: il modello Milano ha funzionato escludendo chi avrebbe dovuto rappresentare i cittadini. C’è un episodio che racconta più di molte dichiarazioni pubbliche. Il 7 marzo 2024 la Commissione comunale per il Paesaggio esamina un intervento allo Scalo Romana, dentro il Villaggio olimpico. Quel giorno il rappresentante del Municipio formula un parere negativo, dettagliato e severo. Nel verbale ufficiale quella valutazione compare invece come positiva. Gli inquirenti parlano di errore, ma sembra quasi una manipolazione. Tanto che sarà corretta solo nella seduta successiva, dopo le proteste di chi l'aveva espresso. Nel frattempo il progetto ottiene il via libera, «nonostante grossolane lacune», scrivono i pm. Per gli inquirenti è la prova plastica di un sistema che non solo marginalizza i Municipi, ma li svuota persino della possibilità di lasciare traccia fedele del loro dissenso. Il copione si ripete più volte. In via Crescenzago 105, Municipio 3, il rappresentante territoriale si oppose «con forza», ma il suo voto non venne nemmeno verbalizzato: la pratica passò lo stesso, salvo poi la Corte dei conti criticare i dirigenti per essersi «adagiati acriticamente» sui pareri tecnici senza valorizzare i rilievi dei cittadini.In via Stresa, la «Torre Milano» del Municipio 2 avanzò nonostante richieste di compensazioni e un parere municipale contrario: oggi quell’edificio è al centro di un processo. In piazza Aspromonte, Municipio 3, l’«Hidden Garden» proseguì pur tra contestazioni fino al sequestro del cantiere. In Valtellina/Lepontina, Municipio 9, residenze e studentati ricevettero il via libera dalla Commissione, mentre le obiezioni locali sono rimaste lettera morta. Lo schema emerge con forza anche a nord della città, a Bruzzano, nell’area di via Senigallia. Qui nella primavera del 2023 approda in commissione Paesaggio il progetto Unipol per un hub multifunzionale, firmato dall’architetto Giacomo De Amicis. In Commissione ci furono opposizioni e critiche messe a verbale anche da parte del rappresentante del Municipio 9. Ma poi alla fine il progetto è stato approvato.Un dettaglio? Non proprio. Perché il progettista, De Amicis, non era solo autore dell’intervento: era anche membro della stessa Commissione Paesaggio (mandato 2022-24, poi riconfermato nel 2025 e successivamente dimissionario). E amico stretto dell’ex presidente Giuseppe Marinoni, al centro dell’inchiesta. Una rete di relazioni che getta ombre sull’indipendenza dei pareri e sull’effettiva funzione dell’organo comunale. La memoria dei pm ricostruisce anche il livello politico. Nelle chat tra Manfredi Catella e l’assessore all’Urbanistica Giancarlo Tancredi, a proposito dell’ex Pirellino (P39), l’imprenditore scrive: «Buongiorno Giancarlo, possiamo sentirci o incrociarci per questione Pirellino. Anche oggi se più semplice». Poi insiste con un messaggio articolato, citando norme regionali per sostenere la dismissione dell’edificio e impedire l’esclusione del progetto. È la fotografia di una pressione diretta sul decisore pubblico.Con l’ex direttore generale Christian Malangone il dialogo è altrettanto esplicito: «Sinceramente da profano mi sembrano quella della durata della convenzione e dell’occupazione suolo… Tanto alla fine varranno 3 400 mila. Non so se». Catella risponde: “Spig (Spazi o Servizi di interesse generale) sono quelli dove possiamo attribuire maggiore compensazione. Vediamo come possibile». Infine Tancredi mette il sigillo: «Sugli spig occorre sempre una convenzione. Che, come sai, è punto complesso. Ad ogni modo ci mettiamo subito al lavoro». Una catena di richieste, traduzioni tecniche e promesse operative che fotografa un meccanismo consolidato. Non incontri sporadici, ma un flusso costante. Lo confermano le agende: «Cari grazie per l’incontro… proporrei di programmarci un incontro bisettimanale per i prossimi due mesi», scrive Catella nel 2025, mentre si discute di Porta Romana, del Villaggio Olimpico e del Pirellino.Fino al 2024 i Municipi potevano mandare in commissione Paesaggio anche un loro consigliere eletto. Non aveva diritto di voto, ma contava come presenza politica: un canale attraverso cui i quartieri facevano sentire la propria voce su grattacieli e immobili che avevano un impatto diretto su di loro. Era una particolarità non da poco, perché spesso quei consiglieri appartenevano allo stesso colore politico della maggioranza in Comune, cioè il Pd. Succedeva così che i progetti di rigenerazione urbana sostenuti da Palazzo Marino venissero criticati da rappresentanti dello stesso centrosinistra.Un cortocircuito politico che non deve essere passato inosservato, anche perché molti progetti approvati dalla commissione paesaggio venivano proprio contestati da esponenti dem. E questo forse spiega perché, con la riforma del regolamento approvata nell’ottobre 2024, questa possibilità sia stata cancellata. Da quel momento i Municipi devono essere rappresentati solo da «figure tecniche».Col nuovo regolamento l’amministrazione centrale si cautela da ogni possibile obiezione da parte dei municipi e impedisce agli stessi anche di valutare l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/palazzopoli-manipolato-parere-del-municipio-2673938825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-indagati-in-chat-contro-i-nemici-insulti-e-strategie-per-il-silenzio" data-post-id="2673938825" data-published-at="1756409179" data-use-pagination="False"> Gli indagati in chat contro i «nemici»: insulti e strategie per il silenzio «Un giorno, se lo sapete, mi dite perché Corbani odia così tanto questa amministrazione? Perché quello che lui esprime va al di là della giusta critica politica. È odio allo stato puro. E desiderio di vendetta. Totalmente irrazionale».Così scrive Simona Collarini, dirigente del Comune di Milano, in un messaggio indirizzato al direttore generale Christian Malangone. È il 26 novembre 2024 e il nome di Luigi Corbani, ex vicesindaco socialista, oggi animatore del comitato «Sì Meazza», ricorre con ossessiva frequenza nelle conversazioni interne, nel gruppo creato dall'ex assessore Giancarlo Tancredi.Gli scambi fotografano quindi una vera e propria fissazione. Un documento inoltrato da Malangone reca l’oggetto «Tormento» (23 settembre 2022). Poco dopo lo stesso direttore generale annota: «Bhe un po’ esagerato sto giro». Collarini rincara: «Ovvio che più si va avanti più aumentano il carico; però adesso stanno esagerando davvero».Il lessico è esplicito: «Abuso d’ufficio. Roba da querela», scrive un interlocutore nella stessa chat. E ancora Collarini: «Io scrivo alle squadre. O consegnano stasera o si prendono la responsabilità di eventuali ritardi (e non lo dico per reazione a Corbani, sia chiaro)».Per l’amministrazione guidata da Beppe Sala, Corbani non è solo un oppositore politico: è il «sorvegliato speciale», il nemico più accanito, percepito come capace di condizionare il clima pubblico sul progetto San Siro.Non meno accesa è l’attenzione su Alessandro Giungi, consigliere comunale del Pd. Nelle chat di servizio, Collarini scrive: «Giungi sta agitato» (21 dicembre 2021). Pochi mesi dopo, a proposito di un accesso agli atti, Malangone chiede: «Ma per cosa è sbottato scusa». La risposta: «Ha fatto un accesso agli atti 15 giorni fa x chiedere il Pfte pubblicato due giorni dopo l’accesso. Quindi non abbiamo risposto formalmente (solo oggi gli ho mandato una mail)». In un riepilogo inviato da Malangone nel novembre 2022, le posizioni di Giungi vengono così riassunte: «1) Non è stata valutata la rifunzionalizzazione del Meazza come richiesto dalla delibera. 2) Lo Stadio Meazza deve restare popolare – no posti VIP. 3) Non si è discusso della forma del nuovo stadio – elemento molto importante.»Altro sorvegliato speciale è Enrico Fedrighini, consigliere civico vicino ai Verdi. Il 9 agosto 2022, Collarini scrive: «Fedrighini ha chiesto documenti stadio. Cvd!!!!». E subito compare un messaggio: «Cerchiamo di non darglieli perché consegnati in via informale?».Il rapporto con Fedrighini è segnato da tensioni continue: «Solite cose. Dibattito finto (Monguzzi), si può ristrutturare (esattamente l’opposto di quanto mi sembra sia stato dimostrato chiaramente ieri da Fedrighini…)», nota Collarini il 4 ottobre 2022. Le chat del 2025, 31 gennaio, mostrano l’attenzione spasmodica anche per Enrico Marcora, consigliere di Fdi. «Siamo sotto attacco dei consiglieri di opposizione. Marcora è riuscito ad arrivare al prefetto […] usiamo almeno 12 ore di strategia», scrive Tancredi (4 febbraio). Quattro giorni dopo aggiunge: «Il sindaco mi ha detto assolutamente di non rispondere al prefetto sull’interrogazione di Marcora (stato pratiche edilizie, eccetera). È molto incazzato col prefetto perché ha dato corda al consigliere».Il tono interno è spesso durissimo. Il 28 maggio 2023, a un certo punto Tancredi scrive a Collarini e Malangone: «Questo è solo il re dei coglioni presuntuosi. Un uomo frustrato e pieno di sé, senza rispetto per il lavoro degli altri». Non si capisce a chi si riferisca. Nelle stesse ore, Collarini si sfoga contro le richieste di Fedrighini: «Non è democrazia, è follia, anarchia!!!!».Corbani, Giungi, Fedrighini, Monguzzi, Marcora: i nomi che ritornano nelle chat sono esattamente quelli di attivisti e consiglieri che -a settembre- voteranno contro la delibera sul nuovo stadio di San Siro. Dai messaggi interni emerge una giunta in affanno, preoccupata e spesso ossessionata dai suoi critici, incapace di accettare una critica e solo impegnata nel trasformare la dialettica politica in sorveglianza costante di post, richieste di accesso e interventi in aula.
Pasquale Stanzione (Imagoeconomica)
Peculato, corruzione e sospette connivenze con colossi come Meta e Ita Airways. Ipotesi che la Procura di Roma ricostruisce in un decreto di perquisizione che ieri ha spinto gli investigatori del Nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di finanza fin nelle stanze dei bottoni del Garante della privacy, per verificare se l’Authority fosse stata trasformata in un bancomat. Oltre al presidente Pasquale Stanzione risultano indagati i membri del collegio: Guido Scorza, Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, è partita da un’inchiesta di Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci, che aveva sollevato dubbi sulle spese di rappresentanza dell’Autorità e sui rapporti con le due aziende. L’origine è dichiarata nell’introduzione del decreto. Che, subito dopo, riconosce apertamente: molte informazioni provengono «da accessi civici» e altre da «fonti interne» sulle quali al momento la Procura mantiene riserbo. La premessa, insomma, è questa: le condotte, definite dai magistrati «disinvolte» sarebbero emerse «a più riprese e in molteplici occasioni, disvelando comportamenti che da meri illeciti offensivi del decoro dell’ente sarebbero sfociati con facilità nelle ipotesi delittuose provvisoriamente ascritte, oltre a integrare, in molteplici occasioni, la abrogata fattispecie del reato di abuso d’ufficio». Al centro dell’attenzione ci sono le «spese significative» del presidente Stanzione nella macelleria romana di Angelo Feroci. Lo shopping da tirannosauro rex è costato per il 2023 1.551 euro, per il 2024 addirittura 3.318 euro e per il 2025 1.749 euro. Un appetito giustificato, secondo l’accusa, con vaghe ricevute per «pasti pronti». Poi c’è la questione Meta, la multinazionale di Mark Zuckerberg. Gli smart glasses Ray-Ban stories, un concentrato di tecnologia e rischi per la privacy, avevano attirato l’attenzione del Garante, che aveva ipotizzato una sanzione da 44 milioni di euro. Poi progressivamente ridotta e, infine, annullata. E Scorza aveva elogiato gli smart glasses di Meta in un video pubblicato sui social. La sua imparzialità è, quindi, finita sulla graticola. Ora gli investigatori stanno cercando di capire «se e in che modo questi», si legge nel decreto, «si sia astenuto dalle adunanze riguardanti il procedimento a carico della società». Non è tutto: si indaga anche su un incontro, avvenuto il 16 ottobre 2024 durante il Como Lake, tra un’esponente di Meta, Angelo Mazzotti, all’epoca responsabile delle relazioni istituzionali della società, e Ghiglia. Un incontro, secondo l’accusa, «le cui finalità e il cui contenuto non sono noti». La ricostruzione successiva punta i riflettori sui rapporti con Ita Airways. Secondo il pm i membri del Collegio avrebbero chiuso un occhio sulle irregolarità della compagnia, ricevendo in cambio «tessere Volare classe executive», dal valore di 6.000 euro ciascuna. Ed ecco il reato di corruzione: «Omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways […]», scrive il pm, «ricevevano come utilità tessere Volare». E l’ipotizzato conflitto d’interessi si fa ancora più stridente se si considera che «il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato dello studio legale fondato da Scorza e del quale è partner la moglie». Il contrappasso per gli indagati è che a occuparsi della loro passione per il volo sia l’ufficio guidato da Francesco Lo Voi, che qualche mattacchione ha soprannominato «Lo Volo». La boutade trae origine dalla querelle del procuratore con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il quale aveva messo nero su bianco le ragioni con cui negava al capo della Procura di Roma l’uso dei voli di Stato. Ma non è finita. C’è pure una rimborsopoli (inchieste che in passato sono spesso finite in un nulla di fatto). Vengono contestati anche l’utilizzo di rimborsi per spese «estranee al mandato» e l’uso «dell’auto di servizio per finalità estranee alla funzione». Ghiglia, per esempio, avrebbe usato l’auto di servizio per recarsi nella sede di un partito politico. E poi ci sono i numeri. Le spese di rappresentanza e gestione sarebbero schizzate: da una spesa marginale nel 2021 (poco superiore a 20.000 euro)» a «circa 400.000 euro annui nel 2024». I costi per organi e incarichi istituzionali avrebbero raggiunto, nel 2024, l’importo complessivo di 1 milione e 247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per «viaggi, soggiorni in alberghi a cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, ma anche per fitness e cura della persona». Pure le missioni all’estero sono finite sotto la lente. In particolare, quella del G7 di Tokyo (2023), il cui costo, secondo «fonti interne e documentazione informale», avrebbe superato gli 80.000 euro, di cui 40.000 destinati ai soli voli. E mentre Ranucci non nasconde soddisfazione per la profezia che si è avverata, Stanzione ha assicurato di essere «tranquillo». Ora tocca alla Procura cercare di dare consistenza a quello che nel decreto definisce il «fumus» delle contestazioni.
Pd e M5s gridano allo scandalo. Ma l’Authority l’hanno eletta loro
Monta lo sdegno a sinistra sul caso del Garante della Privacy. Ieri mattina sono partite le perquisizioni nella sede dell’Authority. E Report, la trasmissione Rai condotta da Sigfrido Ranucci che aveva sollevato il caso, sui suoi social scrive: «Tutti i membri del Garante della Privacy sono indagati per peculato e corruzione, in un’inchiesta della Procura di Roma». Si tratta del presidente Pasquale Stanzione e i componenti del Collegio Ginevra Cerrina Feroni (in quota Lega), Agostino Ghiglia (quota Fdi) e Guido Scorza (quota M5s). Al vaglio degli inquirenti ci sono anche le spese della macelleria del presidente Stanzione: dal 2023 al 2025 ben 6.619,95 euro».
Pd, Movimento Cinque Stelle e Avs, già dopo la puntata andata in onda a inizio novembre scorso chiesero a gran voce lo scioglimento del collegio, dimenticandosi però che non è nelle facoltà del governo. Elly Schlein, segretaria del Pd, parlava di un «quadro grave e desolante sulle modalità di gestione» e della necessità di un «segnale forte di discontinuità». Secca la replica del premier Giorgia Meloni: «Questo Garante è stato eletto durante il governo giallorosso. Se il Pd e i 5s non si fidano di chi hanno messo all’Autorità, non se la possono prendere con me», aveva replicato il premier mentre il responsabile organizzativo di Fdi, Giovanni Donzelli, aggiungeva: «Favorevoli allo scioglimento di qualsiasi ente o autorità nominata dalla sinistra».
Anche adesso il registro non cambia. «Le perquisizioni e i sequestri negli uffici del Garante per la privacy, con l’intervento della Guardia di Finanza e un’indagine aperta dalla procura dopo i servizi di Report, rappresentano l’ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione. Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono al centro di un’inchiesta che è solo uno degli elementi che da mesi mette in discussione scelte e comportamenti del Collegio». Così gli esponenti del Movimento 5 stelle in commissione vigilanza Rai, Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato. Nella nota tuttavia non si legge nessuna autocritica sulla selezione del Garante compiuta proprio dal Movimento insieme al Pd quando governavano insieme. Anzi. «Lo stesso presidente Pasquale Stanzione risulterebbe indagato. In una situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità. Così si espone l’istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere».
Ancora più duri quelli di Alleanza Verdi Sinistra. Il portavoce Angelo Bonelli denuncia: «Un problema politico e istituzionale immediato. Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti. Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non può essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo né come una sua succursale. In questo quadro, la permanenza dell’attuale presidente è incompatibile con la funzione di garanzia che l’Autorità deve svolgere. Per ristabilire terzietà, autorevolezza e fiducia, le dimissioni dell’intero collegio sono un atto necessario». Il capogruppo Peppe De Cristofaro parla di «preoccupanti zone d’ombra». Questa vicenda mette in luce alcune criticità su questa autorità di garanzia, come i conflitti di interesse e gli stretti rapporti di alcuni suoi componenti con la politica». Dimenticandosi anche qui di evidenziare quale parte politica abbia messo Stanzione su quella poltrona.
Per il Pd parla Sandro Ruotolo, responsabile Informazione: «Cos’altro dobbiamo aspettare per le dimissioni dei membri del collegio del Garante per la protezione dei dati personali?». E poi: «La credibilità dell’Authority era già stata messa seriamente in discussione nei mesi scorsi» spiega, facendo riferimento «a quando si scoprì che, alla vigilia della multa inflitta a Report, un membro del collegio, Agostino Ghiglia, ex parlamentare ed esponente di Fratelli d’Italia, si era recato il giorno prima in via della Scrofa, sede nazionale del partito di governo». Nessuna prova, solo illazioni. Eppure Ruotolo per conto del Pd parla di «un fatto politicamente e istituzionalmente gravissimo per ciò che compromette sul piano dell’indipendenza e dell’imparzialità. Eppure, nonostante tutto questo, sono rimasti al loro posto. Nessuna assunzione di responsabilità, nessun passo indietro». Cenni alla responsabilità di chi ha messo quelle persone in quelle posizioni? Zero. L’imbarazzo è evidente, tanto che sono in pochi a parlare della vicenda. Sostanzialmente si tratta di uno scontro tra dem e giustizia in qualche modo. Giorgia Meloni e il governo ne escono comunque bene perché la responsabilità non è dell’esecutivo e, se si dimettesse, la nomina del nuovo Garante spetterebbe alla maggioranza.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Dall’altra parte, non è invece chiaro se Donald Trump voglia o meno ricorrere all’opzione militare. Ieri, il presidente americano ha definito una «buona notizia» il fatto che, secondo Fox News, il regime khomeinista non avrebbe più condannato a morte un manifestante iraniano. Alcune ore prima, l’inviato di Teheran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, aveva riportato che l’inquilino della Casa Bianca avrebbe fatto sapere alla Repubblica islamica di non avere intenzione di attaccarla. Non solo. Washington, ieri, ha anche abbassato l’allerta di sicurezza nella base aerea di Al Udeid, situata in territorio qatariota. Del resto, secondo quanto riferito dall’Afp, sembrerebbe che i governi di Riad, Doha e Muscat abbiano fatto pressioni sulla Casa Bianca per convincerla a non intervenire militarmente contro Teheran, temendo «gravi contraccolpi nella regione». Infine, secondo il New York Times, sarebbe stato lo stesso Benjamin Netanyahu a chiedere a Trump di rimandare l’attacco.
Eppure non è ancora escluso che Washington possa ricorrere all’opzione bellica. Innanzitutto, il senatore repubblicano Lindsey Graham, notorio falco anti iraniano, ha definito ieri «oltremodo inaccurate» le indiscrezioni, secondo cui il presidente americano non avrebbe intenzione di attaccare. In secondo luogo, nella notte tra mercoledì e giovedì, Nbc News ha riferito che Trump vuole, sì, evitare lo scenario di un conflitto prolungato. Ma ha anche sottolineato che il presidente americano resterebbe solidale con i manifestanti anti khomeinisti e che sarebbe aperto ad azioni militari circoscritte. Inoltre, non è che da Teheran siano arrivate delle dichiarazioni granché concilianti sulle proteste. Ieri, il ministro della Difesa iraniano, Aziz Nasirzadeh, ha affermato che il suo governo sta facendo di tutto per «sopprimere i selvaggi terroristi armati», che, a suo dire, starebbero fomentando le manifestazioni. Ora, se la repressione brutale non dovesse cessare, questo potrebbe aumentare le probabilità di un intervento armato da parte di Washington. «Se le uccisioni continueranno, ci saranno gravi conseguenze», ha affermato ieri sera la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che l’Iran si sarebbe impegnato ad annullare 800 esecuzioni. Non a caso, già qualche ora prima, i pasdaran avevano fatto sapere di essere militarmente «pronti al massimo livello possibile». Non si può neanche escludere che Washington consideri l’imposizione delle nuove sanzioni come il primo passo verso un ulteriore incremento della pressione in senso militare.
Resta intanto sul tavolo il nodo della transizione di potere a Teheran in caso di regime change. Il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a proporsi per assumere un ruolo di primo piano. Ha inoltre assicurato che, una volta caduto il regime khomeinista, «il programma militare nucleare dell’Iran finirà», per poi aggiungere che avrà luogo la normalizzazione delle relazioni di Teheran con Washington e Gerusalemme. Tuttavia, Trump continua a esprimere scetticismo sul figlio dello scià. «Sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe all’interno del suo Paese. E non siamo ancora arrivati a quel punto. Non so se il suo Paese accetterebbe o meno la sua leadership, e certamente, se lo facesse, per me andrebbe bene», ha affermato il presidente americano.
Il problema, ragionano alla Casa Bianca, è la base sociale e di consenso di un eventuale nuovo governo. Vale la pena di sottolineare che il ceto mercantile sta svolgendo un ruolo significativo nel corso delle proteste in atto contro il regime degli ayatollah. Quello stesso ceto mercantile che, nel 1979, rappresentò l’ossatura economico-finanziaria del khomeinismo, in quanto contrario alle riforme e alle politiche commerciali di Mohammad Reza Pahlavi. Tuttavia l’alleanza tra ceto mercantile e clero sciita è ormai entrata in una fase di turbolenza. I bazar sono sempre più irritati dall’inflazione e dalle politiche nucleari di Teheran che hanno portato alle sanzioni occidentali. Senza poi trascurare il loro astio verso le Guardie della rivoluzione che, soprattutto negli ultimi dieci anni, hanno sempre più messo le mani sui settori chiave dell’economia iraniana. Trump è consapevole che la «ribellione» del ceto mercantile indebolisce enormemente il potere di Ali Khamenei. E probabilmente teme che il figlio dello scià non otterrebbe l’appoggio di questo settore della società iraniana: uno scenario che, agli occhi del presidente americano, creerebbe instabilità nel Paese.
Come che sia, ieri sera, quando La Verità era già andata in stampa, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dedicata alla repressione delle proteste in Iran. Nel frattempo, la Commissione europea ha reso noto che considererà l’imposizione di nuove sanzioni al regime.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
La signora Liliana vive a Reggio Calabria, è cardiopatica e invalida. Ha bisogno di una visita pneumologica. Si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025, la visita viene fissata il 24 marzo 2026. Fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025». Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. L’hanno presa in giro.
Il signor Giovanni vive ad Avellino e soffre di una grave malattia al cuore. Ha bisogno di una visita: si rivolge all’Asl l’8 ottobre 2025, la visita viene fissata il 20 maggio 2026. Ancora una volta: fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per il 6 novembre 2025». Con un piccolo particolare: Giovanni non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai stata proposta. Hanno preso in giro anche lui.
Potremmo continuare: le testimonianze di questo tipo sono a decine. Quello che abbiamo scoperto a Fuori dal Coro è uno scandalo nello scandalo: non bastano le liste d’attesa lunghissime e le visite fissate il giorno di san mai più, hanno deciso di prendere i pazienti per i fondelli indicando sui loro fogli di prenotazioni l’esistenza di prime visite che in realtà non esistono. Sono finte. Inventate. Completamente farlocche. Sui documenti ufficiali dell’Asl c’è scritto che quelle visite (mai esistite) sono state rifiutate dal paziente. Ma le Asl lo sanno benissimo che non è vero. In pratica dichiarano il falso. E lo fanno deliberatamente, per aggirare la legge e taroccare le statistiche. Una delle Regioni dove sono state segnalate più visite farlocche, per esempio, è la Campania, che si autoproclama «eccellenza nella gestione delle liste d’attesa» presentando report con risultati strepitosi. Che sono fasulli, però.
Prendiamo il caso della signora Marisa: la visita per suo figlio è stata fissata nel gennaio 2027, cosa già di per sé completamente illegale. Ma nei report ufficiali della Regione Campania risulterà fissata il 26 marzo 2026, perché, se è stato il paziente a rifiutare, il ritardo non può essere attribuito all’Asl. Peccato che il paziente non abbia rifiutato un bel niente: quella visita rifiutata non è stata proposta. Quella visita (fintamente) rifiutata compare automaticamente sul foglio di prenotazione e molti pazienti, magari, neppure se ne accorgono. Si tratta di un trucco. Un trucco indecente. Anzi di più: si tratta di una vera e propria truffa ai danni di chi sta male. E non capisco come si possa tollerare: se io dichiarassi il falso verrei (giustamente) condannato. Perché se lo fa l’Asl nessuno dice nulla?
Per altro c’è anche un tema economico: sulla base di quelle statistiche (evidentemente taroccate) e di quei report (evidentemente fasulli), infatti, vengono distribuiti premi ai dirigenti che possono dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi, quando invece gli obiettivi non sono stati raggiunti per una beata mazza di niente. Vengono così premiati dirigenti che ogni giorno mettono a repentaglio la vita di chi sta male e non può permettersi visite a pagamento. È chiaro infatti che se a un malato di cuore, a rischio infarto e con insufficienza respiratoria, viene fissata una visita il 22 settembre 2027 (è successo a Mario, ad Avellino), probabilmente lo si condanna a morte. E leggere sul foglio prenotazione la palese falsità che Mario avrebbe rinunciato a una visita il 2 dicembre 2025, è una crudeltà, oltre che una truffa.
«Perché mai avrei dovuto rinunciare a una visita il 2 dicembre scorso se ho ogni notte paura di morire?», ci ha detto Mario. In effetti. Ma sono settimane che raccogliamo testimonianze come la sua. E raccogliamo pure documenti. Ed è incredibile che nessuno si sia ancora mosso per porre fine a questo scandalo. Un ministro della salute ce l’abbiamo ancora? Orazio Schillaci che fa? Dorme?
Faccio notare a buonanotte fiorellino Schillaci, ex collaboratore di Speranza, che lui aveva fatto approvare una legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, sulle liste d’attesa: in base a quelle norme le Asl, quando non riescono a rispettare i tempi previsti delle prenotazioni, dovrebbero consentire ai pazienti di fare la visita privatamente senza pagare. Invece non succede. E questo trucchetto delle prime visite rifiutate viene utilizzato anche e proprio per aggirare quella legge, per fare in modo che le visite siano tranquillamente fissate nel maggio 2027 o addirittura nel settembre 2027, senza che nessun direttore Asl si senta obbligato a intervenire. Ovvio, no? «Il ritardo è colpa del paziente». Ma non è vero. È un inganno. Una truffa. Possibile che il ministro non abbia nulla da dire? Possibile che non senta il dovere di almeno muovere gli ispettori? O di far sentire la sua voce? Che cosa aspetta?
Continua a leggereRiduci
(Imagoeconomica)
Tutto ha origine da una manifestazione tenuta a Massa-Carrara lo scorso 3 ottobre. Quel giorno, per protestare contro Israele ma, soprattutto, contro il governo e in favore della Palestina, un gruppo di dirigenti della Cgil ha pensato bene di occupare i binari, interrompendo la circolazione dei treni sulla linea Pisa-La Spezia. Che cosa c’entrassero con Gaza i convogli in viaggio tra la stazione della torre pendente e quella della cittadina ligure, non è dato sapere.
Ma i sindacalisti, oltre a causare diversi problemi di viabilità, in occasione dello sciopero generale decisero che si dovesse anche fermare il traffico ferroviario. Non risulta che, dopo lo stop a locomotiva e vagoni, la situazione dei palestinesi sia migliorata. In compenso, però, la Polfer ha fatto le sue indagini e, dopo aver visionato le telecamere e identificato alcuni dei partecipanti al corteo, ha segnalato tutto alla Procura, perché perseguisse il reato di «interruzione di pubblico servizio ferroviario». Risultato, i pm hanno fatto i loro accertamenti e, qualche giorno fa, hanno notificato l’avviso di conclusione indagini a 37 persone. La comunicazione dei pubblici ministeri di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e per questo si informano le persone coinvolte. Ma la notifica dell’atto, che consente agli indagati di prendere visione del procedimento in vista di una decisione del gip, ha suscitato le reazioni furibonde della Cgil.
La succursale toscana dell’organizzazione guidata da Landini non ci è andata piano. «È inaccettabile che il dissenso sociale e politico venga trattato come un problema di ordine pubblico e la protesta venga trasformata in reato», hanno strillato i vertici della confederazione. Ma, oltre a lamentare una presunta repressione delle opinioni politiche, la Cgil è andata oltre, annunciando «valutazioni e iniziative sia politiche che nelle sedi opportune, anche a tutela dei diritti delle persone coinvolte e della libertà di manifestazione». Ovviamente nessuno minaccia il diritto a dissentire e tantomeno quello di sfilare in corteo, ma va da sé che, se la libertà di chi protesta limita quella di chi vuole viaggiare, costringendo quest’ultimo a rimanere ore a bordo di un vagone, qualche cosa non va. Il ragionamento di buon senso, però, non pare attecchire tra i vertici toscani del sindacato, i quali hanno attaccato «l’operazione messa in campo dalla Procura di Massa-Carrara, perché utilizza a piene mani il cosiddetto diritto penale del dissenso, ossia quel microsistema di norme che incriminano, limitando l’esercizio delle libertà costituzionali, tutte le forme di dissenso».
Così, dopo aver accusato i pm di agire fuori dalla Costituzione, la Cgil ha indetto uno sciopero generale in tutta la Toscana. «Faremo una grande manifestazione la mattina di sabato 24 gennaio», ha annunciato l’esecutivo regionale. Ma solo se «si passasse dagli atti di indagine al rinvio a giudizio delle 37 persone raggiunte da un avviso di garanzia». In altre parole, siamo allo sciopero preventivo o, per essere più chiari, allo sciopero interdittivo, per impedire il processo nei confronti delle persone accusate.
Minacciare uno sciopero se i pm chiederanno il processo per i sindacalisti è un curioso modo di sostenere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. È anche una maniera un po’ originale di interpretare l’obbligatorietà dell’azione penale, oltre che, come detto, la libertà di manifestare. Ma qui non si parla di separazione delle carriere, ma solo di separazione dei cervelli di certi funzionari confederali.
Continua a leggereRiduci