True
2023-01-10
Padre Georg in udienza da Francesco. Silenzio (per ora) dopo la tempesta
Padre Georg e Papa Francesco (Imagoeconomica)
Ieri mattina con un laconico comunicato la Sala stampa della Santa Sede ha fatto sapere urbi et orbi che papa Francesco aveva ricevuto in udienza «S.E. Mons. Georg Gänswein, arcivescovo tit. di Urbisaglia, Prefetto della Casa pontificia». L’incontro è arrivato, inatteso e fulmineo, dopo la tempesta ancora non sedata delle polemiche nate intorno alle anticipazioni del libro scritto dallo storico segretario di Benedetto XVI insieme al giornalista Saverio Gaeta, Nient’altro che la verità (edizioni Piemme).
Le pagine del libro, come noto anche ai nostri lettori, segnalano diversi passaggi in cui ci sarebbe stata una discontinuità di visioni tra Francesco e il suo defunto predecessore, dalla morale alla liturgia, fino a questioni più personali che riguardano il ruolo e la persona dello stesso Gänswein quando nel 2020 fu «congedato» dal Papa dal suo ufficio di Prefetto della Casa pontificia. «Restai scioccato e senza parole», racconta padre Georg che poi riferì quanto accaduto a Ratzinger. E lui, sempre secondo Gänswein, «commentò, tra il serio e il faceto, in modo ironico: “Sembra che Papa Francesco non si fidi più di me e desideri che lei mi faccia da custode!”».
Peraltro, nelle ore immediatamente successive alla morte di papa Ratzinger, erano state divulgate anche alcune interviste, quella a Ezio Mauro di Repubblica e quella a Guido Horst del tedesco Tagespost, in cui il segretario di papa Benedetto parlava di aver visto «l’azione dei diavoli» contro l’amato pontefice e di aver visto «spezzarsi il cuore» del Papa emerito con l’obliterazione del Motu proprio con cui, nel 2007, aveva ridato cittadinanza alla messa in latino.
L’uscita di queste notizie ha provocato la risposta di Francesco che, raccontano i bene informati, è rimasto letteralmente scocciato. Alle messa dell’Epifania ha detto di imparare a «adorare Dio e non il nostro io», con un richiamo agli idoli da evitare, fra cui ha inserito «il fascino delle false notizie». Poi all’Angelus di domenica ha lamentato il «chiacchiericcio» come «arma letale» che uccide la «fratellanza».
Ieri il faccia a faccia inatteso tra Gänswein e Francesco, nessuno pensava che sarebbe avvenuto con questa velocità. Nei giorni scorsi già si sentivano voci di un sicuro allontanamento dell’ex segretario di Ratzinger dal monastero Mater Ecclesiae, dirottato innanzitutto proprio in un alloggio a Casa Santa Marta dove risiede Francesco dal 2013. Poi, si vociferava, sarebbe stato mandato forse nella sua Germania, oppure in qualche nunziatura estera; qualcuno, simpaticamente, diceva anche ad Urbisaglia, il paese delle Marche di cui padre Georg ha la titolarità episcopale, sebbene questa non sia una vera e propria sede vescovile. Qualcun altro parlava di una sorta di parcheggio «romano», in cui sarebbe stato mandato a passare i suoi giorni, magari in qualche archivio.
Per ora dal faccia a faccia non trapela nulla, si sarà certamente parlato del libro, anche del fatto che il Papa emerito potesse essere in qualche modo a conoscenza del contenuto e della pubblicazione. Come ha dichiarato qualche giorno fa il cardinale Angelo Bagnasco a Repubblica, se Gänswein ha detto quelle cose nel libro e nelle interviste «vuole dire che ha ritenuto in coscienza di poterlo e di doverlo fare». Un affermazione che lascia pensare che padre Georg non possa aver agito senza aver in qualche modo informato Benedetto XVI, anche perché oltre 300 pagine non possono essere state scritte nel tempo di qualche giorno.
Detto questo, la tempistica di uscita di interviste e libro rischiano di opacizzare tutte le questioni poste, trasformandole agli occhi di tanti come una «operazione» di dubbio gusto, anche se arrivare a chiedere, come ha fatto il prete bergamasco don Alberto Varinelli, di fermare la stampa del libro assomiglia a un forma di censura che ha dell’assurdo.
Di certo l’incomprensione fra padre Georg e Francesco non è cosa nuova, in un certo senso la frase sul «prefetto dimezzato» di Gänswein non rivela una novità. Che qualcosa fosse andato storto tra i due era evidente a chiunque. Il confronto di ieri è avvenuto nello sfondo di quelle che qualcuno si è affrettato a dichiarare come nuove «guerre vaticane tra progressisti e conservatori», ma in realtà il problema, anche e soprattutto per Francesco, è quello di cercare una soluzione alla crisi profonda in cui versa la Chiesa.
Le folle che hanno partecipato al saluto alla salma di papa Ratzinger e alle esequie mostrano plasticamente che c’è una parte di fedeli, molti anche sacerdoti giovani, che ha avvertito in modo profondo il magistero di Joseph Ratzinger. Mentre Francesco, senz’altro amato dal popolo di Dio, fatica a rilanciare un pontificato arenato anche nelle riforme, ma non tanto per volontà di resistenti conservatori, quanto per gli strappi che arrivano da liberal eccessivamente vogliosi di andare oltre, come accade ad esempio in Germania. E il cammino del Sinodo sulla sinodalità non sta decollando, sembra un percorso ad ostacoli dal sapore più politico che per opera dello Spirito santo.
Papa Francesco, incontrando Gänswein, ha posto in essere anche un’opportunità, una via misericordiosa che aiuti la barca di Pietro a non perdere definitivamente la rotta. La crisi di fede, come più volte sottolineato dallo stesso Ratzinger, più passa il tempo e più sembra il vero problema dei cattolici. La Chiesa in uscita e missionaria deve passare dal tentativo di costruire una comunità più larga, meno divisiva.
Il compito spetta a Francesco, ma lo sforzo di collaborazione è richiesto anche ad altri.
Nuove indagini su Emanuela Orlandi
Il Vaticano ha deciso di riaprire il caso di Emanuela Orlandi. La notizia, battuta dalle agenzie nel pomeriggio di ieri, è di quelle che contano. A determinare la nuova svolta, un’iniziativa di Alessandro Diddi che dallo scorso settembre, succedendo al dimissionario Gian Piero Milano, è divenuto il nuovo promotore di giustizia dello Stato della Città del Vaticano. La riapertura delle indagini - che cade a quasi 40 anni dalla scomparsa della ragazza, avvenuta il 22 giugno del 1983 - è finalizzata, in primo luogo, a un riesame di tutto il copioso materiale finora raccolto, in termini di fascicoli, documenti e informative.
Non solo. Saranno oggetto di nuovi approfondimenti - seguendo piste storiche, ma valutando pure quelle più recenti - anche le testimonianze e le segnalazioni per cercare di chiarire quanto avvenuto in quel pomeriggio di tanti anni fa in piazza Sant’Apollinare. Più precisamente, secondo quanto raccontato dall’Adnkronos, Diddi, che ha riaperto le indagini insieme alla Gendarmeria vaticana, partirà anzitutto dagli elementi acquisiti con maggiore certezza, vale a dire in sede processuale, per poi valutare attentamente quell’insieme di indicazioni non troppo approfondite quando, nel 1983, si ebbe per la prima notizia della scomparsa dell’allora quindicenne Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente vaticano.
In quel lontano giugno, alle 16, la giovane uscì di casa recarsi a lezione di musica in piazza Sant’Apollinare e, proprio nei pressi dell’omonima basilica, anni dopo, si scoprì che vi era seppellito uno dei capi della banda della Magliana, «Renatino» Enrico De Pedis, da alcuni testimoni indicato come esecutore del sequestro «per conto di alti prelati». Certo, gli anni trascorsi sono molti. Ma l’auspicio è con la nuova indagine si possa fare luce non solo sul celebre cold case romano, ma anche su un altro caso ad esso spesso accostato: quello della scomparsa della coetanea Mirella Gregori della quale, sempre in quell’anno, si persero le tracce.
La clamorosa riapertura dell’inchiesta, per quanto rispecchi quella ricerca di trasparenza più volte caldeggiata da papa Francesco, non è casuale. Arriva dopo tutta una serie di istanze pervenute alla Santa Sede e indicanti nuovi filoni da seguire per provare a risolvere il giallo; peraltro, diverse di queste sono pervenute dalla stessa famiglia Orlandi, instancabilmente alla ricerca di verità e che ha ben accolto la novità.
«Siamo contenti dei nuovi accertamenti dell’autorità vaticana», è stato il primo commento dell’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia, che ha fatto presente di aver «presentato due denunce, la prima nel 2018 e la seconda nel 2019». Sgrò ha, comunque, precisato di non conoscere ancora le basi della nuova indagine, di cui è venuta a conoscenza dagli stessi organi di informazione: «Siamo curiosi di saperne di più anche noi. Reputo che la famiglia Orlandi avrebbe dovuto essere avvisata un po’ prima».
Quello reso noto ieri è, dunque, un nuovo tassello di un mosaico che da tempo, in realtà, non registrava novità giudiziarie. Non a caso, nell’ottobre 2015, su richiesta dall’allora procuratore capo Giuseppe Pignatone - ora presidente del Tribunale vaticano -, e dei sostituti Ilaria Calò e Simona Maisto, il procedimento della Procura di Roma sulle sparizioni della Orlandi e di Gregori era stato archiviato.
Adesso però sulla scomparsa più misteriosa avvenuta nella Capitale, oggetto peraltro d’un recente docufilm di Netflix, i riflettori sono nuovamente riaccesi; e la speranza è che davvero sia la volta buona.
Continua a leggereRiduci
L’ex segretario del Papa «emerito» ha incontrato Bergoglio: nessun dettaglio del faccia a faccia. Sul tavolo, probabilmente, le accuse contenute nel libro di Gänswein. Che qualcuno ha già chiesto di non pubblicare.Nuove indagini su Emanuela Orlandi. La magistratura vaticana ha annunciato che saranno riesaminati i dati processuali acquisiti e battute piste poco approfondite. Diverse le istanze presentate dai familiari.Lo speciale comprende due articoli. Ieri mattina con un laconico comunicato la Sala stampa della Santa Sede ha fatto sapere urbi et orbi che papa Francesco aveva ricevuto in udienza «S.E. Mons. Georg Gänswein, arcivescovo tit. di Urbisaglia, Prefetto della Casa pontificia». L’incontro è arrivato, inatteso e fulmineo, dopo la tempesta ancora non sedata delle polemiche nate intorno alle anticipazioni del libro scritto dallo storico segretario di Benedetto XVI insieme al giornalista Saverio Gaeta, Nient’altro che la verità (edizioni Piemme).Le pagine del libro, come noto anche ai nostri lettori, segnalano diversi passaggi in cui ci sarebbe stata una discontinuità di visioni tra Francesco e il suo defunto predecessore, dalla morale alla liturgia, fino a questioni più personali che riguardano il ruolo e la persona dello stesso Gänswein quando nel 2020 fu «congedato» dal Papa dal suo ufficio di Prefetto della Casa pontificia. «Restai scioccato e senza parole», racconta padre Georg che poi riferì quanto accaduto a Ratzinger. E lui, sempre secondo Gänswein, «commentò, tra il serio e il faceto, in modo ironico: “Sembra che Papa Francesco non si fidi più di me e desideri che lei mi faccia da custode!”».Peraltro, nelle ore immediatamente successive alla morte di papa Ratzinger, erano state divulgate anche alcune interviste, quella a Ezio Mauro di Repubblica e quella a Guido Horst del tedesco Tagespost, in cui il segretario di papa Benedetto parlava di aver visto «l’azione dei diavoli» contro l’amato pontefice e di aver visto «spezzarsi il cuore» del Papa emerito con l’obliterazione del Motu proprio con cui, nel 2007, aveva ridato cittadinanza alla messa in latino.L’uscita di queste notizie ha provocato la risposta di Francesco che, raccontano i bene informati, è rimasto letteralmente scocciato. Alle messa dell’Epifania ha detto di imparare a «adorare Dio e non il nostro io», con un richiamo agli idoli da evitare, fra cui ha inserito «il fascino delle false notizie». Poi all’Angelus di domenica ha lamentato il «chiacchiericcio» come «arma letale» che uccide la «fratellanza».Ieri il faccia a faccia inatteso tra Gänswein e Francesco, nessuno pensava che sarebbe avvenuto con questa velocità. Nei giorni scorsi già si sentivano voci di un sicuro allontanamento dell’ex segretario di Ratzinger dal monastero Mater Ecclesiae, dirottato innanzitutto proprio in un alloggio a Casa Santa Marta dove risiede Francesco dal 2013. Poi, si vociferava, sarebbe stato mandato forse nella sua Germania, oppure in qualche nunziatura estera; qualcuno, simpaticamente, diceva anche ad Urbisaglia, il paese delle Marche di cui padre Georg ha la titolarità episcopale, sebbene questa non sia una vera e propria sede vescovile. Qualcun altro parlava di una sorta di parcheggio «romano», in cui sarebbe stato mandato a passare i suoi giorni, magari in qualche archivio.Per ora dal faccia a faccia non trapela nulla, si sarà certamente parlato del libro, anche del fatto che il Papa emerito potesse essere in qualche modo a conoscenza del contenuto e della pubblicazione. Come ha dichiarato qualche giorno fa il cardinale Angelo Bagnasco a Repubblica, se Gänswein ha detto quelle cose nel libro e nelle interviste «vuole dire che ha ritenuto in coscienza di poterlo e di doverlo fare». Un affermazione che lascia pensare che padre Georg non possa aver agito senza aver in qualche modo informato Benedetto XVI, anche perché oltre 300 pagine non possono essere state scritte nel tempo di qualche giorno. Detto questo, la tempistica di uscita di interviste e libro rischiano di opacizzare tutte le questioni poste, trasformandole agli occhi di tanti come una «operazione» di dubbio gusto, anche se arrivare a chiedere, come ha fatto il prete bergamasco don Alberto Varinelli, di fermare la stampa del libro assomiglia a un forma di censura che ha dell’assurdo.Di certo l’incomprensione fra padre Georg e Francesco non è cosa nuova, in un certo senso la frase sul «prefetto dimezzato» di Gänswein non rivela una novità. Che qualcosa fosse andato storto tra i due era evidente a chiunque. Il confronto di ieri è avvenuto nello sfondo di quelle che qualcuno si è affrettato a dichiarare come nuove «guerre vaticane tra progressisti e conservatori», ma in realtà il problema, anche e soprattutto per Francesco, è quello di cercare una soluzione alla crisi profonda in cui versa la Chiesa.Le folle che hanno partecipato al saluto alla salma di papa Ratzinger e alle esequie mostrano plasticamente che c’è una parte di fedeli, molti anche sacerdoti giovani, che ha avvertito in modo profondo il magistero di Joseph Ratzinger. Mentre Francesco, senz’altro amato dal popolo di Dio, fatica a rilanciare un pontificato arenato anche nelle riforme, ma non tanto per volontà di resistenti conservatori, quanto per gli strappi che arrivano da liberal eccessivamente vogliosi di andare oltre, come accade ad esempio in Germania. E il cammino del Sinodo sulla sinodalità non sta decollando, sembra un percorso ad ostacoli dal sapore più politico che per opera dello Spirito santo.Papa Francesco, incontrando Gänswein, ha posto in essere anche un’opportunità, una via misericordiosa che aiuti la barca di Pietro a non perdere definitivamente la rotta. La crisi di fede, come più volte sottolineato dallo stesso Ratzinger, più passa il tempo e più sembra il vero problema dei cattolici. La Chiesa in uscita e missionaria deve passare dal tentativo di costruire una comunità più larga, meno divisiva.Il compito spetta a Francesco, ma lo sforzo di collaborazione è richiesto anche ad altri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/padre-georg-in-udienza-da-francesco-silenzio-per-ora-dopo-la-tempesta-2659090037.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuove-indagini-su-emanuela-orlandi" data-post-id="2659090037" data-published-at="1673293868" data-use-pagination="False"> Nuove indagini su Emanuela Orlandi Il Vaticano ha deciso di riaprire il caso di Emanuela Orlandi. La notizia, battuta dalle agenzie nel pomeriggio di ieri, è di quelle che contano. A determinare la nuova svolta, un’iniziativa di Alessandro Diddi che dallo scorso settembre, succedendo al dimissionario Gian Piero Milano, è divenuto il nuovo promotore di giustizia dello Stato della Città del Vaticano. La riapertura delle indagini - che cade a quasi 40 anni dalla scomparsa della ragazza, avvenuta il 22 giugno del 1983 - è finalizzata, in primo luogo, a un riesame di tutto il copioso materiale finora raccolto, in termini di fascicoli, documenti e informative. Non solo. Saranno oggetto di nuovi approfondimenti - seguendo piste storiche, ma valutando pure quelle più recenti - anche le testimonianze e le segnalazioni per cercare di chiarire quanto avvenuto in quel pomeriggio di tanti anni fa in piazza Sant’Apollinare. Più precisamente, secondo quanto raccontato dall’Adnkronos, Diddi, che ha riaperto le indagini insieme alla Gendarmeria vaticana, partirà anzitutto dagli elementi acquisiti con maggiore certezza, vale a dire in sede processuale, per poi valutare attentamente quell’insieme di indicazioni non troppo approfondite quando, nel 1983, si ebbe per la prima notizia della scomparsa dell’allora quindicenne Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente vaticano. In quel lontano giugno, alle 16, la giovane uscì di casa recarsi a lezione di musica in piazza Sant’Apollinare e, proprio nei pressi dell’omonima basilica, anni dopo, si scoprì che vi era seppellito uno dei capi della banda della Magliana, «Renatino» Enrico De Pedis, da alcuni testimoni indicato come esecutore del sequestro «per conto di alti prelati». Certo, gli anni trascorsi sono molti. Ma l’auspicio è con la nuova indagine si possa fare luce non solo sul celebre cold case romano, ma anche su un altro caso ad esso spesso accostato: quello della scomparsa della coetanea Mirella Gregori della quale, sempre in quell’anno, si persero le tracce. La clamorosa riapertura dell’inchiesta, per quanto rispecchi quella ricerca di trasparenza più volte caldeggiata da papa Francesco, non è casuale. Arriva dopo tutta una serie di istanze pervenute alla Santa Sede e indicanti nuovi filoni da seguire per provare a risolvere il giallo; peraltro, diverse di queste sono pervenute dalla stessa famiglia Orlandi, instancabilmente alla ricerca di verità e che ha ben accolto la novità. «Siamo contenti dei nuovi accertamenti dell’autorità vaticana», è stato il primo commento dell’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia, che ha fatto presente di aver «presentato due denunce, la prima nel 2018 e la seconda nel 2019». Sgrò ha, comunque, precisato di non conoscere ancora le basi della nuova indagine, di cui è venuta a conoscenza dagli stessi organi di informazione: «Siamo curiosi di saperne di più anche noi. Reputo che la famiglia Orlandi avrebbe dovuto essere avvisata un po’ prima». Quello reso noto ieri è, dunque, un nuovo tassello di un mosaico che da tempo, in realtà, non registrava novità giudiziarie. Non a caso, nell’ottobre 2015, su richiesta dall’allora procuratore capo Giuseppe Pignatone - ora presidente del Tribunale vaticano -, e dei sostituti Ilaria Calò e Simona Maisto, il procedimento della Procura di Roma sulle sparizioni della Orlandi e di Gregori era stato archiviato. Adesso però sulla scomparsa più misteriosa avvenuta nella Capitale, oggetto peraltro d’un recente docufilm di Netflix, i riflettori sono nuovamente riaccesi; e la speranza è che davvero sia la volta buona.
iStock
Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
Continua a leggereRiduci