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2023-10-20
Gli ostaggi nelle mani di Hamas salgono a 250. Si tratta sul valico
Ansa
La mediazione internazionale per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas e per consentire l’arrivo a Gaza di aiuti umanitari arriva oggi al primo banco di prova: dovrebbe essere questa, infatti, la giornata della riapertura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto.
Ieri ci sono stati nuovi raid mirati dell’esercito israeliano a Gaza, che hanno avuto l’obiettivo di localizzare ostaggi e acquisire informazioni utili alle ricerche. Secondo il portavoce militare israeliano, Daniel Hagari, gli ostaggi israeliani nelle mani dei gruppi terroristici sono 203, dei quali circa 30 sono minori o adolescenti e altri 20 sono anziani, mentre il totale è di almeno 250 persone. L’esercito stima che ci siano ancora 100/200 israeliani dispersi dall’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre.
Ieri l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, ha discusso prima con il primo ministro olandese, Mark Rutte, e poi con lo spagnolo Pedro Sanchez, sottolineando la necessità di lavorare per una de-escalation, per il rilascio degli ostaggi e per aprire corridoi umanitari. Secondo i media locali, entrambi hanno ringraziato l’emiro per la sua opera di mediazione. Il primo ministro britannico, Rishi Sunak, ha incontrato le famiglie degli ostaggi israeliani all’hotel King David a Gerusalemme. «Veder portato via un figlio», ha scritto Sunak su X, «è il peggior incubo di un genitore. Ho sentito parlare le famiglie che attraversano questa insopportabile agonia. Sono determinato a garantire il rilascio degli ostaggi presi dai terroristi di Hamas».
«Stiamo lavorando moltissimo», ha detto il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, «con tutti i Paesi arabi e musulmani per cercare di arrivare a una de-escalation e convincere Hamas a ridurre i propri attacchi e liberare gli ostaggi perché per noi è una priorità. Ci sono ancora due italiani in vita (Eviatar Moshe Kipnis, il terzo, è morto durante l’attacco di Hamas, ndr) nelle mani non solo di Hamas ma anche di altri, perché gli ostaggi sono divisi tra diverse organizzazioni. Lavoriamo affinché l’Egitto e Israele trovino un accordo per aprire il valico di Rafah», ha aggiunto Tajani, «per far passare i cittadini italiani ma anche altri che possano uscire dalla Striscia. E poi per far arrivare sicuramente aiuti umanitari alla popolazione civile, vittima di Hamas. Bisogna assolutamente distinguere fra palestinesi e terroristi». Ronald Steven Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale, ha incontrato in Vaticano papa Francesco. Il Pontefice ha chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi e si è preoccupato della loro sorte, riconoscendo al tempo stesso il diritto di Israele all'autodifesa. «Chiediamo a Sua Santità», ha detto Lauder, «di usare il suo potere, la sua forza, per far liberare questi ostaggi. Lei è forse l'unica persona che ha l’autorità morale per farlo. Credo che Dio, a suo modo, ci abbia portato qui oggi per chiederle di farlo, a nome di tutto il popolo ebraico nel mondo». L’incontro era stato programmato già a settembre, prima degli attacchi di Hamas, ma ha assunto ovviamente un significato particolare.
È il valico di Rafah, come dicevamo, lo snodo attraverso il quale passano le speranze di una de-escalation. Fonti del governo egiziano hanno fatto sapere che il valico dovrebbe aprire oggi, così come hanno convenuto il presidente degli Usa, Joe Biden, e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nel corso della visita in Israele dell’inquilino della Casa Bianca: «La popolazione di Gaza», ha detto Biden, «ha bisogno di cibo, acqua, medicine e luoghi sicuri in cui ripararsi». Decine di Tir con tonnellate di aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo e destinati a Gaza, dall’acqua al cibo ai medicinali alle attrezzature per allestire ospedali da campo, sono fermi alla frontiera con l’Egitto in attesa della riapertura del valico, ma i problemi non mancano, a partire dalla necessità di una pausa umanitaria, ovvero della garanzia che da un lato Israele non bombardi i mezzi, dall’altra che questi beni non cadano nelle mani di Hamas. Non solo: per poter consentire l’ingresso a Gaza dei Tir occorre riparare le strade, distrutte dai bombardamenti israeliani. Il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, ha discusso con Biden le modalità per consentire l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, «in modo sostenibile».
Israele ha dato l’ok solo a 20 Tir di aiuti, purché non oltrepassino il Sud della Striscia, ma senza chiedere in cambio la liberazione degli ostaggi. Ieri i familiari delle persone nelle mani di Hamas si sono infuriate: «La decisione di consentire il trasferimento di aiuti umanitari agli assassini di Gaza ha provocato grande rabbia tra i familiari», ha dichiarato in un comunicato l’organizzazione Bring them home now, che rappresenta le famiglie degli ostaggi, «ricordiamo che bambini, neonati, donne, soldati, uomini e anziani, alcuni dei quali malati, feriti e colpiti da arma da fuoco, sono tenuti sottoterra come animali, senza alcuna condizione umana, mentre il governo di Israele offre agli assassini baklava (un dolce, ndr) e medicine». Le Nazioni Unite ancora ieri sera non potevano «confermare», ha detto il portavoce del segretario generale Onu, Antonio Guterres, l’apertura del valico di Rafah. «Ciò di cui abbiamo bisogno», ha precisato il portavoce, «non è solo l’ingresso di 20 camion, ma un costante arrivo di convogli umanitari».
Duello infinito sul Dsa tra Musk e l’Ue. Cartellino giallo anche per Meta
L’indiscrezione è partita dal sito americano Business Insider: «Elon Musk sta pensando di portare la X fuori dall’Europa» per evitare di sottostare alle nuove regole sul digitale varate dalla Commissione europea con il Digital service act (Dsa). Nell’articolo si sottolinea che il patron di X sarebbe «sempre più frustrato per il fatto di dover rispettare il Digital services act» e per questo avrebbe discusso l’ipotesi di rimuovere la disponibilità dell’app nel Vecchio continente o di bloccare l’accesso agli utenti dell’Ue, così come sta facendo Meta di Mark Zuckerberg, bloccando gli utenti europei dall’utilizzo della sua nuova applicazione chiamata Threads.
Ieri pomeriggio, però, Musk ha smentito con un post sulla sua piattaforma social: «Ancora un altro» report «di Business Insider assolutamente falso. Non sono una vera e propria testata». Anche il giovane analista informatico italiano Andrea Stroppa, che gli ha fatto da cicerone nel tour romano di qualche mese fa ha scritto su X: «Falso. Elon mi ha confermato che l’idea non gli è mai passata per la testa. X rimarrà in Europa e continuerà a essere uno spazio libero, aperto a tutte le idee e pronta a rilasciare nuove funzionalità. Lunga vita a X!».
Di certo, continua il braccio di ferro tra Musk e la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che ieri ha inviato una richiesta di informazioni ai sensi del Dsa anche a Meta, il colosso di Zuckerberg, che possiede le piattaforme Facebook e Instagram. Bruxelles chiede di rispettare le misure adottate per ottemperare agli obblighi sulla valutazione dei rischi e le misure di attenuazione per tutelare l’integrità delle elezioni, in seguito agli attacchi terroristici di Hamas in Israele, in particolare per quanto riguarda la diffusione e l’amplificazione di contenuti illegali e la disinformazione. Meta dovrà ribattere entro il 25 ottobre sulla risposta alla crisi e l’8 novembre 2023 sulla tutela dell’integrità delle elezioni.
La stessa richiesta è stata inviata anche a Tik Tok, controllata dai cinesi. In questo caso il dito dell’esecutivo è puntato anche sulla conformità della piattaforma alle regole relative alla protezione dei minori online. «Pubblicheremo il nostro primo rapporto sulla trasparenza ai sensi del Dsa la prossima settimana, dove includeremo maggiori informazioni sul nostro lavoro per mantenere al sicuro la nostra community europea», ha risposto un portavoce di Tik Tok.
Nel frattempo, Musk non deve difendersi solo dagli attacchi dell’Ue sul campo del Dsa - il più agguerrito, ricordiamolo, è il commissario per il mercato interno, Thierry Breton - ma deve fare anche i conti con l’impatto sui piani di espansione di Tesla dei ripetuti aumenti dei tassi di interesse decisi dalla stessa Commissione. Il miliardario di origini sudafricane ha infatti messo in guardia sui costi legati al Cybertruck: le prime consegne sono previste sempre per la fine dell’anno, ma Musk ha avvertito che potrebbero essere necessari 12-18 mesi per ottenere un flusso di cassa significativo. Il tycoon si è detto preoccupato per l’impatto degli alti tassi di interesse sulle famiglie che intendono acquistare un’automobile. Ecco perché i progetti di espansione potrebbero subire un rallentamento, a partire dalla nuova gigafactory che Tesla dovrebbe costruire in Messico. «Se le condizioni macroeconomiche sono burrascose, anche la nave migliore vive tempi difficili», ha dichiarato. «Sono spaventato da quello che è successo nel 2009, quando General Motors e Chrysler fallirono. E ci sono un sacco di guerre nel mondo». Nel terzo trimestre, Tesla ha registrato un utile per azione di 66 centesimi su ricavi di 23,35 miliardi di dollari (+9%), contro attese per 73 centesimi su 24,1 miliardi. Nello stesso trimestre 2022, Tesla aveva registrato un utile per azione di 1,05 dollari su 21,45 miliardi.
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Secondo fonti egiziane, oggi potrebbe aprirsi il varco a Sud della Striscia. L’Onu: «Per ora niente annunci». Gerusalemme dà l’ok all’ingresso di 20 Tir di aiuti, scatenando l’ira dei parenti dei prigionieri: «Hanno i nostri cari e gli portiamo i dolci».Duello infinito sul Dsa tra Elon Musk e l’Ue. Il patron di X smentisce l’ipotetico abbandono dell’Europa. Richiamata Tik Tok.Lo speciale contiene due articoli.La mediazione internazionale per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas e per consentire l’arrivo a Gaza di aiuti umanitari arriva oggi al primo banco di prova: dovrebbe essere questa, infatti, la giornata della riapertura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto. Ieri ci sono stati nuovi raid mirati dell’esercito israeliano a Gaza, che hanno avuto l’obiettivo di localizzare ostaggi e acquisire informazioni utili alle ricerche. Secondo il portavoce militare israeliano, Daniel Hagari, gli ostaggi israeliani nelle mani dei gruppi terroristici sono 203, dei quali circa 30 sono minori o adolescenti e altri 20 sono anziani, mentre il totale è di almeno 250 persone. L’esercito stima che ci siano ancora 100/200 israeliani dispersi dall’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre.Ieri l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, ha discusso prima con il primo ministro olandese, Mark Rutte, e poi con lo spagnolo Pedro Sanchez, sottolineando la necessità di lavorare per una de-escalation, per il rilascio degli ostaggi e per aprire corridoi umanitari. Secondo i media locali, entrambi hanno ringraziato l’emiro per la sua opera di mediazione. Il primo ministro britannico, Rishi Sunak, ha incontrato le famiglie degli ostaggi israeliani all’hotel King David a Gerusalemme. «Veder portato via un figlio», ha scritto Sunak su X, «è il peggior incubo di un genitore. Ho sentito parlare le famiglie che attraversano questa insopportabile agonia. Sono determinato a garantire il rilascio degli ostaggi presi dai terroristi di Hamas». «Stiamo lavorando moltissimo», ha detto il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, «con tutti i Paesi arabi e musulmani per cercare di arrivare a una de-escalation e convincere Hamas a ridurre i propri attacchi e liberare gli ostaggi perché per noi è una priorità. Ci sono ancora due italiani in vita (Eviatar Moshe Kipnis, il terzo, è morto durante l’attacco di Hamas, ndr) nelle mani non solo di Hamas ma anche di altri, perché gli ostaggi sono divisi tra diverse organizzazioni. Lavoriamo affinché l’Egitto e Israele trovino un accordo per aprire il valico di Rafah», ha aggiunto Tajani, «per far passare i cittadini italiani ma anche altri che possano uscire dalla Striscia. E poi per far arrivare sicuramente aiuti umanitari alla popolazione civile, vittima di Hamas. Bisogna assolutamente distinguere fra palestinesi e terroristi». Ronald Steven Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale, ha incontrato in Vaticano papa Francesco. Il Pontefice ha chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi e si è preoccupato della loro sorte, riconoscendo al tempo stesso il diritto di Israele all'autodifesa. «Chiediamo a Sua Santità», ha detto Lauder, «di usare il suo potere, la sua forza, per far liberare questi ostaggi. Lei è forse l'unica persona che ha l’autorità morale per farlo. Credo che Dio, a suo modo, ci abbia portato qui oggi per chiederle di farlo, a nome di tutto il popolo ebraico nel mondo». L’incontro era stato programmato già a settembre, prima degli attacchi di Hamas, ma ha assunto ovviamente un significato particolare. È il valico di Rafah, come dicevamo, lo snodo attraverso il quale passano le speranze di una de-escalation. Fonti del governo egiziano hanno fatto sapere che il valico dovrebbe aprire oggi, così come hanno convenuto il presidente degli Usa, Joe Biden, e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nel corso della visita in Israele dell’inquilino della Casa Bianca: «La popolazione di Gaza», ha detto Biden, «ha bisogno di cibo, acqua, medicine e luoghi sicuri in cui ripararsi». Decine di Tir con tonnellate di aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo e destinati a Gaza, dall’acqua al cibo ai medicinali alle attrezzature per allestire ospedali da campo, sono fermi alla frontiera con l’Egitto in attesa della riapertura del valico, ma i problemi non mancano, a partire dalla necessità di una pausa umanitaria, ovvero della garanzia che da un lato Israele non bombardi i mezzi, dall’altra che questi beni non cadano nelle mani di Hamas. Non solo: per poter consentire l’ingresso a Gaza dei Tir occorre riparare le strade, distrutte dai bombardamenti israeliani. Il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, ha discusso con Biden le modalità per consentire l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, «in modo sostenibile». Israele ha dato l’ok solo a 20 Tir di aiuti, purché non oltrepassino il Sud della Striscia, ma senza chiedere in cambio la liberazione degli ostaggi. Ieri i familiari delle persone nelle mani di Hamas si sono infuriate: «La decisione di consentire il trasferimento di aiuti umanitari agli assassini di Gaza ha provocato grande rabbia tra i familiari», ha dichiarato in un comunicato l’organizzazione Bring them home now, che rappresenta le famiglie degli ostaggi, «ricordiamo che bambini, neonati, donne, soldati, uomini e anziani, alcuni dei quali malati, feriti e colpiti da arma da fuoco, sono tenuti sottoterra come animali, senza alcuna condizione umana, mentre il governo di Israele offre agli assassini baklava (un dolce, ndr) e medicine». Le Nazioni Unite ancora ieri sera non potevano «confermare», ha detto il portavoce del segretario generale Onu, Antonio Guterres, l’apertura del valico di Rafah. «Ciò di cui abbiamo bisogno», ha precisato il portavoce, «non è solo l’ingresso di 20 camion, ma un costante arrivo di convogli umanitari».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ostaggi-hamas-salgono-a-250-2666025861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="duello-infinito-sul-dsa-tra-musk-e-lue-cartellino-giallo-anche-per-meta" data-post-id="2666025861" data-published-at="1697739648" data-use-pagination="False"> Duello infinito sul Dsa tra Musk e l’Ue. Cartellino giallo anche per Meta L’indiscrezione è partita dal sito americano Business Insider: «Elon Musk sta pensando di portare la X fuori dall’Europa» per evitare di sottostare alle nuove regole sul digitale varate dalla Commissione europea con il Digital service act (Dsa). Nell’articolo si sottolinea che il patron di X sarebbe «sempre più frustrato per il fatto di dover rispettare il Digital services act» e per questo avrebbe discusso l’ipotesi di rimuovere la disponibilità dell’app nel Vecchio continente o di bloccare l’accesso agli utenti dell’Ue, così come sta facendo Meta di Mark Zuckerberg, bloccando gli utenti europei dall’utilizzo della sua nuova applicazione chiamata Threads. Ieri pomeriggio, però, Musk ha smentito con un post sulla sua piattaforma social: «Ancora un altro» report «di Business Insider assolutamente falso. Non sono una vera e propria testata». Anche il giovane analista informatico italiano Andrea Stroppa, che gli ha fatto da cicerone nel tour romano di qualche mese fa ha scritto su X: «Falso. Elon mi ha confermato che l’idea non gli è mai passata per la testa. X rimarrà in Europa e continuerà a essere uno spazio libero, aperto a tutte le idee e pronta a rilasciare nuove funzionalità. Lunga vita a X!». Di certo, continua il braccio di ferro tra Musk e la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che ieri ha inviato una richiesta di informazioni ai sensi del Dsa anche a Meta, il colosso di Zuckerberg, che possiede le piattaforme Facebook e Instagram. Bruxelles chiede di rispettare le misure adottate per ottemperare agli obblighi sulla valutazione dei rischi e le misure di attenuazione per tutelare l’integrità delle elezioni, in seguito agli attacchi terroristici di Hamas in Israele, in particolare per quanto riguarda la diffusione e l’amplificazione di contenuti illegali e la disinformazione. Meta dovrà ribattere entro il 25 ottobre sulla risposta alla crisi e l’8 novembre 2023 sulla tutela dell’integrità delle elezioni. La stessa richiesta è stata inviata anche a Tik Tok, controllata dai cinesi. In questo caso il dito dell’esecutivo è puntato anche sulla conformità della piattaforma alle regole relative alla protezione dei minori online. «Pubblicheremo il nostro primo rapporto sulla trasparenza ai sensi del Dsa la prossima settimana, dove includeremo maggiori informazioni sul nostro lavoro per mantenere al sicuro la nostra community europea», ha risposto un portavoce di Tik Tok. Nel frattempo, Musk non deve difendersi solo dagli attacchi dell’Ue sul campo del Dsa - il più agguerrito, ricordiamolo, è il commissario per il mercato interno, Thierry Breton - ma deve fare anche i conti con l’impatto sui piani di espansione di Tesla dei ripetuti aumenti dei tassi di interesse decisi dalla stessa Commissione. Il miliardario di origini sudafricane ha infatti messo in guardia sui costi legati al Cybertruck: le prime consegne sono previste sempre per la fine dell’anno, ma Musk ha avvertito che potrebbero essere necessari 12-18 mesi per ottenere un flusso di cassa significativo. Il tycoon si è detto preoccupato per l’impatto degli alti tassi di interesse sulle famiglie che intendono acquistare un’automobile. Ecco perché i progetti di espansione potrebbero subire un rallentamento, a partire dalla nuova gigafactory che Tesla dovrebbe costruire in Messico. «Se le condizioni macroeconomiche sono burrascose, anche la nave migliore vive tempi difficili», ha dichiarato. «Sono spaventato da quello che è successo nel 2009, quando General Motors e Chrysler fallirono. E ci sono un sacco di guerre nel mondo». Nel terzo trimestre, Tesla ha registrato un utile per azione di 66 centesimi su ricavi di 23,35 miliardi di dollari (+9%), contro attese per 73 centesimi su 24,1 miliardi. Nello stesso trimestre 2022, Tesla aveva registrato un utile per azione di 1,05 dollari su 21,45 miliardi.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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