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2023-10-20
Gli ostaggi nelle mani di Hamas salgono a 250. Si tratta sul valico
Ansa
La mediazione internazionale per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas e per consentire l’arrivo a Gaza di aiuti umanitari arriva oggi al primo banco di prova: dovrebbe essere questa, infatti, la giornata della riapertura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto.
Ieri ci sono stati nuovi raid mirati dell’esercito israeliano a Gaza, che hanno avuto l’obiettivo di localizzare ostaggi e acquisire informazioni utili alle ricerche. Secondo il portavoce militare israeliano, Daniel Hagari, gli ostaggi israeliani nelle mani dei gruppi terroristici sono 203, dei quali circa 30 sono minori o adolescenti e altri 20 sono anziani, mentre il totale è di almeno 250 persone. L’esercito stima che ci siano ancora 100/200 israeliani dispersi dall’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre.
Ieri l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, ha discusso prima con il primo ministro olandese, Mark Rutte, e poi con lo spagnolo Pedro Sanchez, sottolineando la necessità di lavorare per una de-escalation, per il rilascio degli ostaggi e per aprire corridoi umanitari. Secondo i media locali, entrambi hanno ringraziato l’emiro per la sua opera di mediazione. Il primo ministro britannico, Rishi Sunak, ha incontrato le famiglie degli ostaggi israeliani all’hotel King David a Gerusalemme. «Veder portato via un figlio», ha scritto Sunak su X, «è il peggior incubo di un genitore. Ho sentito parlare le famiglie che attraversano questa insopportabile agonia. Sono determinato a garantire il rilascio degli ostaggi presi dai terroristi di Hamas».
«Stiamo lavorando moltissimo», ha detto il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, «con tutti i Paesi arabi e musulmani per cercare di arrivare a una de-escalation e convincere Hamas a ridurre i propri attacchi e liberare gli ostaggi perché per noi è una priorità. Ci sono ancora due italiani in vita (Eviatar Moshe Kipnis, il terzo, è morto durante l’attacco di Hamas, ndr) nelle mani non solo di Hamas ma anche di altri, perché gli ostaggi sono divisi tra diverse organizzazioni. Lavoriamo affinché l’Egitto e Israele trovino un accordo per aprire il valico di Rafah», ha aggiunto Tajani, «per far passare i cittadini italiani ma anche altri che possano uscire dalla Striscia. E poi per far arrivare sicuramente aiuti umanitari alla popolazione civile, vittima di Hamas. Bisogna assolutamente distinguere fra palestinesi e terroristi». Ronald Steven Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale, ha incontrato in Vaticano papa Francesco. Il Pontefice ha chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi e si è preoccupato della loro sorte, riconoscendo al tempo stesso il diritto di Israele all'autodifesa. «Chiediamo a Sua Santità», ha detto Lauder, «di usare il suo potere, la sua forza, per far liberare questi ostaggi. Lei è forse l'unica persona che ha l’autorità morale per farlo. Credo che Dio, a suo modo, ci abbia portato qui oggi per chiederle di farlo, a nome di tutto il popolo ebraico nel mondo». L’incontro era stato programmato già a settembre, prima degli attacchi di Hamas, ma ha assunto ovviamente un significato particolare.
È il valico di Rafah, come dicevamo, lo snodo attraverso il quale passano le speranze di una de-escalation. Fonti del governo egiziano hanno fatto sapere che il valico dovrebbe aprire oggi, così come hanno convenuto il presidente degli Usa, Joe Biden, e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nel corso della visita in Israele dell’inquilino della Casa Bianca: «La popolazione di Gaza», ha detto Biden, «ha bisogno di cibo, acqua, medicine e luoghi sicuri in cui ripararsi». Decine di Tir con tonnellate di aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo e destinati a Gaza, dall’acqua al cibo ai medicinali alle attrezzature per allestire ospedali da campo, sono fermi alla frontiera con l’Egitto in attesa della riapertura del valico, ma i problemi non mancano, a partire dalla necessità di una pausa umanitaria, ovvero della garanzia che da un lato Israele non bombardi i mezzi, dall’altra che questi beni non cadano nelle mani di Hamas. Non solo: per poter consentire l’ingresso a Gaza dei Tir occorre riparare le strade, distrutte dai bombardamenti israeliani. Il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, ha discusso con Biden le modalità per consentire l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, «in modo sostenibile».
Israele ha dato l’ok solo a 20 Tir di aiuti, purché non oltrepassino il Sud della Striscia, ma senza chiedere in cambio la liberazione degli ostaggi. Ieri i familiari delle persone nelle mani di Hamas si sono infuriate: «La decisione di consentire il trasferimento di aiuti umanitari agli assassini di Gaza ha provocato grande rabbia tra i familiari», ha dichiarato in un comunicato l’organizzazione Bring them home now, che rappresenta le famiglie degli ostaggi, «ricordiamo che bambini, neonati, donne, soldati, uomini e anziani, alcuni dei quali malati, feriti e colpiti da arma da fuoco, sono tenuti sottoterra come animali, senza alcuna condizione umana, mentre il governo di Israele offre agli assassini baklava (un dolce, ndr) e medicine». Le Nazioni Unite ancora ieri sera non potevano «confermare», ha detto il portavoce del segretario generale Onu, Antonio Guterres, l’apertura del valico di Rafah. «Ciò di cui abbiamo bisogno», ha precisato il portavoce, «non è solo l’ingresso di 20 camion, ma un costante arrivo di convogli umanitari».
Duello infinito sul Dsa tra Musk e l’Ue. Cartellino giallo anche per Meta
L’indiscrezione è partita dal sito americano Business Insider: «Elon Musk sta pensando di portare la X fuori dall’Europa» per evitare di sottostare alle nuove regole sul digitale varate dalla Commissione europea con il Digital service act (Dsa). Nell’articolo si sottolinea che il patron di X sarebbe «sempre più frustrato per il fatto di dover rispettare il Digital services act» e per questo avrebbe discusso l’ipotesi di rimuovere la disponibilità dell’app nel Vecchio continente o di bloccare l’accesso agli utenti dell’Ue, così come sta facendo Meta di Mark Zuckerberg, bloccando gli utenti europei dall’utilizzo della sua nuova applicazione chiamata Threads.
Ieri pomeriggio, però, Musk ha smentito con un post sulla sua piattaforma social: «Ancora un altro» report «di Business Insider assolutamente falso. Non sono una vera e propria testata». Anche il giovane analista informatico italiano Andrea Stroppa, che gli ha fatto da cicerone nel tour romano di qualche mese fa ha scritto su X: «Falso. Elon mi ha confermato che l’idea non gli è mai passata per la testa. X rimarrà in Europa e continuerà a essere uno spazio libero, aperto a tutte le idee e pronta a rilasciare nuove funzionalità. Lunga vita a X!».
Di certo, continua il braccio di ferro tra Musk e la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che ieri ha inviato una richiesta di informazioni ai sensi del Dsa anche a Meta, il colosso di Zuckerberg, che possiede le piattaforme Facebook e Instagram. Bruxelles chiede di rispettare le misure adottate per ottemperare agli obblighi sulla valutazione dei rischi e le misure di attenuazione per tutelare l’integrità delle elezioni, in seguito agli attacchi terroristici di Hamas in Israele, in particolare per quanto riguarda la diffusione e l’amplificazione di contenuti illegali e la disinformazione. Meta dovrà ribattere entro il 25 ottobre sulla risposta alla crisi e l’8 novembre 2023 sulla tutela dell’integrità delle elezioni.
La stessa richiesta è stata inviata anche a Tik Tok, controllata dai cinesi. In questo caso il dito dell’esecutivo è puntato anche sulla conformità della piattaforma alle regole relative alla protezione dei minori online. «Pubblicheremo il nostro primo rapporto sulla trasparenza ai sensi del Dsa la prossima settimana, dove includeremo maggiori informazioni sul nostro lavoro per mantenere al sicuro la nostra community europea», ha risposto un portavoce di Tik Tok.
Nel frattempo, Musk non deve difendersi solo dagli attacchi dell’Ue sul campo del Dsa - il più agguerrito, ricordiamolo, è il commissario per il mercato interno, Thierry Breton - ma deve fare anche i conti con l’impatto sui piani di espansione di Tesla dei ripetuti aumenti dei tassi di interesse decisi dalla stessa Commissione. Il miliardario di origini sudafricane ha infatti messo in guardia sui costi legati al Cybertruck: le prime consegne sono previste sempre per la fine dell’anno, ma Musk ha avvertito che potrebbero essere necessari 12-18 mesi per ottenere un flusso di cassa significativo. Il tycoon si è detto preoccupato per l’impatto degli alti tassi di interesse sulle famiglie che intendono acquistare un’automobile. Ecco perché i progetti di espansione potrebbero subire un rallentamento, a partire dalla nuova gigafactory che Tesla dovrebbe costruire in Messico. «Se le condizioni macroeconomiche sono burrascose, anche la nave migliore vive tempi difficili», ha dichiarato. «Sono spaventato da quello che è successo nel 2009, quando General Motors e Chrysler fallirono. E ci sono un sacco di guerre nel mondo». Nel terzo trimestre, Tesla ha registrato un utile per azione di 66 centesimi su ricavi di 23,35 miliardi di dollari (+9%), contro attese per 73 centesimi su 24,1 miliardi. Nello stesso trimestre 2022, Tesla aveva registrato un utile per azione di 1,05 dollari su 21,45 miliardi.
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Secondo fonti egiziane, oggi potrebbe aprirsi il varco a Sud della Striscia. L’Onu: «Per ora niente annunci». Gerusalemme dà l’ok all’ingresso di 20 Tir di aiuti, scatenando l’ira dei parenti dei prigionieri: «Hanno i nostri cari e gli portiamo i dolci».Duello infinito sul Dsa tra Elon Musk e l’Ue. Il patron di X smentisce l’ipotetico abbandono dell’Europa. Richiamata Tik Tok.Lo speciale contiene due articoli.La mediazione internazionale per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas e per consentire l’arrivo a Gaza di aiuti umanitari arriva oggi al primo banco di prova: dovrebbe essere questa, infatti, la giornata della riapertura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto. Ieri ci sono stati nuovi raid mirati dell’esercito israeliano a Gaza, che hanno avuto l’obiettivo di localizzare ostaggi e acquisire informazioni utili alle ricerche. Secondo il portavoce militare israeliano, Daniel Hagari, gli ostaggi israeliani nelle mani dei gruppi terroristici sono 203, dei quali circa 30 sono minori o adolescenti e altri 20 sono anziani, mentre il totale è di almeno 250 persone. L’esercito stima che ci siano ancora 100/200 israeliani dispersi dall’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre.Ieri l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, ha discusso prima con il primo ministro olandese, Mark Rutte, e poi con lo spagnolo Pedro Sanchez, sottolineando la necessità di lavorare per una de-escalation, per il rilascio degli ostaggi e per aprire corridoi umanitari. Secondo i media locali, entrambi hanno ringraziato l’emiro per la sua opera di mediazione. Il primo ministro britannico, Rishi Sunak, ha incontrato le famiglie degli ostaggi israeliani all’hotel King David a Gerusalemme. «Veder portato via un figlio», ha scritto Sunak su X, «è il peggior incubo di un genitore. Ho sentito parlare le famiglie che attraversano questa insopportabile agonia. Sono determinato a garantire il rilascio degli ostaggi presi dai terroristi di Hamas». «Stiamo lavorando moltissimo», ha detto il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, «con tutti i Paesi arabi e musulmani per cercare di arrivare a una de-escalation e convincere Hamas a ridurre i propri attacchi e liberare gli ostaggi perché per noi è una priorità. Ci sono ancora due italiani in vita (Eviatar Moshe Kipnis, il terzo, è morto durante l’attacco di Hamas, ndr) nelle mani non solo di Hamas ma anche di altri, perché gli ostaggi sono divisi tra diverse organizzazioni. Lavoriamo affinché l’Egitto e Israele trovino un accordo per aprire il valico di Rafah», ha aggiunto Tajani, «per far passare i cittadini italiani ma anche altri che possano uscire dalla Striscia. E poi per far arrivare sicuramente aiuti umanitari alla popolazione civile, vittima di Hamas. Bisogna assolutamente distinguere fra palestinesi e terroristi». Ronald Steven Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale, ha incontrato in Vaticano papa Francesco. Il Pontefice ha chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi e si è preoccupato della loro sorte, riconoscendo al tempo stesso il diritto di Israele all'autodifesa. «Chiediamo a Sua Santità», ha detto Lauder, «di usare il suo potere, la sua forza, per far liberare questi ostaggi. Lei è forse l'unica persona che ha l’autorità morale per farlo. Credo che Dio, a suo modo, ci abbia portato qui oggi per chiederle di farlo, a nome di tutto il popolo ebraico nel mondo». L’incontro era stato programmato già a settembre, prima degli attacchi di Hamas, ma ha assunto ovviamente un significato particolare. È il valico di Rafah, come dicevamo, lo snodo attraverso il quale passano le speranze di una de-escalation. Fonti del governo egiziano hanno fatto sapere che il valico dovrebbe aprire oggi, così come hanno convenuto il presidente degli Usa, Joe Biden, e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nel corso della visita in Israele dell’inquilino della Casa Bianca: «La popolazione di Gaza», ha detto Biden, «ha bisogno di cibo, acqua, medicine e luoghi sicuri in cui ripararsi». Decine di Tir con tonnellate di aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo e destinati a Gaza, dall’acqua al cibo ai medicinali alle attrezzature per allestire ospedali da campo, sono fermi alla frontiera con l’Egitto in attesa della riapertura del valico, ma i problemi non mancano, a partire dalla necessità di una pausa umanitaria, ovvero della garanzia che da un lato Israele non bombardi i mezzi, dall’altra che questi beni non cadano nelle mani di Hamas. Non solo: per poter consentire l’ingresso a Gaza dei Tir occorre riparare le strade, distrutte dai bombardamenti israeliani. Il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, ha discusso con Biden le modalità per consentire l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, «in modo sostenibile». Israele ha dato l’ok solo a 20 Tir di aiuti, purché non oltrepassino il Sud della Striscia, ma senza chiedere in cambio la liberazione degli ostaggi. Ieri i familiari delle persone nelle mani di Hamas si sono infuriate: «La decisione di consentire il trasferimento di aiuti umanitari agli assassini di Gaza ha provocato grande rabbia tra i familiari», ha dichiarato in un comunicato l’organizzazione Bring them home now, che rappresenta le famiglie degli ostaggi, «ricordiamo che bambini, neonati, donne, soldati, uomini e anziani, alcuni dei quali malati, feriti e colpiti da arma da fuoco, sono tenuti sottoterra come animali, senza alcuna condizione umana, mentre il governo di Israele offre agli assassini baklava (un dolce, ndr) e medicine». Le Nazioni Unite ancora ieri sera non potevano «confermare», ha detto il portavoce del segretario generale Onu, Antonio Guterres, l’apertura del valico di Rafah. «Ciò di cui abbiamo bisogno», ha precisato il portavoce, «non è solo l’ingresso di 20 camion, ma un costante arrivo di convogli umanitari».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ostaggi-hamas-salgono-a-250-2666025861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="duello-infinito-sul-dsa-tra-musk-e-lue-cartellino-giallo-anche-per-meta" data-post-id="2666025861" data-published-at="1697739648" data-use-pagination="False"> Duello infinito sul Dsa tra Musk e l’Ue. Cartellino giallo anche per Meta L’indiscrezione è partita dal sito americano Business Insider: «Elon Musk sta pensando di portare la X fuori dall’Europa» per evitare di sottostare alle nuove regole sul digitale varate dalla Commissione europea con il Digital service act (Dsa). Nell’articolo si sottolinea che il patron di X sarebbe «sempre più frustrato per il fatto di dover rispettare il Digital services act» e per questo avrebbe discusso l’ipotesi di rimuovere la disponibilità dell’app nel Vecchio continente o di bloccare l’accesso agli utenti dell’Ue, così come sta facendo Meta di Mark Zuckerberg, bloccando gli utenti europei dall’utilizzo della sua nuova applicazione chiamata Threads. Ieri pomeriggio, però, Musk ha smentito con un post sulla sua piattaforma social: «Ancora un altro» report «di Business Insider assolutamente falso. Non sono una vera e propria testata». Anche il giovane analista informatico italiano Andrea Stroppa, che gli ha fatto da cicerone nel tour romano di qualche mese fa ha scritto su X: «Falso. Elon mi ha confermato che l’idea non gli è mai passata per la testa. X rimarrà in Europa e continuerà a essere uno spazio libero, aperto a tutte le idee e pronta a rilasciare nuove funzionalità. Lunga vita a X!». Di certo, continua il braccio di ferro tra Musk e la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che ieri ha inviato una richiesta di informazioni ai sensi del Dsa anche a Meta, il colosso di Zuckerberg, che possiede le piattaforme Facebook e Instagram. Bruxelles chiede di rispettare le misure adottate per ottemperare agli obblighi sulla valutazione dei rischi e le misure di attenuazione per tutelare l’integrità delle elezioni, in seguito agli attacchi terroristici di Hamas in Israele, in particolare per quanto riguarda la diffusione e l’amplificazione di contenuti illegali e la disinformazione. Meta dovrà ribattere entro il 25 ottobre sulla risposta alla crisi e l’8 novembre 2023 sulla tutela dell’integrità delle elezioni. La stessa richiesta è stata inviata anche a Tik Tok, controllata dai cinesi. In questo caso il dito dell’esecutivo è puntato anche sulla conformità della piattaforma alle regole relative alla protezione dei minori online. «Pubblicheremo il nostro primo rapporto sulla trasparenza ai sensi del Dsa la prossima settimana, dove includeremo maggiori informazioni sul nostro lavoro per mantenere al sicuro la nostra community europea», ha risposto un portavoce di Tik Tok. Nel frattempo, Musk non deve difendersi solo dagli attacchi dell’Ue sul campo del Dsa - il più agguerrito, ricordiamolo, è il commissario per il mercato interno, Thierry Breton - ma deve fare anche i conti con l’impatto sui piani di espansione di Tesla dei ripetuti aumenti dei tassi di interesse decisi dalla stessa Commissione. Il miliardario di origini sudafricane ha infatti messo in guardia sui costi legati al Cybertruck: le prime consegne sono previste sempre per la fine dell’anno, ma Musk ha avvertito che potrebbero essere necessari 12-18 mesi per ottenere un flusso di cassa significativo. Il tycoon si è detto preoccupato per l’impatto degli alti tassi di interesse sulle famiglie che intendono acquistare un’automobile. Ecco perché i progetti di espansione potrebbero subire un rallentamento, a partire dalla nuova gigafactory che Tesla dovrebbe costruire in Messico. «Se le condizioni macroeconomiche sono burrascose, anche la nave migliore vive tempi difficili», ha dichiarato. «Sono spaventato da quello che è successo nel 2009, quando General Motors e Chrysler fallirono. E ci sono un sacco di guerre nel mondo». Nel terzo trimestre, Tesla ha registrato un utile per azione di 66 centesimi su ricavi di 23,35 miliardi di dollari (+9%), contro attese per 73 centesimi su 24,1 miliardi. Nello stesso trimestre 2022, Tesla aveva registrato un utile per azione di 1,05 dollari su 21,45 miliardi.
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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