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2023-10-20
Gli ostaggi nelle mani di Hamas salgono a 250. Si tratta sul valico
Ansa
La mediazione internazionale per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas e per consentire l’arrivo a Gaza di aiuti umanitari arriva oggi al primo banco di prova: dovrebbe essere questa, infatti, la giornata della riapertura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto.
Ieri ci sono stati nuovi raid mirati dell’esercito israeliano a Gaza, che hanno avuto l’obiettivo di localizzare ostaggi e acquisire informazioni utili alle ricerche. Secondo il portavoce militare israeliano, Daniel Hagari, gli ostaggi israeliani nelle mani dei gruppi terroristici sono 203, dei quali circa 30 sono minori o adolescenti e altri 20 sono anziani, mentre il totale è di almeno 250 persone. L’esercito stima che ci siano ancora 100/200 israeliani dispersi dall’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre.
Ieri l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, ha discusso prima con il primo ministro olandese, Mark Rutte, e poi con lo spagnolo Pedro Sanchez, sottolineando la necessità di lavorare per una de-escalation, per il rilascio degli ostaggi e per aprire corridoi umanitari. Secondo i media locali, entrambi hanno ringraziato l’emiro per la sua opera di mediazione. Il primo ministro britannico, Rishi Sunak, ha incontrato le famiglie degli ostaggi israeliani all’hotel King David a Gerusalemme. «Veder portato via un figlio», ha scritto Sunak su X, «è il peggior incubo di un genitore. Ho sentito parlare le famiglie che attraversano questa insopportabile agonia. Sono determinato a garantire il rilascio degli ostaggi presi dai terroristi di Hamas».
«Stiamo lavorando moltissimo», ha detto il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, «con tutti i Paesi arabi e musulmani per cercare di arrivare a una de-escalation e convincere Hamas a ridurre i propri attacchi e liberare gli ostaggi perché per noi è una priorità. Ci sono ancora due italiani in vita (Eviatar Moshe Kipnis, il terzo, è morto durante l’attacco di Hamas, ndr) nelle mani non solo di Hamas ma anche di altri, perché gli ostaggi sono divisi tra diverse organizzazioni. Lavoriamo affinché l’Egitto e Israele trovino un accordo per aprire il valico di Rafah», ha aggiunto Tajani, «per far passare i cittadini italiani ma anche altri che possano uscire dalla Striscia. E poi per far arrivare sicuramente aiuti umanitari alla popolazione civile, vittima di Hamas. Bisogna assolutamente distinguere fra palestinesi e terroristi». Ronald Steven Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale, ha incontrato in Vaticano papa Francesco. Il Pontefice ha chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi e si è preoccupato della loro sorte, riconoscendo al tempo stesso il diritto di Israele all'autodifesa. «Chiediamo a Sua Santità», ha detto Lauder, «di usare il suo potere, la sua forza, per far liberare questi ostaggi. Lei è forse l'unica persona che ha l’autorità morale per farlo. Credo che Dio, a suo modo, ci abbia portato qui oggi per chiederle di farlo, a nome di tutto il popolo ebraico nel mondo». L’incontro era stato programmato già a settembre, prima degli attacchi di Hamas, ma ha assunto ovviamente un significato particolare.
È il valico di Rafah, come dicevamo, lo snodo attraverso il quale passano le speranze di una de-escalation. Fonti del governo egiziano hanno fatto sapere che il valico dovrebbe aprire oggi, così come hanno convenuto il presidente degli Usa, Joe Biden, e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nel corso della visita in Israele dell’inquilino della Casa Bianca: «La popolazione di Gaza», ha detto Biden, «ha bisogno di cibo, acqua, medicine e luoghi sicuri in cui ripararsi». Decine di Tir con tonnellate di aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo e destinati a Gaza, dall’acqua al cibo ai medicinali alle attrezzature per allestire ospedali da campo, sono fermi alla frontiera con l’Egitto in attesa della riapertura del valico, ma i problemi non mancano, a partire dalla necessità di una pausa umanitaria, ovvero della garanzia che da un lato Israele non bombardi i mezzi, dall’altra che questi beni non cadano nelle mani di Hamas. Non solo: per poter consentire l’ingresso a Gaza dei Tir occorre riparare le strade, distrutte dai bombardamenti israeliani. Il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, ha discusso con Biden le modalità per consentire l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, «in modo sostenibile».
Israele ha dato l’ok solo a 20 Tir di aiuti, purché non oltrepassino il Sud della Striscia, ma senza chiedere in cambio la liberazione degli ostaggi. Ieri i familiari delle persone nelle mani di Hamas si sono infuriate: «La decisione di consentire il trasferimento di aiuti umanitari agli assassini di Gaza ha provocato grande rabbia tra i familiari», ha dichiarato in un comunicato l’organizzazione Bring them home now, che rappresenta le famiglie degli ostaggi, «ricordiamo che bambini, neonati, donne, soldati, uomini e anziani, alcuni dei quali malati, feriti e colpiti da arma da fuoco, sono tenuti sottoterra come animali, senza alcuna condizione umana, mentre il governo di Israele offre agli assassini baklava (un dolce, ndr) e medicine». Le Nazioni Unite ancora ieri sera non potevano «confermare», ha detto il portavoce del segretario generale Onu, Antonio Guterres, l’apertura del valico di Rafah. «Ciò di cui abbiamo bisogno», ha precisato il portavoce, «non è solo l’ingresso di 20 camion, ma un costante arrivo di convogli umanitari».
Duello infinito sul Dsa tra Musk e l’Ue. Cartellino giallo anche per Meta
L’indiscrezione è partita dal sito americano Business Insider: «Elon Musk sta pensando di portare la X fuori dall’Europa» per evitare di sottostare alle nuove regole sul digitale varate dalla Commissione europea con il Digital service act (Dsa). Nell’articolo si sottolinea che il patron di X sarebbe «sempre più frustrato per il fatto di dover rispettare il Digital services act» e per questo avrebbe discusso l’ipotesi di rimuovere la disponibilità dell’app nel Vecchio continente o di bloccare l’accesso agli utenti dell’Ue, così come sta facendo Meta di Mark Zuckerberg, bloccando gli utenti europei dall’utilizzo della sua nuova applicazione chiamata Threads.
Ieri pomeriggio, però, Musk ha smentito con un post sulla sua piattaforma social: «Ancora un altro» report «di Business Insider assolutamente falso. Non sono una vera e propria testata». Anche il giovane analista informatico italiano Andrea Stroppa, che gli ha fatto da cicerone nel tour romano di qualche mese fa ha scritto su X: «Falso. Elon mi ha confermato che l’idea non gli è mai passata per la testa. X rimarrà in Europa e continuerà a essere uno spazio libero, aperto a tutte le idee e pronta a rilasciare nuove funzionalità. Lunga vita a X!».
Di certo, continua il braccio di ferro tra Musk e la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che ieri ha inviato una richiesta di informazioni ai sensi del Dsa anche a Meta, il colosso di Zuckerberg, che possiede le piattaforme Facebook e Instagram. Bruxelles chiede di rispettare le misure adottate per ottemperare agli obblighi sulla valutazione dei rischi e le misure di attenuazione per tutelare l’integrità delle elezioni, in seguito agli attacchi terroristici di Hamas in Israele, in particolare per quanto riguarda la diffusione e l’amplificazione di contenuti illegali e la disinformazione. Meta dovrà ribattere entro il 25 ottobre sulla risposta alla crisi e l’8 novembre 2023 sulla tutela dell’integrità delle elezioni.
La stessa richiesta è stata inviata anche a Tik Tok, controllata dai cinesi. In questo caso il dito dell’esecutivo è puntato anche sulla conformità della piattaforma alle regole relative alla protezione dei minori online. «Pubblicheremo il nostro primo rapporto sulla trasparenza ai sensi del Dsa la prossima settimana, dove includeremo maggiori informazioni sul nostro lavoro per mantenere al sicuro la nostra community europea», ha risposto un portavoce di Tik Tok.
Nel frattempo, Musk non deve difendersi solo dagli attacchi dell’Ue sul campo del Dsa - il più agguerrito, ricordiamolo, è il commissario per il mercato interno, Thierry Breton - ma deve fare anche i conti con l’impatto sui piani di espansione di Tesla dei ripetuti aumenti dei tassi di interesse decisi dalla stessa Commissione. Il miliardario di origini sudafricane ha infatti messo in guardia sui costi legati al Cybertruck: le prime consegne sono previste sempre per la fine dell’anno, ma Musk ha avvertito che potrebbero essere necessari 12-18 mesi per ottenere un flusso di cassa significativo. Il tycoon si è detto preoccupato per l’impatto degli alti tassi di interesse sulle famiglie che intendono acquistare un’automobile. Ecco perché i progetti di espansione potrebbero subire un rallentamento, a partire dalla nuova gigafactory che Tesla dovrebbe costruire in Messico. «Se le condizioni macroeconomiche sono burrascose, anche la nave migliore vive tempi difficili», ha dichiarato. «Sono spaventato da quello che è successo nel 2009, quando General Motors e Chrysler fallirono. E ci sono un sacco di guerre nel mondo». Nel terzo trimestre, Tesla ha registrato un utile per azione di 66 centesimi su ricavi di 23,35 miliardi di dollari (+9%), contro attese per 73 centesimi su 24,1 miliardi. Nello stesso trimestre 2022, Tesla aveva registrato un utile per azione di 1,05 dollari su 21,45 miliardi.
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Secondo fonti egiziane, oggi potrebbe aprirsi il varco a Sud della Striscia. L’Onu: «Per ora niente annunci». Gerusalemme dà l’ok all’ingresso di 20 Tir di aiuti, scatenando l’ira dei parenti dei prigionieri: «Hanno i nostri cari e gli portiamo i dolci».Duello infinito sul Dsa tra Elon Musk e l’Ue. Il patron di X smentisce l’ipotetico abbandono dell’Europa. Richiamata Tik Tok.Lo speciale contiene due articoli.La mediazione internazionale per liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas e per consentire l’arrivo a Gaza di aiuti umanitari arriva oggi al primo banco di prova: dovrebbe essere questa, infatti, la giornata della riapertura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto. Ieri ci sono stati nuovi raid mirati dell’esercito israeliano a Gaza, che hanno avuto l’obiettivo di localizzare ostaggi e acquisire informazioni utili alle ricerche. Secondo il portavoce militare israeliano, Daniel Hagari, gli ostaggi israeliani nelle mani dei gruppi terroristici sono 203, dei quali circa 30 sono minori o adolescenti e altri 20 sono anziani, mentre il totale è di almeno 250 persone. L’esercito stima che ci siano ancora 100/200 israeliani dispersi dall’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre.Ieri l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, ha discusso prima con il primo ministro olandese, Mark Rutte, e poi con lo spagnolo Pedro Sanchez, sottolineando la necessità di lavorare per una de-escalation, per il rilascio degli ostaggi e per aprire corridoi umanitari. Secondo i media locali, entrambi hanno ringraziato l’emiro per la sua opera di mediazione. Il primo ministro britannico, Rishi Sunak, ha incontrato le famiglie degli ostaggi israeliani all’hotel King David a Gerusalemme. «Veder portato via un figlio», ha scritto Sunak su X, «è il peggior incubo di un genitore. Ho sentito parlare le famiglie che attraversano questa insopportabile agonia. Sono determinato a garantire il rilascio degli ostaggi presi dai terroristi di Hamas». «Stiamo lavorando moltissimo», ha detto il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, «con tutti i Paesi arabi e musulmani per cercare di arrivare a una de-escalation e convincere Hamas a ridurre i propri attacchi e liberare gli ostaggi perché per noi è una priorità. Ci sono ancora due italiani in vita (Eviatar Moshe Kipnis, il terzo, è morto durante l’attacco di Hamas, ndr) nelle mani non solo di Hamas ma anche di altri, perché gli ostaggi sono divisi tra diverse organizzazioni. Lavoriamo affinché l’Egitto e Israele trovino un accordo per aprire il valico di Rafah», ha aggiunto Tajani, «per far passare i cittadini italiani ma anche altri che possano uscire dalla Striscia. E poi per far arrivare sicuramente aiuti umanitari alla popolazione civile, vittima di Hamas. Bisogna assolutamente distinguere fra palestinesi e terroristi». Ronald Steven Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale, ha incontrato in Vaticano papa Francesco. Il Pontefice ha chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi e si è preoccupato della loro sorte, riconoscendo al tempo stesso il diritto di Israele all'autodifesa. «Chiediamo a Sua Santità», ha detto Lauder, «di usare il suo potere, la sua forza, per far liberare questi ostaggi. Lei è forse l'unica persona che ha l’autorità morale per farlo. Credo che Dio, a suo modo, ci abbia portato qui oggi per chiederle di farlo, a nome di tutto il popolo ebraico nel mondo». L’incontro era stato programmato già a settembre, prima degli attacchi di Hamas, ma ha assunto ovviamente un significato particolare. È il valico di Rafah, come dicevamo, lo snodo attraverso il quale passano le speranze di una de-escalation. Fonti del governo egiziano hanno fatto sapere che il valico dovrebbe aprire oggi, così come hanno convenuto il presidente degli Usa, Joe Biden, e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nel corso della visita in Israele dell’inquilino della Casa Bianca: «La popolazione di Gaza», ha detto Biden, «ha bisogno di cibo, acqua, medicine e luoghi sicuri in cui ripararsi». Decine di Tir con tonnellate di aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo e destinati a Gaza, dall’acqua al cibo ai medicinali alle attrezzature per allestire ospedali da campo, sono fermi alla frontiera con l’Egitto in attesa della riapertura del valico, ma i problemi non mancano, a partire dalla necessità di una pausa umanitaria, ovvero della garanzia che da un lato Israele non bombardi i mezzi, dall’altra che questi beni non cadano nelle mani di Hamas. Non solo: per poter consentire l’ingresso a Gaza dei Tir occorre riparare le strade, distrutte dai bombardamenti israeliani. Il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, ha discusso con Biden le modalità per consentire l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, «in modo sostenibile». Israele ha dato l’ok solo a 20 Tir di aiuti, purché non oltrepassino il Sud della Striscia, ma senza chiedere in cambio la liberazione degli ostaggi. Ieri i familiari delle persone nelle mani di Hamas si sono infuriate: «La decisione di consentire il trasferimento di aiuti umanitari agli assassini di Gaza ha provocato grande rabbia tra i familiari», ha dichiarato in un comunicato l’organizzazione Bring them home now, che rappresenta le famiglie degli ostaggi, «ricordiamo che bambini, neonati, donne, soldati, uomini e anziani, alcuni dei quali malati, feriti e colpiti da arma da fuoco, sono tenuti sottoterra come animali, senza alcuna condizione umana, mentre il governo di Israele offre agli assassini baklava (un dolce, ndr) e medicine». Le Nazioni Unite ancora ieri sera non potevano «confermare», ha detto il portavoce del segretario generale Onu, Antonio Guterres, l’apertura del valico di Rafah. «Ciò di cui abbiamo bisogno», ha precisato il portavoce, «non è solo l’ingresso di 20 camion, ma un costante arrivo di convogli umanitari».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ostaggi-hamas-salgono-a-250-2666025861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="duello-infinito-sul-dsa-tra-musk-e-lue-cartellino-giallo-anche-per-meta" data-post-id="2666025861" data-published-at="1697739648" data-use-pagination="False"> Duello infinito sul Dsa tra Musk e l’Ue. Cartellino giallo anche per Meta L’indiscrezione è partita dal sito americano Business Insider: «Elon Musk sta pensando di portare la X fuori dall’Europa» per evitare di sottostare alle nuove regole sul digitale varate dalla Commissione europea con il Digital service act (Dsa). Nell’articolo si sottolinea che il patron di X sarebbe «sempre più frustrato per il fatto di dover rispettare il Digital services act» e per questo avrebbe discusso l’ipotesi di rimuovere la disponibilità dell’app nel Vecchio continente o di bloccare l’accesso agli utenti dell’Ue, così come sta facendo Meta di Mark Zuckerberg, bloccando gli utenti europei dall’utilizzo della sua nuova applicazione chiamata Threads. Ieri pomeriggio, però, Musk ha smentito con un post sulla sua piattaforma social: «Ancora un altro» report «di Business Insider assolutamente falso. Non sono una vera e propria testata». Anche il giovane analista informatico italiano Andrea Stroppa, che gli ha fatto da cicerone nel tour romano di qualche mese fa ha scritto su X: «Falso. Elon mi ha confermato che l’idea non gli è mai passata per la testa. X rimarrà in Europa e continuerà a essere uno spazio libero, aperto a tutte le idee e pronta a rilasciare nuove funzionalità. Lunga vita a X!». Di certo, continua il braccio di ferro tra Musk e la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che ieri ha inviato una richiesta di informazioni ai sensi del Dsa anche a Meta, il colosso di Zuckerberg, che possiede le piattaforme Facebook e Instagram. Bruxelles chiede di rispettare le misure adottate per ottemperare agli obblighi sulla valutazione dei rischi e le misure di attenuazione per tutelare l’integrità delle elezioni, in seguito agli attacchi terroristici di Hamas in Israele, in particolare per quanto riguarda la diffusione e l’amplificazione di contenuti illegali e la disinformazione. Meta dovrà ribattere entro il 25 ottobre sulla risposta alla crisi e l’8 novembre 2023 sulla tutela dell’integrità delle elezioni. La stessa richiesta è stata inviata anche a Tik Tok, controllata dai cinesi. In questo caso il dito dell’esecutivo è puntato anche sulla conformità della piattaforma alle regole relative alla protezione dei minori online. «Pubblicheremo il nostro primo rapporto sulla trasparenza ai sensi del Dsa la prossima settimana, dove includeremo maggiori informazioni sul nostro lavoro per mantenere al sicuro la nostra community europea», ha risposto un portavoce di Tik Tok. Nel frattempo, Musk non deve difendersi solo dagli attacchi dell’Ue sul campo del Dsa - il più agguerrito, ricordiamolo, è il commissario per il mercato interno, Thierry Breton - ma deve fare anche i conti con l’impatto sui piani di espansione di Tesla dei ripetuti aumenti dei tassi di interesse decisi dalla stessa Commissione. Il miliardario di origini sudafricane ha infatti messo in guardia sui costi legati al Cybertruck: le prime consegne sono previste sempre per la fine dell’anno, ma Musk ha avvertito che potrebbero essere necessari 12-18 mesi per ottenere un flusso di cassa significativo. Il tycoon si è detto preoccupato per l’impatto degli alti tassi di interesse sulle famiglie che intendono acquistare un’automobile. Ecco perché i progetti di espansione potrebbero subire un rallentamento, a partire dalla nuova gigafactory che Tesla dovrebbe costruire in Messico. «Se le condizioni macroeconomiche sono burrascose, anche la nave migliore vive tempi difficili», ha dichiarato. «Sono spaventato da quello che è successo nel 2009, quando General Motors e Chrysler fallirono. E ci sono un sacco di guerre nel mondo». Nel terzo trimestre, Tesla ha registrato un utile per azione di 66 centesimi su ricavi di 23,35 miliardi di dollari (+9%), contro attese per 73 centesimi su 24,1 miliardi. Nello stesso trimestre 2022, Tesla aveva registrato un utile per azione di 1,05 dollari su 21,45 miliardi.
6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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