True
2020-07-16
Ospitare i migranti sulle navi da crociera ci costa 4.800 euro a persona ogni mese
Ansa
Se ci era sembrata una mostruosità spendere 1,2 milioni di euro per la quarantena sul Moby Zaza, oggi possiamo solo dire che il governo giallorosso ha superato ogni decenza nell'accogliere clandestini che sbarcano, infetti, sulle nostre coste. Il bando pubblicato dalla Protezione civile per la nuova nave per la quarantena prevede la somma di 4.037.475 euro, più Iva, per la permanenza a bordo di 285 persone, di cui 250 migranti, per un periodo di 101 giorni.
Questo significa che «i cittadini italiani, molti dei quali senza reddito, senza forme di sostegno, con le loro tasse sono costretti a spendere 40.000 euro al giorno, ovvero 160 euro per migrante», protesta l'onorevole Paolo Grimoldi, segretario della Lega Lombarda, che ha calcolato quanto graverà sugli italiani questa spesa ingiusta: 4.800 euro al mese per clandestino accolto su una nave provvista di ogni comfort. Già dobbiamo sostenere il costo di 1,2 milioni di euro, più Iva e per la durata di 30 giorni, del traghetto Moby Zaza della Compagnia italiana di navigazione (Cin), operativo dal 12 maggio e che a Porto Empedocle ospita migranti positivi al Covid-19. Il contratto di affitto, in scadenza, era stato prorogato al 13 luglio dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese e poi di altri dieci dieci giorni per consentire la conclusione del periodo di quarantena. Una spesa altissima, se confrontata con i 30-40 euro del costo giornaliero di un migrante in una struttura di accoglienza.
Lo scorso aprile, per parcheggiare in quarantena i clandestini, il ministro Paola De Micheli fece pubblicare sul sito del suo ministero dei Trasporti, della Protezione civile e della Croce rossa, un «Avviso per la presentazione di manifestazioni di interesse per il servizio di noleggio di unità navali battenti bandiera italiana e/o comunitaria». Il corrispettivo previsto dal bando era di 1.199.250 ero, più Iva, per i 30 giorni di esecuzione dell'appalto. Se la nave veniva utilizzata per più tempo (come sta accadendo), la cifra aumentava proporzionalmente. Quindi il conto sarà più salato rispetto agli 1,2 milioni di euro previsti inizialmente. Adesso, per un noleggio di più di tre mesi, le cifre chiaramente aumentano e il governo non batte ciglio nello stanziare fondi per la quarantena dei clandestini.
Potrebbe chiudere i porti, bloccare l'ondata di sbarchi giunta a quasi quota 10.000 (9.706 per l'esattezza) da inizio anno e provvedere alle esigenze degli italiani rimasti senza lavoro per l'emergenza Covid-19. Invece pubblica bandi per spendere milioni di euro nella sistemazione di comode cabine con servizi, vista mare e su Palermo. «Ricordiamo che questi clandestini spacciati per profughi provengono principalmente da Tunisia e Bangladesh, dove da oltre mezzo secolo non si combattono guerre», fa presente Grimoldi, «Sono migranti economici che non hanno alcun requisito per ottenere una forma di protezione, ma dovremo mantenere per i prossimi due anni in attesa del rigetto definitivo alla loro domanda di asilo e al successivo appello. E chi paga il conto? Gli italiani, gli stessi che non hanno la Cig, non hanno i sostegni promessi, ma devono pagare tutte le tasse, tutte le tasse entro fine luglio». Il governo ha previsto pure uno stanziamento di 310 milioni di euro per intensificare le procedure di riconoscimento della cittadinanza italiana e, per garantire la continuità delle attività e dei servizi di accoglienza dei progetti Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati), il ministro dell'Interno ha emanato un decreto per il finanziamento di oltre 172 milioni di euro, dal 1° luglio al 31 dicembre 2020. Senza contare quanto costa sottoporre migliaia di migranti al test del tampone, in forma gratuita per loro, a pagamento per noi cittadini.
Intanto gli abitanti di Lampedusa devono subire sbarchi quotidiani e vivere nell'angoscia di finire contagiati. «Il centro di accoglienza dell'isola sta scoppiando, vi sono più di 600 migranti, laddove la capienza massima è di 96 posti», ha scritto al capo della polizia, Franco Gabrielli, il segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Domenico Pianese, segnalando che poliziotti sono «solo poche decine». Gli agenti, oltre a essere sottoposti a turni di lavoro massacranti, «devono garantire anche il servizio di scorta in nave verso Porto Empedocle, lasciando così l'isola sguarnita da controlli». Pianese non usa mezzi termini: «Siamo allo stremo delle forze, siamo seduti su una polveriera pronta a esplodere e abbiamo paura».
Voleva regolarizzare i clandestini. Ora Ricciardi chiude agli americani
Aprite tutto. Anzi no, chiudete tutto. Non è facile stare dietro a Walter Ricciardi, il medico e membro italiano del comitato esecutivo dell'Oms, nonché consigliere del ministro Speranza.
Ieri, in un'intervista a Repubblica di cui abbiamo apprezzato il linguaggio strettamente tecnico (il virus, ha detto, «è una brutta bestia, evoluta per diffondersi. Ha trovato il giusto equilibrio: non tanto grave da impedire a molti infettati di circolare, ma pur sempre pericoloso») il medico ha proposto di chiudere gli aeroporti. «A febbraio», ha detto, «avevamo chiuso solo i voli diretti. Oggi blocchiamo anche chi viene da un Paese a rischio con un volo indiretto. Abbiamo poi l'obbligo di quarantena per gli arrivi da fuori Schengen. Eppure sembra non bastare. Dovremmo chiudere i voli con alcuni Stati degli Usa. Quel che avviene il è sconcertante. Il paese a cui tutti guardiamo per gli studi scientifici sul Covid è fuori controllo. Dobbiamo difenderci dai paesi che fanno poco o nulla per frenare il virus».
Che la situazione negli Usa sia grave non ci piove, anche se sarebbe più credibile un esperto che lo affermasse senza aver condiviso a suo tempo un tweet di Michael Moore in cui si vedeva un tizio impegnato a prendere a calci e a bastonate un pupazzo di Donald Trump. Ma d'altra parte anche i camici bianchi hanno le loro preferenze geopolitiche: Ricciardi non può vedere gli Usa, mentre sembra avere un debole per i cinesi. E infatti, nella stessa intervista, ha detto che sulle scuole «dovremmo ispirarci ai Paesi orientali. Cina e Corea del Sud sembrano aver limitato i contagi». Magari relativamente alle scuole ha pure ragione, anche se ogni tanto sarebbe bene ricordare che l'aggettivo «sconcertante» andrebbe innanzitutto applicato alla primissima fase della gestione del virus da parte di Pechino, senza la quale non saremmo oggi qui a discutere di Covid.
Ma già a metà marzo Ricciardi si fece notare per un tweet in cui, dopo aver attaccato il governo inglese, se ne usciva con un «Viva l'Italia, viva l'Unione Europea, grazie Cina». Allora era sulla questione dei respiratori, ma, insomma, pare di capire che, ora per un motivo, domani per un altro, la Cina resti il modello del nostro luminare. Ma c'è un altro aspetto che colpisce: l'uomo che oggi chiede di erigere la linea Maginot alla dogana per i voli dagli Usa è lo stesso che, a metà aprile, firmò un documento redatto dagli economisti Leonardo Becchetti e Tito Boeri per la regolarizzazione di migranti clandestini. Si trattava di un appello in cui 350 accademici chiedevano una sanatoria per gli irregolari e il rilascio a tutti gli stranieri in condizioni di soggiorno illegale di un permesso di soggiorno, tale da farli iscrivere al Servizio sanitario nazionale.
Insomma, la solita tana libera tutti, che peraltro avrebbe avuto come effetto non secondario quello di lanciare l'ennesimo messaggio urbi et orbi: «Venite pure, con ogni mezzo, prima o poi le cose si aggiusteranno». Che quei clandestini arrivino magari da Paesi a rischio, che ne abbiano attraversati altri durante il viaggio, che siano stati a bordo di carrette del mare stipate all'inverosimile, poco conta: strappa più applausi una porta in faccia a Trump che un porto chiuso ai clandestini.
Continua a leggereRiduci
La Protezione civile ha pubblicato un bando da 4 milioni più Iva per la quarantena al largo di 250 richiedenti asilo per 101 giorni.Al consigliere di Roberto Speranza gli stranieri piacciono irregolari: «Stoppare i voli dagli Usa».Lo speciale contiene due articoli.Se ci era sembrata una mostruosità spendere 1,2 milioni di euro per la quarantena sul Moby Zaza, oggi possiamo solo dire che il governo giallorosso ha superato ogni decenza nell'accogliere clandestini che sbarcano, infetti, sulle nostre coste. Il bando pubblicato dalla Protezione civile per la nuova nave per la quarantena prevede la somma di 4.037.475 euro, più Iva, per la permanenza a bordo di 285 persone, di cui 250 migranti, per un periodo di 101 giorni. Questo significa che «i cittadini italiani, molti dei quali senza reddito, senza forme di sostegno, con le loro tasse sono costretti a spendere 40.000 euro al giorno, ovvero 160 euro per migrante», protesta l'onorevole Paolo Grimoldi, segretario della Lega Lombarda, che ha calcolato quanto graverà sugli italiani questa spesa ingiusta: 4.800 euro al mese per clandestino accolto su una nave provvista di ogni comfort. Già dobbiamo sostenere il costo di 1,2 milioni di euro, più Iva e per la durata di 30 giorni, del traghetto Moby Zaza della Compagnia italiana di navigazione (Cin), operativo dal 12 maggio e che a Porto Empedocle ospita migranti positivi al Covid-19. Il contratto di affitto, in scadenza, era stato prorogato al 13 luglio dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese e poi di altri dieci dieci giorni per consentire la conclusione del periodo di quarantena. Una spesa altissima, se confrontata con i 30-40 euro del costo giornaliero di un migrante in una struttura di accoglienza. Lo scorso aprile, per parcheggiare in quarantena i clandestini, il ministro Paola De Micheli fece pubblicare sul sito del suo ministero dei Trasporti, della Protezione civile e della Croce rossa, un «Avviso per la presentazione di manifestazioni di interesse per il servizio di noleggio di unità navali battenti bandiera italiana e/o comunitaria». Il corrispettivo previsto dal bando era di 1.199.250 ero, più Iva, per i 30 giorni di esecuzione dell'appalto. Se la nave veniva utilizzata per più tempo (come sta accadendo), la cifra aumentava proporzionalmente. Quindi il conto sarà più salato rispetto agli 1,2 milioni di euro previsti inizialmente. Adesso, per un noleggio di più di tre mesi, le cifre chiaramente aumentano e il governo non batte ciglio nello stanziare fondi per la quarantena dei clandestini. Potrebbe chiudere i porti, bloccare l'ondata di sbarchi giunta a quasi quota 10.000 (9.706 per l'esattezza) da inizio anno e provvedere alle esigenze degli italiani rimasti senza lavoro per l'emergenza Covid-19. Invece pubblica bandi per spendere milioni di euro nella sistemazione di comode cabine con servizi, vista mare e su Palermo. «Ricordiamo che questi clandestini spacciati per profughi provengono principalmente da Tunisia e Bangladesh, dove da oltre mezzo secolo non si combattono guerre», fa presente Grimoldi, «Sono migranti economici che non hanno alcun requisito per ottenere una forma di protezione, ma dovremo mantenere per i prossimi due anni in attesa del rigetto definitivo alla loro domanda di asilo e al successivo appello. E chi paga il conto? Gli italiani, gli stessi che non hanno la Cig, non hanno i sostegni promessi, ma devono pagare tutte le tasse, tutte le tasse entro fine luglio». Il governo ha previsto pure uno stanziamento di 310 milioni di euro per intensificare le procedure di riconoscimento della cittadinanza italiana e, per garantire la continuità delle attività e dei servizi di accoglienza dei progetti Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati), il ministro dell'Interno ha emanato un decreto per il finanziamento di oltre 172 milioni di euro, dal 1° luglio al 31 dicembre 2020. Senza contare quanto costa sottoporre migliaia di migranti al test del tampone, in forma gratuita per loro, a pagamento per noi cittadini. Intanto gli abitanti di Lampedusa devono subire sbarchi quotidiani e vivere nell'angoscia di finire contagiati. «Il centro di accoglienza dell'isola sta scoppiando, vi sono più di 600 migranti, laddove la capienza massima è di 96 posti», ha scritto al capo della polizia, Franco Gabrielli, il segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Domenico Pianese, segnalando che poliziotti sono «solo poche decine». Gli agenti, oltre a essere sottoposti a turni di lavoro massacranti, «devono garantire anche il servizio di scorta in nave verso Porto Empedocle, lasciando così l'isola sguarnita da controlli». Pianese non usa mezzi termini: «Siamo allo stremo delle forze, siamo seduti su una polveriera pronta a esplodere e abbiamo paura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ospitare-i-migranti-sulle-navi-da-crociera-ci-costa-4-800-euro-a-persona-ogni-mese-2646414710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="voleva-regolarizzare-i-clandestini-ora-ricciardi-chiude-agli-americani" data-post-id="2646414710" data-published-at="1594839523" data-use-pagination="False"> Voleva regolarizzare i clandestini. Ora Ricciardi chiude agli americani Aprite tutto. Anzi no, chiudete tutto. Non è facile stare dietro a Walter Ricciardi, il medico e membro italiano del comitato esecutivo dell'Oms, nonché consigliere del ministro Speranza. Ieri, in un'intervista a Repubblica di cui abbiamo apprezzato il linguaggio strettamente tecnico (il virus, ha detto, «è una brutta bestia, evoluta per diffondersi. Ha trovato il giusto equilibrio: non tanto grave da impedire a molti infettati di circolare, ma pur sempre pericoloso») il medico ha proposto di chiudere gli aeroporti. «A febbraio», ha detto, «avevamo chiuso solo i voli diretti. Oggi blocchiamo anche chi viene da un Paese a rischio con un volo indiretto. Abbiamo poi l'obbligo di quarantena per gli arrivi da fuori Schengen. Eppure sembra non bastare. Dovremmo chiudere i voli con alcuni Stati degli Usa. Quel che avviene il è sconcertante. Il paese a cui tutti guardiamo per gli studi scientifici sul Covid è fuori controllo. Dobbiamo difenderci dai paesi che fanno poco o nulla per frenare il virus». Che la situazione negli Usa sia grave non ci piove, anche se sarebbe più credibile un esperto che lo affermasse senza aver condiviso a suo tempo un tweet di Michael Moore in cui si vedeva un tizio impegnato a prendere a calci e a bastonate un pupazzo di Donald Trump. Ma d'altra parte anche i camici bianchi hanno le loro preferenze geopolitiche: Ricciardi non può vedere gli Usa, mentre sembra avere un debole per i cinesi. E infatti, nella stessa intervista, ha detto che sulle scuole «dovremmo ispirarci ai Paesi orientali. Cina e Corea del Sud sembrano aver limitato i contagi». Magari relativamente alle scuole ha pure ragione, anche se ogni tanto sarebbe bene ricordare che l'aggettivo «sconcertante» andrebbe innanzitutto applicato alla primissima fase della gestione del virus da parte di Pechino, senza la quale non saremmo oggi qui a discutere di Covid. Ma già a metà marzo Ricciardi si fece notare per un tweet in cui, dopo aver attaccato il governo inglese, se ne usciva con un «Viva l'Italia, viva l'Unione Europea, grazie Cina». Allora era sulla questione dei respiratori, ma, insomma, pare di capire che, ora per un motivo, domani per un altro, la Cina resti il modello del nostro luminare. Ma c'è un altro aspetto che colpisce: l'uomo che oggi chiede di erigere la linea Maginot alla dogana per i voli dagli Usa è lo stesso che, a metà aprile, firmò un documento redatto dagli economisti Leonardo Becchetti e Tito Boeri per la regolarizzazione di migranti clandestini. Si trattava di un appello in cui 350 accademici chiedevano una sanatoria per gli irregolari e il rilascio a tutti gli stranieri in condizioni di soggiorno illegale di un permesso di soggiorno, tale da farli iscrivere al Servizio sanitario nazionale. Insomma, la solita tana libera tutti, che peraltro avrebbe avuto come effetto non secondario quello di lanciare l'ennesimo messaggio urbi et orbi: «Venite pure, con ogni mezzo, prima o poi le cose si aggiusteranno». Che quei clandestini arrivino magari da Paesi a rischio, che ne abbiano attraversati altri durante il viaggio, che siano stati a bordo di carrette del mare stipate all'inverosimile, poco conta: strappa più applausi una porta in faccia a Trump che un porto chiuso ai clandestini.
A entrare nel mirino del regime è stata infatti la base militare angloamericana situata nell’atollo. L’attacco a Diego Garcia non è però andato a segno visto che i due missili balistici non hanno colpito la base: uno avrebbe infatti subito un guasto tecnico, mentre l’altro è stato abbattuto da un missile intercettore SM-3 lanciato da una nave da guerra statunitense. E nonostante Teheran non possa vantarsi di aver distrutto gli obiettivi americani, i raid sembrano confermare che l’Iran abbia missili con una gittata superiore ai 2.000 chilometri stimati, visto che l’isola dista quasi 4.000 chilometri dal territorio iraniano. A tal proposito l’agenzia iraniana Mehr ha spiegato: «Questo lancio rappresenta un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti».
«Questi missili non erano destinati a colpire Israele. La loro gittata raggiunge le capitali europee: Berlino, Parigi e Roma sono tutte a portata di tiro diretto», ha dichiarato ieri il capo di stato maggiore dell’Idf. Peraltro, la base militare angloamericana è stata l’oggetto del recente dissidio tra il presidente americano, Donald Trump, e il premier britannico, Keir Starmer. Il Regno Unito ha infatti deciso di cedere la sovranità dell’arcipelago delle Chagos, in cui si trova anche Diego Garcia, alle Mauritius. L’attività della base militare è però garantita da un contratto di locazione.
Al di là delle dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo cui «il signor Starmer sta mettendo in pericolo vite britanniche permettendo che le basi del Regno Unito vengano utilizzate per l’aggressione» degli Stati Uniti «contro l’Iran», sembra che l’attacco iraniano sia stato condotto qualche ora prima del via libera britannico.
Dall’altra parte, ieri il principale bersaglio dell’operazione Furia epica è stato l’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz, ritenuto essere il cuore del progetto nucleare degli ayatollah. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha rilevato che «non è stato segnalato alcun aumento dei livelli di radiazione al di fuori del sito». E pare che l’azione sia stata unilaterale: le Idf hanno infatti smentito di aver partecipato, aggiungendo di non poter commentare le attività condotte dagli Stati Uniti. La ferma condanna è arrivata dall’«amico leale» del regime: Mosca ha bollato l’attacco a Natanz come «una palese violazione del diritto internazionale».
Se in questo episodio l’attacco non è avvenuto di concerto, la collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti prosegue per comprendere la sorte del leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei. Stando a quanto riferito da Axios, la Cia e il Mossad ritengono che sia ancora vivo e vegeto. Anche una fonte della sicurezza israeliana ha confermato a Ynet che Khamenei è in vita «ma non in condizioni tali da poter essere visto in pubblico».
E mentre il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha affermato che l’unica strada per terminare la guerra è «la cessazione immediata delle aggressioni da parte di Stati Uniti e Israele, accompagnata da garanzie contro una loro ripresa», i media israeliani, citando un funzionario politico, hanno fatto sapere che il conflitto andrà avanti per almeno altre due settimane.
Nel frattempo, prosegue la rappresaglia iraniana. Contro Israele, i pasdaran hanno rivendicato di aver colpito i depositi di carburante destinati agli aerei militari all’aeroporto di Tel Aviv e di aver distrutto un F-16 israeliano nei cieli dell’Iran. Nel pomeriggio un missile iraniano ha bersagliato un edificio a Dimona, nel Sud di Israele, ferendo 39 persone: si tratta della «risposta agli attacchi contro Natanz e Bushehr» hanno affermato le autorità iraniane. Proseguendo con la lista dei raid, a detta dell’emittente statale Irib, la base logistica dell’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita per tre volte venerdì. Ma a essere finito nel mirino iraniano è stato anche il quartiere generale del Servizio di intelligence dell’Iraq, colpevole di collaborare con i consiglieri americani. Negli Emirati Arabi Uniti sono stati intercettati tre missili e otto droni lanciati dall’Iran. Irib ha rivelato che sono state attaccate le basi militari di Al-Minhad negli Emirati e di Ali Al Salem in Kuwait, ma non ci sono conferme ufficiali. Le difese aeree sono state attivate anche in Arabia Saudita e in Bahrain.
Sull’altro fronte del conflitto, quello libanese, le Idf hanno reso noto nella mattinata di aver ucciso quattro terroristi di Hezbollah «durante un’operazione di terra nel Libano meridionale». Ciò si aggiunge agli attacchi condotti a Beirut «contro obiettivi dell’organizzazione terroristica». Nel pomeriggio Hezbollah ha riferito che i suoi combattenti si sono scontrati per quattro ore con le forze israeliane «nella città di Khiam».
Continua a leggereRiduci
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci