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2019-01-16
Ora Juncker fa finta di ravvedersi: «L’austerità è stata avventata»
Ansa
Un breve sprazzo di lucidità, una pausa della celebre «sciatica», o una furba messinscena per simulare un'autocritica e salvare il salvabile da qui alle elezioni europee del 26 maggio?
Dubbi legittimi: sta di fatto che il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha pronunciato ieri parole attese da anni. E lo ha fatto trasformando quello che doveva essere un momento letteralmente eurolirico (una sessione parlamentare a Strasburgo per celebrare i 20 anni dell'euro) in un mea culpa.
«Non siamo stati abbastanza solidali con la Grecia durante la crisi», ha detto il lussemburghese. Che poi ha aggiunto, facendo esplicito riferimento alle accuse rivolte a suo tempo ad Atene: «Abbiamo insultato i greci».
Più avanti Juncker ha continuato a cospargersi il capo di cenere, allargando la prospettiva: nel periodo della crisi, «c'è stata un'austerità avventata, ma non perché volessimo sanzionare chi lavora e chi è disoccupato: le riforme strutturali restano essenziali». «Mi addoloro di aver dato troppa importanza all'influenza del Fondo monetario internazionale. All'inizio della crisi, molti di noi pensavano che l'Europa avrebbe potuto resistere all'influenza del Fmi. Se la California è in difficoltà, gli Usa non si rivolgono al Fondo monetario internazionale e noi avremmo dovuto fare altrettanto». Non c'è dubbio: la notizia c'è tutta. Stando alla pura e semplice lettura dei virgolettati, si tratta di una clamorosa uscita da una sorta di improprio «negazionismo» in voga a Bruxelles per anni: la tesi secondo cui non c'era nessun problema, anzi ci voleva più Europa, più integrazione, più potere alla Commissione.
Davanti a queste frasi, però, gli osservatori più attenti mantengono un dubbio di fondo, e formulano tre possibili spiegazioni.
Il dubbio di fondo nasce dal fatto che, al di là del rammarico più o meno retorico, Juncker non ha sconfessato le operazioni (queste sì, antidemocratiche) che hanno portato nel 2011 alla defenestrazione di due governi legittimi, sostituiti da due giunte tecnocratiche gradite a Bruxelles: quella guidata da Mario Monti in Italia (Luigi Di Maio ha reagito parlando di «lacrime di coccodrillo» che «non mi commuovono»), e quella capitanata dall'ex vicepresidente della Banca centrale europea Lucas Papademos in Grecia.
Veniamo alle spiegazioni della virata tattica del lussemburghese. La prima ipotesi è che Juncker si sia effettivamente reso conto di quanto la recessione stia bussando alla porta dell'intera Eurozona. Inutile girarci intorno: tra Germania, Francia, Italia, qualcuno è già in recessione tecnica (due trimestri consecutivi negativi) e qualcun altro ci sarà presto. Le tensioni commerciali tra Pechino e Washington (con un'incertezza che si trascinerà almeno fino a marzo) daranno un altro contributo non positivo. E la stessa fine del Qe, con la Bce che si è riservata di valutare eventuali altri interventi, lascia un ulteriore spazio di sospensione e incertezza. Dunque Juncker compie un primo passo per correggere, se non le politiche, quanto meno la «narrazione» di Bruxelles.
La seconda spiegazione, complementare rispetto alla prima, è che il lussemburghese abbia «aperto la campagna elettorale» della maggioranza (Ppe-Pse) uscente a Bruxelles. Juncker capisce che l'avanzata sovranista può essere forte, che la tenuta dell'asse tradizionale è per lo meno incerta, e in qualche misura cerca di contendere il terreno agli euroscettici. Un drastico cambio del «racconto», come a dire: «Anche noi vogliamo cambiare in Europa, non solo i sovranisti e gli eurocritici».
La terza spiegazione è il timore che qualcuno (La Verità lo suggerisce da almeno un semestre) si dedichi a un confronto tra le scelte dell'Ue e quelle dell'amministrazione Trump negli Usa. Donald Trump, da grande eterodosso, ha rotto tutti gli schemi, mettendo in campo una terapia-choc metà liberista (1.500 miliardi di dollari di tasse in meno), metà keynesiana (1.500 miliardi di investimenti in più), con contorno di una massiccia deregolamentazione pro imprese.
Risultato? Crescita in Usa oltre il 3%, consumi ai massimi, disoccupazione ai minimi da 50 anni (dal 1969!), salari in ascesa perfino per i lavoratori meno qualificati, e i diversi settori che si contendono le persone per assumerle, non di rado non trovandone a sufficienza.
In Europa, invece, nulla di tutto questo. Né megatagli di tasse né megapiani di investimenti. Nessuna scossa anticrisi, nessuna frustata pro crescita. Solo la manutenzione degli zero virgola e dei parametri di Bruxelles: addirittura con negoziati spossanti con i singoli Paesi (si pensi alla via crucis imposta all'Italia tra settembre e dicembre) e con una propensione a scoraggiare - anziché incentivare - politiche espansive. Non solo l'Ue non è stata in grado di concepire una strategia: ma ha perfino messo i bastoni fra le ruote a chi - bene o male - cercava di elaborarla.
E allora il cerchio si chiude. Anche ammesso che il lussemburghese ieri sia stato sincero, perché mai dovrebbero essere credibili per il futuro i medici che, per un lungo passato, non hanno saputo né riconoscere né curare la malattia?
Export e Pil tedesco pietra tombale per l’economia Ue
C'era una volta la locomotiva d'Europa. Le previsioni di crescita del Pil da parte dell'istituto di statistica nazionale tedesvo, rese note ieri, confermano il pesante ridimensionamento dell'economia nel corso 2018. La frenata, per quanto attesa, non ha fatto altro che rafforzare gli interrogativi che aleggiano da tempo sopra Berlino. Tecnicamente non si tratta di recessione (che si verifica quando il Pil cala per due trimestri consecutivi), anche se per avere la cifra esatta dell'andamento del Pil nell'ultimo trimestre dell'anno bisognerà attendere febbraio.
Ciò che è certo è che la crescita registrata l'anno passato, pari all'1,5%, è la più bassa da cinque anni. Da quando nel 2014 la Germania è tornata in terreno positivo, se escludiamo il 2015, l'indice aveva sempre superato il 2% annuo. L'anno scorso il Pil era cresciuto del 2,2%, mentre nel documento programmatico di bilancio presentato a Bruxelles lo scorso mese di ottobre Berlino puntava a chiudere il 2018 con un +1,8%. Sbagliate (per eccesso) anche le cifre contenute nell'Autumn forecast pubblicato dalla Commissione a novembre, che stimavano per l'anno appena trascorso una crescita dell'1,7%. Ma ormai si è capito che quella di «cannare» le previsioni per gli euroburocrati è un'abitudine.
Gli addetti stampa di Destatis (l'equivalente dell'Istat in Germania) ce l'hanno messa tutta per indorare la pillola. L'ufficio di statistica tedesco sottolinea come quello passato sia il nono anno consecutivo di crescita, che i consumi della famiglie (+1%) e delle amministrazioni pubbliche (+1,1%) siano in ripresa, che il numero di persone occupate (44,8 milioni) abbia raggiunto il massimo storico e che le esportazioni (seppur a un ritmo più lento) abbiano dato il loro prezioso contributo. La sensazione, tuttavia, è che Berlino abbia perso lo smalto.
Va male l'industria. L'annuncio di ieri è stato preceduto dalla pubblicazione di Eurostat sulla produzione industriale dell'intera Ue. Stando agli ultimi dati, Berlino si è distinta tra i peggiori della classe. Nel mese di novembre, infatti, l'indice è calato dell'1,9% rispetto al mese precedente e del 5,1% in confronto con l'anno prima. Tuttavia, a destare maggiore preoccupazione sono i limiti strutturali dell'economia tedesca. In un contesto internazionale contrassegnato dall'instabilità e dalle tensioni dovute alla guerra dei dazi, è chiaro l'export non può reggere tutto il peso della crescita. A fronte di un surplus delle amministrazioni pubbliche pari a 59,2 miliardi di euro (1,7% del Pil), la Germania continua a essere restia nell'investire questo «tesoretto» per la realizzazione di infrastrutture pubbliche che contribuirebbero a risollevare la domanda interna.
Più volte i «cinque saggi», il gruppo di esperti che valuta le politiche del governo tedesco, ha chiesto di alleggerire il carico fiscale «prima che il Paese finisca nei guai», come ha affermato Lars Feld, direttore del Walter Eucken institut e docente all'università di Friburgo. A vacillare è la ricetta tedesca nel suo complesso.
Come raccontato ieri dalla Verità, il dato negativo della produzione industriale suggerisce che il rallentamento riguarda in maniera generalizzata le maggiori economie europee. La narrazione che assegna all'Italia il titolo di «malato d'Europa», dunque, non regge più. Oltralpe, la protesta dei gilet gialli ha solo acuito il rallentamento dell'economia già in corso. L'istituto francese di statistica, nel dicembre scorso, ha tagliato le prospettive di crescita per il 2018 all'1,5% (contro l'1,6% previsto a ottobre), anni luce dal +2,3% del 2017. L'inflazione, i cui dati sono stati diffusi ieri, nell'anno appena passato si è attestata all'1,8% (in rialzo rispetto al biennio precedente) ma gli analisti ritengono che si tratti di un fuoco di paglia e prevedono che l'indice tornerà intorno all'1% entro giugno 2019.
Segnali preoccupanti arrivano anche dalla Grecia. Nonostante la crescita del Pil appaia robusta, la Confindustria ellenica nota che il calo della disoccupazione dell'ultima anno sia dovuto in gran parte alla diffusione dei «mini jobs», ovvero impieghi part time da 500/600 euro al mese. L'anno scorso, inoltre, Atene ha mancato l'obiettivo di avanzo primario per 443 milioni di euro. Una falsa partenza proprio nell'anno che ha visto l'uscita della Grecia dal programma di aiuti, dal momento che il Paese si è impegnato a garantire un surplus del 3,5% sul Pil per i prossimi anni.
Di fronte alla brusca frenata dell'economia continentale, colpisce l'inerzia delle istituzioni europee. Come dimostra la trattativa tra la Commissione e il nostro esecutivo, Bruxelles tiene molto di più al rigore di bilancio che alla crescita. La chiusura del quantitative easing da parte della Bce, poi, lascerà esposte le economie nazionali alla volatilità dei mercati. Quale futuro ci sarà dal punto di vista economico per l'Europa è tutto da vedere.
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Mezza retromarcia del presidente della Commissione Ue: «Siamo stati poco solidali con Atene. Abbiamo dato troppa importanza all'Fmi». Il mea culpa sa di strategia per il voto di maggio.Export e Pil tedesco pietra tombale per l'economia Ue. A Berlino crescita più bassa da cinque anni. Intanto la Francia rallenta, mentre in Grecia resta il nodo della disoccupazione.Lo speciale comprende due articoli. Un breve sprazzo di lucidità, una pausa della celebre «sciatica», o una furba messinscena per simulare un'autocritica e salvare il salvabile da qui alle elezioni europee del 26 maggio?Dubbi legittimi: sta di fatto che il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha pronunciato ieri parole attese da anni. E lo ha fatto trasformando quello che doveva essere un momento letteralmente eurolirico (una sessione parlamentare a Strasburgo per celebrare i 20 anni dell'euro) in un mea culpa. «Non siamo stati abbastanza solidali con la Grecia durante la crisi», ha detto il lussemburghese. Che poi ha aggiunto, facendo esplicito riferimento alle accuse rivolte a suo tempo ad Atene: «Abbiamo insultato i greci». Più avanti Juncker ha continuato a cospargersi il capo di cenere, allargando la prospettiva: nel periodo della crisi, «c'è stata un'austerità avventata, ma non perché volessimo sanzionare chi lavora e chi è disoccupato: le riforme strutturali restano essenziali». «Mi addoloro di aver dato troppa importanza all'influenza del Fondo monetario internazionale. All'inizio della crisi, molti di noi pensavano che l'Europa avrebbe potuto resistere all'influenza del Fmi. Se la California è in difficoltà, gli Usa non si rivolgono al Fondo monetario internazionale e noi avremmo dovuto fare altrettanto». Non c'è dubbio: la notizia c'è tutta. Stando alla pura e semplice lettura dei virgolettati, si tratta di una clamorosa uscita da una sorta di improprio «negazionismo» in voga a Bruxelles per anni: la tesi secondo cui non c'era nessun problema, anzi ci voleva più Europa, più integrazione, più potere alla Commissione. Davanti a queste frasi, però, gli osservatori più attenti mantengono un dubbio di fondo, e formulano tre possibili spiegazioni. Il dubbio di fondo nasce dal fatto che, al di là del rammarico più o meno retorico, Juncker non ha sconfessato le operazioni (queste sì, antidemocratiche) che hanno portato nel 2011 alla defenestrazione di due governi legittimi, sostituiti da due giunte tecnocratiche gradite a Bruxelles: quella guidata da Mario Monti in Italia (Luigi Di Maio ha reagito parlando di «lacrime di coccodrillo» che «non mi commuovono»), e quella capitanata dall'ex vicepresidente della Banca centrale europea Lucas Papademos in Grecia. Veniamo alle spiegazioni della virata tattica del lussemburghese. La prima ipotesi è che Juncker si sia effettivamente reso conto di quanto la recessione stia bussando alla porta dell'intera Eurozona. Inutile girarci intorno: tra Germania, Francia, Italia, qualcuno è già in recessione tecnica (due trimestri consecutivi negativi) e qualcun altro ci sarà presto. Le tensioni commerciali tra Pechino e Washington (con un'incertezza che si trascinerà almeno fino a marzo) daranno un altro contributo non positivo. E la stessa fine del Qe, con la Bce che si è riservata di valutare eventuali altri interventi, lascia un ulteriore spazio di sospensione e incertezza. Dunque Juncker compie un primo passo per correggere, se non le politiche, quanto meno la «narrazione» di Bruxelles. La seconda spiegazione, complementare rispetto alla prima, è che il lussemburghese abbia «aperto la campagna elettorale» della maggioranza (Ppe-Pse) uscente a Bruxelles. Juncker capisce che l'avanzata sovranista può essere forte, che la tenuta dell'asse tradizionale è per lo meno incerta, e in qualche misura cerca di contendere il terreno agli euroscettici. Un drastico cambio del «racconto», come a dire: «Anche noi vogliamo cambiare in Europa, non solo i sovranisti e gli eurocritici». La terza spiegazione è il timore che qualcuno (La Verità lo suggerisce da almeno un semestre) si dedichi a un confronto tra le scelte dell'Ue e quelle dell'amministrazione Trump negli Usa. Donald Trump, da grande eterodosso, ha rotto tutti gli schemi, mettendo in campo una terapia-choc metà liberista (1.500 miliardi di dollari di tasse in meno), metà keynesiana (1.500 miliardi di investimenti in più), con contorno di una massiccia deregolamentazione pro imprese.Risultato? Crescita in Usa oltre il 3%, consumi ai massimi, disoccupazione ai minimi da 50 anni (dal 1969!), salari in ascesa perfino per i lavoratori meno qualificati, e i diversi settori che si contendono le persone per assumerle, non di rado non trovandone a sufficienza. In Europa, invece, nulla di tutto questo. Né megatagli di tasse né megapiani di investimenti. Nessuna scossa anticrisi, nessuna frustata pro crescita. Solo la manutenzione degli zero virgola e dei parametri di Bruxelles: addirittura con negoziati spossanti con i singoli Paesi (si pensi alla via crucis imposta all'Italia tra settembre e dicembre) e con una propensione a scoraggiare - anziché incentivare - politiche espansive. Non solo l'Ue non è stata in grado di concepire una strategia: ma ha perfino messo i bastoni fra le ruote a chi - bene o male - cercava di elaborarla. E allora il cerchio si chiude. Anche ammesso che il lussemburghese ieri sia stato sincero, perché mai dovrebbero essere credibili per il futuro i medici che, per un lungo passato, non hanno saputo né riconoscere né curare la malattia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-juncker-fa-finta-di-ravvedersi-lausterita-e-stata-avventata-2626090016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="export-e-pil-tedesco-pietra-tombale-per-leconomia-ue" data-post-id="2626090016" data-published-at="1781432981" data-use-pagination="False"> Export e Pil tedesco pietra tombale per l’economia Ue C'era una volta la locomotiva d'Europa. Le previsioni di crescita del Pil da parte dell'istituto di statistica nazionale tedesvo, rese note ieri, confermano il pesante ridimensionamento dell'economia nel corso 2018. La frenata, per quanto attesa, non ha fatto altro che rafforzare gli interrogativi che aleggiano da tempo sopra Berlino. Tecnicamente non si tratta di recessione (che si verifica quando il Pil cala per due trimestri consecutivi), anche se per avere la cifra esatta dell'andamento del Pil nell'ultimo trimestre dell'anno bisognerà attendere febbraio. Ciò che è certo è che la crescita registrata l'anno passato, pari all'1,5%, è la più bassa da cinque anni. Da quando nel 2014 la Germania è tornata in terreno positivo, se escludiamo il 2015, l'indice aveva sempre superato il 2% annuo. L'anno scorso il Pil era cresciuto del 2,2%, mentre nel documento programmatico di bilancio presentato a Bruxelles lo scorso mese di ottobre Berlino puntava a chiudere il 2018 con un +1,8%. Sbagliate (per eccesso) anche le cifre contenute nell'Autumn forecast pubblicato dalla Commissione a novembre, che stimavano per l'anno appena trascorso una crescita dell'1,7%. Ma ormai si è capito che quella di «cannare» le previsioni per gli euroburocrati è un'abitudine. Gli addetti stampa di Destatis (l'equivalente dell'Istat in Germania) ce l'hanno messa tutta per indorare la pillola. L'ufficio di statistica tedesco sottolinea come quello passato sia il nono anno consecutivo di crescita, che i consumi della famiglie (+1%) e delle amministrazioni pubbliche (+1,1%) siano in ripresa, che il numero di persone occupate (44,8 milioni) abbia raggiunto il massimo storico e che le esportazioni (seppur a un ritmo più lento) abbiano dato il loro prezioso contributo. La sensazione, tuttavia, è che Berlino abbia perso lo smalto. Va male l'industria. L'annuncio di ieri è stato preceduto dalla pubblicazione di Eurostat sulla produzione industriale dell'intera Ue. Stando agli ultimi dati, Berlino si è distinta tra i peggiori della classe. Nel mese di novembre, infatti, l'indice è calato dell'1,9% rispetto al mese precedente e del 5,1% in confronto con l'anno prima. Tuttavia, a destare maggiore preoccupazione sono i limiti strutturali dell'economia tedesca. In un contesto internazionale contrassegnato dall'instabilità e dalle tensioni dovute alla guerra dei dazi, è chiaro l'export non può reggere tutto il peso della crescita. A fronte di un surplus delle amministrazioni pubbliche pari a 59,2 miliardi di euro (1,7% del Pil), la Germania continua a essere restia nell'investire questo «tesoretto» per la realizzazione di infrastrutture pubbliche che contribuirebbero a risollevare la domanda interna. Più volte i «cinque saggi», il gruppo di esperti che valuta le politiche del governo tedesco, ha chiesto di alleggerire il carico fiscale «prima che il Paese finisca nei guai», come ha affermato Lars Feld, direttore del Walter Eucken institut e docente all'università di Friburgo. A vacillare è la ricetta tedesca nel suo complesso. Come raccontato ieri dalla Verità, il dato negativo della produzione industriale suggerisce che il rallentamento riguarda in maniera generalizzata le maggiori economie europee. La narrazione che assegna all'Italia il titolo di «malato d'Europa», dunque, non regge più. Oltralpe, la protesta dei gilet gialli ha solo acuito il rallentamento dell'economia già in corso. L'istituto francese di statistica, nel dicembre scorso, ha tagliato le prospettive di crescita per il 2018 all'1,5% (contro l'1,6% previsto a ottobre), anni luce dal +2,3% del 2017. L'inflazione, i cui dati sono stati diffusi ieri, nell'anno appena passato si è attestata all'1,8% (in rialzo rispetto al biennio precedente) ma gli analisti ritengono che si tratti di un fuoco di paglia e prevedono che l'indice tornerà intorno all'1% entro giugno 2019. Segnali preoccupanti arrivano anche dalla Grecia. Nonostante la crescita del Pil appaia robusta, la Confindustria ellenica nota che il calo della disoccupazione dell'ultima anno sia dovuto in gran parte alla diffusione dei «mini jobs», ovvero impieghi part time da 500/600 euro al mese. L'anno scorso, inoltre, Atene ha mancato l'obiettivo di avanzo primario per 443 milioni di euro. Una falsa partenza proprio nell'anno che ha visto l'uscita della Grecia dal programma di aiuti, dal momento che il Paese si è impegnato a garantire un surplus del 3,5% sul Pil per i prossimi anni. Di fronte alla brusca frenata dell'economia continentale, colpisce l'inerzia delle istituzioni europee. Come dimostra la trattativa tra la Commissione e il nostro esecutivo, Bruxelles tiene molto di più al rigore di bilancio che alla crescita. La chiusura del quantitative easing da parte della Bce, poi, lascerà esposte le economie nazionali alla volatilità dei mercati. Quale futuro ci sarà dal punto di vista economico per l'Europa è tutto da vedere.
iStock
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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