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2020-10-28
Ora che è già partita la seconda ondata arriva la task force per il tracciamento
A.Masiello/Getty Images
In due giorni quasi 50.000 giovani hanno risposto al bando pubblicato sul sito della Protezione civile che cercava 2.000 addetti da coinvolgere nell'attività di tracciamento dei contatti dei positivi al Covid-19 (contact tracing). Una buona notizia, ma che arriva puntualmente in ritardo, visto che di tracciamento e isolamento dei positivi si parla da marzo e che da agosto giace, inascoltato, al ministero, almeno un piano per la gestione degli asintomatici, vero nodo nevralgico nella diffusione del virus.
Lascia alquanto perplessi inoltre il numero di persone richieste per un'azione così capillare come raggiungere e monitorare ogni contatto di un positivo. Davvero in tutta Italia, con l'impennata di positivi, ci mancano solo 2.000 operatori? Il ministero degli Affari regionali infatti cercava 1.500 unità tra personale medico e sanitario e 500 addetti all'attività amministrativa da impiegare, su base territoriale, per rafforzare l'attività di ricerca e gestione dei contatti dei casi positivi. Si sono presentati 48.736 candidati giovani e studenti: 9.282 medici, 2.717 infermieri, 1.982 assistenti, 8.210 studenti e 26.545 amministrativi. In una nota il ministero ha elogiato la «risposta importante» e «il senso di responsabilità e partecipazione collettiva nell'affrontare l'emergenza» e ha ringraziato i candidati: medici abilitati e studenti degli ultimi anni delle lauree triennali in infermieristica e assistenza sanitaria.
Ora le Regioni provvederanno a fare le liste per le assunzioni, ma le polemiche non mancano. «È sconfortante apprendere quanto sta accadendo in seno al dipartimento della Protezione civile», dice Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing up, secondo cui, nel ricercare studenti non ancora abilitati «si mette una toppa alla più volte denunciata e pericolosa carenza di personale nel Ssn». Tardi arriva questa ennesima pezza per contenere l'epidemia. Questi 2.000 operatori infatti non sono inseriti in un piano definito da stanziamenti economici, risorse e tempi. Senza una strategia, come dicono gli esperti, ci troviamo a rincorrere il virus, ma in questo modo non si doma l'onda dei contagi, piuttosto si rischia di esserne travolti. Tra due settimane, se la curva dei positivi si abbasserà, per non farla risalire sarà fondamentale il lavoro di tracciamento. In una situazione territoriale già disorganizzata, con solo 2.000 persone in più in tutta Italia, ci si domanda se si potrà davvero contattare i possibili contagiati e monitorare le loro condizioni di salute.
Certo, non manca la buona volontà (a pagamento) nemmeno nei medici di medicina generale e pediatri del territorio. Il progetto per i tamponi rapidi direttamente dal medico di famiglia e dal pediatra è in fase di firma. Ministero della Salute e sindacati dei medici starebbero infatti definendo l'intesa che stabilisce come, per tutta la durata dell'emergenza Covid, si occuperanno di effettuare tamponi rapidi o altro test di sovrapponibile capacità diagnostica prevedendo l'accesso dei pazienti su prenotazione e previo triage telefonico. L'accordo, che dovrebbe alleggerire l'accesso ai pronto soccorso, presi d'assalto in questi giorni, prevede una remunerazione media di 15 euro. Medici di famiglia e pediatri riceveranno 12 euro se il tampone rapido antigenico viene effettuato al di fuori dallo studio (ad esempio nelle Case della salute, in locali predisposti dalle Asl, nei tendoni della Protezione civile, eccetera), mentre avranno 18 euro se il test viene eseguito nello studio del medico o del pediatra, adeguatamente organizzato. È prevista anche la possibilità di fare i test presso il domicilio del paziente. Per remunerare i medici il ministero della Salute ha garantito che, molto probabilmente nel decreto Ristori, saranno stanziati 30 milioni di euro fino al 31 dicembre 2020. Si stimano quindi circa 2 milioni i tamponi rapidi a disposizione dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta.
La fornitura, ancora una volta, sarà affidata al commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. La via comunque non è rapida per l'attuazione di questo ennesimo tentativo del governo di tamponare l'emergenza che, a differenza di marzo, era attesa. Una volta raggiunto l'accordo con i sindacati, la palla passerà nuovamente al Comitato di settore, quindi alla Corte dei conti e in Stato-Regioni dovrebbe esserci il via libera definitivo. Ottimisticamente l'intenzione è di terminare l'iter direttamente questa settimana in modo che già dai primi di novembre i medici di medicina generale e i pediatri possano fare i test. Nell'accordo si amplierebbe ai medici la possibilità di fare la diagnostica di primo livello, prevista dalla scorsa legge di Bilancio in cui furono stanziati 235 milioni. A curare l'acquisto delle apparecchiature come ecografi, dispositivi per l'elettrocardiogramma, holter, spirometro, eccetera, sarà come detto Arcuri, sperando che stavolta ci sia una gestione migliore di quanto fatto con mascherine e banchi a rotelle.
Rischio proteste e caos sanitario. Il Colle vuole schierare l’esercito
È incominciato con un ringraziamento alle Forze armate impegnate nell'affrontare l'emergenza sanitaria, il Consiglio supremo di Difesa convocato ieri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Si tratta di un messaggio chiaro di riconoscenza, che il Consiglio ha rivolto «a tutte le articolazioni della Difesa, che stanno fornendo il loro prezioso contributo, con assetti sanitari, logistici e operativi, alla risposta nazionale alla pandemia da Covid-19». Poi è stato fatto anche un punto della «situazione sulle principali aree di instabilità e sulla presenza delle Forze armate nei diversi teatri operativi». Come anticipato dalla Verità, infatti, lo sforzo dei nostri militari aumenterà nelle prossime settimane, sia per garantire l'ordine pubblico sia per aiutare le strutture sanitarie nel tracciamento dei malati di Covid-19.
Sul primo punto - come evitare il divampare delle proteste nelle principali città italiane contro i decreti del governo - se ne saprà di più oggi pomeriggio, dal momento che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha convocato «il comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica». Parteciperà anche il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, segnale evidente che le nostre Forze armate saranno impegnate sul territorio in appoggio alle altre.
Non è detto che possano essere varati nuovi provvedimenti, come per esempio un rafforzamento dell'operazione Strade sicure. Per l'aiuto alle strutture sanitarie partirà invece nel fine settimana l'operazione Igea, che potrà garantire almeno 30.000 tamponi al giorno alla popolazione, grazie sempre allo sforzo dei nostri militari.
Del resto, come scrive il Colle nella nota al termine del comitato, «l'emergenza sanitaria ha prodotto una crisi globale con conseguenze di natura sociale ed economica che rischiano di accentuare la conflittualità in diverse aree del mondo». Per il Quirinale, «è indispensabile in questa fase un rilancio del multilateralismo, della solidarietà e della cooperazione in tutti i campi». Anche perché «il terrorismo transnazionale resta una minaccia, soprattutto nelle aree più fragili. La criticità dell'attuale situazione impone di non abbassare la guardia e di continuare a contribuire con decisione alle iniziative tese a contrastare il fenomeno».
Particolare attenzione da parte del comitato è stata data anche alla situazione del Mediterraneo orientale e della Libia, in particolare dopo l'avanzata della Turchia. «Il Consiglio ha auspicato il rispetto delle convenzioni internazionali e un'azione coordinata volta a scongiurare i rischi di escalation, al fine di garantire la stabilità di un'area strategica per gli interessi nazionali». Si auspica poi uno sforzo congiunto sotto l'egida dell'Onu per risolvere la situazione libica. Viene espressa vicinanza al popolo del Libano e si conferma che «la Nato e l'Unione europea restano i pilastri della politica di sicurezza e di difesa nazionale. L'Italia è impegnata con convinzione nel preservare e rinnovare la valenza delle due istituzioni, fondamentali per la pace e la prosperità dei popoli. In un contesto reso più instabile dagli effetti della pandemia, la saldezza di questi organismi costituisce un punto di riferimento per il rilancio dei Paesi membri».
Particolarmente importante poi il finale della nota del Colle, dove si fa riferimento alla «necessità di effettuare una verifica della legge 244/2012 “Revisione dello strumento militare nazionale", al fine di individuare eventuali correttivi in relazione al mutato contesto di riferimento, e di procedere al completamento del processo di riforma della Difesa in senso unitario e interforze, in linea con i dettami della legge 25/1997». La legge del 2012 prevedeva entro il 2024 «una riduzione generale a 150.000 unità di personale militare delle tre Forze armate (Esercito, Marina militare ed Aeronautica militare) dalle attuali 190.000 unità».
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Al bando della Protezione civile rispondono in 50.000, ma ormai è tardi. I medici di base si fanno pagare per effettuare i tamponi.Sergio Mattarella preoccupato per l'ordine pubblico convoca il Consiglio supremo di Difesa.Lo speciale contiene due articoli.In due giorni quasi 50.000 giovani hanno risposto al bando pubblicato sul sito della Protezione civile che cercava 2.000 addetti da coinvolgere nell'attività di tracciamento dei contatti dei positivi al Covid-19 (contact tracing). Una buona notizia, ma che arriva puntualmente in ritardo, visto che di tracciamento e isolamento dei positivi si parla da marzo e che da agosto giace, inascoltato, al ministero, almeno un piano per la gestione degli asintomatici, vero nodo nevralgico nella diffusione del virus. Lascia alquanto perplessi inoltre il numero di persone richieste per un'azione così capillare come raggiungere e monitorare ogni contatto di un positivo. Davvero in tutta Italia, con l'impennata di positivi, ci mancano solo 2.000 operatori? Il ministero degli Affari regionali infatti cercava 1.500 unità tra personale medico e sanitario e 500 addetti all'attività amministrativa da impiegare, su base territoriale, per rafforzare l'attività di ricerca e gestione dei contatti dei casi positivi. Si sono presentati 48.736 candidati giovani e studenti: 9.282 medici, 2.717 infermieri, 1.982 assistenti, 8.210 studenti e 26.545 amministrativi. In una nota il ministero ha elogiato la «risposta importante» e «il senso di responsabilità e partecipazione collettiva nell'affrontare l'emergenza» e ha ringraziato i candidati: medici abilitati e studenti degli ultimi anni delle lauree triennali in infermieristica e assistenza sanitaria. Ora le Regioni provvederanno a fare le liste per le assunzioni, ma le polemiche non mancano. «È sconfortante apprendere quanto sta accadendo in seno al dipartimento della Protezione civile», dice Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing up, secondo cui, nel ricercare studenti non ancora abilitati «si mette una toppa alla più volte denunciata e pericolosa carenza di personale nel Ssn». Tardi arriva questa ennesima pezza per contenere l'epidemia. Questi 2.000 operatori infatti non sono inseriti in un piano definito da stanziamenti economici, risorse e tempi. Senza una strategia, come dicono gli esperti, ci troviamo a rincorrere il virus, ma in questo modo non si doma l'onda dei contagi, piuttosto si rischia di esserne travolti. Tra due settimane, se la curva dei positivi si abbasserà, per non farla risalire sarà fondamentale il lavoro di tracciamento. In una situazione territoriale già disorganizzata, con solo 2.000 persone in più in tutta Italia, ci si domanda se si potrà davvero contattare i possibili contagiati e monitorare le loro condizioni di salute. Certo, non manca la buona volontà (a pagamento) nemmeno nei medici di medicina generale e pediatri del territorio. Il progetto per i tamponi rapidi direttamente dal medico di famiglia e dal pediatra è in fase di firma. Ministero della Salute e sindacati dei medici starebbero infatti definendo l'intesa che stabilisce come, per tutta la durata dell'emergenza Covid, si occuperanno di effettuare tamponi rapidi o altro test di sovrapponibile capacità diagnostica prevedendo l'accesso dei pazienti su prenotazione e previo triage telefonico. L'accordo, che dovrebbe alleggerire l'accesso ai pronto soccorso, presi d'assalto in questi giorni, prevede una remunerazione media di 15 euro. Medici di famiglia e pediatri riceveranno 12 euro se il tampone rapido antigenico viene effettuato al di fuori dallo studio (ad esempio nelle Case della salute, in locali predisposti dalle Asl, nei tendoni della Protezione civile, eccetera), mentre avranno 18 euro se il test viene eseguito nello studio del medico o del pediatra, adeguatamente organizzato. È prevista anche la possibilità di fare i test presso il domicilio del paziente. Per remunerare i medici il ministero della Salute ha garantito che, molto probabilmente nel decreto Ristori, saranno stanziati 30 milioni di euro fino al 31 dicembre 2020. Si stimano quindi circa 2 milioni i tamponi rapidi a disposizione dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. La fornitura, ancora una volta, sarà affidata al commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. La via comunque non è rapida per l'attuazione di questo ennesimo tentativo del governo di tamponare l'emergenza che, a differenza di marzo, era attesa. Una volta raggiunto l'accordo con i sindacati, la palla passerà nuovamente al Comitato di settore, quindi alla Corte dei conti e in Stato-Regioni dovrebbe esserci il via libera definitivo. Ottimisticamente l'intenzione è di terminare l'iter direttamente questa settimana in modo che già dai primi di novembre i medici di medicina generale e i pediatri possano fare i test. Nell'accordo si amplierebbe ai medici la possibilità di fare la diagnostica di primo livello, prevista dalla scorsa legge di Bilancio in cui furono stanziati 235 milioni. A curare l'acquisto delle apparecchiature come ecografi, dispositivi per l'elettrocardiogramma, holter, spirometro, eccetera, sarà come detto Arcuri, sperando che stavolta ci sia una gestione migliore di quanto fatto con mascherine e banchi a rotelle.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-che-e-gia-partita-la-seconda-ondata-arriva-la-task-force-per-il-tracciamento-2648523826.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rischio-proteste-e-caos-sanitario-il-colle-vuole-schierare-lesercito" data-post-id="2648523826" data-published-at="1603850114" data-use-pagination="False"> Rischio proteste e caos sanitario. Il Colle vuole schierare l’esercito È incominciato con un ringraziamento alle Forze armate impegnate nell'affrontare l'emergenza sanitaria, il Consiglio supremo di Difesa convocato ieri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Si tratta di un messaggio chiaro di riconoscenza, che il Consiglio ha rivolto «a tutte le articolazioni della Difesa, che stanno fornendo il loro prezioso contributo, con assetti sanitari, logistici e operativi, alla risposta nazionale alla pandemia da Covid-19». Poi è stato fatto anche un punto della «situazione sulle principali aree di instabilità e sulla presenza delle Forze armate nei diversi teatri operativi». Come anticipato dalla Verità, infatti, lo sforzo dei nostri militari aumenterà nelle prossime settimane, sia per garantire l'ordine pubblico sia per aiutare le strutture sanitarie nel tracciamento dei malati di Covid-19. Sul primo punto - come evitare il divampare delle proteste nelle principali città italiane contro i decreti del governo - se ne saprà di più oggi pomeriggio, dal momento che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha convocato «il comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica». Parteciperà anche il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, segnale evidente che le nostre Forze armate saranno impegnate sul territorio in appoggio alle altre. Non è detto che possano essere varati nuovi provvedimenti, come per esempio un rafforzamento dell'operazione Strade sicure. Per l'aiuto alle strutture sanitarie partirà invece nel fine settimana l'operazione Igea, che potrà garantire almeno 30.000 tamponi al giorno alla popolazione, grazie sempre allo sforzo dei nostri militari. Del resto, come scrive il Colle nella nota al termine del comitato, «l'emergenza sanitaria ha prodotto una crisi globale con conseguenze di natura sociale ed economica che rischiano di accentuare la conflittualità in diverse aree del mondo». Per il Quirinale, «è indispensabile in questa fase un rilancio del multilateralismo, della solidarietà e della cooperazione in tutti i campi». Anche perché «il terrorismo transnazionale resta una minaccia, soprattutto nelle aree più fragili. La criticità dell'attuale situazione impone di non abbassare la guardia e di continuare a contribuire con decisione alle iniziative tese a contrastare il fenomeno». Particolare attenzione da parte del comitato è stata data anche alla situazione del Mediterraneo orientale e della Libia, in particolare dopo l'avanzata della Turchia. «Il Consiglio ha auspicato il rispetto delle convenzioni internazionali e un'azione coordinata volta a scongiurare i rischi di escalation, al fine di garantire la stabilità di un'area strategica per gli interessi nazionali». Si auspica poi uno sforzo congiunto sotto l'egida dell'Onu per risolvere la situazione libica. Viene espressa vicinanza al popolo del Libano e si conferma che «la Nato e l'Unione europea restano i pilastri della politica di sicurezza e di difesa nazionale. L'Italia è impegnata con convinzione nel preservare e rinnovare la valenza delle due istituzioni, fondamentali per la pace e la prosperità dei popoli. In un contesto reso più instabile dagli effetti della pandemia, la saldezza di questi organismi costituisce un punto di riferimento per il rilancio dei Paesi membri». Particolarmente importante poi il finale della nota del Colle, dove si fa riferimento alla «necessità di effettuare una verifica della legge 244/2012 “Revisione dello strumento militare nazionale", al fine di individuare eventuali correttivi in relazione al mutato contesto di riferimento, e di procedere al completamento del processo di riforma della Difesa in senso unitario e interforze, in linea con i dettami della legge 25/1997». La legge del 2012 prevedeva entro il 2024 «una riduzione generale a 150.000 unità di personale militare delle tre Forze armate (Esercito, Marina militare ed Aeronautica militare) dalle attuali 190.000 unità».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara