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2020-10-28
Ora che è già partita la seconda ondata arriva la task force per il tracciamento
A.Masiello/Getty Images
In due giorni quasi 50.000 giovani hanno risposto al bando pubblicato sul sito della Protezione civile che cercava 2.000 addetti da coinvolgere nell'attività di tracciamento dei contatti dei positivi al Covid-19 (contact tracing). Una buona notizia, ma che arriva puntualmente in ritardo, visto che di tracciamento e isolamento dei positivi si parla da marzo e che da agosto giace, inascoltato, al ministero, almeno un piano per la gestione degli asintomatici, vero nodo nevralgico nella diffusione del virus.
Lascia alquanto perplessi inoltre il numero di persone richieste per un'azione così capillare come raggiungere e monitorare ogni contatto di un positivo. Davvero in tutta Italia, con l'impennata di positivi, ci mancano solo 2.000 operatori? Il ministero degli Affari regionali infatti cercava 1.500 unità tra personale medico e sanitario e 500 addetti all'attività amministrativa da impiegare, su base territoriale, per rafforzare l'attività di ricerca e gestione dei contatti dei casi positivi. Si sono presentati 48.736 candidati giovani e studenti: 9.282 medici, 2.717 infermieri, 1.982 assistenti, 8.210 studenti e 26.545 amministrativi. In una nota il ministero ha elogiato la «risposta importante» e «il senso di responsabilità e partecipazione collettiva nell'affrontare l'emergenza» e ha ringraziato i candidati: medici abilitati e studenti degli ultimi anni delle lauree triennali in infermieristica e assistenza sanitaria.
Ora le Regioni provvederanno a fare le liste per le assunzioni, ma le polemiche non mancano. «È sconfortante apprendere quanto sta accadendo in seno al dipartimento della Protezione civile», dice Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing up, secondo cui, nel ricercare studenti non ancora abilitati «si mette una toppa alla più volte denunciata e pericolosa carenza di personale nel Ssn». Tardi arriva questa ennesima pezza per contenere l'epidemia. Questi 2.000 operatori infatti non sono inseriti in un piano definito da stanziamenti economici, risorse e tempi. Senza una strategia, come dicono gli esperti, ci troviamo a rincorrere il virus, ma in questo modo non si doma l'onda dei contagi, piuttosto si rischia di esserne travolti. Tra due settimane, se la curva dei positivi si abbasserà, per non farla risalire sarà fondamentale il lavoro di tracciamento. In una situazione territoriale già disorganizzata, con solo 2.000 persone in più in tutta Italia, ci si domanda se si potrà davvero contattare i possibili contagiati e monitorare le loro condizioni di salute.
Certo, non manca la buona volontà (a pagamento) nemmeno nei medici di medicina generale e pediatri del territorio. Il progetto per i tamponi rapidi direttamente dal medico di famiglia e dal pediatra è in fase di firma. Ministero della Salute e sindacati dei medici starebbero infatti definendo l'intesa che stabilisce come, per tutta la durata dell'emergenza Covid, si occuperanno di effettuare tamponi rapidi o altro test di sovrapponibile capacità diagnostica prevedendo l'accesso dei pazienti su prenotazione e previo triage telefonico. L'accordo, che dovrebbe alleggerire l'accesso ai pronto soccorso, presi d'assalto in questi giorni, prevede una remunerazione media di 15 euro. Medici di famiglia e pediatri riceveranno 12 euro se il tampone rapido antigenico viene effettuato al di fuori dallo studio (ad esempio nelle Case della salute, in locali predisposti dalle Asl, nei tendoni della Protezione civile, eccetera), mentre avranno 18 euro se il test viene eseguito nello studio del medico o del pediatra, adeguatamente organizzato. È prevista anche la possibilità di fare i test presso il domicilio del paziente. Per remunerare i medici il ministero della Salute ha garantito che, molto probabilmente nel decreto Ristori, saranno stanziati 30 milioni di euro fino al 31 dicembre 2020. Si stimano quindi circa 2 milioni i tamponi rapidi a disposizione dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta.
La fornitura, ancora una volta, sarà affidata al commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. La via comunque non è rapida per l'attuazione di questo ennesimo tentativo del governo di tamponare l'emergenza che, a differenza di marzo, era attesa. Una volta raggiunto l'accordo con i sindacati, la palla passerà nuovamente al Comitato di settore, quindi alla Corte dei conti e in Stato-Regioni dovrebbe esserci il via libera definitivo. Ottimisticamente l'intenzione è di terminare l'iter direttamente questa settimana in modo che già dai primi di novembre i medici di medicina generale e i pediatri possano fare i test. Nell'accordo si amplierebbe ai medici la possibilità di fare la diagnostica di primo livello, prevista dalla scorsa legge di Bilancio in cui furono stanziati 235 milioni. A curare l'acquisto delle apparecchiature come ecografi, dispositivi per l'elettrocardiogramma, holter, spirometro, eccetera, sarà come detto Arcuri, sperando che stavolta ci sia una gestione migliore di quanto fatto con mascherine e banchi a rotelle.
Rischio proteste e caos sanitario. Il Colle vuole schierare l’esercito
È incominciato con un ringraziamento alle Forze armate impegnate nell'affrontare l'emergenza sanitaria, il Consiglio supremo di Difesa convocato ieri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Si tratta di un messaggio chiaro di riconoscenza, che il Consiglio ha rivolto «a tutte le articolazioni della Difesa, che stanno fornendo il loro prezioso contributo, con assetti sanitari, logistici e operativi, alla risposta nazionale alla pandemia da Covid-19». Poi è stato fatto anche un punto della «situazione sulle principali aree di instabilità e sulla presenza delle Forze armate nei diversi teatri operativi». Come anticipato dalla Verità, infatti, lo sforzo dei nostri militari aumenterà nelle prossime settimane, sia per garantire l'ordine pubblico sia per aiutare le strutture sanitarie nel tracciamento dei malati di Covid-19.
Sul primo punto - come evitare il divampare delle proteste nelle principali città italiane contro i decreti del governo - se ne saprà di più oggi pomeriggio, dal momento che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha convocato «il comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica». Parteciperà anche il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, segnale evidente che le nostre Forze armate saranno impegnate sul territorio in appoggio alle altre.
Non è detto che possano essere varati nuovi provvedimenti, come per esempio un rafforzamento dell'operazione Strade sicure. Per l'aiuto alle strutture sanitarie partirà invece nel fine settimana l'operazione Igea, che potrà garantire almeno 30.000 tamponi al giorno alla popolazione, grazie sempre allo sforzo dei nostri militari.
Del resto, come scrive il Colle nella nota al termine del comitato, «l'emergenza sanitaria ha prodotto una crisi globale con conseguenze di natura sociale ed economica che rischiano di accentuare la conflittualità in diverse aree del mondo». Per il Quirinale, «è indispensabile in questa fase un rilancio del multilateralismo, della solidarietà e della cooperazione in tutti i campi». Anche perché «il terrorismo transnazionale resta una minaccia, soprattutto nelle aree più fragili. La criticità dell'attuale situazione impone di non abbassare la guardia e di continuare a contribuire con decisione alle iniziative tese a contrastare il fenomeno».
Particolare attenzione da parte del comitato è stata data anche alla situazione del Mediterraneo orientale e della Libia, in particolare dopo l'avanzata della Turchia. «Il Consiglio ha auspicato il rispetto delle convenzioni internazionali e un'azione coordinata volta a scongiurare i rischi di escalation, al fine di garantire la stabilità di un'area strategica per gli interessi nazionali». Si auspica poi uno sforzo congiunto sotto l'egida dell'Onu per risolvere la situazione libica. Viene espressa vicinanza al popolo del Libano e si conferma che «la Nato e l'Unione europea restano i pilastri della politica di sicurezza e di difesa nazionale. L'Italia è impegnata con convinzione nel preservare e rinnovare la valenza delle due istituzioni, fondamentali per la pace e la prosperità dei popoli. In un contesto reso più instabile dagli effetti della pandemia, la saldezza di questi organismi costituisce un punto di riferimento per il rilancio dei Paesi membri».
Particolarmente importante poi il finale della nota del Colle, dove si fa riferimento alla «necessità di effettuare una verifica della legge 244/2012 “Revisione dello strumento militare nazionale", al fine di individuare eventuali correttivi in relazione al mutato contesto di riferimento, e di procedere al completamento del processo di riforma della Difesa in senso unitario e interforze, in linea con i dettami della legge 25/1997». La legge del 2012 prevedeva entro il 2024 «una riduzione generale a 150.000 unità di personale militare delle tre Forze armate (Esercito, Marina militare ed Aeronautica militare) dalle attuali 190.000 unità».
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Al bando della Protezione civile rispondono in 50.000, ma ormai è tardi. I medici di base si fanno pagare per effettuare i tamponi.Sergio Mattarella preoccupato per l'ordine pubblico convoca il Consiglio supremo di Difesa.Lo speciale contiene due articoli.In due giorni quasi 50.000 giovani hanno risposto al bando pubblicato sul sito della Protezione civile che cercava 2.000 addetti da coinvolgere nell'attività di tracciamento dei contatti dei positivi al Covid-19 (contact tracing). Una buona notizia, ma che arriva puntualmente in ritardo, visto che di tracciamento e isolamento dei positivi si parla da marzo e che da agosto giace, inascoltato, al ministero, almeno un piano per la gestione degli asintomatici, vero nodo nevralgico nella diffusione del virus. Lascia alquanto perplessi inoltre il numero di persone richieste per un'azione così capillare come raggiungere e monitorare ogni contatto di un positivo. Davvero in tutta Italia, con l'impennata di positivi, ci mancano solo 2.000 operatori? Il ministero degli Affari regionali infatti cercava 1.500 unità tra personale medico e sanitario e 500 addetti all'attività amministrativa da impiegare, su base territoriale, per rafforzare l'attività di ricerca e gestione dei contatti dei casi positivi. Si sono presentati 48.736 candidati giovani e studenti: 9.282 medici, 2.717 infermieri, 1.982 assistenti, 8.210 studenti e 26.545 amministrativi. In una nota il ministero ha elogiato la «risposta importante» e «il senso di responsabilità e partecipazione collettiva nell'affrontare l'emergenza» e ha ringraziato i candidati: medici abilitati e studenti degli ultimi anni delle lauree triennali in infermieristica e assistenza sanitaria. Ora le Regioni provvederanno a fare le liste per le assunzioni, ma le polemiche non mancano. «È sconfortante apprendere quanto sta accadendo in seno al dipartimento della Protezione civile», dice Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing up, secondo cui, nel ricercare studenti non ancora abilitati «si mette una toppa alla più volte denunciata e pericolosa carenza di personale nel Ssn». Tardi arriva questa ennesima pezza per contenere l'epidemia. Questi 2.000 operatori infatti non sono inseriti in un piano definito da stanziamenti economici, risorse e tempi. Senza una strategia, come dicono gli esperti, ci troviamo a rincorrere il virus, ma in questo modo non si doma l'onda dei contagi, piuttosto si rischia di esserne travolti. Tra due settimane, se la curva dei positivi si abbasserà, per non farla risalire sarà fondamentale il lavoro di tracciamento. In una situazione territoriale già disorganizzata, con solo 2.000 persone in più in tutta Italia, ci si domanda se si potrà davvero contattare i possibili contagiati e monitorare le loro condizioni di salute. Certo, non manca la buona volontà (a pagamento) nemmeno nei medici di medicina generale e pediatri del territorio. Il progetto per i tamponi rapidi direttamente dal medico di famiglia e dal pediatra è in fase di firma. Ministero della Salute e sindacati dei medici starebbero infatti definendo l'intesa che stabilisce come, per tutta la durata dell'emergenza Covid, si occuperanno di effettuare tamponi rapidi o altro test di sovrapponibile capacità diagnostica prevedendo l'accesso dei pazienti su prenotazione e previo triage telefonico. L'accordo, che dovrebbe alleggerire l'accesso ai pronto soccorso, presi d'assalto in questi giorni, prevede una remunerazione media di 15 euro. Medici di famiglia e pediatri riceveranno 12 euro se il tampone rapido antigenico viene effettuato al di fuori dallo studio (ad esempio nelle Case della salute, in locali predisposti dalle Asl, nei tendoni della Protezione civile, eccetera), mentre avranno 18 euro se il test viene eseguito nello studio del medico o del pediatra, adeguatamente organizzato. È prevista anche la possibilità di fare i test presso il domicilio del paziente. Per remunerare i medici il ministero della Salute ha garantito che, molto probabilmente nel decreto Ristori, saranno stanziati 30 milioni di euro fino al 31 dicembre 2020. Si stimano quindi circa 2 milioni i tamponi rapidi a disposizione dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. La fornitura, ancora una volta, sarà affidata al commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. La via comunque non è rapida per l'attuazione di questo ennesimo tentativo del governo di tamponare l'emergenza che, a differenza di marzo, era attesa. Una volta raggiunto l'accordo con i sindacati, la palla passerà nuovamente al Comitato di settore, quindi alla Corte dei conti e in Stato-Regioni dovrebbe esserci il via libera definitivo. Ottimisticamente l'intenzione è di terminare l'iter direttamente questa settimana in modo che già dai primi di novembre i medici di medicina generale e i pediatri possano fare i test. Nell'accordo si amplierebbe ai medici la possibilità di fare la diagnostica di primo livello, prevista dalla scorsa legge di Bilancio in cui furono stanziati 235 milioni. A curare l'acquisto delle apparecchiature come ecografi, dispositivi per l'elettrocardiogramma, holter, spirometro, eccetera, sarà come detto Arcuri, sperando che stavolta ci sia una gestione migliore di quanto fatto con mascherine e banchi a rotelle.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-che-e-gia-partita-la-seconda-ondata-arriva-la-task-force-per-il-tracciamento-2648523826.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rischio-proteste-e-caos-sanitario-il-colle-vuole-schierare-lesercito" data-post-id="2648523826" data-published-at="1603850114" data-use-pagination="False"> Rischio proteste e caos sanitario. Il Colle vuole schierare l’esercito È incominciato con un ringraziamento alle Forze armate impegnate nell'affrontare l'emergenza sanitaria, il Consiglio supremo di Difesa convocato ieri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Si tratta di un messaggio chiaro di riconoscenza, che il Consiglio ha rivolto «a tutte le articolazioni della Difesa, che stanno fornendo il loro prezioso contributo, con assetti sanitari, logistici e operativi, alla risposta nazionale alla pandemia da Covid-19». Poi è stato fatto anche un punto della «situazione sulle principali aree di instabilità e sulla presenza delle Forze armate nei diversi teatri operativi». Come anticipato dalla Verità, infatti, lo sforzo dei nostri militari aumenterà nelle prossime settimane, sia per garantire l'ordine pubblico sia per aiutare le strutture sanitarie nel tracciamento dei malati di Covid-19. Sul primo punto - come evitare il divampare delle proteste nelle principali città italiane contro i decreti del governo - se ne saprà di più oggi pomeriggio, dal momento che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha convocato «il comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica». Parteciperà anche il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, segnale evidente che le nostre Forze armate saranno impegnate sul territorio in appoggio alle altre. Non è detto che possano essere varati nuovi provvedimenti, come per esempio un rafforzamento dell'operazione Strade sicure. Per l'aiuto alle strutture sanitarie partirà invece nel fine settimana l'operazione Igea, che potrà garantire almeno 30.000 tamponi al giorno alla popolazione, grazie sempre allo sforzo dei nostri militari. Del resto, come scrive il Colle nella nota al termine del comitato, «l'emergenza sanitaria ha prodotto una crisi globale con conseguenze di natura sociale ed economica che rischiano di accentuare la conflittualità in diverse aree del mondo». Per il Quirinale, «è indispensabile in questa fase un rilancio del multilateralismo, della solidarietà e della cooperazione in tutti i campi». Anche perché «il terrorismo transnazionale resta una minaccia, soprattutto nelle aree più fragili. La criticità dell'attuale situazione impone di non abbassare la guardia e di continuare a contribuire con decisione alle iniziative tese a contrastare il fenomeno». Particolare attenzione da parte del comitato è stata data anche alla situazione del Mediterraneo orientale e della Libia, in particolare dopo l'avanzata della Turchia. «Il Consiglio ha auspicato il rispetto delle convenzioni internazionali e un'azione coordinata volta a scongiurare i rischi di escalation, al fine di garantire la stabilità di un'area strategica per gli interessi nazionali». Si auspica poi uno sforzo congiunto sotto l'egida dell'Onu per risolvere la situazione libica. Viene espressa vicinanza al popolo del Libano e si conferma che «la Nato e l'Unione europea restano i pilastri della politica di sicurezza e di difesa nazionale. L'Italia è impegnata con convinzione nel preservare e rinnovare la valenza delle due istituzioni, fondamentali per la pace e la prosperità dei popoli. In un contesto reso più instabile dagli effetti della pandemia, la saldezza di questi organismi costituisce un punto di riferimento per il rilancio dei Paesi membri». Particolarmente importante poi il finale della nota del Colle, dove si fa riferimento alla «necessità di effettuare una verifica della legge 244/2012 “Revisione dello strumento militare nazionale", al fine di individuare eventuali correttivi in relazione al mutato contesto di riferimento, e di procedere al completamento del processo di riforma della Difesa in senso unitario e interforze, in linea con i dettami della legge 25/1997». La legge del 2012 prevedeva entro il 2024 «una riduzione generale a 150.000 unità di personale militare delle tre Forze armate (Esercito, Marina militare ed Aeronautica militare) dalle attuali 190.000 unità».
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».