True
2019-08-20
Open arms va in Spagna, finita la pantomima
Ansa
Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna.
In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».
Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile».
Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».
Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata.
La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.
Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini
I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo.
Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia.
Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla.
L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
Continua a leggereRiduci
Messo a disposizione un porto alle Baleari. L'Ong non ha più scuse per insistere con lo sbarco in Italia, però sostiene di non poter navigare: «Emergenza psicologica». Chiedono scafi governativi e poi addirittura un aereo: «Costa soltanto 240 euro a persona».Gli spagnoli «accolgono» una barca che batte la loro bandiera e fanno demagogia sulla tolleranza. In realtà i clandestini crescono del 165% e Pedro Sánchez vuole arginare il fenomeno, proprio come la Lega.Lo speciale contiene due articoli. Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna. In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile». Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata. La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/open-arms-va-in-spagna-finita-la-pantomima-2639897243.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-deve-gettare-la-maschera-anche-li-si-punta-sul-metodo-salvini" data-post-id="2639897243" data-published-at="1767752411" data-use-pagination="False"> Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo. Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia. Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla. L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci