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2019-08-20
Open arms va in Spagna, finita la pantomima
Ansa
Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna.
In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».
Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile».
Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».
Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata.
La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.
Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini
I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo.
Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia.
Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla.
L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
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Messo a disposizione un porto alle Baleari. L'Ong non ha più scuse per insistere con lo sbarco in Italia, però sostiene di non poter navigare: «Emergenza psicologica». Chiedono scafi governativi e poi addirittura un aereo: «Costa soltanto 240 euro a persona».Gli spagnoli «accolgono» una barca che batte la loro bandiera e fanno demagogia sulla tolleranza. In realtà i clandestini crescono del 165% e Pedro Sánchez vuole arginare il fenomeno, proprio come la Lega.Lo speciale contiene due articoli. Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna. In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile». Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata. La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/open-arms-va-in-spagna-finita-la-pantomima-2639897243.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-deve-gettare-la-maschera-anche-li-si-punta-sul-metodo-salvini" data-post-id="2639897243" data-published-at="1780213611" data-use-pagination="False"> Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo. Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia. Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla. L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
Nel riquadro Manuel Iannuzzi, accusato di maltrattamenti alla piccola Beatrice (Ansa)
La madre della piccola si trova in carcere dal 9 febbraio, inizialmente accusata di omicidio preterintenzionale, ma le indagini hanno portato a modificare la contestazione e adesso la donna è accusata dello stesso reato che ha portato all’arresto del compagno. La bambina era stata trovata morta nella casa della madre la mattina del 9 febbraio dai soccorritori chiamati dalla donna che sosteneva che la piccola aveva difficoltà a respirare. Gli operatori del 118 avevano, però, notato alcuni lividi e macchie sul corpicino e deciso di chiamare i carabinieri e il medico legale che, dopo l’esame esterno, aveva ipotizzato che la morte fosse avvenuta qualche ora prima, ovvero durante la notte.
La donna, interrogata in caserma, aveva sostenuto che i segni sul corpo della bambina erano dovuti a una caduta dalle scale di qualche giorno prima e di aver passato la notte tra l’8 e il 9 febbraio assieme alle tre figlie in casa del suo nuovo compagno, a Perinaldo. Al risveglio, avrebbe preso le tre bambine e sarebbe tornata a casa in macchina.
Le contraddizioni della donna e la comparazione del racconto con l’analisi delle telecamere di sorveglianza e le parole di alcuni testimoni avevano, però, portato all’arresto della donna. L’esame autoptico aveva rivelato la presenza di numerose lesioni e un trauma cranico come cause del decesso. I carabinieri del Ris di Parma, incaricati di eseguire rilievi e sequestri, avevano trovato tracce di sangue nell’auto della donna e nell’abitazione del compagno a Perinaldo. Nell’ordinanza di custodia cautelare, 33 pagine nelle quali si ripercorrono le indagini fin qui svolte e ancora aperte, si utilizzano parole come «sevizie» e «crudeltà» per spiegare quanto subito dalla bambina. A smentire la versione fornita dalla madre, che aveva chiamato il 118 dalla sua casa di Bordighera, non solo immagini delle telecamere della zona, ma anche tabulati telefonici.
La bambina era già morta quando, quella mattina, era stata riportata in macchina a casa, insieme alle due sorelline, dopo un fine settimana trascorso nella casa del compagno della madre a Perinaldo. Le bambine, già sentite dagli inquirenti in forma protetta, hanno delineato non solo il quadro dell’accaduto ma raccontato anche che madre e compagno avevano dato indicazioni di non raccontare cos’era successo, altrimenti sarebbero stati guai. La loro sorellina due sere prima era stata picchiata, non un maltrattamento occasionale ma una violenza che andava avanti da mesi. Il contesto è la casa del compagno della mamma, ma dagli elementi di indagine raccolti si evidenzia come le bambine venissero spesso lasciate sole a casa, in contesto di abbandono, anche tutta la notte.
La bimba dopo essere stata picchiata, comincia a stare male. Dopo un’apparente ripresa, la situazione peggiora e i due adulti tentano di farla riprendere sotto l’acqua. Persino le sorelline provano a dire «mamma, andiamo all’ospedale». Ma la bambina muore. Troppo profondi i traumi, che degenerano e che non sono compatibili con la «caduta dalle scale» accampata dalla madre, ma piuttosto con colpi da un oggetto contundente. La madre simulerà, una volta tornata a casa, un malore dell’ultimo momento ma fin dalle risultanze del primo esame sul corpo della bimba, lividi e traumi smentiscono, così come l’orario della morte che risale a ore prima rispetto alla chiamata di soccorso.
A dare una svolta alle indagini, come detto, sono state le sorelle della vittima, che hanno svelato particolari agghiaccianti raccontati ieri dal procuratore di Imperia, Sergio Lari, in una conferenza stampa: «Quella mattina per farla riprendere l’hanno tenuta sott’acqua, poi le hanno dato dello zucchero», ma non si sono rivolti ai medici e la piccola non si è mai ripresa.
Ma ad incastrare la coppia ci sarebbero anche le chat recuperate dagli investigatori sul cellulare dell’uomo: «Abbiamo sequestrato il telefono di Iannuzzi», ha spiegato ancora il procuratore, «e c’erano tanti messaggi Whatsapp in cui vengono descritti i maltrattamenti». E in un’intervista alla Tgr Liguria, Lari ha aggiunto ulteriori dettagli: «Nelle immagini trovate sul telefonino sequestrato ci sono diverse fotografie che ritraggono» la piccola «subito dopo le violenze subite. Vi sono più fotografie che ritraggono una situazione in cui la bambina presenta dei lividi molto importanti sul viso». Il procuratore, poi, precisa: «Abbiamo accelerato i tempi ma le indagini proseguono e devono arrivare la relazione dei Ris e la perizia autoptica completa. Ma il quadro era così chiaro che abbiamo potuto chiedere già da adesso la misura e il giudice l’ha applicata».
Il blitz di ieri mattina ha, inoltre, portato all’apertura di un nuovo filone d’indagine e all’arresto di Franco Iannuzzi, il padre di Manuel. Durante la perquisizione svolta dai carabinieri nella casa di Vallecrosia sono stati rinvenuti circa due chili di tritolo e la relativa miccia. Franco Iannuzzi è stato arrestato con l’accusa di detenzione di materiale esplodente. Secondo quanto appreso, il tritolo e la relativa miccia sono stati trovati nella cantina dell’immobile. Manuel Iannuzzi, dopo il sequestro dell’abitazione di Perinaldo dove, secondo gli inquirenti, sarebbe morta la figlia della sua compagna, si era dovuto trasferire a casa dei genitori, a Vallecrosia. Il materiale esplosivo è stato prelevato dal nucleo artificieri antisabotaggio dei carabinieri.
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Nel riquadro una delle cabine bruciate. Sullo sfondo la manifestazione ambientalista sull’autostrada (A22) che ha provocato il blocco del valico dall’Austria (Ansa)
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
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Iea sugli investimenti. La Cina e il greggio. Stagione di prezzi elettrici a zero. I metalli dopo la tregua. Eolico offshore tedesco in crisi.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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