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2019-08-20
Open arms va in Spagna, finita la pantomima
Ansa
Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna.
In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».
Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile».
Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».
Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata.
La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.
Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini
I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo.
Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia.
Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla.
L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
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Messo a disposizione un porto alle Baleari. L'Ong non ha più scuse per insistere con lo sbarco in Italia, però sostiene di non poter navigare: «Emergenza psicologica». Chiedono scafi governativi e poi addirittura un aereo: «Costa soltanto 240 euro a persona».Gli spagnoli «accolgono» una barca che batte la loro bandiera e fanno demagogia sulla tolleranza. In realtà i clandestini crescono del 165% e Pedro Sánchez vuole arginare il fenomeno, proprio come la Lega.Lo speciale contiene due articoli. Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna. In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile». Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata. La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/open-arms-va-in-spagna-finita-la-pantomima-2639897243.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-deve-gettare-la-maschera-anche-li-si-punta-sul-metodo-salvini" data-post-id="2639897243" data-published-at="1769705803" data-use-pagination="False"> Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo. Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia. Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla. L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
(Totaleu)
Lo ha dichiarato Massimiliano Salini, eurodeputato di Forza Italia a seguito dell'evento «Come sbloccare il potenziale della difesa europea» al Parlamento europeo di Bruxelles.
Narendra Modi e Ursula von der Leyen (Ansa)
Non solo Donald Trump ha sancito, con i dazi, l’inevitabile fine del free trade; non solo il suo segretario al Commercio, Howard Lutnick, lo ha ribadito sbattendoci in faccia, a Davos, che la globalizzazione ha fallito; ma perfino i numi tutelari dell’Ue, Mario Draghi in testa, hanno sentenziato che il modello di crescita basato su esportazioni e salari bassi non è più sostenibile. Francesco Giavazzi, il fu cantore dell’austerità espansiva, ha suggerito di «aumentare la domanda interna in Europa (più consumi, più investimenti o anche più spesa pubblica)»: smettere, dunque, di pensare solo a esportare e far crescere i salari. Eppure, il valzer dell’ipocrisia trova sempre ballerini zelanti.
Gli squilibri nel commercio globale hanno contrassegnato la storia degli ultimi almeno 150 anni e, benché le nostre classi dirigenti fingano si tratti di un unicum, i tentativi di estendere la teoria dei vantaggi comparati sull’intera scena internazionale sono già falliti in passato. Perché la tentazione di vincere la corsa all’export comprimendo i salari è troppo forte, e alla fine a rimetterci sono i lavoratori, la gente comune, gli elettori. Che oltre ad arrabbiarsi, sono costretti a indebitarsi per sostenere i propri consumi, con il risultato che prima o poi arriva pure una bella crisi finanziaria a suonare la sveglia. Ma le élite europee, vinte dalla sinistra arroganza di sentirsi a priori dalla parte della ragione, ignorano tanto la storia quanto i loro alleati. «Vorrei che rifletteste sul fatto che è compito prioritario del nostro governo prendersi cura dei nostri lavoratori e assicurarsi che le loro vite siano migliori», spiegava Lutnick al forum di Davos. «E suggerisco che anche gli altri Paesi considerino questa politica per prendersi cura dei propri e creare ottime relazioni tra di noi».
La risposta dell’Unione europea? Prima ha firmato il trattato del Mercosur, provvidenzialmente rinviato dall’Europarlamento; poi ha siglato l’accordo di libero scambio - più propriamente un reciproco abbassamento dei dazi doganali - tra l’Ue e l’India. Che, contrariamente alle pervicaci illusioni tedesche, finirà come i rapporti commerciali con la Cina: più che per noi (o meglio: la Germania) avere accesso a un mercato di 1 miliardo e passa di abitanti, saranno loro, con un serbatoio di manodopera a basso costo pressoché illimitato, a godere di uno dei mercati più ricchi del pianeta. Ma al di là degli istinti suicidi della Germania, ormai storicamente assodati, è proprio l’indirizzo politico dell’Unione a essere del tutto anacronistico. In primo luogo, a scatenare la guerra commerciale sono stati Europa e Cina, invadendo gli Usa di merci attraverso salari bassi e svalutazioni competitive. Un modello di crescita export-led che, in Europa, ha inchiodato il potere d’acquisto dei cittadini e depresso i consumi (e infatti oggi lo sconfessano tutti). Di fronte alla prevedibile reazione americana (prevedibile se non altro perché già successo, vedi il Giappone negli anni Ottanta), perfino i più fieri sostenitori dell’«economia sociale di mercato fortemente competitiva», tra tutti i già citati Draghi e Giavazzi, hanno invocato un cambio di paradigma e il rilancio dei consumi interni.
Eppure, l’Unione europea è rimasta ancorata al suo modello fallimentare: la ricerca quasi ottocentesca di nuovi mercati di sbocco per vendere le proprie merci altrove. Chi, come Tajani, parla di un nuovo rilancio del mercato unico guidato da Italia e Germania che, testualmente, «condividono un modello di crescita orientato all’export», esprime una contraddizione: il rilancio del mercato interno è incompatibile con il modello di crescita export-led. O uno, o l’altro.
Con buona pace di Sergio Mattarella e tutti coloro che, dopo un repentino risveglio, da qualche tempo piangono i bassi salari, l’azione politica dell’Ue, invocata dagli stessi come baluardo di democrazia, pace e benessere, va nella direzione contraria: perpetuare un sistema di compressione salariale. Eppure non una parola, nessun monito, nessuna «strigliata». Che Bruxelles manchi di visione strategica, d’altronde, è evidente sotto ogni punto di vista. Ieri, il Financial Times ci ha avvertito che gli investimenti nel settore chimico europeo sono crollati di oltre l’80% nel 2025 e le chiusure di impianti sono raddoppiate, menzionando il forte rischio di una dipendenza dalla Cina per le materie prime necessarie ai settori dell’automotive, della sanità e della difesa. In questo caso, la trama del suicidio ha contorni ancora più surreali: oltre ad aver messo le nostre imprese in concorrenza con Paesi dove il costo del lavoro è inferiore al nostro, le abbiamo anche zavorrate con il Green deal. Un combinato disposto di idoizie che ora ci costringe a importare. E se a distruggere ci vuole poco, a ricostruire servirà tempo. Similmente, un gruppo di società italiane - tra cui Barilla - ha inviato una lettera alla Commissione Ue chiedendo di non alzare i dazi sulla porcellana cinese al 79% a partire da marzo, ricordando che quasi il 60% della porcellana europea è ormai importata da Pechino (tradotto: non ne produciamo più).
Basterebbe questo per rispondere a quanti continuano a berciare di difesa dell’ordine mondiale, gli stessi che sono andati in sollucchero per il discorso a Davos del premier canadese, Mark Carney, il quale ha addirittura scomodato il dissidente slovacco Václav Havel: l’ordine mondiale che costoro si ostinano a difendere non è quello nato sulle macerie della Seconda guerra mondiale, in larga parte demolito, ma quello neoliberale costruito a partire dagli anni Ottanta. Quello che ha garantito la vittoria del grande capitale e che ha depauperato il Vecchio continente, nonché quello che ha trasformato la Cina nella fabbrica del pianeta. A vivere nella menzogna, tanto per riprendere Havel, siamo noi europei che ci crogioliamo nella nostra presunta innocenza.
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Guardie della Rivoluzione (Ansa)
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.
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La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
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