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2019-08-20
Open arms va in Spagna, finita la pantomima
Ansa
Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna.
In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».
Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile».
Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».
Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata.
La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.
Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini
I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo.
Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia.
Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla.
L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
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Messo a disposizione un porto alle Baleari. L'Ong non ha più scuse per insistere con lo sbarco in Italia, però sostiene di non poter navigare: «Emergenza psicologica». Chiedono scafi governativi e poi addirittura un aereo: «Costa soltanto 240 euro a persona».Gli spagnoli «accolgono» una barca che batte la loro bandiera e fanno demagogia sulla tolleranza. In realtà i clandestini crescono del 165% e Pedro Sánchez vuole arginare il fenomeno, proprio come la Lega.Lo speciale contiene due articoli. Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna. In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile». Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata. La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/open-arms-va-in-spagna-finita-la-pantomima-2639897243.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-deve-gettare-la-maschera-anche-li-si-punta-sul-metodo-salvini" data-post-id="2639897243" data-published-at="1777193193" data-use-pagination="False"> Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo. Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia. Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla. L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
Una ricettina che è un classico delle famiglie italiane, almeno una volta quando si passava un po’ di tempo in cucina. È di quelle da fare in fretta, ma capaci di stimolare robusti appetiti. L’origine è napoletana, le varianti infinite. Non possono però mancare aglio, salsa di pomodoro, ottimo olio extravergine di oliva poi fate a gusto vostro: c’è chi aggiunge capperi e acciughe, chi si accontenta del sugo di base. Noi abbiamo scelto una via intermedia: olive buone e la mozzarella.
Ingredienti – 4 fette di arista di maiale (circa 600 gr), 350 gr di salsa o passata o pelati frullati di pomodoro, tre spicchi d’aglio, un peperoncino fresco o un cucchiaino di peperoncino macinato, 4 cucchiaini di origano, 6 cucchiai di olio extravergine di oliva, 200 gr di mozzarella fiordilatte, una ventina di olive, sale q. b.
Procedimento – Sbucciate gli spicchi di aglio, privateli dell’anima verde e fateli soffriggere in una capace padella con l’olio extravergine e il peperoncino. Quando l’aglio è appena dorato ritiratelo e aggiungete la salsa di pomodoro aggiustando appena di sale e profumando con l’origano. Fate tirare un po’ il sugo a fuoco moderato. Nel frattempo battete un po’ con il batticarne le fette di arista, salatele appena in superfice da entrambi i lati e fate loro prendere calore nel sugo di pomodoro. Continuate la cottura per 6/7 minuti a fuoco moderato girando un paio di volte le fette di carne. Ora alzate un po’ la fiamma a fate addensare il sugo e a un minuto dalla cottura completa della carne aggiungete le olive e adagiate abbondante mozzarella su ogni fetta di carne. Fate fondere il formaggio appena e servite.
Come far divertire i bambini – Fate salare a loro le fette di carne che massaggeranno con le loro manine.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Aglianico, grande vino dell’Irpinia con la denominazione Taurasi, ma anche del Vulture o del Cilento. In alternativa un Piedirosso (detto Pere e palumme) o un Nerello Mascalese dell’Etna.
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Ansa
Tensioni, aggressioni, feriti, insulti, bandiere che trasformano chi le porta in un bersaglio. Con chi non sta dalla parte più rossa che finisce fuori dal corteo. Il 25 aprile è il solito campo di battaglia. A Milano, prima ancora che la manifestazione si avvii, un gruppo di militanti del Carc prende la testa e prova a dettare la linea: «Fuori i sionisti dal corteo». Lo urlano mentre parte Bella ciao, con il clima che è tutt’altro che quello di una memoria condivisa. La resa dei conti: «Al corteo non vogliamo né nazisti né fascisti». E questo era scontato. L’ultimo passaggio: «Né sionisti». È la linea di confine.
In via Palestro arrivano le forze dell’ordine in assetto antisommossa. Devono liberare la strada per far partire il corteo. Il presidente dell’Associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo, si occupa della cernita: «La bandiera ucraina va bene, ma quella di Israele no». Dopo un lungo blocco il corteo riparte verso Piazza Duomo, dove sono già iniziati i comizi finali. Ma la tensione non si scioglie. Un gruppo di circa un centinaio di manifestanti con bandiere palestinesi segue lo spezzone della Brigata ebraica quando esce dal corteo in via Senato. Vengono fermati da un cordone di polizia. Gli slogan sono sempre gli stessi: «Palestina libera», «Milano sa da che parte stare», «fuori i sionisti da Milano». La Brigata ebraica deve lasciare il corteo. La «colpa è dell’Anpi, del presidente nazionale Pagliarulo e del presidente provinciale Primo Minelli, sono antisemiti senza saperlo», tuona il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, al termine dell’incontro con il questore Bruno Megale. Per il leader di Alleanza dei Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, invece, è tutta colpa di un tizio che si è presentato al corteo con la foto di Benjamin Netanyahu: «Una provocazione inaccettabile». Ma non è l’unico colpo di scena. Il Coordinamento per la pace all’improvviso si stacca dal percorso principale all’altezza di San Babila per dirigersi verso corso Matteotti e quindi piazza San Fedele, vicino a Palazzo Marino, sede del Comune, dove è previsto il presidio conclusivo. Un avvertimento a Beppe Sala che ha deciso di non interrompere il gemellaggio con Tel Aviv. Per gli organizzatori «la Liberazione va ancora attuata». Sul furgone del Coordinamento sono esposte una bandiera palestinese e vessilli di Cuba, Venezuela e Iran. A Napoli si va oltre il simbolico. Un gruppo di attivisti espone l’immagine del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara a testa in giù, sotto un patibolo di cartone. Lo striscione dietro è chiaro: «Da sempre per sempre studenti partigiani». Le parole d’ordine sono ancora più nette: «Contro il governo Meloni, contro la guerra, il genocidio del popolo palestinese, il razzismo istituzionale e la corsa agli armamenti». A Roma la tensione è salita subito. Al parco Schuster arriva un annuncio che gela la piazza: «Attenzione, hanno sparato a due nostri compagni con una pistola ad aria compressa». Un uomo su uno scooter, volto coperto da casco, tira fuori l’arma e spara. Due persone, marito e moglie, con il fazzoletto dell’Anpi al collo, vengono colpite. «Non sono gravi», dicono dal palco, ma la scena è surreale: ambulanze, paura. Secondo le testimonianze, l’uomo indossava una giacca mimetica e un casco, è arrivato in motorino, ha sparato e poi si è fuggito. La coppia è stata medicata sul posto dai soccorritori del 118. L’uomo è stato colpito al collo e a una mano, la moglie a una spalla. La Procura di Roma attende una prima informativa della Digos, che ha sentito i due feriti e acquisito le immagini delle telecamere. Sempre a Roma, a Porta San Paolo, scoppia la guerra delle bandiere. Qui l’Anpi non deve aver pontificato sulle autorizzazioni: Ucraina e Palestina viaggiano insieme. Un gruppo, però, viene preso di mira. «Calci, sputi e spray al peperoncino». La denuncia è precisa: «A compiere l’aggressione sarebbe stato un gruppo riconducibile a Cambiare Rotta, Potere al popolo e altri militanti». E sarebbero stati usati «metodi squadristi». La scena successiva pesa: «Il gruppo che ci ha attaccato ha continuato a marciare indisturbato, fianco a fianco con l’Anpi e con i partiti della sinistra». Il presidente dei Radicali italiani, Matteo Hallissey, l’ha riassunta così: «Ci hanno spruzzato spray al peperoncino negli occhi e strappato e tolto le bandiere dell’Ucraina». È la piazza selettiva. Con lui c’erano anche Ivan Grieco e il segretario Filippo Blengino: «Io avevo una bandiera dell’Ucraina intrecciata a quella della Palestina e loro ci hanno aggrediti». A piazzale Ostiense la scena si ripete. Bandiere ucraine nel mirino. «Siete dei nazisti», gridano alcuni manifestanti. Parte lo spray urticante. Intervengono poliziotti in borghese. Le bandiere vengono strappate. È una guerriglia combattuta a colpi di slogan e aggressioni.
E mentre le strade attorno alla Piramide vengono chiuse, le forze dell’ordine presidiano l’area, tra bandiere rosse dell’Usb e nere di Cambiare rotta, mentre dal palco si alternano interventi «contro le guerre e contro il governo». Il corteo sfila con in testa il sindaco Roberto Gualtieri e Maurizio Landini. La tensione però arriva alle stelle quando il sindaco è sul palco. Una contestatrice urla: «Fascista, fai schifo, stai vendendo la città, infame, lobbista, vergogna». La donna viene invitata ad allontanarsi e lo fa senza incidenti. Gualtieri prova a chiudere: «Sono cose che succedono, a noi le piazze piacciono vere». A Bologna Tino Ferrari, anziano ex professore iscritto a Italia viva viene allontanato dal corteo, colpevole di portare una bandiera ucraina intrecciata a quella europea. Per Matteo Renzi è «un clima di odio inaccettabile».
Alla festa della Bolognina antifascista, che stando alla narrazione degli organizzatori «riunisce percorsi di lotta, culturali e associativi nel solco della tradizione antifascista locale», ai bambini insegnano a lanciare la «cacca» contro gli «stro…». E gli «stro…» rappresentati in foto sono Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Ignazio La Russa, Donald Trump ed Elon Musk. Firenze offre un’altra scena, meno violenta ma altrettanto significativa. Piazza della Signoria blindata. Transenne, fioriere, accessi limitati. I cittadini restano fuori. Protestano. Alla fine si apre, ma dopo un confronto con prefettura e questura. Ma il segnale è chiaro: anche qui la gestione della piazza è diventata un problema. Le celebrazioni cominciano con mezz’ora di ritardo, mentre fuori restano cittadini e manifestanti pro Palestina, «poche decine». Fuori anche le bandiere ucraine. Torino resta sul piano più antagonista. Il corteo organizzato da Askatasuna parte da via Balbo, a pochi passi dalla palazzina sgomberata, e attraversa Vanchiglia tra le lapidi dei partigiani, con oltre mille persone. In testa lo striscione: «Nella memoria l’esempio, nella lotta la pratica. Vanchiglia partigiana, que viva Askatasuna».
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Giuseppe Conte, presidente M5s, durante la cerimonia del 25 aprile a Napoli (Ansa)
E lo hanno fatto con la solidarietà tanto della Fiom quanto del Movimento 5 stelle che, mentre Giuseppe Conte veste i panni dell’antifascista difendendo la Costituzione e prendendosela con il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con la portavoce pentastellata a Montecitorio Stefania Ascari esprime «piena solidarietà ai militanti e alle militanti dei Carc».
Dopo le perquisizioni a Napoli e Firenze (sono le due regioni, Toscana e Campania, dove il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) con sei inquisiti (c’è anche un ragazzino) i Carc hanno fatto un salto di qualità e si pongono alla testa del movimento antagonista. L’accusa contro di loro è pesantissima. Nel decreto di perquisizione della Procura di Napoli che si è esteso Firenze - lì è indagato il capo storico, Paolo Babini - si legge: «Agiscono con finalità di terrorismo e si richiamano alle Brigate rosse di cui fanno apologia». Il salto di qualità si avverte. Dopo aver dichiarato che «la giornata del 25 aprile è una giornata di lotta contro chi si sottomette ai gruppi imperialisti Usa e ai sionisti, per prendere di mira i consolati Usa, sionisti e le prefetture, bloccare tutto e cacciare il governo fascista di Giorgia Meloni», hanno usato le manifestazioni per la Liberazione come raduni di propaganda e reclutamento. La Digos e i carabinieri hanno spedito alla Procura di Napoli ieri un rapporto in cui si legge: «Le conversazioni tra i militanti dei Carc documentano un modello strutturato di indottrinamento giovanile, l’inserimento graduale in attività operative, l’affiancamento di militanti esperti, la formazione ideologica attraverso l’azione, l’utilizzo dei giovani come moltiplicatori del consenso».
A questa galassia, dopo la solidarietà dell’ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che fu eletto anche con il sostegno dei Carc, giungono parole di «conforto» dai 5 stelle e dai metalmeccanici della Cgil. Per chi negli Anni di piombo c’era fa male passare dalle 5 stelle alla stella a cinque punte e ricordarsi che nelle fabbriche fino a quando non fu ammazzato Guido Rossa si diceva che le Br erano «compagni che sbagliano». Anche perché l’inchiesta di Napoli sta assumendo contorni preoccupanti.
Nonostante questo Stefania Ascari, onorevole M5s, ha spedito questo messaggio ai Carc partenopei: «Quello che è avvenuto (le perquisizioni e l’indagine, ndr) è gravissimo, ha un evidente peso politico e si inserisce in un clima in cui ogni voce critica viene infamata, delegittimata e criminalizzata. Terrorista è chi si schiera con chi ha le mani sporche di sangue in un genocidio, con chi sta devastando il Medio Oriente con crimini di guerra e contro l’umanità, non chi lotta per la pace, i diritti e la giustizia sociale. Questa deriva è allarmante e ci spinge a non abbassare la guardia, ma a continuare a far sentire la nostra voce con ancora più determinazione. Vi sono vicina».
Non diverso il tono della Fiom dello stabilimento Baker Hughes di Casavatore, che «esprime piena solidarietà ai compagni del Partito dei Carc, colpiti dalle recenti perquisizioni avvenute a Napoli e Firenze e al compagno Vincenzo Iossa. Parliamo di persone che, nella nostra vertenza sul licenziamento del compagno Massimo Vasaturo, sono state presenti per giorni davanti ai cancelli, dando un contributo concreto di solidarietà e partecipazione. Esprimiamo inoltre forte preoccupazione per gli effetti dei recenti decreti Sicurezza che stanno introducendo misure sempre più restrittive sulle manifestazioni e sulle forme di dissenso».
Ma dissenso c’è anche nell’area antagonista. Il Pmli - i marxisti leninisti - rimproverano ai Carc di aver partecipato il 19 marzo alla Camera a un convegno promosso da Stefania Ascari a cui erano presenti «otto fra deputati e deputate 5 stelle tra cui Ilaria Cucchi di Avs e Maurizio Acerbo segretario del Prc». Secondo i marxisti - leninisti i Carc si stanno svendendo alla borghesia perché «occorre marcare una netta differenza tra le istituzioni rappresentative borghesi e chi vuole davvero il socialismo. È essenziale dare alle masse popolari - a partire da coloro che si professano “comunisti”, anticapitalisti e rivoluzionari - e agli astensionisti di sinistra, una vera coscienza di classe anticapitalista capace di abbracciare attivamente la lotta per il socialismo e il potere politico del proletariato».
Non sono purtroppo parole inedite. La Procura di Napoli sta conducendo indagini anche sui legami tra i Carc e ambienti dell’islamismo estremista che si trincera dietro le posizioni radicali dei pro Pal. Sotto i riflettori, oltre al reclutamento da parte dei «comunisti», ci sono anche i contatti con gli ambienti di Mohammad Hannoun.
Ieri a Roma, in zona Piramide, gli anarchici che esaltavano Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due saltati per aria mentre costruivano una bomba, i pro Pal che inneggiavano alla «Palestina libera dal fiume fino al mare» e chiedevano la liberazione di Mohammad Hannoun si muovevano dietro la regia dei Carc nel corteo del 25 aprile.
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Ansa
Naviga nell’incertezza il rilancio dei colloqui tra Washington e Teheran. Ieri, Donald Trump ha annullato il viaggio di Steve Witkoff e Jared Kushner a Islamabad. «Ho detto ai miei poco fa che si stavano preparando a partire: “No, non fate un volo di 18 ore per andare laggiù. Abbiamo tutte le carte in mano. Possono chiamarci quando vogliono, ma non farete più voli di 18 ore per sedervi a parlare del niente”», ha dichiarato il presidente americano, parlando con la corrispondente di Fox News, Aishah Hasnie. «Non vedo il senso di farli partire per un volo di 18 ore nella situazione attuale. È troppo lungo. Possiamo farlo altrettanto bene al telefono. Gli iraniani possono chiamarci se vogliono», ha aggiunto Trump, in un’intervista con il giornalista di Axios, Barak Ravid, per poi escludere che, almeno per ora, abbia intenzione di riprendere la guerra contro la Repubblica islamica. «Ho appena annullato il viaggio dei miei rappresentanti a Islamabad, in Pakistan, per incontrare gli iraniani. Troppo tempo sprecato in viaggio, troppo lavoro! Oltretutto, c’è un’enorme lotta intestina e confusione all’interno della loro “leadership”. Nessuno sa chi sia al comando, nemmeno loro. Inoltre, noi abbiamo tutte le carte in mano, loro nessuna! Se vogliono parlare, non devono far altro che telefonare!», ha anche dichiarato su Truth.
La decisione di Trump è arrivata dopo che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, aveva lasciato Islamabad, dove, alcune ore prima, aveva incontrato il capo delle Forze di difesa pakistane, Asim Munir, e il premier pakistano, Shehbaz Sharif, presentando loro la posizione negoziale di Teheran nei confronti di Washington. «Abbiamo ribadito alla leadership pakistana il nostro impegno per la proposta articolata in dieci punti. Siamo pronti a negoziare ma non ci arrenderemo», aveva dichiarato, a tal proposito, una fonte iraniana. Il riferimento era probabilmente alla proposta che Teheran aveva presentato a inizio aprile, sulla cui base la Repubblica islamica punterebbe a ottenere il controllo di Hormuz, la possibilità di arricchire l’uranio, la revoca delle sanzioni e il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione.
In realtà, poco prima che Trump annunciasse l’annullamento del viaggio di Witkoff e Kushner, dei funzionari pakistani avevano fatto sapere ad Al Arabiya che Araghchi avrebbe fatto ritorno a Islamabad già nella giornata di oggi: il che aveva fatto supporre che, all’inizio della prossima settimana, il ministro iraniano avrebbe potuto avere dei colloqui con gli inviati del presidente americano. L’intervista di Trump a Fox News e ad Axios ha tuttavia annullato questa eventualità. A meno di svolte impreviste nelle prossime ore, sembra nuovamente allontanarsi il secondo round di colloqui tra americani e iraniani. Tutto questo, nonostante, come abbiamo visto, Trump non abbia per il momento chiuso alla diplomazia, negando di voler riprendere la guerra e dicendosi aperto a trattative telefoniche. In serata, peraltro, il tycoon ha ricambiato le carte: «Stranamente, dieci minuti dopo che ho cancellato il viaggio dei miei inviati», gli iraniani «ci hanno mandato» un documento diverso.
Le posizioni restano comunque distanti. Gli Usa vogliono infatti che l’Iran rinunci all’arricchimento dell’uranio, consegnando le sue scorte, e che apra lo Stretto di Hormuz. Teheran, dal canto suo, esige che Washington revochi il blocco che ha imposto ai porti iraniani: una misura che tuttavia Trump intende mantenere in vigore come strumento di pressione negoziale sulla Repubblica islamica. In questo quadro, dopo aver lasciato Islamabad, Araghchi ha detto di dover «ancora verificare se gli Usa prendano davvero sul serio la diplomazia».
Il paradosso è che proprio la debolezza del regime khomeinista sta mettendo in difficoltà la Casa Bianca. Washington si trova infatti davanti a un interlocutore dilaniato tra vari centri di potere: il governo iraniano è infatti spaccato tra un’ala dialogante che, gravitante attorno al presidente Masoud Pezeshkian, auspica un accordo diplomatico temendo la pressione economica statunitense, e un’altra, legata ai pasdaran, che promuove la linea dura nei confronti degli Stati Uniti (guarda caso, ieri le Guardie della rivoluzione hanno dichiarato che il controllo di Hormuz è la «strategia definitiva dell’Iran islamico»). È probabilmente anche per non essere riuscito a trovare una sintesi tra queste due posizioni opposte che il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, si è dimesso da capo del team negoziale di Teheran.
In teoria, questo dovrebbe avvantaggiare Trump. In pratica, la situazione è più complessa. Il presidente americano ha fretta sia di evitare il pantano che di far abbassare il costo dell’energia: i prezzi alti della benzina negli Stati Uniti rappresentano infatti un rischio, per il Partito repubblicano, in vista delle elezioni di Midterm. Dal canto suo, anche Pezeshkian ha fretta, ritenendo che, senza una celere revoca delle sanzioni americane, l’economia iraniana possa collassare nel giro di poche settimane. Chi non ha fretta sono invece i pasdaran, che vogliono giocarsi il tutto per tutto. Sanno infatti che un eventuale accordo tra Washington e Teheran minerebbe il potere che si sono costruiti nel corso degli ultimi decenni.
Strana corsa per sminare Hormuz. Berlino schiera già le navi in mare
Il blocco navale nello Stretto di Hormuz resta operativo e, nonostante i segnali di distensione diplomatica, la dimensione militare continua a dominare lo scenario. A confermarlo è il Comando centrale degli Stati Uniti, secondo cui le operazioni ordinate dal presidente Donald Trump proseguono senza interruzioni, anche alla luce della proroga del cessate il fuoco e della prevista ripresa dei negoziati in Pakistan. Le immagini diffuse dall’esercito americano mostrano il cacciatorpediniere USS Rafael Peralta impegnato nell’intercettazione di un mercantile battente bandiera iraniana, a conferma di un dispositivo di controllo sempre più capillare. Dall’avvio delle operazioni, lo scorso 13 aprile, almeno 29 imbarcazioni dirette o provenienti dai porti iraniani sono state costrette a interrompere la navigazione. Il bilancio include una nave cargo sequestrata con l’uso della forza e una petroliera sospettata di trasportare greggio. Secondo il dipartimento del Tesoro statunitense, il blocco sarebbe in grado di paralizzare fino al 90% del commercio marittimo di Teheran, una misura che le autorità iraniane hanno definito un vero e proprio «attentato» alla sicurezza nazionale.Le ripercussioni sul traffico globale sono già evidenti. Almeno 43 navi portacontainer appartenenti alle principali compagnie mondiali restano bloccate nel Golfo Persico. I grandi operatori del settore, da Cma Cgm a Cosco, da Hapag-Lloyd a Msc, hanno sospeso i servizi nella regione fin dall’inizio delle ostilità, provocando ritardi e un aumento dei costi lungo le catene logistiche internazionali. Alcune unità sono riuscite a lasciare l’area in sicurezza, ma due navi Msc risultano sequestrate dalle autorità iraniane. In questo contesto, emerge con forza un elemento che accomuna le principali potenze coinvolte: l’attivismo crescente sul fronte dello sminamento dello Stretto di Hormuz. Il Giappone sta valutando l’invio di dragamine delle Forze marittime di autodifesa, rispondendo anche alle sollecitazioni americane a contribuire alla sicurezza della navigazione. In questo contesto, Takayuki Kobayashi, presidente del Policy research council del Partito liberaldemocratico, ha sollecitato l’esecutivo a prendere in considerazione questa opzione, sottolineando come si tratti di «una delle possibili misure per proteggere gli interessi nazionali del Giappone nel rispetto dei vincoli normativi». Anche la Turchia si dice pronta a entrare in gioco. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha indicato la disponibilità di Ankara a partecipare a un’eventuale missione multinazionale di sminamento, subordinata però al raggiungimento di un accordo tra Stati Uniti e Iran. L’ipotesi è quella di un team tecnico internazionale incaricato di ripulire le acque da ordigni e garantire la sicurezza del traffico marittimo, elemento essenziale per la stabilità economica globale. Sul fronte europeo, la Germania ha già avviato i preparativi. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha annunciato l’invio di un dragamine nel Mediterraneo, primo passo verso un possibile dispiegamento nello Stretto di Hormuz. L’unità sarà affiancata da una nave comando e logistica, segnale di una pianificazione operativa concreta in vista di un’eventuale missione. Anche l’Italia si prepara a giocare un ruolo diretto. Secondo quanto emerge, la Marina militare sarebbe pronta a partecipare a una missione internazionale nello Stretto di Hormuz con un dispositivo composto da quattro unità navali, rafforzando ulteriormente il fronte occidentale impegnato nella messa in sicurezza della rotta. Il quadro che emerge è quello di una crescente convergenza internazionale su un punto chiave: la necessità di mettere in sicurezza lo Stretto attraverso operazioni di sminamento coordinate. Se il blocco navale rappresenta oggi lo strumento di pressione principale, è proprio la bonifica delle acque che si profila come la vera partita strategica dei prossimi mesi.
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