True
2019-08-20
Open arms va in Spagna, finita la pantomima
Ansa
Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna.
In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».
Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile».
Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».
Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata.
La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.
Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini
I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo.
Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia.
Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla.
L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
Continua a leggereRiduci
Messo a disposizione un porto alle Baleari. L'Ong non ha più scuse per insistere con lo sbarco in Italia, però sostiene di non poter navigare: «Emergenza psicologica». Chiedono scafi governativi e poi addirittura un aereo: «Costa soltanto 240 euro a persona».Gli spagnoli «accolgono» una barca che batte la loro bandiera e fanno demagogia sulla tolleranza. In realtà i clandestini crescono del 165% e Pedro Sánchez vuole arginare il fenomeno, proprio come la Lega.Lo speciale contiene due articoli. Svolta nel braccio di ferro con Open arms. I 107 naufraghi a bordo dell'imbarcazione dovrebbero raggiungere le Baleari, in Spagna. In questo senso, sarebbe allo studio un piano del Viminale per traferire nelle isole spagnole i migranti, probabilmente attraverso l'impiego di navi militari. Una soluzione che non sembra tuttavia troppo gradita alla Ong. «Se davvero un accordo è stato trovato, è indispensabile che Italia e Spagna si assumano la responsabilità di garantire, mettendo a disposizione tutti i mezzi necessari, che queste persone finalmente sbarchino in un porto sicuro», ha dichiarato la Open arms. «Per dare dignità ai naufraghi potrebbero trasferirli a Catania e da lì in aereo portarli a Madrid», ha quindi proposto il presidente di Open arms, Riccardo Gatti, parlando con i cronisti dal molo di Lampedusa. «Affittarlo viene 240 euro a testa», calcola polemico lo stesso Gatti, affermando che «la soluzione Acquarius, l'anno scorso per una nave della Guardia costiera, ne è costati 250.000». Infine, una critica ai governi di Italia e Spagna: «Perché hanno aspettato 18 giorni per avanzare una soluzione?».Altrettanto dura, di rimando, la presa di posizione di Madrid: il governo spagnolo, domenica scorsa, aveva offerto all'Ong di dirigere l'imbarcazione al porto di Algeciras, ottenendo tuttavia un rifiuto in quanto la destinazione era stata giudicata troppo lontana. Non a caso la vicepremier spagnola, Carmen Calvo, ha sottolineato le numerose obiezioni sollevate dalla Ong: «Gli abbiamo offerto ogni tipo di aiuto, cure mediche, cibo. Non capiamo la posizione di Open arms. Capiamo che la situazione è critica per l'incertezza e la disperazione, però una volta che hanno un porto sicuro e i migranti sanno dove andare, chiunque capisce che non c'è alcun problema». La vicepremier ha inoltre sostenuto che la nave si sarebbe rifiutata anche di dirigersi a Malta. La Open Arms aveva d'altronde escluso di volersi recare alle Baleari, affermando in un comunicato: «Con la nostra imbarcazione a 800 metri dalle coste di Lampedusa, gli Stati europei stanno chiedendo a una piccola Ong come la nostra, di affrontare 590 miglia e tre giorni di navigazione, in condizioni meteorologiche peraltro avverse, con 107 persone stremate a bordo e 19 volontari e volontarie molto provati che da più di 24 giorni provano a garantire quei diritti che l'Europa nega». In tal senso, la proposta di raggiungere l'isola ispanica era stata definita «del tutto incomprensibile». Resta inalterata la posizione del ministro dell'Interno del nostro Paese, Matteo Salvini, che ha ribadito ieri l'indisponibilità a far sbarcare i migranti in Italia: «Assolutamente no allo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms», ha dichiarato, «Perché tutti in Italia e solo in Italia? Navi tedesche, norvegesi, tutte in Italia? Con porti spagnoli aperti? Con minorenni che non sono minorenni? Con malati che non sono malati? Siamo buoni sì, cristiani sì, ma fessi no». Una posizione ribadita dopo che, nei giorni scorsi, l'ispezione disposta dalla Procura di Agrigento non aveva rilevato situazioni di emergenza a bordo della nave, nonostante l'Ong ieri abbia dichiarato l'esistenza a bordo di una «emergenza psicologica». Scarsa, infine, la consistenza del contributo da parte di Bruxelles, con la portavoce dell'esecutivo Ue, Natasha Bertaud, che aveva dichiarato: «Rivolgiamo un appello agli Stati membri e alle Ong a collaborare per trovare una soluzione che funzioni e che permetta uno sbarco immediato delle persone a bordo» della Open arms, sottolineando comunque che «la Commissione europea non ha competenza sui porti di sbarco».Quello che emerge sempre più chiaramente, al di là degli screzi politici e dei rimpalli di responsabilità, è un copione che viene drammaticamente a ripetersi. Una strategia, quella delle Ong, che tende - sempre più spesso - a celare obiettivi politici dietro il mantello dell'umanitarismo. Lo abbiamo visto: per ben 18 giorni la Open arms è rimasta al largo delle coste italiane, rifiutando scientemente di considerare destinazioni alternative (da Malta alla Spagna). Una situazione in buona sostanza similare a quella della Sea Watch 3: anch'essa - nonostante una enfatizzata emergenza - era rimasta per una decina di giorni al largo delle coste italiane. Atteggiamenti bizzarri, se inseriti nell'ottica del salvataggio umanitario. Ma che acquisiscono - di contro - un senso in termini di lotta politica contro un determinato governo e contro la linea da esso adottata. La strategia è chiara: aumentare la pressione mediatica, rifiutare soluzioni pragmatiche e massimizzare lo scontro politico (coinvolgendo magari qualche divo di Hollywood). In particolare, attuando una pericolosa confusione tra le categorie della politica e quelle dell'etica. Succede per esempio quando si invoca - a sproposito - il mito di Antigone. La legge morale non può infatti essere un comodo alibi per aggirare o violare le norme statali che non ci aggradino ma è un principio che, se non si vuole cadere nell'anarchia del soggettivismo, si invoca in contrapposizione allo Stato soltanto nelle situazioni di effettiva e radicale emergenza. E ben 18 giorni di attesa, oltretutto rifiutando vari porti d'attracco, per parlare d'urgenza umanitaria sono forse un po' troppi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/open-arms-va-in-spagna-finita-la-pantomima-2639897243.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-deve-gettare-la-maschera-anche-li-si-punta-sul-metodo-salvini" data-post-id="2639897243" data-published-at="1768377754" data-use-pagination="False"> Madrid deve gettare la maschera. Anche lì si punta sul metodo Salvini I giochetti, anzi i giochi sporchi sulla pelle degli africani di Open Arms sono finiti. L'unico naufrago che nessuno vuole soccorrere è la questione migranti, buttata a mare dall'Unione europea che se ne disinteressa lasciando soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna in primo luogo, pressate dagli arrivi via mare. I Paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell'immigrazione, le ultime furbate del presidente Emmanuel Macron mostrano come la Francia gestisce gli irregolari al confine, rimpatriandoli in Italia e adesso anche la Spagna ha calato la maschera. Non solo non può impartire lezioni di accoglienza, ma dopo un anno di porti chiusi la politica del premier Pedro Sánchez si è arresa all'evidenza: non bastano i proclami umanitari per fronteggiare gli sbarchi e per distribuire, con una responsabilità condivisa, le richieste d'asilo degli stranieri che arrivano illegalmente sul Continente attraverso il Mediterraneo. Il cinismo del leader socialista ha toccato il suo vertice domenica, con quell'apertura ad Open Arms dopo 17 giorni di silenzio, offrendo il porto di Algeciras perché la Spagna era chiamata ad essere «nuovamente protagonista di una risposta umanitaria». In realtà per attaccare ancora una volta l'Italia e il suo ministro dell'Interno, Matteo Salvini, anche di fronte all'Ue. Le accuse al capo del Viminale di atteggiamento crudele, irresponsabile, razzista si sono ripetute con monotona, ossessiva cadenza negli ultimi giorni. La ministra spagnola della Difesa, Margarita Robles, ha definito «una vergogna per l'umanità» il divieto di Salvini di far sbarcare i migranti a Lampedusa. Il vicesindaco di Barcellona e assessore ai Diritti civili e al femminismo, Laura Pérez, ha dichiarato che bisogna trattare l'Italia come «disobbediente alla Ue», con le dovute conseguenze davanti al tribunale dei diritti umani. Poche ore prima, il suo capo Ada Colau si era abbandonato al consueto tweet anti Salvini. Per fortuna ieri la vicepresidente del governo, Carmen Calvo, ha detto che la Ong «poteva sbarcare a Malta ma non ha voluto, ha preferito andare in Italia», centrando il vero problema delle imbarcazioni come Open Arms che scelgono il nostro Paese per sbarcare i naufraghi raccolti al largo della Libia. Ragioni squisitamente politiche, in acque italiane il braccio di ferro con le nostre autorità amplifica visibilità e risonanza, l'Italia che è riuscita a ridurre il numero degli sbarchi dell'80% rispetto allo scorso anno deve giustificarsi in continuazione di fronte ai Paesi Ue per la sua decisione di chiudere i porti, di non cedere al ricatto di scafisti e Ong che ne alimentano il lavoro. La Spagna che tanto tuona contro la disumanità del nostro governo non si è comportata diversamente con i migranti. Sánchez nell'aprile 2018 invitò l'allora premier Mariano Rajoy ad «assistere la nave di Open Arms e impegnarsi in una buona cooperazione e politica umanitaria nell'Ue. Dobbiamo fermare questo dramma». A giugno, il neo eletto capo del governo socialista fece sbarcare i 629 migranti dell'Aquarius a Valenza, mostrando a tutta l'Europa come ci si deve comportare per rispettare gli accordi internazionali ed evitare «una catastrofe umanitaria». Bastò poco più di un mese per fargli cambiare idea e quando fu costretto ad aprire il porto di Algeciras all'Open Arms con gli 87 migranti che nessuno voleva, Sánchez disse che non avrebbero goduto di trattamenti di favore, sarebbero stati trattati come tutti i clandestini che sbarcano sulle coste spagnole. Che cosa stava succedendo? Sánchez il buonista si era accorto che il numero degli irregolari che arrivavano in Spagna via mare (57.537 nel 2018) stava crescendo a ritmi ingestibili, del 165% rispetto all'anno precedente. Cominciò a dettare regole a Salvamento marítimo, limitando le perlustrazioni nelle acque del Mediterraneo e il recupero dei naufraghi in zona Sar spagnola e marocchina. Bloccò Open Arms a Barcellona, impedendole per mesi di salpare e quando fu nuovamente autorizzata, le vietò operazioni di salvataggio pena una multa di quasi 1 milione di euro. Il leader del Psoe, che non riuscirà a mettere insieme un nuovo governo, vuole ridurre del 50% gli arrivi dei migranti irregolari. Per questo a luglio ha chiesto l'appoggio del Marocco offrendo in cambio 26 milioni di euro in camion, veicoli militari, soldi che si aggiungono ai 140 milioni di euro stanziati dall'Unione europea per rafforzare i blocchi a Ceuta e Melilla. L'immigrazione selvaggia terrorizza i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe ora che tutti lo ammettessero senza ridicole accuse o demagogie, pretendendo soluzioni comuni. Il malumore tra la popolazione cresce. Un'associazione umanitaria di Algeciras ha chiesto più rispetto per i cittadini: «Impiegarono pochi giorni per costruire nel 2018 un centro di accoglienza migranti costato 3,5 milioni di euro», ricordano, «ma noi da vent'anni aspettiamo un albergo sociale per gli spagnoli in difficoltà».
Alessia Pifferi (Ansa)
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 14 gennaio con Carlo Cambi
iStock
Secondo il giudice «non c’è stata violenza», anche se l’uomo ha agito senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di esprimere il consenso. È in questo spazio di equilibrismo giuridico, proprio mentre è in corso un acceso dibattito politico sulla riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che introduce il concetto del «consenso libero e attuale» (in assenza di una volontà chiara, presente e consapevole è violenza, stando al testo approvato alla Camera e che, al momento, è fermo al Senato per approfondimenti), che si colloca una pena che va dai 5 ai 10 anni invece dei 6-12 previsti per la violenza sessuale su minore. Tra i due reati, lo dice lo stesso impianto normativo richiamato nel processo, la differenza di pena è di 2 anni. Ed è esattamente lì che il ragionamento giudiziario si è spostato.
«I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità», ammette l’avvocato Davide Scaroni, che difende l’imputato. Ma quella parola, violenza, è uscita dal dispositivo. L’avvocato Scaroni rivendica la correttezza giuridica: «Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che tra di loro c’era una sorta di relazione e che non c’è stata mai violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali». Poi ha aggiunto: «Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità. Lo prevede anche sotto i dieci anni di età. Quindi vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso anche da persone di età molto contenuta». L’avvocato evidenzia anche la distanza dalla soglia minima della pena: «Il giudice si è ampiamente discostato dal minimo edittale. Come ritengo giusto che sia in un caso del genere che, seppur non connotato da violenza, mantiene ovviamente la propria gravità assoluta». Secondo Scaroni, il procedimento si è giocato tra «due versioni» contrapposte, «quella della persona offesa e quella dell’assistito». E «confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari», spiega, «immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che si sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza». Per il deposito delle motivazioni il giudice si è preso 90 giorni.
I fatti risalgono all’estate del 2024. Il luogo è il centro d’accoglienza di San Colombano in Val Trompia, un ex albergo che ospitava una ventina di richiedenti asilo (chiuso poco dopo l’arresto del bengalese). La bambina viveva lì con la madre. E anche il bengalese era ospite della struttura. Un giorno la bambina viene portata in ospedale per forti dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Madre e figlia vengono trasferite in una struttura protetta. L’uomo viene arrestato dopo aver ammesso di aver avuto dei rapporti con la piccola. Nel fascicolo del pubblico ministero viene ricostruito che la madre aveva notato un cambiamento nella figlia, «taciturna, triste e apatica», e aveva chiesto aiuto a un’educatrice. La verità emerge solo quando i medici decidono di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale parte la segnalazione. La squadra mobile si concentra su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo scatta il fermo. Davanti al gip, al momento della convalida, il ventinovenne fa scena muta.
Nel frattempo la testimonianza della bambina viene raccolta con incidente probatorio, in un’aula protetta. E proprio a seguito di quella deposizione la Procura aveva inquadrato i fatti come corrispondenti al reato di violenza sessuale aggravata. Ma tutto si è giocato sul consenso. Né durante l’inchiesta né all’udienza preliminare è diventato centrale il fattore culturale. «Ci tengo a evidenziarlo», dice ancora l’avvocato Scaroni, «questo non è stato un punto della discussione». Il legale ha affidato ai giornalisti anche un’altra precisazione: «Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste, la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all’interno del codice penale, che parla invece di atti sessuali con minorenne e, proprio perché il consenso è viziato, si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale». Contestazione che a Ciro Grillo è costata 8 anni. Una sproporzione che non è passata inosservata. «Aspettiamo le motivazioni e decideremo se fare appello», afferma il capo della Procura di Brescia Francesco Prete, che aggiunge: «C’è da valutare la corretta qualificazione giuridica del fatto». Gli atti sessuali con minorenne non convincono neppure chi in aula ha sostenuto l’accusa.
Continua a leggereRiduci
La storia la conoscete: un vicebrigadiere in servizio a Roma, durante un intervento, ha sparato a un ladro, uccidendolo, dopo che questi aveva aggredito e colpito con un cacciavite, ferendolo, un suo collega. Per i giudici, il militare dell’Arma non avrebbe dovuto premere il grilletto. Forse, secondo loro, avrebbe dovuto girarsi dall’altra parte, ignorando il delinquente. Sta di fatto che il tribunale ha condannato Marroccella a tre anni di carcere, più addirittura di quanto richiesto dalla Procura.
Non solo: la sentenza ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 euro da pagare ai parenti del ladro. Significa che, essendoci la possibilità che la pena sia rivista in appello, il vicebrigadiere per ora non andrà in carcere per aver fatto il proprio dovere. Tuttavia, dovrà pagare subito la cifra disposta in favore dei famigliari della vittima. Insomma, se per ora ha la speranza di ottenere una revisione della condanna, Marroccella i soldi li deve cacciare subito, anche se ai fini di legge è ancora da considerarsi innocente.
Una cifra del genere rappresenta sei anni dello stipendio di un carabiniere, alla quale però si devono aggiungere le spese legali. Chiunque si trovasse in una simile situazione, se lasciato solo, rischierebbe di finire sul lastrico. A maggior ragione se i giudici, in aggiunta alla condanna, hanno anche previsto l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, una pena accessoria che impedisce di mantenere i gradi e di svolgere il proprio lavoro.
Il vicebrigadiere, dunque, va aiutato e sostenuto e sono lieto che i lettori della Verità e in generale chiunque abbia raccolto il nostro appello si siano dimostrati così generosi.
Tuttavia, non si tratta solo di aiutare Marroccella, cioè un servitore dello Stato, secondo noi ingiustamente accusato e condannato. Si tratta di non lasciare soli gli uomini delle forze dell’ordine. Troppo spesso chi garantisce la nostra sicurezza e ci difende da ladri, rapinatori e stupratori è perseguito più dei criminali. Troppe volte chi fa il proprio mestiere, fermando un delinquente, è trattato peggio del bandito che ha arrestato. A poliziotti e carabinieri si imputa ogni cosa, anche di non aver lasciato scappare un malvivente. A loro è raccomandato un uso proporzionale della forza, come se fosse facile dosare la reazione quando un energumeno si divincola e reagisce di fronte all’alt degli agenti e dei militari. Eppure, in un’operazione, polizia e carabinieri devono agire senza mai oltrepassare una sottile linea rossa che è tracciata dalla magistratura. Nel caso di Emanuele Marroccella il limite sarebbe stato superato da un eccesso colposo di uso delle armi. Cioè, di fronte al ladro che colpiva un collega, il carabiniere non doveva sparare. Ne deduciamo che doveva fare finta di niente. Ed è forse questo il messaggio più grave che viene inviato alle forze dell’ordine: fingete di non vedere, voltate lo sguardo da un’altra parte e, anche in condizioni estreme, dimenticate l’arma che avete nella fondina, perché un domani qualcuno potrebbe accusarvi di «eccesso colposo», che in caso di morte del rapinatore fanno tre anni di carcere, cinque di interdizione dai pubblici uffici e 125.000 euro di risarcimento.
La raccolta di fondi per Marroccella è una testimonianza rivolta a poliziotti e carabinieri, un grazie accompagnato da un sostegno non formale. Le nostre non sono soltanto parole, ma anche soldi. Quelli che non serviranno, visto che ormai abbiamo raggiunto una cifra importante, saranno impiegati per altri casi come quello del vicebrigadiere. Purtroppo lui non è il solo a finire negli ingranaggi della giustizia, ma La Verità e i suoi lettori saranno sempre al fianco delle forze dell’ordine e di chi, per aver fatto il proprio dovere, finisce nei guai.
Continua a leggereRiduci