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Ettore Prandini (Imagoeconomica)
Il capo di Coldiretti Ettore Prandini: «L’agricoltura diventa merce di scambio, ma ci perderanno anche altri settori. Falso che ci abbiano dato soldi in più. L’Europarlamento viene esautorato».
Il copyright è di Vincenzo Gesmundo, il battagliero segretario generale, ma ormai Ettore Prandini, presidente di Coldiretti in prima linea nella difesa delle imprese agricole (ne associa un milione mezzo), utilizza la battuta per stigmatizzare il pasticciaccio brutto del Mercosur: «Attenzione, si chiama Marcosur!». Cerchiamo di capirne le criticità e una cosa è sicura: il 20 gennaio la Coldiretti sarà a Strasburgo con altre decine di migliaia di agricoltori di tutta Europa per protestaste contro la Commissione Ue che «a quanto pare è del tutto indifferente ai voleri dei cittadini e delle imprese».
Presidente Prandini, allora è il Mercosur o è il Marcosur?
«Non c’è alcun dubbio: è il Marcosur! La Germania è tornata a dettare legge in Europa e Ursula von der Leyen esegue pedissequamente gli ordini e tutela gli interessi di Berlino. I tedeschi hanno una loro idea dello sviluppo dell’Europa, vogliono dettare le loro regole a tutti. Un esempio incontrovertibile è che la Germania non vuole la reciprocità, non la vuole su ciò che esporta e nell’accordo del Mercosur non c’è la reciprocità, senza la quale quell’accordo diventa un boomerang per le imprese agricole, ma io credo anche per molte altre imprese europee e soprattutto per i cittadini. Speriamo in un sussulto del Parlamento che ponga freno a questa deriva e si renda conto che viene esautorato».
A darle ragione c’è il ricorso che la Polonia vuole presentare e le mozioni di sfiducia dei francesi contro la Von der Leyen che vuole evitare la ratifica dall’Eurocamera. Vede un deficit di democrazia e di democrazia alimentare in Europa?
«Sulla democrazia alimentare ci siamo spesi con ogni forza: senza sovranità alimentare non c’è la possibilità di un accesso al cibo uguale per tutti, ma quanto sta accadendo sull’accordo è paradossale. Il Parlamento, che è il livello più alto di democrazia in Europa, viene esautorato da un organismo come la Commissione che non è eletto direttamente. La presidente ha eroso la centralità del Parlamento e impone con una estremizzazione dei suoi comportamenti e il sostegno di una struttura burocratica cosa deve decidere l’Eurocamera. Per noi è inaccettabile».
In cosa risiede la «pericolosità» del Mercosur?
«È di tutta evidenza che già in queste ore si moltiplicano le pressioni per fare accordi con l’India, con il Vietnam secondo le convenienze della Germania e che l’agricoltura viene usata come merce di scambio. L’agricoltura in Europa ha perso la sua centralità a favore di altri interessi».
Sì, però vi hanno dato dei soldi in più…
«E dove sono questi soldi in più? Abbiamo semplicemente recuperato il taglio di 92 miliardi che la Von der Leyen aveva deciso. 45 miliardi sono contributi agricoli, gli altri li abbiamo recuperati facendo in modo che i fondi per lo sviluppo rurale vadano tutti alle aziende agricole. Ma non c’è stato dato un euro in più. E questo mentre tutto il mondo dagli Usa alla Cina sta triplicando gli investimenti in agricoltura, il che testimonia l’assoluta miopia della Von der Leyen. Grazie al nostro governo, all’impegno dei ministri Francesco Lollobrigida e Antonio Tajani e alla pressione esercitata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni siamo riusciti a recuperare un miliardo in più per l’Italia nella prossima Pac. Ma non c’entra nulla col Mercosur, non può essere una compensazione: senza reciprocità, senza clausole di salvaguardia quell’accordo resta deleterio».
Per quali ragioni?
«Se non si mette la reciprocità domani con l’India, piuttosto che con il Vietnam sarà lo stesso schema: per vendere ciò che interessa ad alcuni si penalizza l’agricoltura. E non mi convince chi dice che alcune filiere ne traggono vantaggio. Ci danno qualcosa da una parte per toglierci tutto il resto. Lo abbiamo già sperimentato col Ceta: la filiera cerealicola è in ginocchio e i canadesi fanno arrivare il grano senza condizioni, succederà così anche col Mercosur».
Ha a che fare col fatto che la nostra è un’agricoltura polifunzionale?
«Anche, ma il tema è un altro: è la reciprocità. Come posso stare sul mercato se è consentito importare in Europa prodotti coltivati con fertilizzanti, diserbanti, fitofarmaci vietatissimi da noi? Com’è possibile far entrare merce che viene coltivata con standard ambientali, di benessere animale ed etici distantissimi dai nostri? Se i vincoli europei fossero applicati a un’azienda agricola del Mercosur fallirebbe in un giorno. Lo sanno a Bruxelles che lì possono andare in farmacia senza nessun vincolo a comprare antibiotici e ormoni che accelerano l’accrescimento degli animali, sostanze che da noi sono giustamente vietatissime e che però i consumatori si ritrovano nel piatto? Come si difende la filiera della carne rossa, del pollame da questo attacco? E come tutelo la filiera del riso se sfruttando i bambini, perché pesano meno e non distruggono le piante, si usano per spargere veleni chimici sulle coltivazioni? È di questo che stiamo parlando. Poi mi dicono, ma il vino ha vantaggio e mi raccontano che col Mercosur si mitiga l’italian sounding. A parte che è tutto da vedere, ma una volta azzerata l’agricoltura che ce ne facciamo? Il sistema agroalimentare produce la prima voce di esportazione dell’Europa e proprio questo sistema è messo a rischio e usato come merce di scambio. È incomprensibile».
Ci saranno i controlli?
«Siamo convinti che i brasiliani faranno andare gli europei a controllare le loro produzioni? Se mi dite dove danno questo film di fantascienza lo vado a vedere. È per questo che noi insistiamo per avere in Italia l’autorità delle dogane europee. Siamo il Paese all’avanguardia nei controlli sanitari e di qualità. Siamo in un continente che oggi controlla appena il 3% delle merci che importa! Meglio di noi fa anche l’Africa. E qui sta un altro paradosso: loro continueranno a fare controlli severissimi sulle nostre merci che importano, come hanno sempre fatto per costituire un’artificiosa barriera doganale».
Voi andate a protestare a Strasburgo, siete sicuri che la gente vi segua?
«Sì e lo vediamo tutti i giorni: i cittadini ci chiedono controlli sulla qualità e la salubrità dei prodotti. Appena ieri il ministro della Sanità ha posto il problema della sostenibilità del sistema di assistenza e cura. Sappiamo tutti che è da ciò che mangiamo che inizia e si rafforza la tutela della nostra salute. E tutti sanno che i prodotti della nostra agricoltura sono i più sani e i più controllati. Quando ci battiamo per le nostre aziende agricole ci battiamo anche per la salute dei cittadini. E gli italiani lo sanno».
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2026-01-13
Delitto di Garlasco: Chiara uccisa in cucina? La verità del genetista Fabbri | Segreti - Ep.23
Nel delitto di Garlasco tornano al centro DNA, computer e dinamica dell’omicidio.Ospite a Segreti, il genetista Matteo Fabbri smonta letture forzate: il DNA sulle cannucce e i reperti di cucina non sono databili e non possono riscrivere da soli la scena del crimine.
Ansa
Per evitare le tariffe a Pechino basterà un impegno sui prezzi minimi, che resteranno più concorrenziali dei nostri in ogni caso. E si incentiva persino la creazione di nuove fabbriche del Dragone sul continente.
Appena terminato un terribile 2025 per l’industria automobilistica europea, ecco che le quinte colonne attive a Bruxelles tornano a farsi vive. La Commissione europea ha pubblicato ieri uno scarno testo di quattro paginette anonime, ben nascosto tra le pieghe del suo elefantiaco sito web, dal titolo «Documento di orientamento per la presentazione di offerte di impegno sui prezzi».
L’atto fa parte del procedimento di indagine anti-sovvenzioni sulle auto elettriche provenienti dalla Cina, avviato nell’autunno 2023 e chiuso un anno dopo con l’imposizione di dazi tra il 7,8% e il 35,3% sulle auto cinesi importate. In questo periodo sono proseguiti i negoziati tra il commissario europeo per il Commercio Maros Sefcovic e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, poiché ovviamente Pechino sta cercando di evitare che i dazi restino in vigore.
In base a questo documento, per evitare i dazi compensativi dell’Ue, gli esportatori cinesi di veicoli elettrici possono proporre impegni sui prezzi. L’offerta deve stabilire prezzi minimi all’importazione specifici per ogni modello e configurazione, calcolati per eliminare gli effetti dannosi dei sussidi che le case automobilistiche cinesi percepiscono in patria. La Commissione europea valuterà la praticabilità dell’impegno, analizzando la trasparenza dei canali di vendita e il rischio di compensazione incrociata con altri prodotti. Sono ammessi anche impegni vincolanti su volumi annuali e investimenti industriali diretti in Europa, che devono essere chiaramente definiti in termini di portata e tempistiche. Una violazione di tali accordi comporterà il ritiro dell’accettazione degli impegni e la riscossione retroattiva dei dazi.
In pratica, si fornisce alle case automobilistiche che dalla Cina esportano in Europa una scappatoia per evitare i dazi. Se i marchi cinesi si impegnano ad annullare i vantaggi sui costi ottenuti con i sussidi statali, potranno esportare i loro veicoli in Europa e fare concorrenza diretta alle case europee all’interno del mercato unico, senza vedersi applicare i dazi. È la logica conclusione dei negoziati amichevoli tra Pechino e Bruxelles, dopo che Xi Jinping aveva risposto prendendo di mira i settori europei della carne di maiale, il lattiero-caseario e il brandy.
Il problema è che anche con prezzi minimi più alti, le auto cinesi resteranno a lungo più concorrenziali di quelle europee. Questo sembra abbastanza evidente dalle cifre che circolano. Inoltre, in base al documento, i dazi possono essere eliminati se i marchi cinesi aprono fabbriche in Europa. I cinesi sono già presenti con propri stabilimenti nell’Est Europa e non ci vorrà molto dunque per vedere molte più auto cinesi per le strade.
Il punto è che all’epoca Bruxelles aveva optato per i dazi e non per i prezzi minimi perché facilmente aggirabili. Inoltre, i dazi europei sono assai blandi, confrontati con quelli americani, indiani, canadesi che sono al 100%. Persino la Turchia applica il 50%.
L’escamotage dei prezzi minimi forse allunga un po’ i tempi dell’agonia del settore automobilistico europeo, mentre nel frattempo la Cina si sarà conquistata l’accesso al ricco mercato comune.
Si aprono le porte all’invasione dei veicoli di marca Byd, Geely, Nio, Saic (Mg), Leap motors, Jac, alcuni dei quali hanno già guadagnato quote di mercato in Europa nonostante i dazi in vigore. Figuriamoci una volta che questi saranno tolti. Auto ibride e 100% elettriche cinesi hanno già circa il 13% di quota di mercato nei settori specifici in Europa, mentre la quota di mercato complessiva, compresi i motori a scoppio, si avvicina al 10%. Ma siamo solo all’inizio.
I dazi europei avevano infastidito l’industria tedesca, che in Cina produce molto anche per esportare in Europa. Vw aveva dichiarato che i dazi europei avrebbero danneggiato il suo modello di business. Logico quindi che la Germania sia in prima fila nella trattativa con Pechino, anche perché nel Paese del Dragone le cose vanno maluccio per i tre marchi simbolo dell’industria tedesca.
In Cina i numeri sono davvero brutti, il minimo degli ultimi 13 anni: nel 2025, Volkswagen, Mercedes e Bmw hanno venduto 3,9 milioni di auto in meno rispetto al 2024, con Vw che è scesa al terzo posto come quota di mercato, dopo Byd e Geely. Mercedes in Cina ha perso il 19% delle vendite, Bmw il 12,5% e Vw il 9%.
Una difficoltà che nel segmento specifico delle auto elettriche è clamorosa: rispetto all’anno precedente, nel 2025 il gruppo Vw ha perso in Cina il 44% delle consegne, la Bmw il 46% e Mercedes il 47%. Un disastro, proprio nel prodotto che si vuole imporre in Europa. Se i marchi tedeschi, quelli più attrezzati per competere con i cinesi, non riescono a spuntarla in Cina, possiamo immaginare quanto sarà difficile per gli altri marchi europei.
Il Gruppo Volkswagen è crollato anche negli Usa (-10,4%), ma in Europa è cresciuto (+3,8%), così come in Sudamerica (+11,6%). Ecco perché la questione dei dazi europei sulle auto elettriche prodotte in Cina diventa fondamentale. L’annuncio di qualche settimana fa, con cui la casa di Wolfsburg aveva comunicato di poter costruire auto 100% Made in China, lascia intendere che potrà produrre là anche per il mercato europeo.
In effetti, la joint venture Anhui, tra la Volkswagen e la cinese JAC, che ha sede nella provincia cinese di Anhui, potrebbe essere la prima ad usufruire del nuovo regime dei prezzi minimi. Una proposta di impegno sui prezzi sarebbe già stata presentata dalla Anhui e la Commissione la starebbe valutando. Naturalmente, elogi al documento della Commissione sono arrivati dal Ministero del commercio cinese.
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Le voci di negozianti e frequentatori della zona. Intanto ci sono altri due fermati per la violenta aggressione subita da un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy l'altra sera nei pressi della stazione Termini a Roma. Si tratta di altri due cittadini tunisini bloccati dalla polizia dopo aver messo a segno lo scippo di un cellulare in zona Ostiense: un ventenne con precedenti per furto, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e un ventunenne irregolare sul territorio italiano.






