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2026-02-04
Piantedosi: «L’accordo con gli Usa è del 2009, quando governava chi oggi si indigna»
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«La presenza dell’Ice alle Olimpiadi non è una compressione della nostra sovranità». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso dell’informativa alla Camera sull’ipotesi della presenza di agenti americani dell’Ice durante i prossimi Giochi olimpici di Milano-Cortina.
«La cooperazione in questione tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations risale a un accordo bilaterale del 2009, ratificato con legge nel luglio 2014, quando al Governo c’era quella stessa opposizione che oggi mostra di indignarsi». «Potrei insistere su questa contraddizione, ma non lo faccio perché quella iniziativa del governo dell’epoca fu vantaggiosa in quanto l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Italia sulla cooperazione di polizia nel contrasto ad alcuni delitti particolarmente gravi corrispondeva, e tuttora corrisponde, all’interesse di entrambi i Paesi, e contribuì ad aumentare la sicurezza dell’Italia», ha aggiunto.
Il pm Fabio De Pasquale (Ansa)
Non sono disposto a sottopormi a una categoria che continua ad accettare tutto questo. Vi fareste operare da un chirurgo condannato due volte per avere intenzionalmente sbagliato una operazione? Qualcuno di voi si affiderebbe a un consulente finanziario condannatodue volte per avere truffato i clienti? E ancora: c’è chi si farebbe fare un progetto da un architetto noto per avere costruito una casa che non sta in piedi? Immagino che in tutte e tre le circostanze la risposta sia no.
Ecco, io non vorrei farmi indagare da un magistrato che ha collezionato ben due condanne, a otto mesi di carcere, per reati inerenti il suo lavoro. E invece nel magico mondo della magistratura italiana, quella che non vuole farsi riformare né giudicare, questo è ritenuto assolutamente normale. Scusate se scrivo per fatto personale, ma ieri ho ricevuto dalla procura di Milano un avviso di fine indagini a mio carico e fissazione dell’udienza preliminare. Da direttore de Il Giornale non avrei impedito la pubblicazione di una notizia del collega Felice Manti che raccontava di una denuncia della famiglia Borsellino su alcune vicende che riguardano l’allora procuratore di Palermo, Guido Lo Forte, e i veleni che circolavano in quella procura ai tempi di Falcone e Borsellino. Ma non è questo il punto.
Il punto è che l’inchiesta su di me, conclusa il 14 gennaio 2026, porta la firma del Pm Fabio De Pasquale, condannato per ben due volte, in primo e secondo grado, a otto mesi di reclusione per avere truccato uno dei più importanti processi che si sono celebrati recentemente in Italia, quello all’Eni che tanto danno ha provocato a quell’azienda e all’immagine dell’Italia, e che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli indagati «per non aver commesso il fatto». La domanda è semplice: come è possibile che a un pm condannato al carcere per un reato grave e infamante sia concesso di continuare a fare il suo mestiere, di indagare su chicchessia, di formulare accuse e chiedere processi?
Ecco, io non accetto di essere sottoposto ad esame da una persona del genere, neppure da una categoria, i magistrati, che tollerano tutto ciò. Non dico tanto, ma una «sospensione cautelare» in attesa della Cassazione - come accadrebbe in qualsiasi altra professione - sarebbe chiedere troppo? Non lo accetto da cittadino, non lo accetto da giornalista, non lo accetto neppure da portavoce del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia. Quella di De Pasquale - al quale non ho mai risparmiato dure critiche per il suo operato che a oggi ben due sentenze definiscono truffaldino - è una intimidazione inaccettabile, che guarda caso arriva a due anni distanza dai fatti e nel pieno della campagna referendaria. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa l’Associazione nazionale magistrati, che cosa ne pensa il Csm che si ostina a lasciarlo al suo posto, che cosa ne pensano i vari sostenitori del No alla riforma. Mi piacerebbe, ma so già che nulla accadrà perché De Pasquale ben li rappresenta. Rappresenta tutto ciò che la riforma della giustizia che andrà a referendum il 22 e 23 marzo vuole cambiare e che la casta dei magistrati vuole invece mantenere per continuare a spadroneggiare sul diritto.
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La sede dell'Eppo, la Procura europea (Ansa)
Nel Vecchio continente è stato creato un ufficio che svolge investigazioni sui fatti che offendono gli interessi finanziari dell’Unione: esso è ben distinto dai giudici nazionali, che devono sempre trovarsi in una posizione di assoluta terzietà.
A uno sguardo complessivo dello sviluppo del processo penale in Italia, le odierne battaglie dei sostenitori del No appaiono davvero poco fondate, ripiegate sul quotidiano, trascurando una prospettiva di più ampio respiro storico. L’unicità della carriera in magistratura, che vede giudici e pubblici ministeri come colleghi appartenenti a un unico ruolo, è caratteristica tipica del processo inquisitorio. L’Assemblea costituente non scelse l’unicità della carriera, ma la ereditò dal periodo precedente, rinviando la riforma del processo penale in senso accusatorio a tempi più sereni.
Giuseppe Capoccia, Procuratore di Lecce
Poi, come spesso accade, l’attesa è durata fino al 1989 quando fu varato il Codice Vassalli, frutto di una lunghissima gestazione: scomparve il giudice istruttore e si creò la Procura presso la Pretura. Ancora dieci anni dopo si introdusse in Costituzione il principio del giusto processo: «Ogni processo si svolge in contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale».
Cosa significava l’inserimento di quell’articolo in Costituzione? Che in precedenza i processi erano ontologicamente ingiusti? Che i Costituenti avevano pensato a un processo senza il giudice terzo? No di certo! L’articolo 111 testimoniava che la sensibilità della società era cambiata, si era evoluta, accresciuta, migliorata e, a un dato momento, è stato necessario introdurre innovazioni che meglio rispondessero a questa nuova esigenza sociale.
Ha forse l’articolo 111 della Costituzione risolto i problemi del processo penale? No, ma non è la Costituzione che risolve i problemi pratici della giustizia penale (al pari dei problemi della sanità). Ma certamente le norme costituzionali stabiliscono i principi e indicano la via di una evoluzione sulla quale, infatti, il legislatore ordinario si è incamminato (e ancora prosegue) nell’intento di riequilibrare le posizioni delle parti, di aumentare gli spazi per la difesa, soprattutto in tema di libertà personale e di tutela della riservatezza e dignità delle persone indagate. Percorso lungo e non sempre lineare che, però, se osservato con un minimo di sguardo storico, evidenzia una direzione ben precisa.
E la separazione delle carriere (non solo delle funzioni) è un passaggio decisivo per porre il giudice in una posizione di assoluta terzietà rispetto alle parti processuali.
Giudice e Pm fanno mestieri diversi e devono avere percorsi professionali distinti e separati a partire dalla selezione iniziale; un percorso formativo che educhi e raffini capacità differenti.
L’approccio alla realtà da parte del Pm è propositivo, coltivando curiosità e spirito di ricerca, capacità di dirigere la polizia giudiziaria (e di non farsi da quella dirigere), attitudine a considerare una strategia investigativa nella prospettiva del dibattimento. E poi occorre che sia sempre aggiornato sulle tecniche di investigazione, sui nuovi strumenti, sulle specializzazioni dei consulenti tecnici; deve anche essere appassionato a conoscere l’evoluzione dei fenomeni criminali. E soprattutto deve essere pronto e disponibile alla collaborazione con i colleghi dell’ufficio, con altre Procure e con gli organismi dell’Unione europea e degli altri Stati: oggi non si può concepire alcuna indagine che abbia un qualche rilievo e che non coinvolga nella fase del coordinamento investigativo la Procura nazionale antimafia o Eurojust. L’epoca del Pm solitario, geloso del suo fascicolo, è definitivamente tramontata; l’autonomia del magistrato si misura nella sua capacità di collaborare lealmente con altri uffici, condividendo informazioni e atti, agendo di comune accordo, calibrando i tempi e riconoscendo le legittime esigenze dei colleghi: su questi parametri si deve misurare adesso il Pm che voglia essere realmente autonomo, ma al contempo responsabile. L’idea che autonomia e indipendenza siano la monade in cui è racchiuso il singolo Pm è oggi piuttosto la caricatura del nostro ruolo. La Procura è un ufficio giudiziario in cui predomina il profilo della collaborazione, della condivisione, del lavoro in gruppo: il frequente riunirsi in assemblea generale o per gruppi specializzati evidenzia una attitudine ad affrontare insieme questioni e problemi e trovare soluzioni nella sintesi delle differenti posizioni individuali: e tutti sono sollecitati, in correttezza e lealtà, a convergere verso posizioni condivise.
Al Giudice queste caratteristiche e questo lavoro di sintesi non interessano! Anzi il Giudice deve agire in maniera esattamente opposta: seduto sul suo ideale scranno, attende le richieste del Pm (e della Difesa), le valuta nella loro oggettività in quel luogo sacro e inviolabile che è la camera di consiglio ed esprime il suo giudizio.
Mi soffermo soltanto sulla fase delle indagini preliminari, allorquando il Pm agisce con la tutela del segreto istruttorio, di tanto in tanto domandando al Giudice un’autorizzazione per un atto particolarmente invasivo o per una misura cautelare. Sia chiaro: le indagini devono essere segrete, altrimenti non sarebbero indagini. Ma proprio in ragione di questa caratteristica e della occasionalità del suo intervento, egli non è coinvolto nelle investigazioni, non conosce e non deve conoscere il percorso investigativo che conduce il Pm a quella richiesta da valutarsi nella sua pura oggettività: legittimità della richiesta e adeguatezza degli argomenti. Il Giudice non deve occuparsi di considerazioni complessive dell’indagine, del suo sviluppo, della sua razionalità: interviene soltanto per singoli, isolati atti di cui giudica legittimità e motivazione. Figura lontanissima dal vecchio giudice istruttore che (come dice il nome) istruiva il processo, accompagnato dal Pm, formando una coppia inseparabile. È giunto il tempo in cui questo legame indissolubile tra giudice e Pm sia sciolto perché il processo accusatorio è tutt’altra cosa da quello inquisitorio. Le indagini sono condotte in autonomia dal Pm con la polizia giudiziaria, richiedendo l’intervento del giudice per singoli, isolati atti. E la necessaria frequentazione processuale (spesso quotidiana) non deve essere alterata dalla colleganza: è necessario che sia presidiata dalla separatezza delle carriere scolpita in Costituzione.
D’altro canto, nel panorama europeo la più recente creazione di un ufficio del Pm è stato Eppo (European public prosecutor’s office) che svolge investigazioni sui fatti che offendono gli interessi finanziari dell’Unione: si tratta di un ufficio separato e distinto dai giudici nazionali davanti ai quali propone e sostiene l’accusa. Non ha nulla a che vedere con i giudici. Totale estraneità. È questo è il modello europeo di Pm: indipendente e autonomo da ogni altro potere. Separato dal Giudice.
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Narendra Modi e Donald Trump (Ansa)
Dazi scesi al 18% sull’import indiano e zero tasse sui prodotti americani, che New Delhi comprerà per un valore di 500 miliardi. Modi, inoltre, acquisterà l’oro nero solo da Usa e Venezuela. Altro che l’accordo di Ursula...
C’è modo e Modi di fare gli accordi commerciali. C’è chi va in India col cappello in mano offrendo chiacchiere e distintivo, con l’unico malcelato scopo di vendere le auto tedesche che sono state demolite dal Green deal, e chi si presenta al Paese più popoloso della terra dicendo: se volete la pace commerciale le cose si fanno come dico io. Parola di Donald Trump.
Si dovrebbe fare un gioco d’enigmistica tanto popolare: trova le differenze tra la forza degli Usa e le albagie di Bruxelles, ivi compresa l’ennesima boutade di Mario Draghi che vuole un’Europa federale elevata a potenza mondiale scimmiottando Washington, ma con condizioni storiche, culturali, antropologiche, fiscali, normative ed economiche imparagonabili. Per misurare spannometricamente le due intese basta una cifra: l’interscambio Ue-India vale 180 miliardi di euro e i dazi si ridurranno al 10% in un tempo che va dai 7 ai 10 anni; l’accordo che Donald Trump ha stretto con Nerendra Modi parte subito e riguarda merci americane che gli indiani importeranno a dazio zero per 500 miliardi di dollari. Giusto per tornare con la memoria allo «storico accordo» di due settimane fa, così lo ha presentato Ursula von der Leyen agli europei, il valore immediato è un risparmio di circa 4 miliardi sulla dogana da parte degli esportatori Ue, un taglio dei dazi sulle auto dal 110% fino a scendere al 20% in dieci anni con esclusione delle utilitarie (dunque ammesso che l’Italia producesse ancora auto non ce ne accorgeremmo) e un abbassamento dei dazi sul 96% dei prodotti Ue e sul 93% dei prodotti indiani che in dieci anni arrivano a un reciproco 10%. Ci sono delle differenze tra settore e settore, ma il grosso dell’intesa dice questo. Il commissario europeo al commercio Maros Sefcovic, l’ha definita come «il più grande accordo di libero scambio mai realizzato, frutto di oltre un decennio di lavoro».
Prima però di vederlo operativo servono dettagli, approvazioni e ratifiche varie: un paio d’anni se bastano. Ma a Bruxelles tutti hanno battuto le mani in segno di rivincita sulle tariffe trumpiane a un «trattato del secolo - parole della Von der Leyen subito dopo la firma ancora tutta da ratificare, come peraltro per il Mercosur, dall’Eurocamera - che mette insieme un mercato di circa 2 miliardi di persone (due terzi sono gli indiani che hanno un reddito pro-capite dieci volte inferiore a quello degli europei, ndr) e dimostra che l’Europa è per il libero scambio e non per le barriere». La battuta era indirizzata a Donald Trump, che in quei giorni aveva minacciato nuovi dazi ai Paesi che si frapponevano tra lui e la Groenlandia. Ebbene ieri il presidente americano ha fatto sapere al mondo queste due elementari cose: l’India s’impegna a non comprare più petrolio dalla Russia e l’accordo commerciale concluso tra lui e Modi riguarda una riduzione immediata dei dazi americani dal 25 al 18% con l’India che si appresta ad azzerare le tariffe doganali sui prodotti americani che acquisterà per 500 miliardi di dollari. Giusto per avere un’idea, l’interscambio India-Ue è oggi pari a 180 miliardi di euro e il tanto decantato accordo ad esempio sull’agroalimentare con le riduzioni dei dazi sui vini che passano dal 150% al 20% sempre in dieci anni riguarda «l’enorme» cifra di 76 milioni di euro, di cui 2,8 italiani.
Il presidente americano nel descrivere l’intesa sul suo social Truth c’ha messo la consueta enfasi: «È stato un onore parlare questa mattina con il primo ministro Modi. È uno dei miei più grandi amici e un leader potente e rispettato del suo Paese. Abbiamo parlato di molte cose, tra cui il commercio e la fine della guerra tra Russia e Ucraina». Proprio lo stop annunciato da Modi delle forniture di petrolio dalla Russa giustificano l’ottimismo di Trump che continua a usare i dazi come arma geopolitica. L’accordo con l’India gli serve sia per portare Vladimir Putin a trattare con Kiev sia per dare un segnale alla Cina. Che Trump abbia colto almeno uno dei due obiettivi lo conferma il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov che si è affrettato a dichiarare a Ria Novosti - l’agenzia ufficiale russa - che «Mosca non ha ancora ricevuto alcuna comunicazione da New Delhi in merito al rifiuto di acquistare petrolio russo».
Quanto al secondo obiettivo si è fatto interprete di timori di allontanamento da Pechino il partito del Congresso che guida l’opposizione indiana. La quale ha chiesto che Modi condivida con il parlamento i dettagli dell’accordo commerciale. «È stato affermato che l’accordo è stato raggiunto su richiesta di Modi e Trump sostiene che l’India si muoverà per ridurre a zero le barriere tariffarie e non tariffarie. Ciò - sostiene l’opposizione - avrà un impatto sull’industria, i commercianti e gli agricoltori indiani». Va ricordato che l’India è la seconda agricoltura mondiale con 200 milioni di ettari coltivati su cui campa circa il 40% della popolazione. Il «Congresso» vuole anche sapere se è vero che il governo Modi «non acquisterà petrolio dalla Russia, ma da America e Venezuela» perché l’India ha una continua fame di energia e si teme una dipendenza troppo marcata da un’unica fonte. L’accordo però prevede un’espansione dell’export indiano verso Washington che resta per New Delhi il principale mercato, visto che l’interscambio nel 2025 ha superato i 131 miliardi di dollari. E che l’intesa funzioni per gli indiani lo dimostra un immediato rialzo dei corsi azionari (più 5% ieri in Borsa all’apertura) e un apprezzamento dell’1,08% della rupia sul dollaro.
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