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2022-05-26
Occhi su Putin, però intanto la Cina si pappa l’Italia con l’aiuto del Pd
Ansa
Chi frequenta i russi in Italia sta diventando radioattivo. L’Ue, su spinta americana, si prepara a un nuovo regime di sanzioni. L’obiettivo è mettere fuori legge non tanto i russi, ma anche chi li incontra e chi ci fa affari. La guerra fatta in questo modo ha cambiato gli equilibri e i business di grandi aziende. Alcune costrette a tagliarsi un braccio con gravi perdite. E additate dalla politica, che di fronte alla tutela dei diritti umani vuole una presa di posizione drastica. Peccato, che la diffusione di video arrivati pure in Italia che testimoniano le violenze cinesi nello Xinjiang e la sistematica violazione e repressione degli uiguri non abbia destato grande sdegno. Anzi per lo più la politica, soprattutto a sinistra, ha cercato di coprire l’eco proveniente dall’Asia alzando la voce contro la dittatura russa.
In Germania la fuga di notizia proveniente dalle carceri dello Xinjang è stata immediatamente raccolta dal ministero degli Esteri, Annalena Baerbock, che ha tenuto il punto con il collega cinese. Le aziende come Volkwagen o Basf hanno preferito tacere. Da noi si è rimasti al livello zero della presa di coscienza. Segno che gli asset e i legami con la Cina sono assai forti. Ed estremamente pericolosi. Molto più rispetto alle infiltrazioni russe che non giungeranno mai al livello di penetrazione mostrato da Pechino. Innanzitutto, non si sono solo i tedeschi a lavorare nella terra degli uiguri, ma anche tante società italiane. Una di questa dava lavoro all’ex ministro delle Infrastrutture, la piddina Paola De Micheli, la quale circa due anni fa confidava a Sette del Corriere della Sera di sapere distinguere un concentrato di pomodoro italiano da uno cinese con un solo sguardo. «Il concentrato cinese si riconosce dal colore. Quindi meglio fare la prova senza benda». Dei cinesi lei è stata pure consulente, suggeriva l’intervistatore. «Ho vissuto tre mesi da sola nello Xinjiang. Ricordo un viaggio in cuccetta al confine con il Kazakistan. Dovevo certificare un lotto di pomodori. Nello scompartimento ero l’unica donna. Temendo che mi aggredissero chiamavo mia madre col cellulare bisbigliando e dicevo il rosario». Si è trovata così bene nel Nord Ovest della Cina che poi da ministro incontrò al fianco di Fabrizio Pagani più di una volta i rappresentanti di China Merchants interessati - o almeno così sembravano - ad entrare in Atlantia e risolvere l’enorme grana di Autostrade travolta dal crollo del ponte Morandi. Perché a sostenere la presenza cinese in Italia non c’è solo Beppe Grillo che entra ed esce spesso dall’ambasciata a Roma, oppure Michele Geraci, ex sottosegretario leghista del governo gialloblu, ma numerosi esponenti della sinistra. A dicembre del 2018 Tencent, Cgtn e il conglomerato della tv pubblica Cctv organizzò a Pechino un grande meeting sull’intelligenza artificiale nell’editoria e nei social. Collegato da Bologna a dare un saluto e un augurio di buon lavoro c’era Romano Prodi che parlava come ex premier e come pensatore italiano. Ma la penetrazione cinese in Italia funzione perché è silenziosa e ama avere a che fare con le figure intermedie che gestiscono la macchina pubblica. Non è un caso che sotto il periodo del Conte Uno e del Conte bis ministeri e dipartimenti siano stati inondati di telecamere cinesi. Inutile dire che, là dove mancavano, il Covid ha contribuito a colmare le lacune. Nel 2021 fu svelata la presenza di 19 termoscanner agli ingressi di Palazzo Chigi prodotti e installati dalla Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou. Quest’ultima è dal marzo 2020 nella black list della Casa Bianca. Già nell’ottobre del 2019, un anno prima dell’acquisto effettuato da Giuseppe Conte, l’esecutivo di Donald Trump aveva inserito l’azienda di Hangzhou in un’altra lista. In pratica The Donald proibì a Dahua di acquistare o commerciare tecnologia americana perché ritenuta colpevole di aver partecipato allo sterminio di massa degli uiguri.
Telecamere cinesi sono presenti anche in Parlamento e in numerose Procure. Guarda caso quando l’Aula dovette affrontare una mozione per definire quello degli uiguri un genocidio, metà maggioranza andò dietro alle perplessità di Lia Quartapelle che da responsabile degli Esteri del Pd si disse dubbiosa sulla legittimità del termine genocidio troppo tecnico e poco applicabile. Chissà come mai. D’altronde è sempre a un partito come il Pd che si deve il colpo di genio di Cdp Reti. Ai tempi di Matteo Renzi, per la precisione il 30 luglio del 2014, Cdp presieduta da Franco Bassanini approva la cessione del 35% della holding che controlla Snam, Italgas e Terna a China State Grid.
I cinesi versano circa due miliardi, ma sarebbero stati anche meno se gli advisor di Lazard non fossero intervenuti, ed entrano nel cda con un esponente. L’investimento è stato ripagato con i dividendi delle aziende partecipate e adesso l’ospite è così ingombrante che nemmeno il governo Draghi sa come mandarlo via. Si vocifera addirittura di fondere Snam e Terna pur di sciogliere la holding e diluire la presenza di Pechino. E sarebbe solo uno dei temi caldi perché la tecnologia 5G è sempre a rischio e ci sono i porti che ancora oggi gestiti dal network di Graziano Delrio che va a lezione di cinese nel caso di dovessero riaprire le porte agli emissari di Xi.
Le grinfie del Dragone. Telecamere, porti e tecnologia
Quel che resta della Via della seta, almeno in Italia, non è poco. Anche dopo che il governo di Mario Draghi ha lasciato cadere nel vuoto gli accordi del marzo 2019 firmati da Giuseppe Conte con il presidente Xi Jinping, la presenza delle industrie e dei capitali cinesi nella Penisola non è minimamente calata. Dalle macchine sportive ai server e alle «saponette» per internet, passando per le infrastrutture elettriche, i porti e i sistemi di telesorveglianza negli uffici pubblici, le aziende di Pechino continuano a prosperare in Italia. Come in Francia e Germania, del resto. Ma da noi è soltanto da quando a Palazzo Chigi c’è Draghi che si fa attenzione a che la penetrazione dei colossi cinesi, spesso di proprietà del partito-stato Pcc, non abbia carattere predatorio. Ora l’aumento della tensione tra Washington e Pechino accende un nuovo faro anche sull’Italia, che dai tempi di Romano Prodi e fino a Beppe Grillo ha sempre avuto un debole per la Cina.
Secondo le Dogane di Pechino, nel primo trimestre di quest’anno l’interscambio tra Italia e Cina è aumentato del 17% rispetto a un anno prima. Ma occhio agli squilibri della bilancia commerciale. Le importazioni italiane sono aumentate del 38% e quelle di Pechino sono scese dell’8%. In tutto il 2021, si sono toccati i 54 miliardi di euro (+20,1% sul 2020 e +21,4% sul 2019), con l’Italia che ha esportato merci per 15,5 miliardi e ne ha importate per 38,5. In Italia, il Dragone ha una comunità di oltre 300.000 persone che produce, consuma e trasferisce denaro con la massima riservatezza, ma ha anche una florida presenza industriale e commerciale.
Nonostante i ritardi, il prossimo anno la joint venture sino-americana Silk Faw dovrebbe lanciare da Reggio Emilia la «S9», ovvero la prima supercar interamente elettrica. La risposta cinese alla Ferrari non è un fungo spuntato dal nulla nel rinomato distretto dell’automotive emiliano, ma fa parte di un progetto da un miliardo di investimenti e almeno mille posti di lavoro. Faw, 130.000 dipendenti e oltre 3,5 milioni di auto vendute lo scorso anno, in realtà ha mancato di un soffio il colpo grosso: Iveco. Gli Agnelli Elkann, un anno fa, stavano per vendere ai cinesi per tre miliardi di dollari la controllata di Cnh che produce camion e veicoli commerciali, insieme ai motori della Fiat Power Train. Senza usare il potere veto del golden power, ma con una decisa moral suasion, Mario Draghi e Giancarlo Giorgetti hanno fatto capire a John Elkann che non era il caso. Iveco è stata quindi separata da trattori e macchine movimento terra e quotata in Borsa (dove ha perso quasi il 50% in soli cinque mesi), ma sarebbe stato davvero imbarazzante, dopo l’invasione dell’Ucraina, sbandierare le nuove commesse militari ottenute da Torino se il padrone fosse stato cinese.
Uno stop che ha fatto più discutere è stato quello imposto a Huawei e Zte sullo sviluppo del 5G. Lo decise Conte, dopo inenarrabili polemiche e ritardi, per motivi di sicurezza nazionale ben spiegati anche dal Regno Unito di Boris Johnson. Ma i due colossi cinesi sono comunque ben piazzati in Italia, dove vendono smartphone, sistemi di rete, tablet e computer. Huawei, formalmente privata, fattura nella Penisola oltre un miliardo l’anno e ha circa 800 dipendenti. La statale Zte invece è arrivata nel 2005 e nel 2019 aveva ricavi per oltre 250 milioni, frutto anche di un centro ricerche impiantato all’Aquila e di molti contratti per portare internet in varie amministrazioni locali. Entrambe le aziende sono considerate, almeno in Italia, dei datori di lavoro modello. E hanno lobbisti di primo livello.
Ma se prima o poi un telefonino cinese può capitare in mano a tutti, non è certo un fatto di dominio popolare che il 35% della rete elettrica italiana sia in mano a Pechino, che attraverso China State Grid ha il 35% di Cdp Reti. L’operazione è del 2014 ed è responsabilità di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, ovvero Pd al 100% (almeno all’epoca). Dove i capitali cinesi hanno dovuto un po’ fermarsi è in un settore strategico come quello dei porti. Oggi parla ufficialmente cinese il 49% di Vado Ligure (Savona), terminal gigantesco per ogni tipo di merce, dalle auto agli alimentari. Lo stesso governo Renzi aveva pensato di allearsi con Pechino anche per gestire i porti di Venezia, Trieste e Genova, ma l’accordo non è mai decollato davvero. Idem per Taranto, con i capitali cinesi che dopo lunghe trattative hanno preferito fare rotta sul Pireo, ma che in realtà aspettano solo che a Palazzo Chigi torni un Conte.
È invece del 2017, governo di Paolo Gentiloni, la spensierata gara Consip che ha affidato ai cinesi di HikVision la fornitura di un migliaio di telecamere in oltre 130 Procure. Il colosso cinese della telesorveglianza viene ciclicamente messo al bando dalle autorità Usa perché naturalmente è il fornitore anche dell’esercito cinese, che usa le sue apparecchiature per controllare, ad esempio, la minoranza degli uiguiri.
Alla fine, almeno per ora, il golden power è stato usato da Draghi solo per bloccare la vendita delle preziose sementi della romagnola Verisem (controllata da un fondo Usa) agli svizzeri di Syngenta, che nel 2017 è finita in mani cinesi. Il mese scorso il Tar del Lazio ha respinto il ricorso di Syngenta contro la decisione di Palazzo Chigi, ma la sovranità alimentare ed economica italiana è comunque un obiettivo. Nel mirino di una Cina che ha fatto incetta di terreni agricoli in mezza Africa e che ha un track record di tutto rispetto nell’espandersi dove mancano i capitali e le classi politiche sono più corrotte.
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Non c’è paragone tra le infiltrazioni di Pechino e quelle del Cremlino, ma nessuno ci bada, neppure di fronte alle prove delle atrocità sugli uiguri. Basta avere gli amici giusti.Le grinfie del Dragone: telecamere, porti e tecnologia. Pechino possiede anche il 35% della nostra rete elettrica, oltre ad avere interessi nell’automotive e nella telefonia.Lo speciale contiene due articoli.Chi frequenta i russi in Italia sta diventando radioattivo. L’Ue, su spinta americana, si prepara a un nuovo regime di sanzioni. L’obiettivo è mettere fuori legge non tanto i russi, ma anche chi li incontra e chi ci fa affari. La guerra fatta in questo modo ha cambiato gli equilibri e i business di grandi aziende. Alcune costrette a tagliarsi un braccio con gravi perdite. E additate dalla politica, che di fronte alla tutela dei diritti umani vuole una presa di posizione drastica. Peccato, che la diffusione di video arrivati pure in Italia che testimoniano le violenze cinesi nello Xinjiang e la sistematica violazione e repressione degli uiguri non abbia destato grande sdegno. Anzi per lo più la politica, soprattutto a sinistra, ha cercato di coprire l’eco proveniente dall’Asia alzando la voce contro la dittatura russa. In Germania la fuga di notizia proveniente dalle carceri dello Xinjang è stata immediatamente raccolta dal ministero degli Esteri, Annalena Baerbock, che ha tenuto il punto con il collega cinese. Le aziende come Volkwagen o Basf hanno preferito tacere. Da noi si è rimasti al livello zero della presa di coscienza. Segno che gli asset e i legami con la Cina sono assai forti. Ed estremamente pericolosi. Molto più rispetto alle infiltrazioni russe che non giungeranno mai al livello di penetrazione mostrato da Pechino. Innanzitutto, non si sono solo i tedeschi a lavorare nella terra degli uiguri, ma anche tante società italiane. Una di questa dava lavoro all’ex ministro delle Infrastrutture, la piddina Paola De Micheli, la quale circa due anni fa confidava a Sette del Corriere della Sera di sapere distinguere un concentrato di pomodoro italiano da uno cinese con un solo sguardo. «Il concentrato cinese si riconosce dal colore. Quindi meglio fare la prova senza benda». Dei cinesi lei è stata pure consulente, suggeriva l’intervistatore. «Ho vissuto tre mesi da sola nello Xinjiang. Ricordo un viaggio in cuccetta al confine con il Kazakistan. Dovevo certificare un lotto di pomodori. Nello scompartimento ero l’unica donna. Temendo che mi aggredissero chiamavo mia madre col cellulare bisbigliando e dicevo il rosario». Si è trovata così bene nel Nord Ovest della Cina che poi da ministro incontrò al fianco di Fabrizio Pagani più di una volta i rappresentanti di China Merchants interessati - o almeno così sembravano - ad entrare in Atlantia e risolvere l’enorme grana di Autostrade travolta dal crollo del ponte Morandi. Perché a sostenere la presenza cinese in Italia non c’è solo Beppe Grillo che entra ed esce spesso dall’ambasciata a Roma, oppure Michele Geraci, ex sottosegretario leghista del governo gialloblu, ma numerosi esponenti della sinistra. A dicembre del 2018 Tencent, Cgtn e il conglomerato della tv pubblica Cctv organizzò a Pechino un grande meeting sull’intelligenza artificiale nell’editoria e nei social. Collegato da Bologna a dare un saluto e un augurio di buon lavoro c’era Romano Prodi che parlava come ex premier e come pensatore italiano. Ma la penetrazione cinese in Italia funzione perché è silenziosa e ama avere a che fare con le figure intermedie che gestiscono la macchina pubblica. Non è un caso che sotto il periodo del Conte Uno e del Conte bis ministeri e dipartimenti siano stati inondati di telecamere cinesi. Inutile dire che, là dove mancavano, il Covid ha contribuito a colmare le lacune. Nel 2021 fu svelata la presenza di 19 termoscanner agli ingressi di Palazzo Chigi prodotti e installati dalla Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou. Quest’ultima è dal marzo 2020 nella black list della Casa Bianca. Già nell’ottobre del 2019, un anno prima dell’acquisto effettuato da Giuseppe Conte, l’esecutivo di Donald Trump aveva inserito l’azienda di Hangzhou in un’altra lista. In pratica The Donald proibì a Dahua di acquistare o commerciare tecnologia americana perché ritenuta colpevole di aver partecipato allo sterminio di massa degli uiguri. Telecamere cinesi sono presenti anche in Parlamento e in numerose Procure. Guarda caso quando l’Aula dovette affrontare una mozione per definire quello degli uiguri un genocidio, metà maggioranza andò dietro alle perplessità di Lia Quartapelle che da responsabile degli Esteri del Pd si disse dubbiosa sulla legittimità del termine genocidio troppo tecnico e poco applicabile. Chissà come mai. D’altronde è sempre a un partito come il Pd che si deve il colpo di genio di Cdp Reti. Ai tempi di Matteo Renzi, per la precisione il 30 luglio del 2014, Cdp presieduta da Franco Bassanini approva la cessione del 35% della holding che controlla Snam, Italgas e Terna a China State Grid. I cinesi versano circa due miliardi, ma sarebbero stati anche meno se gli advisor di Lazard non fossero intervenuti, ed entrano nel cda con un esponente. L’investimento è stato ripagato con i dividendi delle aziende partecipate e adesso l’ospite è così ingombrante che nemmeno il governo Draghi sa come mandarlo via. Si vocifera addirittura di fondere Snam e Terna pur di sciogliere la holding e diluire la presenza di Pechino. E sarebbe solo uno dei temi caldi perché la tecnologia 5G è sempre a rischio e ci sono i porti che ancora oggi gestiti dal network di Graziano Delrio che va a lezione di cinese nel caso di dovessero riaprire le porte agli emissari di Xi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/occhi-putin-cina-pappa-italia-2657390842.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-grinfie-del-dragone-telecamere-porti-e-tecnologia" data-post-id="2657390842" data-published-at="1653508258" data-use-pagination="False"> Le grinfie del Dragone. Telecamere, porti e tecnologia Quel che resta della Via della seta, almeno in Italia, non è poco. Anche dopo che il governo di Mario Draghi ha lasciato cadere nel vuoto gli accordi del marzo 2019 firmati da Giuseppe Conte con il presidente Xi Jinping, la presenza delle industrie e dei capitali cinesi nella Penisola non è minimamente calata. Dalle macchine sportive ai server e alle «saponette» per internet, passando per le infrastrutture elettriche, i porti e i sistemi di telesorveglianza negli uffici pubblici, le aziende di Pechino continuano a prosperare in Italia. Come in Francia e Germania, del resto. Ma da noi è soltanto da quando a Palazzo Chigi c’è Draghi che si fa attenzione a che la penetrazione dei colossi cinesi, spesso di proprietà del partito-stato Pcc, non abbia carattere predatorio. Ora l’aumento della tensione tra Washington e Pechino accende un nuovo faro anche sull’Italia, che dai tempi di Romano Prodi e fino a Beppe Grillo ha sempre avuto un debole per la Cina. Secondo le Dogane di Pechino, nel primo trimestre di quest’anno l’interscambio tra Italia e Cina è aumentato del 17% rispetto a un anno prima. Ma occhio agli squilibri della bilancia commerciale. Le importazioni italiane sono aumentate del 38% e quelle di Pechino sono scese dell’8%. In tutto il 2021, si sono toccati i 54 miliardi di euro (+20,1% sul 2020 e +21,4% sul 2019), con l’Italia che ha esportato merci per 15,5 miliardi e ne ha importate per 38,5. In Italia, il Dragone ha una comunità di oltre 300.000 persone che produce, consuma e trasferisce denaro con la massima riservatezza, ma ha anche una florida presenza industriale e commerciale. Nonostante i ritardi, il prossimo anno la joint venture sino-americana Silk Faw dovrebbe lanciare da Reggio Emilia la «S9», ovvero la prima supercar interamente elettrica. La risposta cinese alla Ferrari non è un fungo spuntato dal nulla nel rinomato distretto dell’automotive emiliano, ma fa parte di un progetto da un miliardo di investimenti e almeno mille posti di lavoro. Faw, 130.000 dipendenti e oltre 3,5 milioni di auto vendute lo scorso anno, in realtà ha mancato di un soffio il colpo grosso: Iveco. Gli Agnelli Elkann, un anno fa, stavano per vendere ai cinesi per tre miliardi di dollari la controllata di Cnh che produce camion e veicoli commerciali, insieme ai motori della Fiat Power Train. Senza usare il potere veto del golden power, ma con una decisa moral suasion, Mario Draghi e Giancarlo Giorgetti hanno fatto capire a John Elkann che non era il caso. Iveco è stata quindi separata da trattori e macchine movimento terra e quotata in Borsa (dove ha perso quasi il 50% in soli cinque mesi), ma sarebbe stato davvero imbarazzante, dopo l’invasione dell’Ucraina, sbandierare le nuove commesse militari ottenute da Torino se il padrone fosse stato cinese. Uno stop che ha fatto più discutere è stato quello imposto a Huawei e Zte sullo sviluppo del 5G. Lo decise Conte, dopo inenarrabili polemiche e ritardi, per motivi di sicurezza nazionale ben spiegati anche dal Regno Unito di Boris Johnson. Ma i due colossi cinesi sono comunque ben piazzati in Italia, dove vendono smartphone, sistemi di rete, tablet e computer. Huawei, formalmente privata, fattura nella Penisola oltre un miliardo l’anno e ha circa 800 dipendenti. La statale Zte invece è arrivata nel 2005 e nel 2019 aveva ricavi per oltre 250 milioni, frutto anche di un centro ricerche impiantato all’Aquila e di molti contratti per portare internet in varie amministrazioni locali. Entrambe le aziende sono considerate, almeno in Italia, dei datori di lavoro modello. E hanno lobbisti di primo livello. Ma se prima o poi un telefonino cinese può capitare in mano a tutti, non è certo un fatto di dominio popolare che il 35% della rete elettrica italiana sia in mano a Pechino, che attraverso China State Grid ha il 35% di Cdp Reti. L’operazione è del 2014 ed è responsabilità di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, ovvero Pd al 100% (almeno all’epoca). Dove i capitali cinesi hanno dovuto un po’ fermarsi è in un settore strategico come quello dei porti. Oggi parla ufficialmente cinese il 49% di Vado Ligure (Savona), terminal gigantesco per ogni tipo di merce, dalle auto agli alimentari. Lo stesso governo Renzi aveva pensato di allearsi con Pechino anche per gestire i porti di Venezia, Trieste e Genova, ma l’accordo non è mai decollato davvero. Idem per Taranto, con i capitali cinesi che dopo lunghe trattative hanno preferito fare rotta sul Pireo, ma che in realtà aspettano solo che a Palazzo Chigi torni un Conte. È invece del 2017, governo di Paolo Gentiloni, la spensierata gara Consip che ha affidato ai cinesi di HikVision la fornitura di un migliaio di telecamere in oltre 130 Procure. Il colosso cinese della telesorveglianza viene ciclicamente messo al bando dalle autorità Usa perché naturalmente è il fornitore anche dell’esercito cinese, che usa le sue apparecchiature per controllare, ad esempio, la minoranza degli uiguiri. Alla fine, almeno per ora, il golden power è stato usato da Draghi solo per bloccare la vendita delle preziose sementi della romagnola Verisem (controllata da un fondo Usa) agli svizzeri di Syngenta, che nel 2017 è finita in mani cinesi. Il mese scorso il Tar del Lazio ha respinto il ricorso di Syngenta contro la decisione di Palazzo Chigi, ma la sovranità alimentare ed economica italiana è comunque un obiettivo. Nel mirino di una Cina che ha fatto incetta di terreni agricoli in mezza Africa e che ha un track record di tutto rispetto nell’espandersi dove mancano i capitali e le classi politiche sono più corrotte.
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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