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2022-05-26
Occhi su Putin, però intanto la Cina si pappa l’Italia con l’aiuto del Pd
Ansa
Chi frequenta i russi in Italia sta diventando radioattivo. L’Ue, su spinta americana, si prepara a un nuovo regime di sanzioni. L’obiettivo è mettere fuori legge non tanto i russi, ma anche chi li incontra e chi ci fa affari. La guerra fatta in questo modo ha cambiato gli equilibri e i business di grandi aziende. Alcune costrette a tagliarsi un braccio con gravi perdite. E additate dalla politica, che di fronte alla tutela dei diritti umani vuole una presa di posizione drastica. Peccato, che la diffusione di video arrivati pure in Italia che testimoniano le violenze cinesi nello Xinjiang e la sistematica violazione e repressione degli uiguri non abbia destato grande sdegno. Anzi per lo più la politica, soprattutto a sinistra, ha cercato di coprire l’eco proveniente dall’Asia alzando la voce contro la dittatura russa.
In Germania la fuga di notizia proveniente dalle carceri dello Xinjang è stata immediatamente raccolta dal ministero degli Esteri, Annalena Baerbock, che ha tenuto il punto con il collega cinese. Le aziende come Volkwagen o Basf hanno preferito tacere. Da noi si è rimasti al livello zero della presa di coscienza. Segno che gli asset e i legami con la Cina sono assai forti. Ed estremamente pericolosi. Molto più rispetto alle infiltrazioni russe che non giungeranno mai al livello di penetrazione mostrato da Pechino. Innanzitutto, non si sono solo i tedeschi a lavorare nella terra degli uiguri, ma anche tante società italiane. Una di questa dava lavoro all’ex ministro delle Infrastrutture, la piddina Paola De Micheli, la quale circa due anni fa confidava a Sette del Corriere della Sera di sapere distinguere un concentrato di pomodoro italiano da uno cinese con un solo sguardo. «Il concentrato cinese si riconosce dal colore. Quindi meglio fare la prova senza benda». Dei cinesi lei è stata pure consulente, suggeriva l’intervistatore. «Ho vissuto tre mesi da sola nello Xinjiang. Ricordo un viaggio in cuccetta al confine con il Kazakistan. Dovevo certificare un lotto di pomodori. Nello scompartimento ero l’unica donna. Temendo che mi aggredissero chiamavo mia madre col cellulare bisbigliando e dicevo il rosario». Si è trovata così bene nel Nord Ovest della Cina che poi da ministro incontrò al fianco di Fabrizio Pagani più di una volta i rappresentanti di China Merchants interessati - o almeno così sembravano - ad entrare in Atlantia e risolvere l’enorme grana di Autostrade travolta dal crollo del ponte Morandi. Perché a sostenere la presenza cinese in Italia non c’è solo Beppe Grillo che entra ed esce spesso dall’ambasciata a Roma, oppure Michele Geraci, ex sottosegretario leghista del governo gialloblu, ma numerosi esponenti della sinistra. A dicembre del 2018 Tencent, Cgtn e il conglomerato della tv pubblica Cctv organizzò a Pechino un grande meeting sull’intelligenza artificiale nell’editoria e nei social. Collegato da Bologna a dare un saluto e un augurio di buon lavoro c’era Romano Prodi che parlava come ex premier e come pensatore italiano. Ma la penetrazione cinese in Italia funzione perché è silenziosa e ama avere a che fare con le figure intermedie che gestiscono la macchina pubblica. Non è un caso che sotto il periodo del Conte Uno e del Conte bis ministeri e dipartimenti siano stati inondati di telecamere cinesi. Inutile dire che, là dove mancavano, il Covid ha contribuito a colmare le lacune. Nel 2021 fu svelata la presenza di 19 termoscanner agli ingressi di Palazzo Chigi prodotti e installati dalla Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou. Quest’ultima è dal marzo 2020 nella black list della Casa Bianca. Già nell’ottobre del 2019, un anno prima dell’acquisto effettuato da Giuseppe Conte, l’esecutivo di Donald Trump aveva inserito l’azienda di Hangzhou in un’altra lista. In pratica The Donald proibì a Dahua di acquistare o commerciare tecnologia americana perché ritenuta colpevole di aver partecipato allo sterminio di massa degli uiguri.
Telecamere cinesi sono presenti anche in Parlamento e in numerose Procure. Guarda caso quando l’Aula dovette affrontare una mozione per definire quello degli uiguri un genocidio, metà maggioranza andò dietro alle perplessità di Lia Quartapelle che da responsabile degli Esteri del Pd si disse dubbiosa sulla legittimità del termine genocidio troppo tecnico e poco applicabile. Chissà come mai. D’altronde è sempre a un partito come il Pd che si deve il colpo di genio di Cdp Reti. Ai tempi di Matteo Renzi, per la precisione il 30 luglio del 2014, Cdp presieduta da Franco Bassanini approva la cessione del 35% della holding che controlla Snam, Italgas e Terna a China State Grid.
I cinesi versano circa due miliardi, ma sarebbero stati anche meno se gli advisor di Lazard non fossero intervenuti, ed entrano nel cda con un esponente. L’investimento è stato ripagato con i dividendi delle aziende partecipate e adesso l’ospite è così ingombrante che nemmeno il governo Draghi sa come mandarlo via. Si vocifera addirittura di fondere Snam e Terna pur di sciogliere la holding e diluire la presenza di Pechino. E sarebbe solo uno dei temi caldi perché la tecnologia 5G è sempre a rischio e ci sono i porti che ancora oggi gestiti dal network di Graziano Delrio che va a lezione di cinese nel caso di dovessero riaprire le porte agli emissari di Xi.
Le grinfie del Dragone. Telecamere, porti e tecnologia
Quel che resta della Via della seta, almeno in Italia, non è poco. Anche dopo che il governo di Mario Draghi ha lasciato cadere nel vuoto gli accordi del marzo 2019 firmati da Giuseppe Conte con il presidente Xi Jinping, la presenza delle industrie e dei capitali cinesi nella Penisola non è minimamente calata. Dalle macchine sportive ai server e alle «saponette» per internet, passando per le infrastrutture elettriche, i porti e i sistemi di telesorveglianza negli uffici pubblici, le aziende di Pechino continuano a prosperare in Italia. Come in Francia e Germania, del resto. Ma da noi è soltanto da quando a Palazzo Chigi c’è Draghi che si fa attenzione a che la penetrazione dei colossi cinesi, spesso di proprietà del partito-stato Pcc, non abbia carattere predatorio. Ora l’aumento della tensione tra Washington e Pechino accende un nuovo faro anche sull’Italia, che dai tempi di Romano Prodi e fino a Beppe Grillo ha sempre avuto un debole per la Cina.
Secondo le Dogane di Pechino, nel primo trimestre di quest’anno l’interscambio tra Italia e Cina è aumentato del 17% rispetto a un anno prima. Ma occhio agli squilibri della bilancia commerciale. Le importazioni italiane sono aumentate del 38% e quelle di Pechino sono scese dell’8%. In tutto il 2021, si sono toccati i 54 miliardi di euro (+20,1% sul 2020 e +21,4% sul 2019), con l’Italia che ha esportato merci per 15,5 miliardi e ne ha importate per 38,5. In Italia, il Dragone ha una comunità di oltre 300.000 persone che produce, consuma e trasferisce denaro con la massima riservatezza, ma ha anche una florida presenza industriale e commerciale.
Nonostante i ritardi, il prossimo anno la joint venture sino-americana Silk Faw dovrebbe lanciare da Reggio Emilia la «S9», ovvero la prima supercar interamente elettrica. La risposta cinese alla Ferrari non è un fungo spuntato dal nulla nel rinomato distretto dell’automotive emiliano, ma fa parte di un progetto da un miliardo di investimenti e almeno mille posti di lavoro. Faw, 130.000 dipendenti e oltre 3,5 milioni di auto vendute lo scorso anno, in realtà ha mancato di un soffio il colpo grosso: Iveco. Gli Agnelli Elkann, un anno fa, stavano per vendere ai cinesi per tre miliardi di dollari la controllata di Cnh che produce camion e veicoli commerciali, insieme ai motori della Fiat Power Train. Senza usare il potere veto del golden power, ma con una decisa moral suasion, Mario Draghi e Giancarlo Giorgetti hanno fatto capire a John Elkann che non era il caso. Iveco è stata quindi separata da trattori e macchine movimento terra e quotata in Borsa (dove ha perso quasi il 50% in soli cinque mesi), ma sarebbe stato davvero imbarazzante, dopo l’invasione dell’Ucraina, sbandierare le nuove commesse militari ottenute da Torino se il padrone fosse stato cinese.
Uno stop che ha fatto più discutere è stato quello imposto a Huawei e Zte sullo sviluppo del 5G. Lo decise Conte, dopo inenarrabili polemiche e ritardi, per motivi di sicurezza nazionale ben spiegati anche dal Regno Unito di Boris Johnson. Ma i due colossi cinesi sono comunque ben piazzati in Italia, dove vendono smartphone, sistemi di rete, tablet e computer. Huawei, formalmente privata, fattura nella Penisola oltre un miliardo l’anno e ha circa 800 dipendenti. La statale Zte invece è arrivata nel 2005 e nel 2019 aveva ricavi per oltre 250 milioni, frutto anche di un centro ricerche impiantato all’Aquila e di molti contratti per portare internet in varie amministrazioni locali. Entrambe le aziende sono considerate, almeno in Italia, dei datori di lavoro modello. E hanno lobbisti di primo livello.
Ma se prima o poi un telefonino cinese può capitare in mano a tutti, non è certo un fatto di dominio popolare che il 35% della rete elettrica italiana sia in mano a Pechino, che attraverso China State Grid ha il 35% di Cdp Reti. L’operazione è del 2014 ed è responsabilità di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, ovvero Pd al 100% (almeno all’epoca). Dove i capitali cinesi hanno dovuto un po’ fermarsi è in un settore strategico come quello dei porti. Oggi parla ufficialmente cinese il 49% di Vado Ligure (Savona), terminal gigantesco per ogni tipo di merce, dalle auto agli alimentari. Lo stesso governo Renzi aveva pensato di allearsi con Pechino anche per gestire i porti di Venezia, Trieste e Genova, ma l’accordo non è mai decollato davvero. Idem per Taranto, con i capitali cinesi che dopo lunghe trattative hanno preferito fare rotta sul Pireo, ma che in realtà aspettano solo che a Palazzo Chigi torni un Conte.
È invece del 2017, governo di Paolo Gentiloni, la spensierata gara Consip che ha affidato ai cinesi di HikVision la fornitura di un migliaio di telecamere in oltre 130 Procure. Il colosso cinese della telesorveglianza viene ciclicamente messo al bando dalle autorità Usa perché naturalmente è il fornitore anche dell’esercito cinese, che usa le sue apparecchiature per controllare, ad esempio, la minoranza degli uiguiri.
Alla fine, almeno per ora, il golden power è stato usato da Draghi solo per bloccare la vendita delle preziose sementi della romagnola Verisem (controllata da un fondo Usa) agli svizzeri di Syngenta, che nel 2017 è finita in mani cinesi. Il mese scorso il Tar del Lazio ha respinto il ricorso di Syngenta contro la decisione di Palazzo Chigi, ma la sovranità alimentare ed economica italiana è comunque un obiettivo. Nel mirino di una Cina che ha fatto incetta di terreni agricoli in mezza Africa e che ha un track record di tutto rispetto nell’espandersi dove mancano i capitali e le classi politiche sono più corrotte.
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Non c’è paragone tra le infiltrazioni di Pechino e quelle del Cremlino, ma nessuno ci bada, neppure di fronte alle prove delle atrocità sugli uiguri. Basta avere gli amici giusti.Le grinfie del Dragone: telecamere, porti e tecnologia. Pechino possiede anche il 35% della nostra rete elettrica, oltre ad avere interessi nell’automotive e nella telefonia.Lo speciale contiene due articoli.Chi frequenta i russi in Italia sta diventando radioattivo. L’Ue, su spinta americana, si prepara a un nuovo regime di sanzioni. L’obiettivo è mettere fuori legge non tanto i russi, ma anche chi li incontra e chi ci fa affari. La guerra fatta in questo modo ha cambiato gli equilibri e i business di grandi aziende. Alcune costrette a tagliarsi un braccio con gravi perdite. E additate dalla politica, che di fronte alla tutela dei diritti umani vuole una presa di posizione drastica. Peccato, che la diffusione di video arrivati pure in Italia che testimoniano le violenze cinesi nello Xinjiang e la sistematica violazione e repressione degli uiguri non abbia destato grande sdegno. Anzi per lo più la politica, soprattutto a sinistra, ha cercato di coprire l’eco proveniente dall’Asia alzando la voce contro la dittatura russa. In Germania la fuga di notizia proveniente dalle carceri dello Xinjang è stata immediatamente raccolta dal ministero degli Esteri, Annalena Baerbock, che ha tenuto il punto con il collega cinese. Le aziende come Volkwagen o Basf hanno preferito tacere. Da noi si è rimasti al livello zero della presa di coscienza. Segno che gli asset e i legami con la Cina sono assai forti. Ed estremamente pericolosi. Molto più rispetto alle infiltrazioni russe che non giungeranno mai al livello di penetrazione mostrato da Pechino. Innanzitutto, non si sono solo i tedeschi a lavorare nella terra degli uiguri, ma anche tante società italiane. Una di questa dava lavoro all’ex ministro delle Infrastrutture, la piddina Paola De Micheli, la quale circa due anni fa confidava a Sette del Corriere della Sera di sapere distinguere un concentrato di pomodoro italiano da uno cinese con un solo sguardo. «Il concentrato cinese si riconosce dal colore. Quindi meglio fare la prova senza benda». Dei cinesi lei è stata pure consulente, suggeriva l’intervistatore. «Ho vissuto tre mesi da sola nello Xinjiang. Ricordo un viaggio in cuccetta al confine con il Kazakistan. Dovevo certificare un lotto di pomodori. Nello scompartimento ero l’unica donna. Temendo che mi aggredissero chiamavo mia madre col cellulare bisbigliando e dicevo il rosario». Si è trovata così bene nel Nord Ovest della Cina che poi da ministro incontrò al fianco di Fabrizio Pagani più di una volta i rappresentanti di China Merchants interessati - o almeno così sembravano - ad entrare in Atlantia e risolvere l’enorme grana di Autostrade travolta dal crollo del ponte Morandi. Perché a sostenere la presenza cinese in Italia non c’è solo Beppe Grillo che entra ed esce spesso dall’ambasciata a Roma, oppure Michele Geraci, ex sottosegretario leghista del governo gialloblu, ma numerosi esponenti della sinistra. A dicembre del 2018 Tencent, Cgtn e il conglomerato della tv pubblica Cctv organizzò a Pechino un grande meeting sull’intelligenza artificiale nell’editoria e nei social. Collegato da Bologna a dare un saluto e un augurio di buon lavoro c’era Romano Prodi che parlava come ex premier e come pensatore italiano. Ma la penetrazione cinese in Italia funzione perché è silenziosa e ama avere a che fare con le figure intermedie che gestiscono la macchina pubblica. Non è un caso che sotto il periodo del Conte Uno e del Conte bis ministeri e dipartimenti siano stati inondati di telecamere cinesi. Inutile dire che, là dove mancavano, il Covid ha contribuito a colmare le lacune. Nel 2021 fu svelata la presenza di 19 termoscanner agli ingressi di Palazzo Chigi prodotti e installati dalla Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou. Quest’ultima è dal marzo 2020 nella black list della Casa Bianca. Già nell’ottobre del 2019, un anno prima dell’acquisto effettuato da Giuseppe Conte, l’esecutivo di Donald Trump aveva inserito l’azienda di Hangzhou in un’altra lista. In pratica The Donald proibì a Dahua di acquistare o commerciare tecnologia americana perché ritenuta colpevole di aver partecipato allo sterminio di massa degli uiguri. Telecamere cinesi sono presenti anche in Parlamento e in numerose Procure. Guarda caso quando l’Aula dovette affrontare una mozione per definire quello degli uiguri un genocidio, metà maggioranza andò dietro alle perplessità di Lia Quartapelle che da responsabile degli Esteri del Pd si disse dubbiosa sulla legittimità del termine genocidio troppo tecnico e poco applicabile. Chissà come mai. D’altronde è sempre a un partito come il Pd che si deve il colpo di genio di Cdp Reti. Ai tempi di Matteo Renzi, per la precisione il 30 luglio del 2014, Cdp presieduta da Franco Bassanini approva la cessione del 35% della holding che controlla Snam, Italgas e Terna a China State Grid. I cinesi versano circa due miliardi, ma sarebbero stati anche meno se gli advisor di Lazard non fossero intervenuti, ed entrano nel cda con un esponente. L’investimento è stato ripagato con i dividendi delle aziende partecipate e adesso l’ospite è così ingombrante che nemmeno il governo Draghi sa come mandarlo via. Si vocifera addirittura di fondere Snam e Terna pur di sciogliere la holding e diluire la presenza di Pechino. E sarebbe solo uno dei temi caldi perché la tecnologia 5G è sempre a rischio e ci sono i porti che ancora oggi gestiti dal network di Graziano Delrio che va a lezione di cinese nel caso di dovessero riaprire le porte agli emissari di Xi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/occhi-putin-cina-pappa-italia-2657390842.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-grinfie-del-dragone-telecamere-porti-e-tecnologia" data-post-id="2657390842" data-published-at="1653508258" data-use-pagination="False"> Le grinfie del Dragone. Telecamere, porti e tecnologia Quel che resta della Via della seta, almeno in Italia, non è poco. Anche dopo che il governo di Mario Draghi ha lasciato cadere nel vuoto gli accordi del marzo 2019 firmati da Giuseppe Conte con il presidente Xi Jinping, la presenza delle industrie e dei capitali cinesi nella Penisola non è minimamente calata. Dalle macchine sportive ai server e alle «saponette» per internet, passando per le infrastrutture elettriche, i porti e i sistemi di telesorveglianza negli uffici pubblici, le aziende di Pechino continuano a prosperare in Italia. Come in Francia e Germania, del resto. Ma da noi è soltanto da quando a Palazzo Chigi c’è Draghi che si fa attenzione a che la penetrazione dei colossi cinesi, spesso di proprietà del partito-stato Pcc, non abbia carattere predatorio. Ora l’aumento della tensione tra Washington e Pechino accende un nuovo faro anche sull’Italia, che dai tempi di Romano Prodi e fino a Beppe Grillo ha sempre avuto un debole per la Cina. Secondo le Dogane di Pechino, nel primo trimestre di quest’anno l’interscambio tra Italia e Cina è aumentato del 17% rispetto a un anno prima. Ma occhio agli squilibri della bilancia commerciale. Le importazioni italiane sono aumentate del 38% e quelle di Pechino sono scese dell’8%. In tutto il 2021, si sono toccati i 54 miliardi di euro (+20,1% sul 2020 e +21,4% sul 2019), con l’Italia che ha esportato merci per 15,5 miliardi e ne ha importate per 38,5. In Italia, il Dragone ha una comunità di oltre 300.000 persone che produce, consuma e trasferisce denaro con la massima riservatezza, ma ha anche una florida presenza industriale e commerciale. Nonostante i ritardi, il prossimo anno la joint venture sino-americana Silk Faw dovrebbe lanciare da Reggio Emilia la «S9», ovvero la prima supercar interamente elettrica. La risposta cinese alla Ferrari non è un fungo spuntato dal nulla nel rinomato distretto dell’automotive emiliano, ma fa parte di un progetto da un miliardo di investimenti e almeno mille posti di lavoro. Faw, 130.000 dipendenti e oltre 3,5 milioni di auto vendute lo scorso anno, in realtà ha mancato di un soffio il colpo grosso: Iveco. Gli Agnelli Elkann, un anno fa, stavano per vendere ai cinesi per tre miliardi di dollari la controllata di Cnh che produce camion e veicoli commerciali, insieme ai motori della Fiat Power Train. Senza usare il potere veto del golden power, ma con una decisa moral suasion, Mario Draghi e Giancarlo Giorgetti hanno fatto capire a John Elkann che non era il caso. Iveco è stata quindi separata da trattori e macchine movimento terra e quotata in Borsa (dove ha perso quasi il 50% in soli cinque mesi), ma sarebbe stato davvero imbarazzante, dopo l’invasione dell’Ucraina, sbandierare le nuove commesse militari ottenute da Torino se il padrone fosse stato cinese. Uno stop che ha fatto più discutere è stato quello imposto a Huawei e Zte sullo sviluppo del 5G. Lo decise Conte, dopo inenarrabili polemiche e ritardi, per motivi di sicurezza nazionale ben spiegati anche dal Regno Unito di Boris Johnson. Ma i due colossi cinesi sono comunque ben piazzati in Italia, dove vendono smartphone, sistemi di rete, tablet e computer. Huawei, formalmente privata, fattura nella Penisola oltre un miliardo l’anno e ha circa 800 dipendenti. La statale Zte invece è arrivata nel 2005 e nel 2019 aveva ricavi per oltre 250 milioni, frutto anche di un centro ricerche impiantato all’Aquila e di molti contratti per portare internet in varie amministrazioni locali. Entrambe le aziende sono considerate, almeno in Italia, dei datori di lavoro modello. E hanno lobbisti di primo livello. Ma se prima o poi un telefonino cinese può capitare in mano a tutti, non è certo un fatto di dominio popolare che il 35% della rete elettrica italiana sia in mano a Pechino, che attraverso China State Grid ha il 35% di Cdp Reti. L’operazione è del 2014 ed è responsabilità di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, ovvero Pd al 100% (almeno all’epoca). Dove i capitali cinesi hanno dovuto un po’ fermarsi è in un settore strategico come quello dei porti. Oggi parla ufficialmente cinese il 49% di Vado Ligure (Savona), terminal gigantesco per ogni tipo di merce, dalle auto agli alimentari. Lo stesso governo Renzi aveva pensato di allearsi con Pechino anche per gestire i porti di Venezia, Trieste e Genova, ma l’accordo non è mai decollato davvero. Idem per Taranto, con i capitali cinesi che dopo lunghe trattative hanno preferito fare rotta sul Pireo, ma che in realtà aspettano solo che a Palazzo Chigi torni un Conte. È invece del 2017, governo di Paolo Gentiloni, la spensierata gara Consip che ha affidato ai cinesi di HikVision la fornitura di un migliaio di telecamere in oltre 130 Procure. Il colosso cinese della telesorveglianza viene ciclicamente messo al bando dalle autorità Usa perché naturalmente è il fornitore anche dell’esercito cinese, che usa le sue apparecchiature per controllare, ad esempio, la minoranza degli uiguiri. Alla fine, almeno per ora, il golden power è stato usato da Draghi solo per bloccare la vendita delle preziose sementi della romagnola Verisem (controllata da un fondo Usa) agli svizzeri di Syngenta, che nel 2017 è finita in mani cinesi. Il mese scorso il Tar del Lazio ha respinto il ricorso di Syngenta contro la decisione di Palazzo Chigi, ma la sovranità alimentare ed economica italiana è comunque un obiettivo. Nel mirino di una Cina che ha fatto incetta di terreni agricoli in mezza Africa e che ha un track record di tutto rispetto nell’espandersi dove mancano i capitali e le classi politiche sono più corrotte.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».