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2021-11-15
Obiettivo: rubarci anche le feste 2021
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Chi pensava di garantirsi un Natale tranquillo dopo la prima immunizzazione e con il green pass in tasca ha dovuto ricredersi. Le regioni che avevano chiuso gli hub vaccinali hanno dovuto riorganizzare gli spazi. I medici di base mandano a raffica messaggi sui cellulari degli assistiti raccomandando di fissare gli appuntamenti solo in situazioni gravi perché la precedenza ora è alla campagna antinfluenzale. E questa si intreccia con le terze dosi anti Covid con un ingorgo difficile da gestire. Le farmacie sono nel caos tra file giornaliere per i tamponi e per i vaccini. Sembra una corsa contro il tempo, in una atmosfera che è ancora quella drammatica dell'emergenza anche se i numeri dei contagi restano, con lievi oscillazioni, ampiamente sotto il livello di guardia e decisamente inferiori a quelli di altri Paesi europei. Chi aveva progettato un viaggio natalizio oltre frontiera ci ha già rinunciato: sono bastate le parole del ministro Roberto Speranza, che ha consigliato di rimanere in Italia, per far desistere anche i più temerari. Qualsiasi situazione che esca fuori dai binari stringenti dei protocolli di sicurezza ancora da allarme rosso sembra un azzardo. Di certo, questo non fa bene agli operatori turistici.
Ma nemmeno trascorrere il periodo festivo entro i confini nazionali è esente da incognite. Regna l'incertezza, amplificata da una certa dose di drammatizzazione a ogni bollettino con minimi aumenti di contagi. Rimarrà l'obbligo della mascherina al chiuso e potrebbe essere ripristinato il distanziamento obbligatorio al chiuso anche in luoghi dove non vige più, quali cinema o teatri. Già i profeti di sventura prevedono che per Natale qualche regione passerà dal bianco al giallo, con le conseguenti misure restrittive.
L'unica certezza è l'aumento dei prezzi. Sarà un Natale più caro. Panettoni e pandori sono rincarati del 10% con punte del 20%. Secondo l'osservatorio di Federconsumatori, il prezzo di 1 chilo di farina è salito da 0,79 euro di marzo, quando già si registravano alcune tensioni sui costi delle materie prime, a 1,09 euro di ottobre: + 38%. In aumento anche uova, nocciole, mandorle, spumante e vino. Sarà più oneroso andare al ristorante, mentre al bar è già scattato il caro-caffè: Assoutenti sottolinea che le quotazioni del caffè sono aumentate dell'80%, quelle del latte del 60%, lo zucchero segna un +30%.
La classica colazione con cappuccino e cornetto al bar potrebbe dunque presto passare da una media di 2,4 euro attuali a 3,4 euro. Sui listini incide la corsa al rialzo del gas e dell'elettricità. Il rincaro della benzina andrà a incidere sugli spostamenti giornalieri come sul trasporto delle merci e si farà sentire su addobbi e regali. Codacons prevede un aggiornamento dei listini del 5%. I pacchetti vacanza e le strutture ricettive potrebbero subire un incremento del 7%. E saranno sempre più un lusso le vacanze sulla neve. Prezzi in aumento in 8 impianti su 10 con picchi per Natale e Capodanno.
Lo skipass stagionale Valle d'Aosta costa 1.180 euro, in aumento di 110 euro rispetto agli ultimi due anni. Si devono aggiungere altri 200 euro per avere l'estensione a Zermatt. Inoltre scattano nuove regole: oltre all'obbligo del green pass e della mascherina, dal 1° gennaio c'è anche quello dell'assicurazione. E per evitare assembramenti lo skipass va acquistato online. Con questo scenario il Natale si trasforma da festa attesa a festa temuta.
Gli interventi delle nostre firme
Nicola Porro - Istituzioni e politica costruiscono una sinistra liturgia del terrore
Sarà un Natale in un clima di cupezza e rassegnazione. Le istituzioni e la politica stanno costruendo una liturgia del terrore. È un riflesso della politica per la quale se non ci fosse il governo staremmo nel disastro. È un modo per fare prevalere l'egemonia culturale della sinistra. Ogni giorno arrivano messaggi allarmistici; il virus, i contagi, l'ambiente a un passo dalla catastrofe. Una parte della politica alimenta il terrore e non si accorge di quali danni mostruosi procura. La drammatizzazione della realtà rischia di bloccare le prenotazioni per le feste e quindi impedisce a un settore economico colpito dalla crisi di risollevarsi. L'economia si nutre di numeri ma anche di aspirazioni individuali che non possono essere compresse. Ed è quello che si sta facendo. Ma io sono un ottimista. Gli italiani si sono vaccinati anche dalle superstizioni pseudoscientifiche, hanno sviluppato gli anticorpi contro le litanie contraddittorie dei virologi che solo in Italia continuano a occupare la scena.
Daniele Capezzone - Sarà un delirio emergenziale anche in assenza di emergenza
Confesso: non so come sarà il Natale, ma so come saranno i mesi di novembre e dicembre. Andrà in scena una lugubre, macabra, ininterrotta liturgia del terrore; un delirio emergenziale perfino in assenza di emergenza (come testimoniano i bassi livelli di occupazione delle terapie intensive); un rito, officiato da politica, «esperti» e mainstream media, volto ad allontanare ogni ipotesi di ritorno alla normalità. Non c'è bisogno di scomodare chissà quale «regìa» o «visione complottistica». Tutto è già sotto i nostri occhi: per un verso, c'è un dibattito politico sterilizzato fino all'elezione del nuovo presidente della Repubblica; e per un altro, c'è un prolungamento dell'uso politico ossessivo dell'emergenza sanitaria. Ora, può anche darsi che questo triste gioco funzioni (purtroppo la maggioranza degli italiani ha mostrato di subire qualunque prepotenza), ma saranno altri fattori a «guastare» il panorama. Non ci sarà nessun rilancio dell'economia reale; le pmi saranno falcidiate da scadenze fiscali killer; cresceranno i problemi concreti di liquidità per famiglie e imprese; si assisterà a una più o meno percettibile depressione dei settori più dinamici (autonomi e professionisti). Facciano attenzione i dirigenti di centrodestra. Mentre lo zoccolo duro degli elettori di centrosinistra (dipendenti pubblici, élites urbanizzate) questa situazione può reggerla benissimo, al contrario sono moltissimi gli elettori di centrodestra che non sopportano più.
Silvana De Mari - Ricorrenza piena di tristezza ma con più atti di coraggio
Il prossimo Natale sarà squallido come quello dell'anno scorso ma ci saranno più atti di coraggio. Le libertà più elementari sono state travolte. Innumerevoli persone devono subire una terapia genica sperimentale contro la propria volontà per salvare il lavoro. Nessuno mai si era sognato di sindacare sul numero di persone che si possono invitare a casa propria. È stata proclamata un'emergenza che non ha motivo di essere per curare una patologia curabile che, una volta curata, non ha la mortalità più alta di una comune influenza. Questo Natale sarà come quello scorso? Non ne ho la minima idea, nessuno è in grado di prevedere fino a che punto il governo annienterà la libertà degli italiani. Ma una cosa posso prevederla: sarà meno facile per il potere. Approfitto di questo Natale per ringraziare. Grazie a chi ha gestito una brutta malattia influenzale così da trasformarla in una emergenza sanitaria, grazie ai giornalisti asserviti, grazie ai virologi televisivi che ignorano l'esistenza del sistema immunitario, grazie agli idranti della polizia su uomini seduti a terra con i rosari in mano. Grazie a tutti voi, perché grazie a voi abbiamo riscoperto il coraggio, l'onore, la passione politica, abbiamo spento i televisori, siamo andati per strada. La gente come noi non molla mai. Sarà un Natale pieno di coraggio.
Paolo Del Debbio - Spero che il governo abbia il buon senso di evitare le chiusure
Spero che governo e istituzioni abbiano il buonsenso, pur mantenendo le misure di sicurezza, di capire che dopo due anni di paura le feste natalizie hanno un significato affettivo di ricongiunzione delle famiglie, degli amici, del microcosmo che è attorno a ognuno di noi. Sono realtà essenziali per la ripresa della vita. Ulteriori restrizioni sarebbero inopportune. Un terzo della salute degli anziani, come dicono le ricerche sanitarie, dipende dalla vicinanza con i familiari e le persone care. Sappiamo bene quanto hanno sofferto i nostri anziani nella fase dura della pandemia, soli nelle case di cura o nelle abitazioni. Poi c'è un aspetto economico. Alcune attività si stanno riprendendo ma tante altre sono stremate. Il periodo natalizio segna tradizionalmente la crescita dei consumi. Misure restrittive sarebbero penalizzanti. Inoltre non è pensabile che ogni sabato le manifestazioni costringano il commercio a vivere nell'insicurezza. I cortei andrebbero coordinati con le esigenze della vita dei centri urbani. Il Natale è anche il momento degli spostamenti, dei viaggi. Le strutture turistiche hanno bisogno di tempo per organizzarsi, non possono restare a lungo nell'incertezza, in attesa delle decisioni dell'ultimo minuto del governo. Bisognerebbe considerare che la situazione pandemica è sotto controllo e dare messaggi ottimistici, chiari e diretti. Abbiamo bisogno di un Natale di speranza e positività per recuperare la fiducia che muove l'economia.
Marcello Veneziani - Il ministro Speranza ha l'attitudine al ruolo di menagramo
L'impressione generale a circa un mese dal Natale è di essere nel caos totale. Mancano personalità e istituzioni di riferimento che siano affidabili. Si viaggia nell'incertezza totale. Oggi, anziché la paura del virus, è la situazione incontrollabile ed estremamente variabile a generare angoscia. Eppure penso che queste feste saranno migliori di quelle dello scorso anno, c'è una reattività collettiva abbastanza forte. Non credo che arriveremo al lockdown. Quando il ministro della Salute Roberto Speranza invita gli italiani a non viaggiare per le feste natalizie, non so come interpretarlo. Se è una attitudine al ruolo di menagramo, la previsione di qualcosa di grave in arrivo, o è una strategia perché ha in mente qualcosa e non vuole dircelo tutta in una volta. Forse è spinto anche da una mentalità da vecchia sinistra per la quale il divertimento è un peccato. C'è una sorta di compiacimento nel minacciare continuamente le restrizioni anche se la situazione è migliore di altri Paesi in Europa. L'incertezza in parte dipende dall'imponderabile diffusione del virus ma in parte dall'impreparazione di fondo delle istituzioni. I virologi hanno perso credibilità con le loro dichiarazioni contraddittorie. Ci hanno detto che il vaccino sarebbe stato risolutivo, ora siamo alla terza dose e ci fanno capire che non sarà l'ultima. È con questa cappa sulla testa che ci prepariamo al Natale.
Massimo Gandolfini - Dovremmo celebrare la vita invece si parla solo di clima
Sarà ancora un Natale di sofferenza anche se le condizioni pandemiche sono un po' cambiate rispetto a un anno fa. Le famiglie sono preoccupate per l'incertezza legata all'evoluzione del virus ma anche per la situazione economica. Le aspettative sul Pnrr sono state deluse. Non ci sono quei sostegni necessari ad alleggerire le difficoltà di questo periodo. I dati dell'Istat sull'aumento della povertà certificano una situazione che è sotto gli occhi di tutti ma che la politica continua a ignorare. L'assegno unico universale non è stato finanziato come doveva e i parametri Isee non sono stati modificati. Questa disattenzione è ancora più grave se si considera che usciamo da due anni di grandi difficoltà e lo scenario che abbiamo davanti non è chiaro. Non sarà un Natale di festa. E poi ci si stupisce della denatalità. Chi non ha una sicurezza economica non può pensare di mettere al mondo un figlio. Il calo delle nascite non si risolve con il reddito di cittadinanza o il bonus casa. La politica si occupa più del clima che del calo demografico. Il Natale celebra una nascita ma si parla di tutto, di Babbo Natale e dei panettoni, meno che di nascita. È in corso una battaglia ideologica culturale contro la vita. Si sta diffondendo la tesi che la sovrappopolazione è responsabile di tutto: sprechi di energia, inquinamento e cambiamenti climatici.
Gli interventi degli operatori turistici
Gianfranco Vissani - Difficile recuperare le perditeIl rincaro dei prezzi è ingiustificato
L'incertezza, le minacce di nuove restrizioni, la situazione pandemica in Europa più preoccupante, tutto ci indurrebbe a essere pessimisti. Ma io voglio trasmettere un atteggiamento positivo. Anche a Natale dobbiamo rispettare le misure di sicurezza, stare attenti, mangiare bene e sano. Non penso che ci sarà un altro lockdown, le vaccinazioni stanno aumentando, io ho già fatto la terza dose. L'ottimismo aiuta a far lavorare le aziende. Sarà difficile recuperare le perdite di un anno e mezzo di chiusure ma vedo che tante persone hanno desiderio di divertirsi, evadere, lasciarsi alle spalle il periodo difficile del Covid. Stanno già arrivando le telefonate per un veglione di Capodanno festoso, con musica e fuochi di artificio; a Natale il ristorante è chiuso e trascorrerò la giornata sulla neve con amici.Sento che tanti si lamentano dell'aumento dei prezzi. Queste festività arrivano in un periodo difficile e non ci si può approfittare con rincari ingiustificati anche se gas, elettricità e materie prime sono diventati un salasso.
Ho scuole di sci a Livigno e St Moritz: in Svizzera c'è molta più tranquillità
Sarà un inverno di ripartenza per il settore della neve che ha sofferto quasi 20 mesi di assenza di lavoro. Albergatori, ristoratori, impiantisti e maestri di sci sono stati duramente colpiti dalle restrizioni. Le prenotazioni stanno arrivando, la richiesta di vacanze sulla neve, anche solo di un fine settimana, è ripartita. Ma l'Italia subisce la concorrenza della Svizzera dove è richiesta solo la mascherina e non il green pass. Ho una scuola di sci a Livigno e una a Sankt Moritz e noto la differenza di comportamento. Sulle piste oltre frontiera c'è maggiore tranquillità. D'altronde, se tutti rispettano le regole di distanziamento negli impianti di risalita non ci sono problemi. Mi sembra che in Italia si stia esagerando, anche se in teoria il green pass dovrebbe consentire di trasportare un numero superiore di sciatori sugli impianti. Il mondo ora è governato da questo lasciapassare discriminante. C'è chi si lamenta dell'aumento dei prezzi delle strutture sciistiche. Ma i costi del personale sono saliti. Gli impianti devono avere l'addetto al green pass, la disinfezione delle cabine, la fornitura di prodotti igienizzanti. Tra difficoltà e incertezze, poter tornare a sciare a Natale sembra quasi una conquista.
Iginio Massari - Il panettone non mancherà anche se più costoso
Stanno usando il Covid per fare politica, una politica di coercizione. Ci hanno trasmesso un tale terrore del virus che ormai, prima di entrare in qualsiasi locale chiuso, ci cospargiamo le mani di gel disinfettante anche se l'abbiamo fatto poco prima. Talvolta penso che il Covid ha colpito più il cervello che i polmoni. Certo, i produttori di disinfettanti e di dispositivi di protezione sono felici. Vivremo il Natale con questa atmosfera. Anche se la tradizione degli acquisti è radicata, soprattutto dal punto di vista gastronomico, temo pesanti ripercussioni. Le decisioni sulle restrizioni dipenderanno molto dai nostri comportamenti. Recentemente in Svizzera ho notato che pochi usano la mascherina ma le persone sono più attente al distanziamento. Non penso che il virus si fermi alla frontiera. Qui esistono limiti di accesso nei locali ma mancano i controlli. Sarà un Natale anche di rincari. Da mesi aspetto una macchina utile al mio lavoro. Il burro, che fino a 5 mesi fa costava all'ingrosso 5,50 euro al chilo, ora è arrivato a 8 euro. Alcuni prodotti hanno subito un rincaro del 70%. Questo inciderà sulla tavola nel periodo natalizio. Di sicuro però non diminuiranno le vendite di panettoni: quello classico rappresenta ancora il 70% degli acquisti dolciari del Natale.
Arrigo Cipriani - Non vedo l'ora di riaccogliere i turisti a Venezia
Sono ottimista sulla riuscita di questo Natale. Non c'è più paura a spostarsi, Venezia è piena nei fine settimana e io ho già tutto esaurito per il Capodanno. C'è voglia di convivialità, di stare insieme, di riunirsi. Il periodo brutto è alle nostre spalle, gli ospedali non sono più nell'emergenza anche se si continua a fare del terrorismo. Forse la politica vuole tenere alta la paura ma senza un po' di ottimismo l'economia non riparte. Alcuni giornali esagerano con la drammatizzazione della realtà. Il mio ristorante a Londra è affollatissimo, fa 300 coperti al giorno e nessuno ha la mascherina, non credo che siano così folli, magari sono più coraggiosi di noi. In Italia c'è la tendenza a diffondere la paura, poi salta fuori che i positivi sono marginali rispetto alla totalità della popolazione e che stiamo meglio di tanti Paesi europei. La gente comincia a capirlo e presta meno attenzione ai virologi allarmisti. Io guardo con entusiasmo a Venezia piena nei fine settimana. Sono tornati i turisti stranieri, inglesi e francesi. Anche a New York, dove ho cinque ristoranti, quattro sale e un albergo ho tante prenotazioni. Lo stesso negli Emirati dove ho tre ristoranti. Il mondo si sta rimettendo in moto e questo Natale segnerà davvero la ripartenza. Spero a cominciare dall'Italia.
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Rincari, rischi di nuove chiusure, assalto alle terze dosi, divieto di varcare i confini Un'altra fine anno senza luci? Rispondono le nostre firme e gli operatori turistici.Chi pensava di garantirsi un Natale tranquillo dopo la prima immunizzazione e con il green pass in tasca ha dovuto ricredersi. Le regioni che avevano chiuso gli hub vaccinali hanno dovuto riorganizzare gli spazi. I medici di base mandano a raffica messaggi sui cellulari degli assistiti raccomandando di fissare gli appuntamenti solo in situazioni gravi perché la precedenza ora è alla campagna antinfluenzale. E questa si intreccia con le terze dosi anti Covid con un ingorgo difficile da gestire. Le farmacie sono nel caos tra file giornaliere per i tamponi e per i vaccini. Sembra una corsa contro il tempo, in una atmosfera che è ancora quella drammatica dell'emergenza anche se i numeri dei contagi restano, con lievi oscillazioni, ampiamente sotto il livello di guardia e decisamente inferiori a quelli di altri Paesi europei. Chi aveva progettato un viaggio natalizio oltre frontiera ci ha già rinunciato: sono bastate le parole del ministro Roberto Speranza, che ha consigliato di rimanere in Italia, per far desistere anche i più temerari. Qualsiasi situazione che esca fuori dai binari stringenti dei protocolli di sicurezza ancora da allarme rosso sembra un azzardo. Di certo, questo non fa bene agli operatori turistici. Ma nemmeno trascorrere il periodo festivo entro i confini nazionali è esente da incognite. Regna l'incertezza, amplificata da una certa dose di drammatizzazione a ogni bollettino con minimi aumenti di contagi. Rimarrà l'obbligo della mascherina al chiuso e potrebbe essere ripristinato il distanziamento obbligatorio al chiuso anche in luoghi dove non vige più, quali cinema o teatri. Già i profeti di sventura prevedono che per Natale qualche regione passerà dal bianco al giallo, con le conseguenti misure restrittive.L'unica certezza è l'aumento dei prezzi. Sarà un Natale più caro. Panettoni e pandori sono rincarati del 10% con punte del 20%. Secondo l'osservatorio di Federconsumatori, il prezzo di 1 chilo di farina è salito da 0,79 euro di marzo, quando già si registravano alcune tensioni sui costi delle materie prime, a 1,09 euro di ottobre: + 38%. In aumento anche uova, nocciole, mandorle, spumante e vino. Sarà più oneroso andare al ristorante, mentre al bar è già scattato il caro-caffè: Assoutenti sottolinea che le quotazioni del caffè sono aumentate dell'80%, quelle del latte del 60%, lo zucchero segna un +30%. La classica colazione con cappuccino e cornetto al bar potrebbe dunque presto passare da una media di 2,4 euro attuali a 3,4 euro. Sui listini incide la corsa al rialzo del gas e dell'elettricità. Il rincaro della benzina andrà a incidere sugli spostamenti giornalieri come sul trasporto delle merci e si farà sentire su addobbi e regali. Codacons prevede un aggiornamento dei listini del 5%. I pacchetti vacanza e le strutture ricettive potrebbero subire un incremento del 7%. E saranno sempre più un lusso le vacanze sulla neve. Prezzi in aumento in 8 impianti su 10 con picchi per Natale e Capodanno. Lo skipass stagionale Valle d'Aosta costa 1.180 euro, in aumento di 110 euro rispetto agli ultimi due anni. Si devono aggiungere altri 200 euro per avere l'estensione a Zermatt. Inoltre scattano nuove regole: oltre all'obbligo del green pass e della mascherina, dal 1° gennaio c'è anche quello dell'assicurazione. E per evitare assembramenti lo skipass va acquistato online. Con questo scenario il Natale si trasforma da festa attesa a festa temuta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/obiettivo-rubarci-anche-le-feste-2021-2655549239.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-interventi-delle-nostre-firme" data-post-id="2655549239" data-published-at="1636921564" data-use-pagination="False"> Gli interventi delle nostre firme Nicola Porro - Istituzioni e politica costruiscono una sinistra liturgia del terroreSarà un Natale in un clima di cupezza e rassegnazione. Le istituzioni e la politica stanno costruendo una liturgia del terrore. È un riflesso della politica per la quale se non ci fosse il governo staremmo nel disastro. È un modo per fare prevalere l'egemonia culturale della sinistra. Ogni giorno arrivano messaggi allarmistici; il virus, i contagi, l'ambiente a un passo dalla catastrofe. Una parte della politica alimenta il terrore e non si accorge di quali danni mostruosi procura. La drammatizzazione della realtà rischia di bloccare le prenotazioni per le feste e quindi impedisce a un settore economico colpito dalla crisi di risollevarsi. L'economia si nutre di numeri ma anche di aspirazioni individuali che non possono essere compresse. Ed è quello che si sta facendo. Ma io sono un ottimista. Gli italiani si sono vaccinati anche dalle superstizioni pseudoscientifiche, hanno sviluppato gli anticorpi contro le litanie contraddittorie dei virologi che solo in Italia continuano a occupare la scena.Daniele Capezzone - Sarà un delirio emergenziale anche in assenza di emergenzaConfesso: non so come sarà il Natale, ma so come saranno i mesi di novembre e dicembre. Andrà in scena una lugubre, macabra, ininterrotta liturgia del terrore; un delirio emergenziale perfino in assenza di emergenza (come testimoniano i bassi livelli di occupazione delle terapie intensive); un rito, officiato da politica, «esperti» e mainstream media, volto ad allontanare ogni ipotesi di ritorno alla normalità. Non c'è bisogno di scomodare chissà quale «regìa» o «visione complottistica». Tutto è già sotto i nostri occhi: per un verso, c'è un dibattito politico sterilizzato fino all'elezione del nuovo presidente della Repubblica; e per un altro, c'è un prolungamento dell'uso politico ossessivo dell'emergenza sanitaria. Ora, può anche darsi che questo triste gioco funzioni (purtroppo la maggioranza degli italiani ha mostrato di subire qualunque prepotenza), ma saranno altri fattori a «guastare» il panorama. Non ci sarà nessun rilancio dell'economia reale; le pmi saranno falcidiate da scadenze fiscali killer; cresceranno i problemi concreti di liquidità per famiglie e imprese; si assisterà a una più o meno percettibile depressione dei settori più dinamici (autonomi e professionisti). Facciano attenzione i dirigenti di centrodestra. Mentre lo zoccolo duro degli elettori di centrosinistra (dipendenti pubblici, élites urbanizzate) questa situazione può reggerla benissimo, al contrario sono moltissimi gli elettori di centrodestra che non sopportano più.Silvana De Mari - Ricorrenza piena di tristezza ma con più atti di coraggioIl prossimo Natale sarà squallido come quello dell'anno scorso ma ci saranno più atti di coraggio. Le libertà più elementari sono state travolte. Innumerevoli persone devono subire una terapia genica sperimentale contro la propria volontà per salvare il lavoro. Nessuno mai si era sognato di sindacare sul numero di persone che si possono invitare a casa propria. È stata proclamata un'emergenza che non ha motivo di essere per curare una patologia curabile che, una volta curata, non ha la mortalità più alta di una comune influenza. Questo Natale sarà come quello scorso? Non ne ho la minima idea, nessuno è in grado di prevedere fino a che punto il governo annienterà la libertà degli italiani. Ma una cosa posso prevederla: sarà meno facile per il potere. Approfitto di questo Natale per ringraziare. Grazie a chi ha gestito una brutta malattia influenzale così da trasformarla in una emergenza sanitaria, grazie ai giornalisti asserviti, grazie ai virologi televisivi che ignorano l'esistenza del sistema immunitario, grazie agli idranti della polizia su uomini seduti a terra con i rosari in mano. Grazie a tutti voi, perché grazie a voi abbiamo riscoperto il coraggio, l'onore, la passione politica, abbiamo spento i televisori, siamo andati per strada. La gente come noi non molla mai. Sarà un Natale pieno di coraggio.Paolo Del Debbio - Spero che il governo abbia il buon senso di evitare le chiusureSpero che governo e istituzioni abbiano il buonsenso, pur mantenendo le misure di sicurezza, di capire che dopo due anni di paura le feste natalizie hanno un significato affettivo di ricongiunzione delle famiglie, degli amici, del microcosmo che è attorno a ognuno di noi. Sono realtà essenziali per la ripresa della vita. Ulteriori restrizioni sarebbero inopportune. Un terzo della salute degli anziani, come dicono le ricerche sanitarie, dipende dalla vicinanza con i familiari e le persone care. Sappiamo bene quanto hanno sofferto i nostri anziani nella fase dura della pandemia, soli nelle case di cura o nelle abitazioni. Poi c'è un aspetto economico. Alcune attività si stanno riprendendo ma tante altre sono stremate. Il periodo natalizio segna tradizionalmente la crescita dei consumi. Misure restrittive sarebbero penalizzanti. Inoltre non è pensabile che ogni sabato le manifestazioni costringano il commercio a vivere nell'insicurezza. I cortei andrebbero coordinati con le esigenze della vita dei centri urbani. Il Natale è anche il momento degli spostamenti, dei viaggi. Le strutture turistiche hanno bisogno di tempo per organizzarsi, non possono restare a lungo nell'incertezza, in attesa delle decisioni dell'ultimo minuto del governo. Bisognerebbe considerare che la situazione pandemica è sotto controllo e dare messaggi ottimistici, chiari e diretti. Abbiamo bisogno di un Natale di speranza e positività per recuperare la fiducia che muove l'economia.Marcello Veneziani - Il ministro Speranza ha l'attitudine al ruolo di menagramoL'impressione generale a circa un mese dal Natale è di essere nel caos totale. Mancano personalità e istituzioni di riferimento che siano affidabili. Si viaggia nell'incertezza totale. Oggi, anziché la paura del virus, è la situazione incontrollabile ed estremamente variabile a generare angoscia. Eppure penso che queste feste saranno migliori di quelle dello scorso anno, c'è una reattività collettiva abbastanza forte. Non credo che arriveremo al lockdown. Quando il ministro della Salute Roberto Speranza invita gli italiani a non viaggiare per le feste natalizie, non so come interpretarlo. Se è una attitudine al ruolo di menagramo, la previsione di qualcosa di grave in arrivo, o è una strategia perché ha in mente qualcosa e non vuole dircelo tutta in una volta. Forse è spinto anche da una mentalità da vecchia sinistra per la quale il divertimento è un peccato. C'è una sorta di compiacimento nel minacciare continuamente le restrizioni anche se la situazione è migliore di altri Paesi in Europa. L'incertezza in parte dipende dall'imponderabile diffusione del virus ma in parte dall'impreparazione di fondo delle istituzioni. I virologi hanno perso credibilità con le loro dichiarazioni contraddittorie. Ci hanno detto che il vaccino sarebbe stato risolutivo, ora siamo alla terza dose e ci fanno capire che non sarà l'ultima. È con questa cappa sulla testa che ci prepariamo al Natale.Massimo Gandolfini - Dovremmo celebrare la vita invece si parla solo di climaSarà ancora un Natale di sofferenza anche se le condizioni pandemiche sono un po' cambiate rispetto a un anno fa. Le famiglie sono preoccupate per l'incertezza legata all'evoluzione del virus ma anche per la situazione economica. Le aspettative sul Pnrr sono state deluse. Non ci sono quei sostegni necessari ad alleggerire le difficoltà di questo periodo. I dati dell'Istat sull'aumento della povertà certificano una situazione che è sotto gli occhi di tutti ma che la politica continua a ignorare. L'assegno unico universale non è stato finanziato come doveva e i parametri Isee non sono stati modificati. Questa disattenzione è ancora più grave se si considera che usciamo da due anni di grandi difficoltà e lo scenario che abbiamo davanti non è chiaro. Non sarà un Natale di festa. E poi ci si stupisce della denatalità. Chi non ha una sicurezza economica non può pensare di mettere al mondo un figlio. Il calo delle nascite non si risolve con il reddito di cittadinanza o il bonus casa. La politica si occupa più del clima che del calo demografico. Il Natale celebra una nascita ma si parla di tutto, di Babbo Natale e dei panettoni, meno che di nascita. È in corso una battaglia ideologica culturale contro la vita. Si sta diffondendo la tesi che la sovrappopolazione è responsabile di tutto: sprechi di energia, inquinamento e cambiamenti climatici. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/obiettivo-rubarci-anche-le-feste-2021-2655549239.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-interventi-degli-operatori-turistici" data-post-id="2655549239" data-published-at="1636921564" data-use-pagination="False"> Gli interventi degli operatori turistici Gianfranco Vissani - Difficile recuperare le perditeIl rincaro dei prezzi è ingiustificatoL'incertezza, le minacce di nuove restrizioni, la situazione pandemica in Europa più preoccupante, tutto ci indurrebbe a essere pessimisti. Ma io voglio trasmettere un atteggiamento positivo. Anche a Natale dobbiamo rispettare le misure di sicurezza, stare attenti, mangiare bene e sano. Non penso che ci sarà un altro lockdown, le vaccinazioni stanno aumentando, io ho già fatto la terza dose. L'ottimismo aiuta a far lavorare le aziende. Sarà difficile recuperare le perdite di un anno e mezzo di chiusure ma vedo che tante persone hanno desiderio di divertirsi, evadere, lasciarsi alle spalle il periodo difficile del Covid. Stanno già arrivando le telefonate per un veglione di Capodanno festoso, con musica e fuochi di artificio; a Natale il ristorante è chiuso e trascorrerò la giornata sulla neve con amici.Sento che tanti si lamentano dell'aumento dei prezzi. Queste festività arrivano in un periodo difficile e non ci si può approfittare con rincari ingiustificati anche se gas, elettricità e materie prime sono diventati un salasso.Ho scuole di sci a Livigno e St Moritz: in Svizzera c'è molta più tranquillitàSarà un inverno di ripartenza per il settore della neve che ha sofferto quasi 20 mesi di assenza di lavoro. Albergatori, ristoratori, impiantisti e maestri di sci sono stati duramente colpiti dalle restrizioni. Le prenotazioni stanno arrivando, la richiesta di vacanze sulla neve, anche solo di un fine settimana, è ripartita. Ma l'Italia subisce la concorrenza della Svizzera dove è richiesta solo la mascherina e non il green pass. Ho una scuola di sci a Livigno e una a Sankt Moritz e noto la differenza di comportamento. Sulle piste oltre frontiera c'è maggiore tranquillità. D'altronde, se tutti rispettano le regole di distanziamento negli impianti di risalita non ci sono problemi. Mi sembra che in Italia si stia esagerando, anche se in teoria il green pass dovrebbe consentire di trasportare un numero superiore di sciatori sugli impianti. Il mondo ora è governato da questo lasciapassare discriminante. C'è chi si lamenta dell'aumento dei prezzi delle strutture sciistiche. Ma i costi del personale sono saliti. Gli impianti devono avere l'addetto al green pass, la disinfezione delle cabine, la fornitura di prodotti igienizzanti. Tra difficoltà e incertezze, poter tornare a sciare a Natale sembra quasi una conquista.Iginio Massari - Il panettone non mancherà anche se più costosoStanno usando il Covid per fare politica, una politica di coercizione. Ci hanno trasmesso un tale terrore del virus che ormai, prima di entrare in qualsiasi locale chiuso, ci cospargiamo le mani di gel disinfettante anche se l'abbiamo fatto poco prima. Talvolta penso che il Covid ha colpito più il cervello che i polmoni. Certo, i produttori di disinfettanti e di dispositivi di protezione sono felici. Vivremo il Natale con questa atmosfera. Anche se la tradizione degli acquisti è radicata, soprattutto dal punto di vista gastronomico, temo pesanti ripercussioni. Le decisioni sulle restrizioni dipenderanno molto dai nostri comportamenti. Recentemente in Svizzera ho notato che pochi usano la mascherina ma le persone sono più attente al distanziamento. Non penso che il virus si fermi alla frontiera. Qui esistono limiti di accesso nei locali ma mancano i controlli. Sarà un Natale anche di rincari. Da mesi aspetto una macchina utile al mio lavoro. Il burro, che fino a 5 mesi fa costava all'ingrosso 5,50 euro al chilo, ora è arrivato a 8 euro. Alcuni prodotti hanno subito un rincaro del 70%. Questo inciderà sulla tavola nel periodo natalizio. Di sicuro però non diminuiranno le vendite di panettoni: quello classico rappresenta ancora il 70% degli acquisti dolciari del Natale.Arrigo Cipriani - Non vedo l'ora di riaccogliere i turisti a VeneziaSono ottimista sulla riuscita di questo Natale. Non c'è più paura a spostarsi, Venezia è piena nei fine settimana e io ho già tutto esaurito per il Capodanno. C'è voglia di convivialità, di stare insieme, di riunirsi. Il periodo brutto è alle nostre spalle, gli ospedali non sono più nell'emergenza anche se si continua a fare del terrorismo. Forse la politica vuole tenere alta la paura ma senza un po' di ottimismo l'economia non riparte. Alcuni giornali esagerano con la drammatizzazione della realtà. Il mio ristorante a Londra è affollatissimo, fa 300 coperti al giorno e nessuno ha la mascherina, non credo che siano così folli, magari sono più coraggiosi di noi. In Italia c'è la tendenza a diffondere la paura, poi salta fuori che i positivi sono marginali rispetto alla totalità della popolazione e che stiamo meglio di tanti Paesi europei. La gente comincia a capirlo e presta meno attenzione ai virologi allarmisti. Io guardo con entusiasmo a Venezia piena nei fine settimana. Sono tornati i turisti stranieri, inglesi e francesi. Anche a New York, dove ho cinque ristoranti, quattro sale e un albergo ho tante prenotazioni. Lo stesso negli Emirati dove ho tre ristoranti. Il mondo si sta rimettendo in moto e questo Natale segnerà davvero la ripartenza. Spero a cominciare dall'Italia.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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