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2021-03-15
Obesità e sovrappeso. Come combattere gli effetti collaterali della quarantena
iStock
L'associazione tra pandemia e allarme, «allarme covid», «allarme contagi», «allarme varianti», «allarme assembramenti» eccetera, è ormai il normale registro comunicativo di media, virologi e politici mainstream. Il messaggio pare essere che solo il virus Sars-CoV-2 responsabile del Covid-19 attenti alla nostra salute. In realtà, ci sono, ahinoi, tante altre occorrenze insalubri come e anche più di quella pandemica, sia da sole, sia se comorbili col Covid-19. Una tra le più preoccupanti è l'obesità. Il lemma «obeso» viene dal latino obesus, derivazione del participio passato di edere cioè «mangiare» rafforzata dalla particella ob e vuol dire «che ha mangiato troppo».
Mangiare troppo e non smaltire è alla base dell'obesità primaria, quella secondaria, assai più rara, può dipendere da problemi tiroidei, ipofisari, surrenali, diabetici e genetici. In entrambi i casi, siamo di fronte a un accumulo di grasso corporeo che si misura tramite l'Indice di massa corporea (Imc), risultato della divisione dei kg di peso per il quadrato dei metri di altezza della persona. Per l'Oms, si è in sovrappeso con un Imc da 25 a 29,99 e obesi con Imc da 30 in su. Con Imc superiore a 40 o fra 35 e 40 più altri fattori di rischio si può ricorrere alla chirurgia bariatrica.
Rispetto ai dati degli anni Ottanta, l'obesità nel mondo è raddoppiata: ci sono ragioni per allarmarsi, ma chi lo fa è sempre più sovente osteggiato. Sovrappeso e obesità sono infatti diventate oggetto di un singolare doppio status: da una parte seria patologia, dall'altro battaglia di area progressista contro una presunta discriminazione degli obesi tacciando anche l'allarme medico di essere discriminatorio. Nella prefazione a Grassi. Una storia culturale della materia della vita di Cristopher E. Forth, Costanza Rizzacasa d'Orsogna cita lo studio sull'evoluzione del pregiudizio implicito negli Stati Uniti di Tessa E. S. Charlesworth e Mahzarin R. Banaji del dipartimento di Psicologia di Harvard che ha esaminato 13 anni di preconcetti nei confronti di 6 indicatori: orientamento sessuale, razza, colore della pelle, età, disabilità e peso. Tutti i pregiudizi sarebbero diminuiti, quale più quale meno, mentre «quello contro le persone grasse è aumentato del 40%».
Ancora: «La effe di fat è la nuova lettera scarlatta. Niente oggi è più demonizzato di un corpo extralarge. Un bullismo che la medicina stessa, per moltissimo tempo parte del problema, avalla». Su Fat shame. Lo stigma del corpo grasso di Amy Erdman Farrell, che insegna Women's Gender and Sexuality Studies al Dickinson College di Carlisle in Pennsylvania, campeggia una bandella di Maura Gancitano, fondatrice di Tlon, casa editrice del libro in Italia, dal testo allarmatissimo non per l'epidemia di obesità ma per la discriminazione dell'obesità poiché recita che «il primo saggio sulla grassofobia a uscire in Italia» ha «il compito di aprire una riflessione su quanto siano profondi i pregiudizi sociali nei confronti dei nostri corpi».
Scherzano? No, pensate che esiste anche il movimento Fat feminism. L'accusa di grassofobia a chi, naturalmente rifiutando il bullismo verso qualsiasi corporatura, però ricorda a costoro che l'eccesso di grasso corporeo è un problema di salute, non sorprende: com'è accaduto per le minoranze etniche, religiose e di genere, la creazione dell'etichetta narrativa dei poveri vessati da una schifosa e fascistoide società, nelle cui vene non scorrerebbe sangue ma odio, ora anche per gli oversize, dà il via al solito carrozzone della silenziazione coatta di chiunque metta in discussione il diktat narrativo del «discriminato» e poi del business, dai vestiti sexy utili a esibire il fat pride a, appunto, i libri. Sul sito di Tlon è ben illustrato come il libro possa essere acquistato anche con Carta del Docente e 18app di istituzione renziana e nel menu «Cosa facciamo» è presente anche il link alla mail di Odiare ti costa dell'avvocato Cathy La Torre. Nessuno odia gli obesi e ingrassare troppo costa davvero: costa la salute e può costare la vita. Lo sanno bene le persone finite a chiedere aiuto al programma statunitense Vite al limite che mostra quanto sia dura uscire, perfino con l'aiuto della medicina, dalla condizione di grandi obesi, non ultima la «fat influencer» Vanilla Hippo, 441 kg, che guadagnava sui social network mangiando in diretta a pagamento. Naturalmente nei lidi progressisti si afferma che qualsiasi obiezione ai loro diktat della body positivity e della fat acceptance secondo i quali la Hippo, per esempio, non si stava autodistruggendo on line ma stava soltanto esercitando «la libertà di autodeterminare il suo canone estetico», sia solo la fascista affermazione di una norma discriminante. Ciò è falso. Si deve condannare (e non si deve esercitare) bullismo nei confronti di chiunque, ma è importante non trasformare l'obesità, che è una grave patologia, in una semplice opzione estetica senza conseguenze.
Passare dall'estremo del palestrismo (dal quale discendono anoressia e grassofobia alimentare), affermatosi qualche decennio fa col culto del corpo magro e perfetto, all'obesismo è sciocco ed errato: bisogna trovare il giusto equilibrio. Non assecondiamo l'esaltazione dell'obesità, dunque, ma evitiamo anche l'opposto della grassofobia alimentare: un po' di grassi servono (proteggono e isolano gli organi, permettono l'assorbimento delle vitamine liposolubili come A, D, E, K, regolano la produzione di ormoni, nutrono il doppio di carboidrati e proteine con 9 calorie ogni grammo mentre quelli ne hanno circa 4). La dieta mediterranea prevede che circa il 25% dell'apporto calorico ideale per altezza ed età derivi dai lipidi: la «grassezza» dei grassi è un problema se esageriamo, perché in questo caso l'esubero sarà immagazzinato in riserve che ci condurranno al sovrappeso, all'obesità e all'obesità grave. Depatologizzare l'obesità non è una grande idea ed è una falsificazione della realtà. Il Fat feminism e compagnia se ne facciano una ragione.
«Il Covid ha aggravato la situazione. In Italia a rischio molti bambini»
Diego Foschi è ordinario di Chirurgia generale presso l'Ospedale San Giuseppe (Università degli Studi di Milano) e presidente della Società italiana di Chirurgia dell'obesità e delle malattie metaboliche. Con lui abbiamo parlato di obesità, un argomento su cui l'attenzione mediatica - fortunatamente - negli ultimi tempi è andata costantemente aumentando.
Quando una persona si può definire obesa?
«È obeso chi ha un indice di massa corporea (comunemente indicato con la sigla Bmi, che si riferisce all'acronimo anglosassone) maggiore di 30. Calcolare il nostro Bmi è semplicissimo, basta dividere il peso in Kg per l'altezza in metri elevata alla seconda potenza. Un uomo di 86 Kg, alto 1,70 metri, avrà un Bmi pari a 86:2,89, cioè 29,7 e si collocherà all'estremo limite del sovrappeso. Chi si scopre obeso deve sapere che la comparsa di altre malattie come complicanza o comorbidità è molto frequente: l'ipertensione arteriosa, il diabete mellito di tipo II, le dislipidemie, le malattie cardiovascolari, del fegato e del rene, alcuni tumori e molte altre patologie colpiscono con grande facilità le persone affette da obesità».
Sembra che l'obesità in questi anni sia aumentata anche in Italia. È così?
«L'Italia paradossalmente ha un tasso ancora contenuto, circa il 10% della popolazione, mentre il sovrappeso interessa il 34% dei nostri concittadini. All'estremo limite, in Europa, c'è Malta con il 27% di obesità, mentre la Gran Bretagna si colloca al 20%. Spagna e Germania hanno valori intorno al 16% e la Francia intorno al 15%. È però vero che nel nostro paese l'obesità è andata aumentando negli uomini, mentre è sostanzialmente stazionaria nelle donne. Invece, e questo è il dato più preoccupante, siamo al secondo posto in Europa per l'obesità infantile; ed è molto probabile che un bambino obeso diventi un adulto obeso. Perciò se non saremo capaci di mettere in campo una campagna serrata contro l'obesità e soprattutto un'azione di prevenzione ben concertata ed eseguita, avremo nei prossimi anni un peggioramento netto della situazione».
Perché questo aumento?
«Se guardiamo all'Italia del secondo dopoguerra, dobbiamo ammettere che l'obesità era molto rara e in alcune comunità assente. Fino agli anni del boom economico la situazione è stata così, poi è progressivamente cambiata con un peggioramento che è giunto fino a noi e si prolungherà nel prossimo periodo. Sotto il profilo biologico, noi siamo rimasti quelli di 15.000 anni fa all'epoca dell'ultima glaciazione, solo che allora eravamo cacciatori-raccoglitori che vivevano in un territorio sconfinato, muovendosi continuamente in cerca di cibo. Siamo stati formati dalla selezione naturale per fare a meno del cibo in un mondo che ora ci offre un'abbondanza oltre ogni limite di mezzi di nutrizione: una combinazione veramente micidiale».
Secondo lei l'obesità è un problema sociale?
«L'obesità è una malattia sostenuta da un'organizzazione sociale che privilegia uno stile di vita fondato sulla cultura dell'abbondanza, del superfluo e dello spreco oltre che della quantità come valore prevalente sulla qualità. Non parliamo della difficoltà di mantenere un'alimentazione sana in un contesto industriale dove la necessità di sfruttare al massimo il tempo induce a mangiare cibi pronti e ipercalorici invece di cercare cibi sani e genuini. Sotto questo profilo temo davvero che l'obesità sia una malattia sociale».
Che cosa ha comportato il Covid per le persone obese?
«Paura, isolamento, aggravamento. Penso che si possa sintetizzare così la condizione psicologica, sociale e anche di salute delle persone con obesità che hanno attraversato il Covid. Col tempo si è capito che finivano più facilmente in rianimazione e morivano) gli ipertesi, i diabetici, i vasculopatici e i malati di cuore. Sono tutte condizioni legate all'obesità e diversi studi hanno dimostrato che i portatori di obesità hanno un maggior rischio di Covid e per di più in forma grave. Perciò la paura delle persone affette da obesità verso il virus è pienamente giustificata ed è stata la reazione (francamente saggia) più diffusa. Paura deve significare prudenza e questa è certamente un fattore positivo; ma se non ben gestita (e con la ridda di notizie contraddittorie cui siamo sottoposti non potrebbe essere diversamente) la paura genera ansia e, in concomitanza al distanziamento sociale, un isolamento irrimediabile. Tutto ciò ha portato a un aggravamento delle condizioni dei portatori di obesità».
Come si possono concretamente aiutare le persone obese?
«Le persone con obesità vanno aiutate riconoscendo la loro condizione di difficoltà e di malattia. Noi sappiamo che l'obesità è una malattia ma non siamo riusciti a trasmettere questa nozione elementare a livello sociale. In definitiva solo una persona su dieci è obesa ed è più facile ignorare il fenomeno che affrontarlo, anzi è comodo stigmatizzare, condannare il comportamento di questi malati come moralmente disdicevole. Sei malato perché ti comporti male: mangi troppo e non ti muovi abbastanza. E invece è il contrario! Quando devo spiegare a una persona con 50 Kg di troppo come può cambiare la sua situazione, gli faccio presente di come si sentirebbe una persona normale che andasse in giro con una gerla piena di 50 Kg di pietre. Io sicuramente crollerei prima di sera. Perciò se vogliamo curare delle persone malate, la soluzione è una sola: curiamole senza condannarle e senza compatirle. Non scandalizziamoci se la società li sostiene perché hanno diritto alla nostra solidarietà. E poi ricordiamoci che curare una persona con obesità costa alla comunità molto meno che assisterla senza curarla».
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Impariamo a calcolare bene il nostro indice di massa corporeo e a seguire una dieta sana che non escluda l'assunzione di lipidi.Il chirurgo Diego Foschi: «Chi ha qualche chilo in più finisce spesso nelle terapie intensive e questo ha ingenerato ansia Cresce il fenomeno tra i più piccoli: siamo al secondo posto in Europa. Serve una campagna di prevenzione».Lo speciale comprende due articoli.L'associazione tra pandemia e allarme, «allarme covid», «allarme contagi», «allarme varianti», «allarme assembramenti» eccetera, è ormai il normale registro comunicativo di media, virologi e politici mainstream. Il messaggio pare essere che solo il virus Sars-CoV-2 responsabile del Covid-19 attenti alla nostra salute. In realtà, ci sono, ahinoi, tante altre occorrenze insalubri come e anche più di quella pandemica, sia da sole, sia se comorbili col Covid-19. Una tra le più preoccupanti è l'obesità. Il lemma «obeso» viene dal latino obesus, derivazione del participio passato di edere cioè «mangiare» rafforzata dalla particella ob e vuol dire «che ha mangiato troppo». Mangiare troppo e non smaltire è alla base dell'obesità primaria, quella secondaria, assai più rara, può dipendere da problemi tiroidei, ipofisari, surrenali, diabetici e genetici. In entrambi i casi, siamo di fronte a un accumulo di grasso corporeo che si misura tramite l'Indice di massa corporea (Imc), risultato della divisione dei kg di peso per il quadrato dei metri di altezza della persona. Per l'Oms, si è in sovrappeso con un Imc da 25 a 29,99 e obesi con Imc da 30 in su. Con Imc superiore a 40 o fra 35 e 40 più altri fattori di rischio si può ricorrere alla chirurgia bariatrica. Rispetto ai dati degli anni Ottanta, l'obesità nel mondo è raddoppiata: ci sono ragioni per allarmarsi, ma chi lo fa è sempre più sovente osteggiato. Sovrappeso e obesità sono infatti diventate oggetto di un singolare doppio status: da una parte seria patologia, dall'altro battaglia di area progressista contro una presunta discriminazione degli obesi tacciando anche l'allarme medico di essere discriminatorio. Nella prefazione a Grassi. Una storia culturale della materia della vita di Cristopher E. Forth, Costanza Rizzacasa d'Orsogna cita lo studio sull'evoluzione del pregiudizio implicito negli Stati Uniti di Tessa E. S. Charlesworth e Mahzarin R. Banaji del dipartimento di Psicologia di Harvard che ha esaminato 13 anni di preconcetti nei confronti di 6 indicatori: orientamento sessuale, razza, colore della pelle, età, disabilità e peso. Tutti i pregiudizi sarebbero diminuiti, quale più quale meno, mentre «quello contro le persone grasse è aumentato del 40%». Ancora: «La effe di fat è la nuova lettera scarlatta. Niente oggi è più demonizzato di un corpo extralarge. Un bullismo che la medicina stessa, per moltissimo tempo parte del problema, avalla». Su Fat shame. Lo stigma del corpo grasso di Amy Erdman Farrell, che insegna Women's Gender and Sexuality Studies al Dickinson College di Carlisle in Pennsylvania, campeggia una bandella di Maura Gancitano, fondatrice di Tlon, casa editrice del libro in Italia, dal testo allarmatissimo non per l'epidemia di obesità ma per la discriminazione dell'obesità poiché recita che «il primo saggio sulla grassofobia a uscire in Italia» ha «il compito di aprire una riflessione su quanto siano profondi i pregiudizi sociali nei confronti dei nostri corpi».Scherzano? No, pensate che esiste anche il movimento Fat feminism. L'accusa di grassofobia a chi, naturalmente rifiutando il bullismo verso qualsiasi corporatura, però ricorda a costoro che l'eccesso di grasso corporeo è un problema di salute, non sorprende: com'è accaduto per le minoranze etniche, religiose e di genere, la creazione dell'etichetta narrativa dei poveri vessati da una schifosa e fascistoide società, nelle cui vene non scorrerebbe sangue ma odio, ora anche per gli oversize, dà il via al solito carrozzone della silenziazione coatta di chiunque metta in discussione il diktat narrativo del «discriminato» e poi del business, dai vestiti sexy utili a esibire il fat pride a, appunto, i libri. Sul sito di Tlon è ben illustrato come il libro possa essere acquistato anche con Carta del Docente e 18app di istituzione renziana e nel menu «Cosa facciamo» è presente anche il link alla mail di Odiare ti costa dell'avvocato Cathy La Torre. Nessuno odia gli obesi e ingrassare troppo costa davvero: costa la salute e può costare la vita. Lo sanno bene le persone finite a chiedere aiuto al programma statunitense Vite al limite che mostra quanto sia dura uscire, perfino con l'aiuto della medicina, dalla condizione di grandi obesi, non ultima la «fat influencer» Vanilla Hippo, 441 kg, che guadagnava sui social network mangiando in diretta a pagamento. Naturalmente nei lidi progressisti si afferma che qualsiasi obiezione ai loro diktat della body positivity e della fat acceptance secondo i quali la Hippo, per esempio, non si stava autodistruggendo on line ma stava soltanto esercitando «la libertà di autodeterminare il suo canone estetico», sia solo la fascista affermazione di una norma discriminante. Ciò è falso. Si deve condannare (e non si deve esercitare) bullismo nei confronti di chiunque, ma è importante non trasformare l'obesità, che è una grave patologia, in una semplice opzione estetica senza conseguenze.Passare dall'estremo del palestrismo (dal quale discendono anoressia e grassofobia alimentare), affermatosi qualche decennio fa col culto del corpo magro e perfetto, all'obesismo è sciocco ed errato: bisogna trovare il giusto equilibrio. Non assecondiamo l'esaltazione dell'obesità, dunque, ma evitiamo anche l'opposto della grassofobia alimentare: un po' di grassi servono (proteggono e isolano gli organi, permettono l'assorbimento delle vitamine liposolubili come A, D, E, K, regolano la produzione di ormoni, nutrono il doppio di carboidrati e proteine con 9 calorie ogni grammo mentre quelli ne hanno circa 4). La dieta mediterranea prevede che circa il 25% dell'apporto calorico ideale per altezza ed età derivi dai lipidi: la «grassezza» dei grassi è un problema se esageriamo, perché in questo caso l'esubero sarà immagazzinato in riserve che ci condurranno al sovrappeso, all'obesità e all'obesità grave. Depatologizzare l'obesità non è una grande idea ed è una falsificazione della realtà. Il Fat feminism e compagnia se ne facciano una ragione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/obesita-e-sovrappeso-come-combattere-gli-effetti-collaterali-della-quarantena-2651060758.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-covid-ha-aggravato-la-situazione-in-italia-a-rischio-molti-bambini" data-post-id="2651060758" data-published-at="1615749624" data-use-pagination="False"> «Il Covid ha aggravato la situazione. In Italia a rischio molti bambini» Diego Foschi è ordinario di Chirurgia generale presso l'Ospedale San Giuseppe (Università degli Studi di Milano) e presidente della Società italiana di Chirurgia dell'obesità e delle malattie metaboliche. Con lui abbiamo parlato di obesità, un argomento su cui l'attenzione mediatica - fortunatamente - negli ultimi tempi è andata costantemente aumentando. Quando una persona si può definire obesa? «È obeso chi ha un indice di massa corporea (comunemente indicato con la sigla Bmi, che si riferisce all'acronimo anglosassone) maggiore di 30. Calcolare il nostro Bmi è semplicissimo, basta dividere il peso in Kg per l'altezza in metri elevata alla seconda potenza. Un uomo di 86 Kg, alto 1,70 metri, avrà un Bmi pari a 86:2,89, cioè 29,7 e si collocherà all'estremo limite del sovrappeso. Chi si scopre obeso deve sapere che la comparsa di altre malattie come complicanza o comorbidità è molto frequente: l'ipertensione arteriosa, il diabete mellito di tipo II, le dislipidemie, le malattie cardiovascolari, del fegato e del rene, alcuni tumori e molte altre patologie colpiscono con grande facilità le persone affette da obesità». Sembra che l'obesità in questi anni sia aumentata anche in Italia. È così? «L'Italia paradossalmente ha un tasso ancora contenuto, circa il 10% della popolazione, mentre il sovrappeso interessa il 34% dei nostri concittadini. All'estremo limite, in Europa, c'è Malta con il 27% di obesità, mentre la Gran Bretagna si colloca al 20%. Spagna e Germania hanno valori intorno al 16% e la Francia intorno al 15%. È però vero che nel nostro paese l'obesità è andata aumentando negli uomini, mentre è sostanzialmente stazionaria nelle donne. Invece, e questo è il dato più preoccupante, siamo al secondo posto in Europa per l'obesità infantile; ed è molto probabile che un bambino obeso diventi un adulto obeso. Perciò se non saremo capaci di mettere in campo una campagna serrata contro l'obesità e soprattutto un'azione di prevenzione ben concertata ed eseguita, avremo nei prossimi anni un peggioramento netto della situazione». Perché questo aumento? «Se guardiamo all'Italia del secondo dopoguerra, dobbiamo ammettere che l'obesità era molto rara e in alcune comunità assente. Fino agli anni del boom economico la situazione è stata così, poi è progressivamente cambiata con un peggioramento che è giunto fino a noi e si prolungherà nel prossimo periodo. Sotto il profilo biologico, noi siamo rimasti quelli di 15.000 anni fa all'epoca dell'ultima glaciazione, solo che allora eravamo cacciatori-raccoglitori che vivevano in un territorio sconfinato, muovendosi continuamente in cerca di cibo. Siamo stati formati dalla selezione naturale per fare a meno del cibo in un mondo che ora ci offre un'abbondanza oltre ogni limite di mezzi di nutrizione: una combinazione veramente micidiale». Secondo lei l'obesità è un problema sociale? «L'obesità è una malattia sostenuta da un'organizzazione sociale che privilegia uno stile di vita fondato sulla cultura dell'abbondanza, del superfluo e dello spreco oltre che della quantità come valore prevalente sulla qualità. Non parliamo della difficoltà di mantenere un'alimentazione sana in un contesto industriale dove la necessità di sfruttare al massimo il tempo induce a mangiare cibi pronti e ipercalorici invece di cercare cibi sani e genuini. Sotto questo profilo temo davvero che l'obesità sia una malattia sociale». Che cosa ha comportato il Covid per le persone obese? «Paura, isolamento, aggravamento. Penso che si possa sintetizzare così la condizione psicologica, sociale e anche di salute delle persone con obesità che hanno attraversato il Covid. Col tempo si è capito che finivano più facilmente in rianimazione e morivano) gli ipertesi, i diabetici, i vasculopatici e i malati di cuore. Sono tutte condizioni legate all'obesità e diversi studi hanno dimostrato che i portatori di obesità hanno un maggior rischio di Covid e per di più in forma grave. Perciò la paura delle persone affette da obesità verso il virus è pienamente giustificata ed è stata la reazione (francamente saggia) più diffusa. Paura deve significare prudenza e questa è certamente un fattore positivo; ma se non ben gestita (e con la ridda di notizie contraddittorie cui siamo sottoposti non potrebbe essere diversamente) la paura genera ansia e, in concomitanza al distanziamento sociale, un isolamento irrimediabile. Tutto ciò ha portato a un aggravamento delle condizioni dei portatori di obesità». Come si possono concretamente aiutare le persone obese? «Le persone con obesità vanno aiutate riconoscendo la loro condizione di difficoltà e di malattia. Noi sappiamo che l'obesità è una malattia ma non siamo riusciti a trasmettere questa nozione elementare a livello sociale. In definitiva solo una persona su dieci è obesa ed è più facile ignorare il fenomeno che affrontarlo, anzi è comodo stigmatizzare, condannare il comportamento di questi malati come moralmente disdicevole. Sei malato perché ti comporti male: mangi troppo e non ti muovi abbastanza. E invece è il contrario! Quando devo spiegare a una persona con 50 Kg di troppo come può cambiare la sua situazione, gli faccio presente di come si sentirebbe una persona normale che andasse in giro con una gerla piena di 50 Kg di pietre. Io sicuramente crollerei prima di sera. Perciò se vogliamo curare delle persone malate, la soluzione è una sola: curiamole senza condannarle e senza compatirle. Non scandalizziamoci se la società li sostiene perché hanno diritto alla nostra solidarietà. E poi ricordiamoci che curare una persona con obesità costa alla comunità molto meno che assisterla senza curarla».
Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».