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2019-08-12
Non potete darci lezioni. Francia e Germania passate ai raggi X
Ansa
Ci chiedono di tirare la cinghia, di fare sacrifici, di contenere la spesa pubblica, di rimettere a posto i conti, di non sforare i parametri di bilancio. Minacciano procedure d'infrazione per il rapporto deficit/Pil al 2,04 (e la Francia è arrivata anche oltre il 7%). Pretendono che accogliamo i miranti traghettati dalle Ong (magari quelle di nazionalità tedesca), ci esortano a non chiudere i porti e i confini, ma poi ci rispediscono gli immigrati alla frontiera di Ventimiglia, o ce li riportano, sedati, sugli aerei. Francia e Germania sono sempre pronte a bacchettarci. Ma con loro stesse sono sempre molto indulgenti. Basti pensare ai tedeschi, che hanno prima salvato le loro banche, coprendole di vagonate di miliardi, ma poi hanno preteso che l'Europa vietasse gli aiuti di Stato agli istituti di credito in sofferenza. E ci hanno obbligato a ripulire i crediti deteriorati, mentre la loro banca d'investimenti, Deutsche Bank, da anni sull'orlo del crack, si prepara a un maxi piano di esuberi. Angela Merkel, nel periodo della crisi, ha persino inondato la manifattura germanica di sussidi (69 miliardi). Il sistema pensionistico di Berlino rischia il collasso a causa dell'andamento demografico negativo. Eppure, all'Italia non è mai stato consentito di sovvenzionare la sua industria. E, dopo la tempesta dello spread, il nostro Paese è stato sottoposto alla cura Fornero, mentre Bruxelles vedeva all'orizzonte di quota 100 una vera e propria apocalisse finanziaria. Insomma, in Europa le regole valgono solo per i più fessi. I soliti noti, invece, bacchettano l'Italia, però rispettano i parametri solo quando fa loro comodo. Dalle banche alle emissioni inquinanti, dall'immigrazione alle finanze pubbliche. Ecco chi sono veramente quelli che ci fanno la morale.
Deficit e debito: finanze acciaccate
Come dimenticare l'assurdo tira e molla andato in scena lo scorso inverno sulla procedura d'infrazione per debito eccessivo a carico dell'Italia? Le finanze pubbliche italiane sono da sempre nell'occhio del ciclone, con gli euroburocrati che non perdono occasione per ricordarci quanto ai loro occhi risultiamo dissoluti nella gestione dei conti nazionali. Poco importa se lo stesso creatore della regola del famoso parametro sul rapporto deficit/Pil al 3% l'ha definita senza senso, e che in passato si contano a carico dei Paesi Ue ben 36 procedure di infrazione con una durata media di 5 anni ciascuna. Come spesso accade, chi predica bene razzola male. È il caso della Francia, che dal 2009 al 2018 ha sforato per ben 7 volte il parametro del deficit. L'anno peggiore è stato proprio il 2009, quanto il rapporto deficit/Pil ha toccato il picco del 7,2% (dunque più del doppio del consentito), rimanendo fino al 2013 superiore al 4%. Negli stessi anni l'Italia si dimostrava molto più ligia al dovere, riuscendo a contenere il deficit sotto al 3% già nel 2012. Anche nel 2019 Parigi ha previsto di avvicinarsi al limite consentito, stimando di raggiungere il 2,8% (contro il contestatissimo 2,04% dell'Italia) ma ciò è possibile grazie alla «furbata» delle cosiddette misure one off, cioè quelle a carattere eccezionale. Basti pensare che solo per l'anno in corso questa voce conta addirittura per lo 0,9%, pari a un terzo del totale del deficit. Preoccupa anche l'andamento del debito pubblico, passato del 64,5% del 2007 al 98,4% del Pil nel 2018. Un balzo di 33,9 punti percentuali, superiore nello stesso periodo persino a quello del nostro Paese (+32,4%). Per questo motivo, nell'ultimo rapporto sulla sostenibilità fiscale pubblicato dalla Commissione europea a gennaio del 2019, se a breve termine i conti francesi non destano particolare preoccupazione, nel medio periodo il rischio appare invece alto.
Berlino salva le banche (e la Bce tace)
Il fatto che le banche siano nate in Italia dovrebbe renderci tutti un po' orgogliosi. Negli ultimi tempi, invece, gli attacchi coordinati dell'Europa in tema di crediti deteriorati (Npl) ci hanno portato a pensare che il nostro sistema fosse gravemente malato. Eppure, al netto delle storture che senza dubbio ci sono, il comparto bancario italiano ha giocato un ruolo fondamentale per la crescita delle imprese e il sostegno al territorio e alle famiglie. Solo ora ci stiamo accorgendo che, nella foga di obbedire ai diktat di Francoforte, stiamo rischiando di buttare l'acqua sporca con il bambino, finendo per cedere una sfilza di crediti recuperabili a investitori esteri. Quando si tratta di Germania, tuttavia, la Vigilanza non si dimostra così attenta e puntuale come nei confronti dell'Italia. Deutsche Bank, primo istituto del Paese, è alle prese con la cronica difficoltà a fare profitti (il secondo trimestre del 2019 si è chiuso con una perdita di 3,1 miliardi di euro) e gli scandali legati al riciclaggio. Dopo la mancata fusione con Commerzbank, qualche settimana fa il ceo, Christian Sewing, ha annunciato un piano lacrime e sangue per rilanciare la banca, mettendo in conto 15-20.000 licenziamenti e la chiusura delle attività negli Usa. Sul territorio il settore è formato da una miriade di casse locali (Sparkassen) che sfuggono all'occhio della Vigilanza e i cui destini sono fortemente intrecciati con la politica. Spesso poi, quando si tratta di soccorrere le banche in difficoltà, l'esecutivo federale e quelli locali ci mettono una pezza sborsando di tasca loro una pioggia di milioni. È il caso recente di NordLb (4 miliardi di euro a carico dei contribuenti) ma anche della stessa Commerzbank, della quale lo Stato detiene il 15% delle azioni. Ovviamente il tutto con il complice silenzio della Bce. E nonostante Berlino abbia poi preteso di stabilire il divieto di aiuti di Stato...
Le pensioni tedesche insostenibili
Forse l'affermazione può far sorridere qualcuno, ma la verità è che in Germania avrebbero bisogno (forse ben più di noi) di una Elsa Fornero. Nonostante Berlino abbia letteralmente un'ossessione per i conti in ordine, infatti, il tema delle pensioni si addensa come una nuvola nera sullo sfondo del dibattito politico. Per il momento la classe dirigente fa spallucce e rimanda i necessari provvedimenti drastici a data da destinarsi, ma il tema rimane una bomba pronta a esplodere. Già nel 2015, all'interno del rapporto biennale Pension at glance, l'Ocse evidenziava come il sistema pensionistico tedesco fosse «sotto pressione per colpa dell'andamento demografico sfavorevole», e invitava il governo all'aumento dell'età pensionabile legandola all'aspettativa di vita. Esattamente quanto fatto nel 2011 in Italia dalla Fornero, a seguito delle letterine minatorie indirizzate al nostro esecutivo da Bce e Commissione europea. Ma il report del 2017 è stato ancora più duro nei confronti della Germania. Secondo gli esperti dell'Ocse, a meno che non intervengano poderose riforme strutturali, la spesa pubblica per questo settore salirà dall'attuale 10% al 12,5% nel 2050. Per il 2060, invece, la Commissione europea prevede che la spesa arrivi al 12,7%. Sembra un futuro lontanissimo, e invece quando si parla di pensioni il lungo termine è fondamentale per valutare la sostenibilità del sistema. A quell'epoca, la differenza tra la "virtuosa" Germania e la "sprecona" Italia si sarà assottigliata a poco più di un punto percentuale. Senza contare che i tassi di sostituzione (rapporto tra stipendio e pensione) sono molto più bassi rispetto al nostro Paese e alla media Ocse. È anche per questo motivo che per quasi un tedesco su cinque, il tema delle pensioni rappresenta uno dei due problemi più importanti per il proprio Paese. Risolvere il problema demografico per Berlino sarà perciò la grande sfida del prossimo decennio.
Teutonici campioni di emissioni tossiche
Nel bene e nel male quello che stiamo vivendo è destinato a essere ricordato, complici gli scioperi di Greta Thunberg e l'esplosione a livello europeo del partito dei Verdi, come l'anno più green dall'inizio del millennio. Tutti i principali attori della scena geopolitica sembrano concordi nel ritenere che ormai c'è poco tempo per contrastare il riscaldamento globale e i (presunti) catastrofici effetti sull'economia mondiale. Ma cosa stanno facendo i nostri partner europei per mettere a tacere i novelli profeti di sventura? Dai dati ufficiali, sembrerebbe ben poco. Secondo le ultime rilevazioni pubblicate dall'Eurostat i Paesi del Nord Europa, notoriamente quelli più rigidi quando si tratta di far applicare le regole, sono quelli messi peggio. Nella classifica delle emissioni pro capite di gas serra, al primo posto troviamo il Lussemburgo (20 tonnellate CO 2/anno), seguito dall'Islanda (17,2) e dall'Estonia (16). Sesto posto per i Paesi Bassi (12 tonnellate), mentre due posizioni più in basso troviamo la Germania (11,3). L'Italia è tra gli Stati membri virtuosi, con appena 7,3 tonnellate, ben al di sotto della media Ue (8,8). Ma Roma va molto bene anche quando si parla di quota di rinnovabili: sul totale dei consumi energetici nel 2017 abbiamo raggiunto il 18,3%, in largo anticipo rispetto all'obiettivo (17%) dell'agenda di sviluppo Europa 2020. Male i Paesi Bassi (-7,4%), la Francia (-6,7%) e la Germania (-2,5%). Le ricadute sulla salute di queste cattive pratiche sono impressionanti: secondo un rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente pubblicata nel 2017, nel nostro continente muoiono 502.000 persone all'anno per colpa dell'inquinamento, 80.800 delle quali (16%) in Germania e 63.800 in Francia (13%). Ovviamente il contributo delle emissioni automobilistiche è determinante. Sull'argomento di recente l'Oms ha richiamato Berlino per non aver compiuto sufficienti sforzi al fine di ridurre le emissioni dei gas di scarico.
Immigrati sedati e confini sbarrati
Quello dell'accoglienza è il classico caso in cui, come diceva Giovanni Giolitti, le regole si applicano per i nemici e si interpretano per gli amici. L'ultimo tentativo di gabbare il nostro Paese è stato messo in scena poche settimane fa da Emmanuel Macron e soci. Nel corso di una riunione svoltasi a Parigi alla presenza delle rappresentanze dei ministeri dell'Interno dei 28 Paesi dell'Ue, la (solita) proposta sfornata è stata quella di far sbarcare i migranti che ormai si trovano in mare nel porto sicuro più vicino. E dopo? I poveri disperati che approdano nelle coste europee (verosimilmente quelle italiane) dovrebbero essere redistribuiti tra i Paesi disposti ad accoglierli (quali?). Né più né meno quello che accade oggi, con il solito teatrino a base di battibecchi e scaricabarile. Se così fosse, hanno spiegato a Macron i tecnici inviati da Matteo Salvini, l'accoglienza peserebbe solo su Italia e Malta. E così il piano architettato da Francia e Germania, almeno per ora, è miseramente fallito. Non solo, mentre Parigi e Berlino fanno la predica al nostro Paese, le inventano tutte pur di non fare la loro parte. La Merkel, che si vanta di aver accolto oltre un milione di profughi, ci rispedisce in aereo più di 1.000 migranti a semestre legati e sedati, mentre Macron si guarda bene dal far entrare in Francia i profughi ammassati a Ventimiglia. Nel frattempo, il ministro dell'Interno transalpino, Christophe Castaner, non esclude di introdurre un sistema di quote per l'ingresso dei migranti, rifiutandosi al contempo di accettare un tetto prestabilito per le domande di asilo, specificando che dovranno essere valutate «caso per caso». Senza dimenticare che l'Ong Sea Watch, di Carola Rackete, è tedesca (sebbene la nave battesse bandiera olandese), mentre la nave Ocean Viking, battente bandiera norvegese, appartiene alle Ong francesi Sos Méditerranée e Medici senza frontiere. Ma Parigi e Berlino, ovviamente, fanno orecchie da mercanti...
Sulla sanità saliamo noi in cattedra
Se c'è una cosa che tutto il mondo ci invidia, oltre alle bellezze naturali e architettoniche, è il nostro Sistema sanitario nazionale. Già più di 70 anni fa i padri fondatori, nell'atto di stendere la Costituzione, pensarono bene di sancire all'articolo 32 la «salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività», garantendo «cure gratuite agli indigenti». Trent'anni più tardi, con la legge 833 del 23 dicembre 1978 nacque il Ssn basato sui principi dell'universalità dell'assistenza sanitaria, della solidarietà del finanziamento attraverso la fiscalità generale e dell'equità di accesso alle prestazioni. Da allora, è stata una cavalcata trionfale. Già nel 2000 uno studio ufficiale dell'Oms aveva collocato il sistema italiano al secondo posto per efficienza globale a livello mondiale dietro alla Francia. Una pubblicazione autorevole e pluricitata, rimasta per quasi due decenni un riferimento per valutare la qualità dell'offerta sanitaria globale. Tutti più indietro nella stessa classifica gli altri Paesi europei, anche quelli che spesso e volentieri ci criticano per il malfunzionamento della pubblica amministrazione e sono in prima fila quando si tratta di tenere alta la bandiera dell'austerità: al 17° posto i Paesi Bassi al 25° posto la Germania, al 31° la Finlandia. Qualcuno potrà obiettare che sono passati ormai 20 anni e la ricerca nel frattempo è diventata obsoleta. Ma a ribadire il concetto che il servizio offerto dall'Italia è ai vertici ci ha pensato l'anno scorso Bloomberg, collocandoci al 4° posto al mondo dietro Hong Kong, Singapore e la Spagna. Solo al 45° posto nell'elenco la Germania, dietro Stati di solito considerati più arretrati come Turchia, Algeria, Perù e Iran. Rimangono giù anche la Francia (16), la Finlandia (19) e i Paesi Bassi (22). La nostra sanità regge nonostante Bruxelles, che nel nome dell'austerità ci ha imposto il contenimento della spesa, costringendoci a tagli e commissariamenti.
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Dai parametri di bilancio alle sofferenze degli istituti di credito, dall'ambiente ai migranti: tutte le magagne dei maestrini dell'Ue.Lo speciale contiene sette articoli.Ci chiedono di tirare la cinghia, di fare sacrifici, di contenere la spesa pubblica, di rimettere a posto i conti, di non sforare i parametri di bilancio. Minacciano procedure d'infrazione per il rapporto deficit/Pil al 2,04 (e la Francia è arrivata anche oltre il 7%). Pretendono che accogliamo i miranti traghettati dalle Ong (magari quelle di nazionalità tedesca), ci esortano a non chiudere i porti e i confini, ma poi ci rispediscono gli immigrati alla frontiera di Ventimiglia, o ce li riportano, sedati, sugli aerei. Francia e Germania sono sempre pronte a bacchettarci. Ma con loro stesse sono sempre molto indulgenti. Basti pensare ai tedeschi, che hanno prima salvato le loro banche, coprendole di vagonate di miliardi, ma poi hanno preteso che l'Europa vietasse gli aiuti di Stato agli istituti di credito in sofferenza. E ci hanno obbligato a ripulire i crediti deteriorati, mentre la loro banca d'investimenti, Deutsche Bank, da anni sull'orlo del crack, si prepara a un maxi piano di esuberi. Angela Merkel, nel periodo della crisi, ha persino inondato la manifattura germanica di sussidi (69 miliardi). Il sistema pensionistico di Berlino rischia il collasso a causa dell'andamento demografico negativo. Eppure, all'Italia non è mai stato consentito di sovvenzionare la sua industria. E, dopo la tempesta dello spread, il nostro Paese è stato sottoposto alla cura Fornero, mentre Bruxelles vedeva all'orizzonte di quota 100 una vera e propria apocalisse finanziaria. Insomma, in Europa le regole valgono solo per i più fessi. I soliti noti, invece, bacchettano l'Italia, però rispettano i parametri solo quando fa loro comodo. Dalle banche alle emissioni inquinanti, dall'immigrazione alle finanze pubbliche. Ecco chi sono veramente quelli che ci fanno la morale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-potete-darci-lezioni-francia-e-germania-passate-ai-raggi-x-2639781410.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="deficit-e-debito-finanze-acciaccate" data-post-id="2639781410" data-published-at="1782414549" data-use-pagination="False"> Deficit e debito: finanze acciaccate Come dimenticare l'assurdo tira e molla andato in scena lo scorso inverno sulla procedura d'infrazione per debito eccessivo a carico dell'Italia? Le finanze pubbliche italiane sono da sempre nell'occhio del ciclone, con gli euroburocrati che non perdono occasione per ricordarci quanto ai loro occhi risultiamo dissoluti nella gestione dei conti nazionali. Poco importa se lo stesso creatore della regola del famoso parametro sul rapporto deficit/Pil al 3% l'ha definita senza senso, e che in passato si contano a carico dei Paesi Ue ben 36 procedure di infrazione con una durata media di 5 anni ciascuna. Come spesso accade, chi predica bene razzola male. È il caso della Francia, che dal 2009 al 2018 ha sforato per ben 7 volte il parametro del deficit. L'anno peggiore è stato proprio il 2009, quanto il rapporto deficit/Pil ha toccato il picco del 7,2% (dunque più del doppio del consentito), rimanendo fino al 2013 superiore al 4%. Negli stessi anni l'Italia si dimostrava molto più ligia al dovere, riuscendo a contenere il deficit sotto al 3% già nel 2012. Anche nel 2019 Parigi ha previsto di avvicinarsi al limite consentito, stimando di raggiungere il 2,8% (contro il contestatissimo 2,04% dell'Italia) ma ciò è possibile grazie alla «furbata» delle cosiddette misure one off, cioè quelle a carattere eccezionale. Basti pensare che solo per l'anno in corso questa voce conta addirittura per lo 0,9%, pari a un terzo del totale del deficit. Preoccupa anche l'andamento del debito pubblico, passato del 64,5% del 2007 al 98,4% del Pil nel 2018. Un balzo di 33,9 punti percentuali, superiore nello stesso periodo persino a quello del nostro Paese (+32,4%). Per questo motivo, nell'ultimo rapporto sulla sostenibilità fiscale pubblicato dalla Commissione europea a gennaio del 2019, se a breve termine i conti francesi non destano particolare preoccupazione, nel medio periodo il rischio appare invece alto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-potete-darci-lezioni-francia-e-germania-passate-ai-raggi-x-2639781410.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlino-salva-le-banche-e-la-bce-tace" data-post-id="2639781410" data-published-at="1782414549" data-use-pagination="False"> Berlino salva le banche (e la Bce tace) Il fatto che le banche siano nate in Italia dovrebbe renderci tutti un po' orgogliosi. Negli ultimi tempi, invece, gli attacchi coordinati dell'Europa in tema di crediti deteriorati (Npl) ci hanno portato a pensare che il nostro sistema fosse gravemente malato. Eppure, al netto delle storture che senza dubbio ci sono, il comparto bancario italiano ha giocato un ruolo fondamentale per la crescita delle imprese e il sostegno al territorio e alle famiglie. Solo ora ci stiamo accorgendo che, nella foga di obbedire ai diktat di Francoforte, stiamo rischiando di buttare l'acqua sporca con il bambino, finendo per cedere una sfilza di crediti recuperabili a investitori esteri. Quando si tratta di Germania, tuttavia, la Vigilanza non si dimostra così attenta e puntuale come nei confronti dell'Italia. Deutsche Bank, primo istituto del Paese, è alle prese con la cronica difficoltà a fare profitti (il secondo trimestre del 2019 si è chiuso con una perdita di 3,1 miliardi di euro) e gli scandali legati al riciclaggio. Dopo la mancata fusione con Commerzbank, qualche settimana fa il ceo, Christian Sewing, ha annunciato un piano lacrime e sangue per rilanciare la banca, mettendo in conto 15-20.000 licenziamenti e la chiusura delle attività negli Usa. Sul territorio il settore è formato da una miriade di casse locali (Sparkassen) che sfuggono all'occhio della Vigilanza e i cui destini sono fortemente intrecciati con la politica. Spesso poi, quando si tratta di soccorrere le banche in difficoltà, l'esecutivo federale e quelli locali ci mettono una pezza sborsando di tasca loro una pioggia di milioni. È il caso recente di NordLb (4 miliardi di euro a carico dei contribuenti) ma anche della stessa Commerzbank, della quale lo Stato detiene il 15% delle azioni. Ovviamente il tutto con il complice silenzio della Bce. E nonostante Berlino abbia poi preteso di stabilire il divieto di aiuti di Stato... <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-potete-darci-lezioni-francia-e-germania-passate-ai-raggi-x-2639781410.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-pensioni-tedesche-insostenibili" data-post-id="2639781410" data-published-at="1782414549" data-use-pagination="False"> Le pensioni tedesche insostenibili Forse l'affermazione può far sorridere qualcuno, ma la verità è che in Germania avrebbero bisogno (forse ben più di noi) di una Elsa Fornero. Nonostante Berlino abbia letteralmente un'ossessione per i conti in ordine, infatti, il tema delle pensioni si addensa come una nuvola nera sullo sfondo del dibattito politico. Per il momento la classe dirigente fa spallucce e rimanda i necessari provvedimenti drastici a data da destinarsi, ma il tema rimane una bomba pronta a esplodere. Già nel 2015, all'interno del rapporto biennale Pension at glance, l'Ocse evidenziava come il sistema pensionistico tedesco fosse «sotto pressione per colpa dell'andamento demografico sfavorevole», e invitava il governo all'aumento dell'età pensionabile legandola all'aspettativa di vita. Esattamente quanto fatto nel 2011 in Italia dalla Fornero, a seguito delle letterine minatorie indirizzate al nostro esecutivo da Bce e Commissione europea. Ma il report del 2017 è stato ancora più duro nei confronti della Germania. Secondo gli esperti dell'Ocse, a meno che non intervengano poderose riforme strutturali, la spesa pubblica per questo settore salirà dall'attuale 10% al 12,5% nel 2050. Per il 2060, invece, la Commissione europea prevede che la spesa arrivi al 12,7%. Sembra un futuro lontanissimo, e invece quando si parla di pensioni il lungo termine è fondamentale per valutare la sostenibilità del sistema. A quell'epoca, la differenza tra la "virtuosa" Germania e la "sprecona" Italia si sarà assottigliata a poco più di un punto percentuale. Senza contare che i tassi di sostituzione (rapporto tra stipendio e pensione) sono molto più bassi rispetto al nostro Paese e alla media Ocse. È anche per questo motivo che per quasi un tedesco su cinque, il tema delle pensioni rappresenta uno dei due problemi più importanti per il proprio Paese. Risolvere il problema demografico per Berlino sarà perciò la grande sfida del prossimo decennio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-potete-darci-lezioni-francia-e-germania-passate-ai-raggi-x-2639781410.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="teutonici-campioni-di-emissioni-tossiche" data-post-id="2639781410" data-published-at="1782414549" data-use-pagination="False"> Teutonici campioni di emissioni tossiche Nel bene e nel male quello che stiamo vivendo è destinato a essere ricordato, complici gli scioperi di Greta Thunberg e l'esplosione a livello europeo del partito dei Verdi, come l'anno più green dall'inizio del millennio. Tutti i principali attori della scena geopolitica sembrano concordi nel ritenere che ormai c'è poco tempo per contrastare il riscaldamento globale e i (presunti) catastrofici effetti sull'economia mondiale. Ma cosa stanno facendo i nostri partner europei per mettere a tacere i novelli profeti di sventura? Dai dati ufficiali, sembrerebbe ben poco. Secondo le ultime rilevazioni pubblicate dall'Eurostat i Paesi del Nord Europa, notoriamente quelli più rigidi quando si tratta di far applicare le regole, sono quelli messi peggio. Nella classifica delle emissioni pro capite di gas serra, al primo posto troviamo il Lussemburgo (20 tonnellate CO 2/anno), seguito dall'Islanda (17,2) e dall'Estonia (16). Sesto posto per i Paesi Bassi (12 tonnellate), mentre due posizioni più in basso troviamo la Germania (11,3). L'Italia è tra gli Stati membri virtuosi, con appena 7,3 tonnellate, ben al di sotto della media Ue (8,8). Ma Roma va molto bene anche quando si parla di quota di rinnovabili: sul totale dei consumi energetici nel 2017 abbiamo raggiunto il 18,3%, in largo anticipo rispetto all'obiettivo (17%) dell'agenda di sviluppo Europa 2020. Male i Paesi Bassi (-7,4%), la Francia (-6,7%) e la Germania (-2,5%). Le ricadute sulla salute di queste cattive pratiche sono impressionanti: secondo un rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente pubblicata nel 2017, nel nostro continente muoiono 502.000 persone all'anno per colpa dell'inquinamento, 80.800 delle quali (16%) in Germania e 63.800 in Francia (13%). Ovviamente il contributo delle emissioni automobilistiche è determinante. Sull'argomento di recente l'Oms ha richiamato Berlino per non aver compiuto sufficienti sforzi al fine di ridurre le emissioni dei gas di scarico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-potete-darci-lezioni-francia-e-germania-passate-ai-raggi-x-2639781410.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="immigrati-sedati-e-confini-sbarrati" data-post-id="2639781410" data-published-at="1782414549" data-use-pagination="False"> Immigrati sedati e confini sbarrati Quello dell'accoglienza è il classico caso in cui, come diceva Giovanni Giolitti, le regole si applicano per i nemici e si interpretano per gli amici. L'ultimo tentativo di gabbare il nostro Paese è stato messo in scena poche settimane fa da Emmanuel Macron e soci. Nel corso di una riunione svoltasi a Parigi alla presenza delle rappresentanze dei ministeri dell'Interno dei 28 Paesi dell'Ue, la (solita) proposta sfornata è stata quella di far sbarcare i migranti che ormai si trovano in mare nel porto sicuro più vicino. E dopo? I poveri disperati che approdano nelle coste europee (verosimilmente quelle italiane) dovrebbero essere redistribuiti tra i Paesi disposti ad accoglierli (quali?). Né più né meno quello che accade oggi, con il solito teatrino a base di battibecchi e scaricabarile. Se così fosse, hanno spiegato a Macron i tecnici inviati da Matteo Salvini, l'accoglienza peserebbe solo su Italia e Malta. E così il piano architettato da Francia e Germania, almeno per ora, è miseramente fallito. Non solo, mentre Parigi e Berlino fanno la predica al nostro Paese, le inventano tutte pur di non fare la loro parte. La Merkel, che si vanta di aver accolto oltre un milione di profughi, ci rispedisce in aereo più di 1.000 migranti a semestre legati e sedati, mentre Macron si guarda bene dal far entrare in Francia i profughi ammassati a Ventimiglia. Nel frattempo, il ministro dell'Interno transalpino, Christophe Castaner, non esclude di introdurre un sistema di quote per l'ingresso dei migranti, rifiutandosi al contempo di accettare un tetto prestabilito per le domande di asilo, specificando che dovranno essere valutate «caso per caso». Senza dimenticare che l'Ong Sea Watch, di Carola Rackete, è tedesca (sebbene la nave battesse bandiera olandese), mentre la nave Ocean Viking, battente bandiera norvegese, appartiene alle Ong francesi Sos Méditerranée e Medici senza frontiere. Ma Parigi e Berlino, ovviamente, fanno orecchie da mercanti... <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-potete-darci-lezioni-francia-e-germania-passate-ai-raggi-x-2639781410.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="sulla-sanita-saliamo-noi-in-cattedra" data-post-id="2639781410" data-published-at="1782414549" data-use-pagination="False"> Sulla sanità saliamo noi in cattedra Se c'è una cosa che tutto il mondo ci invidia, oltre alle bellezze naturali e architettoniche, è il nostro Sistema sanitario nazionale. Già più di 70 anni fa i padri fondatori, nell'atto di stendere la Costituzione, pensarono bene di sancire all'articolo 32 la «salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività», garantendo «cure gratuite agli indigenti». Trent'anni più tardi, con la legge 833 del 23 dicembre 1978 nacque il Ssn basato sui principi dell'universalità dell'assistenza sanitaria, della solidarietà del finanziamento attraverso la fiscalità generale e dell'equità di accesso alle prestazioni. Da allora, è stata una cavalcata trionfale. Già nel 2000 uno studio ufficiale dell'Oms aveva collocato il sistema italiano al secondo posto per efficienza globale a livello mondiale dietro alla Francia. Una pubblicazione autorevole e pluricitata, rimasta per quasi due decenni un riferimento per valutare la qualità dell'offerta sanitaria globale. Tutti più indietro nella stessa classifica gli altri Paesi europei, anche quelli che spesso e volentieri ci criticano per il malfunzionamento della pubblica amministrazione e sono in prima fila quando si tratta di tenere alta la bandiera dell'austerità: al 17° posto i Paesi Bassi al 25° posto la Germania, al 31° la Finlandia. Qualcuno potrà obiettare che sono passati ormai 20 anni e la ricerca nel frattempo è diventata obsoleta. Ma a ribadire il concetto che il servizio offerto dall'Italia è ai vertici ci ha pensato l'anno scorso Bloomberg, collocandoci al 4° posto al mondo dietro Hong Kong, Singapore e la Spagna. Solo al 45° posto nell'elenco la Germania, dietro Stati di solito considerati più arretrati come Turchia, Algeria, Perù e Iran. Rimangono giù anche la Francia (16), la Finlandia (19) e i Paesi Bassi (22). La nostra sanità regge nonostante Bruxelles, che nel nome dell'austerità ci ha imposto il contenimento della spesa, costringendoci a tagli e commissariamenti.
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A renderlo noto, in una comunicazione di 22 pagine indirizzata lunedì al Parlamento, è stato il ministro per la Salute Sophie Hermans. La relazione ministeriale, che concerneva gli aborti tardivi e i casi di morte infantile assistita, è stata presentata dalla Hermans - classe 1981, già balzata agli onori delle cronache perché voleva vietare gli asili ai bimbi non vaccinati -, la quale, nel suo documento, ha fatto presente come il caso del bambino eliminato con la «dolce morte» risalga a fine 2025. Il minore era, così almeno ha detto il ministro, affetto da una grave malattia.
Dallo scorso anno, quando si è registrato il caso, il comitato speciale istituito per valutare l’eutanasia sui minori ha parlato con il medico coinvolto ed ha ricevuto una apposita relazione. Che, a sua volta, ha trasmesso alla Procura della Repubblica, la quale dovrà stabilire se il dottore che ha somministrato l’eutanasia abbia o meno agito in conformità con la legge. La norma infatti non solo consente la «dolce morte» per i minori, ma fissa alcuni macabri requisiti: l’eutanasia dai 12 ai 15 anni in poi è consentita purché i giovanissimi siano in grado di valutare e comprendere cosa sia meglio per loro, con tanto di consenso genitoriale o del tutore; dai 16 ai 17 anni questo le famiglie o il tutore devono essere consultati, benché il loro consenso non sia richiesto e non risulti perciò determinante.
Nel caso emerso lunedì, invece, fa testo una legge del 2024 riservata ai bambini dal primo al dodicesimo anno di età affetti da «malattia terminale e in condizioni di sofferenza insopportabili, senza alcuna prospettiva di miglioramento». In questi casi, la decisione deve essere assunta «sempre» consultando i genitori, chiamati a confrontarsi col medico, «e se possibile anche con il bambino». Nel caso in questione, lo si diceva poc’anzi, dovrà essere ora la magistratura a stabilire la regolarità dell’accaduto. In attesa che ciò avvenga, va detto che non stupisce che una così sconvolgente morte abbia avuto luogo in terra olandese. Parliamo infatti del Paese che, nel 2002, fu il primo al mondo a regolamentare l’eutanasia. Non solo.
Sempre in Olanda, su proposta del medico Eduard Verhagen, fu redatto il protocollo di Groningen, delle linee guida per una vera e propria eutanasia per bambini che «possono avere una qualità di vita molto bassa, senza prospettiva di miglioramento». Era il 2005 e Verhagen, con il collega Pieter Sauer, pubblicò il suo protocollo sul prestigioso New England Journal of Medicine riferendo di 22 casi di eutanasia infantile segnalati alle autorità tra il 1997 e il 2004, quattro dei quali avvenuti sotto la supervisione dello stesso Verhagen. All’epoca quell’articolo e quel protocollo sollevarono molte polemiche ma oggi, oltre vent’anni dopo, l’eutanasia infantile è realtà e per di più, per la prima volta - per quanto debbano essere ancora effettuati degli accertamenti sul caso reso noto dalla Hermans -, lo è in nome della legge.
Che tutto ciò rappresenti una deriva è provato dal fatto che, nell’Olanda patria dell’eutanasia, la vita risulta sempre più «indegna di essere vissuta» anche a chi malato terminale non è affatto. Prova ne sia il caso della diciassettenne Noa Pothoven la quale, nel 2019, si lasciò morire in casa, ad Arnhem, con l’assistenza medica fornita da una clinica specializzata; era gravemente depressa ma, appunto, non malata terminale. Condizione quest’ultima che comunque, tornando a noi, anche là dove un bambino ha purtroppo poco da vivere davanti a sé non rende meno scioccante la «dolce morte». Chissà che storie come queste aprano almeno gli occhi ai politici italiani favorevoli alla morte assistita, pratica che, se legalizzata, è una porta spalancata all’abisso.
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Ansa
Il bilancio delle vittime e dei dispersi si aggrava di ora in ora ed al momento di andare in stampa era arrivato a contare 188 vittime, più di 1,500 feriti ed oltre 36,000 dispersi. Il presidente ad interim, Delcy Rodríguez, ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale e ha deciso la sospensione delle lezioni scolastiche e l’interruzione del servizio della metropolitana di Caracas e della ferrovia della Valles del Tuy. Moltissimi edifici restano pericolanti e interi quartieri dello Stato di La Guaira sono stati evacuati. Anche l’aeroporto internazionale Simón Bolívar di Maiquetía rimane chiuso al traffico. In questa ecatombe che, stando ad una previsione dell’Us Geological survey (Usgs) potrebbe causare tra i 10.000 e i 100.000 morti, non risultato vittime italiane. Questa notizia è arrivata per bocca dell’ambasciatore in Venezuela, Giovanni Umberto De Vito, che ha anche dichiarato che l’unità di crisi era già al lavoro.
L’epicentro di questo maxi terremoto sembra essere fra le cittadine di Moron e Catia La Mar, a circa 200 chilometri da Caracas, nello stato di La Guaira, che sono risultate le due località più duramente colpite, anche se sono decine gli edifici crollati nella capitale dove si sta continuando a scavare tra le macerie per salvare le persone intrappolate. La Guaira, principale porto del Venezuela, è stata dichiarata come «zona disastrata» dal governo a causa del terremoto più potente degli ultimi 126 anni. Intanto è cominciata una gara di solidarietà internazionale per aiutare la nazione sudamericana con Donald Trump che ha parlato di un numero devastante di morti e che ha subito chiamato la presidente Rodríguez, la donna che gli Stati Uniti hanno messo al posto di Nicolás Maduro. Giorgia Meloni ha espresso «la più sentita solidarietà e vicinanza alle autorità venezuelane e alla popolazione» e si è subito adoperata per fornire aiuto e assistenza ai 150.000 italiani presenti in Venezuela, mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nella notte ha parlato con il presidente Rodríguez e con il suo omologo. L’Unione europea ha attivato il meccanismo di Protezione civile e il monitoraggio satellitare che coordineranno la risposta internazionale, semplificando le operazioni di intervento sul campo.
Italia, Spagna e Repubblica Ceca sono stati primi Paesi a mettersi a disposizione e l’Italia ha già organizzato un team avanzato composto da 40 vigili del fuoco. Leone XIV, attraverso l’Elemosineria apostolica, ha inviato 100.000 euro in aiuto al Venezuela e ha promesso un’attenzione costante a tutte le necessità del popolo venezuelano. Le Nazioni unite stanno coordinando diverse squadre di soccorso e il Fondo monetario internazionale ha stanziato 200 milioni di dollari per ricostruire infrastrutture, ospedali e le case di coloro che hanno perso tutto.
Mentre continuano le scosse di assestamento, l’ultimo conto ne menzionava 35, ci sono i primi cittadini europei rimasti uccisi nel sisma. Una donna di origine basca e un cittadino portoghese sono stati dichiarati deceduti nel crollo delle loro abitazioni. Gustavo Duque, sindaco di Chacao, uno dei Comuni del distretto di Caracas, ha raccontato che sotto le macerie si sentono voci che chiedono aiuto e che 23 persone sono state estratte vive. Carmen Meléndez, sindaco di Caracas, ha parlato alla televisione statale dichiarando che almeno 26 persone sono morte nella città da lei amministrata. Per l’emergenza è stato anche rimosso il blocco al social X, imposto da Maduro nel 2024 e ancora in funzione. Oltre 2.700 persone sono state salvate, compresi tre fratellini rimasti intrappolati sotto le macerie della loro casa, ma purtroppo si registrano i primi casi di sciacallaggio nella città di Catia La Mar dove alcuni supermercati, parzialmente distrutti, sono stati saccheggiati.
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Il racconto per immagini della giornata dedicata al confronto tra imprese, manager e istituzioni. Un dietro le quinte che ripercorre i principali momenti dei panel e gli interventi dei protagonisti.
Politecnico di Milano (iStock)
Con il nuovo avviso affidato a Cassa Depositi e Prestiti, il governo punta a rafforzare in modo significativo l’offerta di alloggi per studenti, mettendo sul tavolo almeno 579 milioni di euro e fissando una scadenza che lascia poco spazio ai ritardi: i posti letto dovranno essere disponibili entro maggio 2027 per consentire l’erogazione dei contributi entro il termine ultimo previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.
L’obiettivo è ambizioso. In un Paese dove il numero di posti letto dedicati agli universitari continua a essere insufficiente rispetto alla domanda, soprattutto nelle grandi città sede di atenei, il bando che scade il 29 giugno rappresenta uno degli strumenti principali per colmare un gap che negli ultimi anni ha alimentato proteste studentesche, rincari degli affitti e crescenti difficoltà di accesso all’istruzione universitaria per i fuori sede.
La misura, gestita da Cdp su mandato del Ministero dell’Università e della Ricerca dopo la revisione del Pnrr approvata dall’Ecofin, prevede una quota minima del 40% delle risorse destinata al Mezzogiorno. Potranno partecipare soggetti pubblici e privati, imprese, operatori economici, fondazioni, enti religiosi e altri soggetti interessati a realizzare o riqualificare immobili da destinare a residenze universitarie. Gli interventi ammissibili comprendono recupero di edifici esistenti, demolizioni e ricostruzioni, nuove edificazioni e opere di efficientamento energetico o miglioramento sismico.
Il contributo previsto ammonta a quasi 20.000 euro per ogni posto letto effettivamente realizzato e messo a disposizione degli studenti. Non si tratta però di un finanziamento diretto alla costruzione. Le spese per gli interventi restano infatti a carico dei proponenti, mentre il contributo pubblico serve a sostenere la gestione nei primi anni di attività, compensando parte dei minori introiti derivanti dall’obbligo di applicare canoni calmierati. I beneficiari dovranno infatti garantire affitti almeno del 15% inferiori ai valori di mercato e riservare il 30% dei posti a studenti fuori sede capaci e meritevoli privi di adeguati mezzi economici.
Sulla carta le condizioni per accelerare il settore sembrano esserci. Nella pratica, tuttavia, il percorso resta complesso. «La questione centrale non è tanto la disponibilità dei fondi quanto la capacità di utilizzarli in modo efficace e rapido», osserva Oliver Mantinger, managing director di Drees & Sommer Italia, società specializzata nel project e construction management. Secondo il manager, la vera sfida riguarda la velocità con cui il sistema riesce a trasformare le risorse disponibili in cantieri conclusi e strutture operative.
A rallentare il processo è soprattutto la frammentazione normativa e urbanistica che caratterizza il territorio italiano. L’esperienza maturata in diversi progetti, dal Piemonte all’Emilia-Romagna fino al Lazio, mostra come destinazioni d’uso differenti e procedure autorizzative non uniformi possano allungare sensibilmente i tempi di sviluppo. Una situazione che rende più difficile rispettare le scadenze imposte dal Pnrr. Eppure proprio gli studentati potrebbero rappresentare uno dei segmenti più adatti all’innovazione industriale nel settore delle costruzioni. La ripetitività delle unità abitative consente infatti di ricorrere a sistemi prefabbricati e a processi produttivi standardizzati, riducendo tempi e costi. Un modello già diffuso in altri Paesi europei ma ancora poco utilizzato in Italia.
Non mancano esempi incoraggianti. Mantinger cita il caso di uno studentato realizzato a Torino in appena tredici mesi, con oltre 500 stanze ottenute attraverso la riqualificazione di un’area dismessa. Un progetto che dimostra come il recupero del patrimonio inutilizzato è una leva strategica.
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