2023-08-14
Non è più la Serie A
Lo scudetto del Napoli (Ansa)
Serie A. Ma lo è ancora? L’orticello non cambia, la passione è la stessa. Ogni anno a una settimana dall’inizio del campionato di calcio l’adrenalina aumenta, i giornali sportivi vendono (quasi) come ai tempi d’oro e sul bancone dei gelati Sammontana si accendono le discussioni dei tifosi rapiti dai nomi esotici dei nuovi arrivati. In attesa di verificare in concreto se sonofenomeni, brocchi o semplici ragionieri del pallone. Al di là del fideismo calciofilo il tendone del grande circo scricchiola. E un tiro al volo sotto la traversa di Victor Osimhen, Lautaro Martinez, Olivier Giroud, Dusan Vlahovic non basta più a nascondere una caterva di problemi congeniti di un sistema uscito con le ossa rotte dalla pandemia, che non riesce ad essere attrattivo neppure per le tv (vedi diritti negoziati al ribasso) .
Può ancora chiamarsi di Serie A un torneo con metà dei club a debito (tranne Atalanta, Napoli e Milan), qualche big con la proprietà sull’orlo del baratro (l’Inter vicecampione d’Europa), qualche altra in mano a fondi che non hanno come obiettivo il successo ma i dividendi degli azionisti (Milan)? E la Juventus che ricapitalizza a nastro per non precipitare? Può ancora definirsi un’eccellenza un campionato in cui i top player latitano, e se non vengono portati via da Premier e Bundesliga scappano a svernare dagli arabi? Può specchiarsi nel passato con orgoglio una Serie A in cui non si riesce a costruire uno stadio nuovo e non c’è caso giudiziario che la Federcalcio non complichi con perversa fantasia? Vediamo tutto con calma, sorretti dalla famosa frase di Nereo Rocco. A chi gli augurava «vinca il migliore», il grande mister triestino rispondeva: «Speremo de no».
Debiti per 5,6 miliardi. E con le tv l’asta è al ribasso
Il colore preferito è il rosso. Non per via del Milan e della Roma ma a causa dei debiti: il calcio italiano è una macchina mangiasoldi, nel 2022 (ultimo anno solare verificato) il movimento ha subìto perdite per 1,4 miliardi di euro e i debiti sono saliti a 5,6 miliardi. In questo contesto è molto difficile ipotizzare un futuro concorrenziale rispetto alla Premier League da Playstation, al campionato spagnolo con i totem Real Madrid e Barcellona, ma anche alla Bundesliga dove il Bayern Monaco fa il solito torneo in solitaria, infastidito a turno da Borussia Dortmund e Lipsia. L’opulenza limita la noia, soprattutto consente di strutturare squadre sempre più competitive, imbottite di campioni e non solo di speranze o di cavalli di ritorno.
Non è il caso del calcio italiano, che ha pagato più di tutti lo stop dovuto alla pandemia: 3,3 milioni persi al giorno nel triennio Covid. La ripresa è stata lenta, una traversata del deserto con molti feriti: la sola Serie A nel 2022 ha registrato un valore della produzione poco inferiore ai 3 miliardi, in decremento del 6,5% rispetto all’anno precedente (quello finito ad agosto). I club hanno spesso fatto ricorso a denaro che non avevano: plusvalenze e cessioni hanno registrato un incremento di 132 milioni, lontanissimi dagli 835 milioni pre pandemia (fonte l’ultimo Report Calcio di Figc e Pwc).
La mancanza di fondi è ormai strutturale, le proprietà storiche tendono a defilarsi anche perché i costi sono altissimi: in tre anni per mantenere il giocattolo Monza Silvio Berlusconi aveva bruciato 80 milioni. Ora il destino del club è nelle mani dell’abile Adriano Galliani e dei risultati di questa stagione. Nel frattempo tutto il sistema sembra reggersi sui «pagherò». I prestiti con diritto di riscatto non sono altro che cambiali a scadenza. Significa ipotecare il futuro. A fine agosto dello scorso anno i milioni svolazzanti, ancora da saldare, erano 170. Quest’anno potrebbero oltrepassare i 200.
In questo scenario i colossi televisivi (anche loro con sostanziose spending review in atto) hanno scoperto che i diritti tv del calcio non valgono più sforzi titanici. Nel triennio in corso la Lega è riuscita a portare a casa 1,2 miliardi anche con il sostegno di Tim che ha garantito l’autostrada digitale a Dazn (e quando c’è il buffering prendersela con la tv e non con il proprietario della rete è ridicolo). Ma dal 2024 la musica cambia, nessuno fa beneficenza, Sky non se lo può più permettere. E finora l’asta interlocutoria ha raggiunto esiti ben lontani dal miliardino che piace ai presidenti delle società, indispensabile per spalmarci le perdite di gestione.
Pezze ai gomiti, solo giacche di tweed per mascherarle. Con un nuovo parametro micidiale: la Saudi Pro League che sta dragando campioni nella speranza di moltiplicare i fatturati e di sbarcare in Europa. Non sarà facile perché, oltre a comprare calciatori, i club di proprietà del fondo sovrano Pif dovrebbero comprare tifosi (la media spettatori di quel campionato è di 9.000 persone, più o meno come la Serie A belga). Niente a che vedere con i 70.000 di San Siro ogni maledetta domenica. Poi, in tutta questa depression, succede che tre club italiani arrivino in finale nelle tre competizione europee. E perdano.
Lo schiaffo su San Siro dimostra che fare nuovi stadi è impossibile
Uno stadio, tutti gli stadi. Uno scandalo, tutti gli scandali. È la storia italiana per eccellenza, quella che ci racconta non solo un fallimento istituzionale ma anche l’immobilismo infrastrutturale del Paese. E il ruolo ancillare che ormai lo sport principale d’Italia ha nei confronti dei gruppi di pressione, del politicamente corretto, degli interessi quasi personali di pigmei della politica incistati nei consigli comunali. La vicenda è quella dello stadio di San Siro, bandiera stracciata di una sconfitta, e della fuga delle due storiche squadre di calcio da Milano.
Inter e Milan sono destinati ad andarsene dopo sei anni di prese in giro, dopo aver prodotto un progetto avveniristico (la Cattedrale) per continuare a vivere insieme, con costi suddivisi per 1,2 miliardi di euro. Scapperanno fuori Milano, sospinti dal groviglio di distinguo, di impedimenti, quando non di ostruzionismi dell’amministrazione di Giuseppe Sala dove, prendendo a prestito una strofa di Francesco Guccini, «chiunque avesse un tiramento» poneva un veto. Il progetto era affascinante e al tempo stesso speculativo (troppo consumo di suolo, troppo poco verde); sarebbe stata fondamentale una trattativa costruttiva ma i niet della giunta green hanno raffreddato ogni entusiasmo. In tutto questo il Vanity sindaco prima ha fatto il pesce in barile, poi il principe amletico chiamandosi fuori. Una commedia all’italiana fino all’arrivo del vincolo della Soprintendenza per il secondo anello; San Siro non si può abbattere ed è condannato a un destino da rudere. Il Milan ha già acquisito la società proprietaria dei terreni di San Donato e l’Inter ha opzionato per un anno un’area di Rozzano per verificare la fattibilità in proprio della Cattedrale.
A Milano non si può costruire un nuovo stadio. Segnale pessimo per tutto il sistema calcio, dopo il fallimentare tentativo di Roma, dopo il rifiuto di Bruxelles di finanziare con i soldi del Pnrr gli impianti di Firenze e Venezia. In un mondo dello sport in cui gli stadi sono asset decisivi per dare prospettive economiche ai club, sconfitte come questa segnano una fragilità congenita, un declino inarrestabile. Gli unici esempi positivi arrivano dall’Udinese e dall’Atalanta, terre in cui il pragmatismo progettuale riesce ancora a prendere a calci i veti incrociati per favorire l’interesse comune.
È perfino struggente il parere di Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, sul pasticcio meneghino. «Se da sindaco avessi seguito questi contrasti i grattacieli di Porta Nuova non sarebbero mai nati. Non voglio attribuire al povero Sala questa stangata della Soprintendenza, peraltro incomprensibile perché non so cosa ci sia da salvaguardare a San Siro, ma temo che sarà una tragedia. Le squadre hanno detto dall’inizio che il Meazza non andava più bene e hanno proposto l’unica cosa sensata, raderlo al suolo e farne uno nuovo bellissimo, il progetto della Cattedrale sì sarebbe stato un’opera da tutelare. Lo stadio senza il calcio sarà un rudere». Il massimo della beffa è la proposta della Federcalcio di condividere con la Turchia l’organizzazione degli Europei di calcio del 2032. Mentre da noi il saldo è di zero stadi, solo a Istanbul ne sono stati realizzati quattro.
I (pochi) campioni se ne vanno dagli sceicchi o nella Premier
C’era una volta il calciomercato dei nababbi. Erano soprattutto Silvio Berlusconi, Gianni Agnelli e Massimo Moratti, presidenti innamorati che si svenavano col sorriso sulle labbra per far felice il popolo con sciarpa bicolore. Arrivavano Ronaldo il Fenomeno, Zinedine Zidane, Andrij Shevchenko e Kakà. Mentre a Napoli danzava Diego Maradona. Gli zeri dietro la cifra non contavano, erano sogni rotondi, erano le ruote sulle quali viaggiavano le fuoriserie dello scudetto. L’ultimo alieno in entrata è stato Cristiano Ronaldo. Ciò che avviene oggi appartiene a un’altra era geologica, quella della Grande Depressione.
Classico termometro per indicare la febbre di un campionato, nell’era del riscaldamento globale il calciomercato indica glaciazione permanente. Mai come quest’anno. Mai come nella stucchevole estate della noia, in cui l’unico feuilleton degno di un Dumas zio è quello che riguarda Romelu Lukaku. Il belga ex nerazzurro, l’uomo al quale Pep Guardiola ha dedicato la Champions league: «Ho vinto perché ha sbagliato a tre metri dalla porta». Ecco, tutti appesi alla sua barbetta caprina. L’Inter tradita mentre grattava gli ultimi spiccioli per ingaggiarlo, la Juventus interessata (anche se i tifosi lo detestano) per soddisfare il «corto muso» di Max Allegri, il Chelsea intenzionato a monetizzare per toglierselo dai piedi e mandarlo nella Saudi Pro League. Da un mese non si parla che di un cavallo di ritorno, soldi veri zero, colpi da maestro nessuno. Campioni affermati manco a parlarne.
Nel frattempo se ne sono andati ottimi centrocampisti come Marcelo Brozovic (20 milioni) e Sergej Milinkovic Savic (40 milioni), rapiti dal flusso di denaro messo a disposizione dagli sceicchi per provare a trasformare in un torneo vero un luna park fra le dune per pensionati senza stimoli. Conseguenza, un trading senza idee, senza prospettiva e soprattutto senza soldi. Per comprare al centro commerciale le italiane hanno dovuto prima vendere con ricadute sanguinose.
Lo ha fatto l’Inter, che ha rinunciato a un portiere leader come André Onana (56 milioni al Manchester United). Lo ha fatto il Milan, che si è strappato un pezzo di cuore lasciando andare via per 70 milioni (destinazione Newcastle) il leader della squadra Sandro Tonali. E lo ha fatto l’Atalanta - con gioia - rifilando il gioiellino Rasmus Hojlund sempre al Manchester United (80 milioni, affarone, tutti vorrebbero avere a che fare con i rossi in piena crisi depressiva dopo essere stati surclassati in città dal City di Guardiola e degli sceicchi). Con una postilla surreale: lo staff medico inglese ha scoperto che l’ex atalantino ha un problema alla schiena e salterà la preparazione. Furibondi e pure fessi.
Al di là del folclore, un calciomercato finanziato con le cessioni è un fallimento in partenza, significa che non ci sono margini per investire. Anche la Juventus sembra avere le mani legate: per prendere Lukaku deve vendere Vlahovic al Chelsea. Operazione necessaria per avere i liquidi (30 milioni) destinati a pagare l’ultima tranche dell’acquisto del centravanti serbo due anni fa dalla Fiorentina. Figurine cedute, figurine scambiate. Roba da mercato rionale, bisogna adattarsi all’austerity. Ma sognare Marko Arnautovic è dura.
Dalle plusvalenze al caso Lecco, le regole sono saltate
Il Lecco è in Serie B ma non gioca aspettando la sentenza del Consiglio di Stato. Le multiproprietà sono un controsenso ma Aurelio De Laurentiis può essere di fatto padrone di Napoli e Bari fino al 2029. L’ex presidente Andrea Agnelli è stato inibito per 16 mesi in seguito alla manovra «stipendi spalmati» della Juventus ma il club ha ottenuto il patteggiamento con 718.000 euro di multa. Una mancia rispetto ai 10 punti di penalità per il caso plusvalenze. Nessuno ha protestato perché tutte (proprio tutte) le altre società hanno giocatori farlocchi negli armadi come scheletri putrescenti. Sono i casi più recenti del capitolo: Serie A senza regole.
Il problema è enorme. Nonostante le tavole federali della legge siano scritte sulla pietra, oggi il governo del pallone è incline più alle deroghe che all’applicazione delle norme. E la giustizia sportiva gli va dietro nel balbettìo di sentenze pronte per essere ribaltate nel giorno stesso in cui escono. Una debolezza alla luce del sole, perché c’è sempre un grado di giudizio superiore, c’è sempre la possibilità di incartare le prove, di rigirare le frittate, di far sembrare la legalità un luna park per avvocati specializzati.
Il caso del Lecco è esemplare, la città manzoniana rischia di essere strangolata dagli Azzeccagarbugli. La squadra ha vinto il campionato di Lega Pro (la vecchia C1) a suon di gol, è stata promossa ma non è ancora sicura di poter giocare in B per aver inviato il dossier stadio (con la possibilità di giocare a Padova mentre il vecchio Rigamonti sarà ristrutturato sotto il Resegone) con un giorno oltre la scadenza dei termini. Il ritardo era dovuto alla tempistica minima per completare le scartoffie e alla mancanza di una firma, quella del prefetto di Padova in ferie. Invece di un bel patteggiamento e di una multa (do you remember stipendi spalmati?) ecco che davanti al piccolo Lecco si erge imperiosa la volontà di legalità dei poteri forti del pallone. Il Lecco è in ritardo? Il Lecco non venga promosso. Ma poiché nel frattempo non si era iscritto neppure alla Lega Pro - a che pro, era in B - il club ha visto materializzarsi lo spettro della Terza Categoria.
Il Tar ha ribaltato l’ultima sentenza di condanna, per ora i blucelesti sono nel limbo ma dovranno attendere il 29 agosto, giorno del Consiglio di Stato, per sapere in quale campionato giocheranno. La faccenda ha portato con sé una slavina: ricorsi di Brescia, Perugia, Reggina. Un caos procedurale, carte da bollo a Ferragosto. Con il campionato di Serie B che partirà senza le ricorrenti. Saranno giudici che magari amano il ping pong a decidere chi giocherà nel secondo campionato professionistico italiano. Molto bene.
Un’immagine devastante per un sistema professionistico che vorrebbe espandersi e costruire una «narrazione europea», come piace ripetere al presidente della Federcalcio Gabriele Gravina. Quest’ultimo viene ritenuto un manager debole, pronto al compromesso con chiunque e alla scappatoia del disimpegno («Io non c’ero e se c’ero dormivo») quando sarebbe necessario invece prendere decisioni per il bene di tutto il movimento. Nel frattempo De Laurentiis resta proprietario sia del Napoli, sia del Bari. Per fortuna club che militano in campionati diversi. Che si fa? Si decide di prorogare l’anomalia per altri sei anni. Puro indecisionismo.
Corsa a quattro per lo scudetto, decisivo il mercato
Nonostante le questue, i bond in scadenza e qualche eccesso alla Totò davanti alla fontana di Trevi, sabato 19 ricomincia la caccia allo scudetto cucito sulle maglie del pirotecnico Napoli di Aurelio De Laurentiis. Salutato Luciano Spalletti in ansia da anno sabbatico (temeva la cessione di mezza squadra e non ha voluto correre rischi), sulla panchina degli azzurri c’è Rudy Garcia che ha vinto il casting del presidente. Poiché il mercato è aperto fino al 31 agosto non è detto che le squadre della prima giornata siano anche quelle della terza. Fino all’ultimo i tifosi partenopei temono lo scippo di Victor Osimhen, fenomenale cannoniere in piena sintonia con la moda del momento: il carroarmato decathleta tuttofare. Come Erling Haaland. Il destino del puntero nigeriano sta tutto in una virgola. Con il rinnovo del contratto a Napoli guadagnerebbe 5,5 milioni l’anno ma il club arabo Al Hilal (lo stesso di Karim Benzema) ha deciso di non usare la punteggiatura. Offerta da 55 milioni a lui per finire a 24 anni in un ospizio calcistico per miliardari e 180 a De Laurentiis per il disturbo. Numeri fuori da ogni logica davanti ai quali nessun presidente sano di mente chiuderebbe preventivamente la porta alla trattativa. Con o senza Osimhen è un altro Napoli. Questo anche se la struttura di centrocampo è d’acciaio (Zambo Anguissa e Stanislav Lobotka confermati) e il mago georgiano Khvicha Kvaratshkselia è pronto a ripetere una strepitosa stagione.
Dietro ai campioni in carica è ben strutturata l’Inter reduce da un’ottima annata (finale di Champions, Coppa Italia, quattro derby vinti). Ha ingaggiato un giovane promettente come Davide Frattesi, intende lanciare in attacco l’eclettico Markus Thuram accanto a Lautaro. Ha perso peso ed esperienza (via Lukaku, Brozovic, Onana, Edin Dzeko), monte-ingaggi più leggero e pure l’età media scesa verso i 25 anni. Da verificare l’inserimento di Juan Cuadrado, tiro mancino ai tifosi. Chissà se bastano due dribbling a cancellarne la juventinità.
Dall’altra parte del Naviglio, il Milan è pronto a una galoppata di vertice. Gli uomini di Gerry Cardinale hanno molto lavorato su giocatori giovani, atleticamente formidabili e già pronti a dare battaglia. Nessun fenomeno, ma neppure gli altri ne hanno portati a casa. I più strutturati e noti sono i due ex Chelsea, Christian Pulisic e Ruben Loftus Cheek, gambe e testa da Premier. I due più interessanti sono Yunus Musah dal Valencia e il centravanti Noah Okafor dal Salisburgo. L’uomo nuovo che potrebbe illuminare San Siro e far dimenticare Tonali è Tijjani Reijnders, arrivato dall’AZ Alkmaar. Dalle prime amichevoli un potenziale top a centrocampo, grinta e idee, 19 milioni spesi bene.
Con le milanesi c’è la Juventus della telenovela Lukaku (arriva, non arriva, i tifosi non lo vogliono), del rientrante Paul Pogba, del ritrovato Federico Chiesa, dell’eterna promessa Niccolò Zaniolo (se si concretizza). Una fionda micidiale dedita al contropiede come piace ad Allegri. Difesa chiusa e in porta con tre passaggi, alla faccia dei nostalgici del tiki-taka. La corazzata non va mai sottovalutata. Neppure fuori dal campo: capitan Leonardo Bonucci, escluso dal progetto per limiti di età, ha chiesto il reintegro rivolgendosi a un legale neanche fosse un postelegrafonico licenziato.
Lazio e Roma hanno la pozione magica in panchina, Maurizio Sarri e Josè Mourinho sanno trasformare il ferro in oro. E a Bergamo, Gian Piero Gasperini è sulla stessa linea d’onda. Con l’ariete Gianluca Scamacca in area e il portafoglio pieno nella tasca di Antonio Percassi, il popolo orobico è pronto a urlare ancora una volta «adess adoss».
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Conti in rosso, impianti inadeguati, top player in fuga. Il calcio italiano è sempre più in crisi. Lo speciale comprende cinque articoli.Serie A. Ma lo è ancora? L’orticello non cambia, la passione è la stessa. Ogni anno a una settimana dall’inizio del campionato di calcio l’adrenalina aumenta, i giornali sportivi vendono (quasi) come ai tempi d’oro e sul bancone dei gelati Sammontana si accendono le discussioni dei tifosi rapiti dai nomi esotici dei nuovi arrivati. In attesa di verificare in concreto se sonofenomeni, brocchi o semplici ragionieri del pallone. Al di là del fideismo calciofilo il tendone del grande circo scricchiola. E un tiro al volo sotto la traversa di Victor Osimhen, Lautaro Martinez, Olivier Giroud, Dusan Vlahovic non basta più a nascondere una caterva di problemi congeniti di un sistema uscito con le ossa rotte dalla pandemia, che non riesce ad essere attrattivo neppure per le tv (vedi diritti negoziati al ribasso) . Può ancora chiamarsi di Serie A un torneo con metà dei club a debito (tranne Atalanta, Napoli e Milan), qualche big con la proprietà sull’orlo del baratro (l’Inter vicecampione d’Europa), qualche altra in mano a fondi che non hanno come obiettivo il successo ma i dividendi degli azionisti (Milan)? E la Juventus che ricapitalizza a nastro per non precipitare? Può ancora definirsi un’eccellenza un campionato in cui i top player latitano, e se non vengono portati via da Premier e Bundesliga scappano a svernare dagli arabi? Può specchiarsi nel passato con orgoglio una Serie A in cui non si riesce a costruire uno stadio nuovo e non c’è caso giudiziario che la Federcalcio non complichi con perversa fantasia? Vediamo tutto con calma, sorretti dalla famosa frase di Nereo Rocco. A chi gli augurava «vinca il migliore», il grande mister triestino rispondeva: «Speremo de no».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-e-piu-la-serie-a-2663626905.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="debiti-per-56-miliardi-e-con-le-tv-lasta-e-al-ribasso" data-post-id="2663626905" data-published-at="1691955895" data-use-pagination="False"> Debiti per 5,6 miliardi. E con le tv l’asta è al ribasso Il colore preferito è il rosso. Non per via del Milan e della Roma ma a causa dei debiti: il calcio italiano è una macchina mangiasoldi, nel 2022 (ultimo anno solare verificato) il movimento ha subìto perdite per 1,4 miliardi di euro e i debiti sono saliti a 5,6 miliardi. In questo contesto è molto difficile ipotizzare un futuro concorrenziale rispetto alla Premier League da Playstation, al campionato spagnolo con i totem Real Madrid e Barcellona, ma anche alla Bundesliga dove il Bayern Monaco fa il solito torneo in solitaria, infastidito a turno da Borussia Dortmund e Lipsia. L’opulenza limita la noia, soprattutto consente di strutturare squadre sempre più competitive, imbottite di campioni e non solo di speranze o di cavalli di ritorno. Non è il caso del calcio italiano, che ha pagato più di tutti lo stop dovuto alla pandemia: 3,3 milioni persi al giorno nel triennio Covid. La ripresa è stata lenta, una traversata del deserto con molti feriti: la sola Serie A nel 2022 ha registrato un valore della produzione poco inferiore ai 3 miliardi, in decremento del 6,5% rispetto all’anno precedente (quello finito ad agosto). I club hanno spesso fatto ricorso a denaro che non avevano: plusvalenze e cessioni hanno registrato un incremento di 132 milioni, lontanissimi dagli 835 milioni pre pandemia (fonte l’ultimo Report Calcio di Figc e Pwc). La mancanza di fondi è ormai strutturale, le proprietà storiche tendono a defilarsi anche perché i costi sono altissimi: in tre anni per mantenere il giocattolo Monza Silvio Berlusconi aveva bruciato 80 milioni. Ora il destino del club è nelle mani dell’abile Adriano Galliani e dei risultati di questa stagione. Nel frattempo tutto il sistema sembra reggersi sui «pagherò». I prestiti con diritto di riscatto non sono altro che cambiali a scadenza. Significa ipotecare il futuro. A fine agosto dello scorso anno i milioni svolazzanti, ancora da saldare, erano 170. Quest’anno potrebbero oltrepassare i 200. In questo scenario i colossi televisivi (anche loro con sostanziose spending review in atto) hanno scoperto che i diritti tv del calcio non valgono più sforzi titanici. Nel triennio in corso la Lega è riuscita a portare a casa 1,2 miliardi anche con il sostegno di Tim che ha garantito l’autostrada digitale a Dazn (e quando c’è il buffering prendersela con la tv e non con il proprietario della rete è ridicolo). Ma dal 2024 la musica cambia, nessuno fa beneficenza, Sky non se lo può più permettere. E finora l’asta interlocutoria ha raggiunto esiti ben lontani dal miliardino che piace ai presidenti delle società, indispensabile per spalmarci le perdite di gestione. Pezze ai gomiti, solo giacche di tweed per mascherarle. Con un nuovo parametro micidiale: la Saudi Pro League che sta dragando campioni nella speranza di moltiplicare i fatturati e di sbarcare in Europa. Non sarà facile perché, oltre a comprare calciatori, i club di proprietà del fondo sovrano Pif dovrebbero comprare tifosi (la media spettatori di quel campionato è di 9.000 persone, più o meno come la Serie A belga). Niente a che vedere con i 70.000 di San Siro ogni maledetta domenica. 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Il progetto era affascinante e al tempo stesso speculativo (troppo consumo di suolo, troppo poco verde); sarebbe stata fondamentale una trattativa costruttiva ma i niet della giunta green hanno raffreddato ogni entusiasmo. In tutto questo il Vanity sindaco prima ha fatto il pesce in barile, poi il principe amletico chiamandosi fuori. Una commedia all’italiana fino all’arrivo del vincolo della Soprintendenza per il secondo anello; San Siro non si può abbattere ed è condannato a un destino da rudere. Il Milan ha già acquisito la società proprietaria dei terreni di San Donato e l’Inter ha opzionato per un anno un’area di Rozzano per verificare la fattibilità in proprio della Cattedrale. A Milano non si può costruire un nuovo stadio. Segnale pessimo per tutto il sistema calcio, dopo il fallimentare tentativo di Roma, dopo il rifiuto di Bruxelles di finanziare con i soldi del Pnrr gli impianti di Firenze e Venezia. In un mondo dello sport in cui gli stadi sono asset decisivi per dare prospettive economiche ai club, sconfitte come questa segnano una fragilità congenita, un declino inarrestabile. Gli unici esempi positivi arrivano dall’Udinese e dall’Atalanta, terre in cui il pragmatismo progettuale riesce ancora a prendere a calci i veti incrociati per favorire l’interesse comune. È perfino struggente il parere di Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, sul pasticcio meneghino. «Se da sindaco avessi seguito questi contrasti i grattacieli di Porta Nuova non sarebbero mai nati. Non voglio attribuire al povero Sala questa stangata della Soprintendenza, peraltro incomprensibile perché non so cosa ci sia da salvaguardare a San Siro, ma temo che sarà una tragedia. Le squadre hanno detto dall’inizio che il Meazza non andava più bene e hanno proposto l’unica cosa sensata, raderlo al suolo e farne uno nuovo bellissimo, il progetto della Cattedrale sì sarebbe stato un’opera da tutelare. Lo stadio senza il calcio sarà un rudere». Il massimo della beffa è la proposta della Federcalcio di condividere con la Turchia l’organizzazione degli Europei di calcio del 2032. Mentre da noi il saldo è di zero stadi, solo a Istanbul ne sono stati realizzati quattro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-e-piu-la-serie-a-2663626905.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-pochi-campioni-se-ne-vanno-dagli-sceicchi-o-nella-premier" data-post-id="2663626905" data-published-at="1691955895" data-use-pagination="False"> I (pochi) campioni se ne vanno dagli sceicchi o nella Premier C’era una volta il calciomercato dei nababbi. Erano soprattutto Silvio Berlusconi, Gianni Agnelli e Massimo Moratti, presidenti innamorati che si svenavano col sorriso sulle labbra per far felice il popolo con sciarpa bicolore. Arrivavano Ronaldo il Fenomeno, Zinedine Zidane, Andrij Shevchenko e Kakà. Mentre a Napoli danzava Diego Maradona. Gli zeri dietro la cifra non contavano, erano sogni rotondi, erano le ruote sulle quali viaggiavano le fuoriserie dello scudetto. L’ultimo alieno in entrata è stato Cristiano Ronaldo. Ciò che avviene oggi appartiene a un’altra era geologica, quella della Grande Depressione. Classico termometro per indicare la febbre di un campionato, nell’era del riscaldamento globale il calciomercato indica glaciazione permanente. Mai come quest’anno. Mai come nella stucchevole estate della noia, in cui l’unico feuilleton degno di un Dumas zio è quello che riguarda Romelu Lukaku. Il belga ex nerazzurro, l’uomo al quale Pep Guardiola ha dedicato la Champions league: «Ho vinto perché ha sbagliato a tre metri dalla porta». Ecco, tutti appesi alla sua barbetta caprina. L’Inter tradita mentre grattava gli ultimi spiccioli per ingaggiarlo, la Juventus interessata (anche se i tifosi lo detestano) per soddisfare il «corto muso» di Max Allegri, il Chelsea intenzionato a monetizzare per toglierselo dai piedi e mandarlo nella Saudi Pro League. Da un mese non si parla che di un cavallo di ritorno, soldi veri zero, colpi da maestro nessuno. Campioni affermati manco a parlarne. Nel frattempo se ne sono andati ottimi centrocampisti come Marcelo Brozovic (20 milioni) e Sergej Milinkovic Savic (40 milioni), rapiti dal flusso di denaro messo a disposizione dagli sceicchi per provare a trasformare in un torneo vero un luna park fra le dune per pensionati senza stimoli. Conseguenza, un trading senza idee, senza prospettiva e soprattutto senza soldi. Per comprare al centro commerciale le italiane hanno dovuto prima vendere con ricadute sanguinose. Lo ha fatto l’Inter, che ha rinunciato a un portiere leader come André Onana (56 milioni al Manchester United). Lo ha fatto il Milan, che si è strappato un pezzo di cuore lasciando andare via per 70 milioni (destinazione Newcastle) il leader della squadra Sandro Tonali. E lo ha fatto l’Atalanta - con gioia - rifilando il gioiellino Rasmus Hojlund sempre al Manchester United (80 milioni, affarone, tutti vorrebbero avere a che fare con i rossi in piena crisi depressiva dopo essere stati surclassati in città dal City di Guardiola e degli sceicchi). Con una postilla surreale: lo staff medico inglese ha scoperto che l’ex atalantino ha un problema alla schiena e salterà la preparazione. Furibondi e pure fessi. Al di là del folclore, un calciomercato finanziato con le cessioni è un fallimento in partenza, significa che non ci sono margini per investire. Anche la Juventus sembra avere le mani legate: per prendere Lukaku deve vendere Vlahovic al Chelsea. Operazione necessaria per avere i liquidi (30 milioni) destinati a pagare l’ultima tranche dell’acquisto del centravanti serbo due anni fa dalla Fiorentina. Figurine cedute, figurine scambiate. Roba da mercato rionale, bisogna adattarsi all’austerity. Ma sognare Marko Arnautovic è dura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-e-piu-la-serie-a-2663626905.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dalle-plusvalenze-al-caso-lecco-le-regole-sono-saltate" data-post-id="2663626905" data-published-at="1691955895" data-use-pagination="False"> Dalle plusvalenze al caso Lecco, le regole sono saltate Il Lecco è in Serie B ma non gioca aspettando la sentenza del Consiglio di Stato. Le multiproprietà sono un controsenso ma Aurelio De Laurentiis può essere di fatto padrone di Napoli e Bari fino al 2029. L’ex presidente Andrea Agnelli è stato inibito per 16 mesi in seguito alla manovra «stipendi spalmati» della Juventus ma il club ha ottenuto il patteggiamento con 718.000 euro di multa. Una mancia rispetto ai 10 punti di penalità per il caso plusvalenze. Nessuno ha protestato perché tutte (proprio tutte) le altre società hanno giocatori farlocchi negli armadi come scheletri putrescenti. Sono i casi più recenti del capitolo: Serie A senza regole. Il problema è enorme. Nonostante le tavole federali della legge siano scritte sulla pietra, oggi il governo del pallone è incline più alle deroghe che all’applicazione delle norme. E la giustizia sportiva gli va dietro nel balbettìo di sentenze pronte per essere ribaltate nel giorno stesso in cui escono. Una debolezza alla luce del sole, perché c’è sempre un grado di giudizio superiore, c’è sempre la possibilità di incartare le prove, di rigirare le frittate, di far sembrare la legalità un luna park per avvocati specializzati. Il caso del Lecco è esemplare, la città manzoniana rischia di essere strangolata dagli Azzeccagarbugli. La squadra ha vinto il campionato di Lega Pro (la vecchia C1) a suon di gol, è stata promossa ma non è ancora sicura di poter giocare in B per aver inviato il dossier stadio (con la possibilità di giocare a Padova mentre il vecchio Rigamonti sarà ristrutturato sotto il Resegone) con un giorno oltre la scadenza dei termini. Il ritardo era dovuto alla tempistica minima per completare le scartoffie e alla mancanza di una firma, quella del prefetto di Padova in ferie. Invece di un bel patteggiamento e di una multa (do you remember stipendi spalmati?) ecco che davanti al piccolo Lecco si erge imperiosa la volontà di legalità dei poteri forti del pallone. Il Lecco è in ritardo? Il Lecco non venga promosso. Ma poiché nel frattempo non si era iscritto neppure alla Lega Pro - a che pro, era in B - il club ha visto materializzarsi lo spettro della Terza Categoria. Il Tar ha ribaltato l’ultima sentenza di condanna, per ora i blucelesti sono nel limbo ma dovranno attendere il 29 agosto, giorno del Consiglio di Stato, per sapere in quale campionato giocheranno. La faccenda ha portato con sé una slavina: ricorsi di Brescia, Perugia, Reggina. Un caos procedurale, carte da bollo a Ferragosto. Con il campionato di Serie B che partirà senza le ricorrenti. Saranno giudici che magari amano il ping pong a decidere chi giocherà nel secondo campionato professionistico italiano. Molto bene. Un’immagine devastante per un sistema professionistico che vorrebbe espandersi e costruire una «narrazione europea», come piace ripetere al presidente della Federcalcio Gabriele Gravina. Quest’ultimo viene ritenuto un manager debole, pronto al compromesso con chiunque e alla scappatoia del disimpegno («Io non c’ero e se c’ero dormivo») quando sarebbe necessario invece prendere decisioni per il bene di tutto il movimento. Nel frattempo De Laurentiis resta proprietario sia del Napoli, sia del Bari. Per fortuna club che militano in campionati diversi. Che si fa? Si decide di prorogare l’anomalia per altri sei anni. Puro indecisionismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-e-piu-la-serie-a-2663626905.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="corsa-a-quattro-per-lo-scudetto-decisivo-il-mercato" data-post-id="2663626905" data-published-at="1691955895" data-use-pagination="False"> Corsa a quattro per lo scudetto, decisivo il mercato Nonostante le questue, i bond in scadenza e qualche eccesso alla Totò davanti alla fontana di Trevi, sabato 19 ricomincia la caccia allo scudetto cucito sulle maglie del pirotecnico Napoli di Aurelio De Laurentiis. Salutato Luciano Spalletti in ansia da anno sabbatico (temeva la cessione di mezza squadra e non ha voluto correre rischi), sulla panchina degli azzurri c’è Rudy Garcia che ha vinto il casting del presidente. Poiché il mercato è aperto fino al 31 agosto non è detto che le squadre della prima giornata siano anche quelle della terza. Fino all’ultimo i tifosi partenopei temono lo scippo di Victor Osimhen, fenomenale cannoniere in piena sintonia con la moda del momento: il carroarmato decathleta tuttofare. Come Erling Haaland. Il destino del puntero nigeriano sta tutto in una virgola. Con il rinnovo del contratto a Napoli guadagnerebbe 5,5 milioni l’anno ma il club arabo Al Hilal (lo stesso di Karim Benzema) ha deciso di non usare la punteggiatura. Offerta da 55 milioni a lui per finire a 24 anni in un ospizio calcistico per miliardari e 180 a De Laurentiis per il disturbo. Numeri fuori da ogni logica davanti ai quali nessun presidente sano di mente chiuderebbe preventivamente la porta alla trattativa. Con o senza Osimhen è un altro Napoli. Questo anche se la struttura di centrocampo è d’acciaio (Zambo Anguissa e Stanislav Lobotka confermati) e il mago georgiano Khvicha Kvaratshkselia è pronto a ripetere una strepitosa stagione. Dietro ai campioni in carica è ben strutturata l’Inter reduce da un’ottima annata (finale di Champions, Coppa Italia, quattro derby vinti). Ha ingaggiato un giovane promettente come Davide Frattesi, intende lanciare in attacco l’eclettico Markus Thuram accanto a Lautaro. Ha perso peso ed esperienza (via Lukaku, Brozovic, Onana, Edin Dzeko), monte-ingaggi più leggero e pure l’età media scesa verso i 25 anni. Da verificare l’inserimento di Juan Cuadrado, tiro mancino ai tifosi. Chissà se bastano due dribbling a cancellarne la juventinità. Dall’altra parte del Naviglio, il Milan è pronto a una galoppata di vertice. Gli uomini di Gerry Cardinale hanno molto lavorato su giocatori giovani, atleticamente formidabili e già pronti a dare battaglia. Nessun fenomeno, ma neppure gli altri ne hanno portati a casa. I più strutturati e noti sono i due ex Chelsea, Christian Pulisic e Ruben Loftus Cheek, gambe e testa da Premier. I due più interessanti sono Yunus Musah dal Valencia e il centravanti Noah Okafor dal Salisburgo. L’uomo nuovo che potrebbe illuminare San Siro e far dimenticare Tonali è Tijjani Reijnders, arrivato dall’AZ Alkmaar. Dalle prime amichevoli un potenziale top a centrocampo, grinta e idee, 19 milioni spesi bene. Con le milanesi c’è la Juventus della telenovela Lukaku (arriva, non arriva, i tifosi non lo vogliono), del rientrante Paul Pogba, del ritrovato Federico Chiesa, dell’eterna promessa Niccolò Zaniolo (se si concretizza). Una fionda micidiale dedita al contropiede come piace ad Allegri. Difesa chiusa e in porta con tre passaggi, alla faccia dei nostalgici del tiki-taka. La corazzata non va mai sottovalutata. Neppure fuori dal campo: capitan Leonardo Bonucci, escluso dal progetto per limiti di età, ha chiesto il reintegro rivolgendosi a un legale neanche fosse un postelegrafonico licenziato. Lazio e Roma hanno la pozione magica in panchina, Maurizio Sarri e Josè Mourinho sanno trasformare il ferro in oro. E a Bergamo, Gian Piero Gasperini è sulla stessa linea d’onda. Con l’ariete Gianluca Scamacca in area e il portafoglio pieno nella tasca di Antonio Percassi, il popolo orobico è pronto a urlare ancora una volta «adess adoss».
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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