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2018-05-11
«Noi li accogliamo e loro finanziano la jihad»
«Noi li accogliamo e loro finanziano il terrorismo». Sono queste, in sintesi, le amare conclusioni a cui sono arrivati ieri il pm cagliaritano Danilo Tronci, ma anche il capo della divisione Antiterrorismo della polizia di Stato Claudio Galzerano e altri inquirenti. Occasione delle considerazioni, una conferenza stampa convocata per parlare di una doppia inchiesta delle Procure di Cagliari e Brescia, coordinate dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che ha portato ieri all'arresto di dieci cittadini siriani (uno però è ancora latitante) e di tre marocchini accusati, a vario titolo, di associazione con la finalità del terrorismo e del suo finanziamento, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, esercizio abusivo dell'attività finanziaria, riciclaggio e autoriciclaggio.
Una struttura che si occupava di traffico di clandestini sulla rotta balcanica, ma che utilizzava i guadagni di questo business illecito e di altri leciti per finanziare il gruppo jihadista salafita siriano Jabhat Al Nusra, sino al 2016 affiliato ad Al Qaeda e oggi indipendente. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho ha sottolineato che il leitmotiv che l'immigrazione non ha collegamenti con il terrorismo rischia di essere sconfessato da queste nuove inchieste. Le quali testimonierebbero il contrario: «Non sappiamo se i foreign fighters entrassero e uscissero con questa rete, ma è vero che questa è una rete di finanziamento al terrorismo che si occupa anche dell'immigrazione». Galzerano ha puntato l'attenzione sul «solidarismo nei confronti del terrorismo» messo in pratica «da parte di chi è stato accolto da noi». E ha sottolineato come gli arrestati fossero tutti «regolari», ma «dediti ad attività fortemente distruttive». Il procuratore di Brescia Tommaso Buonanno ha rinforzato il concetto: «Lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina serve ad alimentare il terrorismo».
La pm bresciana Erica Battaglia ha evidenziato che i fermati non sono «i classici terroristi» con la barba lunga, ma «uomini d'affari che perseguono interessi di natura economica». Il collega Tronci ha ricordato che queste persone «sono state accolte e hanno avuto la nostra cittadinanza» e che il denaro inviato in Siria «proveniva dal traffico di immigrati e da altre attività illecite, ma anche da raccolte di soldi all'interno delle numerose comunità islamiche». Buona parte delle comunità musulmane d'Italia. Il gran capo dell'organizzazione per esempio raccoglieva fondi anche a Venezia e in città distantissime dalla Sardegna. Secondo il magistrato queste comunità erano consapevoli di finanziare i terroristi, anche perché «le loro guide sono quelle che assumono le posizioni più estreme, mentre i moderati fanno fatica a imporsi». Il motivo di questa situazione lo spiega sempre Tronci: «I trafficanti con i clandestini hanno un forte potere di condizionamento: «Io ti ho portato e tu mi devi essere grato». Per il magistrato sardo c'è una sola strada per evitare il disastro: «Bisogna colpire quelli che un tempo si sarebbero chiamati cattivi maestri. Mi auguro che inchieste come la nostra consentano un ricambio ai vertici delle comunità». Ma gli arrestati stavano preparando attentati in Italia? Per De Raho non sono emersi segnali e Tronci prova a dare una spiegazione: «L'Italia viene utilizzata per far passare i foreign fighters da là a qua e viceversa, per cui non c'è necessità di fare attentati nel nostro Paese in questa fase».
Ma come si è arrivati a sgominare questa rete? L'attività investigativa, partita da un'indagine sui money transfer, ha consentito di individuare una struttura criminale di matrice islamica stanziata in Brianza e attiva nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, capace di organizzare un'incessante attività di raccolta e di trasferimento di denaro anche attraverso il canale non convenzionale dell'hawala. Si tratta di un sistema «medioevale» come hanno sottolineato gli inquirenti, ma infallibile: consiste nello spostare denaro con il passaparola. I finanziatori europei della guerra santa consegnavano il loro obolo a uno dei soggetti sotto inchiesta e qualcuno dall'altra parte del Mediterraneo metteva a disposizione della causa un gruzzolo di pari valore. Un sistema basato sulla fiducia reciproca e su un gruppo di referenti locali con veri e propri uffici di intermediazione finanziaria in grado di sbloccare subito il denaro raccolto altrove. Uffici di questo tipo si trovavano a Istanbul, Beirut, Khartum, Il Cairo, ma anche Raqqa.
Attraverso la hawala sarebbero stati trasferiti in zone di guerra in modo rapidissimo e transnazionale almeno 2 milioni di euro, fuori dei circuiti legali e quindi non tracciabili.
L'anello di collegamento tra le inchieste di Brescia (realizzata con l'ausilio dello Scico della Guardia di finanza del generale Alessandro Barbera) e di Cagliari (effettuata con la Digos di Sassari) sarebbe il siriano Daadoue Anwar, considerato il capo dell'organizzazione. Il quarantaseienne gravitava su Olbia dove, secondo gli inquirenti, raccoglieva fondi nella sua comunità da spedire in Siria. Quindi ha iniziato a fare la spola con la Svezia, dove si è trasferito. Infine è stato arrestato in Danimarca su richiesta della procura di Tempio Pausania per un reato minore (stile Al Capone), la movimentazione di denaro attraverso circuiti illegali. In Svezia Anwar non era attenzionato e godeva di prestazioni assistenziali offerte dal governo.
Nello stesso Paese, nel maggio 2017, è stato fermato suo fratello con 70.000 euro. A giugno un altro fiduciario è stato bloccato mentre tentava di raggiungere con un'ingente somma di denaro Budapest.
In Ungheria il personaggio di riferimento era Salmo Bazzka che operava con altri tre connazionali finiti ieri in manette. Il gruppo aveva ramificazioni anche in Austria, Germania, Olanda, Danimarca, Turchia e altri Paesi europei. Un reticolo di musulmani spesso insospettabili che, tra una preghiera e una raccolta di fondi a scopo umanitario, finanziava il terrore.
Giacomo Amadori
Un indagato ha confessato «Dall’Italia compriamo mirini per i kalashnikov»
«Chi si presta a fare il kamikaze deve amare la religione e non avere paura della morte. Egli è una persona diversa dalle altre, ma tutti sanno che andando a morire andrà in Paradiso sulla strada giusta (...) comunque quello che vince la guerra è colui che va a morire e non gli altri». A pronunciare queste parole da manuale del perfetto jihadista con un agente infiltrato dal Gico della Guardia di finanza nella rete italiana che sosteneva i terroristi siriani è Ayoub Chaddad, noto negli ambienti dei foreign fighter con il nome di Abou Ahmad, e segnalato come combattente dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo già dal 2015. Per agganciarlo, gli investigatori del Gico si sono rivolti a un'azienda e, tramite una persona interposta con nome di copertura Rabia Hadba (assunta qualche giorno prima del sospettato), sono riusciti a fargli vuotare il sacco. Ayoub, ormai collega dell'agente sotto copertura, è entrato in confidenza con lui e ha confermato la sua adesione alla causa jihadista. Il 24 aprile 2017 ha affermato di aver partecipato direttamente al conflitto civile siriano e di conoscerlo «molto bene». E mentre sul Web mostrava i video dei conflitti, ha spiegato che uno dei suoi fratelli era a capo di una falange del Daesh, che lui stesso avrebbe combattuto negli schieramenti di Jabhat Al Nusra e che sarebbe stato arrestato da milizie Hezbollah, trascorrendo otto mesi in una cella di un metro quadro.
Ma l'aspetto che interessava in modo particolare agli investigatori era un altro: Ayoub, preso dal racconto, a un certo punto si era detto pronto a effettuare trasferimenti di denaro in Siria a sostegno della causa antigovernativa, anche a favore di gruppi armati jihadisti. A quel punto, i sospetti che si erano addensati sulla rete di broker dell'hawala hanno preso consistenza.
Grazie anche alla collaborazione dell'Aisi, i servizi segreti interni, è stato possibile accertare come dall'Italia gran parte del denaro fosse veicolato in Siria e in particolare nella zona di Edlib, dove sono arrivati anche i mirini di precisione per i kalashnikov dei foreign fighter e i pick up comprati in Italia. La banca della jihad smantellata ieri aveva due filiali: una in Lombardia e una in Sardegna. E uno dei trader sarebbe proprio Ayoub. Ma non è stato l'unico a cadere nella trappola del Gico. Anche Mohamad Abdulmalek, indagato a Cagliari per terrorismo internazionale e amico di Anwar Daddue, indicato come il capo dell'organizzazione sarda, decide di consegnare alla Procura le sue conoscenze. Il 3 aprile 2017 racconta quello che sa sui soldi partiti dall'Italia e finito in Siria: «L'unica cosa che è stata acquistata dall'Italia sono i mirini ottici per kalashnikov, comprati da tale Ibrahim, ma non so a chi sono andati, se ad Al Nusra o ad altri gruppi». L'acquisto di armi, invece, «partiva dalla Turchia», sempre grazie al servizio finanziario fornito da Anwar e grazie anche agli introiti del traffico di migranti sulla rotta balcanica. Nei racconti di Mohamad compaiono i fratelli Chdid che, dopo essersi trasferiti in Ungheria, avrebbero preso in mano la rotta comprando auto in Italia e servendosi di autisti sia stranieri sia italiani. Il reclutamento di autisti per il trasporto di immigrati era pagato 400-500 euro. Secondo Abdulmalek, «quando uno degli autisti veniva arrestato in Austria, faceva due mesi di galera e poi tornava fuori». È in questo momento che nel romanzo criminale scritto dagli investigatori è spuntato il sistema dell'hawala. Un ruolo importante lo avrebbe ricoperto la moglie italiana di uno dei fratelli Chdid: Cristina Agretti, che per gli investigatori era «un corriere transnazionale». Con lei operava Mouayad Ahmad Said, il cassiere, con un fratello impegnato nel conflitto in Siria. E così è stato scoperto che, per spostare 500.000 euro di un cittadino cinese da Hong Kong all'Italia, Hassan El Mogharbel detto Abou Abbass ci ha messo solo tre giorni. Nell'hawala è tutto veloce, non servono garanzie e basta una stretta di mano. Per tranquillizzare il suo interlocutore il mediatore ribadiva: «La nostra parola è una garanzia».
Fabio Amendolara
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Dodici arrestati e un latitante per riciclaggio e terrorismo: mandavano soldi in Siria. Spediti 2 milioni con l'hawala, sistema islamico. Gli inquirenti: «Denaro raccolto nelle comunità musulmane. Niente attentati perché serviamo per il passaggio dei foreign fighters». Ayoub Chaddad, noto negli ambienti dei foreign fighter con il nome di Abou Ahmad, e segnalato come combattente dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo già dal 2015 confessa: «Fondi trovati anche grazie al traffico di migranti dall'Ungheria. Chi veniva scoperto, dopo due mesi di galera era già libero». Lo speciale contiene due articoli. «Noi li accogliamo e loro finanziano il terrorismo». Sono queste, in sintesi, le amare conclusioni a cui sono arrivati ieri il pm cagliaritano Danilo Tronci, ma anche il capo della divisione Antiterrorismo della polizia di Stato Claudio Galzerano e altri inquirenti. Occasione delle considerazioni, una conferenza stampa convocata per parlare di una doppia inchiesta delle Procure di Cagliari e Brescia, coordinate dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che ha portato ieri all'arresto di dieci cittadini siriani (uno però è ancora latitante) e di tre marocchini accusati, a vario titolo, di associazione con la finalità del terrorismo e del suo finanziamento, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, esercizio abusivo dell'attività finanziaria, riciclaggio e autoriciclaggio. Una struttura che si occupava di traffico di clandestini sulla rotta balcanica, ma che utilizzava i guadagni di questo business illecito e di altri leciti per finanziare il gruppo jihadista salafita siriano Jabhat Al Nusra, sino al 2016 affiliato ad Al Qaeda e oggi indipendente. Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho ha sottolineato che il leitmotiv che l'immigrazione non ha collegamenti con il terrorismo rischia di essere sconfessato da queste nuove inchieste. Le quali testimonierebbero il contrario: «Non sappiamo se i foreign fighters entrassero e uscissero con questa rete, ma è vero che questa è una rete di finanziamento al terrorismo che si occupa anche dell'immigrazione». Galzerano ha puntato l'attenzione sul «solidarismo nei confronti del terrorismo» messo in pratica «da parte di chi è stato accolto da noi». E ha sottolineato come gli arrestati fossero tutti «regolari», ma «dediti ad attività fortemente distruttive». Il procuratore di Brescia Tommaso Buonanno ha rinforzato il concetto: «Lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina serve ad alimentare il terrorismo». La pm bresciana Erica Battaglia ha evidenziato che i fermati non sono «i classici terroristi» con la barba lunga, ma «uomini d'affari che perseguono interessi di natura economica». Il collega Tronci ha ricordato che queste persone «sono state accolte e hanno avuto la nostra cittadinanza» e che il denaro inviato in Siria «proveniva dal traffico di immigrati e da altre attività illecite, ma anche da raccolte di soldi all'interno delle numerose comunità islamiche». Buona parte delle comunità musulmane d'Italia. Il gran capo dell'organizzazione per esempio raccoglieva fondi anche a Venezia e in città distantissime dalla Sardegna. Secondo il magistrato queste comunità erano consapevoli di finanziare i terroristi, anche perché «le loro guide sono quelle che assumono le posizioni più estreme, mentre i moderati fanno fatica a imporsi». Il motivo di questa situazione lo spiega sempre Tronci: «I trafficanti con i clandestini hanno un forte potere di condizionamento: «Io ti ho portato e tu mi devi essere grato». Per il magistrato sardo c'è una sola strada per evitare il disastro: «Bisogna colpire quelli che un tempo si sarebbero chiamati cattivi maestri. Mi auguro che inchieste come la nostra consentano un ricambio ai vertici delle comunità». Ma gli arrestati stavano preparando attentati in Italia? Per De Raho non sono emersi segnali e Tronci prova a dare una spiegazione: «L'Italia viene utilizzata per far passare i foreign fighters da là a qua e viceversa, per cui non c'è necessità di fare attentati nel nostro Paese in questa fase». Ma come si è arrivati a sgominare questa rete? L'attività investigativa, partita da un'indagine sui money transfer, ha consentito di individuare una struttura criminale di matrice islamica stanziata in Brianza e attiva nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, capace di organizzare un'incessante attività di raccolta e di trasferimento di denaro anche attraverso il canale non convenzionale dell'hawala. Si tratta di un sistema «medioevale» come hanno sottolineato gli inquirenti, ma infallibile: consiste nello spostare denaro con il passaparola. I finanziatori europei della guerra santa consegnavano il loro obolo a uno dei soggetti sotto inchiesta e qualcuno dall'altra parte del Mediterraneo metteva a disposizione della causa un gruzzolo di pari valore. Un sistema basato sulla fiducia reciproca e su un gruppo di referenti locali con veri e propri uffici di intermediazione finanziaria in grado di sbloccare subito il denaro raccolto altrove. Uffici di questo tipo si trovavano a Istanbul, Beirut, Khartum, Il Cairo, ma anche Raqqa. Attraverso la hawala sarebbero stati trasferiti in zone di guerra in modo rapidissimo e transnazionale almeno 2 milioni di euro, fuori dei circuiti legali e quindi non tracciabili. L'anello di collegamento tra le inchieste di Brescia (realizzata con l'ausilio dello Scico della Guardia di finanza del generale Alessandro Barbera) e di Cagliari (effettuata con la Digos di Sassari) sarebbe il siriano Daadoue Anwar, considerato il capo dell'organizzazione. Il quarantaseienne gravitava su Olbia dove, secondo gli inquirenti, raccoglieva fondi nella sua comunità da spedire in Siria. Quindi ha iniziato a fare la spola con la Svezia, dove si è trasferito. Infine è stato arrestato in Danimarca su richiesta della procura di Tempio Pausania per un reato minore (stile Al Capone), la movimentazione di denaro attraverso circuiti illegali. In Svezia Anwar non era attenzionato e godeva di prestazioni assistenziali offerte dal governo. Nello stesso Paese, nel maggio 2017, è stato fermato suo fratello con 70.000 euro. A giugno un altro fiduciario è stato bloccato mentre tentava di raggiungere con un'ingente somma di denaro Budapest. In Ungheria il personaggio di riferimento era Salmo Bazzka che operava con altri tre connazionali finiti ieri in manette. Il gruppo aveva ramificazioni anche in Austria, Germania, Olanda, Danimarca, Turchia e altri Paesi europei. Un reticolo di musulmani spesso insospettabili che, tra una preghiera e una raccolta di fondi a scopo umanitario, finanziava il terrore. 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A pronunciare queste parole da manuale del perfetto jihadista con un agente infiltrato dal Gico della Guardia di finanza nella rete italiana che sosteneva i terroristi siriani è Ayoub Chaddad, noto negli ambienti dei foreign fighter con il nome di Abou Ahmad, e segnalato come combattente dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo già dal 2015. Per agganciarlo, gli investigatori del Gico si sono rivolti a un'azienda e, tramite una persona interposta con nome di copertura Rabia Hadba (assunta qualche giorno prima del sospettato), sono riusciti a fargli vuotare il sacco. Ayoub, ormai collega dell'agente sotto copertura, è entrato in confidenza con lui e ha confermato la sua adesione alla causa jihadista. Il 24 aprile 2017 ha affermato di aver partecipato direttamente al conflitto civile siriano e di conoscerlo «molto bene». E mentre sul Web mostrava i video dei conflitti, ha spiegato che uno dei suoi fratelli era a capo di una falange del Daesh, che lui stesso avrebbe combattuto negli schieramenti di Jabhat Al Nusra e che sarebbe stato arrestato da milizie Hezbollah, trascorrendo otto mesi in una cella di un metro quadro. Ma l'aspetto che interessava in modo particolare agli investigatori era un altro: Ayoub, preso dal racconto, a un certo punto si era detto pronto a effettuare trasferimenti di denaro in Siria a sostegno della causa antigovernativa, anche a favore di gruppi armati jihadisti. A quel punto, i sospetti che si erano addensati sulla rete di broker dell'hawala hanno preso consistenza. Grazie anche alla collaborazione dell'Aisi, i servizi segreti interni, è stato possibile accertare come dall'Italia gran parte del denaro fosse veicolato in Siria e in particolare nella zona di Edlib, dove sono arrivati anche i mirini di precisione per i kalashnikov dei foreign fighter e i pick up comprati in Italia. La banca della jihad smantellata ieri aveva due filiali: una in Lombardia e una in Sardegna. E uno dei trader sarebbe proprio Ayoub. Ma non è stato l'unico a cadere nella trappola del Gico. Anche Mohamad Abdulmalek, indagato a Cagliari per terrorismo internazionale e amico di Anwar Daddue, indicato come il capo dell'organizzazione sarda, decide di consegnare alla Procura le sue conoscenze. Il 3 aprile 2017 racconta quello che sa sui soldi partiti dall'Italia e finito in Siria: «L'unica cosa che è stata acquistata dall'Italia sono i mirini ottici per kalashnikov, comprati da tale Ibrahim, ma non so a chi sono andati, se ad Al Nusra o ad altri gruppi». L'acquisto di armi, invece, «partiva dalla Turchia», sempre grazie al servizio finanziario fornito da Anwar e grazie anche agli introiti del traffico di migranti sulla rotta balcanica. Nei racconti di Mohamad compaiono i fratelli Chdid che, dopo essersi trasferiti in Ungheria, avrebbero preso in mano la rotta comprando auto in Italia e servendosi di autisti sia stranieri sia italiani. Il reclutamento di autisti per il trasporto di immigrati era pagato 400-500 euro. Secondo Abdulmalek, «quando uno degli autisti veniva arrestato in Austria, faceva due mesi di galera e poi tornava fuori». È in questo momento che nel romanzo criminale scritto dagli investigatori è spuntato il sistema dell'hawala. Un ruolo importante lo avrebbe ricoperto la moglie italiana di uno dei fratelli Chdid: Cristina Agretti, che per gli investigatori era «un corriere transnazionale». Con lei operava Mouayad Ahmad Said, il cassiere, con un fratello impegnato nel conflitto in Siria. E così è stato scoperto che, per spostare 500.000 euro di un cittadino cinese da Hong Kong all'Italia, Hassan El Mogharbel detto Abou Abbass ci ha messo solo tre giorni. Nell'hawala è tutto veloce, non servono garanzie e basta una stretta di mano. Per tranquillizzare il suo interlocutore il mediatore ribadiva: «La nostra parola è una garanzia».Fabio Amendolara
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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