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2025-08-04
Il Nicaragua sparisce dalle mappe e si appella a Russia e Cina
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Il 19 luglio si è tenuto il 46°anniversario della rivoluzione sandinista del Nicaragua ed ancora una volta si è trasformato nel palcoscenico di Daniel Ortega, l’ottantenne presidente nicaraguense che ha guidato il paese dalla rivoluzione del 1979 fino al 1990 e poi dal 2007 ad oggi. Il vecchio rivoluzionario, che nel 2025 ha trasformato il Nicaragua in una «diarchia presidenziale» nominando la moglie, Rosario Murillo co-presidente, ha minacciato quel poco che resta delle opposizioni ed ha invitato i suoi fedelissimi alla sorveglianza rivoluzionaria per catturare e perseguire i traditori. Una perfetta fotografia del clima che si respira nel paese centroamericano dove Ortega soffoca con forza ogni voce dissidente e vince le elezioni con percentuali che una volta si sarebbero definite «bulgare». L’uomo forte di Managua nel suo discorso fiume in Plaza de la Fe ha accusato soprattutto l’Europa accusandola di continuare a commettere crimini coloniali. Il vecchio leader ha poi attaccato a testa bassa le Nazioni Unite, chiedendone lo scioglimento immediato e definendole inutili a causa della loro inazione contro le guerre, le deportazioni dei migranti e le aggressioni imperialiste. Daniel Ortega, nel suo discorso alla nazione, ha elogiato soltanto la Russia e la Cina, definendole le uniche due potenze che lottano per i popoli della terra ed ha offerto il modello sandinista alle nazioni occidentali per riportare la giustizia sociale in Europa. Alla festa rivoluzionaria non ha però partecipato nessun capo di stato e anche Mosca e Pechino hanno inviato rappresentanti di basso livello. Questo sta a significare quanto periferico e privo di ogni attrattiva sia ormai il Nicaragua, con un’economia moribonda e pochissime possibilità di ripartenza. Nemmeno gli storici amici cubani e venezuelani sono arrivati a Managua e l’assenza di Nicolas Maduro e Miguel Diaz-Canel ha stupito anche gli stessi sandinisti. Totalmente incurante della sua irrilevanza internazionale l’ex rivoluzionario ha tuonato contro tutto il mondo accusando il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di essere uno «strumento dei Paesi imperialisti», al servizio delle potenze nucleari e di agire passivamente di fronte ai conflitti in Medio Oriente e alle deportazioni dei migranti da parte degli Stati Uniti. Nel corso del 2025 Managua ha deciso di abbandonare diversi organismi delle Nazioni Unite come l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Consiglio per i Diritti Umani, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil) con l’accusa di ingerenza nei suoi affari interni. Daniel Ortega, che è accusato da diverse Ong di crimini contro l’umanità, ha invocato Mao Zedong e l'Armata Rossa come imperiture fonti di ispirazione per il Fronte Sandinista, annoverando anche la Cina fra i vincitori del nazismo. Molto più ambiguo il passaggio del suo discorso sugli Stati Uniti, dove senza mai nominare Donald Trump, ha criticato le politiche migratorie che hanno penalizzato il Nicaragua che ha visto 22 voli con a bordo 2.527 nicaraguensi rimandati a Managua in sei mesi. Il presidente Ortega non ha minimamente affrontato il tema della repressione che il suo governo sta portando avanti, esaltando una fantomatica «pace nazionale» con decine di oppositori chiusi in carcere. Il leader nicaraguense ha lodato la sua polizia e la sua nuova struttura di sorveglianza politica nei quartieri, portata avanti con il coinvolgimento dei coordinatori del Consiglio del Potere Cittadino (CPC), funzionari sandinisti che dominano le città. Una rete di delatori che controllano la vita quotidiana degli abitanti trasformando definitivamente il Nicaragua in una orwelliana prigione a cielo aperto. Ma dietro a questa cortina di ferro la nazione centramericana attraversa una profonda crisi economica dal 2018, dalla quale non si è mai ripreso. Il Pil è cresciuto di circa il 3% negli ultimi 30 anni, una percentuale piuttosto bassa per un paese in via di sviluppo. L’economia nazionale si basa al 60% sui prodotti agricoli come caffè, zucchero e carne bovina, che sono anche l’unica cosa che viene esportata in modo continuativo. Managua ha anche giacimenti di oro, argento, rame e zinco, ma in quantità modesta e non ha un’industria di trasformazione dei metalli. Il governo Ortega-Murillo ha provato a lanciare il turismo, ma i risultati sono stati deludenti. Il Nicaragua rimane il secondo paese più povero delle Americhe, dietro al disperato Haiti, dove oltre il 20% dei bambini soffre di malnutrizione e disturbi della crescita ed il 45% delle ragazze nicaraguensi è già sposata all’età di 18 anni. Una nazione dove si fa fatica a trovare cibo ed il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà, mentre il 15% si trova in estrema povertà. Un quadro desolante di un paese che non sembra avere un futuro.
Italiani in Nicaragua: storia di un’emigrazione d’«élite»
La prima colonia italiana in Nicaragua era nata sotto l’insegna della Lanterna. Da Genova, alla metà del secolo XIX, ebbe inizio una fase migratoria basata sulle ottime prospettive commerciali che il Paese centroamericano pareva offrire all’epoca. Non un flusso costituito da braccianti, come nel caso di altri Paesi. Piuttosto un nucleo di emigranti qualificati nel settore commerciale, assai ridotti nel numero rispetto a quanti cercarono fortuna in America in uno dei periodi di punta dell’emigrazione italiana ma con un peso economico di gran lunga superiore alla media.
Il volano della presenza ligure in Nicaragua fu alimentato dall’intraprendenza di armatori e commercianti genovesi, che inizialmente videro in quella terra lontana una base d’appoggio per gli affari e per il trasporto degli emigranti italiani verso la costa occidentale degli Stati Uniti, attraverso un itinerario che prevedeva, dopo l’attracco dei bastimenti a San Juan del Norte affacciato sull’Atlantico, la navigazione su imbarcazioni più piccole fino al Grande Lago Nicaragua per poi giungere a Brito, sulla costa del Pacifico. Dalla città della Lanterna, a bordo delle navi degli armatori cittadini, partirono alla metà del Diciannovesimo secolo i primi italiani che scelsero il Nicaragua come seconda patria. Si trattava di commercianti, ma anche di professionisti come medici o esperti di agronomia, attratti dalle opportunità che il governo di Managua (caratterizzato da forte instabilità politica che sfocerà alla fine del secolo XIX nella dittatura dei «liberali» di Zelaya) offriva nelle possibilità di investimento nel settore agricolo. L’emigrazione italiana in Nicaragua fu dunque accompagnata dal movimento di capitali di investitori liguri e piemontesi mentre esigua fu la presenza di mano d’opera agricola salariata di origini italiane. Tra i primi imprenditori provenienti dalla Liguria si distinse il rappresentante delle linee navali Pastorino, tra i colossi della navigazione transatlantica che ebbe l’appalto della tratta tra San Juan e Brito. Dopo la cessione del servizio al governo di Managua, il genovese Alfredo Pellas investì nella coltivazione di canna da zucchero e nelle miniere d’oro. Negli anni Pellas, che morì nel 1912, divenne proprietario anche di piantagioni di caffè, di una banca e del mercato principale di Managua. Così anche Paolo Giusto, chiamato in Nicaragua da Pellas, dopo aver fondato una società di navigazione sul lago Managua fu tra i fondatori della prima banca della capitale, il «Banco de Nicaragua». Spesso in società tra loro, gli imprenditori liguri espansero la propria iniziativa anche al settore dell’import-export attraverso l’Atlantico, con l’esportazione di materie prime dal Nicaragua e l’importazione di generi alimentari, tessili e farmaceutici dall’Italia. Nel settore commerciale spiccò, tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, Luigi Palazio. Importatore diretto, grazie alla compagnia di navigazione da lui fondata, la Palazio &C., si specializzò nell’export di legname e caffè importando generi alimentari dall’Italia e diventando socio di capitale delle banche gestite dai suoi connazionali.
Gli affari della comunità italiana in Nicaragua rimasero floridi nonostante i continui turbamenti politici che videro nel 1909 l’intervento diretto degli Stati Uniti sul governo nazionale. Sostanzialmente, gli imprenditori genovesi rimasero al di fuori delle questioni politiche, proseguendo le attività sostanzialmente senza interruzioni. Circa 200 erano le famiglie italiane in Nicaragua all’apice della presenza nel Paese nei primi anni del ‘900. Una presenza che andò diminuendo con l’avvento del sandinismo negli anni Venti e la nascita contemporanea del fascismo in Italia. I rapporti tra il regime e gli italiani in Nicaragua furono piuttosto freddi: limitate furono le adesioni alle organizzazioni fasciste, così come distaccati i rapporti con le vicende della madrepatria. Più legati agli sviluppi economici che a quelli bellici, i pochi italiani rimasti nel Paese sudamericano cercarono di preservare la propria condizione economico-sociale durante gli anni del secondo conflitto mondiale, quando il Nicaragua fu strettamente dipendente da Washington.
Agli albori dell’emigrazione genovese in Nicaragua, fu presente nel Paese l’uomo che più di ogni altro è simbolo dell’Unità d’Italia e della lotta per l’autodeterminazione dei popoli alla metà dell’Ottocento, Giuseppe Garibaldi.
L’«eroe dei due mondi» vi giunse durante il suo secondo esilio, all’indomani della infelice esperienza della Repubblica Romana e poco dopo la morte della consorte Anita. In una delle fasi più difficili della sua vita, Garibaldi riprese il mare come esperto navigatore dopo un breve periodo passato a Tangeri. Fu un amico genovese di lunga data, il commerciante Francesco Carpaneto. Quest’ultimo, che aveva contatti in Nicaragua con i primi suoi concittadini che si erano trasferiti nel Paese centroamericano, aveva in programma di procurarsi un mercantile a New York e da lì imbarcarsi per iniziare l’attività commerciale. Garibaldi, esperto navigatore, lo seguì in America dove giunse in preda a febbri reumatiche a Staten Island nel 1850. Dopo aver passato alcune settimane in infermeria, Garibaldi fu accolto dalla comunità italiana di New York (dove incontrò alcuni degli esuli della Repubblica Romana tra i quali il generale Paolo Bovi Campeggi). Qui frequentò Antonio Meucci, per il quale lavorò nella fabbrica di candele steariche di Staten Island fino all’arrivo di Carpaneto giunto da Genova a bordo del mercantile «San Giorgio». Dal porto di New York Garibaldi, che aveva viaggiato sotto lo pseudonimo di Giuseppe Pane, salpò con l’amico alla volta del Nicaragua. Era il 28 aprile 1851. Il mercantile di Carpaneto attraccò a San Juan del Norte il 15 maggio. Garibaldi passerà in Nicaragua i successivi 4 mesi, durante i quali soggiornò in diverse località del Paese. Pur in incognito, il generale italiano sarà riconosciuto da molti che lo hanno descritto come amichevole seppur riservato. Durante il suo soggiorno tra Granada, Masaya e Léon si attivò per stimolare le attività imprenditoriali della popolazione locale. Riparò abitazioni cadenti, insegnò la lavorazione della fibra di agave e fondò a Léon una fabbrica di candele steariche come quelle che aveva prodotto con Meucci. Durante il soggiorno di Garibaldi in Nicaragua, il Paese visse un golpe. Il 4 agosto 1851 a Managua i militari misero a capo del governo il generale José de la Trinidad Muñoz Fernández ma Garibaldi non prese in alcun modo posizione nei confronti della situazione politica del Paese che lo stava ospitando, ma probabilmente la grave instabilità politica del Nicaragua lo spinse ad anticipare la partenza, avvenuta poco meno di un mese dopo il colpo di Stato, il 2 settembre 1851. L’«eroe dei due mondi», validissimo uomo di mare, viaggerà ancora lungo il Sudamerica per i successivi tre anni. Ritornerà in Europa soltanto nel 1854.
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Soffocato dal regime del vecchio sandinista Ortega, il Nicaragua è sempre più isolato e in crisi economica. Neppure i Paesi storicamente amici come Cuba e Venezuela sembrano voler intervenire. Così il governo di Managua si rivolge a Mosca e Pechino.Alla metà dell'Ottocento il Nicaragua fu meta di commercianti e armatori genovesi. Un piccolo ma economicamente solido contingente, che guadagnò presto posti chiave nell'economia nazionale. Anche Garibaldi fece tappa nel Paese durante il suo secondo esilio nel 1851.Lo speciale contiene due articoli.Il 19 luglio si è tenuto il 46°anniversario della rivoluzione sandinista del Nicaragua ed ancora una volta si è trasformato nel palcoscenico di Daniel Ortega, l’ottantenne presidente nicaraguense che ha guidato il paese dalla rivoluzione del 1979 fino al 1990 e poi dal 2007 ad oggi. Il vecchio rivoluzionario, che nel 2025 ha trasformato il Nicaragua in una «diarchia presidenziale» nominando la moglie, Rosario Murillo co-presidente, ha minacciato quel poco che resta delle opposizioni ed ha invitato i suoi fedelissimi alla sorveglianza rivoluzionaria per catturare e perseguire i traditori. Una perfetta fotografia del clima che si respira nel paese centroamericano dove Ortega soffoca con forza ogni voce dissidente e vince le elezioni con percentuali che una volta si sarebbero definite «bulgare». L’uomo forte di Managua nel suo discorso fiume in Plaza de la Fe ha accusato soprattutto l’Europa accusandola di continuare a commettere crimini coloniali. Il vecchio leader ha poi attaccato a testa bassa le Nazioni Unite, chiedendone lo scioglimento immediato e definendole inutili a causa della loro inazione contro le guerre, le deportazioni dei migranti e le aggressioni imperialiste. Daniel Ortega, nel suo discorso alla nazione, ha elogiato soltanto la Russia e la Cina, definendole le uniche due potenze che lottano per i popoli della terra ed ha offerto il modello sandinista alle nazioni occidentali per riportare la giustizia sociale in Europa. Alla festa rivoluzionaria non ha però partecipato nessun capo di stato e anche Mosca e Pechino hanno inviato rappresentanti di basso livello. Questo sta a significare quanto periferico e privo di ogni attrattiva sia ormai il Nicaragua, con un’economia moribonda e pochissime possibilità di ripartenza. Nemmeno gli storici amici cubani e venezuelani sono arrivati a Managua e l’assenza di Nicolas Maduro e Miguel Diaz-Canel ha stupito anche gli stessi sandinisti. Totalmente incurante della sua irrilevanza internazionale l’ex rivoluzionario ha tuonato contro tutto il mondo accusando il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di essere uno «strumento dei Paesi imperialisti», al servizio delle potenze nucleari e di agire passivamente di fronte ai conflitti in Medio Oriente e alle deportazioni dei migranti da parte degli Stati Uniti. Nel corso del 2025 Managua ha deciso di abbandonare diversi organismi delle Nazioni Unite come l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Consiglio per i Diritti Umani, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil) con l’accusa di ingerenza nei suoi affari interni. Daniel Ortega, che è accusato da diverse Ong di crimini contro l’umanità, ha invocato Mao Zedong e l'Armata Rossa come imperiture fonti di ispirazione per il Fronte Sandinista, annoverando anche la Cina fra i vincitori del nazismo. Molto più ambiguo il passaggio del suo discorso sugli Stati Uniti, dove senza mai nominare Donald Trump, ha criticato le politiche migratorie che hanno penalizzato il Nicaragua che ha visto 22 voli con a bordo 2.527 nicaraguensi rimandati a Managua in sei mesi. Il presidente Ortega non ha minimamente affrontato il tema della repressione che il suo governo sta portando avanti, esaltando una fantomatica «pace nazionale» con decine di oppositori chiusi in carcere. Il leader nicaraguense ha lodato la sua polizia e la sua nuova struttura di sorveglianza politica nei quartieri, portata avanti con il coinvolgimento dei coordinatori del Consiglio del Potere Cittadino (CPC), funzionari sandinisti che dominano le città. Una rete di delatori che controllano la vita quotidiana degli abitanti trasformando definitivamente il Nicaragua in una orwelliana prigione a cielo aperto. Ma dietro a questa cortina di ferro la nazione centramericana attraversa una profonda crisi economica dal 2018, dalla quale non si è mai ripreso. Il Pil è cresciuto di circa il 3% negli ultimi 30 anni, una percentuale piuttosto bassa per un paese in via di sviluppo. L’economia nazionale si basa al 60% sui prodotti agricoli come caffè, zucchero e carne bovina, che sono anche l’unica cosa che viene esportata in modo continuativo. Managua ha anche giacimenti di oro, argento, rame e zinco, ma in quantità modesta e non ha un’industria di trasformazione dei metalli. Il governo Ortega-Murillo ha provato a lanciare il turismo, ma i risultati sono stati deludenti. Il Nicaragua rimane il secondo paese più povero delle Americhe, dietro al disperato Haiti, dove oltre il 20% dei bambini soffre di malnutrizione e disturbi della crescita ed il 45% delle ragazze nicaraguensi è già sposata all’età di 18 anni. Una nazione dove si fa fatica a trovare cibo ed il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà, mentre il 15% si trova in estrema povertà. Un quadro desolante di un paese che non sembra avere un futuro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nicaragua-crisi-2673853672.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italiani-in-nicaragua-storia-di-unemigrazione-d-elite" data-post-id="2673853672" data-published-at="1754234226" data-use-pagination="False"> Italiani in Nicaragua: storia di un’emigrazione d’«élite» La prima colonia italiana in Nicaragua era nata sotto l’insegna della Lanterna. Da Genova, alla metà del secolo XIX, ebbe inizio una fase migratoria basata sulle ottime prospettive commerciali che il Paese centroamericano pareva offrire all’epoca. Non un flusso costituito da braccianti, come nel caso di altri Paesi. Piuttosto un nucleo di emigranti qualificati nel settore commerciale, assai ridotti nel numero rispetto a quanti cercarono fortuna in America in uno dei periodi di punta dell’emigrazione italiana ma con un peso economico di gran lunga superiore alla media.Il volano della presenza ligure in Nicaragua fu alimentato dall’intraprendenza di armatori e commercianti genovesi, che inizialmente videro in quella terra lontana una base d’appoggio per gli affari e per il trasporto degli emigranti italiani verso la costa occidentale degli Stati Uniti, attraverso un itinerario che prevedeva, dopo l’attracco dei bastimenti a San Juan del Norte affacciato sull’Atlantico, la navigazione su imbarcazioni più piccole fino al Grande Lago Nicaragua per poi giungere a Brito, sulla costa del Pacifico. Dalla città della Lanterna, a bordo delle navi degli armatori cittadini, partirono alla metà del Diciannovesimo secolo i primi italiani che scelsero il Nicaragua come seconda patria. Si trattava di commercianti, ma anche di professionisti come medici o esperti di agronomia, attratti dalle opportunità che il governo di Managua (caratterizzato da forte instabilità politica che sfocerà alla fine del secolo XIX nella dittatura dei «liberali» di Zelaya) offriva nelle possibilità di investimento nel settore agricolo. L’emigrazione italiana in Nicaragua fu dunque accompagnata dal movimento di capitali di investitori liguri e piemontesi mentre esigua fu la presenza di mano d’opera agricola salariata di origini italiane. Tra i primi imprenditori provenienti dalla Liguria si distinse il rappresentante delle linee navali Pastorino, tra i colossi della navigazione transatlantica che ebbe l’appalto della tratta tra San Juan e Brito. Dopo la cessione del servizio al governo di Managua, il genovese Alfredo Pellas investì nella coltivazione di canna da zucchero e nelle miniere d’oro. Negli anni Pellas, che morì nel 1912, divenne proprietario anche di piantagioni di caffè, di una banca e del mercato principale di Managua. Così anche Paolo Giusto, chiamato in Nicaragua da Pellas, dopo aver fondato una società di navigazione sul lago Managua fu tra i fondatori della prima banca della capitale, il «Banco de Nicaragua». Spesso in società tra loro, gli imprenditori liguri espansero la propria iniziativa anche al settore dell’import-export attraverso l’Atlantico, con l’esportazione di materie prime dal Nicaragua e l’importazione di generi alimentari, tessili e farmaceutici dall’Italia. Nel settore commerciale spiccò, tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, Luigi Palazio. Importatore diretto, grazie alla compagnia di navigazione da lui fondata, la Palazio &C., si specializzò nell’export di legname e caffè importando generi alimentari dall’Italia e diventando socio di capitale delle banche gestite dai suoi connazionali.Gli affari della comunità italiana in Nicaragua rimasero floridi nonostante i continui turbamenti politici che videro nel 1909 l’intervento diretto degli Stati Uniti sul governo nazionale. Sostanzialmente, gli imprenditori genovesi rimasero al di fuori delle questioni politiche, proseguendo le attività sostanzialmente senza interruzioni. Circa 200 erano le famiglie italiane in Nicaragua all’apice della presenza nel Paese nei primi anni del ‘900. Una presenza che andò diminuendo con l’avvento del sandinismo negli anni Venti e la nascita contemporanea del fascismo in Italia. I rapporti tra il regime e gli italiani in Nicaragua furono piuttosto freddi: limitate furono le adesioni alle organizzazioni fasciste, così come distaccati i rapporti con le vicende della madrepatria. Più legati agli sviluppi economici che a quelli bellici, i pochi italiani rimasti nel Paese sudamericano cercarono di preservare la propria condizione economico-sociale durante gli anni del secondo conflitto mondiale, quando il Nicaragua fu strettamente dipendente da Washington.Agli albori dell’emigrazione genovese in Nicaragua, fu presente nel Paese l’uomo che più di ogni altro è simbolo dell’Unità d’Italia e della lotta per l’autodeterminazione dei popoli alla metà dell’Ottocento, Giuseppe Garibaldi.L’«eroe dei due mondi» vi giunse durante il suo secondo esilio, all’indomani della infelice esperienza della Repubblica Romana e poco dopo la morte della consorte Anita. In una delle fasi più difficili della sua vita, Garibaldi riprese il mare come esperto navigatore dopo un breve periodo passato a Tangeri. Fu un amico genovese di lunga data, il commerciante Francesco Carpaneto. Quest’ultimo, che aveva contatti in Nicaragua con i primi suoi concittadini che si erano trasferiti nel Paese centroamericano, aveva in programma di procurarsi un mercantile a New York e da lì imbarcarsi per iniziare l’attività commerciale. Garibaldi, esperto navigatore, lo seguì in America dove giunse in preda a febbri reumatiche a Staten Island nel 1850. Dopo aver passato alcune settimane in infermeria, Garibaldi fu accolto dalla comunità italiana di New York (dove incontrò alcuni degli esuli della Repubblica Romana tra i quali il generale Paolo Bovi Campeggi). Qui frequentò Antonio Meucci, per il quale lavorò nella fabbrica di candele steariche di Staten Island fino all’arrivo di Carpaneto giunto da Genova a bordo del mercantile «San Giorgio». Dal porto di New York Garibaldi, che aveva viaggiato sotto lo pseudonimo di Giuseppe Pane, salpò con l’amico alla volta del Nicaragua. Era il 28 aprile 1851. Il mercantile di Carpaneto attraccò a San Juan del Norte il 15 maggio. Garibaldi passerà in Nicaragua i successivi 4 mesi, durante i quali soggiornò in diverse località del Paese. Pur in incognito, il generale italiano sarà riconosciuto da molti che lo hanno descritto come amichevole seppur riservato. Durante il suo soggiorno tra Granada, Masaya e Léon si attivò per stimolare le attività imprenditoriali della popolazione locale. Riparò abitazioni cadenti, insegnò la lavorazione della fibra di agave e fondò a Léon una fabbrica di candele steariche come quelle che aveva prodotto con Meucci. Durante il soggiorno di Garibaldi in Nicaragua, il Paese visse un golpe. Il 4 agosto 1851 a Managua i militari misero a capo del governo il generale José de la Trinidad Muñoz Fernández ma Garibaldi non prese in alcun modo posizione nei confronti della situazione politica del Paese che lo stava ospitando, ma probabilmente la grave instabilità politica del Nicaragua lo spinse ad anticipare la partenza, avvenuta poco meno di un mese dopo il colpo di Stato, il 2 settembre 1851. L’«eroe dei due mondi», validissimo uomo di mare, viaggerà ancora lungo il Sudamerica per i successivi tre anni. Ritornerà in Europa soltanto nel 1854.
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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