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2025-08-04
Il Nicaragua sparisce dalle mappe e si appella a Russia e Cina
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Il 19 luglio si è tenuto il 46°anniversario della rivoluzione sandinista del Nicaragua ed ancora una volta si è trasformato nel palcoscenico di Daniel Ortega, l’ottantenne presidente nicaraguense che ha guidato il paese dalla rivoluzione del 1979 fino al 1990 e poi dal 2007 ad oggi. Il vecchio rivoluzionario, che nel 2025 ha trasformato il Nicaragua in una «diarchia presidenziale» nominando la moglie, Rosario Murillo co-presidente, ha minacciato quel poco che resta delle opposizioni ed ha invitato i suoi fedelissimi alla sorveglianza rivoluzionaria per catturare e perseguire i traditori. Una perfetta fotografia del clima che si respira nel paese centroamericano dove Ortega soffoca con forza ogni voce dissidente e vince le elezioni con percentuali che una volta si sarebbero definite «bulgare». L’uomo forte di Managua nel suo discorso fiume in Plaza de la Fe ha accusato soprattutto l’Europa accusandola di continuare a commettere crimini coloniali. Il vecchio leader ha poi attaccato a testa bassa le Nazioni Unite, chiedendone lo scioglimento immediato e definendole inutili a causa della loro inazione contro le guerre, le deportazioni dei migranti e le aggressioni imperialiste. Daniel Ortega, nel suo discorso alla nazione, ha elogiato soltanto la Russia e la Cina, definendole le uniche due potenze che lottano per i popoli della terra ed ha offerto il modello sandinista alle nazioni occidentali per riportare la giustizia sociale in Europa. Alla festa rivoluzionaria non ha però partecipato nessun capo di stato e anche Mosca e Pechino hanno inviato rappresentanti di basso livello. Questo sta a significare quanto periferico e privo di ogni attrattiva sia ormai il Nicaragua, con un’economia moribonda e pochissime possibilità di ripartenza. Nemmeno gli storici amici cubani e venezuelani sono arrivati a Managua e l’assenza di Nicolas Maduro e Miguel Diaz-Canel ha stupito anche gli stessi sandinisti. Totalmente incurante della sua irrilevanza internazionale l’ex rivoluzionario ha tuonato contro tutto il mondo accusando il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di essere uno «strumento dei Paesi imperialisti», al servizio delle potenze nucleari e di agire passivamente di fronte ai conflitti in Medio Oriente e alle deportazioni dei migranti da parte degli Stati Uniti. Nel corso del 2025 Managua ha deciso di abbandonare diversi organismi delle Nazioni Unite come l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Consiglio per i Diritti Umani, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil) con l’accusa di ingerenza nei suoi affari interni. Daniel Ortega, che è accusato da diverse Ong di crimini contro l’umanità, ha invocato Mao Zedong e l'Armata Rossa come imperiture fonti di ispirazione per il Fronte Sandinista, annoverando anche la Cina fra i vincitori del nazismo. Molto più ambiguo il passaggio del suo discorso sugli Stati Uniti, dove senza mai nominare Donald Trump, ha criticato le politiche migratorie che hanno penalizzato il Nicaragua che ha visto 22 voli con a bordo 2.527 nicaraguensi rimandati a Managua in sei mesi. Il presidente Ortega non ha minimamente affrontato il tema della repressione che il suo governo sta portando avanti, esaltando una fantomatica «pace nazionale» con decine di oppositori chiusi in carcere. Il leader nicaraguense ha lodato la sua polizia e la sua nuova struttura di sorveglianza politica nei quartieri, portata avanti con il coinvolgimento dei coordinatori del Consiglio del Potere Cittadino (CPC), funzionari sandinisti che dominano le città. Una rete di delatori che controllano la vita quotidiana degli abitanti trasformando definitivamente il Nicaragua in una orwelliana prigione a cielo aperto. Ma dietro a questa cortina di ferro la nazione centramericana attraversa una profonda crisi economica dal 2018, dalla quale non si è mai ripreso. Il Pil è cresciuto di circa il 3% negli ultimi 30 anni, una percentuale piuttosto bassa per un paese in via di sviluppo. L’economia nazionale si basa al 60% sui prodotti agricoli come caffè, zucchero e carne bovina, che sono anche l’unica cosa che viene esportata in modo continuativo. Managua ha anche giacimenti di oro, argento, rame e zinco, ma in quantità modesta e non ha un’industria di trasformazione dei metalli. Il governo Ortega-Murillo ha provato a lanciare il turismo, ma i risultati sono stati deludenti. Il Nicaragua rimane il secondo paese più povero delle Americhe, dietro al disperato Haiti, dove oltre il 20% dei bambini soffre di malnutrizione e disturbi della crescita ed il 45% delle ragazze nicaraguensi è già sposata all’età di 18 anni. Una nazione dove si fa fatica a trovare cibo ed il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà, mentre il 15% si trova in estrema povertà. Un quadro desolante di un paese che non sembra avere un futuro.
Italiani in Nicaragua: storia di un’emigrazione d’«élite»
La prima colonia italiana in Nicaragua era nata sotto l’insegna della Lanterna. Da Genova, alla metà del secolo XIX, ebbe inizio una fase migratoria basata sulle ottime prospettive commerciali che il Paese centroamericano pareva offrire all’epoca. Non un flusso costituito da braccianti, come nel caso di altri Paesi. Piuttosto un nucleo di emigranti qualificati nel settore commerciale, assai ridotti nel numero rispetto a quanti cercarono fortuna in America in uno dei periodi di punta dell’emigrazione italiana ma con un peso economico di gran lunga superiore alla media.
Il volano della presenza ligure in Nicaragua fu alimentato dall’intraprendenza di armatori e commercianti genovesi, che inizialmente videro in quella terra lontana una base d’appoggio per gli affari e per il trasporto degli emigranti italiani verso la costa occidentale degli Stati Uniti, attraverso un itinerario che prevedeva, dopo l’attracco dei bastimenti a San Juan del Norte affacciato sull’Atlantico, la navigazione su imbarcazioni più piccole fino al Grande Lago Nicaragua per poi giungere a Brito, sulla costa del Pacifico. Dalla città della Lanterna, a bordo delle navi degli armatori cittadini, partirono alla metà del Diciannovesimo secolo i primi italiani che scelsero il Nicaragua come seconda patria. Si trattava di commercianti, ma anche di professionisti come medici o esperti di agronomia, attratti dalle opportunità che il governo di Managua (caratterizzato da forte instabilità politica che sfocerà alla fine del secolo XIX nella dittatura dei «liberali» di Zelaya) offriva nelle possibilità di investimento nel settore agricolo. L’emigrazione italiana in Nicaragua fu dunque accompagnata dal movimento di capitali di investitori liguri e piemontesi mentre esigua fu la presenza di mano d’opera agricola salariata di origini italiane. Tra i primi imprenditori provenienti dalla Liguria si distinse il rappresentante delle linee navali Pastorino, tra i colossi della navigazione transatlantica che ebbe l’appalto della tratta tra San Juan e Brito. Dopo la cessione del servizio al governo di Managua, il genovese Alfredo Pellas investì nella coltivazione di canna da zucchero e nelle miniere d’oro. Negli anni Pellas, che morì nel 1912, divenne proprietario anche di piantagioni di caffè, di una banca e del mercato principale di Managua. Così anche Paolo Giusto, chiamato in Nicaragua da Pellas, dopo aver fondato una società di navigazione sul lago Managua fu tra i fondatori della prima banca della capitale, il «Banco de Nicaragua». Spesso in società tra loro, gli imprenditori liguri espansero la propria iniziativa anche al settore dell’import-export attraverso l’Atlantico, con l’esportazione di materie prime dal Nicaragua e l’importazione di generi alimentari, tessili e farmaceutici dall’Italia. Nel settore commerciale spiccò, tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, Luigi Palazio. Importatore diretto, grazie alla compagnia di navigazione da lui fondata, la Palazio &C., si specializzò nell’export di legname e caffè importando generi alimentari dall’Italia e diventando socio di capitale delle banche gestite dai suoi connazionali.
Gli affari della comunità italiana in Nicaragua rimasero floridi nonostante i continui turbamenti politici che videro nel 1909 l’intervento diretto degli Stati Uniti sul governo nazionale. Sostanzialmente, gli imprenditori genovesi rimasero al di fuori delle questioni politiche, proseguendo le attività sostanzialmente senza interruzioni. Circa 200 erano le famiglie italiane in Nicaragua all’apice della presenza nel Paese nei primi anni del ‘900. Una presenza che andò diminuendo con l’avvento del sandinismo negli anni Venti e la nascita contemporanea del fascismo in Italia. I rapporti tra il regime e gli italiani in Nicaragua furono piuttosto freddi: limitate furono le adesioni alle organizzazioni fasciste, così come distaccati i rapporti con le vicende della madrepatria. Più legati agli sviluppi economici che a quelli bellici, i pochi italiani rimasti nel Paese sudamericano cercarono di preservare la propria condizione economico-sociale durante gli anni del secondo conflitto mondiale, quando il Nicaragua fu strettamente dipendente da Washington.
Agli albori dell’emigrazione genovese in Nicaragua, fu presente nel Paese l’uomo che più di ogni altro è simbolo dell’Unità d’Italia e della lotta per l’autodeterminazione dei popoli alla metà dell’Ottocento, Giuseppe Garibaldi.
L’«eroe dei due mondi» vi giunse durante il suo secondo esilio, all’indomani della infelice esperienza della Repubblica Romana e poco dopo la morte della consorte Anita. In una delle fasi più difficili della sua vita, Garibaldi riprese il mare come esperto navigatore dopo un breve periodo passato a Tangeri. Fu un amico genovese di lunga data, il commerciante Francesco Carpaneto. Quest’ultimo, che aveva contatti in Nicaragua con i primi suoi concittadini che si erano trasferiti nel Paese centroamericano, aveva in programma di procurarsi un mercantile a New York e da lì imbarcarsi per iniziare l’attività commerciale. Garibaldi, esperto navigatore, lo seguì in America dove giunse in preda a febbri reumatiche a Staten Island nel 1850. Dopo aver passato alcune settimane in infermeria, Garibaldi fu accolto dalla comunità italiana di New York (dove incontrò alcuni degli esuli della Repubblica Romana tra i quali il generale Paolo Bovi Campeggi). Qui frequentò Antonio Meucci, per il quale lavorò nella fabbrica di candele steariche di Staten Island fino all’arrivo di Carpaneto giunto da Genova a bordo del mercantile «San Giorgio». Dal porto di New York Garibaldi, che aveva viaggiato sotto lo pseudonimo di Giuseppe Pane, salpò con l’amico alla volta del Nicaragua. Era il 28 aprile 1851. Il mercantile di Carpaneto attraccò a San Juan del Norte il 15 maggio. Garibaldi passerà in Nicaragua i successivi 4 mesi, durante i quali soggiornò in diverse località del Paese. Pur in incognito, il generale italiano sarà riconosciuto da molti che lo hanno descritto come amichevole seppur riservato. Durante il suo soggiorno tra Granada, Masaya e Léon si attivò per stimolare le attività imprenditoriali della popolazione locale. Riparò abitazioni cadenti, insegnò la lavorazione della fibra di agave e fondò a Léon una fabbrica di candele steariche come quelle che aveva prodotto con Meucci. Durante il soggiorno di Garibaldi in Nicaragua, il Paese visse un golpe. Il 4 agosto 1851 a Managua i militari misero a capo del governo il generale José de la Trinidad Muñoz Fernández ma Garibaldi non prese in alcun modo posizione nei confronti della situazione politica del Paese che lo stava ospitando, ma probabilmente la grave instabilità politica del Nicaragua lo spinse ad anticipare la partenza, avvenuta poco meno di un mese dopo il colpo di Stato, il 2 settembre 1851. L’«eroe dei due mondi», validissimo uomo di mare, viaggerà ancora lungo il Sudamerica per i successivi tre anni. Ritornerà in Europa soltanto nel 1854.
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Soffocato dal regime del vecchio sandinista Ortega, il Nicaragua è sempre più isolato e in crisi economica. Neppure i Paesi storicamente amici come Cuba e Venezuela sembrano voler intervenire. Così il governo di Managua si rivolge a Mosca e Pechino.Alla metà dell'Ottocento il Nicaragua fu meta di commercianti e armatori genovesi. Un piccolo ma economicamente solido contingente, che guadagnò presto posti chiave nell'economia nazionale. Anche Garibaldi fece tappa nel Paese durante il suo secondo esilio nel 1851.Lo speciale contiene due articoli.Il 19 luglio si è tenuto il 46°anniversario della rivoluzione sandinista del Nicaragua ed ancora una volta si è trasformato nel palcoscenico di Daniel Ortega, l’ottantenne presidente nicaraguense che ha guidato il paese dalla rivoluzione del 1979 fino al 1990 e poi dal 2007 ad oggi. Il vecchio rivoluzionario, che nel 2025 ha trasformato il Nicaragua in una «diarchia presidenziale» nominando la moglie, Rosario Murillo co-presidente, ha minacciato quel poco che resta delle opposizioni ed ha invitato i suoi fedelissimi alla sorveglianza rivoluzionaria per catturare e perseguire i traditori. Una perfetta fotografia del clima che si respira nel paese centroamericano dove Ortega soffoca con forza ogni voce dissidente e vince le elezioni con percentuali che una volta si sarebbero definite «bulgare». L’uomo forte di Managua nel suo discorso fiume in Plaza de la Fe ha accusato soprattutto l’Europa accusandola di continuare a commettere crimini coloniali. Il vecchio leader ha poi attaccato a testa bassa le Nazioni Unite, chiedendone lo scioglimento immediato e definendole inutili a causa della loro inazione contro le guerre, le deportazioni dei migranti e le aggressioni imperialiste. Daniel Ortega, nel suo discorso alla nazione, ha elogiato soltanto la Russia e la Cina, definendole le uniche due potenze che lottano per i popoli della terra ed ha offerto il modello sandinista alle nazioni occidentali per riportare la giustizia sociale in Europa. Alla festa rivoluzionaria non ha però partecipato nessun capo di stato e anche Mosca e Pechino hanno inviato rappresentanti di basso livello. Questo sta a significare quanto periferico e privo di ogni attrattiva sia ormai il Nicaragua, con un’economia moribonda e pochissime possibilità di ripartenza. Nemmeno gli storici amici cubani e venezuelani sono arrivati a Managua e l’assenza di Nicolas Maduro e Miguel Diaz-Canel ha stupito anche gli stessi sandinisti. Totalmente incurante della sua irrilevanza internazionale l’ex rivoluzionario ha tuonato contro tutto il mondo accusando il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di essere uno «strumento dei Paesi imperialisti», al servizio delle potenze nucleari e di agire passivamente di fronte ai conflitti in Medio Oriente e alle deportazioni dei migranti da parte degli Stati Uniti. Nel corso del 2025 Managua ha deciso di abbandonare diversi organismi delle Nazioni Unite come l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Consiglio per i Diritti Umani, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil) con l’accusa di ingerenza nei suoi affari interni. Daniel Ortega, che è accusato da diverse Ong di crimini contro l’umanità, ha invocato Mao Zedong e l'Armata Rossa come imperiture fonti di ispirazione per il Fronte Sandinista, annoverando anche la Cina fra i vincitori del nazismo. Molto più ambiguo il passaggio del suo discorso sugli Stati Uniti, dove senza mai nominare Donald Trump, ha criticato le politiche migratorie che hanno penalizzato il Nicaragua che ha visto 22 voli con a bordo 2.527 nicaraguensi rimandati a Managua in sei mesi. Il presidente Ortega non ha minimamente affrontato il tema della repressione che il suo governo sta portando avanti, esaltando una fantomatica «pace nazionale» con decine di oppositori chiusi in carcere. Il leader nicaraguense ha lodato la sua polizia e la sua nuova struttura di sorveglianza politica nei quartieri, portata avanti con il coinvolgimento dei coordinatori del Consiglio del Potere Cittadino (CPC), funzionari sandinisti che dominano le città. Una rete di delatori che controllano la vita quotidiana degli abitanti trasformando definitivamente il Nicaragua in una orwelliana prigione a cielo aperto. Ma dietro a questa cortina di ferro la nazione centramericana attraversa una profonda crisi economica dal 2018, dalla quale non si è mai ripreso. Il Pil è cresciuto di circa il 3% negli ultimi 30 anni, una percentuale piuttosto bassa per un paese in via di sviluppo. L’economia nazionale si basa al 60% sui prodotti agricoli come caffè, zucchero e carne bovina, che sono anche l’unica cosa che viene esportata in modo continuativo. Managua ha anche giacimenti di oro, argento, rame e zinco, ma in quantità modesta e non ha un’industria di trasformazione dei metalli. Il governo Ortega-Murillo ha provato a lanciare il turismo, ma i risultati sono stati deludenti. Il Nicaragua rimane il secondo paese più povero delle Americhe, dietro al disperato Haiti, dove oltre il 20% dei bambini soffre di malnutrizione e disturbi della crescita ed il 45% delle ragazze nicaraguensi è già sposata all’età di 18 anni. Una nazione dove si fa fatica a trovare cibo ed il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà, mentre il 15% si trova in estrema povertà. Un quadro desolante di un paese che non sembra avere un futuro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nicaragua-crisi-2673853672.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italiani-in-nicaragua-storia-di-unemigrazione-d-elite" data-post-id="2673853672" data-published-at="1754234226" data-use-pagination="False"> Italiani in Nicaragua: storia di un’emigrazione d’«élite» La prima colonia italiana in Nicaragua era nata sotto l’insegna della Lanterna. Da Genova, alla metà del secolo XIX, ebbe inizio una fase migratoria basata sulle ottime prospettive commerciali che il Paese centroamericano pareva offrire all’epoca. Non un flusso costituito da braccianti, come nel caso di altri Paesi. Piuttosto un nucleo di emigranti qualificati nel settore commerciale, assai ridotti nel numero rispetto a quanti cercarono fortuna in America in uno dei periodi di punta dell’emigrazione italiana ma con un peso economico di gran lunga superiore alla media.Il volano della presenza ligure in Nicaragua fu alimentato dall’intraprendenza di armatori e commercianti genovesi, che inizialmente videro in quella terra lontana una base d’appoggio per gli affari e per il trasporto degli emigranti italiani verso la costa occidentale degli Stati Uniti, attraverso un itinerario che prevedeva, dopo l’attracco dei bastimenti a San Juan del Norte affacciato sull’Atlantico, la navigazione su imbarcazioni più piccole fino al Grande Lago Nicaragua per poi giungere a Brito, sulla costa del Pacifico. Dalla città della Lanterna, a bordo delle navi degli armatori cittadini, partirono alla metà del Diciannovesimo secolo i primi italiani che scelsero il Nicaragua come seconda patria. Si trattava di commercianti, ma anche di professionisti come medici o esperti di agronomia, attratti dalle opportunità che il governo di Managua (caratterizzato da forte instabilità politica che sfocerà alla fine del secolo XIX nella dittatura dei «liberali» di Zelaya) offriva nelle possibilità di investimento nel settore agricolo. L’emigrazione italiana in Nicaragua fu dunque accompagnata dal movimento di capitali di investitori liguri e piemontesi mentre esigua fu la presenza di mano d’opera agricola salariata di origini italiane. Tra i primi imprenditori provenienti dalla Liguria si distinse il rappresentante delle linee navali Pastorino, tra i colossi della navigazione transatlantica che ebbe l’appalto della tratta tra San Juan e Brito. Dopo la cessione del servizio al governo di Managua, il genovese Alfredo Pellas investì nella coltivazione di canna da zucchero e nelle miniere d’oro. Negli anni Pellas, che morì nel 1912, divenne proprietario anche di piantagioni di caffè, di una banca e del mercato principale di Managua. Così anche Paolo Giusto, chiamato in Nicaragua da Pellas, dopo aver fondato una società di navigazione sul lago Managua fu tra i fondatori della prima banca della capitale, il «Banco de Nicaragua». Spesso in società tra loro, gli imprenditori liguri espansero la propria iniziativa anche al settore dell’import-export attraverso l’Atlantico, con l’esportazione di materie prime dal Nicaragua e l’importazione di generi alimentari, tessili e farmaceutici dall’Italia. Nel settore commerciale spiccò, tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, Luigi Palazio. Importatore diretto, grazie alla compagnia di navigazione da lui fondata, la Palazio &C., si specializzò nell’export di legname e caffè importando generi alimentari dall’Italia e diventando socio di capitale delle banche gestite dai suoi connazionali.Gli affari della comunità italiana in Nicaragua rimasero floridi nonostante i continui turbamenti politici che videro nel 1909 l’intervento diretto degli Stati Uniti sul governo nazionale. Sostanzialmente, gli imprenditori genovesi rimasero al di fuori delle questioni politiche, proseguendo le attività sostanzialmente senza interruzioni. Circa 200 erano le famiglie italiane in Nicaragua all’apice della presenza nel Paese nei primi anni del ‘900. Una presenza che andò diminuendo con l’avvento del sandinismo negli anni Venti e la nascita contemporanea del fascismo in Italia. I rapporti tra il regime e gli italiani in Nicaragua furono piuttosto freddi: limitate furono le adesioni alle organizzazioni fasciste, così come distaccati i rapporti con le vicende della madrepatria. Più legati agli sviluppi economici che a quelli bellici, i pochi italiani rimasti nel Paese sudamericano cercarono di preservare la propria condizione economico-sociale durante gli anni del secondo conflitto mondiale, quando il Nicaragua fu strettamente dipendente da Washington.Agli albori dell’emigrazione genovese in Nicaragua, fu presente nel Paese l’uomo che più di ogni altro è simbolo dell’Unità d’Italia e della lotta per l’autodeterminazione dei popoli alla metà dell’Ottocento, Giuseppe Garibaldi.L’«eroe dei due mondi» vi giunse durante il suo secondo esilio, all’indomani della infelice esperienza della Repubblica Romana e poco dopo la morte della consorte Anita. In una delle fasi più difficili della sua vita, Garibaldi riprese il mare come esperto navigatore dopo un breve periodo passato a Tangeri. Fu un amico genovese di lunga data, il commerciante Francesco Carpaneto. Quest’ultimo, che aveva contatti in Nicaragua con i primi suoi concittadini che si erano trasferiti nel Paese centroamericano, aveva in programma di procurarsi un mercantile a New York e da lì imbarcarsi per iniziare l’attività commerciale. Garibaldi, esperto navigatore, lo seguì in America dove giunse in preda a febbri reumatiche a Staten Island nel 1850. Dopo aver passato alcune settimane in infermeria, Garibaldi fu accolto dalla comunità italiana di New York (dove incontrò alcuni degli esuli della Repubblica Romana tra i quali il generale Paolo Bovi Campeggi). Qui frequentò Antonio Meucci, per il quale lavorò nella fabbrica di candele steariche di Staten Island fino all’arrivo di Carpaneto giunto da Genova a bordo del mercantile «San Giorgio». Dal porto di New York Garibaldi, che aveva viaggiato sotto lo pseudonimo di Giuseppe Pane, salpò con l’amico alla volta del Nicaragua. Era il 28 aprile 1851. Il mercantile di Carpaneto attraccò a San Juan del Norte il 15 maggio. Garibaldi passerà in Nicaragua i successivi 4 mesi, durante i quali soggiornò in diverse località del Paese. Pur in incognito, il generale italiano sarà riconosciuto da molti che lo hanno descritto come amichevole seppur riservato. Durante il suo soggiorno tra Granada, Masaya e Léon si attivò per stimolare le attività imprenditoriali della popolazione locale. Riparò abitazioni cadenti, insegnò la lavorazione della fibra di agave e fondò a Léon una fabbrica di candele steariche come quelle che aveva prodotto con Meucci. Durante il soggiorno di Garibaldi in Nicaragua, il Paese visse un golpe. Il 4 agosto 1851 a Managua i militari misero a capo del governo il generale José de la Trinidad Muñoz Fernández ma Garibaldi non prese in alcun modo posizione nei confronti della situazione politica del Paese che lo stava ospitando, ma probabilmente la grave instabilità politica del Nicaragua lo spinse ad anticipare la partenza, avvenuta poco meno di un mese dopo il colpo di Stato, il 2 settembre 1851. L’«eroe dei due mondi», validissimo uomo di mare, viaggerà ancora lungo il Sudamerica per i successivi tre anni. Ritornerà in Europa soltanto nel 1854.
Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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