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2024-12-25
Domani è il giorno della seconda stagione di «Squid Game»
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«Squid Game 2» (Netflix)
Nulla di diverso dalla prima: a cambiare, nel sequel del cult coreano, sono unicamente i personaggi. Tutti, meno uno. Il giocatore 456, Gi-hun, è l'unico superstite del primo Squid Game, il gran vincitore del gioco malato che alla vita ha accordato il valore di un montepremi. Gi-hun torna, la gara riprende. E riprende, insieme, la lunga sfilata degli orrori. Squid Game, serie televisiva coreana, ha rimasticato le antiche lotte dei gladiatori e le ha condite con quel po' di storia che gli Hunger Games avevano già fatto. Poi, ci ha messo in mezzo la Corea, la disciplina, la rigidità a tratti brutale che il mondo asiatico sempre suscita. Gli Squid Game sono dei giochi ingannevoli. Ed è solo a cose fatte, ad iscrizione avvenuta, che i concorrenti capiscono cosa sia, veramente, la gara. Non una corsa ad una vita migliore, ma una lotta per la sopravvivenza, viziata - per giunta - dalla consapevolezza di come ogni morte porti con sè una crescita del montepremi finale. Lo show, in cui i concorrenti non hanno nomi ma numeri ad identificarli, prevede che i perdenti vengano ammazzati. E, man mano che la gara procede, i protagonisti muoiono. Da regolamento, però, niente è per caso. Ogni assassinio si riverbera sul premio in denaro, aumentandolo esponenzialmente. I disperati corrono, dunque, sperando siano gli altri a cadere. Questi altri pieni di guai, con problemi e traumi che la promessa di una vincita cospicua (45,6 miliardi di won) avrebbe dovuto rendere più lievi.Sono, nella prima come nella seconda stagione, dei derelitti a partecipare agli Squid Games. Oltre a Gi-hun, ci sono ex militari, persone che hanno investito i risparmi di una vita nelle criptovalute, vedendoli bruciare senza possibilità di rimedio. C'è un padre che spera, vincendo, di potersi assicurare una cifra sufficiente a pagare le cure per il cancro alla famiglia. C'è una madre che vorrebbe sanare i debiti del figlio e c'è quel suo figlio disgraziato, caduto preda della ludopatia. C'è, pure, una donna transgender, che preferisce la possibilità della morte all'idea di vivere la sua intera esistenza senza i mezzi economici per comprarsi la transizione di genere.
Chi partecipa agli Squid Game ha le ragioni più varie per rischiare la vita. Cosa, questa, che gli sceneggiatori hanno cercato e voluto. Perché, come sempre accade nella cinematografia asiatica, ogni dettaglio della narrazione è studiato per intrattenere, sì, ma soprattutto per muovere a riflessione chi si trovi a guardare. Lo show, che nel 2021 ha esordito con il botto, superando gli 1,65 miliardi di ore di visualizzazione nei suoi primi ventotto giorni online, è, in verità, una critica feroce, basata sull'analisi delle disuguaglianze sociali, sull'immobilismo fra classi, sull'assurda competizione che il capitalismo induce.
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Un regalo di Natale, con il ritardo chic che il consumarsi delle feste impone. Netflix, che all'indomani del Covid-19 ha dato sfogo a un immaginario televisivo che mai prima si era visto, ha deciso di rilasciare online, alle nove del mattino di giovedì 26 dicembre, la seconda stagione di Squid Game.Nulla di diverso dalla prima: a cambiare, nel sequel del cult coreano, sono unicamente i personaggi. Tutti, meno uno. Il giocatore 456, Gi-hun, è l'unico superstite del primo Squid Game, il gran vincitore del gioco malato che alla vita ha accordato il valore di un montepremi. Gi-hun torna, la gara riprende. E riprende, insieme, la lunga sfilata degli orrori. Squid Game, serie televisiva coreana, ha rimasticato le antiche lotte dei gladiatori e le ha condite con quel po' di storia che gli Hunger Games avevano già fatto. Poi, ci ha messo in mezzo la Corea, la disciplina, la rigidità a tratti brutale che il mondo asiatico sempre suscita. Gli Squid Game sono dei giochi ingannevoli. Ed è solo a cose fatte, ad iscrizione avvenuta, che i concorrenti capiscono cosa sia, veramente, la gara. Non una corsa ad una vita migliore, ma una lotta per la sopravvivenza, viziata - per giunta - dalla consapevolezza di come ogni morte porti con sè una crescita del montepremi finale. Lo show, in cui i concorrenti non hanno nomi ma numeri ad identificarli, prevede che i perdenti vengano ammazzati. E, man mano che la gara procede, i protagonisti muoiono. Da regolamento, però, niente è per caso. Ogni assassinio si riverbera sul premio in denaro, aumentandolo esponenzialmente. I disperati corrono, dunque, sperando siano gli altri a cadere. Questi altri pieni di guai, con problemi e traumi che la promessa di una vincita cospicua (45,6 miliardi di won) avrebbe dovuto rendere più lievi.Sono, nella prima come nella seconda stagione, dei derelitti a partecipare agli Squid Games. Oltre a Gi-hun, ci sono ex militari, persone che hanno investito i risparmi di una vita nelle criptovalute, vedendoli bruciare senza possibilità di rimedio. C'è un padre che spera, vincendo, di potersi assicurare una cifra sufficiente a pagare le cure per il cancro alla famiglia. C'è una madre che vorrebbe sanare i debiti del figlio e c'è quel suo figlio disgraziato, caduto preda della ludopatia. C'è, pure, una donna transgender, che preferisce la possibilità della morte all'idea di vivere la sua intera esistenza senza i mezzi economici per comprarsi la transizione di genere.Chi partecipa agli Squid Game ha le ragioni più varie per rischiare la vita. Cosa, questa, che gli sceneggiatori hanno cercato e voluto. Perché, come sempre accade nella cinematografia asiatica, ogni dettaglio della narrazione è studiato per intrattenere, sì, ma soprattutto per muovere a riflessione chi si trovi a guardare. Lo show, che nel 2021 ha esordito con il botto, superando gli 1,65 miliardi di ore di visualizzazione nei suoi primi ventotto giorni online, è, in verità, una critica feroce, basata sull'analisi delle disuguaglianze sociali, sull'immobilismo fra classi, sull'assurda competizione che il capitalismo induce.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.