True
2020-05-11
Nelle mani degli usurai
Ansa
Torino, Fondazione San Matteo, un giorno come tanti altri nel lockdown del coronavirus. Il telefono non smette di squillare. «Mi hanno portato via tutto, ora vivo dentro il mio camion, è l'unica cosa che mi è rimasta ma non so per quanto. Avevo bisogno di 5.000 euro per rimetterlo a posto, altrimenti non potevo lavorare. Non riesco a togliermeli di torno, mi chiedono di più, sempre di più, mi minacciano. Ho bisogno di soldi, aiutatemi». Dall'altra parte del telefono: «Li denunci, avrà la nostra assistenza». «Non posso, ho due figli piccoli». E chiude.
Chiamate come questa ne stanno arrivando a decine alle associazioni della lotta all'usura. Il fenomeno si sta intensificando di giorno in giorno ed è solo la punta di un'iceberg. Dietro ogni vittima degli strozzini che trova il coraggio anche solo per alzare il telefono, ce ne sono cinquanta, cento, che vivono nel silenzio di una realtà buia fatta di ricatti, minacce, di asservimento totale in una condizione che è peggio della schiavitù, perché, come dice alla Verità Roberto Mollo, presidente della Fondazione San Matteo, le vittime non vengono solo spogliate dei beni ma perdono il loro essere uomini, diventano automi, marionette nelle mani del malavitoso.
«Noi adesso stiamo vedendo i prodromi di un fenomeno che», prevede Mollo, «esploderà tra uno o due mesi, quando professionisti, piccoli artigiani e commercianti, partite Iva, ambulanti avranno esaurito i pochi risparmi in cassa. La crisi dura emergerà in autunno e allora sarà una mattanza. Avete presente la rete a strascico? Gli usurai l'hanno gettata nel mare degli indebitati, a breve la ritireranno e sarà pesca grossa. La trappola può scattare anche partendo da un prestito di 50-100 euro».
Vincenza Rando, vicepresidente nazionale di Libera associazioni nomi e numeri contro le mafie, di cui è stata anche avvocato di parte civile in vari processi contro la criminalità organizzata, sta vagliando le informazioni che arrivano dai vari enti e fondazioni impegnati contro l'usura. «Le segnalazioni si stanno intensificando e sta emergendo anche una mutazione delle dinamiche messe in atto dalla malavita. I clan stanno costituendo specie di associazioni benefiche che aiutano le famiglie in difficoltà, cominciando dalla semplice consegna della spesa. Hanno intensificato l'azione di ramificazione sul territorio. In questa fase prestano denaro non a tassi elevati, anche come quelli bancari, perché l'obiettivo non è il denaro, che hanno già in abbondanza da altre attività, ma il controllo di aree sempre più vaste. Stanno seminando, poi arriverà il momento di presentare il conto e allora sarà il consenso elettorale, o il trasporto di droga o la segnalazione di altre persone in difficoltà».
Chiediamo da quali categorie arrivano le chiamate più frequenti. «Ristoratori, piccoli artigiani, albergatori, piccolissime imprese che di solito agiscono sul filo della liquidità», spiega Rando. «Nelle chiamate ci dicono che ricevono offerte di denaro da più parti. Si sta invertendo il fenomeno, i finti benefattori stanno dilagando. Prima era l'indebitato a cercare». Vincenza Rando parla anche di un altro meccanismo di usura: «I fallimenti pilotati dalla malavita per impossessarsi a costi bassi dei beni delle aziende. Il primo passo è il prestito usuraio all'imprenditore in difficoltà. Quando questo non riesce a pagare le rate, ecco che la malavita fa entrare un socio in azienda che prima affianca il proprietario e poi fagocita l'attività o la porta al fallimento». Fondamentale per arginare questa spirale, dice Rando, è che lo Stato «non lasci spazi tra vecchie e nuove povertà».
«L'usura che sta dilagando oggi emergerà come denunce e intervento dell'autorità giudiziaria tra un paio di anni», ci spiega Lino Busà, responsabile nazionale di Sos impresa di Confesercenti. «Ora chi cade nell'usura non sa ancora di essere una vittima, pensa solo di aver risolto il problema della liquidità. Le denunce, pochissime, arrivano quando scattano le minacce, le ritorsioni, con l'espoliazione dei beni», continua Busà. «Le richieste di aiuto stanno arrivando da proprietari di piccoli negozi di alimentari, di calzature, di fiori, di mobili, ambulanti. Spesso sono persone tra i 48 e i 55 anni che, espulse dal lavoro con la precedente crisi economica, hanno tentato in questi anni di riconvertirsi aprendo un'attività. Sono i più fragili, magari già indebitati con le banche che li incalzano e ora il Covid ha inferto loro il colpo di grazia. Alcuni ci dicono che hanno già prestiti a strozzo e che le difficoltà a rientrare sono aumentate. Bastano poche migliaia di euro per avere il cappio al collo. Chi ha bisogno di soldi, li vuole subito e solo gli strozzini fanno questo servizio immediato». Ma il dilagare dell'usura porterà anche a un aumento delle denunce? «Non penso», replica il responsabile di Sos impresa. «Chi cade in questo girone infernale è vittima non solo dei suoi carnefici ma anche della vergogna. Uscire allo scoperto vuol dire esporsi al giudizio della propria famiglia, dell'ambiente sociale in cui si vive. L'usura poi corrode nell'intimo, annichilisce qualsiasi voglia di reagire, porta ad azioni inconcepibili prima. La malavita costringe a fare il corriere di partite di droga o a tenerla in casa, a dare abitazione fittizia ad immigrati per avere il permesso di soggiorno».
Quanto alla giustizia, spesso si rivela un deterrente inefficace. «Non più del 30% delle denunce di usura si conclude con una condanna», racconta Busà. «Un processo per usura è complicato perché è difficile l'acquisizione delle prove, dal momento che l'attività si svolge con soldi contanti. Poi gli usurai hanno buoni avvocati. Se condannati in primo grado, fanno appello e arrivano fino alla Cassazione. Passano anni e il reato cade nella prescrizione. Nel frattempo l'usuraio continua a svolgere la sua attività. L'usura è un reato vasto a cui non si può sfuggire con facilità. Lo strozzino non agisce da solo ma tramite una rete».
Il coordinatore provinciale di Bergamo di Libera, Francesco Breviario, fotografa per La Verità la situazione nel Nord. «Riceviamo sempre più segnalazioni di aziende che stanno esaurendo la liquidità e temono di non farcela. Ricordate la telefonata intercettata tra due imprenditori dell'Aquila che definivano una botta di fortuna il terremoto del 2009, pensando ai soldi che avrebbero potuto intascare con gli appalti per la ricostruzione delle zone distrutte? Quelle parole ci devono servire da monito per vigilare». L'Osservatorio del Piemonte sui fenomeni di usura e estorsione ha rilevato un aumento da 1 a 10 del numero delle persone (imprenditori soprattutto) che sarebbero in condizioni economicamente critiche. «La criminalità organizzata si sta attrezzando per sostituire il welfare che non arriva», afferma Breviario.
La pericolosità della situazione è nei numeri di un sondaggio effettuato da Cribis-Workininvoice su oltre mille imprese, in cui emerge che il 70% del campione ha liquidità al massimo per tre mesi. Su questi l'usura ha acceso i riflettori. Al Viminale i primi segnali del fenomeno cominciano ad arrivare. Solo a marzo l'usura ha registrato un aumento del 9,1%. Una escalation superiore a qualsiasi altro reato.
I criminali puntano a rifarsi un’immagine da «benefattori»
«L'usura sta mutando, sta cambiando forma. Il tema a cui stiamo assistendo adesso è più grave. Dopo anni di lotta, questa tipologia di criminalità godeva del massimo discredito. Ora è tornata a vestire i panni del benefattore, recuperando quell'immagine di sostituto dello Stato assente che aveva perduto. Chi ha bisogno di denaro trova nella criminalità un'assistenza rapida e senza nemmeno la pressione di una contropartita immediata. Spesso il prestito è a tassi simili a quelli delle banche. In questo momento l'obiettivo della criminalità non è fare soldi con l'usura. Ci sono ben altri modi, molto più efficaci e redditizi. L'obiettivo è riacquisire sul territorio un passaporto di affidabilità, recuperare il ruolo di benefattore. Il padrino torna ad essere colui a cui ci si può rivolgere nella difficoltà, un protettore». È spietata e drammatica l'analisi del prefetto Annapaola Porzio, commissario straordinario del governo per le iniziative antiracket e antiusura e presidente del Comitato di solidarietà che gestisce il fondo per le vittime che hanno denunciato l'usura. «Stanno riemergendo atteggiamenti che erano scomparsi. Cedere alla criminalità usuraia era diventato un disvalore. Ora questa mafia ha l'occasione di trovare un nuovo riconoscimento, una nuova credibilità. L'usura è un reato complicato con dinamiche anche psicologiche. La vittima percepisce lo strozzino come colui che gli è vicino, che lo sta aiutando».
Porzio dice fuori dai denti che «non dobbiamo farci illusioni. Nonostante l'impegno dello Stato, abbiamo difficoltà a competere con chi ha il portafoglio gonfio e avvicina chi è nel bisogno anche con piccole azioni come portare a casa la busta della spesa o aiutare il disoccupato nelle procedure per avere i finanziamenti pubblici». Vuol dire che la burocrazia sta aiutando la malavita? Su questo Porzio mette i puntini sulle i: «Stiamo attenti. Le regole imposte che noi chiamiamo burocrazia sono pesanti ma servono a tutelarci. Vanno tagliate con molta accortezza, perché sono anche un presidio della nostra sicurezza».
Le chiediamo di quantificarci l'espansione in atto dell'usura. «Abbiamo sensori sul territorio, quanto ai numeri, le denunce sono coperte dal segreto istruttorio e bisogna aspettare l'avvio dei processi. L'entità del fenomeno emergerà più avanti». Per arginarlo indica due azioni: una campagna massiccia di informazione «perché le persone devono sapere a cosa vanno incontro», e fare arrivare le risorse alle famiglie il più rapidamente possibile. E rivela che il fondo di solidarietà alle vittime, gestito dal suo ufficio, ha erogato nell'arco soltanto di due mesi, quasi 5 milioni di euro. Questo vuol dire che la situazione è davvero grave.
Da Roma a Palermo. Il procuratore aggiunto alla direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano, Salvatore De Luca, il magistrato che ha firmato le ultime grandi inchieste su Cosa nostra, conferma alla Verità che si sta intensificando l'azione predatoria della mafia ai danni delle piccole e medie imprese in difficoltà. Il meccanismo è semplice, spiega: «L'imprenditore in crisi economica viene avvicinato dal soggetto mafioso che propone di aiutarlo in vario modo, o con un prestito o affiancandogli nella società un socio. Questo a poco a poco svuota l'impresa e se ne impadronisce, finché l'imprenditore o viene messo di lato o perde la titolarità. Cosa nostra si insinua nella società, fino a espropriarla. Questo è un meccanismo tradizionale che viene attuato costantemente dove c'è un imprenditore in crisi . È presumibile che in questo periodo si faccia più insistente. In questo momento ci sono i prodromi, l'intensificazione notevole verrà tra qualche tempo. Le attività della malavita durante il Covid si sono ridotte perché i contatti sociali si sono diradati. Ma i segnali ci dicono che il fenomeno può acuirsi e diventerà massivo di qui a breve».
Ma Cosa nostra si muove anche nel Centro Nord, tra Lazio, Emilia Romagna e Lombardia, dove ricicla il denaro acquisendo piccole e medie imprese in difficoltà. De Luca spiega che è in atto anche un'altra forma di espansione del controllo del territorio, favorito dalla crisi. «Cosa nostra, oltre a esercitare violenza e minaccia, cerca il consenso in certi strati sociali e in questo periodo lo fa attraverso forme assistenziali. L'usura non viene attivata direttamente dall'uomo d'onore ma da suoi gregari. Questa mafia svolge una funzione di intermediazione. Il pericolo dell'usura è elevatissimo perché la crisi economica potrebbe essere in futuro molto più forte. La criminalità organizzata è pronta a sfruttare la situazione».
«Io, fregato dal panico di perdere benessere»
«Gli ho dato appuntamento alla stazione centrale, un luogo di solito affollato. Ero terrorizzato, dovevo dire che non ce la facevo più, non potevo più pagare, non avevo nulla. Sono arrivati in quattro, mi hanno caricato su un'auto, incappucciato, e mi sono ritrovato in montagna, in una cascina. Lì il martirio. Calci, sputi, ingiurie, pugni, poi le percosse con una sbarra di ferro fino a rompermi un braccio e quasi a farmi perdere i sensi. Otto lunghe, interminabili ore di sevizie. Pensavo di morire, volevo morire. Mi hanno lasciato davanti a casa che ero un grumo di sangue. È stato allora che ho deciso di denunciare». È questo l'epilogo del dramma di Antonio Anile, vittima dell'usura e ora coordinatore di Sos impresa per il Lazio. La sua denuncia si risolse con una prima condanna di sei imputati a 7 anni. Poi dopo l'appello due sono stati prosciolti e in Cassazione è arrivata per gli altri la condanna a due anni, non per usura ma per altri reati.
La sua testimonianza che qui abbiamo voluto riportare, è esemplificativa di come agisce la malavita dedita al prestito di denaro. Siamo a Reggio Calabria, Antonio Anile è un ricco broker finanziario di una società. «La mia vita filava liscia, una famiglia serena, bella casa, auto di grossa cilindrata, circolo del tennis, vita mondana brillante. Un giorno il responsabile dell'azienda mi chiama insieme agli altri dipendenti e dice che vuole fondare un'altra società. Ci chiede di versare 70.000 euro ciascuno. In caso contrario avrebbe chiuso l'attività. Sul conto in banca avevo poca liquidità. Guadagnavo molto bene ma spendevo anche tanto. Sono entrato nel panico. Vedevo davanti a me lo spettro della disoccupazione, la mia condizione di benessere compromessa».
L'aiuto di un «amico»
Ed è a quel punto, in uno stato di fragilità, che arriva l'usuraio travestito da amico. «Un collaboratore mi faceva da autista. Un rapporto cordiale, anche di amicizia. Ho la leggerezza di confidargli le mie preoccupazione. Lui mi mette una mano sulla spalla e, quasi con affetto, mi dice di non temere, a tutto c'è un rimedio. Mi sono sentito compreso, che sciocco. Dopo due giorni viene a casa, in mano ha una busta del pane. È per te, dice. Dentro ci sono 70.000 euro».
Nessun sospetto?, chiediamo. «Mi dice che sono i suoi risparmi, che non c'è fretta per restituirli. Sembra incredibile ma in quell'istante non mi sono posto tante domande. Avevo i soldi, la mia salvezza tra le mani. Così non ho dato peso alla richiesta di lasciargli il libretto degli assegni in bianco ma firmati. La sua voce era rassicurante: scriverò le cifre quando me lo dirai e andrò in banca a ritirare i soldi».
E i 70.000 euro al suo superiore che fine hanno fatto? La nuova società? La voce di Antonio resta sospesa un attimo. «Il mio capo, fatto il bottino, è sparito all'estero. Di lì a un paio di giorni il direttore della mia banca mi chiama per comunicarmi che gli è arrivato un assegno da 30.000 euro con la mia firma. Sul conto avevo solo 5.000 euro. Chiamo l'autista ma non risponde, lo cerco insistentemente per ore. Niente. Ancora non capivo dove ero finito. Il mio pensiero in quel momento era coprire l'assegno».
Verso la rovina
E allora? «Ho portato i miei tre Rolex al monte dei pegni». Quando ha capito in che mani era finito? «Dopo un paio di giorni riesco a contattare l'autista, lo affronto e lui esce allo scoperto, mi insulta, mi umilia. “Non conti un ca…, sei un pezzo di m…", urla, e mi annuncia che l'indomani avrebbe riscosso un altro assegno da 30.000 euro. La discesa nel baratro è stata veloce. Ho venduto i gioielli di mia moglie, svuotato il conto di mio figlio. Non dimenticherò mai la sera in cui ho dovuto confessare tutto alla mia famiglia. L'incubo di minacce e ricatti è andato avanti per oltre un anno. Finiti i soldi, mi hanno costretto a reclutare altre vittime. Per terrorizzarmi, mi hanno lasciato nella posta tre proiettili con sopra il mio nome e quello dei miei familiari. Solo dopo il sequestro e le percosse ho deciso di sporgere denuncia. È emerso che dietro all'usura c'erano boss della 'ndrangheta. Ho dovuto lasciare Reggio Calabria, nessuno mi salutava più, ho divorziato da mia moglie e vedo mio figlio in modo segreto. Ora dedico la mia vita alla lotta contro questa sporcizia».
«Sanno chi ha debiti e se ne approfittano»
«Le persone che ci chiedono aiuto stanno crescendo in modo esponenziale in questa crisi da Covid. Ed è solo l'inizio. C'è chi ha perso il lavoro, o è in cassa integrazione. “Non ho i soldi per mangiare", mi dicono. Dopo la pandemia del virus temo che ci sarà quella dell'usura. I segnali ci sono». Monsignor Alberto D'Urso, presidente della Consulta nazionale antiusura che riunisce 33 fondazioni in tutta Italia impegnate nella lotta a questa forma di malavita, può concedere pochi minuti alla Verità. «Siamo impegnati tutto il giorno. Ieri sera a mezzanotte mi arriva la chiamata di un pensionato: “Mia figlia ha perso il posto non può pagare il mutuo, temo che finisca sulla brutta strada. Mio figlio è stato buttato fuori dall'officina e dice che un amico gli vuole dare dei soldi"».
Come stanno agendo le organizzazioni dell'usura? «Ora individuano i soggetti più deboli, sono molto informati. Sanno chi ha debiti e al momento giusto sono pronti a rilevare la casa a prezzi stracciati. Chi non ha nemmeno un bene da cedere, diventa manovalanza della criminalità, procacciatore di altre vittime. Abbiamo casi in cui moglie e figlie sono avviate alla prostituzione per compensare gli strozzini. È già emerso un aumento della richiesta di denaro alla nostra Fondazione. L'anno scorso abbiamo offerto garanzie a oltre 500 persone per ottenere prestiti bancari per 3,5 milioni di euro. Mi aspetto che le cifre si moltiplichino in modo esponenziale nei prossimi mesi».
Monsignor D'Urso è un fiume in piena. La sua Fondazione si occupa soprattutto di prevenzione, fornendo garanzie alle banche per consentire a chi è bisognoso di accedere al credito. Svolge anche assistenza a chi decide di denunciare la malavita. Lancia il sasso: «Abbiamo segnalato al governo l'aumento dei casi di usura chiedendo che vengano sospese le rate dei mutui alle famiglie precipitate in povertà, ma finora nessuna risposta. Stamane ho ricevuto una persona disperata. Era arrivata ad accumulare un interesse usuraio del 400%. Gli affiancherò un avvocato nella denuncia, tutto a mie spese. Un'altra aveva ricevuto in 8 anni prestiti per 1,2 milioni e si è trovata a doverne restituire quasi 2. Situazioni drammatiche che nascono anche da piccole cifre. Pochi giorni fa, nel Napoletano, una persona si è suicidata perché non riusciva a saldare i debiti con la malavita. Non sarà un caso isolato, temo».
Il centralino dell'associazione continua a squillare. L'ultima iniziativa messa in campo è una convenzione con la Regione Puglia che metterà a disposizione delle fondazioni somme destinate a pagare le rate dei mutui, rimaste sospese, di famiglie cadute in povertà. Una goccia in un deserto.
Continua a leggereRiduci
Associazioni in allarme: con le aziende in ginocchio per la chiusura forzata e il governo inerte, la malavita gode. «Lo strozzinaggio esploderà tra due o tre mesi» Ma è già il reato della fase 2: a marzo boom del 9,1%Il prefetto Annapaola Porzio e il pm Salvatore De Luca: la crisi occasione per la mafia di recuperare credito. Se lo Stato non c'è, subentrano i clanLa testimonianza di Antonio Anile, ex broker finito nella rete dei ricattatori e oggi in prima fila nel combatterliMonsignor D'Urso: «Vanno sospesi i mutui alle famiglie impoverite. Da Conte nessuna risposta».Lo speciale contiene quattro articoliTorino, Fondazione San Matteo, un giorno come tanti altri nel lockdown del coronavirus. Il telefono non smette di squillare. «Mi hanno portato via tutto, ora vivo dentro il mio camion, è l'unica cosa che mi è rimasta ma non so per quanto. Avevo bisogno di 5.000 euro per rimetterlo a posto, altrimenti non potevo lavorare. Non riesco a togliermeli di torno, mi chiedono di più, sempre di più, mi minacciano. Ho bisogno di soldi, aiutatemi». Dall'altra parte del telefono: «Li denunci, avrà la nostra assistenza». «Non posso, ho due figli piccoli». E chiude. Chiamate come questa ne stanno arrivando a decine alle associazioni della lotta all'usura. Il fenomeno si sta intensificando di giorno in giorno ed è solo la punta di un'iceberg. Dietro ogni vittima degli strozzini che trova il coraggio anche solo per alzare il telefono, ce ne sono cinquanta, cento, che vivono nel silenzio di una realtà buia fatta di ricatti, minacce, di asservimento totale in una condizione che è peggio della schiavitù, perché, come dice alla Verità Roberto Mollo, presidente della Fondazione San Matteo, le vittime non vengono solo spogliate dei beni ma perdono il loro essere uomini, diventano automi, marionette nelle mani del malavitoso.«Noi adesso stiamo vedendo i prodromi di un fenomeno che», prevede Mollo, «esploderà tra uno o due mesi, quando professionisti, piccoli artigiani e commercianti, partite Iva, ambulanti avranno esaurito i pochi risparmi in cassa. La crisi dura emergerà in autunno e allora sarà una mattanza. Avete presente la rete a strascico? Gli usurai l'hanno gettata nel mare degli indebitati, a breve la ritireranno e sarà pesca grossa. La trappola può scattare anche partendo da un prestito di 50-100 euro».Vincenza Rando, vicepresidente nazionale di Libera associazioni nomi e numeri contro le mafie, di cui è stata anche avvocato di parte civile in vari processi contro la criminalità organizzata, sta vagliando le informazioni che arrivano dai vari enti e fondazioni impegnati contro l'usura. «Le segnalazioni si stanno intensificando e sta emergendo anche una mutazione delle dinamiche messe in atto dalla malavita. I clan stanno costituendo specie di associazioni benefiche che aiutano le famiglie in difficoltà, cominciando dalla semplice consegna della spesa. Hanno intensificato l'azione di ramificazione sul territorio. In questa fase prestano denaro non a tassi elevati, anche come quelli bancari, perché l'obiettivo non è il denaro, che hanno già in abbondanza da altre attività, ma il controllo di aree sempre più vaste. Stanno seminando, poi arriverà il momento di presentare il conto e allora sarà il consenso elettorale, o il trasporto di droga o la segnalazione di altre persone in difficoltà». Chiediamo da quali categorie arrivano le chiamate più frequenti. «Ristoratori, piccoli artigiani, albergatori, piccolissime imprese che di solito agiscono sul filo della liquidità», spiega Rando. «Nelle chiamate ci dicono che ricevono offerte di denaro da più parti. Si sta invertendo il fenomeno, i finti benefattori stanno dilagando. Prima era l'indebitato a cercare». Vincenza Rando parla anche di un altro meccanismo di usura: «I fallimenti pilotati dalla malavita per impossessarsi a costi bassi dei beni delle aziende. Il primo passo è il prestito usuraio all'imprenditore in difficoltà. Quando questo non riesce a pagare le rate, ecco che la malavita fa entrare un socio in azienda che prima affianca il proprietario e poi fagocita l'attività o la porta al fallimento». Fondamentale per arginare questa spirale, dice Rando, è che lo Stato «non lasci spazi tra vecchie e nuove povertà».«L'usura che sta dilagando oggi emergerà come denunce e intervento dell'autorità giudiziaria tra un paio di anni», ci spiega Lino Busà, responsabile nazionale di Sos impresa di Confesercenti. «Ora chi cade nell'usura non sa ancora di essere una vittima, pensa solo di aver risolto il problema della liquidità. Le denunce, pochissime, arrivano quando scattano le minacce, le ritorsioni, con l'espoliazione dei beni», continua Busà. «Le richieste di aiuto stanno arrivando da proprietari di piccoli negozi di alimentari, di calzature, di fiori, di mobili, ambulanti. Spesso sono persone tra i 48 e i 55 anni che, espulse dal lavoro con la precedente crisi economica, hanno tentato in questi anni di riconvertirsi aprendo un'attività. Sono i più fragili, magari già indebitati con le banche che li incalzano e ora il Covid ha inferto loro il colpo di grazia. Alcuni ci dicono che hanno già prestiti a strozzo e che le difficoltà a rientrare sono aumentate. Bastano poche migliaia di euro per avere il cappio al collo. Chi ha bisogno di soldi, li vuole subito e solo gli strozzini fanno questo servizio immediato». Ma il dilagare dell'usura porterà anche a un aumento delle denunce? «Non penso», replica il responsabile di Sos impresa. «Chi cade in questo girone infernale è vittima non solo dei suoi carnefici ma anche della vergogna. Uscire allo scoperto vuol dire esporsi al giudizio della propria famiglia, dell'ambiente sociale in cui si vive. L'usura poi corrode nell'intimo, annichilisce qualsiasi voglia di reagire, porta ad azioni inconcepibili prima. La malavita costringe a fare il corriere di partite di droga o a tenerla in casa, a dare abitazione fittizia ad immigrati per avere il permesso di soggiorno».Quanto alla giustizia, spesso si rivela un deterrente inefficace. «Non più del 30% delle denunce di usura si conclude con una condanna», racconta Busà. «Un processo per usura è complicato perché è difficile l'acquisizione delle prove, dal momento che l'attività si svolge con soldi contanti. Poi gli usurai hanno buoni avvocati. Se condannati in primo grado, fanno appello e arrivano fino alla Cassazione. Passano anni e il reato cade nella prescrizione. Nel frattempo l'usuraio continua a svolgere la sua attività. L'usura è un reato vasto a cui non si può sfuggire con facilità. Lo strozzino non agisce da solo ma tramite una rete».Il coordinatore provinciale di Bergamo di Libera, Francesco Breviario, fotografa per La Verità la situazione nel Nord. «Riceviamo sempre più segnalazioni di aziende che stanno esaurendo la liquidità e temono di non farcela. Ricordate la telefonata intercettata tra due imprenditori dell'Aquila che definivano una botta di fortuna il terremoto del 2009, pensando ai soldi che avrebbero potuto intascare con gli appalti per la ricostruzione delle zone distrutte? Quelle parole ci devono servire da monito per vigilare». L'Osservatorio del Piemonte sui fenomeni di usura e estorsione ha rilevato un aumento da 1 a 10 del numero delle persone (imprenditori soprattutto) che sarebbero in condizioni economicamente critiche. «La criminalità organizzata si sta attrezzando per sostituire il welfare che non arriva», afferma Breviario.La pericolosità della situazione è nei numeri di un sondaggio effettuato da Cribis-Workininvoice su oltre mille imprese, in cui emerge che il 70% del campione ha liquidità al massimo per tre mesi. Su questi l'usura ha acceso i riflettori. Al Viminale i primi segnali del fenomeno cominciano ad arrivare. Solo a marzo l'usura ha registrato un aumento del 9,1%. Una escalation superiore a qualsiasi altro reato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-mani-degli-usurai-2645964491.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-criminali-puntano-a-rifarsi-unimmagine-da-benefattori" data-post-id="2645964491" data-published-at="1589126880" data-use-pagination="False"> I criminali puntano a rifarsi un’immagine da «benefattori» «L'usura sta mutando, sta cambiando forma. Il tema a cui stiamo assistendo adesso è più grave. Dopo anni di lotta, questa tipologia di criminalità godeva del massimo discredito. Ora è tornata a vestire i panni del benefattore, recuperando quell'immagine di sostituto dello Stato assente che aveva perduto. Chi ha bisogno di denaro trova nella criminalità un'assistenza rapida e senza nemmeno la pressione di una contropartita immediata. Spesso il prestito è a tassi simili a quelli delle banche. In questo momento l'obiettivo della criminalità non è fare soldi con l'usura. Ci sono ben altri modi, molto più efficaci e redditizi. L'obiettivo è riacquisire sul territorio un passaporto di affidabilità, recuperare il ruolo di benefattore. Il padrino torna ad essere colui a cui ci si può rivolgere nella difficoltà, un protettore». È spietata e drammatica l'analisi del prefetto Annapaola Porzio, commissario straordinario del governo per le iniziative antiracket e antiusura e presidente del Comitato di solidarietà che gestisce il fondo per le vittime che hanno denunciato l'usura. «Stanno riemergendo atteggiamenti che erano scomparsi. Cedere alla criminalità usuraia era diventato un disvalore. Ora questa mafia ha l'occasione di trovare un nuovo riconoscimento, una nuova credibilità. L'usura è un reato complicato con dinamiche anche psicologiche. La vittima percepisce lo strozzino come colui che gli è vicino, che lo sta aiutando». Porzio dice fuori dai denti che «non dobbiamo farci illusioni. Nonostante l'impegno dello Stato, abbiamo difficoltà a competere con chi ha il portafoglio gonfio e avvicina chi è nel bisogno anche con piccole azioni come portare a casa la busta della spesa o aiutare il disoccupato nelle procedure per avere i finanziamenti pubblici». Vuol dire che la burocrazia sta aiutando la malavita? Su questo Porzio mette i puntini sulle i: «Stiamo attenti. Le regole imposte che noi chiamiamo burocrazia sono pesanti ma servono a tutelarci. Vanno tagliate con molta accortezza, perché sono anche un presidio della nostra sicurezza». Le chiediamo di quantificarci l'espansione in atto dell'usura. «Abbiamo sensori sul territorio, quanto ai numeri, le denunce sono coperte dal segreto istruttorio e bisogna aspettare l'avvio dei processi. L'entità del fenomeno emergerà più avanti». Per arginarlo indica due azioni: una campagna massiccia di informazione «perché le persone devono sapere a cosa vanno incontro», e fare arrivare le risorse alle famiglie il più rapidamente possibile. E rivela che il fondo di solidarietà alle vittime, gestito dal suo ufficio, ha erogato nell'arco soltanto di due mesi, quasi 5 milioni di euro. Questo vuol dire che la situazione è davvero grave. Da Roma a Palermo. Il procuratore aggiunto alla direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano, Salvatore De Luca, il magistrato che ha firmato le ultime grandi inchieste su Cosa nostra, conferma alla Verità che si sta intensificando l'azione predatoria della mafia ai danni delle piccole e medie imprese in difficoltà. Il meccanismo è semplice, spiega: «L'imprenditore in crisi economica viene avvicinato dal soggetto mafioso che propone di aiutarlo in vario modo, o con un prestito o affiancandogli nella società un socio. Questo a poco a poco svuota l'impresa e se ne impadronisce, finché l'imprenditore o viene messo di lato o perde la titolarità. Cosa nostra si insinua nella società, fino a espropriarla. Questo è un meccanismo tradizionale che viene attuato costantemente dove c'è un imprenditore in crisi . È presumibile che in questo periodo si faccia più insistente. In questo momento ci sono i prodromi, l'intensificazione notevole verrà tra qualche tempo. Le attività della malavita durante il Covid si sono ridotte perché i contatti sociali si sono diradati. Ma i segnali ci dicono che il fenomeno può acuirsi e diventerà massivo di qui a breve». Ma Cosa nostra si muove anche nel Centro Nord, tra Lazio, Emilia Romagna e Lombardia, dove ricicla il denaro acquisendo piccole e medie imprese in difficoltà. De Luca spiega che è in atto anche un'altra forma di espansione del controllo del territorio, favorito dalla crisi. «Cosa nostra, oltre a esercitare violenza e minaccia, cerca il consenso in certi strati sociali e in questo periodo lo fa attraverso forme assistenziali. L'usura non viene attivata direttamente dall'uomo d'onore ma da suoi gregari. Questa mafia svolge una funzione di intermediazione. Il pericolo dell'usura è elevatissimo perché la crisi economica potrebbe essere in futuro molto più forte. La criminalità organizzata è pronta a sfruttare la situazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-mani-degli-usurai-2645964491.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="io-fregato-dal-panico-di-perdere-benessere" data-post-id="2645964491" data-published-at="1589131986" data-use-pagination="False"> «Io, fregato dal panico di perdere benessere» «Gli ho dato appuntamento alla stazione centrale, un luogo di solito affollato. Ero terrorizzato, dovevo dire che non ce la facevo più, non potevo più pagare, non avevo nulla. Sono arrivati in quattro, mi hanno caricato su un'auto, incappucciato, e mi sono ritrovato in montagna, in una cascina. Lì il martirio. Calci, sputi, ingiurie, pugni, poi le percosse con una sbarra di ferro fino a rompermi un braccio e quasi a farmi perdere i sensi. Otto lunghe, interminabili ore di sevizie. Pensavo di morire, volevo morire. Mi hanno lasciato davanti a casa che ero un grumo di sangue. È stato allora che ho deciso di denunciare». È questo l'epilogo del dramma di Antonio Anile, vittima dell'usura e ora coordinatore di Sos impresa per il Lazio. La sua denuncia si risolse con una prima condanna di sei imputati a 7 anni. Poi dopo l'appello due sono stati prosciolti e in Cassazione è arrivata per gli altri la condanna a due anni, non per usura ma per altri reati. La sua testimonianza che qui abbiamo voluto riportare, è esemplificativa di come agisce la malavita dedita al prestito di denaro. Siamo a Reggio Calabria, Antonio Anile è un ricco broker finanziario di una società. «La mia vita filava liscia, una famiglia serena, bella casa, auto di grossa cilindrata, circolo del tennis, vita mondana brillante. Un giorno il responsabile dell'azienda mi chiama insieme agli altri dipendenti e dice che vuole fondare un'altra società. Ci chiede di versare 70.000 euro ciascuno. In caso contrario avrebbe chiuso l'attività. Sul conto in banca avevo poca liquidità. Guadagnavo molto bene ma spendevo anche tanto. Sono entrato nel panico. Vedevo davanti a me lo spettro della disoccupazione, la mia condizione di benessere compromessa». L'aiuto di un «amico» Ed è a quel punto, in uno stato di fragilità, che arriva l'usuraio travestito da amico. «Un collaboratore mi faceva da autista. Un rapporto cordiale, anche di amicizia. Ho la leggerezza di confidargli le mie preoccupazione. Lui mi mette una mano sulla spalla e, quasi con affetto, mi dice di non temere, a tutto c'è un rimedio. Mi sono sentito compreso, che sciocco. Dopo due giorni viene a casa, in mano ha una busta del pane. È per te, dice. Dentro ci sono 70.000 euro». Nessun sospetto?, chiediamo. «Mi dice che sono i suoi risparmi, che non c'è fretta per restituirli. Sembra incredibile ma in quell'istante non mi sono posto tante domande. Avevo i soldi, la mia salvezza tra le mani. Così non ho dato peso alla richiesta di lasciargli il libretto degli assegni in bianco ma firmati. La sua voce era rassicurante: scriverò le cifre quando me lo dirai e andrò in banca a ritirare i soldi». E i 70.000 euro al suo superiore che fine hanno fatto? La nuova società? La voce di Antonio resta sospesa un attimo. «Il mio capo, fatto il bottino, è sparito all'estero. Di lì a un paio di giorni il direttore della mia banca mi chiama per comunicarmi che gli è arrivato un assegno da 30.000 euro con la mia firma. Sul conto avevo solo 5.000 euro. Chiamo l'autista ma non risponde, lo cerco insistentemente per ore. Niente. Ancora non capivo dove ero finito. Il mio pensiero in quel momento era coprire l'assegno». Verso la rovina E allora? «Ho portato i miei tre Rolex al monte dei pegni». Quando ha capito in che mani era finito? «Dopo un paio di giorni riesco a contattare l'autista, lo affronto e lui esce allo scoperto, mi insulta, mi umilia. “Non conti un ca…, sei un pezzo di m…", urla, e mi annuncia che l'indomani avrebbe riscosso un altro assegno da 30.000 euro. La discesa nel baratro è stata veloce. Ho venduto i gioielli di mia moglie, svuotato il conto di mio figlio. Non dimenticherò mai la sera in cui ho dovuto confessare tutto alla mia famiglia. L'incubo di minacce e ricatti è andato avanti per oltre un anno. Finiti i soldi, mi hanno costretto a reclutare altre vittime. Per terrorizzarmi, mi hanno lasciato nella posta tre proiettili con sopra il mio nome e quello dei miei familiari. Solo dopo il sequestro e le percosse ho deciso di sporgere denuncia. È emerso che dietro all'usura c'erano boss della 'ndrangheta. Ho dovuto lasciare Reggio Calabria, nessuno mi salutava più, ho divorziato da mia moglie e vedo mio figlio in modo segreto. Ora dedico la mia vita alla lotta contro questa sporcizia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-mani-degli-usurai-2645964491.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sanno-chi-ha-debiti-e-se-ne-approfittano" data-post-id="2645964491" data-published-at="1589131986" data-use-pagination="False"> «Sanno chi ha debiti e se ne approfittano» «Le persone che ci chiedono aiuto stanno crescendo in modo esponenziale in questa crisi da Covid. Ed è solo l'inizio. C'è chi ha perso il lavoro, o è in cassa integrazione. “Non ho i soldi per mangiare", mi dicono. Dopo la pandemia del virus temo che ci sarà quella dell'usura. I segnali ci sono». Monsignor Alberto D'Urso, presidente della Consulta nazionale antiusura che riunisce 33 fondazioni in tutta Italia impegnate nella lotta a questa forma di malavita, può concedere pochi minuti alla Verità. «Siamo impegnati tutto il giorno. Ieri sera a mezzanotte mi arriva la chiamata di un pensionato: “Mia figlia ha perso il posto non può pagare il mutuo, temo che finisca sulla brutta strada. Mio figlio è stato buttato fuori dall'officina e dice che un amico gli vuole dare dei soldi"». Come stanno agendo le organizzazioni dell'usura? «Ora individuano i soggetti più deboli, sono molto informati. Sanno chi ha debiti e al momento giusto sono pronti a rilevare la casa a prezzi stracciati. Chi non ha nemmeno un bene da cedere, diventa manovalanza della criminalità, procacciatore di altre vittime. Abbiamo casi in cui moglie e figlie sono avviate alla prostituzione per compensare gli strozzini. È già emerso un aumento della richiesta di denaro alla nostra Fondazione. L'anno scorso abbiamo offerto garanzie a oltre 500 persone per ottenere prestiti bancari per 3,5 milioni di euro. Mi aspetto che le cifre si moltiplichino in modo esponenziale nei prossimi mesi». Monsignor D'Urso è un fiume in piena. La sua Fondazione si occupa soprattutto di prevenzione, fornendo garanzie alle banche per consentire a chi è bisognoso di accedere al credito. Svolge anche assistenza a chi decide di denunciare la malavita. Lancia il sasso: «Abbiamo segnalato al governo l'aumento dei casi di usura chiedendo che vengano sospese le rate dei mutui alle famiglie precipitate in povertà, ma finora nessuna risposta. Stamane ho ricevuto una persona disperata. Era arrivata ad accumulare un interesse usuraio del 400%. Gli affiancherò un avvocato nella denuncia, tutto a mie spese. Un'altra aveva ricevuto in 8 anni prestiti per 1,2 milioni e si è trovata a doverne restituire quasi 2. Situazioni drammatiche che nascono anche da piccole cifre. Pochi giorni fa, nel Napoletano, una persona si è suicidata perché non riusciva a saldare i debiti con la malavita. Non sarà un caso isolato, temo». Il centralino dell'associazione continua a squillare. L'ultima iniziativa messa in campo è una convenzione con la Regione Puglia che metterà a disposizione delle fondazioni somme destinate a pagare le rate dei mutui, rimaste sospese, di famiglie cadute in povertà. Una goccia in un deserto.
Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
Continua a leggereRiduci
Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 6 gennaio 2026. Il deputato della Lega Giampiero Zinzi commenta la falsa partenza di Fico in Campania tra incompatibilità e conflitti di interesse.