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2020-05-11
Nelle mani degli usurai
Ansa
Torino, Fondazione San Matteo, un giorno come tanti altri nel lockdown del coronavirus. Il telefono non smette di squillare. «Mi hanno portato via tutto, ora vivo dentro il mio camion, è l'unica cosa che mi è rimasta ma non so per quanto. Avevo bisogno di 5.000 euro per rimetterlo a posto, altrimenti non potevo lavorare. Non riesco a togliermeli di torno, mi chiedono di più, sempre di più, mi minacciano. Ho bisogno di soldi, aiutatemi». Dall'altra parte del telefono: «Li denunci, avrà la nostra assistenza». «Non posso, ho due figli piccoli». E chiude.
Chiamate come questa ne stanno arrivando a decine alle associazioni della lotta all'usura. Il fenomeno si sta intensificando di giorno in giorno ed è solo la punta di un'iceberg. Dietro ogni vittima degli strozzini che trova il coraggio anche solo per alzare il telefono, ce ne sono cinquanta, cento, che vivono nel silenzio di una realtà buia fatta di ricatti, minacce, di asservimento totale in una condizione che è peggio della schiavitù, perché, come dice alla Verità Roberto Mollo, presidente della Fondazione San Matteo, le vittime non vengono solo spogliate dei beni ma perdono il loro essere uomini, diventano automi, marionette nelle mani del malavitoso.
«Noi adesso stiamo vedendo i prodromi di un fenomeno che», prevede Mollo, «esploderà tra uno o due mesi, quando professionisti, piccoli artigiani e commercianti, partite Iva, ambulanti avranno esaurito i pochi risparmi in cassa. La crisi dura emergerà in autunno e allora sarà una mattanza. Avete presente la rete a strascico? Gli usurai l'hanno gettata nel mare degli indebitati, a breve la ritireranno e sarà pesca grossa. La trappola può scattare anche partendo da un prestito di 50-100 euro».
Vincenza Rando, vicepresidente nazionale di Libera associazioni nomi e numeri contro le mafie, di cui è stata anche avvocato di parte civile in vari processi contro la criminalità organizzata, sta vagliando le informazioni che arrivano dai vari enti e fondazioni impegnati contro l'usura. «Le segnalazioni si stanno intensificando e sta emergendo anche una mutazione delle dinamiche messe in atto dalla malavita. I clan stanno costituendo specie di associazioni benefiche che aiutano le famiglie in difficoltà, cominciando dalla semplice consegna della spesa. Hanno intensificato l'azione di ramificazione sul territorio. In questa fase prestano denaro non a tassi elevati, anche come quelli bancari, perché l'obiettivo non è il denaro, che hanno già in abbondanza da altre attività, ma il controllo di aree sempre più vaste. Stanno seminando, poi arriverà il momento di presentare il conto e allora sarà il consenso elettorale, o il trasporto di droga o la segnalazione di altre persone in difficoltà».
Chiediamo da quali categorie arrivano le chiamate più frequenti. «Ristoratori, piccoli artigiani, albergatori, piccolissime imprese che di solito agiscono sul filo della liquidità», spiega Rando. «Nelle chiamate ci dicono che ricevono offerte di denaro da più parti. Si sta invertendo il fenomeno, i finti benefattori stanno dilagando. Prima era l'indebitato a cercare». Vincenza Rando parla anche di un altro meccanismo di usura: «I fallimenti pilotati dalla malavita per impossessarsi a costi bassi dei beni delle aziende. Il primo passo è il prestito usuraio all'imprenditore in difficoltà. Quando questo non riesce a pagare le rate, ecco che la malavita fa entrare un socio in azienda che prima affianca il proprietario e poi fagocita l'attività o la porta al fallimento». Fondamentale per arginare questa spirale, dice Rando, è che lo Stato «non lasci spazi tra vecchie e nuove povertà».
«L'usura che sta dilagando oggi emergerà come denunce e intervento dell'autorità giudiziaria tra un paio di anni», ci spiega Lino Busà, responsabile nazionale di Sos impresa di Confesercenti. «Ora chi cade nell'usura non sa ancora di essere una vittima, pensa solo di aver risolto il problema della liquidità. Le denunce, pochissime, arrivano quando scattano le minacce, le ritorsioni, con l'espoliazione dei beni», continua Busà. «Le richieste di aiuto stanno arrivando da proprietari di piccoli negozi di alimentari, di calzature, di fiori, di mobili, ambulanti. Spesso sono persone tra i 48 e i 55 anni che, espulse dal lavoro con la precedente crisi economica, hanno tentato in questi anni di riconvertirsi aprendo un'attività. Sono i più fragili, magari già indebitati con le banche che li incalzano e ora il Covid ha inferto loro il colpo di grazia. Alcuni ci dicono che hanno già prestiti a strozzo e che le difficoltà a rientrare sono aumentate. Bastano poche migliaia di euro per avere il cappio al collo. Chi ha bisogno di soldi, li vuole subito e solo gli strozzini fanno questo servizio immediato». Ma il dilagare dell'usura porterà anche a un aumento delle denunce? «Non penso», replica il responsabile di Sos impresa. «Chi cade in questo girone infernale è vittima non solo dei suoi carnefici ma anche della vergogna. Uscire allo scoperto vuol dire esporsi al giudizio della propria famiglia, dell'ambiente sociale in cui si vive. L'usura poi corrode nell'intimo, annichilisce qualsiasi voglia di reagire, porta ad azioni inconcepibili prima. La malavita costringe a fare il corriere di partite di droga o a tenerla in casa, a dare abitazione fittizia ad immigrati per avere il permesso di soggiorno».
Quanto alla giustizia, spesso si rivela un deterrente inefficace. «Non più del 30% delle denunce di usura si conclude con una condanna», racconta Busà. «Un processo per usura è complicato perché è difficile l'acquisizione delle prove, dal momento che l'attività si svolge con soldi contanti. Poi gli usurai hanno buoni avvocati. Se condannati in primo grado, fanno appello e arrivano fino alla Cassazione. Passano anni e il reato cade nella prescrizione. Nel frattempo l'usuraio continua a svolgere la sua attività. L'usura è un reato vasto a cui non si può sfuggire con facilità. Lo strozzino non agisce da solo ma tramite una rete».
Il coordinatore provinciale di Bergamo di Libera, Francesco Breviario, fotografa per La Verità la situazione nel Nord. «Riceviamo sempre più segnalazioni di aziende che stanno esaurendo la liquidità e temono di non farcela. Ricordate la telefonata intercettata tra due imprenditori dell'Aquila che definivano una botta di fortuna il terremoto del 2009, pensando ai soldi che avrebbero potuto intascare con gli appalti per la ricostruzione delle zone distrutte? Quelle parole ci devono servire da monito per vigilare». L'Osservatorio del Piemonte sui fenomeni di usura e estorsione ha rilevato un aumento da 1 a 10 del numero delle persone (imprenditori soprattutto) che sarebbero in condizioni economicamente critiche. «La criminalità organizzata si sta attrezzando per sostituire il welfare che non arriva», afferma Breviario.
La pericolosità della situazione è nei numeri di un sondaggio effettuato da Cribis-Workininvoice su oltre mille imprese, in cui emerge che il 70% del campione ha liquidità al massimo per tre mesi. Su questi l'usura ha acceso i riflettori. Al Viminale i primi segnali del fenomeno cominciano ad arrivare. Solo a marzo l'usura ha registrato un aumento del 9,1%. Una escalation superiore a qualsiasi altro reato.
I criminali puntano a rifarsi un’immagine da «benefattori»
«L'usura sta mutando, sta cambiando forma. Il tema a cui stiamo assistendo adesso è più grave. Dopo anni di lotta, questa tipologia di criminalità godeva del massimo discredito. Ora è tornata a vestire i panni del benefattore, recuperando quell'immagine di sostituto dello Stato assente che aveva perduto. Chi ha bisogno di denaro trova nella criminalità un'assistenza rapida e senza nemmeno la pressione di una contropartita immediata. Spesso il prestito è a tassi simili a quelli delle banche. In questo momento l'obiettivo della criminalità non è fare soldi con l'usura. Ci sono ben altri modi, molto più efficaci e redditizi. L'obiettivo è riacquisire sul territorio un passaporto di affidabilità, recuperare il ruolo di benefattore. Il padrino torna ad essere colui a cui ci si può rivolgere nella difficoltà, un protettore». È spietata e drammatica l'analisi del prefetto Annapaola Porzio, commissario straordinario del governo per le iniziative antiracket e antiusura e presidente del Comitato di solidarietà che gestisce il fondo per le vittime che hanno denunciato l'usura. «Stanno riemergendo atteggiamenti che erano scomparsi. Cedere alla criminalità usuraia era diventato un disvalore. Ora questa mafia ha l'occasione di trovare un nuovo riconoscimento, una nuova credibilità. L'usura è un reato complicato con dinamiche anche psicologiche. La vittima percepisce lo strozzino come colui che gli è vicino, che lo sta aiutando».
Porzio dice fuori dai denti che «non dobbiamo farci illusioni. Nonostante l'impegno dello Stato, abbiamo difficoltà a competere con chi ha il portafoglio gonfio e avvicina chi è nel bisogno anche con piccole azioni come portare a casa la busta della spesa o aiutare il disoccupato nelle procedure per avere i finanziamenti pubblici». Vuol dire che la burocrazia sta aiutando la malavita? Su questo Porzio mette i puntini sulle i: «Stiamo attenti. Le regole imposte che noi chiamiamo burocrazia sono pesanti ma servono a tutelarci. Vanno tagliate con molta accortezza, perché sono anche un presidio della nostra sicurezza».
Le chiediamo di quantificarci l'espansione in atto dell'usura. «Abbiamo sensori sul territorio, quanto ai numeri, le denunce sono coperte dal segreto istruttorio e bisogna aspettare l'avvio dei processi. L'entità del fenomeno emergerà più avanti». Per arginarlo indica due azioni: una campagna massiccia di informazione «perché le persone devono sapere a cosa vanno incontro», e fare arrivare le risorse alle famiglie il più rapidamente possibile. E rivela che il fondo di solidarietà alle vittime, gestito dal suo ufficio, ha erogato nell'arco soltanto di due mesi, quasi 5 milioni di euro. Questo vuol dire che la situazione è davvero grave.
Da Roma a Palermo. Il procuratore aggiunto alla direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano, Salvatore De Luca, il magistrato che ha firmato le ultime grandi inchieste su Cosa nostra, conferma alla Verità che si sta intensificando l'azione predatoria della mafia ai danni delle piccole e medie imprese in difficoltà. Il meccanismo è semplice, spiega: «L'imprenditore in crisi economica viene avvicinato dal soggetto mafioso che propone di aiutarlo in vario modo, o con un prestito o affiancandogli nella società un socio. Questo a poco a poco svuota l'impresa e se ne impadronisce, finché l'imprenditore o viene messo di lato o perde la titolarità. Cosa nostra si insinua nella società, fino a espropriarla. Questo è un meccanismo tradizionale che viene attuato costantemente dove c'è un imprenditore in crisi . È presumibile che in questo periodo si faccia più insistente. In questo momento ci sono i prodromi, l'intensificazione notevole verrà tra qualche tempo. Le attività della malavita durante il Covid si sono ridotte perché i contatti sociali si sono diradati. Ma i segnali ci dicono che il fenomeno può acuirsi e diventerà massivo di qui a breve».
Ma Cosa nostra si muove anche nel Centro Nord, tra Lazio, Emilia Romagna e Lombardia, dove ricicla il denaro acquisendo piccole e medie imprese in difficoltà. De Luca spiega che è in atto anche un'altra forma di espansione del controllo del territorio, favorito dalla crisi. «Cosa nostra, oltre a esercitare violenza e minaccia, cerca il consenso in certi strati sociali e in questo periodo lo fa attraverso forme assistenziali. L'usura non viene attivata direttamente dall'uomo d'onore ma da suoi gregari. Questa mafia svolge una funzione di intermediazione. Il pericolo dell'usura è elevatissimo perché la crisi economica potrebbe essere in futuro molto più forte. La criminalità organizzata è pronta a sfruttare la situazione».
«Io, fregato dal panico di perdere benessere»
«Gli ho dato appuntamento alla stazione centrale, un luogo di solito affollato. Ero terrorizzato, dovevo dire che non ce la facevo più, non potevo più pagare, non avevo nulla. Sono arrivati in quattro, mi hanno caricato su un'auto, incappucciato, e mi sono ritrovato in montagna, in una cascina. Lì il martirio. Calci, sputi, ingiurie, pugni, poi le percosse con una sbarra di ferro fino a rompermi un braccio e quasi a farmi perdere i sensi. Otto lunghe, interminabili ore di sevizie. Pensavo di morire, volevo morire. Mi hanno lasciato davanti a casa che ero un grumo di sangue. È stato allora che ho deciso di denunciare». È questo l'epilogo del dramma di Antonio Anile, vittima dell'usura e ora coordinatore di Sos impresa per il Lazio. La sua denuncia si risolse con una prima condanna di sei imputati a 7 anni. Poi dopo l'appello due sono stati prosciolti e in Cassazione è arrivata per gli altri la condanna a due anni, non per usura ma per altri reati.
La sua testimonianza che qui abbiamo voluto riportare, è esemplificativa di come agisce la malavita dedita al prestito di denaro. Siamo a Reggio Calabria, Antonio Anile è un ricco broker finanziario di una società. «La mia vita filava liscia, una famiglia serena, bella casa, auto di grossa cilindrata, circolo del tennis, vita mondana brillante. Un giorno il responsabile dell'azienda mi chiama insieme agli altri dipendenti e dice che vuole fondare un'altra società. Ci chiede di versare 70.000 euro ciascuno. In caso contrario avrebbe chiuso l'attività. Sul conto in banca avevo poca liquidità. Guadagnavo molto bene ma spendevo anche tanto. Sono entrato nel panico. Vedevo davanti a me lo spettro della disoccupazione, la mia condizione di benessere compromessa».
L'aiuto di un «amico»
Ed è a quel punto, in uno stato di fragilità, che arriva l'usuraio travestito da amico. «Un collaboratore mi faceva da autista. Un rapporto cordiale, anche di amicizia. Ho la leggerezza di confidargli le mie preoccupazione. Lui mi mette una mano sulla spalla e, quasi con affetto, mi dice di non temere, a tutto c'è un rimedio. Mi sono sentito compreso, che sciocco. Dopo due giorni viene a casa, in mano ha una busta del pane. È per te, dice. Dentro ci sono 70.000 euro».
Nessun sospetto?, chiediamo. «Mi dice che sono i suoi risparmi, che non c'è fretta per restituirli. Sembra incredibile ma in quell'istante non mi sono posto tante domande. Avevo i soldi, la mia salvezza tra le mani. Così non ho dato peso alla richiesta di lasciargli il libretto degli assegni in bianco ma firmati. La sua voce era rassicurante: scriverò le cifre quando me lo dirai e andrò in banca a ritirare i soldi».
E i 70.000 euro al suo superiore che fine hanno fatto? La nuova società? La voce di Antonio resta sospesa un attimo. «Il mio capo, fatto il bottino, è sparito all'estero. Di lì a un paio di giorni il direttore della mia banca mi chiama per comunicarmi che gli è arrivato un assegno da 30.000 euro con la mia firma. Sul conto avevo solo 5.000 euro. Chiamo l'autista ma non risponde, lo cerco insistentemente per ore. Niente. Ancora non capivo dove ero finito. Il mio pensiero in quel momento era coprire l'assegno».
Verso la rovina
E allora? «Ho portato i miei tre Rolex al monte dei pegni». Quando ha capito in che mani era finito? «Dopo un paio di giorni riesco a contattare l'autista, lo affronto e lui esce allo scoperto, mi insulta, mi umilia. “Non conti un ca…, sei un pezzo di m…", urla, e mi annuncia che l'indomani avrebbe riscosso un altro assegno da 30.000 euro. La discesa nel baratro è stata veloce. Ho venduto i gioielli di mia moglie, svuotato il conto di mio figlio. Non dimenticherò mai la sera in cui ho dovuto confessare tutto alla mia famiglia. L'incubo di minacce e ricatti è andato avanti per oltre un anno. Finiti i soldi, mi hanno costretto a reclutare altre vittime. Per terrorizzarmi, mi hanno lasciato nella posta tre proiettili con sopra il mio nome e quello dei miei familiari. Solo dopo il sequestro e le percosse ho deciso di sporgere denuncia. È emerso che dietro all'usura c'erano boss della 'ndrangheta. Ho dovuto lasciare Reggio Calabria, nessuno mi salutava più, ho divorziato da mia moglie e vedo mio figlio in modo segreto. Ora dedico la mia vita alla lotta contro questa sporcizia».
«Sanno chi ha debiti e se ne approfittano»
«Le persone che ci chiedono aiuto stanno crescendo in modo esponenziale in questa crisi da Covid. Ed è solo l'inizio. C'è chi ha perso il lavoro, o è in cassa integrazione. “Non ho i soldi per mangiare", mi dicono. Dopo la pandemia del virus temo che ci sarà quella dell'usura. I segnali ci sono». Monsignor Alberto D'Urso, presidente della Consulta nazionale antiusura che riunisce 33 fondazioni in tutta Italia impegnate nella lotta a questa forma di malavita, può concedere pochi minuti alla Verità. «Siamo impegnati tutto il giorno. Ieri sera a mezzanotte mi arriva la chiamata di un pensionato: “Mia figlia ha perso il posto non può pagare il mutuo, temo che finisca sulla brutta strada. Mio figlio è stato buttato fuori dall'officina e dice che un amico gli vuole dare dei soldi"».
Come stanno agendo le organizzazioni dell'usura? «Ora individuano i soggetti più deboli, sono molto informati. Sanno chi ha debiti e al momento giusto sono pronti a rilevare la casa a prezzi stracciati. Chi non ha nemmeno un bene da cedere, diventa manovalanza della criminalità, procacciatore di altre vittime. Abbiamo casi in cui moglie e figlie sono avviate alla prostituzione per compensare gli strozzini. È già emerso un aumento della richiesta di denaro alla nostra Fondazione. L'anno scorso abbiamo offerto garanzie a oltre 500 persone per ottenere prestiti bancari per 3,5 milioni di euro. Mi aspetto che le cifre si moltiplichino in modo esponenziale nei prossimi mesi».
Monsignor D'Urso è un fiume in piena. La sua Fondazione si occupa soprattutto di prevenzione, fornendo garanzie alle banche per consentire a chi è bisognoso di accedere al credito. Svolge anche assistenza a chi decide di denunciare la malavita. Lancia il sasso: «Abbiamo segnalato al governo l'aumento dei casi di usura chiedendo che vengano sospese le rate dei mutui alle famiglie precipitate in povertà, ma finora nessuna risposta. Stamane ho ricevuto una persona disperata. Era arrivata ad accumulare un interesse usuraio del 400%. Gli affiancherò un avvocato nella denuncia, tutto a mie spese. Un'altra aveva ricevuto in 8 anni prestiti per 1,2 milioni e si è trovata a doverne restituire quasi 2. Situazioni drammatiche che nascono anche da piccole cifre. Pochi giorni fa, nel Napoletano, una persona si è suicidata perché non riusciva a saldare i debiti con la malavita. Non sarà un caso isolato, temo».
Il centralino dell'associazione continua a squillare. L'ultima iniziativa messa in campo è una convenzione con la Regione Puglia che metterà a disposizione delle fondazioni somme destinate a pagare le rate dei mutui, rimaste sospese, di famiglie cadute in povertà. Una goccia in un deserto.
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Associazioni in allarme: con le aziende in ginocchio per la chiusura forzata e il governo inerte, la malavita gode. «Lo strozzinaggio esploderà tra due o tre mesi» Ma è già il reato della fase 2: a marzo boom del 9,1%Il prefetto Annapaola Porzio e il pm Salvatore De Luca: la crisi occasione per la mafia di recuperare credito. Se lo Stato non c'è, subentrano i clanLa testimonianza di Antonio Anile, ex broker finito nella rete dei ricattatori e oggi in prima fila nel combatterliMonsignor D'Urso: «Vanno sospesi i mutui alle famiglie impoverite. Da Conte nessuna risposta».Lo speciale contiene quattro articoliTorino, Fondazione San Matteo, un giorno come tanti altri nel lockdown del coronavirus. Il telefono non smette di squillare. «Mi hanno portato via tutto, ora vivo dentro il mio camion, è l'unica cosa che mi è rimasta ma non so per quanto. Avevo bisogno di 5.000 euro per rimetterlo a posto, altrimenti non potevo lavorare. Non riesco a togliermeli di torno, mi chiedono di più, sempre di più, mi minacciano. Ho bisogno di soldi, aiutatemi». Dall'altra parte del telefono: «Li denunci, avrà la nostra assistenza». «Non posso, ho due figli piccoli». E chiude. Chiamate come questa ne stanno arrivando a decine alle associazioni della lotta all'usura. Il fenomeno si sta intensificando di giorno in giorno ed è solo la punta di un'iceberg. Dietro ogni vittima degli strozzini che trova il coraggio anche solo per alzare il telefono, ce ne sono cinquanta, cento, che vivono nel silenzio di una realtà buia fatta di ricatti, minacce, di asservimento totale in una condizione che è peggio della schiavitù, perché, come dice alla Verità Roberto Mollo, presidente della Fondazione San Matteo, le vittime non vengono solo spogliate dei beni ma perdono il loro essere uomini, diventano automi, marionette nelle mani del malavitoso.«Noi adesso stiamo vedendo i prodromi di un fenomeno che», prevede Mollo, «esploderà tra uno o due mesi, quando professionisti, piccoli artigiani e commercianti, partite Iva, ambulanti avranno esaurito i pochi risparmi in cassa. La crisi dura emergerà in autunno e allora sarà una mattanza. Avete presente la rete a strascico? Gli usurai l'hanno gettata nel mare degli indebitati, a breve la ritireranno e sarà pesca grossa. La trappola può scattare anche partendo da un prestito di 50-100 euro».Vincenza Rando, vicepresidente nazionale di Libera associazioni nomi e numeri contro le mafie, di cui è stata anche avvocato di parte civile in vari processi contro la criminalità organizzata, sta vagliando le informazioni che arrivano dai vari enti e fondazioni impegnati contro l'usura. «Le segnalazioni si stanno intensificando e sta emergendo anche una mutazione delle dinamiche messe in atto dalla malavita. I clan stanno costituendo specie di associazioni benefiche che aiutano le famiglie in difficoltà, cominciando dalla semplice consegna della spesa. Hanno intensificato l'azione di ramificazione sul territorio. In questa fase prestano denaro non a tassi elevati, anche come quelli bancari, perché l'obiettivo non è il denaro, che hanno già in abbondanza da altre attività, ma il controllo di aree sempre più vaste. Stanno seminando, poi arriverà il momento di presentare il conto e allora sarà il consenso elettorale, o il trasporto di droga o la segnalazione di altre persone in difficoltà». Chiediamo da quali categorie arrivano le chiamate più frequenti. «Ristoratori, piccoli artigiani, albergatori, piccolissime imprese che di solito agiscono sul filo della liquidità», spiega Rando. «Nelle chiamate ci dicono che ricevono offerte di denaro da più parti. Si sta invertendo il fenomeno, i finti benefattori stanno dilagando. Prima era l'indebitato a cercare». Vincenza Rando parla anche di un altro meccanismo di usura: «I fallimenti pilotati dalla malavita per impossessarsi a costi bassi dei beni delle aziende. Il primo passo è il prestito usuraio all'imprenditore in difficoltà. Quando questo non riesce a pagare le rate, ecco che la malavita fa entrare un socio in azienda che prima affianca il proprietario e poi fagocita l'attività o la porta al fallimento». Fondamentale per arginare questa spirale, dice Rando, è che lo Stato «non lasci spazi tra vecchie e nuove povertà».«L'usura che sta dilagando oggi emergerà come denunce e intervento dell'autorità giudiziaria tra un paio di anni», ci spiega Lino Busà, responsabile nazionale di Sos impresa di Confesercenti. «Ora chi cade nell'usura non sa ancora di essere una vittima, pensa solo di aver risolto il problema della liquidità. Le denunce, pochissime, arrivano quando scattano le minacce, le ritorsioni, con l'espoliazione dei beni», continua Busà. «Le richieste di aiuto stanno arrivando da proprietari di piccoli negozi di alimentari, di calzature, di fiori, di mobili, ambulanti. Spesso sono persone tra i 48 e i 55 anni che, espulse dal lavoro con la precedente crisi economica, hanno tentato in questi anni di riconvertirsi aprendo un'attività. Sono i più fragili, magari già indebitati con le banche che li incalzano e ora il Covid ha inferto loro il colpo di grazia. Alcuni ci dicono che hanno già prestiti a strozzo e che le difficoltà a rientrare sono aumentate. Bastano poche migliaia di euro per avere il cappio al collo. Chi ha bisogno di soldi, li vuole subito e solo gli strozzini fanno questo servizio immediato». Ma il dilagare dell'usura porterà anche a un aumento delle denunce? «Non penso», replica il responsabile di Sos impresa. «Chi cade in questo girone infernale è vittima non solo dei suoi carnefici ma anche della vergogna. Uscire allo scoperto vuol dire esporsi al giudizio della propria famiglia, dell'ambiente sociale in cui si vive. L'usura poi corrode nell'intimo, annichilisce qualsiasi voglia di reagire, porta ad azioni inconcepibili prima. La malavita costringe a fare il corriere di partite di droga o a tenerla in casa, a dare abitazione fittizia ad immigrati per avere il permesso di soggiorno».Quanto alla giustizia, spesso si rivela un deterrente inefficace. «Non più del 30% delle denunce di usura si conclude con una condanna», racconta Busà. «Un processo per usura è complicato perché è difficile l'acquisizione delle prove, dal momento che l'attività si svolge con soldi contanti. Poi gli usurai hanno buoni avvocati. Se condannati in primo grado, fanno appello e arrivano fino alla Cassazione. Passano anni e il reato cade nella prescrizione. Nel frattempo l'usuraio continua a svolgere la sua attività. L'usura è un reato vasto a cui non si può sfuggire con facilità. Lo strozzino non agisce da solo ma tramite una rete».Il coordinatore provinciale di Bergamo di Libera, Francesco Breviario, fotografa per La Verità la situazione nel Nord. «Riceviamo sempre più segnalazioni di aziende che stanno esaurendo la liquidità e temono di non farcela. Ricordate la telefonata intercettata tra due imprenditori dell'Aquila che definivano una botta di fortuna il terremoto del 2009, pensando ai soldi che avrebbero potuto intascare con gli appalti per la ricostruzione delle zone distrutte? Quelle parole ci devono servire da monito per vigilare». L'Osservatorio del Piemonte sui fenomeni di usura e estorsione ha rilevato un aumento da 1 a 10 del numero delle persone (imprenditori soprattutto) che sarebbero in condizioni economicamente critiche. «La criminalità organizzata si sta attrezzando per sostituire il welfare che non arriva», afferma Breviario.La pericolosità della situazione è nei numeri di un sondaggio effettuato da Cribis-Workininvoice su oltre mille imprese, in cui emerge che il 70% del campione ha liquidità al massimo per tre mesi. Su questi l'usura ha acceso i riflettori. Al Viminale i primi segnali del fenomeno cominciano ad arrivare. Solo a marzo l'usura ha registrato un aumento del 9,1%. 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In questo momento l'obiettivo della criminalità non è fare soldi con l'usura. Ci sono ben altri modi, molto più efficaci e redditizi. L'obiettivo è riacquisire sul territorio un passaporto di affidabilità, recuperare il ruolo di benefattore. Il padrino torna ad essere colui a cui ci si può rivolgere nella difficoltà, un protettore». È spietata e drammatica l'analisi del prefetto Annapaola Porzio, commissario straordinario del governo per le iniziative antiracket e antiusura e presidente del Comitato di solidarietà che gestisce il fondo per le vittime che hanno denunciato l'usura. «Stanno riemergendo atteggiamenti che erano scomparsi. Cedere alla criminalità usuraia era diventato un disvalore. Ora questa mafia ha l'occasione di trovare un nuovo riconoscimento, una nuova credibilità. L'usura è un reato complicato con dinamiche anche psicologiche. La vittima percepisce lo strozzino come colui che gli è vicino, che lo sta aiutando». Porzio dice fuori dai denti che «non dobbiamo farci illusioni. Nonostante l'impegno dello Stato, abbiamo difficoltà a competere con chi ha il portafoglio gonfio e avvicina chi è nel bisogno anche con piccole azioni come portare a casa la busta della spesa o aiutare il disoccupato nelle procedure per avere i finanziamenti pubblici». Vuol dire che la burocrazia sta aiutando la malavita? Su questo Porzio mette i puntini sulle i: «Stiamo attenti. Le regole imposte che noi chiamiamo burocrazia sono pesanti ma servono a tutelarci. Vanno tagliate con molta accortezza, perché sono anche un presidio della nostra sicurezza». Le chiediamo di quantificarci l'espansione in atto dell'usura. «Abbiamo sensori sul territorio, quanto ai numeri, le denunce sono coperte dal segreto istruttorio e bisogna aspettare l'avvio dei processi. L'entità del fenomeno emergerà più avanti». Per arginarlo indica due azioni: una campagna massiccia di informazione «perché le persone devono sapere a cosa vanno incontro», e fare arrivare le risorse alle famiglie il più rapidamente possibile. E rivela che il fondo di solidarietà alle vittime, gestito dal suo ufficio, ha erogato nell'arco soltanto di due mesi, quasi 5 milioni di euro. Questo vuol dire che la situazione è davvero grave. Da Roma a Palermo. Il procuratore aggiunto alla direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano, Salvatore De Luca, il magistrato che ha firmato le ultime grandi inchieste su Cosa nostra, conferma alla Verità che si sta intensificando l'azione predatoria della mafia ai danni delle piccole e medie imprese in difficoltà. Il meccanismo è semplice, spiega: «L'imprenditore in crisi economica viene avvicinato dal soggetto mafioso che propone di aiutarlo in vario modo, o con un prestito o affiancandogli nella società un socio. Questo a poco a poco svuota l'impresa e se ne impadronisce, finché l'imprenditore o viene messo di lato o perde la titolarità. Cosa nostra si insinua nella società, fino a espropriarla. Questo è un meccanismo tradizionale che viene attuato costantemente dove c'è un imprenditore in crisi . È presumibile che in questo periodo si faccia più insistente. In questo momento ci sono i prodromi, l'intensificazione notevole verrà tra qualche tempo. Le attività della malavita durante il Covid si sono ridotte perché i contatti sociali si sono diradati. Ma i segnali ci dicono che il fenomeno può acuirsi e diventerà massivo di qui a breve». Ma Cosa nostra si muove anche nel Centro Nord, tra Lazio, Emilia Romagna e Lombardia, dove ricicla il denaro acquisendo piccole e medie imprese in difficoltà. De Luca spiega che è in atto anche un'altra forma di espansione del controllo del territorio, favorito dalla crisi. «Cosa nostra, oltre a esercitare violenza e minaccia, cerca il consenso in certi strati sociali e in questo periodo lo fa attraverso forme assistenziali. L'usura non viene attivata direttamente dall'uomo d'onore ma da suoi gregari. Questa mafia svolge una funzione di intermediazione. Il pericolo dell'usura è elevatissimo perché la crisi economica potrebbe essere in futuro molto più forte. La criminalità organizzata è pronta a sfruttare la situazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-mani-degli-usurai-2645964491.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="io-fregato-dal-panico-di-perdere-benessere" data-post-id="2645964491" data-published-at="1589131986" data-use-pagination="False"> «Io, fregato dal panico di perdere benessere» «Gli ho dato appuntamento alla stazione centrale, un luogo di solito affollato. Ero terrorizzato, dovevo dire che non ce la facevo più, non potevo più pagare, non avevo nulla. Sono arrivati in quattro, mi hanno caricato su un'auto, incappucciato, e mi sono ritrovato in montagna, in una cascina. Lì il martirio. Calci, sputi, ingiurie, pugni, poi le percosse con una sbarra di ferro fino a rompermi un braccio e quasi a farmi perdere i sensi. Otto lunghe, interminabili ore di sevizie. Pensavo di morire, volevo morire. Mi hanno lasciato davanti a casa che ero un grumo di sangue. È stato allora che ho deciso di denunciare». È questo l'epilogo del dramma di Antonio Anile, vittima dell'usura e ora coordinatore di Sos impresa per il Lazio. La sua denuncia si risolse con una prima condanna di sei imputati a 7 anni. Poi dopo l'appello due sono stati prosciolti e in Cassazione è arrivata per gli altri la condanna a due anni, non per usura ma per altri reati. La sua testimonianza che qui abbiamo voluto riportare, è esemplificativa di come agisce la malavita dedita al prestito di denaro. Siamo a Reggio Calabria, Antonio Anile è un ricco broker finanziario di una società. «La mia vita filava liscia, una famiglia serena, bella casa, auto di grossa cilindrata, circolo del tennis, vita mondana brillante. Un giorno il responsabile dell'azienda mi chiama insieme agli altri dipendenti e dice che vuole fondare un'altra società. Ci chiede di versare 70.000 euro ciascuno. In caso contrario avrebbe chiuso l'attività. Sul conto in banca avevo poca liquidità. Guadagnavo molto bene ma spendevo anche tanto. Sono entrato nel panico. Vedevo davanti a me lo spettro della disoccupazione, la mia condizione di benessere compromessa». L'aiuto di un «amico» Ed è a quel punto, in uno stato di fragilità, che arriva l'usuraio travestito da amico. «Un collaboratore mi faceva da autista. Un rapporto cordiale, anche di amicizia. Ho la leggerezza di confidargli le mie preoccupazione. Lui mi mette una mano sulla spalla e, quasi con affetto, mi dice di non temere, a tutto c'è un rimedio. Mi sono sentito compreso, che sciocco. Dopo due giorni viene a casa, in mano ha una busta del pane. È per te, dice. Dentro ci sono 70.000 euro». Nessun sospetto?, chiediamo. «Mi dice che sono i suoi risparmi, che non c'è fretta per restituirli. Sembra incredibile ma in quell'istante non mi sono posto tante domande. Avevo i soldi, la mia salvezza tra le mani. Così non ho dato peso alla richiesta di lasciargli il libretto degli assegni in bianco ma firmati. La sua voce era rassicurante: scriverò le cifre quando me lo dirai e andrò in banca a ritirare i soldi». E i 70.000 euro al suo superiore che fine hanno fatto? La nuova società? La voce di Antonio resta sospesa un attimo. «Il mio capo, fatto il bottino, è sparito all'estero. Di lì a un paio di giorni il direttore della mia banca mi chiama per comunicarmi che gli è arrivato un assegno da 30.000 euro con la mia firma. Sul conto avevo solo 5.000 euro. Chiamo l'autista ma non risponde, lo cerco insistentemente per ore. Niente. Ancora non capivo dove ero finito. Il mio pensiero in quel momento era coprire l'assegno». Verso la rovina E allora? «Ho portato i miei tre Rolex al monte dei pegni». Quando ha capito in che mani era finito? «Dopo un paio di giorni riesco a contattare l'autista, lo affronto e lui esce allo scoperto, mi insulta, mi umilia. “Non conti un ca…, sei un pezzo di m…", urla, e mi annuncia che l'indomani avrebbe riscosso un altro assegno da 30.000 euro. La discesa nel baratro è stata veloce. Ho venduto i gioielli di mia moglie, svuotato il conto di mio figlio. Non dimenticherò mai la sera in cui ho dovuto confessare tutto alla mia famiglia. L'incubo di minacce e ricatti è andato avanti per oltre un anno. Finiti i soldi, mi hanno costretto a reclutare altre vittime. Per terrorizzarmi, mi hanno lasciato nella posta tre proiettili con sopra il mio nome e quello dei miei familiari. Solo dopo il sequestro e le percosse ho deciso di sporgere denuncia. È emerso che dietro all'usura c'erano boss della 'ndrangheta. Ho dovuto lasciare Reggio Calabria, nessuno mi salutava più, ho divorziato da mia moglie e vedo mio figlio in modo segreto. Ora dedico la mia vita alla lotta contro questa sporcizia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-mani-degli-usurai-2645964491.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sanno-chi-ha-debiti-e-se-ne-approfittano" data-post-id="2645964491" data-published-at="1589131986" data-use-pagination="False"> «Sanno chi ha debiti e se ne approfittano» «Le persone che ci chiedono aiuto stanno crescendo in modo esponenziale in questa crisi da Covid. Ed è solo l'inizio. C'è chi ha perso il lavoro, o è in cassa integrazione. “Non ho i soldi per mangiare", mi dicono. Dopo la pandemia del virus temo che ci sarà quella dell'usura. I segnali ci sono». Monsignor Alberto D'Urso, presidente della Consulta nazionale antiusura che riunisce 33 fondazioni in tutta Italia impegnate nella lotta a questa forma di malavita, può concedere pochi minuti alla Verità. «Siamo impegnati tutto il giorno. Ieri sera a mezzanotte mi arriva la chiamata di un pensionato: “Mia figlia ha perso il posto non può pagare il mutuo, temo che finisca sulla brutta strada. Mio figlio è stato buttato fuori dall'officina e dice che un amico gli vuole dare dei soldi"». Come stanno agendo le organizzazioni dell'usura? «Ora individuano i soggetti più deboli, sono molto informati. Sanno chi ha debiti e al momento giusto sono pronti a rilevare la casa a prezzi stracciati. Chi non ha nemmeno un bene da cedere, diventa manovalanza della criminalità, procacciatore di altre vittime. Abbiamo casi in cui moglie e figlie sono avviate alla prostituzione per compensare gli strozzini. È già emerso un aumento della richiesta di denaro alla nostra Fondazione. L'anno scorso abbiamo offerto garanzie a oltre 500 persone per ottenere prestiti bancari per 3,5 milioni di euro. Mi aspetto che le cifre si moltiplichino in modo esponenziale nei prossimi mesi». Monsignor D'Urso è un fiume in piena. La sua Fondazione si occupa soprattutto di prevenzione, fornendo garanzie alle banche per consentire a chi è bisognoso di accedere al credito. Svolge anche assistenza a chi decide di denunciare la malavita. Lancia il sasso: «Abbiamo segnalato al governo l'aumento dei casi di usura chiedendo che vengano sospese le rate dei mutui alle famiglie precipitate in povertà, ma finora nessuna risposta. Stamane ho ricevuto una persona disperata. Era arrivata ad accumulare un interesse usuraio del 400%. Gli affiancherò un avvocato nella denuncia, tutto a mie spese. Un'altra aveva ricevuto in 8 anni prestiti per 1,2 milioni e si è trovata a doverne restituire quasi 2. Situazioni drammatiche che nascono anche da piccole cifre. Pochi giorni fa, nel Napoletano, una persona si è suicidata perché non riusciva a saldare i debiti con la malavita. Non sarà un caso isolato, temo». Il centralino dell'associazione continua a squillare. L'ultima iniziativa messa in campo è una convenzione con la Regione Puglia che metterà a disposizione delle fondazioni somme destinate a pagare le rate dei mutui, rimaste sospese, di famiglie cadute in povertà. Una goccia in un deserto.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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