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2019-09-12
Nella guerra del M5s per i sottosegretari: Buffagni e la Castelli puntano il Mef
Ansa
Salvate il soldato Danilo Toninelli. Mentre il M5s è alla stretta finale sulla scelta, assai travagliata, dei viceministri e dei sottosegretari, con parlamentari scatenati nella caccia alla poltrona e alla poltroncina, registriamo il gesto nobile di Toninelli. L'ex ministro dei Trasporti, brutalmente estromesso, avrebbe avuto un colloquio con Luigi Di Maio. Il capo politico del M5s non ha avvertito neanche con una telefonata i ministri M5s non riconfermati: Toninelli, Giulia Grillo, Barbara Lezzi, Elisabetta Trenta e Alberto Bonisoli hanno appreso direttamente dal premier Giuseppe Conte, in diretta tv, di non essere stati riconfermati. Toninelli l'ha presa malissimo, tanto che quando Di Maio gli ha chiesto «Cosa vuoi fare?», lui ha risposto: «Il semplice senatore».
Una lezione di disinteresse, quella di Toninelli, che si è tirato fuori dalla sfrenata corsa alla poltrona che sta mandando in frantumi il Movimento, a differenza di ex colleghi ministri come Barbara Lezzi ed Elisabetta Trenta, che diverse indiscrezioni segnalano pronte ad accettare la retrocessione a sottosegretario. «Domani (oggi per chi legge, ndr)», ha detto Conte, «sarebbe bene riuscire a completare la squadra dei sottosegretari». La giornata di ieri, quindi, è stata caratterizzata da fibrillazioni continue. Il metodo scelto da Di Maio, che ha visto i membri di ciascuna commissione parlamentare indicare una rosa di cinque potenziali sottosegretari per il relativo ministero, non è stata accettata di buon grado dalla maggioranza di deputati e senatori, che alla fine però hanno fatto buon viso a cattivo gioco.
Ieri Di Maio ha ricevuto le rose di nomi, e oggi l'elenco dovrebbe essere sottoposto a Conte. Niente da fare per i presidenti di commissione che aspiravano a un ruolo di governo: «Siamo convinti», hanno affermato attraverso una stizzita nota i presidenti di commissione del M5s alla Camera, Marta Grande, Filippo Gallinella, Carla Ruocco, Giuseppe Brescia, Marialucia Lorefice, Gianluca Rizzo e Luigi Gallo, «che i nomi che verranno selezionati saranno tra le figure migliori del gruppo parlamentare e non solo. Abbiamo detto a più riprese che adempieremo al nostro ruolo fino alla scadenza naturale e speriamo che ciò valga per tutti». In realtà alcuni di loro, soprattutto i fedelissimi di Roberto Fico, come Ruocco, Gallo e Brescia, avrebbero gradito la nomina, ma quando hanno capito di essere quasi certamente fuori dai giochi hanno messo nero su bianco il loro «no grazie».
Vediamo in ogni caso chi sono gli esponenti del M5s in pole position per una poltrona di governo. Al Mef conferma in vista per il viceministro uscente Laura Castelli, mentre Stefano Buffagni è in lizza anche per le Infrastrutture; agli Esteri, il sottosegretario uscente Manlio Di Stefano va verso la riconferma, così come Vittorio Ferraresi alla Giustizia; alle Infrastrutture dovrebbero andare Emanuele Dessì, Giulia Lupo o Giancarlo Cancelleri (che potrebbe però approdare all'Innovazione, dove viene dato per certo anche Luca Carabetta); all'Interno, conferma in vista per Carlo Sibilia, mentre è in arrivo Vittoria Baldino (Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, sarebbe orientato a restare al suo posto, in attesa delle regionali in Calabria: è in lizza per la candidatura a presidente).
Conferma probabile per i sottosegretari uscenti Vincenzo Santangelo e Simona Valente (Rapporti col Parlamento); Mattia Fantinati (Pa); Vito Crimi (Editoria, ma deve vedersela con Emilio Carelli); alla Cultura, con il ruolo di viceministro, approda il capogruppo alla Camera, Francesco d'Uva; Lucia Azzolina andrà all'Istruzione. Claudio Cominardi dovrebbe restare al Lavoro.
Veniamo al Pd, dove impera il buon vecchio correntismo, che rende più semplice la definizione della squadra. All'Economia, in pole position ci sono Antonio Misiani e Claudio De Vincenti; agli Esteri, Marina Sereni (viceministro) e Lia Quartapelle, ma c'è in ballo anche Piero De Luca; alla Giustizia, andrebbero Gennaro Migliore (che gioca un derby partenopeo con Valeria Valente), Walter Verini o Salvatore Margiotta; all'Interno, chance per Emanuele Fiano e Franco Mirabelli; Andrea Martella è in lizza per l'Editoria, mentre Anna Ascani è in pole per la carica di viceministro all'Istruzione. Circolano anche i nomi di Roberto Morassut e Gian Paolo Manzella, mentre ieri i bene informati raccontavano di un Nicola Oddati, responsabile per il Sud della segretaria nazionale Pd, deluso per la probabile esclusione.
Per Leu, poltrona di sottosegretario all'Ambiente quasi certa per Rossella Muroni; in lizza anche Michela Rostan e Loredana De Petris. Qualche chance per Arturo Scotto. La volontà del premier Conte è di nominare viceministri e sottosegretari nel cdm di oggi alle 15. Non sono pochi, nel M5s, a prevedere un'ira funesta, con possibili scelte autonome del premier, se il M5s non avrà trovato la quadra.
Intanto, ieri Di Maio ha incontrato alla Farnesina il gruppo economico del M5s per fare il punto in vista dell'Ecofin ed Eurogruppo di venerdì e sabato prossimo. Un'iniziativa, non la prima di questo genere, che inasprisce le tensioni con il premier: una di quelle «sgrammaticature istituzionali» che Conte aveva raccomandato di evitare.
L'invasione di boiardi in quota Pd. Gualtieri vuole gli uomini di Padoan
Mandarini all'assalto dei capi di gabinetto dei nuovi ministeri del governo giallorosso. Non ci sono solo da definire i sottosegretari, tra oggi e domani saranno riempite le caselle degli organigrammi dei vari dicasteri, la spina dorsale dell'esecutivo e dello Stato. Da giorni circolano indiscrezioni su ritorni eccellenti, come quello di Roberto Garofoli al Mef, ma anche di uscite importanti come quella di Vito Cozzoli dal Mise o di Matteo Piantedosi, capo di gabinetto del ministero dell'Interno di Matteo Salvini. Come al Mef e al Mise, anche al Viminale dove è arrivata Luciana Lamorgese gli equilibri sono delicati. Serve una svolta rispetto al precedente esecutivo, ma l'ex prefetto di Milano dovrebbe cambiare solo il capo di gabinetto, scegliendo forse il prefetto Renato Saccone, ora nel capoluogo lombardo.
Del vecchio governo gialloblù resta «qualcosa», come gli uomini dei ministeri di Alfonso Bonafede (Giustizia) e Sergio Costa (Ambiente): in quest'ultimo dicastero c'è Pier Luigi Petrillo, già capo legislativo di Vincenzo De Luca in Campania. Resistono anche i dirigenti alla presidenza del Consiglio dei ministri dove il premier Giuseppe Conte ha confermato i suoi, come Andrea Benvenuti, capo della segreteria tecnica già segretario particolare del premier, o Ermanno di Francisco al Dagl (Dipartimento affari giuridici e legislativi). Più in generale c'è un ritorno massiccio di personale che arriva dal Partito democratico, tra renziani, dalemiani, figli di ex onorevoli del Pci e qualche fedelissimo della Margherita, quel che resta della sinistra Dc. A quanto pare Luigi Carbone, capo di gabinetto del Mef, dovrebbe riuscire a essere confermato, non senza polemiche. Ma nella giornata di ieri è tornato a circolare per il suo posto il nome di Paolo Aquilanti, cinque anni fa con l'ex ministro Maria Elena Boschi ai Rapporti con il parlamento e poi segretario generale alla presidenza del Consiglio dei governi Renzi e Gentiloni.
Da una settimana le indiscrezioni sul ritorno di Garofoli hanno creato un clima di sospetti in via XX Settembre, in particolare su Lucilla Perrone, capo segreteria già nella precedente legislatura. Nel nuovo Mef di Roberto Gualtieri, membro di spicco della fondazione Italiani Europei di Massimo D'Alema, sono in arrivo poi Federico Giammusso, già consigliere del ministro Pier Carlo Padoan, molto vicino anche a Enrico Giovannini, presidente dell'Istat. Giammusso dovrebbe essere capo segreteria tecnica di Gualtieri, mentre la segreteria particolare del ministro sarà in capo a Ignazio Vacca, già responsabile delle relazioni industriali di Poste italiane, figlio dello storico Giuseppe Vacca, quest'ultimo membro del comitato centrale del Pci dal 1972 al 1991 e già presidente della Fondazione Antonio Gramsci. Al Mef si parla anche di un ritorno di Roberto Basso, ex portavoce di Padoan.
Al Mise è ancora nebbia fitta. Cozzoli - allontanato da Carlo Calenda per poi essere richiamato da Luigi Di Maio - è in attesa di sapere il suo destino. Ci sarebbe un'ipotesi che lo vedrebbe in uscita per un posto in Agcom o Invitalia, mentre il suo posto lo prenderebbe l'attuale vice, Elena Lorenzini. Al legislativo del Mise sembra destinato invece Enrico Esposito, già vice nel Conte I. Al ministero degli Affari regionali di Francesco Boccia arriva invece Francesco Rana, storico braccio destro del dem pugliese, già vice capo di gabinetto dell'ex ministro per la Pa Marianna Madia. Agli Esteri Ettore Sequi, già ambasciatore a Pechino, seguirà le mosse di Di Maio. Al ministero dei Trasporti come capo di gabinetto arriva Alberto Stancanelli, già numero uno nel ministero di Claudio De Vincenti nel governo Gentiloni: troverà sua moglie Patrizia Scarchilli, dirigente al Mit con delega sui porti. Pietro Serino dovrebbe restare alla Difesa con Lorenzo Guerini.
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Oggi l'elenco definitivo. Nuovo sgarbo di Luigi Di Maio verso Giuseppe Conte: convoca i responsabili economici grillini alla Farnesina.L'invasione dei boiardi in quota Pd. Roberto Gualtieri vuole gli uomini di Pier Carlo Padoan. Cambio al Viminale: a capo del gabinetto potrebbe arrivare il neo prefetto di Milano.Lo speciale comprende due articoli. Salvate il soldato Danilo Toninelli. Mentre il M5s è alla stretta finale sulla scelta, assai travagliata, dei viceministri e dei sottosegretari, con parlamentari scatenati nella caccia alla poltrona e alla poltroncina, registriamo il gesto nobile di Toninelli. L'ex ministro dei Trasporti, brutalmente estromesso, avrebbe avuto un colloquio con Luigi Di Maio. Il capo politico del M5s non ha avvertito neanche con una telefonata i ministri M5s non riconfermati: Toninelli, Giulia Grillo, Barbara Lezzi, Elisabetta Trenta e Alberto Bonisoli hanno appreso direttamente dal premier Giuseppe Conte, in diretta tv, di non essere stati riconfermati. Toninelli l'ha presa malissimo, tanto che quando Di Maio gli ha chiesto «Cosa vuoi fare?», lui ha risposto: «Il semplice senatore». Una lezione di disinteresse, quella di Toninelli, che si è tirato fuori dalla sfrenata corsa alla poltrona che sta mandando in frantumi il Movimento, a differenza di ex colleghi ministri come Barbara Lezzi ed Elisabetta Trenta, che diverse indiscrezioni segnalano pronte ad accettare la retrocessione a sottosegretario. «Domani (oggi per chi legge, ndr)», ha detto Conte, «sarebbe bene riuscire a completare la squadra dei sottosegretari». La giornata di ieri, quindi, è stata caratterizzata da fibrillazioni continue. Il metodo scelto da Di Maio, che ha visto i membri di ciascuna commissione parlamentare indicare una rosa di cinque potenziali sottosegretari per il relativo ministero, non è stata accettata di buon grado dalla maggioranza di deputati e senatori, che alla fine però hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Ieri Di Maio ha ricevuto le rose di nomi, e oggi l'elenco dovrebbe essere sottoposto a Conte. Niente da fare per i presidenti di commissione che aspiravano a un ruolo di governo: «Siamo convinti», hanno affermato attraverso una stizzita nota i presidenti di commissione del M5s alla Camera, Marta Grande, Filippo Gallinella, Carla Ruocco, Giuseppe Brescia, Marialucia Lorefice, Gianluca Rizzo e Luigi Gallo, «che i nomi che verranno selezionati saranno tra le figure migliori del gruppo parlamentare e non solo. Abbiamo detto a più riprese che adempieremo al nostro ruolo fino alla scadenza naturale e speriamo che ciò valga per tutti». In realtà alcuni di loro, soprattutto i fedelissimi di Roberto Fico, come Ruocco, Gallo e Brescia, avrebbero gradito la nomina, ma quando hanno capito di essere quasi certamente fuori dai giochi hanno messo nero su bianco il loro «no grazie».Vediamo in ogni caso chi sono gli esponenti del M5s in pole position per una poltrona di governo. Al Mef conferma in vista per il viceministro uscente Laura Castelli, mentre Stefano Buffagni è in lizza anche per le Infrastrutture; agli Esteri, il sottosegretario uscente Manlio Di Stefano va verso la riconferma, così come Vittorio Ferraresi alla Giustizia; alle Infrastrutture dovrebbero andare Emanuele Dessì, Giulia Lupo o Giancarlo Cancelleri (che potrebbe però approdare all'Innovazione, dove viene dato per certo anche Luca Carabetta); all'Interno, conferma in vista per Carlo Sibilia, mentre è in arrivo Vittoria Baldino (Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, sarebbe orientato a restare al suo posto, in attesa delle regionali in Calabria: è in lizza per la candidatura a presidente).Conferma probabile per i sottosegretari uscenti Vincenzo Santangelo e Simona Valente (Rapporti col Parlamento); Mattia Fantinati (Pa); Vito Crimi (Editoria, ma deve vedersela con Emilio Carelli); alla Cultura, con il ruolo di viceministro, approda il capogruppo alla Camera, Francesco d'Uva; Lucia Azzolina andrà all'Istruzione. Claudio Cominardi dovrebbe restare al Lavoro.Veniamo al Pd, dove impera il buon vecchio correntismo, che rende più semplice la definizione della squadra. All'Economia, in pole position ci sono Antonio Misiani e Claudio De Vincenti; agli Esteri, Marina Sereni (viceministro) e Lia Quartapelle, ma c'è in ballo anche Piero De Luca; alla Giustizia, andrebbero Gennaro Migliore (che gioca un derby partenopeo con Valeria Valente), Walter Verini o Salvatore Margiotta; all'Interno, chance per Emanuele Fiano e Franco Mirabelli; Andrea Martella è in lizza per l'Editoria, mentre Anna Ascani è in pole per la carica di viceministro all'Istruzione. Circolano anche i nomi di Roberto Morassut e Gian Paolo Manzella, mentre ieri i bene informati raccontavano di un Nicola Oddati, responsabile per il Sud della segretaria nazionale Pd, deluso per la probabile esclusione. Per Leu, poltrona di sottosegretario all'Ambiente quasi certa per Rossella Muroni; in lizza anche Michela Rostan e Loredana De Petris. Qualche chance per Arturo Scotto. La volontà del premier Conte è di nominare viceministri e sottosegretari nel cdm di oggi alle 15. Non sono pochi, nel M5s, a prevedere un'ira funesta, con possibili scelte autonome del premier, se il M5s non avrà trovato la quadra.Intanto, ieri Di Maio ha incontrato alla Farnesina il gruppo economico del M5s per fare il punto in vista dell'Ecofin ed Eurogruppo di venerdì e sabato prossimo. 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Da giorni circolano indiscrezioni su ritorni eccellenti, come quello di Roberto Garofoli al Mef, ma anche di uscite importanti come quella di Vito Cozzoli dal Mise o di Matteo Piantedosi, capo di gabinetto del ministero dell'Interno di Matteo Salvini. Come al Mef e al Mise, anche al Viminale dove è arrivata Luciana Lamorgese gli equilibri sono delicati. Serve una svolta rispetto al precedente esecutivo, ma l'ex prefetto di Milano dovrebbe cambiare solo il capo di gabinetto, scegliendo forse il prefetto Renato Saccone, ora nel capoluogo lombardo. Del vecchio governo gialloblù resta «qualcosa», come gli uomini dei ministeri di Alfonso Bonafede (Giustizia) e Sergio Costa (Ambiente): in quest'ultimo dicastero c'è Pier Luigi Petrillo, già capo legislativo di Vincenzo De Luca in Campania. Resistono anche i dirigenti alla presidenza del Consiglio dei ministri dove il premier Giuseppe Conte ha confermato i suoi, come Andrea Benvenuti, capo della segreteria tecnica già segretario particolare del premier, o Ermanno di Francisco al Dagl (Dipartimento affari giuridici e legislativi). Più in generale c'è un ritorno massiccio di personale che arriva dal Partito democratico, tra renziani, dalemiani, figli di ex onorevoli del Pci e qualche fedelissimo della Margherita, quel che resta della sinistra Dc. A quanto pare Luigi Carbone, capo di gabinetto del Mef, dovrebbe riuscire a essere confermato, non senza polemiche. Ma nella giornata di ieri è tornato a circolare per il suo posto il nome di Paolo Aquilanti, cinque anni fa con l'ex ministro Maria Elena Boschi ai Rapporti con il parlamento e poi segretario generale alla presidenza del Consiglio dei governi Renzi e Gentiloni. Da una settimana le indiscrezioni sul ritorno di Garofoli hanno creato un clima di sospetti in via XX Settembre, in particolare su Lucilla Perrone, capo segreteria già nella precedente legislatura. Nel nuovo Mef di Roberto Gualtieri, membro di spicco della fondazione Italiani Europei di Massimo D'Alema, sono in arrivo poi Federico Giammusso, già consigliere del ministro Pier Carlo Padoan, molto vicino anche a Enrico Giovannini, presidente dell'Istat. Giammusso dovrebbe essere capo segreteria tecnica di Gualtieri, mentre la segreteria particolare del ministro sarà in capo a Ignazio Vacca, già responsabile delle relazioni industriali di Poste italiane, figlio dello storico Giuseppe Vacca, quest'ultimo membro del comitato centrale del Pci dal 1972 al 1991 e già presidente della Fondazione Antonio Gramsci. Al Mef si parla anche di un ritorno di Roberto Basso, ex portavoce di Padoan. Al Mise è ancora nebbia fitta. Cozzoli - allontanato da Carlo Calenda per poi essere richiamato da Luigi Di Maio - è in attesa di sapere il suo destino. Ci sarebbe un'ipotesi che lo vedrebbe in uscita per un posto in Agcom o Invitalia, mentre il suo posto lo prenderebbe l'attuale vice, Elena Lorenzini. Al legislativo del Mise sembra destinato invece Enrico Esposito, già vice nel Conte I. Al ministero degli Affari regionali di Francesco Boccia arriva invece Francesco Rana, storico braccio destro del dem pugliese, già vice capo di gabinetto dell'ex ministro per la Pa Marianna Madia. Agli Esteri Ettore Sequi, già ambasciatore a Pechino, seguirà le mosse di Di Maio. Al ministero dei Trasporti come capo di gabinetto arriva Alberto Stancanelli, già numero uno nel ministero di Claudio De Vincenti nel governo Gentiloni: troverà sua moglie Patrizia Scarchilli, dirigente al Mit con delega sui porti. Pietro Serino dovrebbe restare alla Difesa con Lorenzo Guerini.
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
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Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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