True
2018-10-03
Nel Def il 2,4% di deficit non si tocca. E dall’Iva bloccata 12 miliardi in più
ANSA
Oggi la nota di aggiornamento al Def vedrà finalmente la luce, dopo il vertice di governo di ieri. Sintesi: indietro non si torna, il 2,4% di deficit non si tocca, mentre si lavora sul dosaggio di risorse e coperture.
Inequivocabili le parole di Matteo Salvini («In Italia nessuno si beve le minacce di Juncker, e io parlo con gente sobria») e quelle di Luigi Di Maio («Le minacce dell'Ue non ci fermano, noi il deficit lo restituiremo l'anno prossimo, perché con i tagli e la crescita abbasseremo il debito»). Nel caos di voci e smentite, proviamo a fissare nove punti fermi.
1 La Costituzione non impone il «pareggio di bilancio», come si legge qua e là, ma un meno rigido e ossificato «equilibrio di bilancio». Non è una distinzione di lana caprina: la seconda formula offre ai governi un margine di manovra che è stato sempre sfruttato. Non a caso, nelle ultime quattro leggi di bilancio (targate Renzi e Gentiloni), il rapporto deficit/Pil è stato del 3, del 2,6, del 2,5 e del 2,4%. Non si vede dunque perché il 2,4 di quest'anno debba creare scandalo.
2 Il Fiscal compact - di fatto - non c'è più. Duole ricordarlo agli «eurolirici», ma si tratta di un mero accordo intergovernativo che doveva essere recepito organicamente nei Trattati europei: cosa che non è avvenuta.
Perché in tutte le capitali, anche coloro che dicono di commuoversi ascoltando l'Inno alla gioia o avvolgendosi nei bandieroni europei - in realtà - non lo vogliono, e lo ritengono una camicia troppo stretta (per non dire una camicia di forza).
3 Che il capo dello Stato possa non firmare la legge di bilancio il 15 ottobre, appare surreale. Non solo perché - in quel caso - si innescherebbe un terremoto istituzionale e sui mercati, ma anche perché - tecnicamente - la manovra è un disegno di legge governativo. Ciò che occorre, dunque, è solo l'autorizzazione presidenziale a presentare il ddl alle Camere: come potrebbe il Quirinale negarla? Com'è sempre avvenuto, il Colle potrà esercitare la sua moral suasion fino all'ultimo: o perfino inviare un messaggio alle Camere. Ma la «non firma», evocata da commentatori e giornaloni, non sta né in cielo né in terra.
4 Non c'è dubbio: il governo è in ritardo, e avrebbe avuto tutto l'interesse a rendere pubblica la Nota di aggiornamento da giorni, anche per stoppare i «dichiaratori» seriali dell'Ue. Ma chi si impanca a moraleggiare fa finta di non sapere che - da decenni - la storia istituzionale italiana è piena di termini «ordinatori» (quindi non rispettati) o di atti approvati dal Cdm «salvo intese» (con successivi mercanteggiamenti di settimane sul testo, anche con gli uffici del Quirinale). La cosa non è bella ora, come non lo era in passato: ma indignarsi solo adesso è da sepolcri imbiancati.
5 Il governo Conte ha due problemi. Il più serio riguarda i mercati e gli investitori, che attendono di capire se la manovra avrà una portata «sviluppista» o se invece il peso delle misure assistenziali sarà soverchiante. Da qui alla presentazione della legge di bilancio questa è la partita: il dosaggio delle risorse tra tagli di tasse e sussidi. L'altro problema è il negoziato con la Commissione Ue, che politicamente è molto indebolita (dopo le elezioni europee del prossimo maggio, gli attuali commissari saranno solo un pallido ricordo), tecnicamente dispone solo dell'arma (diluita nel tempo) dell'apertura di una procedura d'infrazione, ma - in compenso - ha un potente strumento di ricatto: sparare dichiarazioni contro l'Italia per agitare i mercati, come accade da 36 ore. Su questo punto, però, sorprende che anche le più alte cariche istituzionali italiane non prendano posizione contro le sortite irresponsabili - sempre a Borse aperte, peraltro… - dei commissari Ue.
6 Tutte le persone avvedute sanno che vale l'opposto di ciò che ha sostenuto Juncker: non è vero che solo essendo duri con l'Italia «si salverà l'euro». Semmai, è vero il contrario: se qualcuno tentasse di affossare l'Italia, deciderebbe contestualmente la morte dell'euro.
7 La Verità è in grado di confermare che il governo sta cercando di posticipare le clausole di salvaguardia (12 miliardi) previste per il 2019, spostandole al 2021 (mantenendo però le altre clausole lasciate in eredità da Renzi-Gentiloni, quelle del 2020). Se il rinvio riuscisse, si renderebbero subito disponibili 12 miliardi.
8 Sembra invece (per fortuna) scongiurata l'idea di una «rimodulazione» dell'Iva, quindi di aumenti selettivi.
9 Può diventare decisivo, nel negoziato con l'Ue, valorizzare il tema degli investimenti. La Verità ha già scritto sulla volontà governativa di disboscare le procedure farraginose del Codice degli appalti, cosa che potrebbe sbloccare 15 miliardi di investimenti pubblici e altri 7 (già «cantierabili») da parte di giganti a partecipazione statale (a partire da Eni ed Enel).
Da segnalare infine una dichiarazione alla Reuters del sottosegretario Armando Siri, secondo cui la Lega insiste affinché i Conti individuali di risparmio (Cir), lo strumento per incentivare i contribuenti italiani ad aumentare gli investimenti in Btp, siano inseriti nel decreto legge collegato alla manovra.
Daniele Capezzone
Continua l’eurominaccia contro il governo
Quello andato in scena ieri è stato un attacco in piena regola all'Italia, come non si ricordava da tempo. E il braccio di ferro tra il governo guidato da Giuseppe Conte e i burocrati europei, considerati i toni, sembra destinato a durare ancora a lungo. Dalle parti di Bruxelles non devono proprio aver digerito la decisione dell'esecutivo di fissare al 2,4% la percentuale del rapporto deficit/Pil nella prossima manovra. Da qui la decisione di far partire un martellamento incessante, iniziato venerdì scorso con le minacce del commissario agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, sul fatto che il «conto» delle misure espansive annunciate dal governo avrebbe finito per pagarlo il popolo. Sembrava in un primo momento che quelle di Moscovici dovessero rimanere affermazioni isolate, e invece la polemica è montata con violenza.
La giornata di ieri è iniziata con i mercati che si sono trovati a dover reagire alle dichiarazioni rilasciate nella tarda serata di lunedì dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: «Dobbiamo evitare che l'Italia reclami condizioni speciali che, se concesse a tutti, significherebbero la fine dell'euro», ha affermato l'ex primo ministro lussemburghese intervenuto durante un convegno a Friburgo, in Germania, aggiungendo che in questa situazione occorre «essere molto rigidi». Juncker ha poi spiegato che «l'Italia si allontana dagli obiettivi di bilancio che abbiamo approvato insieme a livello europeo», aggiungendo che «non vorrei che dopo aver superato la crisi greca ricadessimo nella stessa crisi con l'Italia». Dichiarazioni di fuoco sulle quali ha cercato di gettare acqua il nostro ministro dell'Economia, Giovanni Tria, il quale ha puntualizzato che «non ci sarà nessuna fine dell'euro» e che il pensiero espresso dal presidente della Commissione è semplicemente una «sua opinione». Nonostante il tentativo di Tria, i mercati hanno reagito nervosamente, con lo spread schizzato in partenza a 311 punti base (contro i 281 di lunedì sera) e Piazza Affari che in apertura ha lasciato sul terreno quasi il 2%. Ma le parole più taglienti nei confronti di Juncker sono arrivate dal vicepremier Matteo Salvini: «Parlo solo con persone sobrie, che non fanno paragoni che non stanno né in cielo né in terra», ha tagliato corto il leader della Lega, facendo evidente riferimento alla «sciatalgia» che affliggerebbe Jean-Claude Juncker.
Salvini ha poi lanciato un altro strale nei confronti del presidente della Commissione, stavolta tramite i social. «Le parole e le minacce di Juncker e di altri burocrati europei continuano a far salire lo spread», ha scritto il ministro dell'Interno su Facebook e Twitter, «con l'obiettivo di attaccare il governo e l'economia italiane? Siamo pronti a chiedere i danni a chi vuole il male dell'Italia».
A un risveglio brusco ha fatto seguito una giornata non da meno. Nella mattinata hanno sollevato un polverone le parole di Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio della Camera, che nel corso di un'intervista rilasciata a Radio1 ha dichiarato di essere «straconvinto che l'Italia con una propria moneta risolverebbe gran parte dei propri problemi». «Il fatto di avere il controllo sui propri mezzi di politica monetaria», ha aggiunto il deputato leghista, «è condizione necessaria - ma non sufficiente - per realizzare l'ambizioso ed enorme programma di risanamento». Apriti cielo. Secondo i media mainstream le parole di Borghi hanno fatto, testuali parole, «colare a picco» l'euro sui mercati. La moneta unica, pur avvicinandosi alla soglia psicologica di 1,15 contro il dollaro, ieri ha chiuso la serata su valori pressoché stabili rispetto alla giornata precedente.
L'attacco all'Italia ha preso corpo con le pesantissime parole del vicepresidente della Commissione Ue, il lettone Valdis Dombrovskis. «Discutiamo con il governo italiano, ma i piani presentati non sembrano rispettare il Patto», ha spiegato Dombrovskis. «La Commissione ha introdotto una comunicazione sull'uso della flessibilità, e l'Italia è il Paese che ne ha più beneficiato, ma le discussioni sulla manovra vanno in una direzione che sostanzialmente oltrepassa questa flessibilità». Curioso, certo, che parole così dure e in grado di condizionare in maniera tanto forte i mercati arrivino in una fase nella quale si conosce solamente «quel» numero, ovvero la percentuale di debito/Pil, e senza che la Commissione abbia potuto esaminare con attenzione i contenuti della manovra, valutandone dunque anche gli impatti sulla crescita.
Ciò dimostra che il processo, più che ai contenuti, gli euroburocrati lo stiano facendo alle intenzioni, portando avanti una battaglia di natura squisitamente politica. Ecco dunque Lars Feld, economista consigliere di Angela Merkel, che sempre ieri ha retwittato un articolo pubblicato su Diepresse, nel quale si invoca la «punizione» (bestrafen) su Roma. E infine Olli Rehn, predecessore di Pierre Moscovici e da sempre avverso all'Italia, che in una dichiarazione ha giudicato la decisione del governo di strappare sul deficit foriera di «gravi preoccupazioni».
A mettere pressione ci si è messo anche il ministro delle Finanze austriaco e presidente di turno dell'Ecofin, Hartwig Löger: « Il 15 ottobre sarà il giorno giusto per stabilire in che modo reagiremo». Il politico di spicco di un govenro che sulla questione migranti ha molte affinità con i gialloblù ha proseguito sulla falsa riga delle minacce non tanto velate: «L'Eurogruppo è un Unione monetaria, siamo insieme in questa famiglia e dobbiamo risolvere insieme la situazione della stabilità». «Abbiamo reso chiaro che ci sono regole a cui tutti devono obbedire», ha detto il collega belga, Johan Van Overtveldt.
Non si può dire però che all'escalation di dichiarazioni ostili di ieri abbia fatto seguito la catastrofe sui mercati. Lo spread ha chiuso a 301, un valore comunque inferiore all'apertura, mentre l'indice Ftse-Mib ha terminato la serata sostanzialmente stabile a -0,23%. A dispetto dei tifosi del «forza spread», valori lontani anni luce dalla tempesta speculativa che colpì il nostro Paese nel 2011.
Antonio Grizzuti
Savona in missione a Strasburgo trova il muro di Tajani
«Questa manovra va cambiata». C'è qualcosa di simile a quel tal matrimonio manzoniano (che non s'avea da fare) nella frase che Antonio Tajani ha riservato a Paolo Savona nel suo ufficio di Strasburgo. Il presidente del Parlamento europeo è il primo politico d'alto rango al quale il ministro per gli Affari europei ha stretto la mano nel suo viaggio in Europa, organizzato come se fosse un road show per convincere i vertici dell'Unione che proprio «questa manovra» sta in piedi e sarà il punto di ripartenza del Paese.
Lo scetticismo di Bruxelles è lo stesso di Tajani, cortesia istituzionale a parte. E il vicepresidente di Fi non lo manda a dire con giri di parole, anzi fa sapere ciò che pensa ancor prima che l'aereo di Savona atterri. «Sono ben lieto che il ministro Savona venga al Parlamento europeo, io gli dirò quello che penso cioè che questa manovra va cambiata, che l'Italia è un Paese fondamentale per l'Europa e per il mondo e che certe scelte di politica economica danneggiano i cittadini». Sembra che gli euroburocrati si siano passati la parola, il mood è quello della paura e l'arma di distrazione di massa è ancora una volta lo spread, arrivato ieri a 302 punti prima di defluire leggermente. Ancora Tajani, ancora una stilettata a Matteo Salvini e Luigi Di Maio: «Il problema non sono i commissari europei, ma i risparmi dei cittadini italiani».
In questo clima da trincea con gli elmetti che spuntano dai sacchi di sabbia, Paolo Savona prova a convincere i parrucconi e i mercati dall'alto della sua autorevolezza internazionale. Nonostante lo scetticismo iniziale del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva fatto di tutto per non averlo fra i piedi, l'economista nato a Cagliari 82 anni fa (60 anni di esperienza in prima linea) è il punto di riferimento numero uno per l'Economia. Proprio per questo, in una staffetta ideale con il ministro Giovanni Tria, sarà Savona oggi a spiegare agli eurodeputati di tutti i partiti il cuore della manovra della discordia, con grafici, tabelle, numeri sulla sostenibilità del Def italiano. Entrato nella partita in quota Lega, in questi mesi è diventato un guru anche per i pentastellati, che non fanno mistero di fidarsi più di lui che del timido Tria. E vorrebbero perfino invertire i loro ruoli.
L'incontro fra Savona e Tajani ha avuto un forte peso specifico per tre buoni motivi. Il primo è la dialettica necessaria fra Paese sovrano e Parlamento europeo, rappresentato dal suo massimo esponente, con probabile richiesta incorporata da parte del rappresentante di Roma all'Europa di non continuare con la filosofia del niet preventivo, sulla linea del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, che dopo l'estate si è esibito in un crescendo rossiniano di critiche, culminate con quell'inquietante «piccoli Mussolini crescono».
Il secondo motivo d'interesse nel vedere l'anziano fuoriclasse euroscettico e il più italiano degli euroburocrati seduti allo stesso tavolo sta in ciò che rappresentano nella politica nazionale: un ministro in quota Lega (quindi maggioranza di governo) e un politico diretta emanazione di Fi, che in questa fase tumultuosa della vita parlamentare pende più verso l'opposizione che verso una «neutralità responsabile» com'era stata battezzata all'inizio della legislatura.
Il terzo motivo di questa matrioska politica dalle sfaccettature da decifrare è il dialogo tutto interno al centrodestra, poiché il ministro Savona è espressione di un movimento da oltre un ventennio alleato più o meno di ferro della coalizione inventata, consolidata, resa vincente da Silvio Berlusconi. È verosimile che alla fine un colonnello di Forza Italia faccia lo sgambetto a un ministro vicino alla Lega? E se alla fine del percorso europeo di Savona ciò dovesse accadere con conseguenze fragorose, con quale formazione e con quale uso di Bostik i due partiti si affacceranno alle prossime elezioni europee? In trincea si intuiscono gli elmetti, ma non si vede se dietro i sacchi di sabbia ci siano soldati che caricano i fucili o giocano a carte (coperte).
Giorgio Gandola
Continua a leggereRiduci
Dopo il summit di maggioranza, oggi la nota di aggiornamento vede la luce. Gli investimenti restano un punto fermo. L'obiettivo è spostare dal 2019 al 2021 le clausole di salvaguardia. Piano per Btp «scontati» agli italiani. Continua l'eurominaccia contro il governo. Bruxelles prosegue i suoi attacchi a manovra assente. Valdis Dombrovskis: «State superando i limiti della flessibilità». Il presidente Ecofin: «Il 15 ottobre decideremo come reagire». Un consigliere di Angela Merkel tifa per una «punizione». Nonostante ciò, la Borsa non affonda. Paolo Savona in missione a Strasburgo trova il muro di Antonio Tajani. Prima uscita europea per perorare la manovra gialloblù. L'azzurro, presidente del Parlamento, lo stoppa: «La dovete cambiare». Lo speciale contiene tre articoli. Oggi la nota di aggiornamento al Def vedrà finalmente la luce, dopo il vertice di governo di ieri. Sintesi: indietro non si torna, il 2,4% di deficit non si tocca, mentre si lavora sul dosaggio di risorse e coperture. Inequivocabili le parole di Matteo Salvini («In Italia nessuno si beve le minacce di Juncker, e io parlo con gente sobria») e quelle di Luigi Di Maio («Le minacce dell'Ue non ci fermano, noi il deficit lo restituiremo l'anno prossimo, perché con i tagli e la crescita abbasseremo il debito»). Nel caos di voci e smentite, proviamo a fissare nove punti fermi. 1 La Costituzione non impone il «pareggio di bilancio», come si legge qua e là, ma un meno rigido e ossificato «equilibrio di bilancio». Non è una distinzione di lana caprina: la seconda formula offre ai governi un margine di manovra che è stato sempre sfruttato. Non a caso, nelle ultime quattro leggi di bilancio (targate Renzi e Gentiloni), il rapporto deficit/Pil è stato del 3, del 2,6, del 2,5 e del 2,4%. Non si vede dunque perché il 2,4 di quest'anno debba creare scandalo. 2 Il Fiscal compact - di fatto - non c'è più. Duole ricordarlo agli «eurolirici», ma si tratta di un mero accordo intergovernativo che doveva essere recepito organicamente nei Trattati europei: cosa che non è avvenuta. Perché in tutte le capitali, anche coloro che dicono di commuoversi ascoltando l'Inno alla gioia o avvolgendosi nei bandieroni europei - in realtà - non lo vogliono, e lo ritengono una camicia troppo stretta (per non dire una camicia di forza). 3 Che il capo dello Stato possa non firmare la legge di bilancio il 15 ottobre, appare surreale. Non solo perché - in quel caso - si innescherebbe un terremoto istituzionale e sui mercati, ma anche perché - tecnicamente - la manovra è un disegno di legge governativo. Ciò che occorre, dunque, è solo l'autorizzazione presidenziale a presentare il ddl alle Camere: come potrebbe il Quirinale negarla? Com'è sempre avvenuto, il Colle potrà esercitare la sua moral suasion fino all'ultimo: o perfino inviare un messaggio alle Camere. Ma la «non firma», evocata da commentatori e giornaloni, non sta né in cielo né in terra. 4 Non c'è dubbio: il governo è in ritardo, e avrebbe avuto tutto l'interesse a rendere pubblica la Nota di aggiornamento da giorni, anche per stoppare i «dichiaratori» seriali dell'Ue. Ma chi si impanca a moraleggiare fa finta di non sapere che - da decenni - la storia istituzionale italiana è piena di termini «ordinatori» (quindi non rispettati) o di atti approvati dal Cdm «salvo intese» (con successivi mercanteggiamenti di settimane sul testo, anche con gli uffici del Quirinale). La cosa non è bella ora, come non lo era in passato: ma indignarsi solo adesso è da sepolcri imbiancati. 5 Il governo Conte ha due problemi. Il più serio riguarda i mercati e gli investitori, che attendono di capire se la manovra avrà una portata «sviluppista» o se invece il peso delle misure assistenziali sarà soverchiante. Da qui alla presentazione della legge di bilancio questa è la partita: il dosaggio delle risorse tra tagli di tasse e sussidi. L'altro problema è il negoziato con la Commissione Ue, che politicamente è molto indebolita (dopo le elezioni europee del prossimo maggio, gli attuali commissari saranno solo un pallido ricordo), tecnicamente dispone solo dell'arma (diluita nel tempo) dell'apertura di una procedura d'infrazione, ma - in compenso - ha un potente strumento di ricatto: sparare dichiarazioni contro l'Italia per agitare i mercati, come accade da 36 ore. Su questo punto, però, sorprende che anche le più alte cariche istituzionali italiane non prendano posizione contro le sortite irresponsabili - sempre a Borse aperte, peraltro… - dei commissari Ue. 6 Tutte le persone avvedute sanno che vale l'opposto di ciò che ha sostenuto Juncker: non è vero che solo essendo duri con l'Italia «si salverà l'euro». Semmai, è vero il contrario: se qualcuno tentasse di affossare l'Italia, deciderebbe contestualmente la morte dell'euro. 7 La Verità è in grado di confermare che il governo sta cercando di posticipare le clausole di salvaguardia (12 miliardi) previste per il 2019, spostandole al 2021 (mantenendo però le altre clausole lasciate in eredità da Renzi-Gentiloni, quelle del 2020). Se il rinvio riuscisse, si renderebbero subito disponibili 12 miliardi. 8 Sembra invece (per fortuna) scongiurata l'idea di una «rimodulazione» dell'Iva, quindi di aumenti selettivi. 9 Può diventare decisivo, nel negoziato con l'Ue, valorizzare il tema degli investimenti. La Verità ha già scritto sulla volontà governativa di disboscare le procedure farraginose del Codice degli appalti, cosa che potrebbe sbloccare 15 miliardi di investimenti pubblici e altri 7 (già «cantierabili») da parte di giganti a partecipazione statale (a partire da Eni ed Enel). Da segnalare infine una dichiarazione alla Reuters del sottosegretario Armando Siri, secondo cui la Lega insiste affinché i Conti individuali di risparmio (Cir), lo strumento per incentivare i contribuenti italiani ad aumentare gli investimenti in Btp, siano inseriti nel decreto legge collegato alla manovra. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nel-def-il-2-4-di-deficit-non-si-tocca-e-dalliva-bloccata-12-miliardi-in-piu-2609612874.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="continua-leurominaccia-contro-il-governo" data-post-id="2609612874" data-published-at="1775158034" data-use-pagination="False"> Continua l’eurominaccia contro il governo Quello andato in scena ieri è stato un attacco in piena regola all'Italia, come non si ricordava da tempo. E il braccio di ferro tra il governo guidato da Giuseppe Conte e i burocrati europei, considerati i toni, sembra destinato a durare ancora a lungo. Dalle parti di Bruxelles non devono proprio aver digerito la decisione dell'esecutivo di fissare al 2,4% la percentuale del rapporto deficit/Pil nella prossima manovra. Da qui la decisione di far partire un martellamento incessante, iniziato venerdì scorso con le minacce del commissario agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, sul fatto che il «conto» delle misure espansive annunciate dal governo avrebbe finito per pagarlo il popolo. Sembrava in un primo momento che quelle di Moscovici dovessero rimanere affermazioni isolate, e invece la polemica è montata con violenza. La giornata di ieri è iniziata con i mercati che si sono trovati a dover reagire alle dichiarazioni rilasciate nella tarda serata di lunedì dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: «Dobbiamo evitare che l'Italia reclami condizioni speciali che, se concesse a tutti, significherebbero la fine dell'euro», ha affermato l'ex primo ministro lussemburghese intervenuto durante un convegno a Friburgo, in Germania, aggiungendo che in questa situazione occorre «essere molto rigidi». Juncker ha poi spiegato che «l'Italia si allontana dagli obiettivi di bilancio che abbiamo approvato insieme a livello europeo», aggiungendo che «non vorrei che dopo aver superato la crisi greca ricadessimo nella stessa crisi con l'Italia». Dichiarazioni di fuoco sulle quali ha cercato di gettare acqua il nostro ministro dell'Economia, Giovanni Tria, il quale ha puntualizzato che «non ci sarà nessuna fine dell'euro» e che il pensiero espresso dal presidente della Commissione è semplicemente una «sua opinione». Nonostante il tentativo di Tria, i mercati hanno reagito nervosamente, con lo spread schizzato in partenza a 311 punti base (contro i 281 di lunedì sera) e Piazza Affari che in apertura ha lasciato sul terreno quasi il 2%. Ma le parole più taglienti nei confronti di Juncker sono arrivate dal vicepremier Matteo Salvini: «Parlo solo con persone sobrie, che non fanno paragoni che non stanno né in cielo né in terra», ha tagliato corto il leader della Lega, facendo evidente riferimento alla «sciatalgia» che affliggerebbe Jean-Claude Juncker. Salvini ha poi lanciato un altro strale nei confronti del presidente della Commissione, stavolta tramite i social. «Le parole e le minacce di Juncker e di altri burocrati europei continuano a far salire lo spread», ha scritto il ministro dell'Interno su Facebook e Twitter, «con l'obiettivo di attaccare il governo e l'economia italiane? Siamo pronti a chiedere i danni a chi vuole il male dell'Italia». A un risveglio brusco ha fatto seguito una giornata non da meno. Nella mattinata hanno sollevato un polverone le parole di Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio della Camera, che nel corso di un'intervista rilasciata a Radio1 ha dichiarato di essere «straconvinto che l'Italia con una propria moneta risolverebbe gran parte dei propri problemi». «Il fatto di avere il controllo sui propri mezzi di politica monetaria», ha aggiunto il deputato leghista, «è condizione necessaria - ma non sufficiente - per realizzare l'ambizioso ed enorme programma di risanamento». Apriti cielo. Secondo i media mainstream le parole di Borghi hanno fatto, testuali parole, «colare a picco» l'euro sui mercati. La moneta unica, pur avvicinandosi alla soglia psicologica di 1,15 contro il dollaro, ieri ha chiuso la serata su valori pressoché stabili rispetto alla giornata precedente. L'attacco all'Italia ha preso corpo con le pesantissime parole del vicepresidente della Commissione Ue, il lettone Valdis Dombrovskis. «Discutiamo con il governo italiano, ma i piani presentati non sembrano rispettare il Patto», ha spiegato Dombrovskis. «La Commissione ha introdotto una comunicazione sull'uso della flessibilità, e l'Italia è il Paese che ne ha più beneficiato, ma le discussioni sulla manovra vanno in una direzione che sostanzialmente oltrepassa questa flessibilità». Curioso, certo, che parole così dure e in grado di condizionare in maniera tanto forte i mercati arrivino in una fase nella quale si conosce solamente «quel» numero, ovvero la percentuale di debito/Pil, e senza che la Commissione abbia potuto esaminare con attenzione i contenuti della manovra, valutandone dunque anche gli impatti sulla crescita. Ciò dimostra che il processo, più che ai contenuti, gli euroburocrati lo stiano facendo alle intenzioni, portando avanti una battaglia di natura squisitamente politica. Ecco dunque Lars Feld, economista consigliere di Angela Merkel, che sempre ieri ha retwittato un articolo pubblicato su Diepresse, nel quale si invoca la «punizione» (bestrafen) su Roma. E infine Olli Rehn, predecessore di Pierre Moscovici e da sempre avverso all'Italia, che in una dichiarazione ha giudicato la decisione del governo di strappare sul deficit foriera di «gravi preoccupazioni». A mettere pressione ci si è messo anche il ministro delle Finanze austriaco e presidente di turno dell'Ecofin, Hartwig Löger: « Il 15 ottobre sarà il giorno giusto per stabilire in che modo reagiremo». Il politico di spicco di un govenro che sulla questione migranti ha molte affinità con i gialloblù ha proseguito sulla falsa riga delle minacce non tanto velate: «L'Eurogruppo è un Unione monetaria, siamo insieme in questa famiglia e dobbiamo risolvere insieme la situazione della stabilità». «Abbiamo reso chiaro che ci sono regole a cui tutti devono obbedire», ha detto il collega belga, Johan Van Overtveldt. Non si può dire però che all'escalation di dichiarazioni ostili di ieri abbia fatto seguito la catastrofe sui mercati. Lo spread ha chiuso a 301, un valore comunque inferiore all'apertura, mentre l'indice Ftse-Mib ha terminato la serata sostanzialmente stabile a -0,23%. A dispetto dei tifosi del «forza spread», valori lontani anni luce dalla tempesta speculativa che colpì il nostro Paese nel 2011. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nel-def-il-2-4-di-deficit-non-si-tocca-e-dalliva-bloccata-12-miliardi-in-piu-2609612874.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="savona-in-missione-a-strasburgo-trova-il-muro-di-tajani" data-post-id="2609612874" data-published-at="1775158034" data-use-pagination="False"> Savona in missione a Strasburgo trova il muro di Tajani «Questa manovra va cambiata». C'è qualcosa di simile a quel tal matrimonio manzoniano (che non s'avea da fare) nella frase che Antonio Tajani ha riservato a Paolo Savona nel suo ufficio di Strasburgo. Il presidente del Parlamento europeo è il primo politico d'alto rango al quale il ministro per gli Affari europei ha stretto la mano nel suo viaggio in Europa, organizzato come se fosse un road show per convincere i vertici dell'Unione che proprio «questa manovra» sta in piedi e sarà il punto di ripartenza del Paese. Lo scetticismo di Bruxelles è lo stesso di Tajani, cortesia istituzionale a parte. E il vicepresidente di Fi non lo manda a dire con giri di parole, anzi fa sapere ciò che pensa ancor prima che l'aereo di Savona atterri. «Sono ben lieto che il ministro Savona venga al Parlamento europeo, io gli dirò quello che penso cioè che questa manovra va cambiata, che l'Italia è un Paese fondamentale per l'Europa e per il mondo e che certe scelte di politica economica danneggiano i cittadini». Sembra che gli euroburocrati si siano passati la parola, il mood è quello della paura e l'arma di distrazione di massa è ancora una volta lo spread, arrivato ieri a 302 punti prima di defluire leggermente. Ancora Tajani, ancora una stilettata a Matteo Salvini e Luigi Di Maio: «Il problema non sono i commissari europei, ma i risparmi dei cittadini italiani». In questo clima da trincea con gli elmetti che spuntano dai sacchi di sabbia, Paolo Savona prova a convincere i parrucconi e i mercati dall'alto della sua autorevolezza internazionale. Nonostante lo scetticismo iniziale del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva fatto di tutto per non averlo fra i piedi, l'economista nato a Cagliari 82 anni fa (60 anni di esperienza in prima linea) è il punto di riferimento numero uno per l'Economia. Proprio per questo, in una staffetta ideale con il ministro Giovanni Tria, sarà Savona oggi a spiegare agli eurodeputati di tutti i partiti il cuore della manovra della discordia, con grafici, tabelle, numeri sulla sostenibilità del Def italiano. Entrato nella partita in quota Lega, in questi mesi è diventato un guru anche per i pentastellati, che non fanno mistero di fidarsi più di lui che del timido Tria. E vorrebbero perfino invertire i loro ruoli. L'incontro fra Savona e Tajani ha avuto un forte peso specifico per tre buoni motivi. Il primo è la dialettica necessaria fra Paese sovrano e Parlamento europeo, rappresentato dal suo massimo esponente, con probabile richiesta incorporata da parte del rappresentante di Roma all'Europa di non continuare con la filosofia del niet preventivo, sulla linea del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, che dopo l'estate si è esibito in un crescendo rossiniano di critiche, culminate con quell'inquietante «piccoli Mussolini crescono». Il secondo motivo d'interesse nel vedere l'anziano fuoriclasse euroscettico e il più italiano degli euroburocrati seduti allo stesso tavolo sta in ciò che rappresentano nella politica nazionale: un ministro in quota Lega (quindi maggioranza di governo) e un politico diretta emanazione di Fi, che in questa fase tumultuosa della vita parlamentare pende più verso l'opposizione che verso una «neutralità responsabile» com'era stata battezzata all'inizio della legislatura. Il terzo motivo di questa matrioska politica dalle sfaccettature da decifrare è il dialogo tutto interno al centrodestra, poiché il ministro Savona è espressione di un movimento da oltre un ventennio alleato più o meno di ferro della coalizione inventata, consolidata, resa vincente da Silvio Berlusconi. È verosimile che alla fine un colonnello di Forza Italia faccia lo sgambetto a un ministro vicino alla Lega? E se alla fine del percorso europeo di Savona ciò dovesse accadere con conseguenze fragorose, con quale formazione e con quale uso di Bostik i due partiti si affacceranno alle prossime elezioni europee? In trincea si intuiscono gli elmetti, ma non si vede se dietro i sacchi di sabbia ci siano soldati che caricano i fucili o giocano a carte (coperte). Giorgio Gandola
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
Continua a leggereRiduci
Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
Continua a leggereRiduci