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2024-02-13
Sulla Nato un coro di ipocriti contro Trump
Donald Trump (Getty Images)
Si è abbattuto un putiferio su Donald Trump per le parole da lui recentemente pronunciate sulla Nato. Parlando a un comizio in South Carolina, l’ex presidente ha raccontato di aver detto in passato al leader di un «grande Paese» dell’Alleanza atlantica che non avrebbe protetto i membri europei della Nato se questi ultimi non avessero contribuito adeguatamente all’Alleanza stessa sul piano economico. «“Non avete pagato? Siete morosi? No, non vi proteggerei”. In effetti, li incoraggerei a fare quello che diavolo vogliono. Dovete pagare i vostri conti», ha affermato. Neanche a dirlo, Trump è stato subito tacciato di incoraggiare Mosca ad aggredire i Paesi della Nato. Joe Biden ha parlato di parole «spaventose e pericolose», accusando il rivale di voler abbandonare gli alleati in caso di attacco russo. Critici di Trump si sono mostrati anche il commissario europeo al Mercato interno, Thierry Breton, e il vicepremier polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz. A definire «sconsiderate» le affermazioni di Trump è poi stato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Sulla stessa linea, si è collocato il ministero degli Esteri tedesco, che ha twittato: «Uno per tutti e tutti per uno. Questo credo della Nato mantiene al sicuro più di 950 milioni di persone, da Anchorage a Erzurum». Strali a Trump, infine, sono arrivati anche dal senatore di Italia viva, Enrico Borghi, e dalla deputata del Pd, Lia Quartapelle.
Ora, cerchiamo di capire che cosa è realmente successo. Trump ha detto quelle parole durante un comizio rivolto agli elettori delle primarie in South Carolina. Proprio gli elettori delle primarie sono spesso isolazionisti e ben poco inclini ad accettare le spese internazionali. Tenendo conto del contesto, Trump ha quindi estremizzato comunicativamente un concetto che ripete da sempre: se gli alleati europei vogliono protezione in seno alla Nato, è necessario che contribuiscano maggiormente all’Alleanza sul piano economico. D’altronde, lo stesso senatore repubblicano Marco Rubio, che ha sponsorizzato un disegno di legge volto a impedire che un presidente possa ritirarsi unilateralmente dalla Nato, ha minimizzato le affermazioni di Trump. In secondo luogo, l’idea che gli alleati europei debbano contribuire maggiormente non è stata avanzata solo da Trump: a partire dal 2014, Barack Obama, di cui Biden era vice, ha più volte esortato gli alleati a incrementare le loro spese per l’Alleanza atlantica. A luglio 2016, Reuters riportò di tensioni tra l’allora presidente dem e alcuni Paesi della Nato a causa di questa questione.
Ma non è tutto. Eh sì, perché è impossibile non scorgere una certa ipocrisia da parte di chi ha criticato Trump per le sue parole sull’Alleanza atlantica. Breton è diventato commissario europeo su proposta di quell’Emmanuel Macron che, nel 2019, definì la Nato «cerebralmente morta». In quell’occasione, fu proprio Trump a difendere l’Alleanza, bollando le affermazioni del presidente francese come «odiose». Tra l’altro, Macron fa parte di Renew Europe: formazione europea a cui fa capo il partito di Enrico Borghi. Senza infine trascurare che, a luglio, proprio Macron si oppose all’apertura di un ufficio di collegamento della Nato in Giappone, per non irritare la Cina.
Passiamo alla Germania. Secondo lo Spiegel, Olaf Scholz, quando nel 2019 era ministro delle Finanze, si oppose alla richiesta di Trump di aumentare al 2% il contributo di Berlino alla Nato. Tra l’altro Scholz fu anche vicecancelliere di Angela Merkel e quindi corresponsabile dell’appeasement energetico tedesco verso la Russia. E che dire di Kosiniak-Kamysz? L’attuale vicepremier polacco fu ministro del Lavoro nel secondo gabinetto di Donald Tusk. Quel Tusk che, durante la sua prima esperienza da premier, contribuì di fatto a far naufragare l’Eis: uno scudo missilistico americano che, promosso da George W. Bush, era al contrario temuto da Mosca. Nel 2010, Euobserver riferì inoltre che il governo di Tusk aveva finalizzato un accordo sul gas con la Russia. Una certa incoerenza riguarda anche Michel che, nel 2018, quando era premier belga, andò in visita da Vladimir Putin e criticò Trump per essersi ritirato dall’accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo voluto da Mosca, che, oltre a essere supportato dalla Quartapelle, Michel ha continuato a difendere anche da presidente del Consiglio europeo.
Infine attenzione a Biden. È stato infatti l’attuale presidente ad azzoppare la deterrenza statunitense nei confronti della Russia, revocando le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 a maggio 2021 e ritirando i diplomatici americani da Kiev a febbraio 2022. Dall’altra parte, anche nel 2016 si diceva che Trump avrebbe abbandonato la Nato. Eppure ciò non è accaduto. Putin, sotto di lui, non aggredì l’Ucraina, mentre, nel novembre 2019, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, definì l’Alleanza atlantica come «fondamentale». Quello stesso anno, Npr riportò che, rispetto a Obama, Trump aveva triplicato la spesa a favore della European Deterrence Initiative: il programma di rassicurazione per gli alleati della Nato volto a dissuadere Mosca da eventuali attacchi. Insomma, Trump ha avuto sicuramente delle turbolenze nei suoi rapporti con l’Alleanza atlantica. Ma almeno con lui la deterrenza occidentale verso Russia, Iran e Cina funzionava.
Biden cerca voti dai giovani su TikTok. Ma ai federali vietò il social cinese
Dopo aver vietato TikTok ai dipendenti statali, adesso Joe Biden sbarca sul social network cinese per cercare di fare breccia nel cuore dei giovani elettori. L’obiettivo è quello di ribaltare i sondaggi e vincere le elezioni del prossimo novembre, che a meno di stravolgimenti giudiziari lo vedrà contrapporsi a Donald Trump. Di fronte a tanto obiettivo, si può anche creare un profilo sulla piattaforma che, non molto più di un anno fa, era stata bandita dai telefoni dei dipendenti pubblici federali per proteggere la sicurezza nazionale da possibili fughe di dati verso il Dragone. È «lol hey guys», cioè «lol (lot of laughs, ovvero «tante risate», ndr) hey ragazzi», la scritta che accompagna il primo video del nuovo account su TikTok del presidente Biden, «bidenhq». Il profilo è curato dal suo team della comunicazione, che deve cercare di intercettare i voti delle frange più giovani dell’elettorato, offrendo contenuti per loro accattivanti. Il primo filmato, in realtà, risulta abbastanza tragicomico, e ritrae un uomo di 81 anni che risponde ad alcune domande sul Super Bowl andato in scena nella notte tra domenica e lunedì, poste da un intervistatore fuori campo. Il tentativo è quello di mostrare un presidente simpatico, alla mano, con il filmato che termina con la domanda: «Trump o Biden?». «Mi prendi in giro?», risponde sorridendo il presidente, che dopo una pausa scenica riempita con una risatina decide: «Biden». Segno che per quanto si fingano più raffinati, anche loro sanno che mostrarsi come una persona comune aiuta ad avvicinarti alla gente. Ciò che allarma i democratici, infatti, è che alcuni sondaggi danno in vantaggio Trump anche nelle fasce di popolazione più giovani, tendenzialmente più predisposte verso posizioni progressiste.Nei giorni scorsi, intanto, il presidente degli Stati Uniti si è reso protagonista di una serie di uscite che hanno destato delle preoccupazioni. Sempre più irritato verso Benyamin Netanyahu a causa delle azioni militari a Gaza, secondo Nbc News si sarebbe lasciato andare, con i suoi collaboratori, a insulti verso il primo ministro israeliano. Stando a quanto trasmesso dall’emittente americana, Biden talvolta si riferisce a Netanyahu con espressioni come «quel ragazzo» e, in almeno tre occasioni, lo avrebbe etichettato come «asshole» (traducibile come «stronzo»). Dal canto suo, il Consiglio per la sicurezza nazionale Usa ha immediatamente smentito la notizia, ma si sa che una smentita può semplicemente essere una notizia data due volte. D’altra parte non c’era nemmeno molto bisogno di smentire, dal momento che ormai le parole di Biden non possono più essere prese molto sul serio, tant’è che perfino i media progressisti stanno iniziando a scaricarlo, dubitando della sua lucidità. L’ultima di una lunga serie di gaffe è di qualche settimana fa, quando durante un comizio a Las Vegas ha raccontato di quando, al suo primo vertice del G7 dopo la sua elezione nel 2020, ha incontrato «Mitterrand della Germania». Peccato che François Mitterrand sia morto nel 1996 e fosse presidente della Francia, non il cancelliere tedesco. Il presidente si è poi corretto sulla provenienza, ma non sulla persona. Insomma, difficile cercare coerenza nelle scelte di un presidente che ci ha abituato a gaffe di questo tipo e la cui autorità a livello geopolitico vacilla, come dimostra il comportamento del primo ministro israeliano. Con una mano attacca TikTok, che essendo in mani cinesi desta comprensibili preoccupazioni nel mondo occidentale, e con l’altra si iscrive alla piattaforma social per cercare di battere Trump. Il tutto, mentre i malumori in area dem per la posizione americana sul conflitto in Palestina si fanno sempre più pressanti. Una caduta a livello simbolico, che difficilmente pagherà sul piano elettorale.
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Pioggia di critiche sul repubblicano, che ha invitato gli alleati a contribuire di più alle spese dell’Alleanza atlantica. Al netto dei toni, Obama chiese la stessa cosa. E sul possibile assist fatto alla Russia di Putin, Macron e Scholz dovrebbero prima recitare mea culpa. Intanto è gelo con Netanyahu: privatamente gli avrebbe dato tre volte dello «str...».Lo speciale contiene due articoli.Si è abbattuto un putiferio su Donald Trump per le parole da lui recentemente pronunciate sulla Nato. Parlando a un comizio in South Carolina, l’ex presidente ha raccontato di aver detto in passato al leader di un «grande Paese» dell’Alleanza atlantica che non avrebbe protetto i membri europei della Nato se questi ultimi non avessero contribuito adeguatamente all’Alleanza stessa sul piano economico. «“Non avete pagato? Siete morosi? No, non vi proteggerei”. In effetti, li incoraggerei a fare quello che diavolo vogliono. Dovete pagare i vostri conti», ha affermato. Neanche a dirlo, Trump è stato subito tacciato di incoraggiare Mosca ad aggredire i Paesi della Nato. Joe Biden ha parlato di parole «spaventose e pericolose», accusando il rivale di voler abbandonare gli alleati in caso di attacco russo. Critici di Trump si sono mostrati anche il commissario europeo al Mercato interno, Thierry Breton, e il vicepremier polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz. A definire «sconsiderate» le affermazioni di Trump è poi stato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Sulla stessa linea, si è collocato il ministero degli Esteri tedesco, che ha twittato: «Uno per tutti e tutti per uno. Questo credo della Nato mantiene al sicuro più di 950 milioni di persone, da Anchorage a Erzurum». Strali a Trump, infine, sono arrivati anche dal senatore di Italia viva, Enrico Borghi, e dalla deputata del Pd, Lia Quartapelle.Ora, cerchiamo di capire che cosa è realmente successo. Trump ha detto quelle parole durante un comizio rivolto agli elettori delle primarie in South Carolina. Proprio gli elettori delle primarie sono spesso isolazionisti e ben poco inclini ad accettare le spese internazionali. Tenendo conto del contesto, Trump ha quindi estremizzato comunicativamente un concetto che ripete da sempre: se gli alleati europei vogliono protezione in seno alla Nato, è necessario che contribuiscano maggiormente all’Alleanza sul piano economico. D’altronde, lo stesso senatore repubblicano Marco Rubio, che ha sponsorizzato un disegno di legge volto a impedire che un presidente possa ritirarsi unilateralmente dalla Nato, ha minimizzato le affermazioni di Trump. In secondo luogo, l’idea che gli alleati europei debbano contribuire maggiormente non è stata avanzata solo da Trump: a partire dal 2014, Barack Obama, di cui Biden era vice, ha più volte esortato gli alleati a incrementare le loro spese per l’Alleanza atlantica. A luglio 2016, Reuters riportò di tensioni tra l’allora presidente dem e alcuni Paesi della Nato a causa di questa questione.Ma non è tutto. Eh sì, perché è impossibile non scorgere una certa ipocrisia da parte di chi ha criticato Trump per le sue parole sull’Alleanza atlantica. Breton è diventato commissario europeo su proposta di quell’Emmanuel Macron che, nel 2019, definì la Nato «cerebralmente morta». In quell’occasione, fu proprio Trump a difendere l’Alleanza, bollando le affermazioni del presidente francese come «odiose». Tra l’altro, Macron fa parte di Renew Europe: formazione europea a cui fa capo il partito di Enrico Borghi. Senza infine trascurare che, a luglio, proprio Macron si oppose all’apertura di un ufficio di collegamento della Nato in Giappone, per non irritare la Cina. Passiamo alla Germania. Secondo lo Spiegel, Olaf Scholz, quando nel 2019 era ministro delle Finanze, si oppose alla richiesta di Trump di aumentare al 2% il contributo di Berlino alla Nato. Tra l’altro Scholz fu anche vicecancelliere di Angela Merkel e quindi corresponsabile dell’appeasement energetico tedesco verso la Russia. E che dire di Kosiniak-Kamysz? L’attuale vicepremier polacco fu ministro del Lavoro nel secondo gabinetto di Donald Tusk. Quel Tusk che, durante la sua prima esperienza da premier, contribuì di fatto a far naufragare l’Eis: uno scudo missilistico americano che, promosso da George W. Bush, era al contrario temuto da Mosca. Nel 2010, Euobserver riferì inoltre che il governo di Tusk aveva finalizzato un accordo sul gas con la Russia. Una certa incoerenza riguarda anche Michel che, nel 2018, quando era premier belga, andò in visita da Vladimir Putin e criticò Trump per essersi ritirato dall’accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo voluto da Mosca, che, oltre a essere supportato dalla Quartapelle, Michel ha continuato a difendere anche da presidente del Consiglio europeo.Infine attenzione a Biden. È stato infatti l’attuale presidente ad azzoppare la deterrenza statunitense nei confronti della Russia, revocando le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 a maggio 2021 e ritirando i diplomatici americani da Kiev a febbraio 2022. Dall’altra parte, anche nel 2016 si diceva che Trump avrebbe abbandonato la Nato. Eppure ciò non è accaduto. Putin, sotto di lui, non aggredì l’Ucraina, mentre, nel novembre 2019, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, definì l’Alleanza atlantica come «fondamentale». Quello stesso anno, Npr riportò che, rispetto a Obama, Trump aveva triplicato la spesa a favore della European Deterrence Initiative: il programma di rassicurazione per gli alleati della Nato volto a dissuadere Mosca da eventuali attacchi. Insomma, Trump ha avuto sicuramente delle turbolenze nei suoi rapporti con l’Alleanza atlantica. Ma almeno con lui la deterrenza occidentale verso Russia, Iran e Cina funzionava.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nato-coro-ipocriti-contro-trump-2667271932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-cerca-voti-dai-giovani-su-tiktok-ma-ai-federali-vieto-il-social-cinese" data-post-id="2667271932" data-published-at="1707842788" data-use-pagination="False"> Biden cerca voti dai giovani su TikTok. Ma ai federali vietò il social cinese Dopo aver vietato TikTok ai dipendenti statali, adesso Joe Biden sbarca sul social network cinese per cercare di fare breccia nel cuore dei giovani elettori. L’obiettivo è quello di ribaltare i sondaggi e vincere le elezioni del prossimo novembre, che a meno di stravolgimenti giudiziari lo vedrà contrapporsi a Donald Trump. Di fronte a tanto obiettivo, si può anche creare un profilo sulla piattaforma che, non molto più di un anno fa, era stata bandita dai telefoni dei dipendenti pubblici federali per proteggere la sicurezza nazionale da possibili fughe di dati verso il Dragone. È «lol hey guys», cioè «lol (lot of laughs, ovvero «tante risate», ndr) hey ragazzi», la scritta che accompagna il primo video del nuovo account su TikTok del presidente Biden, «bidenhq». Il profilo è curato dal suo team della comunicazione, che deve cercare di intercettare i voti delle frange più giovani dell’elettorato, offrendo contenuti per loro accattivanti. Il primo filmato, in realtà, risulta abbastanza tragicomico, e ritrae un uomo di 81 anni che risponde ad alcune domande sul Super Bowl andato in scena nella notte tra domenica e lunedì, poste da un intervistatore fuori campo. Il tentativo è quello di mostrare un presidente simpatico, alla mano, con il filmato che termina con la domanda: «Trump o Biden?». «Mi prendi in giro?», risponde sorridendo il presidente, che dopo una pausa scenica riempita con una risatina decide: «Biden». Segno che per quanto si fingano più raffinati, anche loro sanno che mostrarsi come una persona comune aiuta ad avvicinarti alla gente. Ciò che allarma i democratici, infatti, è che alcuni sondaggi danno in vantaggio Trump anche nelle fasce di popolazione più giovani, tendenzialmente più predisposte verso posizioni progressiste.Nei giorni scorsi, intanto, il presidente degli Stati Uniti si è reso protagonista di una serie di uscite che hanno destato delle preoccupazioni. Sempre più irritato verso Benyamin Netanyahu a causa delle azioni militari a Gaza, secondo Nbc News si sarebbe lasciato andare, con i suoi collaboratori, a insulti verso il primo ministro israeliano. Stando a quanto trasmesso dall’emittente americana, Biden talvolta si riferisce a Netanyahu con espressioni come «quel ragazzo» e, in almeno tre occasioni, lo avrebbe etichettato come «asshole» (traducibile come «stronzo»). Dal canto suo, il Consiglio per la sicurezza nazionale Usa ha immediatamente smentito la notizia, ma si sa che una smentita può semplicemente essere una notizia data due volte. D’altra parte non c’era nemmeno molto bisogno di smentire, dal momento che ormai le parole di Biden non possono più essere prese molto sul serio, tant’è che perfino i media progressisti stanno iniziando a scaricarlo, dubitando della sua lucidità. L’ultima di una lunga serie di gaffe è di qualche settimana fa, quando durante un comizio a Las Vegas ha raccontato di quando, al suo primo vertice del G7 dopo la sua elezione nel 2020, ha incontrato «Mitterrand della Germania». Peccato che François Mitterrand sia morto nel 1996 e fosse presidente della Francia, non il cancelliere tedesco. Il presidente si è poi corretto sulla provenienza, ma non sulla persona. Insomma, difficile cercare coerenza nelle scelte di un presidente che ci ha abituato a gaffe di questo tipo e la cui autorità a livello geopolitico vacilla, come dimostra il comportamento del primo ministro israeliano. Con una mano attacca TikTok, che essendo in mani cinesi desta comprensibili preoccupazioni nel mondo occidentale, e con l’altra si iscrive alla piattaforma social per cercare di battere Trump. Il tutto, mentre i malumori in area dem per la posizione americana sul conflitto in Palestina si fanno sempre più pressanti. Una caduta a livello simbolico, che difficilmente pagherà sul piano elettorale.
A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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Roberto Gualtieri (Ansa)
Tutte fesserie, noi lo sapevamo e ora lo cominciano a pensare anche gli allocchi che in buona fede o meno ci avevano creduto. Era puro euro-fanatismo. La moda dell’elettrico dunque potrebbe subire un brusco stop. La svolta imposta dall’Europa sulla transizione green non solo ha scombussolato le programmazioni dei grandi marchi automobilistici ma ha soprattutto rovinato la filiera della componentistica meccanica italiana, il cuore pulsante dell’automotive, ciò che ci ha resi e che ci rende una eccellenza nel mondo (si prega di evitare le battute sull’andamento della Ferrari nei gran premi di Formula 1...); ma ora quella svolta non è degna nemmeno di una zona franca dal punto di vista economico. Anche le auto ecologiche devono versare l’obolo come tutte le altre, quelle vecchie e inquinanti: mille euro per ottenere il pass annuale che consente il passaggio nelle zone a traffico limitato. Una stangata vera e propria, non c’è che dire. Che si accoppia alla seconda misura - il pagamento dei parcheggi con le strisce blu per le mild hybrid - che sta dentro lo stesso provvedimento firmato dall’assessore alla mobilità, Eugenio Patané, il quale si è così giustificato: l’obiettivo è decongestionare il centro. No, l’obiettivo è fare cassa. E fregare coloro che si erano fidati della politica e dei suoi incoraggiamenti cambiando l’auto e passando al miracolo elettrico. L’elettrico non è un miracolo più per nessuno, anzi inizia a diventare un problema: gli incentivi non ci sono, l’usato non tira e i benefit si stanno esaurendo. Per non dire del costo dell’energia e delle scomodità della ricarica, specie nelle aree dove ora vogliono far pagare l’accesso. Come sempre accade quando c’è di mezzo l’Europa la fregatura è servita: fanno di tutto per portarti dentro la «loro» scelta e poi ti lasciano col cerino in mano, un po’ come quando hanno ridotto il denaro contante a favore delle carte elettroniche salvo poi lasciarci in balia dei loro «padroni» quasi tutti americani. Con le auto elettriche e con le batterie invece ci stanno facendo invadere dai cinesi, le cui quote di export in Europa e in Italia sono in continua crescita: complimenti alla Von Der Leyen e al suo vecchio sodale che era l’olandese Frans Tiemmerman! Per colpa delle scelte di quella Europa si è creato il crash che stiamo vivendo: dopo aver realizzato lo scambio prima industriale poi commerciale verso l’elettrico vendendo la favola del cambiamento climatico, la gente li ha seguiti convinta di essere premiata e ora ecco che proprio i sindaci dem li frega uniformando i balzelli, tanto per i motori termici quanto per i veicoli Bev! «L’incremento significativo delle elettriche in circolazione ha portato un conseguente aumento delle autorizzazioni di accesso alle Ztl», spiega in una nota il Comune, «Con le macchine a batteria che viaggiano in quelle aree, il traffico sale e la disponibilità di stalli di sosta diminuisce, specie nel centro storico». Non ho capito: si aspettavano quindi che la gente non comprasse auto elettriche oppure l’unico scenario che avrebbero voluto e che vorrebbero è far scomparire le auto dalla scena? Suvvia, la morale è presto fatta: la somma di sinistra, verdi e Unione Europea scatena il caos. E produce danni all’economia. Come al solito.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 febbraio 2026. La deputata di Azione Federica Onori, dalla conferenza sulla sicurezza di Monaco, commenta la posizione dell'Europa (e dell'Italia) sull'Ucraina.
Christine Lagarde (Ansa)
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
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