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2024-02-13
Sulla Nato un coro di ipocriti contro Trump
Donald Trump (Getty Images)
Si è abbattuto un putiferio su Donald Trump per le parole da lui recentemente pronunciate sulla Nato. Parlando a un comizio in South Carolina, l’ex presidente ha raccontato di aver detto in passato al leader di un «grande Paese» dell’Alleanza atlantica che non avrebbe protetto i membri europei della Nato se questi ultimi non avessero contribuito adeguatamente all’Alleanza stessa sul piano economico. «“Non avete pagato? Siete morosi? No, non vi proteggerei”. In effetti, li incoraggerei a fare quello che diavolo vogliono. Dovete pagare i vostri conti», ha affermato. Neanche a dirlo, Trump è stato subito tacciato di incoraggiare Mosca ad aggredire i Paesi della Nato. Joe Biden ha parlato di parole «spaventose e pericolose», accusando il rivale di voler abbandonare gli alleati in caso di attacco russo. Critici di Trump si sono mostrati anche il commissario europeo al Mercato interno, Thierry Breton, e il vicepremier polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz. A definire «sconsiderate» le affermazioni di Trump è poi stato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Sulla stessa linea, si è collocato il ministero degli Esteri tedesco, che ha twittato: «Uno per tutti e tutti per uno. Questo credo della Nato mantiene al sicuro più di 950 milioni di persone, da Anchorage a Erzurum». Strali a Trump, infine, sono arrivati anche dal senatore di Italia viva, Enrico Borghi, e dalla deputata del Pd, Lia Quartapelle.
Ora, cerchiamo di capire che cosa è realmente successo. Trump ha detto quelle parole durante un comizio rivolto agli elettori delle primarie in South Carolina. Proprio gli elettori delle primarie sono spesso isolazionisti e ben poco inclini ad accettare le spese internazionali. Tenendo conto del contesto, Trump ha quindi estremizzato comunicativamente un concetto che ripete da sempre: se gli alleati europei vogliono protezione in seno alla Nato, è necessario che contribuiscano maggiormente all’Alleanza sul piano economico. D’altronde, lo stesso senatore repubblicano Marco Rubio, che ha sponsorizzato un disegno di legge volto a impedire che un presidente possa ritirarsi unilateralmente dalla Nato, ha minimizzato le affermazioni di Trump. In secondo luogo, l’idea che gli alleati europei debbano contribuire maggiormente non è stata avanzata solo da Trump: a partire dal 2014, Barack Obama, di cui Biden era vice, ha più volte esortato gli alleati a incrementare le loro spese per l’Alleanza atlantica. A luglio 2016, Reuters riportò di tensioni tra l’allora presidente dem e alcuni Paesi della Nato a causa di questa questione.
Ma non è tutto. Eh sì, perché è impossibile non scorgere una certa ipocrisia da parte di chi ha criticato Trump per le sue parole sull’Alleanza atlantica. Breton è diventato commissario europeo su proposta di quell’Emmanuel Macron che, nel 2019, definì la Nato «cerebralmente morta». In quell’occasione, fu proprio Trump a difendere l’Alleanza, bollando le affermazioni del presidente francese come «odiose». Tra l’altro, Macron fa parte di Renew Europe: formazione europea a cui fa capo il partito di Enrico Borghi. Senza infine trascurare che, a luglio, proprio Macron si oppose all’apertura di un ufficio di collegamento della Nato in Giappone, per non irritare la Cina.
Passiamo alla Germania. Secondo lo Spiegel, Olaf Scholz, quando nel 2019 era ministro delle Finanze, si oppose alla richiesta di Trump di aumentare al 2% il contributo di Berlino alla Nato. Tra l’altro Scholz fu anche vicecancelliere di Angela Merkel e quindi corresponsabile dell’appeasement energetico tedesco verso la Russia. E che dire di Kosiniak-Kamysz? L’attuale vicepremier polacco fu ministro del Lavoro nel secondo gabinetto di Donald Tusk. Quel Tusk che, durante la sua prima esperienza da premier, contribuì di fatto a far naufragare l’Eis: uno scudo missilistico americano che, promosso da George W. Bush, era al contrario temuto da Mosca. Nel 2010, Euobserver riferì inoltre che il governo di Tusk aveva finalizzato un accordo sul gas con la Russia. Una certa incoerenza riguarda anche Michel che, nel 2018, quando era premier belga, andò in visita da Vladimir Putin e criticò Trump per essersi ritirato dall’accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo voluto da Mosca, che, oltre a essere supportato dalla Quartapelle, Michel ha continuato a difendere anche da presidente del Consiglio europeo.
Infine attenzione a Biden. È stato infatti l’attuale presidente ad azzoppare la deterrenza statunitense nei confronti della Russia, revocando le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 a maggio 2021 e ritirando i diplomatici americani da Kiev a febbraio 2022. Dall’altra parte, anche nel 2016 si diceva che Trump avrebbe abbandonato la Nato. Eppure ciò non è accaduto. Putin, sotto di lui, non aggredì l’Ucraina, mentre, nel novembre 2019, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, definì l’Alleanza atlantica come «fondamentale». Quello stesso anno, Npr riportò che, rispetto a Obama, Trump aveva triplicato la spesa a favore della European Deterrence Initiative: il programma di rassicurazione per gli alleati della Nato volto a dissuadere Mosca da eventuali attacchi. Insomma, Trump ha avuto sicuramente delle turbolenze nei suoi rapporti con l’Alleanza atlantica. Ma almeno con lui la deterrenza occidentale verso Russia, Iran e Cina funzionava.
Biden cerca voti dai giovani su TikTok. Ma ai federali vietò il social cinese
Dopo aver vietato TikTok ai dipendenti statali, adesso Joe Biden sbarca sul social network cinese per cercare di fare breccia nel cuore dei giovani elettori. L’obiettivo è quello di ribaltare i sondaggi e vincere le elezioni del prossimo novembre, che a meno di stravolgimenti giudiziari lo vedrà contrapporsi a Donald Trump. Di fronte a tanto obiettivo, si può anche creare un profilo sulla piattaforma che, non molto più di un anno fa, era stata bandita dai telefoni dei dipendenti pubblici federali per proteggere la sicurezza nazionale da possibili fughe di dati verso il Dragone. È «lol hey guys», cioè «lol (lot of laughs, ovvero «tante risate», ndr) hey ragazzi», la scritta che accompagna il primo video del nuovo account su TikTok del presidente Biden, «bidenhq». Il profilo è curato dal suo team della comunicazione, che deve cercare di intercettare i voti delle frange più giovani dell’elettorato, offrendo contenuti per loro accattivanti. Il primo filmato, in realtà, risulta abbastanza tragicomico, e ritrae un uomo di 81 anni che risponde ad alcune domande sul Super Bowl andato in scena nella notte tra domenica e lunedì, poste da un intervistatore fuori campo. Il tentativo è quello di mostrare un presidente simpatico, alla mano, con il filmato che termina con la domanda: «Trump o Biden?». «Mi prendi in giro?», risponde sorridendo il presidente, che dopo una pausa scenica riempita con una risatina decide: «Biden». Segno che per quanto si fingano più raffinati, anche loro sanno che mostrarsi come una persona comune aiuta ad avvicinarti alla gente. Ciò che allarma i democratici, infatti, è che alcuni sondaggi danno in vantaggio Trump anche nelle fasce di popolazione più giovani, tendenzialmente più predisposte verso posizioni progressiste.Nei giorni scorsi, intanto, il presidente degli Stati Uniti si è reso protagonista di una serie di uscite che hanno destato delle preoccupazioni. Sempre più irritato verso Benyamin Netanyahu a causa delle azioni militari a Gaza, secondo Nbc News si sarebbe lasciato andare, con i suoi collaboratori, a insulti verso il primo ministro israeliano. Stando a quanto trasmesso dall’emittente americana, Biden talvolta si riferisce a Netanyahu con espressioni come «quel ragazzo» e, in almeno tre occasioni, lo avrebbe etichettato come «asshole» (traducibile come «stronzo»). Dal canto suo, il Consiglio per la sicurezza nazionale Usa ha immediatamente smentito la notizia, ma si sa che una smentita può semplicemente essere una notizia data due volte. D’altra parte non c’era nemmeno molto bisogno di smentire, dal momento che ormai le parole di Biden non possono più essere prese molto sul serio, tant’è che perfino i media progressisti stanno iniziando a scaricarlo, dubitando della sua lucidità. L’ultima di una lunga serie di gaffe è di qualche settimana fa, quando durante un comizio a Las Vegas ha raccontato di quando, al suo primo vertice del G7 dopo la sua elezione nel 2020, ha incontrato «Mitterrand della Germania». Peccato che François Mitterrand sia morto nel 1996 e fosse presidente della Francia, non il cancelliere tedesco. Il presidente si è poi corretto sulla provenienza, ma non sulla persona. Insomma, difficile cercare coerenza nelle scelte di un presidente che ci ha abituato a gaffe di questo tipo e la cui autorità a livello geopolitico vacilla, come dimostra il comportamento del primo ministro israeliano. Con una mano attacca TikTok, che essendo in mani cinesi desta comprensibili preoccupazioni nel mondo occidentale, e con l’altra si iscrive alla piattaforma social per cercare di battere Trump. Il tutto, mentre i malumori in area dem per la posizione americana sul conflitto in Palestina si fanno sempre più pressanti. Una caduta a livello simbolico, che difficilmente pagherà sul piano elettorale.
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Pioggia di critiche sul repubblicano, che ha invitato gli alleati a contribuire di più alle spese dell’Alleanza atlantica. Al netto dei toni, Obama chiese la stessa cosa. E sul possibile assist fatto alla Russia di Putin, Macron e Scholz dovrebbero prima recitare mea culpa. Intanto è gelo con Netanyahu: privatamente gli avrebbe dato tre volte dello «str...».Lo speciale contiene due articoli.Si è abbattuto un putiferio su Donald Trump per le parole da lui recentemente pronunciate sulla Nato. Parlando a un comizio in South Carolina, l’ex presidente ha raccontato di aver detto in passato al leader di un «grande Paese» dell’Alleanza atlantica che non avrebbe protetto i membri europei della Nato se questi ultimi non avessero contribuito adeguatamente all’Alleanza stessa sul piano economico. «“Non avete pagato? Siete morosi? No, non vi proteggerei”. In effetti, li incoraggerei a fare quello che diavolo vogliono. Dovete pagare i vostri conti», ha affermato. Neanche a dirlo, Trump è stato subito tacciato di incoraggiare Mosca ad aggredire i Paesi della Nato. Joe Biden ha parlato di parole «spaventose e pericolose», accusando il rivale di voler abbandonare gli alleati in caso di attacco russo. Critici di Trump si sono mostrati anche il commissario europeo al Mercato interno, Thierry Breton, e il vicepremier polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz. A definire «sconsiderate» le affermazioni di Trump è poi stato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Sulla stessa linea, si è collocato il ministero degli Esteri tedesco, che ha twittato: «Uno per tutti e tutti per uno. Questo credo della Nato mantiene al sicuro più di 950 milioni di persone, da Anchorage a Erzurum». Strali a Trump, infine, sono arrivati anche dal senatore di Italia viva, Enrico Borghi, e dalla deputata del Pd, Lia Quartapelle.Ora, cerchiamo di capire che cosa è realmente successo. Trump ha detto quelle parole durante un comizio rivolto agli elettori delle primarie in South Carolina. Proprio gli elettori delle primarie sono spesso isolazionisti e ben poco inclini ad accettare le spese internazionali. Tenendo conto del contesto, Trump ha quindi estremizzato comunicativamente un concetto che ripete da sempre: se gli alleati europei vogliono protezione in seno alla Nato, è necessario che contribuiscano maggiormente all’Alleanza sul piano economico. D’altronde, lo stesso senatore repubblicano Marco Rubio, che ha sponsorizzato un disegno di legge volto a impedire che un presidente possa ritirarsi unilateralmente dalla Nato, ha minimizzato le affermazioni di Trump. In secondo luogo, l’idea che gli alleati europei debbano contribuire maggiormente non è stata avanzata solo da Trump: a partire dal 2014, Barack Obama, di cui Biden era vice, ha più volte esortato gli alleati a incrementare le loro spese per l’Alleanza atlantica. A luglio 2016, Reuters riportò di tensioni tra l’allora presidente dem e alcuni Paesi della Nato a causa di questa questione.Ma non è tutto. Eh sì, perché è impossibile non scorgere una certa ipocrisia da parte di chi ha criticato Trump per le sue parole sull’Alleanza atlantica. Breton è diventato commissario europeo su proposta di quell’Emmanuel Macron che, nel 2019, definì la Nato «cerebralmente morta». In quell’occasione, fu proprio Trump a difendere l’Alleanza, bollando le affermazioni del presidente francese come «odiose». Tra l’altro, Macron fa parte di Renew Europe: formazione europea a cui fa capo il partito di Enrico Borghi. Senza infine trascurare che, a luglio, proprio Macron si oppose all’apertura di un ufficio di collegamento della Nato in Giappone, per non irritare la Cina. Passiamo alla Germania. Secondo lo Spiegel, Olaf Scholz, quando nel 2019 era ministro delle Finanze, si oppose alla richiesta di Trump di aumentare al 2% il contributo di Berlino alla Nato. Tra l’altro Scholz fu anche vicecancelliere di Angela Merkel e quindi corresponsabile dell’appeasement energetico tedesco verso la Russia. E che dire di Kosiniak-Kamysz? L’attuale vicepremier polacco fu ministro del Lavoro nel secondo gabinetto di Donald Tusk. Quel Tusk che, durante la sua prima esperienza da premier, contribuì di fatto a far naufragare l’Eis: uno scudo missilistico americano che, promosso da George W. Bush, era al contrario temuto da Mosca. Nel 2010, Euobserver riferì inoltre che il governo di Tusk aveva finalizzato un accordo sul gas con la Russia. Una certa incoerenza riguarda anche Michel che, nel 2018, quando era premier belga, andò in visita da Vladimir Putin e criticò Trump per essersi ritirato dall’accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo voluto da Mosca, che, oltre a essere supportato dalla Quartapelle, Michel ha continuato a difendere anche da presidente del Consiglio europeo.Infine attenzione a Biden. È stato infatti l’attuale presidente ad azzoppare la deterrenza statunitense nei confronti della Russia, revocando le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 a maggio 2021 e ritirando i diplomatici americani da Kiev a febbraio 2022. Dall’altra parte, anche nel 2016 si diceva che Trump avrebbe abbandonato la Nato. Eppure ciò non è accaduto. Putin, sotto di lui, non aggredì l’Ucraina, mentre, nel novembre 2019, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, definì l’Alleanza atlantica come «fondamentale». Quello stesso anno, Npr riportò che, rispetto a Obama, Trump aveva triplicato la spesa a favore della European Deterrence Initiative: il programma di rassicurazione per gli alleati della Nato volto a dissuadere Mosca da eventuali attacchi. Insomma, Trump ha avuto sicuramente delle turbolenze nei suoi rapporti con l’Alleanza atlantica. Ma almeno con lui la deterrenza occidentale verso Russia, Iran e Cina funzionava.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nato-coro-ipocriti-contro-trump-2667271932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-cerca-voti-dai-giovani-su-tiktok-ma-ai-federali-vieto-il-social-cinese" data-post-id="2667271932" data-published-at="1707842788" data-use-pagination="False"> Biden cerca voti dai giovani su TikTok. Ma ai federali vietò il social cinese Dopo aver vietato TikTok ai dipendenti statali, adesso Joe Biden sbarca sul social network cinese per cercare di fare breccia nel cuore dei giovani elettori. L’obiettivo è quello di ribaltare i sondaggi e vincere le elezioni del prossimo novembre, che a meno di stravolgimenti giudiziari lo vedrà contrapporsi a Donald Trump. Di fronte a tanto obiettivo, si può anche creare un profilo sulla piattaforma che, non molto più di un anno fa, era stata bandita dai telefoni dei dipendenti pubblici federali per proteggere la sicurezza nazionale da possibili fughe di dati verso il Dragone. È «lol hey guys», cioè «lol (lot of laughs, ovvero «tante risate», ndr) hey ragazzi», la scritta che accompagna il primo video del nuovo account su TikTok del presidente Biden, «bidenhq». Il profilo è curato dal suo team della comunicazione, che deve cercare di intercettare i voti delle frange più giovani dell’elettorato, offrendo contenuti per loro accattivanti. Il primo filmato, in realtà, risulta abbastanza tragicomico, e ritrae un uomo di 81 anni che risponde ad alcune domande sul Super Bowl andato in scena nella notte tra domenica e lunedì, poste da un intervistatore fuori campo. Il tentativo è quello di mostrare un presidente simpatico, alla mano, con il filmato che termina con la domanda: «Trump o Biden?». «Mi prendi in giro?», risponde sorridendo il presidente, che dopo una pausa scenica riempita con una risatina decide: «Biden». Segno che per quanto si fingano più raffinati, anche loro sanno che mostrarsi come una persona comune aiuta ad avvicinarti alla gente. Ciò che allarma i democratici, infatti, è che alcuni sondaggi danno in vantaggio Trump anche nelle fasce di popolazione più giovani, tendenzialmente più predisposte verso posizioni progressiste.Nei giorni scorsi, intanto, il presidente degli Stati Uniti si è reso protagonista di una serie di uscite che hanno destato delle preoccupazioni. Sempre più irritato verso Benyamin Netanyahu a causa delle azioni militari a Gaza, secondo Nbc News si sarebbe lasciato andare, con i suoi collaboratori, a insulti verso il primo ministro israeliano. Stando a quanto trasmesso dall’emittente americana, Biden talvolta si riferisce a Netanyahu con espressioni come «quel ragazzo» e, in almeno tre occasioni, lo avrebbe etichettato come «asshole» (traducibile come «stronzo»). Dal canto suo, il Consiglio per la sicurezza nazionale Usa ha immediatamente smentito la notizia, ma si sa che una smentita può semplicemente essere una notizia data due volte. D’altra parte non c’era nemmeno molto bisogno di smentire, dal momento che ormai le parole di Biden non possono più essere prese molto sul serio, tant’è che perfino i media progressisti stanno iniziando a scaricarlo, dubitando della sua lucidità. L’ultima di una lunga serie di gaffe è di qualche settimana fa, quando durante un comizio a Las Vegas ha raccontato di quando, al suo primo vertice del G7 dopo la sua elezione nel 2020, ha incontrato «Mitterrand della Germania». Peccato che François Mitterrand sia morto nel 1996 e fosse presidente della Francia, non il cancelliere tedesco. Il presidente si è poi corretto sulla provenienza, ma non sulla persona. Insomma, difficile cercare coerenza nelle scelte di un presidente che ci ha abituato a gaffe di questo tipo e la cui autorità a livello geopolitico vacilla, come dimostra il comportamento del primo ministro israeliano. Con una mano attacca TikTok, che essendo in mani cinesi desta comprensibili preoccupazioni nel mondo occidentale, e con l’altra si iscrive alla piattaforma social per cercare di battere Trump. Il tutto, mentre i malumori in area dem per la posizione americana sul conflitto in Palestina si fanno sempre più pressanti. Una caduta a livello simbolico, che difficilmente pagherà sul piano elettorale.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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