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2024-02-13
Sulla Nato un coro di ipocriti contro Trump
Donald Trump (Getty Images)
Si è abbattuto un putiferio su Donald Trump per le parole da lui recentemente pronunciate sulla Nato. Parlando a un comizio in South Carolina, l’ex presidente ha raccontato di aver detto in passato al leader di un «grande Paese» dell’Alleanza atlantica che non avrebbe protetto i membri europei della Nato se questi ultimi non avessero contribuito adeguatamente all’Alleanza stessa sul piano economico. «“Non avete pagato? Siete morosi? No, non vi proteggerei”. In effetti, li incoraggerei a fare quello che diavolo vogliono. Dovete pagare i vostri conti», ha affermato. Neanche a dirlo, Trump è stato subito tacciato di incoraggiare Mosca ad aggredire i Paesi della Nato. Joe Biden ha parlato di parole «spaventose e pericolose», accusando il rivale di voler abbandonare gli alleati in caso di attacco russo. Critici di Trump si sono mostrati anche il commissario europeo al Mercato interno, Thierry Breton, e il vicepremier polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz. A definire «sconsiderate» le affermazioni di Trump è poi stato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Sulla stessa linea, si è collocato il ministero degli Esteri tedesco, che ha twittato: «Uno per tutti e tutti per uno. Questo credo della Nato mantiene al sicuro più di 950 milioni di persone, da Anchorage a Erzurum». Strali a Trump, infine, sono arrivati anche dal senatore di Italia viva, Enrico Borghi, e dalla deputata del Pd, Lia Quartapelle.
Ora, cerchiamo di capire che cosa è realmente successo. Trump ha detto quelle parole durante un comizio rivolto agli elettori delle primarie in South Carolina. Proprio gli elettori delle primarie sono spesso isolazionisti e ben poco inclini ad accettare le spese internazionali. Tenendo conto del contesto, Trump ha quindi estremizzato comunicativamente un concetto che ripete da sempre: se gli alleati europei vogliono protezione in seno alla Nato, è necessario che contribuiscano maggiormente all’Alleanza sul piano economico. D’altronde, lo stesso senatore repubblicano Marco Rubio, che ha sponsorizzato un disegno di legge volto a impedire che un presidente possa ritirarsi unilateralmente dalla Nato, ha minimizzato le affermazioni di Trump. In secondo luogo, l’idea che gli alleati europei debbano contribuire maggiormente non è stata avanzata solo da Trump: a partire dal 2014, Barack Obama, di cui Biden era vice, ha più volte esortato gli alleati a incrementare le loro spese per l’Alleanza atlantica. A luglio 2016, Reuters riportò di tensioni tra l’allora presidente dem e alcuni Paesi della Nato a causa di questa questione.
Ma non è tutto. Eh sì, perché è impossibile non scorgere una certa ipocrisia da parte di chi ha criticato Trump per le sue parole sull’Alleanza atlantica. Breton è diventato commissario europeo su proposta di quell’Emmanuel Macron che, nel 2019, definì la Nato «cerebralmente morta». In quell’occasione, fu proprio Trump a difendere l’Alleanza, bollando le affermazioni del presidente francese come «odiose». Tra l’altro, Macron fa parte di Renew Europe: formazione europea a cui fa capo il partito di Enrico Borghi. Senza infine trascurare che, a luglio, proprio Macron si oppose all’apertura di un ufficio di collegamento della Nato in Giappone, per non irritare la Cina.
Passiamo alla Germania. Secondo lo Spiegel, Olaf Scholz, quando nel 2019 era ministro delle Finanze, si oppose alla richiesta di Trump di aumentare al 2% il contributo di Berlino alla Nato. Tra l’altro Scholz fu anche vicecancelliere di Angela Merkel e quindi corresponsabile dell’appeasement energetico tedesco verso la Russia. E che dire di Kosiniak-Kamysz? L’attuale vicepremier polacco fu ministro del Lavoro nel secondo gabinetto di Donald Tusk. Quel Tusk che, durante la sua prima esperienza da premier, contribuì di fatto a far naufragare l’Eis: uno scudo missilistico americano che, promosso da George W. Bush, era al contrario temuto da Mosca. Nel 2010, Euobserver riferì inoltre che il governo di Tusk aveva finalizzato un accordo sul gas con la Russia. Una certa incoerenza riguarda anche Michel che, nel 2018, quando era premier belga, andò in visita da Vladimir Putin e criticò Trump per essersi ritirato dall’accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo voluto da Mosca, che, oltre a essere supportato dalla Quartapelle, Michel ha continuato a difendere anche da presidente del Consiglio europeo.
Infine attenzione a Biden. È stato infatti l’attuale presidente ad azzoppare la deterrenza statunitense nei confronti della Russia, revocando le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 a maggio 2021 e ritirando i diplomatici americani da Kiev a febbraio 2022. Dall’altra parte, anche nel 2016 si diceva che Trump avrebbe abbandonato la Nato. Eppure ciò non è accaduto. Putin, sotto di lui, non aggredì l’Ucraina, mentre, nel novembre 2019, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, definì l’Alleanza atlantica come «fondamentale». Quello stesso anno, Npr riportò che, rispetto a Obama, Trump aveva triplicato la spesa a favore della European Deterrence Initiative: il programma di rassicurazione per gli alleati della Nato volto a dissuadere Mosca da eventuali attacchi. Insomma, Trump ha avuto sicuramente delle turbolenze nei suoi rapporti con l’Alleanza atlantica. Ma almeno con lui la deterrenza occidentale verso Russia, Iran e Cina funzionava.
Biden cerca voti dai giovani su TikTok. Ma ai federali vietò il social cinese
Dopo aver vietato TikTok ai dipendenti statali, adesso Joe Biden sbarca sul social network cinese per cercare di fare breccia nel cuore dei giovani elettori. L’obiettivo è quello di ribaltare i sondaggi e vincere le elezioni del prossimo novembre, che a meno di stravolgimenti giudiziari lo vedrà contrapporsi a Donald Trump. Di fronte a tanto obiettivo, si può anche creare un profilo sulla piattaforma che, non molto più di un anno fa, era stata bandita dai telefoni dei dipendenti pubblici federali per proteggere la sicurezza nazionale da possibili fughe di dati verso il Dragone. È «lol hey guys», cioè «lol (lot of laughs, ovvero «tante risate», ndr) hey ragazzi», la scritta che accompagna il primo video del nuovo account su TikTok del presidente Biden, «bidenhq». Il profilo è curato dal suo team della comunicazione, che deve cercare di intercettare i voti delle frange più giovani dell’elettorato, offrendo contenuti per loro accattivanti. Il primo filmato, in realtà, risulta abbastanza tragicomico, e ritrae un uomo di 81 anni che risponde ad alcune domande sul Super Bowl andato in scena nella notte tra domenica e lunedì, poste da un intervistatore fuori campo. Il tentativo è quello di mostrare un presidente simpatico, alla mano, con il filmato che termina con la domanda: «Trump o Biden?». «Mi prendi in giro?», risponde sorridendo il presidente, che dopo una pausa scenica riempita con una risatina decide: «Biden». Segno che per quanto si fingano più raffinati, anche loro sanno che mostrarsi come una persona comune aiuta ad avvicinarti alla gente. Ciò che allarma i democratici, infatti, è che alcuni sondaggi danno in vantaggio Trump anche nelle fasce di popolazione più giovani, tendenzialmente più predisposte verso posizioni progressiste.Nei giorni scorsi, intanto, il presidente degli Stati Uniti si è reso protagonista di una serie di uscite che hanno destato delle preoccupazioni. Sempre più irritato verso Benyamin Netanyahu a causa delle azioni militari a Gaza, secondo Nbc News si sarebbe lasciato andare, con i suoi collaboratori, a insulti verso il primo ministro israeliano. Stando a quanto trasmesso dall’emittente americana, Biden talvolta si riferisce a Netanyahu con espressioni come «quel ragazzo» e, in almeno tre occasioni, lo avrebbe etichettato come «asshole» (traducibile come «stronzo»). Dal canto suo, il Consiglio per la sicurezza nazionale Usa ha immediatamente smentito la notizia, ma si sa che una smentita può semplicemente essere una notizia data due volte. D’altra parte non c’era nemmeno molto bisogno di smentire, dal momento che ormai le parole di Biden non possono più essere prese molto sul serio, tant’è che perfino i media progressisti stanno iniziando a scaricarlo, dubitando della sua lucidità. L’ultima di una lunga serie di gaffe è di qualche settimana fa, quando durante un comizio a Las Vegas ha raccontato di quando, al suo primo vertice del G7 dopo la sua elezione nel 2020, ha incontrato «Mitterrand della Germania». Peccato che François Mitterrand sia morto nel 1996 e fosse presidente della Francia, non il cancelliere tedesco. Il presidente si è poi corretto sulla provenienza, ma non sulla persona. Insomma, difficile cercare coerenza nelle scelte di un presidente che ci ha abituato a gaffe di questo tipo e la cui autorità a livello geopolitico vacilla, come dimostra il comportamento del primo ministro israeliano. Con una mano attacca TikTok, che essendo in mani cinesi desta comprensibili preoccupazioni nel mondo occidentale, e con l’altra si iscrive alla piattaforma social per cercare di battere Trump. Il tutto, mentre i malumori in area dem per la posizione americana sul conflitto in Palestina si fanno sempre più pressanti. Una caduta a livello simbolico, che difficilmente pagherà sul piano elettorale.
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Pioggia di critiche sul repubblicano, che ha invitato gli alleati a contribuire di più alle spese dell’Alleanza atlantica. Al netto dei toni, Obama chiese la stessa cosa. E sul possibile assist fatto alla Russia di Putin, Macron e Scholz dovrebbero prima recitare mea culpa. Intanto è gelo con Netanyahu: privatamente gli avrebbe dato tre volte dello «str...».Lo speciale contiene due articoli.Si è abbattuto un putiferio su Donald Trump per le parole da lui recentemente pronunciate sulla Nato. Parlando a un comizio in South Carolina, l’ex presidente ha raccontato di aver detto in passato al leader di un «grande Paese» dell’Alleanza atlantica che non avrebbe protetto i membri europei della Nato se questi ultimi non avessero contribuito adeguatamente all’Alleanza stessa sul piano economico. «“Non avete pagato? Siete morosi? No, non vi proteggerei”. In effetti, li incoraggerei a fare quello che diavolo vogliono. Dovete pagare i vostri conti», ha affermato. Neanche a dirlo, Trump è stato subito tacciato di incoraggiare Mosca ad aggredire i Paesi della Nato. Joe Biden ha parlato di parole «spaventose e pericolose», accusando il rivale di voler abbandonare gli alleati in caso di attacco russo. Critici di Trump si sono mostrati anche il commissario europeo al Mercato interno, Thierry Breton, e il vicepremier polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz. A definire «sconsiderate» le affermazioni di Trump è poi stato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Sulla stessa linea, si è collocato il ministero degli Esteri tedesco, che ha twittato: «Uno per tutti e tutti per uno. Questo credo della Nato mantiene al sicuro più di 950 milioni di persone, da Anchorage a Erzurum». Strali a Trump, infine, sono arrivati anche dal senatore di Italia viva, Enrico Borghi, e dalla deputata del Pd, Lia Quartapelle.Ora, cerchiamo di capire che cosa è realmente successo. Trump ha detto quelle parole durante un comizio rivolto agli elettori delle primarie in South Carolina. Proprio gli elettori delle primarie sono spesso isolazionisti e ben poco inclini ad accettare le spese internazionali. Tenendo conto del contesto, Trump ha quindi estremizzato comunicativamente un concetto che ripete da sempre: se gli alleati europei vogliono protezione in seno alla Nato, è necessario che contribuiscano maggiormente all’Alleanza sul piano economico. D’altronde, lo stesso senatore repubblicano Marco Rubio, che ha sponsorizzato un disegno di legge volto a impedire che un presidente possa ritirarsi unilateralmente dalla Nato, ha minimizzato le affermazioni di Trump. In secondo luogo, l’idea che gli alleati europei debbano contribuire maggiormente non è stata avanzata solo da Trump: a partire dal 2014, Barack Obama, di cui Biden era vice, ha più volte esortato gli alleati a incrementare le loro spese per l’Alleanza atlantica. A luglio 2016, Reuters riportò di tensioni tra l’allora presidente dem e alcuni Paesi della Nato a causa di questa questione.Ma non è tutto. Eh sì, perché è impossibile non scorgere una certa ipocrisia da parte di chi ha criticato Trump per le sue parole sull’Alleanza atlantica. Breton è diventato commissario europeo su proposta di quell’Emmanuel Macron che, nel 2019, definì la Nato «cerebralmente morta». In quell’occasione, fu proprio Trump a difendere l’Alleanza, bollando le affermazioni del presidente francese come «odiose». Tra l’altro, Macron fa parte di Renew Europe: formazione europea a cui fa capo il partito di Enrico Borghi. Senza infine trascurare che, a luglio, proprio Macron si oppose all’apertura di un ufficio di collegamento della Nato in Giappone, per non irritare la Cina. Passiamo alla Germania. Secondo lo Spiegel, Olaf Scholz, quando nel 2019 era ministro delle Finanze, si oppose alla richiesta di Trump di aumentare al 2% il contributo di Berlino alla Nato. Tra l’altro Scholz fu anche vicecancelliere di Angela Merkel e quindi corresponsabile dell’appeasement energetico tedesco verso la Russia. E che dire di Kosiniak-Kamysz? L’attuale vicepremier polacco fu ministro del Lavoro nel secondo gabinetto di Donald Tusk. Quel Tusk che, durante la sua prima esperienza da premier, contribuì di fatto a far naufragare l’Eis: uno scudo missilistico americano che, promosso da George W. Bush, era al contrario temuto da Mosca. Nel 2010, Euobserver riferì inoltre che il governo di Tusk aveva finalizzato un accordo sul gas con la Russia. Una certa incoerenza riguarda anche Michel che, nel 2018, quando era premier belga, andò in visita da Vladimir Putin e criticò Trump per essersi ritirato dall’accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo voluto da Mosca, che, oltre a essere supportato dalla Quartapelle, Michel ha continuato a difendere anche da presidente del Consiglio europeo.Infine attenzione a Biden. È stato infatti l’attuale presidente ad azzoppare la deterrenza statunitense nei confronti della Russia, revocando le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 a maggio 2021 e ritirando i diplomatici americani da Kiev a febbraio 2022. Dall’altra parte, anche nel 2016 si diceva che Trump avrebbe abbandonato la Nato. Eppure ciò non è accaduto. Putin, sotto di lui, non aggredì l’Ucraina, mentre, nel novembre 2019, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, definì l’Alleanza atlantica come «fondamentale». Quello stesso anno, Npr riportò che, rispetto a Obama, Trump aveva triplicato la spesa a favore della European Deterrence Initiative: il programma di rassicurazione per gli alleati della Nato volto a dissuadere Mosca da eventuali attacchi. Insomma, Trump ha avuto sicuramente delle turbolenze nei suoi rapporti con l’Alleanza atlantica. 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Di fronte a tanto obiettivo, si può anche creare un profilo sulla piattaforma che, non molto più di un anno fa, era stata bandita dai telefoni dei dipendenti pubblici federali per proteggere la sicurezza nazionale da possibili fughe di dati verso il Dragone. È «lol hey guys», cioè «lol (lot of laughs, ovvero «tante risate», ndr) hey ragazzi», la scritta che accompagna il primo video del nuovo account su TikTok del presidente Biden, «bidenhq». Il profilo è curato dal suo team della comunicazione, che deve cercare di intercettare i voti delle frange più giovani dell’elettorato, offrendo contenuti per loro accattivanti. Il primo filmato, in realtà, risulta abbastanza tragicomico, e ritrae un uomo di 81 anni che risponde ad alcune domande sul Super Bowl andato in scena nella notte tra domenica e lunedì, poste da un intervistatore fuori campo. Il tentativo è quello di mostrare un presidente simpatico, alla mano, con il filmato che termina con la domanda: «Trump o Biden?». «Mi prendi in giro?», risponde sorridendo il presidente, che dopo una pausa scenica riempita con una risatina decide: «Biden». Segno che per quanto si fingano più raffinati, anche loro sanno che mostrarsi come una persona comune aiuta ad avvicinarti alla gente. Ciò che allarma i democratici, infatti, è che alcuni sondaggi danno in vantaggio Trump anche nelle fasce di popolazione più giovani, tendenzialmente più predisposte verso posizioni progressiste.Nei giorni scorsi, intanto, il presidente degli Stati Uniti si è reso protagonista di una serie di uscite che hanno destato delle preoccupazioni. Sempre più irritato verso Benyamin Netanyahu a causa delle azioni militari a Gaza, secondo Nbc News si sarebbe lasciato andare, con i suoi collaboratori, a insulti verso il primo ministro israeliano. Stando a quanto trasmesso dall’emittente americana, Biden talvolta si riferisce a Netanyahu con espressioni come «quel ragazzo» e, in almeno tre occasioni, lo avrebbe etichettato come «asshole» (traducibile come «stronzo»). Dal canto suo, il Consiglio per la sicurezza nazionale Usa ha immediatamente smentito la notizia, ma si sa che una smentita può semplicemente essere una notizia data due volte. D’altra parte non c’era nemmeno molto bisogno di smentire, dal momento che ormai le parole di Biden non possono più essere prese molto sul serio, tant’è che perfino i media progressisti stanno iniziando a scaricarlo, dubitando della sua lucidità. L’ultima di una lunga serie di gaffe è di qualche settimana fa, quando durante un comizio a Las Vegas ha raccontato di quando, al suo primo vertice del G7 dopo la sua elezione nel 2020, ha incontrato «Mitterrand della Germania». Peccato che François Mitterrand sia morto nel 1996 e fosse presidente della Francia, non il cancelliere tedesco. Il presidente si è poi corretto sulla provenienza, ma non sulla persona. Insomma, difficile cercare coerenza nelle scelte di un presidente che ci ha abituato a gaffe di questo tipo e la cui autorità a livello geopolitico vacilla, come dimostra il comportamento del primo ministro israeliano. Con una mano attacca TikTok, che essendo in mani cinesi desta comprensibili preoccupazioni nel mondo occidentale, e con l’altra si iscrive alla piattaforma social per cercare di battere Trump. Il tutto, mentre i malumori in area dem per la posizione americana sul conflitto in Palestina si fanno sempre più pressanti. Una caduta a livello simbolico, che difficilmente pagherà sul piano elettorale.
Una concessionaria Ford Motor Company a Stoneham nel Massachusetts (Ansa)
La notizia l’ha data il Wall Street Journal: il Pentagono è in contatto con i vertici di diverse aziende, alle quali ha chiesto di fabbricare armi e munizioni. Già da mesi - da prima, cioè, che scoppiasse la guerra in Iran - alcuni alti funzionari hanno tenuto una serie di incontri con le società statunitensi, convocando, tra gli altri, gli amministratori delegati di General Motors, Mary Barra, e di Ford, Jim Farley. Ai colloqui hanno partecipato anche Ge Aerospace e, dal mese di novembre, la Oshkosh, compagnia del Wisconsin, che già assembla mezzi per il trasporto delle truppe, ma che ancora trae il grosso dei suoi 10 miliardi e mezzo di dollari di ricavi dal mercato civile. Un rappresentante del ministero di Pete Hegseth, al quotidiano newyorkese, ha detto che il Dipartimento è «impegnato ad allargare rapidamente la base industriale della difesa, facendo leva su tutte le soluzioni commerciali e le tecnologie disponibili, allo scopo di assicurare che i nostri combattenti mantengano un vantaggio decisivo». Di recente, il dicastero della Virginia ha proposto l’approvazione di un bilancio monstre da 1.500 miliardi, giustificandolo con la volontà di investire in munizionamento e droni. Due asset cruciali per i conflitti del futuro, che saranno sempre più automatizzati, ma che - e lo si è visto nell’Est Europa - possono anche inasprirsi lungo linee d’attrito, nelle quali le capacità di rifornire di continuo l’artiglieria fanno la differenza.
In effetti, la mossa del governo Usa si è resa necessaria a causa del progressivo assottigliamento delle scorte, dopo anni di aiuti all’Ucraina, sostegno a Israele e, ovviamente, in seguito ai quaranta giorni di pesanti bombardamenti contro il regime degli ayatollah. Forse è anche per risparmiare risorse che gli Stati Uniti si sono risolti a stabilire una tregua, mentre negoziano con Teheran.
Il fatto che il Pentagono abbia raggiunto le prime imprese verso la fine del 2025 dimostra che gli apparati avevano ben presente il vulnus. Secondo una ricostruzione pubblicata dal New York Times, lo stesso Trump, durante le discussioni nella Situation room sull’invito di Benjamin Netanyahu a unirsi a Tel Aviv contro i pasdaran, sarebbe stato messo in guardia dal generale Dan Caine, il capo dello Stato maggiore congiunto. Quest’ultimo avrebbe segnalato che «una grande campagna contro l’Iran avrebbe ridotto drasticamente le riserve di armamenti americani, compresi i missili intercettori, la cui fabbricazione era stata compromessa da anni di sostengo all’Ucraina e a Israele. Il generale Caine», aggiungeva il giornale della Grande Mela, «non intravedeva alcun percorso chiaro per rimpinguare velocemente queste scorte». Nella sfortunata eventualità in cui si fosse aperto un ulteriore teatro di guerra, quindi, Washington si sarebbe trovata scoperta. Per dire: se domattina la Cina invadesse Taiwan, gli Usa faticherebbero a tenere botta nell’Indo-Pacifico.
L’idea di «precettare» le industrie non è un’esclusiva di The Donald. La Russia e l’Ucraina, per ovvi motivi, hanno messo da tempo gli elmetti sulle catene di montaggio. Anche l’Italia ci aveva fatto un pensierino: giusto un anno fa, il ministro Adolfo Urso aveva proposto di sopperire al calo delle vendite di vetture con la riconversione dell’automotive ai settori della difesa e dell’aerospazio. Gli apripista dovevano essere i tedeschi. A marzo 2025, Rheinmetall aveva manifestato interesse per l’acquisizione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück, da dove sarebbero uscite non più le Golf bensì i carri armati. Non se ne è fatto nulla. Qualche settimana fa, il ceo della casa di Wolfsburg ha quindi annunciato contatti con l’israeliana Rafael advanced defense systems: la Bassa Sassonia sarebbe diventata il sito di produzione di alcuni componenti di Iron dome. La notizia, però, è stata smentita dalla stessa Volkswagen. Passi concreti, invece, li ha compiuti la divisione camion di Daimler, che raddoppierà le dimensioni del suo business militare entro il 2030. Il guaio è che eliminerà 5.000 posti di lavoro, pari al 14% dell’organico: il superiore livello di automazione delle linee belliche non è amico degli operai. Stesso destino toccherà alla Alstom: ci fu un’epoca in cui costruiva treni; adesso ha ceduto l’impianto di Görlitz a Knds, che sforna i tank Leopard 2 e i corazzati Puma. Di 2.000 occupati, al momento della vendita ne erano rimasti 700; Knds ha promesso che ne manterrà solo la metà.
Proprio ieri, peraltro, Ursula von der Leyen si è sentita con il segretario della Nato, Mark Rutte, con il quale ha discusso «di come aumentare la produzione industriale nel settore della difesa in Europa. Dobbiamo investire di più», ha detto la presidente della Commissione Ue, «produrre di più e fare entrambe le cose più rapidamente». A scapito dei lavoratori? Nel frattempo, l’Iran ha comunicato di aver addirittura decuplicato la sua produzione di droni. Se fosse vero, significherebbe che le bombe Usa non sono bastate a tagliare tutte le teste dell’idra islamica.
Chissà se lo svuotamento degli arsenali, oltre alla svolta industriale, favorirà una soluzione diplomatica ai conflitti. Sia in Medio Oriente sia nel Donbass, dove sarebbe vicina un’intesa tra Kiev e gli Usa sulle garanzie di sicurezza. E dove il Cremlino dovrà prendere atto dello stallo sul terreno. Non sarebbe una pace «disarmante», come la vuole Leone XIV, cioè in grado di «aprire i cuori» e di «generare fiducia». Ma di certo, sarebbe «disarmata».
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Ansa
L’Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia), organizzazione intergovernativa fondata da 29 Paesi, ha lanciato l’allarme. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia, in una intervista ha detto che l’Europa potrebbe trovarsi a breve di fronte a una grave emergenza per il trasporto aereo. Le scorte potrebbero addirittura durare solo 6 settimane a causa del blocco di Hormuz, che fa registrare pesanti ripercussioni sulle forniture di jet fuel. Secondo Birol in assenza di una rapida risoluzione del conflitto le compagnie aeree saranno costrette a introdurre cancellazioni di voli nel medio periodo. Prospettiva che potrebbe avere impatti significativi sulla mobilità dei passeggeri, sul turismo, il commercio e le catene logistiche con un impatto negativo importante su tutta l’economia.
Intanto la Ue è al lavoro per mettere a punto un piano rivolto al carburante per aerei, prodotto che l’Europa importa per circa il 75% dal Medio Oriente con una dipendenza superiore a quella di qualsiasi altro combustibile per trasporto. La Commissione sta elaborando una strategia che dovrebbe essere presentata il 22 aprile basata su tre punti: monitoraggio della capacità di raffinazione per massimizzare la produzione interna; misure per garantire che le raffinerie operino nella massima capacità evitando fermi per manutenzione; infine acquisti congiunti di cherosene. Un altro capitolo riguarderebbe la possibilità di coordinare i membri della Ue per le scorte di jet fuel, un prodotto per il quale non esiste un obbligo di riserve e che quindi vede comportamenti disomogenei tra i vari Stati.
In attesa di Bruxelles, le compagnie cominciano a fare i conti con le difficoltà.
Klm, ad esempio, ha annunciato la cancellazione di 160 voli in Europa nel prossimo mese con la motivazione dei rincari del cherosene ma precisando che non ha problemi di carenza di jet fuel. Peraltro, nonostante i disagi, i voli soppressi rappresentano meno dell’1% dell’offerta della compagnia. Decisione simile anche per l’elvetica Edelweiss che ha modificato il planning relativo agli Stati Uniti e all’Oman, in questo caso a causa del calo della domanda oltre all’aumento del prezzo del carburante. L’adeguamento riguarda in particolare i collegamenti con il Nord America nel programma estivo. I voli verso Denver e Seattle sono stati eliminati completamente, mentre sulla rotta per Las Vegas le frequenze verranno ridotte nella tarda primavera e in autunno. Nel programma invernale 2026/27 verranno cancellati i collegamenti verso Mascate e Salalah, in Oman. I passeggeri già in possesso di biglietti per le destinazioni interessate saranno reindirizzati su collegamenti alternativi, oppure saranno rimborsati.
La crisi energetica sta facendo sentire i suoi effetti sui conti economici di alcuni vettori. La britannica low cost EasyJet ha annunciato una perdita pre tasse tra 540 e 560 milioni di sterline per il semestre ottobre-marzo, a fronte dei 394 milioni di sterline della prima metà del 2024-25 e ha segnalato che il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei costi del carburante di 25 milioni nel mese di marzo. Con l’estate alle porte, la situazione già grave, rischia di esplodere. Il ceo, Kenton Jarvis, ha affermato che la domanda resta sostenuta ma i risultati finanziari sono peggiorati. Pesa anche l’atteggiamento prudente dei passeggeri che a fronte della situazione incerta, tendono a posticipare le prenotazioni. Nonostante questo EasyJet dice di aver registrato a Pasqua la sua migliore performance di questo periodo a dimostrazione che la situazione è caratterizzata da estrema volatilità. Secondo quanto riporta The Guardian, EasyJet resta comunque fiduciosa riguardo alle forniture di carburante: sebbene abbia coperto il 70% del proprio fabbisogno per il resto dell’anno fiscale fino a settembre, ha però evidenziato che ogni variazione di 100 dollari nel prezzo spot del carburante per aerei per tonnellata metrica comporta un aumento di 40 milioni di sterline nei costi per le forniture non coperte – e attualmente il prezzo è di circa 800 dollari superiore a quello precedente all’inizio del conflitto. Jarvis, come riferito dal quotidiano londinese, ha definito pura speculazione qualsiasi ipotesi di dover cancellare voli. Una possibilità che invece era stata sollevata dal ceo di Ryanair, Michael O’Leary per la fine dell’estate qualora lo stretto di Hormuz dovesse restare chiuso.
Jarvis ha infine dichiarato: «Abbiamo visibilità fino a metà maggio e non abbiamo preoccupazioni».
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La spettacolare rivisitazione europea del racconto di Robert Louis Stevenson, Dottor Jekyll e Mr. Hyde, si sostanzia nell’acquisto di 2,46 miliardi di metri cubi di Gnl a marzo (dati Istituto Bruegel), record assoluto in volume, e in un istruttivo elenco dei maggiori acquirenti.
La prima della classe nelle rinnovabili, la Spagna, infatti, zitta zitta, è stata anche il primo e migliore cliente di Vladimir Putin, con acquisti per 355 milioni di euro (+124% rispetto al mese precedente). Niente male anche la Francia, con 287 milioni di euro di acquisti in un solo mese, poi Belgio e Olanda, da cui i volumi vanno, in gran parte, in Germania. Da aprile questo non sarà più possibile, essendo scattato il bando progressivo del gas russo, un processo che si concluderà tra un anno e mezzo. Tutti i terminali spagnoli hanno aumentato i ritiri di gas russo, con Bilbao come principale punto di ingresso.
Questo dato si inserisce in una dinamica che prosegue da tempo. Dal dicembre 2022 a marzo 2026 l’Unione europea ha acquistato più Gnl russo rispetto a Cina e Giappone messi insieme, rappresentando la metà delle esportazioni totali di Gnl della Russia. Nello stesso periodo l’Ue si è confermata anche il principale acquirente di gas russo via gasdotto, con una quota del 33% sull’export. Dunque l’Ue, mentre presta decine di miliardi a Kiev per difendersi dall’orso russo, allo stesso tempo fornisce a quest’ultimo centinaia di milioni di euro freschi di stampa.
Tra il blocco dello Stretto di Hormuz e il bando del gas russo, l’Europa si trova ancora una volta nel mezzo, senza una strategia energetica credibile. Niente di nuovo. Nel frattempo, il Dipartimento dell’energia americano informa che nel 2025 le esportazioni di Gnl verso l’Europa hanno raggiunto il record di 107 miliardi di metri cubi, di cui 5,1 diretti in Italia. Il nostro Paese fa segnare il maggiore incremento di import dagli Usa rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’Europa ha rappresentato il 68% dell’export americano, con un aumento del 63% rispetto al 2024.
Se però i prezzi del gas a marzo non sono andati alle stelle è anche perché le importazioni cinesi di Gnl sono diminuite del 10,7% su base annua, scendendo a 11,3 mld Smc. Alcune compagnie cinesi hanno addirittura rivenduto sul mercato asiatico tra 8 e 10 carichi di Gnl. Questo ha aumentato l’offerta disponibile nell’area e ha contribuito a ridurre la pressione sui prezzi internazionali, ampliando la liquidità del mercato nel breve periodo.
La riduzione dei flussi dal Qatar, legata alla crisi nel Golfo Persico, si è inserita in questo contesto. I minori volumi attesi non si sono tradotti in una compressione dell’offerta disponibile in Europa, perché compensati dalla maggiore disponibilità derivante dalla domanda asiatica più debole e dalla continuità dei flussi russi verso l’Europa. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma la concomitanza della crisi di Hormuz con l’inizio del bando del gas russo non è esattamente un modello di sicurezza energetica, né di garanzia di costi bassi.
Tanto che la stessa Commissione europea, in preda ad evidente stordimento, si avvia barcollando a cercare qualche crepa nel suo stesso furore ideologico. Green ad ogni costo, Patto di stabilità e divieto di aiuti di stato: una scarica di diretti che manderebbe al tappeto qualunque economia mondiale e che invece a Bruxelles è una specie di Trinità.
Bruxelles ha elaborato un quadro temporaneo per gestire gli effetti della crisi iraniana. Il Temporary Iran Crisis Energy Framework (ancora in bozza di discussione) consente agli Stati membri di introdurre misure di sostegno per famiglie e imprese, con l’obiettivo dichiarato di limitare l’impatto economico dello shock. La Commissione prevede la possibilità di intervenire sul prezzo dell’elettricità attraverso un abbattimento (temporaneo) del costo del gas utilizzato nella generazione, includendo strumenti di riduzione diretta del prezzo finale. Qui si inserisce la trattativa Stato-Commissione sul famigerato articolo 6 del Decreto bollette del governo di Giorgia Meloni, già convertito in legge. La norma italiana prevede che i costi dell’Ets (la tassa sulla CO2 emessa) vengano rimborsati ai produttori termoelettrici per abbassare il prezzo dell’energia elettrica. Il quadro temporaneo della Commissione, invece, dice che qualunque aiuto di Stato deve preservare i segnali di investimento di lungo periodo e compensare esclusivamente l’aumento del prezzo del gas, senza includere il costo delle emissioni Ets.
Detta così non sembra esserci speranza per il decreto italiano sull’Ets. Ma pochi giorni fa il direttore generale della Direzione Mercati e Infrastrutture energetiche presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), Alessandro Noce, ha detto che in realtà il documento della Commissione consente la misura italiana sull’Ets perché formalmente non è una cancellazione dell’Ets, ma un rimborso parametrato ad esso. Posizione ardita e assai sottile. Può sembrare un cavillo, ma non lo è. In effetti, il decreto non tocca l’impianto normativo dell’Ets, che resta in vigore, ma stabilisce un rimborso ai termoelettrici di un valore pari al costo dell’Ets. Intanto, il sottosegretario Vannia Gava è incaricata della trattativa con Bruxelles.
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Papa Leone XIV (Ansa)
È in questo scenario di «passione» che ieri Papa Leone XIV, nel suo quarto giorno di viaggio apostolico in Africa, ha scelto di piantare ancora il vessillo di una pace che non è semplice diplomazia, ma una radicale alternativa esistenziale e politica. In un incontro per la pace che si è tenuto nella cattedrale di San Giuseppe a Bamenda, il Papa ha denunciato ancora una pericolosa deriva: la strumentalizzazione del sacro per fini di potere.
«Guai», ha ricordato papa Prevost, «a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti!».
Questo richiamo alla «città sul monte» attribuito da Leone XIV alla città africana di Bamenda ha un sapore innegabilmente agostiniano. Perché mentre la città degli uomini è una struttura di potere che cerca di occupare lo spazio orizzontale della terra per possederlo, la civitas super montem occupa lo spazio verticale della storia per orientarlo. La prima si fonda sul dominandi libido (libidine di dominio), la seconda sulla caritas che, proprio perché è pubblica e visibile, si offre come guida per tutti.
Questa visione getta ulteriore luce sulle tensioni che arrivano da Washington. Mentre il Papa parla di pace in Africa, negli Stati Uniti si consuma uno scontro senza precedenti tra il Vaticano e l’amministrazione di Donald Trump. Il vicepresidente JD Vance ha recentemente ammonito Leone XIV, invitandolo a «stare attento quando parla di questioni di teologia» e rispolverando la dottrina della «guerra giusta» durante un evento di Turning Point Usa. Ma non si è fatta attendere la replica dei vescovi americani che in una nota firmata dal il vescovo James Massa ha chiarito che il Papa non sta offrendo «opinioni», ma sta esercitando il suo ministero come Vicario di Cristo, ricordando che «un principio costante di quella tradizione millenaria è che una nazione può legittimamente impugnare la spada solo “per autodifesa”, una volta che tutti gli sforzi di pace siano falliti ( Catechismo della Chiesa Cattolica , n. 2308 )».
Le parole pronunciate a Bamenda da Leone XIV sembrano scritte per rispondere all’immagine, diventata virale, di una preghiera nella Sala Ovale della Casa Bianca dove pastori evangelici, guidati da Paula White Cain, invocavano la benedizione divina per la guerra contro l’Iran. Ma sarebbe riduttivo e in fondo sbagliato. Quello di Leone XIV è un richiamo che accomuna tutti i papi nel recente magistero: non si può utilizzare Dio per compiere violenza. Il chiarimento più limpido in proposito è nel famoso (e contrastato) discorso di Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006, quello che partiva dal dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Dio è Logos, è Ragione, e «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio», disse papa Ratzinger. Pertanto, usare Dio per giustificare la violenza è un atto irragionevole che nega l’essenza stessa della divinità.
Il Papa ieri in Camerun ha denunciato quello che definisce un «mondo capovolto», dove miliardi di dollari vengono spesi per devastare, mentre mancano le risorse per l’istruzione e la ricostruzione. Chi preda le risorse della terra - ha accusato il Pontefice - spesso reinveste i profitti in armi, alimentando cicli infiniti di morte.
Ma Bamenda non è solo un luogo di sofferenza; è, nelle parole del Papa, un laboratorio di speranza. Nonostante la crisi anglofona, la comunità ha visto nascere un Movimento per la Pace che unisce cristiani e musulmani. «Siete voi ad annunciare la pace a me e al mondo intero», ha confessato Leone XIV, lodando i leader religiosi che mediano tra le parti contrapposte. Il Papa ha voluto ringraziare in particolare le donne, laiche e religiose, che si prendono cura dei traumatizzati dalla violenza, spesso agendo nell’ombra e in condizioni di pericolo.
Riprendendo l’esortazione Evangelii Gaudium del suo predecessore Francesco, Leone XIV ieri ha ribadito che la missione della Chiesa è una presenza nel cuore del popolo. L’obiettivo è formare «politici con un’anima, insegnanti con un’anima», persone che scelgano di stare con gli altri e per gli altri.
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