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2022-12-19
Le poche accortezze necessarie perché il corpo si gusti le feste
(IStock)
Si avvicina il momento del pranzo di Natale. Secondo alcune stime, il 25 dicembre si consumano tra le 2.000 e le 5.000 calorie, forse anche di più.
Come gestire al meglio l'impatto del banchetto natalizio? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Luzi, nutrizionista bolognese, laurea in biologia e master in alimentazione ed educazione alla salute. «Il fabbisogno calorico giornaliero di un adulto può variare tra le 1.500 alle 2.500 calorie, in funzione di sesso, età ed attività lavorativa e fisica», ci spiega. «Di regola l’apporto calorico di ognuno non dovrebbe superare il proprio consumo metabolico. Quando questo accade, si aumenta di peso. Durante le festività è certamente molto facile nonché frequente abbandonare una dieta equilibrata e questo è senz’altro comprensibile in quanto i pasti durante le feste diventano momenti di socializzazione e convivialità in compagnia di famiglia, parenti e amici. Questo è senza dubbio un ruolo importante che l’alimentazione riveste a livello sociale, in particolare nel nostro paese».
ogni cibo è diverso
Difficile dunque - e anche probabilmente ingiusto - privarsi di un momento piacevole e, soprattutto, delle pietanze più amate. «Le feste sono indissolubilmente legate ai piatti della tradizione», dice Luzi. «Invito pertanto ad assecondare i propri gusti ma adottando criteri di giudizio sulle quantità assunte. Forse piuttosto che prestare attenzione alla dieta durante le feste bisognerebbe farlo durante il resto dell’anno quando l’alimentazione può giocare un ruolo determinante. Sottolineo che le calorie non sono tutte uguali: a parità di calorie quelle più pericolose per il peso e la salute sono quelle a carico di zuccheri, grassi saturi e alcolici. Meglio limitare gli eccessi ai pasti in compagnia, rinunciando a raddoppiare le porzioni e cercando quando possibile di avere una dieta più contenuta, evitando carico calorico per troppi giorni consecutivi». Esistono tuttavia alcuni accorgimenti che si possono adottare anche durante le festività per tentare di alleggerire il carico. «Sicuramente favorire la presenza a tavola di contorni a base di verdura cruda e cotta piuttosto che antipasti a base di salumi, formaggi e prodotti da forno», suggerisce il nutrizionista. Che invita a tenere presenti alcune semplici regole. «Ricordarsi che le patate non sono verdure e che, come le castagne, apportano carboidrati tanto quanto pasta, pane e riso. Includere nei pasti legumi (quali lenticchie, ceci, fagioli, ecc.) e frutta secca (noci, mandorle, nocciole ecc.), sono fonti di fibre che contribuiscono al senso di sazietà e riducono l’apporto calorico del pasto.
Dal momento che i pasti possono prevedere diverse portate per di più accompagnate da qualche brindisi con vini e spumanti, suggerisco di spostare il consumo di dolci tradizionali, ad esempio, a colazione. Più in generale, privilegiare il consumo di zuccheri a colazione, carboidrati a pranzo e proteine a cena». Volendo, si può agire anche sulle singole portate senza snaturare il pranzo tradizionale. «Chi volesse un brodo leggero ma comunque saporito lo può fare con le ossa che il macellaio è ben felice di regalare, otterrete un brodo ricco di minerali e collagene ma povero di grassi. Potete utilizzare per la pasta fresca o altre preparazioni uova biologiche che hanno un contenuto di grassi inferiore rispetto alle uova di allevamenti tradizionali. E potete impiegare farine integrali al posto di quelle raffinate per aumentare l’apporto di fibre oltre che di minerali e vitamine. Infine suggerisco di preferire le carni bianche magre rispetto a quelle ricche di grassi, che durante le cotture in umido vengono rilasciati nell’intingolo o nella salsa che poi consumiamo».
come correre ai ripari
Certo, non è sempre possibile evitare l'abbuffata. Ma si può tentare di correre ai ripari o per lo meno di non peggiorare la situazione dopo aver concluso il pasto. «È assolutamente sconsigliato dormire, la digestione ha i suoi tempi e non è compatibile con il sonno: questo può portare a difficoltà digestive, gastrite e gonfiore addominale a causa del rallentamento della digestione», dice Luzi. «Indubbiamente meglio, per chi ne avesse voglia, fare una passeggiata. Dopo un pranzo abbondante, probabilmente terminato nel pomeriggio, la sera si raccomanda di non digiunare né fare spuntini o aperitivi, solo all’apparenza «leggeri», bensì di consumare verdura cruda o cotta ma anche minestroni o passati per saziarsi facilmente senza apportare ulteriori calorie ad una giornata che sicuramente ne ha già viste troppe».
Sappiamo però come va a finire di solito: durante le feste si dimenticano i buoni consigli e si tende spesso a esagerare. Salvo poi, passati Natale e Capodanno, gettarsi a capofitto su diete o tentativi di «disintossicazione». Anche qui però conviene agire con prudenza. «Dopo le feste con qualche chilo e senso di colpa in più eviterei diete drastiche e restrittive», spiega il nutrizionista. «Per non sbagliare, meglio tornare quanto prima alle proprie abitudini quotidiane, scandite da pasti preparati e consumati in casa, con prodotti freschi, cucinati in modo semplice e semmai conditi a crudo con olio extravergine d’oliva, erbe aromatiche e spezie.
La semplicità di solito paga. Una percentuale variabile del peso in più rilevato sulla bilancia dopo le feste è da attribuire di solito alla ritenzione idrica transitoria che si genera dopo pasti abbondanti e ricchi di sale. Tende solitamente a normalizzarsi nel giro di qualche giorno con un’alimentazione meno elaborata. Accompagnare le giornate con un elevato consumo di acqua ma anche the o tisane. Praticare attività fisica, secondo le possibilità ed il tempo concessi ad ognuno, permette di lavorare sull’altra faccia della medaglia: se l’alimentazione determina la quantità di energia che introduciamo nell’organismo, l’attività fisica comporta un dispendio della stessa». Dunque godetevi il Natale anche a tavola, magari con qualche piccola attenzione in più del solito. Basta poco per garantire il benessere del corpo oltre a quello dello spirito.
«Natale è condividere. Non strafate e godetevi il pranzo»
Paolo Massobrio è uno scrittore e giornalista critico enogastronomico tra i più stimolanti da seguire in Italia. Nel 2000 inizia a pubblicare con cadenza annuale Il Golosario. Guida alle cose buone d’Italia, da cui nascerà anche Il Golosario Ristoranti, la guida ai ristoranti nazionale (oltre 3.000 locali recensiti nell’ultima edizione del 2022) con Marco Gatti. Potremmo chiamarlo pedagogo del gusto, oltre che critico enogastronomico, per la passione con la quale si occupa di divulgazione alimentare. Ha organizzato la fiera alimentare Golosaria, che porta i produttori direttamente a contatto coi consumatori, per la prima volta nel 2000 alla Palazzina della Caccia di Stupinigi e poi nel 2006 l’ha fatta sbarcare a Milano dove ogni anno sbanca (anche all’ultima edizione, poche settimane fa, ha riscosso enorme successo). Nel 1991 fonda il periodico di critica enogastronomica Papillon che dà luogo anche a un movimento di consumatori, l’Associazione Club di Papillon. Successe a Luigi Veronelli nella rubrica La bottiglia sulle colonne de L’Espresso ed è stato vice di Edoardo Raspelli per varie edizioni alla Guida d’Italia dei ristoranti dell’Espresso. Trovate ora in libreria, appena uscita, la sua bella Adesso 2023. 365 giorni da vivere con gusto, un’agenda culinaria ma non soltanto da consultare ogni giorno, che prosegue quella che sembra essere una vera e propria missione, «portare il gusto e la bellezza nelle case». Gli abbiamo chiesto consiglio per il menù del pranzo di Natale.
Massobrio, c’è qualcosa che non può assolutamente mancare sulla tavola del pranzo di Natale?
«Il panettone mi vien da rispondere, ma vorrei spostare l’attenzione sul pranzo di Natale per parlare di senso. Può essere il pranzo di Natale un momento dove si demanda solo al cibo il contenuto del ritrovarsi? Sarebbe un peccato e anche una banalità, per una società ipernutrita che non ha bisogno di replicare opulenza. Allora io penso che non deve mancare qualcosa di memorabile: una musica ascoltata da tutti, una poesia, una lettura. E poi quel pranzo deve essere condivisione, con la tavola apparecchiata delle sfiziosità che si desiderano senza che uno degli invitati sia segregato in cucina. Per questo, a Natale, abolirei il menu all’italiana (o alla russa) che prevede la sequenza delle portate per sposare il menu alla francese con una variante italiana: un piatto caldo trionfale (o un primo, oppure un secondo). In questo modo ognuno si può servire di ciò che desidera senza essere obbligato a fare outing se ha delle patologie, oppure se è a dieta. Rilassiamoci, insomma».
E quale è invece una cosa che sulla tavola non dovrebbe assolutamente esserci?
«Mi ripeto: l’ansia di prestazione, lo stress di trasformarsi cuochi per un giorno, quando invece chi è con noi desidera la nostra compagnia, soprattutto i più piccoli».
Ci aiuta a stilare il menù ideale del pranzo del giorno di Natale, magari tenendo presente che quest’anno a causa dell’inflazione i costi per il cibo che le famiglie devono sostenere sono aumentati? Cominciamo dall’antipasto.
«Qui vorrei l’aspic di verdure, come faceva Maria della trattoria Violetta di Calamandrana, accanto ad un’insalata di cappone e melograno, poi metterei a disposizione del pane buonissimo con cui giocare con una teoria di salse calabresi, a base di ’nduja e liguri, con olive taggiasche».
Adesso invece tocca al primo piatto. Quali sono i suoi consigli?
«Io sono piemontese, e quindi scelgo la pasta ripiena della mia tradizione che sono gli agnolotti, ma non quelli del plin, inflazionati, della tradizione di Langa. Nel Monferrato gli agnolotti sono quadrati e cicciotti, con un ripieno di tre carni».
Veniamo al secondo, portata importante considerata l’occasione...
«Nella mia concezione di menu o c’è il primo oppure il secondo di carne: il cappone ripieno. Tuttavia la carne può essere l’insalata proposta all’antipasto, che resta sul tavolo; in questo caso sempre il cappone come servono a Mantova, secondo al ricetta alla Stefani, in insalata».
E di contorno?
«Tante volte si tende a trascurare questa portata e invece... I contorni sono fondamentali. E giocherei proponendo una cavolata: la verza con le acciughe sciolte, il cavolo rosso con cubetti di speck; i cavoletti di Bruxelles bolliti con un buon olio, il cavolfiore con la besciamelle».
Per quanto riguarda il dolce?
«Il panettone senza indugio. Il mio preferito è della Basilicata: lo fa la pasticceria Calciano che metterò accanto a quello della pasticceria Mastai di ChiavennaDirei che non può mancare la frutta. Clementine, mandarini, i cachi col Rum, i datteri e ovviamente le noci».
Continua a leggereRiduci
Secondo alcune stime col pranzo del 25 dicembre si consumano tra le 2.000 e le 5.000 calorie, ma l’impatto con il banchetto si può gestire evitando i bis, facendo una passeggiata e non dormendo il pomeriggio.Il giornalista Paolo Massobrio: «Abolirei il menu all’italiana con la sequenza delle portate per sposare una pietanza calda trionfale».Lo speciale contiene due articoli.Si avvicina il momento del pranzo di Natale. Secondo alcune stime, il 25 dicembre si consumano tra le 2.000 e le 5.000 calorie, forse anche di più. Come gestire al meglio l'impatto del banchetto natalizio? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Luzi, nutrizionista bolognese, laurea in biologia e master in alimentazione ed educazione alla salute. «Il fabbisogno calorico giornaliero di un adulto può variare tra le 1.500 alle 2.500 calorie, in funzione di sesso, età ed attività lavorativa e fisica», ci spiega. «Di regola l’apporto calorico di ognuno non dovrebbe superare il proprio consumo metabolico. Quando questo accade, si aumenta di peso. Durante le festività è certamente molto facile nonché frequente abbandonare una dieta equilibrata e questo è senz’altro comprensibile in quanto i pasti durante le feste diventano momenti di socializzazione e convivialità in compagnia di famiglia, parenti e amici. Questo è senza dubbio un ruolo importante che l’alimentazione riveste a livello sociale, in particolare nel nostro paese».ogni cibo è diversoDifficile dunque - e anche probabilmente ingiusto - privarsi di un momento piacevole e, soprattutto, delle pietanze più amate. «Le feste sono indissolubilmente legate ai piatti della tradizione», dice Luzi. «Invito pertanto ad assecondare i propri gusti ma adottando criteri di giudizio sulle quantità assunte. Forse piuttosto che prestare attenzione alla dieta durante le feste bisognerebbe farlo durante il resto dell’anno quando l’alimentazione può giocare un ruolo determinante. Sottolineo che le calorie non sono tutte uguali: a parità di calorie quelle più pericolose per il peso e la salute sono quelle a carico di zuccheri, grassi saturi e alcolici. Meglio limitare gli eccessi ai pasti in compagnia, rinunciando a raddoppiare le porzioni e cercando quando possibile di avere una dieta più contenuta, evitando carico calorico per troppi giorni consecutivi». Esistono tuttavia alcuni accorgimenti che si possono adottare anche durante le festività per tentare di alleggerire il carico. «Sicuramente favorire la presenza a tavola di contorni a base di verdura cruda e cotta piuttosto che antipasti a base di salumi, formaggi e prodotti da forno», suggerisce il nutrizionista. Che invita a tenere presenti alcune semplici regole. «Ricordarsi che le patate non sono verdure e che, come le castagne, apportano carboidrati tanto quanto pasta, pane e riso. Includere nei pasti legumi (quali lenticchie, ceci, fagioli, ecc.) e frutta secca (noci, mandorle, nocciole ecc.), sono fonti di fibre che contribuiscono al senso di sazietà e riducono l’apporto calorico del pasto. Dal momento che i pasti possono prevedere diverse portate per di più accompagnate da qualche brindisi con vini e spumanti, suggerisco di spostare il consumo di dolci tradizionali, ad esempio, a colazione. Più in generale, privilegiare il consumo di zuccheri a colazione, carboidrati a pranzo e proteine a cena». Volendo, si può agire anche sulle singole portate senza snaturare il pranzo tradizionale. «Chi volesse un brodo leggero ma comunque saporito lo può fare con le ossa che il macellaio è ben felice di regalare, otterrete un brodo ricco di minerali e collagene ma povero di grassi. Potete utilizzare per la pasta fresca o altre preparazioni uova biologiche che hanno un contenuto di grassi inferiore rispetto alle uova di allevamenti tradizionali. E potete impiegare farine integrali al posto di quelle raffinate per aumentare l’apporto di fibre oltre che di minerali e vitamine. Infine suggerisco di preferire le carni bianche magre rispetto a quelle ricche di grassi, che durante le cotture in umido vengono rilasciati nell’intingolo o nella salsa che poi consumiamo».come correre ai ripari Certo, non è sempre possibile evitare l'abbuffata. Ma si può tentare di correre ai ripari o per lo meno di non peggiorare la situazione dopo aver concluso il pasto. «È assolutamente sconsigliato dormire, la digestione ha i suoi tempi e non è compatibile con il sonno: questo può portare a difficoltà digestive, gastrite e gonfiore addominale a causa del rallentamento della digestione», dice Luzi. «Indubbiamente meglio, per chi ne avesse voglia, fare una passeggiata. Dopo un pranzo abbondante, probabilmente terminato nel pomeriggio, la sera si raccomanda di non digiunare né fare spuntini o aperitivi, solo all’apparenza «leggeri», bensì di consumare verdura cruda o cotta ma anche minestroni o passati per saziarsi facilmente senza apportare ulteriori calorie ad una giornata che sicuramente ne ha già viste troppe». Sappiamo però come va a finire di solito: durante le feste si dimenticano i buoni consigli e si tende spesso a esagerare. Salvo poi, passati Natale e Capodanno, gettarsi a capofitto su diete o tentativi di «disintossicazione». Anche qui però conviene agire con prudenza. «Dopo le feste con qualche chilo e senso di colpa in più eviterei diete drastiche e restrittive», spiega il nutrizionista. «Per non sbagliare, meglio tornare quanto prima alle proprie abitudini quotidiane, scandite da pasti preparati e consumati in casa, con prodotti freschi, cucinati in modo semplice e semmai conditi a crudo con olio extravergine d’oliva, erbe aromatiche e spezie. La semplicità di solito paga. Una percentuale variabile del peso in più rilevato sulla bilancia dopo le feste è da attribuire di solito alla ritenzione idrica transitoria che si genera dopo pasti abbondanti e ricchi di sale. Tende solitamente a normalizzarsi nel giro di qualche giorno con un’alimentazione meno elaborata. Accompagnare le giornate con un elevato consumo di acqua ma anche the o tisane. Praticare attività fisica, secondo le possibilità ed il tempo concessi ad ognuno, permette di lavorare sull’altra faccia della medaglia: se l’alimentazione determina la quantità di energia che introduciamo nell’organismo, l’attività fisica comporta un dispendio della stessa». Dunque godetevi il Natale anche a tavola, magari con qualche piccola attenzione in più del solito. Basta poco per garantire il benessere del corpo oltre a quello dello spirito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/natale-salute-benessere-feste-cibo-2658980766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="natale-e-condividere-non-strafate-e-godetevi-il-pranzo" data-post-id="2658980766" data-published-at="1671405954" data-use-pagination="False"> «Natale è condividere. Non strafate e godetevi il pranzo» Paolo Massobrio è uno scrittore e giornalista critico enogastronomico tra i più stimolanti da seguire in Italia. Nel 2000 inizia a pubblicare con cadenza annuale Il Golosario. Guida alle cose buone d’Italia, da cui nascerà anche Il Golosario Ristoranti, la guida ai ristoranti nazionale (oltre 3.000 locali recensiti nell’ultima edizione del 2022) con Marco Gatti. Potremmo chiamarlo pedagogo del gusto, oltre che critico enogastronomico, per la passione con la quale si occupa di divulgazione alimentare. Ha organizzato la fiera alimentare Golosaria, che porta i produttori direttamente a contatto coi consumatori, per la prima volta nel 2000 alla Palazzina della Caccia di Stupinigi e poi nel 2006 l’ha fatta sbarcare a Milano dove ogni anno sbanca (anche all’ultima edizione, poche settimane fa, ha riscosso enorme successo). Nel 1991 fonda il periodico di critica enogastronomica Papillon che dà luogo anche a un movimento di consumatori, l’Associazione Club di Papillon. Successe a Luigi Veronelli nella rubrica La bottiglia sulle colonne de L’Espresso ed è stato vice di Edoardo Raspelli per varie edizioni alla Guida d’Italia dei ristoranti dell’Espresso. Trovate ora in libreria, appena uscita, la sua bella Adesso 2023. 365 giorni da vivere con gusto, un’agenda culinaria ma non soltanto da consultare ogni giorno, che prosegue quella che sembra essere una vera e propria missione, «portare il gusto e la bellezza nelle case». Gli abbiamo chiesto consiglio per il menù del pranzo di Natale. Massobrio, c’è qualcosa che non può assolutamente mancare sulla tavola del pranzo di Natale? «Il panettone mi vien da rispondere, ma vorrei spostare l’attenzione sul pranzo di Natale per parlare di senso. Può essere il pranzo di Natale un momento dove si demanda solo al cibo il contenuto del ritrovarsi? Sarebbe un peccato e anche una banalità, per una società ipernutrita che non ha bisogno di replicare opulenza. Allora io penso che non deve mancare qualcosa di memorabile: una musica ascoltata da tutti, una poesia, una lettura. E poi quel pranzo deve essere condivisione, con la tavola apparecchiata delle sfiziosità che si desiderano senza che uno degli invitati sia segregato in cucina. Per questo, a Natale, abolirei il menu all’italiana (o alla russa) che prevede la sequenza delle portate per sposare il menu alla francese con una variante italiana: un piatto caldo trionfale (o un primo, oppure un secondo). In questo modo ognuno si può servire di ciò che desidera senza essere obbligato a fare outing se ha delle patologie, oppure se è a dieta. Rilassiamoci, insomma». E quale è invece una cosa che sulla tavola non dovrebbe assolutamente esserci? «Mi ripeto: l’ansia di prestazione, lo stress di trasformarsi cuochi per un giorno, quando invece chi è con noi desidera la nostra compagnia, soprattutto i più piccoli». Ci aiuta a stilare il menù ideale del pranzo del giorno di Natale, magari tenendo presente che quest’anno a causa dell’inflazione i costi per il cibo che le famiglie devono sostenere sono aumentati? Cominciamo dall’antipasto. «Qui vorrei l’aspic di verdure, come faceva Maria della trattoria Violetta di Calamandrana, accanto ad un’insalata di cappone e melograno, poi metterei a disposizione del pane buonissimo con cui giocare con una teoria di salse calabresi, a base di ’nduja e liguri, con olive taggiasche». Adesso invece tocca al primo piatto. Quali sono i suoi consigli? «Io sono piemontese, e quindi scelgo la pasta ripiena della mia tradizione che sono gli agnolotti, ma non quelli del plin, inflazionati, della tradizione di Langa. Nel Monferrato gli agnolotti sono quadrati e cicciotti, con un ripieno di tre carni». Veniamo al secondo, portata importante considerata l’occasione... «Nella mia concezione di menu o c’è il primo oppure il secondo di carne: il cappone ripieno. Tuttavia la carne può essere l’insalata proposta all’antipasto, che resta sul tavolo; in questo caso sempre il cappone come servono a Mantova, secondo al ricetta alla Stefani, in insalata». E di contorno? «Tante volte si tende a trascurare questa portata e invece... I contorni sono fondamentali. E giocherei proponendo una cavolata: la verza con le acciughe sciolte, il cavolo rosso con cubetti di speck; i cavoletti di Bruxelles bolliti con un buon olio, il cavolfiore con la besciamelle». Per quanto riguarda il dolce? «Il panettone senza indugio. Il mio preferito è della Basilicata: lo fa la pasticceria Calciano che metterò accanto a quello della pasticceria Mastai di ChiavennaDirei che non può mancare la frutta. Clementine, mandarini, i cachi col Rum, i datteri e ovviamente le noci».
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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