True
2021-11-25
Natale ai domiciliari per i ribelli no vax
iStock
Sotto l'albero di Natale, gli italiani trovano il super green pass. Il Cdm di ieri, ascoltate le richieste delle Regioni, capitanate dal governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha dato il via libera alle nuove restrizioni anti Covid, valide dal prossimo 6 dicembre al 15 gennaio 2022: arriva in Italia il green pass «rafforzato», il cosiddetto 2G, che si ottiene solo con la vaccinazione o con il certificato di guarigione dal Covid. Siamo a un vero e proprio obbligo vaccinale mascherato, che esclude da una lunga serie di attività circa 8 milioni e mezzo di italiani, quanti sono gli over 12 che non si sono fatti inoculare le due dosi.
Altra novità destinata a far discutere, l'obbligo di esibire il green pass «base», quello che si ottiene anche con il tampone negativo, per accedere ad alberghi, agli spogliatoi dei centri sportivi, e anche, badate bene, per usufruire del trasporto ferroviario regionale e interregionale e del trasporto pubblico locale. Resta un mistero come faranno i controllori a verificare che chi sale a bordo di un autobus abbia il green pass: il governo prevede controlli «a campione», praticamente una presa in giro.
Si introduce inoltre l'obbligo vaccinale, compreso quello della terza dose, per diverse categorie professionali: sanitari e docenti, compreso il personale amministrativo di strutture sanitarie e scuole, militari, forze di polizia, soccorso pubblico. Il green pass rafforzato vale anche nelle zone bianche, mentre nel caso di un passaggio in zona gialla o arancione, le eventuali ulteriori restrizioni non saranno valide per chi ha il green pass rafforzato. In sintesi: in giallo e arancione, apartheid dei non vaccinati. In zona rossa, le restrizioni valgono per tutti. Il certificato verde sarà valido per 9 mesi dalla ultima inoculazione, e non più per 12 mesi.
Vediamo nel dettaglio le nuove regole. Il super green pass sarà obbligatorio per entrare in bar e ristoranti al chiuso, palestre, impianti sportivi, cinema, teatri, discoteche e per assistere agli spettacoli e partecipare a feste e cerimonie pubbliche, anche in zona bianca. Il green pass «base», ovvero quello che si ottiene anche con un tampone negativo, resta valido per recarsi sul posto di lavoro e diventa obbligatorio, a differenza di quanto accaduto fino ad ora, anche per soggiornare in albergo. La durata dei tamponi molecolari è di 72 ore. Quella dei tamponi antigenici è di 48 ore. la mascherina resta non obbligatoria all'aperto in zona bianca e obbligatoria all'aperto e al chiuso in zona gialla, arancione e rossa. È sempre obbligatorio portarla con sé e indossarla in caso di potenziali assembramenti o affollamenti.
Il governo ha deciso anche il rafforzamento del sistema dei controlli: «Il prefetto territorialmente competente», si legge nel testo del decreto, «entro cinque giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentito, entro tre giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, adotta un piano per l'effettuazione costante di controlli, anche a campione, avvalendosi delle forze di polizia e del personale dei corpi di polizia municipale munito della qualifica di agente di pubblica sicurezza, in modo da garantire il rispetto del possesso delle certificazioni. Il prefetto trasmette al ministro dell'Interno», si legge ancora, «una relazione settimanale dei controlli effettuati nell'ambito territoriale di competenza».
Parole in rigido burocratese, che però lasciano in chi le legge un senso di inquietudine. Controlli, verifiche a campione: ci avviamo a un periodo oscuro, nel quale avremo agenti in divisa dislocati lungo le strade, nei mercati, nei quartieri, pronti a entrare nei locali pubblici, nei ristoranti, per chiedere a chi si sta godendo una pizza con la propria famiglia il possesso del super certificato verde. Incredibile ma vero, anche per accedere a ristoranti e bar al chiuso, in zona bianca, quindi dove la circolazione del virus è ben al di sotto di ogni soglia di preoccupazione, dove le ospedalizzazioni sono ampiamente sotto controllo, occorrerà il green pass rafforzato. Chi non è vaccinato, dovrà dire addio alla vita sociale, pur essendo in possesso di un tampone negativo.
Per quel che riguarda l'obbligo vaccinale, le categorie interessate dovranno per legge farsi inoculare anche la terza dose: «Estendiamo l'obbligo», spiega il ministro della Salute, Roberto Speranza, «anche al personale non sanitario che lavora nel comparto salute, alle forze dell'ordine, ai militari e a tutto il personale scolastico. Inoltre l'estensione riguarda anche la terza dose o il richiamo (per chi si è vaccinato con Johnson&Johnson, il richiamo è la seconda, ndr)». «L'atto di accertamento dell'inadempimento», si legge nel testo del decreto, «determina l'immediata la sospensione dal diritto di svolgere l'attività lavorativa, senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro. Per il periodo di sospensione, non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominati. La sospensione è efficace fino alla comunicazione da parte dell'interessato al datore di lavoro dell'avvio e del successivo completamento del ciclo vaccinale primario o della somministrazione della dose di richiamo».
Iniezioni forzate, ira degli agenti: «Oggi i dati non le giustificano»
L'Italia ama andare per conto suo. Nel giorno in cui la direttrice dell'Agenzia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), Andrea Ammon, boccia l'obbligo vaccinale, il governo Draghi decide di allargare la platea di chi dovrà farlo per forza.
Ieri nel primo pomeriggio la Ammon, ai vertici di Ecdc, ha infatti dichiarato alla stampa: «La vaccinazione obbligatoria non è la bacchetta magica e potrebbe portare a una polarizzazione. Tra quelli che non sono vaccinati, molti non sono contro i vaccini, e vogliono decidere autonomamente». Secondo lei, inoltre, l'obbligo potrebbe portare a «un maggiore rigetto da parte delle persone. Quindi non è la soluzione alla questione». Giusto poche ore dopo, il governo italiano ha invece resi noti i dettagli del nuovo decreto che istituisce il super green pass, in base al quale, dal 15 dicembre, la vaccinazione obbligatoria sarà estesa a una serie di altre categorie, dopo i sanitari. Dovranno sottoporsi alla campagna di immunizzazione gli appartenenti al personale amministrativo del settore sanitario, i docenti e il personale amministrativo della scuola, i militari, le forze di polizia e i lavoratori del soccorso pubblico, mentre, per il personale sanitario già vaccinato con le due dosi, diventerà obbligatoria la terza.
Una decisione contro la quale ha deciso imbracciare la armi (metaforicamente parlando) uno dei sindacati della polizia. Già ieri mattina, in una lettera indirizzata al premier Mario Draghi, ai ministri Luciana Lamorgese e Roberto Speranza e ai dipartimenti di pubblica sicurezza del ministero dell'Interno, il Cosap (Coordinamento sindacale appartenenti alla polizia) aveva sottolineato la propria contrarietà all'obbligo vaccinale in generale e in particolare per la categoria che si fregia di rappresentare, ovvero gli operatori della polizia di Stato. Poi aveva riportato alcuni dati che, secondo la sigla sindacale, non sarebbero così allarmanti da giustificare una campagna radicale di immunizzazione. Riferendosi alle statistiche dell'ultimo Report esteso dell'Istituto superiore di sanità - e, di fatto, ispirandosi alle analisi svolte dal nostro giornale - il Cosap ha precisato che «ci sono 424 casi di persone non vaccinate ricoverate in terapia intensiva, dunque il 64% del totale, mentre la restante percentuale è composta da persone che hanno già iniziato la profilassi vaccinale, avendo fatto almeno una dose. Considerando poi solo i vaccinati con doppia o tripla dose, si tratta comunque del 33,8% dei casi».
Con le terapie intensive non in stato di allerta, secondo il Cosap è prematuro togliere ai poliziotti «la libertà di scelta se vaccinarsi o meno». Citando uno studio dell'Università di Newcastle, poi, i sindacati fanno presente come «i guariti da Covid potrebbero essere danneggiati da un'eventuale vaccinazione», visto che su 972 operatori sanitari inglesi che avevano contratto il virus, quelli che si sono successivamente sottoposti all'inoculazione hanno visto aumentare i rischi di eventi avversi. Ancora una volta una guerra di numeri, per sostenere la tesi della libertà personale. Nella lettera di ieri mattina il Cosap diffidava il governo dal prevedere il vaccino obbligatorio per gli operatori di polizia e dal porre in essere provvedimenti come la sospensione dal servizio, il cambio di mansione o il blocco dello stipendio per coloro che non si sottoponesse al vaccino. La prima minaccia è stata ignorata; chissà cosa accadrà con la seconda.
Continua a leggereRiduci
Regioni accontentate: il super green pass (valido 9 mesi) scatterà in zona bianca. Locali ed eventi preclusi ai non inoculati fino al 15 gennaio. Sui bus servirà la card versione base. Comitati per i controlli, l'obbligo vaccinale varrà pure per prof e forze dell'ordine.L'autorità Ue sulle malattie infettive boccia l'imposizione agli agenti: «Così si aumenta il rigetto».Lo speciale contiene due articoli.Sotto l'albero di Natale, gli italiani trovano il super green pass. Il Cdm di ieri, ascoltate le richieste delle Regioni, capitanate dal governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha dato il via libera alle nuove restrizioni anti Covid, valide dal prossimo 6 dicembre al 15 gennaio 2022: arriva in Italia il green pass «rafforzato», il cosiddetto 2G, che si ottiene solo con la vaccinazione o con il certificato di guarigione dal Covid. Siamo a un vero e proprio obbligo vaccinale mascherato, che esclude da una lunga serie di attività circa 8 milioni e mezzo di italiani, quanti sono gli over 12 che non si sono fatti inoculare le due dosi. Altra novità destinata a far discutere, l'obbligo di esibire il green pass «base», quello che si ottiene anche con il tampone negativo, per accedere ad alberghi, agli spogliatoi dei centri sportivi, e anche, badate bene, per usufruire del trasporto ferroviario regionale e interregionale e del trasporto pubblico locale. Resta un mistero come faranno i controllori a verificare che chi sale a bordo di un autobus abbia il green pass: il governo prevede controlli «a campione», praticamente una presa in giro. Si introduce inoltre l'obbligo vaccinale, compreso quello della terza dose, per diverse categorie professionali: sanitari e docenti, compreso il personale amministrativo di strutture sanitarie e scuole, militari, forze di polizia, soccorso pubblico. Il green pass rafforzato vale anche nelle zone bianche, mentre nel caso di un passaggio in zona gialla o arancione, le eventuali ulteriori restrizioni non saranno valide per chi ha il green pass rafforzato. In sintesi: in giallo e arancione, apartheid dei non vaccinati. In zona rossa, le restrizioni valgono per tutti. Il certificato verde sarà valido per 9 mesi dalla ultima inoculazione, e non più per 12 mesi. Vediamo nel dettaglio le nuove regole. Il super green pass sarà obbligatorio per entrare in bar e ristoranti al chiuso, palestre, impianti sportivi, cinema, teatri, discoteche e per assistere agli spettacoli e partecipare a feste e cerimonie pubbliche, anche in zona bianca. Il green pass «base», ovvero quello che si ottiene anche con un tampone negativo, resta valido per recarsi sul posto di lavoro e diventa obbligatorio, a differenza di quanto accaduto fino ad ora, anche per soggiornare in albergo. La durata dei tamponi molecolari è di 72 ore. Quella dei tamponi antigenici è di 48 ore. la mascherina resta non obbligatoria all'aperto in zona bianca e obbligatoria all'aperto e al chiuso in zona gialla, arancione e rossa. È sempre obbligatorio portarla con sé e indossarla in caso di potenziali assembramenti o affollamenti. Il governo ha deciso anche il rafforzamento del sistema dei controlli: «Il prefetto territorialmente competente», si legge nel testo del decreto, «entro cinque giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentito, entro tre giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, adotta un piano per l'effettuazione costante di controlli, anche a campione, avvalendosi delle forze di polizia e del personale dei corpi di polizia municipale munito della qualifica di agente di pubblica sicurezza, in modo da garantire il rispetto del possesso delle certificazioni. Il prefetto trasmette al ministro dell'Interno», si legge ancora, «una relazione settimanale dei controlli effettuati nell'ambito territoriale di competenza». Parole in rigido burocratese, che però lasciano in chi le legge un senso di inquietudine. Controlli, verifiche a campione: ci avviamo a un periodo oscuro, nel quale avremo agenti in divisa dislocati lungo le strade, nei mercati, nei quartieri, pronti a entrare nei locali pubblici, nei ristoranti, per chiedere a chi si sta godendo una pizza con la propria famiglia il possesso del super certificato verde. Incredibile ma vero, anche per accedere a ristoranti e bar al chiuso, in zona bianca, quindi dove la circolazione del virus è ben al di sotto di ogni soglia di preoccupazione, dove le ospedalizzazioni sono ampiamente sotto controllo, occorrerà il green pass rafforzato. Chi non è vaccinato, dovrà dire addio alla vita sociale, pur essendo in possesso di un tampone negativo. Per quel che riguarda l'obbligo vaccinale, le categorie interessate dovranno per legge farsi inoculare anche la terza dose: «Estendiamo l'obbligo», spiega il ministro della Salute, Roberto Speranza, «anche al personale non sanitario che lavora nel comparto salute, alle forze dell'ordine, ai militari e a tutto il personale scolastico. Inoltre l'estensione riguarda anche la terza dose o il richiamo (per chi si è vaccinato con Johnson&Johnson, il richiamo è la seconda, ndr)». «L'atto di accertamento dell'inadempimento», si legge nel testo del decreto, «determina l'immediata la sospensione dal diritto di svolgere l'attività lavorativa, senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro. Per il periodo di sospensione, non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominati. La sospensione è efficace fino alla comunicazione da parte dell'interessato al datore di lavoro dell'avvio e del successivo completamento del ciclo vaccinale primario o della somministrazione della dose di richiamo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/natale-domiciliari-ribelli-no-vax-2655793384.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="iniezioni-forzate-ira-degli-agenti-oggi-i-dati-non-le-giustificano" data-post-id="2655793384" data-published-at="1637783734" data-use-pagination="False"> Iniezioni forzate, ira degli agenti: «Oggi i dati non le giustificano» L'Italia ama andare per conto suo. Nel giorno in cui la direttrice dell'Agenzia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), Andrea Ammon, boccia l'obbligo vaccinale, il governo Draghi decide di allargare la platea di chi dovrà farlo per forza. Ieri nel primo pomeriggio la Ammon, ai vertici di Ecdc, ha infatti dichiarato alla stampa: «La vaccinazione obbligatoria non è la bacchetta magica e potrebbe portare a una polarizzazione. Tra quelli che non sono vaccinati, molti non sono contro i vaccini, e vogliono decidere autonomamente». Secondo lei, inoltre, l'obbligo potrebbe portare a «un maggiore rigetto da parte delle persone. Quindi non è la soluzione alla questione». Giusto poche ore dopo, il governo italiano ha invece resi noti i dettagli del nuovo decreto che istituisce il super green pass, in base al quale, dal 15 dicembre, la vaccinazione obbligatoria sarà estesa a una serie di altre categorie, dopo i sanitari. Dovranno sottoporsi alla campagna di immunizzazione gli appartenenti al personale amministrativo del settore sanitario, i docenti e il personale amministrativo della scuola, i militari, le forze di polizia e i lavoratori del soccorso pubblico, mentre, per il personale sanitario già vaccinato con le due dosi, diventerà obbligatoria la terza. Una decisione contro la quale ha deciso imbracciare la armi (metaforicamente parlando) uno dei sindacati della polizia. Già ieri mattina, in una lettera indirizzata al premier Mario Draghi, ai ministri Luciana Lamorgese e Roberto Speranza e ai dipartimenti di pubblica sicurezza del ministero dell'Interno, il Cosap (Coordinamento sindacale appartenenti alla polizia) aveva sottolineato la propria contrarietà all'obbligo vaccinale in generale e in particolare per la categoria che si fregia di rappresentare, ovvero gli operatori della polizia di Stato. Poi aveva riportato alcuni dati che, secondo la sigla sindacale, non sarebbero così allarmanti da giustificare una campagna radicale di immunizzazione. Riferendosi alle statistiche dell'ultimo Report esteso dell'Istituto superiore di sanità - e, di fatto, ispirandosi alle analisi svolte dal nostro giornale - il Cosap ha precisato che «ci sono 424 casi di persone non vaccinate ricoverate in terapia intensiva, dunque il 64% del totale, mentre la restante percentuale è composta da persone che hanno già iniziato la profilassi vaccinale, avendo fatto almeno una dose. Considerando poi solo i vaccinati con doppia o tripla dose, si tratta comunque del 33,8% dei casi». Con le terapie intensive non in stato di allerta, secondo il Cosap è prematuro togliere ai poliziotti «la libertà di scelta se vaccinarsi o meno». Citando uno studio dell'Università di Newcastle, poi, i sindacati fanno presente come «i guariti da Covid potrebbero essere danneggiati da un'eventuale vaccinazione», visto che su 972 operatori sanitari inglesi che avevano contratto il virus, quelli che si sono successivamente sottoposti all'inoculazione hanno visto aumentare i rischi di eventi avversi. Ancora una volta una guerra di numeri, per sostenere la tesi della libertà personale. Nella lettera di ieri mattina il Cosap diffidava il governo dal prevedere il vaccino obbligatorio per gli operatori di polizia e dal porre in essere provvedimenti come la sospensione dal servizio, il cambio di mansione o il blocco dello stipendio per coloro che non si sottoponesse al vaccino. La prima minaccia è stata ignorata; chissà cosa accadrà con la seconda.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci