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2021-09-02
E se Mussolini avesse vinto la guerra? Il fascismo e la letteratura ucronica
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In inglese si parla spesso di «alternative history», perché è di questo che si parla: dello sviluppo storico concepito in maniera alternativa, come se i fatti si fossero svolti in un'altra maniera. È la famosa storia scritta con i «se» e con i «ma». Così come l'utopia immagina una dimensione fantastica, ma in qualche modo indaga anche quella del reale – il mondo immaginato è spesso speculare al mondo reale e quindi ne rappresenta una critica implicita – allo stesso modo pure l'ucronia aiuta a ripensare anche la storia «ufficiale», perché ne sonda possibilità abortite e potenzialità non sviluppate, ma che in vari tornanti storici potevano essere sentieri effettivamente e realisticamente percorribili.
A causa della sua penetrazione nell'immaginario collettivo e delle ansie e paure sollevate, è stato spesso il nazionalsocialismo a farsi protagonista di racconti ucronici: pensiamo a The Man in the High Castle (La svastica sul sole), di Philip K. Dick, di cui recentemente è stata prodotta anche una fortunata serie tv, o a Fatherland, di Robert Harris (nel 1994 ne è stato tratto un film per la televisione con Rutger Hauer), due romanzi basati sull'ipotesi di un Terzo Reich vittorioso al termine della seconda guerra mondiale. Il fascismo italiano, soprattutto a livello internazionale, non ha suscitato emozioni altrettanto forti e per lo più è stato raccontato come un «impero di cartapesta» da non prendere troppo sul serio. Difficile, quindi, affidare a esso anche incubi, visioni, ossessioni immaginifiche. In Italia, per ovvi motivi, le cose non sono andate in questo modo e, nel corso degli anni, non sono mancati esperimenti letterari ucronici basati sul Regime alle prese con una diversa piega degli eventi.
Sul fascismo uscito indenne dall'ultima guerra si basano due romanzi di Enrico Brizzi, L'inattesa piega degli eventi (2008) e La nostra guerra (2009). Il secondo libro è il prequel del primo e racconta i fatti avvenuti tra il 1942 e il 1945, con un'Italia alleata di Gran Bretagna e Usa. L'inattesa piega degli eventi racconta invece il Belpaese del 1960, in cui il regime fascista celebra i propri trionfi organizzando le Olimpiadi a Roma. Ma il Duce muore alla vigilia dell'inaugurazione e la sua morte provoca un colpo di Stato che porta al potere Italo Balbo.
La premessa della mancata alleanza con Adolf Hitler è un po' la base di quasi tutti i romanzi sul fascismo ucronico. Si tratta, con ogni evidenza, dello snodo storico cruciale individuato da vari studiosi, ciò che ha fatto sì che la storia «vera» sia andata così com'è andata. È del resto vero che, a ridosso del conflitto, il consenso del Regime viaggiava su livelli altissimi e l'opposizione clandestina era praticamente inesistente. Su tale ipotesi si basa anche della trilogia di Mario Farneti, composta da Occidente, Attacco all'Occidente e Nuovo Impero d'Occidente. Qui sono gli Usa che, con ingenti donazioni finanziarie e tecnologie belliche, «comprano» la neutralità italiana all'inizio del conflitto. La guerra si conclude con l'attentato a Hitler nel 1944, che in questo caso ha successo. Poco dopo la vittoria alleata, Stalin invade l'Europa, dando inizio alla terza guerra mondiale. L'Italia, non indebolita dalla guerra e resa efficiente dagli aiuti statunitensi, riesce a guidare gli stati europei contro l'Urss e a diventare una superpotenza mondiale il cui impero si estende fino agli Urali.
Recentemente, è stato invece Gianfranco De Turris a raccogliere in un volumetto uscito per Bietti (Fantafascismi) una serie di racconti di vari autori basati su altrettante ipotesi fantastoriche: cosa sarebbe accaduto se Mussolini avesse avuto a disposizione la bomba atomica? O se fosse morto durante la Marcia su Roma? E se avesse deciso di non firmare i Patti Lateranensi? Diversi anni fa era stato invece Errico Passaro, ne Gli anni dell'aquila, a raccogliere altri racconti ucronici: in uno il fascismo andato al potere era quello di d'Annunzio anziché di Mussolini, in un altro il fascismo metteva al centro come ideologia ufficiale il pensiero di Julius Evola, fino a guidare addirittura il primo contatto dell'umanità con gli alieni, in pieno XXV.
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Se l'utopia è, etimologicamente, un «non luogo», un territorio inesistente, l'ucronia delinea un genere letterario sensibilmente diverso. Coniato dal filosofo francese Charles Renouvier alla metà dell'Ottocento, il termine designa semmai un «non tempo», un'epoca storica mai avvenuta.In inglese si parla spesso di «alternative history», perché è di questo che si parla: dello sviluppo storico concepito in maniera alternativa, come se i fatti si fossero svolti in un'altra maniera. È la famosa storia scritta con i «se» e con i «ma». Così come l'utopia immagina una dimensione fantastica, ma in qualche modo indaga anche quella del reale – il mondo immaginato è spesso speculare al mondo reale e quindi ne rappresenta una critica implicita – allo stesso modo pure l'ucronia aiuta a ripensare anche la storia «ufficiale», perché ne sonda possibilità abortite e potenzialità non sviluppate, ma che in vari tornanti storici potevano essere sentieri effettivamente e realisticamente percorribili.A causa della sua penetrazione nell'immaginario collettivo e delle ansie e paure sollevate, è stato spesso il nazionalsocialismo a farsi protagonista di racconti ucronici: pensiamo a The Man in the High Castle (La svastica sul sole), di Philip K. Dick, di cui recentemente è stata prodotta anche una fortunata serie tv, o a Fatherland, di Robert Harris (nel 1994 ne è stato tratto un film per la televisione con Rutger Hauer), due romanzi basati sull'ipotesi di un Terzo Reich vittorioso al termine della seconda guerra mondiale. Il fascismo italiano, soprattutto a livello internazionale, non ha suscitato emozioni altrettanto forti e per lo più è stato raccontato come un «impero di cartapesta» da non prendere troppo sul serio. Difficile, quindi, affidare a esso anche incubi, visioni, ossessioni immaginifiche. In Italia, per ovvi motivi, le cose non sono andate in questo modo e, nel corso degli anni, non sono mancati esperimenti letterari ucronici basati sul Regime alle prese con una diversa piega degli eventi. Sul fascismo uscito indenne dall'ultima guerra si basano due romanzi di Enrico Brizzi, L'inattesa piega degli eventi (2008) e La nostra guerra (2009). Il secondo libro è il prequel del primo e racconta i fatti avvenuti tra il 1942 e il 1945, con un'Italia alleata di Gran Bretagna e Usa. L'inattesa piega degli eventi racconta invece il Belpaese del 1960, in cui il regime fascista celebra i propri trionfi organizzando le Olimpiadi a Roma. Ma il Duce muore alla vigilia dell'inaugurazione e la sua morte provoca un colpo di Stato che porta al potere Italo Balbo. La premessa della mancata alleanza con Adolf Hitler è un po' la base di quasi tutti i romanzi sul fascismo ucronico. Si tratta, con ogni evidenza, dello snodo storico cruciale individuato da vari studiosi, ciò che ha fatto sì che la storia «vera» sia andata così com'è andata. È del resto vero che, a ridosso del conflitto, il consenso del Regime viaggiava su livelli altissimi e l'opposizione clandestina era praticamente inesistente. Su tale ipotesi si basa anche della trilogia di Mario Farneti, composta da Occidente, Attacco all'Occidente e Nuovo Impero d'Occidente. Qui sono gli Usa che, con ingenti donazioni finanziarie e tecnologie belliche, «comprano» la neutralità italiana all'inizio del conflitto. La guerra si conclude con l'attentato a Hitler nel 1944, che in questo caso ha successo. Poco dopo la vittoria alleata, Stalin invade l'Europa, dando inizio alla terza guerra mondiale. L'Italia, non indebolita dalla guerra e resa efficiente dagli aiuti statunitensi, riesce a guidare gli stati europei contro l'Urss e a diventare una superpotenza mondiale il cui impero si estende fino agli Urali.Recentemente, è stato invece Gianfranco De Turris a raccogliere in un volumetto uscito per Bietti (Fantafascismi) una serie di racconti di vari autori basati su altrettante ipotesi fantastoriche: cosa sarebbe accaduto se Mussolini avesse avuto a disposizione la bomba atomica? O se fosse morto durante la Marcia su Roma? E se avesse deciso di non firmare i Patti Lateranensi? Diversi anni fa era stato invece Errico Passaro, ne Gli anni dell'aquila, a raccogliere altri racconti ucronici: in uno il fascismo andato al potere era quello di d'Annunzio anziché di Mussolini, in un altro il fascismo metteva al centro come ideologia ufficiale il pensiero di Julius Evola, fino a guidare addirittura il primo contatto dell'umanità con gli alieni, in pieno XXV.
Marine Le Pen (Ansa)
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.