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2022-10-10
Il Mozambico sprofonda nella violenza jihadista. Cristiani sgozzati e decapitati ogni giorno
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A settembre gli insorti mozambicani che hanno giurato fedeltà all’Isis nell’aprile 2018 (che li ha accettati come affiliati nell’agosto 2019), hanno effettuato numerosi attacchi a Cabo Delgado e Nampula, dove hanno distrutto infrastrutture, case e provocato vittime. Secondo la Displacement Tracking Matrix dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, più di 15.400 persone a Cabo Delgado sono state registrate in movimento tra il 31 agosto e il 20 settembre. Circa il 60% delle persone in movimento ha riferito di aver viaggiato a causa di attacchi o paura di attacchi, mentre circa il 37% si sta muovendo con l'intenzione di rientrare nelle proprie regioni di origine o di ricongiungersi alle proprie famiglie. Secondo gli ultimi rilevamenti circa 47.000 sfollati si trovano nel distretto di Eráti, nella provincia di Nampula, e sono ospitati da familiari e amici. Il trend è continuato ad ottobre tanto che fonti citate dal portale di notizie Carta de Mozambiqu hanno indicato che gli uomini dell’Isis hanno fatto irruzione venerdì 7 ottobre nel villaggio di Ntapuala, vicino alla città di Macomia, dove hanno decapitato un uomo mentre lavorava nel suo campo e lo stesso giorno altre due persone sono state decapitate in un'area compresa tra i villaggi di Koko e Nangololo, tra Macomia e Meluco. Lo scorso 5 ottobre i miliziani della branca locale dello Stato islamico conosciuta con il nome di Ansar Al-Sunna Wa Jamma, nota anche come al-Shabaab, sono penetrati all’interno del villaggio cristiano di Oumba, nella regione di Moida di Cabo Delgado, e hanno ucciso sgozzandole almeno cinque persone. Lo stesso era accaduto il 3 ottobre scorso nei distretti di Meluco e Macomia, nella provincia mozambicana di Cabo Delgado, dove tre persone state decapitate dai jihadisti. La scorsa settimana Bernardino Rafael, capo della polizia mozambicana, ha chiesto alla popolazione della provincia di Cabo Delgado «di resistere di fronte agli attacchi jihadisti con coltelli o machete, vista la crescente insicurezza in questa zona». Poi ha sottolineato che le forze di sicurezza «offriranno addestramento militare ad alcuni membri della popolazione per creare una Forza locale con l'obiettivo di raggiungere una maggiore sicurezza», ma ha anche chiesto alla popolazione «maggiore vigilanza». L’area di Cabo Delgado è teatro dall'ottobre 2017 degli attacchi dei miliziani islamisti noti come al-Shabaab, estranei all'omonimo gruppo che opera in Somalia, e mantiene legami con al-Qaeda. Dalla metà del 2019 sono stati per lo più rivendicati dallo Stato islamico in Africa centrale, che ha intensificato le sue azioni da marzo 2020. La crescente instabilità nell’area ha provocato dal 2017 la morte di più di 4.000 persone e la fuga di quasi un milione di persone che secondo l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) «sono state costrette a fuggire dalle loro case nella provincia di Cabo Delgado, nel Mozambico settentrionale, colpita dal conflitto, da quando vi sono scoppiate violenze estreme cinque anni fa». Il leader del gruppo jihadista mozambicano è Abu Yasir Hassan, noto anche come Yaseer Hassan e Abu Qasim, si tratta di un cittadino tanzaniano nato tra il 1981 e il 1983 che nel marzo 2021 è stato designato dagli Stati Uniti come «terrorista globale appositamente designato» a causa delle sue attività nell'insurrezione e dei suoi noti legami con l'Isis.
L'Unhcr ha affermato che i suoi ultimi dati mostrano che 946.508 persone sono state sfollate entro la prima metà di quest'anno, sottolineando che il conflitto non si è placato e che migliaia di famiglie sono ancora costrette a lasciare le loro case a causa degli attacchi di gruppi armati non statali. Scorrendo il report dell’agenzia dell’Onu si legge che «le persone hanno assistito all'uccisione, alla decapitazione e allo stupro dei propri cari e le loro case e altre infrastrutture sono state rase al suolo. Anche uomini e ragazzi sono stati arruolati con la forza in gruppi armati. I mezzi di sussistenza sono andati perduti e l'istruzione è stata bloccata mentre l'accesso a beni di prima necessità come cibo e assistenza sanitaria è stato ostacolato. Molte persone sono state nuovamente traumatizzate dopo essere state costrette a trasferirsi più volte per salvarsi la vita». Il conflitto ora si sta estendendo anche ad altre provincie come quella di di Nampula, che a settembre è stata testimone di quattro attacchi di gruppi armati che hanno colpito almeno 47.000 persone e sfollato 12.000. Secondo Matteo Giusti saggista e africanista: «Il 4 ottobre è stato il trentennale dell’accordo di pace in Mozambico fra il Frelimo e la Renamo, un accordo mediato dalla comunità di Sant’Egidio che avrebbe dovuto aiutare il Paese a crescere pacificamente, ma l’ex colonia portoghese resta nel caos. Le province settentrionali, soprattutto Cabo Delgado, vedono attacchi quotidiani da parte di Isis Mozambico, la filiale locale dello Stato islamico. Villaggi attaccati, chiese bruciate, rapimenti e uccisioni stanno terrorizzando la popolazione che non riesce a tornare alle proprie case abbandonate ormai da mesi. I cristiani, la maggior comunità del Mozambico, sono l’obiettivo principale di questi islamisti che ogni volta che occupano un villaggio radunano gli “infedeli” nelle piazze per giustiziarli davanti a tutti». Nonostante le rassicurazioni pare che lo Stato mozambicano abbia le armi spuntate davanti a questa emergenza: «In questa terribile situazione l’esercito mozambicano, comprese le sue forze speciali addestrate da americani e portoghesi, si è dimostrato incapace di difendere il proprio Paese. Ma anche il supporto militare del Ruanda, che qui ha inviato mille uomini, e la task force della Comunità Economica dell’Africa Meridionale guidata dal Sud Africa non è riuscita ad arginare l’ondata jihadista. Palma, Mocimboa da Praia e le altre città del nord sono già cadute in mano ad Ansar al-Sunna e riconquistate a fatica dai governativi, ma oggi tutta la regione e a rischio conquista dell’Isis che qui vorrebbe fondare un califfato e mettere le mani sull’enorme ricchezza del sottosuolo». In soccorso del Mozambico si muove anche l’Europa, lo scorso 9 settembre il capo della diplomazia europea Josep Borrell si è recato in visita a Maputo dove ha ribadito sostegno dell'Ue al Mozambico annunciando nuovi aiuti militari per aiutare il Paese ad affrontare il terrorismo. Borrell ha incontrato nella capitale Maputo il presidente Filipe Nyusi, il ministro degli Esteri Veronica Macamo, e ha tenuto una conferenza stampa per esprimere «l'impegno e la solidarietà dell'Ue con il Mozambico nella sua lotta al terrorismo», oltre ad annunciare che l'Ue ha approvato ulteriori 15 milioni di euro di aiuti militari a sostegno del Mozambico nell'instabile provincia settentrionale di Cabo Delgado, regolarmente insanguinata dagli attacchi attribuiti ai jihadisti. I fondi forniranno a Maputo attrezzature e veicoli, tra le altre cose, e si aggiungono agli 89 milioni di euro già stanziati per sostenere le forze armate mozambicane, ha reso noto l'Ue in una nota. La sensazione però è che nonostante gli aiuti dei Paesi africani, degli Usa e dell’Ue il Mozambico, in particolare l’area di Cabo Delgado, continuerà a sprofondare sotto i colpi degli Ansar al-Sunna Wa Jamma. Un problema per la sicurezza del Mozambico e della sua popolazione ma non solo perché nell’area di Cabo Delgado -precisamente nella penisola di Afungi- si trova il più importante bacino di estrazione di gas naturale dell’intera Africa. Scoperto nel 2010, ha sconvolto per sempre le dinamiche della politica locale. Anche perché l’estrazione di idrocarburi in quest’area vale qualcosa come 150 miliardi di dollari e la prima produzione di gas naturale liquefatto (prevista per il 2024) è stimata in non meno di 43 milioni di tonnellate l’anno. Ora le attività estrattive sono ferme a causa dell’instabilità e le compagnie internazionali come Exxon che qui hanno investito miliardi di dollari rischiano di vedere andare in fumo i loro investimenti.
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Dopo la morte della missionaria comboniana, Suor Maria De Coppi, 83 anni, originaria di Vittorio Veneto, uccisa in un attacco contro una missione nel Nord del Mozambico lo scorso 7 settembre, non si è mai fermata l’ondata di terrore nel Paese africano. A settembre gli insorti mozambicani che hanno giurato fedeltà all’Isis nell’aprile 2018 (che li ha accettati come affiliati nell’agosto 2019), hanno effettuato numerosi attacchi a Cabo Delgado e Nampula, dove hanno distrutto infrastrutture, case e provocato vittime. Secondo la Displacement Tracking Matrix dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, più di 15.400 persone a Cabo Delgado sono state registrate in movimento tra il 31 agosto e il 20 settembre. Circa il 60% delle persone in movimento ha riferito di aver viaggiato a causa di attacchi o paura di attacchi, mentre circa il 37% si sta muovendo con l'intenzione di rientrare nelle proprie regioni di origine o di ricongiungersi alle proprie famiglie. Secondo gli ultimi rilevamenti circa 47.000 sfollati si trovano nel distretto di Eráti, nella provincia di Nampula, e sono ospitati da familiari e amici. Il trend è continuato ad ottobre tanto che fonti citate dal portale di notizie Carta de Mozambiqu hanno indicato che gli uomini dell’Isis hanno fatto irruzione venerdì 7 ottobre nel villaggio di Ntapuala, vicino alla città di Macomia, dove hanno decapitato un uomo mentre lavorava nel suo campo e lo stesso giorno altre due persone sono state decapitate in un'area compresa tra i villaggi di Koko e Nangololo, tra Macomia e Meluco. Lo scorso 5 ottobre i miliziani della branca locale dello Stato islamico conosciuta con il nome di Ansar Al-Sunna Wa Jamma, nota anche come al-Shabaab, sono penetrati all’interno del villaggio cristiano di Oumba, nella regione di Moida di Cabo Delgado, e hanno ucciso sgozzandole almeno cinque persone. Lo stesso era accaduto il 3 ottobre scorso nei distretti di Meluco e Macomia, nella provincia mozambicana di Cabo Delgado, dove tre persone state decapitate dai jihadisti. La scorsa settimana Bernardino Rafael, capo della polizia mozambicana, ha chiesto alla popolazione della provincia di Cabo Delgado «di resistere di fronte agli attacchi jihadisti con coltelli o machete, vista la crescente insicurezza in questa zona». Poi ha sottolineato che le forze di sicurezza «offriranno addestramento militare ad alcuni membri della popolazione per creare una Forza locale con l'obiettivo di raggiungere una maggiore sicurezza», ma ha anche chiesto alla popolazione «maggiore vigilanza». L’area di Cabo Delgado è teatro dall'ottobre 2017 degli attacchi dei miliziani islamisti noti come al-Shabaab, estranei all'omonimo gruppo che opera in Somalia, e mantiene legami con al-Qaeda. Dalla metà del 2019 sono stati per lo più rivendicati dallo Stato islamico in Africa centrale, che ha intensificato le sue azioni da marzo 2020. La crescente instabilità nell’area ha provocato dal 2017 la morte di più di 4.000 persone e la fuga di quasi un milione di persone che secondo l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) «sono state costrette a fuggire dalle loro case nella provincia di Cabo Delgado, nel Mozambico settentrionale, colpita dal conflitto, da quando vi sono scoppiate violenze estreme cinque anni fa». Il leader del gruppo jihadista mozambicano è Abu Yasir Hassan, noto anche come Yaseer Hassan e Abu Qasim, si tratta di un cittadino tanzaniano nato tra il 1981 e il 1983 che nel marzo 2021 è stato designato dagli Stati Uniti come «terrorista globale appositamente designato» a causa delle sue attività nell'insurrezione e dei suoi noti legami con l'Isis. L'Unhcr ha affermato che i suoi ultimi dati mostrano che 946.508 persone sono state sfollate entro la prima metà di quest'anno, sottolineando che il conflitto non si è placato e che migliaia di famiglie sono ancora costrette a lasciare le loro case a causa degli attacchi di gruppi armati non statali. Scorrendo il report dell’agenzia dell’Onu si legge che «le persone hanno assistito all'uccisione, alla decapitazione e allo stupro dei propri cari e le loro case e altre infrastrutture sono state rase al suolo. Anche uomini e ragazzi sono stati arruolati con la forza in gruppi armati. I mezzi di sussistenza sono andati perduti e l'istruzione è stata bloccata mentre l'accesso a beni di prima necessità come cibo e assistenza sanitaria è stato ostacolato. Molte persone sono state nuovamente traumatizzate dopo essere state costrette a trasferirsi più volte per salvarsi la vita». Il conflitto ora si sta estendendo anche ad altre provincie come quella di di Nampula, che a settembre è stata testimone di quattro attacchi di gruppi armati che hanno colpito almeno 47.000 persone e sfollato 12.000. Secondo Matteo Giusti saggista e africanista: «Il 4 ottobre è stato il trentennale dell’accordo di pace in Mozambico fra il Frelimo e la Renamo, un accordo mediato dalla comunità di Sant’Egidio che avrebbe dovuto aiutare il Paese a crescere pacificamente, ma l’ex colonia portoghese resta nel caos. Le province settentrionali, soprattutto Cabo Delgado, vedono attacchi quotidiani da parte di Isis Mozambico, la filiale locale dello Stato islamico. Villaggi attaccati, chiese bruciate, rapimenti e uccisioni stanno terrorizzando la popolazione che non riesce a tornare alle proprie case abbandonate ormai da mesi. I cristiani, la maggior comunità del Mozambico, sono l’obiettivo principale di questi islamisti che ogni volta che occupano un villaggio radunano gli “infedeli” nelle piazze per giustiziarli davanti a tutti». Nonostante le rassicurazioni pare che lo Stato mozambicano abbia le armi spuntate davanti a questa emergenza: «In questa terribile situazione l’esercito mozambicano, comprese le sue forze speciali addestrate da americani e portoghesi, si è dimostrato incapace di difendere il proprio Paese. Ma anche il supporto militare del Ruanda, che qui ha inviato mille uomini, e la task force della Comunità Economica dell’Africa Meridionale guidata dal Sud Africa non è riuscita ad arginare l’ondata jihadista. Palma, Mocimboa da Praia e le altre città del nord sono già cadute in mano ad Ansar al-Sunna e riconquistate a fatica dai governativi, ma oggi tutta la regione e a rischio conquista dell’Isis che qui vorrebbe fondare un califfato e mettere le mani sull’enorme ricchezza del sottosuolo». In soccorso del Mozambico si muove anche l’Europa, lo scorso 9 settembre il capo della diplomazia europea Josep Borrell si è recato in visita a Maputo dove ha ribadito sostegno dell'Ue al Mozambico annunciando nuovi aiuti militari per aiutare il Paese ad affrontare il terrorismo. Borrell ha incontrato nella capitale Maputo il presidente Filipe Nyusi, il ministro degli Esteri Veronica Macamo, e ha tenuto una conferenza stampa per esprimere «l'impegno e la solidarietà dell'Ue con il Mozambico nella sua lotta al terrorismo», oltre ad annunciare che l'Ue ha approvato ulteriori 15 milioni di euro di aiuti militari a sostegno del Mozambico nell'instabile provincia settentrionale di Cabo Delgado, regolarmente insanguinata dagli attacchi attribuiti ai jihadisti. I fondi forniranno a Maputo attrezzature e veicoli, tra le altre cose, e si aggiungono agli 89 milioni di euro già stanziati per sostenere le forze armate mozambicane, ha reso noto l'Ue in una nota. La sensazione però è che nonostante gli aiuti dei Paesi africani, degli Usa e dell’Ue il Mozambico, in particolare l’area di Cabo Delgado, continuerà a sprofondare sotto i colpi degli Ansar al-Sunna Wa Jamma. Un problema per la sicurezza del Mozambico e della sua popolazione ma non solo perché nell’area di Cabo Delgado -precisamente nella penisola di Afungi- si trova il più importante bacino di estrazione di gas naturale dell’intera Africa. Scoperto nel 2010, ha sconvolto per sempre le dinamiche della politica locale. Anche perché l’estrazione di idrocarburi in quest’area vale qualcosa come 150 miliardi di dollari e la prima produzione di gas naturale liquefatto (prevista per il 2024) è stimata in non meno di 43 milioni di tonnellate l’anno. Ora le attività estrattive sono ferme a causa dell’instabilità e le compagnie internazionali come Exxon che qui hanno investito miliardi di dollari rischiano di vedere andare in fumo i loro investimenti.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Ieri, ad esempio, il Pd aveva chiamato a testimoniare Giuseppe Busia, ma la sua audizione alla fine si è rivelata un boomerang: il presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) ha infatti confermato che durante la pandemia, per l’affidamento tramite gara pubblica di una commessa da un miliardo e 250 milioni di euro, l’Anac non ha potuto eseguire controlli perché «la normativa dell’epoca prevedeva, in deroga al normale ordinamento, l’attribuzione della funzione al solo commissario per l’emergenza pandemica». Ossia Domenico Arcuri, rileva il gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ha agito in deroga a tutte le norme vigenti, azzerando non solo i controlli della Corte dei Conti ma anche dell’Autorità anticorruzione. Questa situazione gli ha consentito di procedere liberamente sia con la maxicommessa diretta più grande della storia d’Italia, ossia un miliardo e 251 milioni per l’importazione di mascherine inidonee, dunque pericolose per la salute, pagate il quadruplo del prezzo di mercato, sia con le altre discusse commesse».
«Busia lo ha confermato oggi», rileva Fdi, «del resto è emerso anche che, fino al protocollo collaborativo del 16 dicembre 2020 (l’accordo di vigilanza stipulato ufficialmente tra la struttura commissariale e l’Anac, che doveva servire a sottoporre a un controllo di legittimità i successivi bandi e contratti, dopo mesi di polemiche sulla gestione degli acquisti, ndr), Arcuri abbia agito senza alcuna attività di controllo di Anac. È evidente che il capo della struttura commissariale, nominato da Giuseppe Conte, abbia scelto di agire nell’ombra fintanto che gli è parso comodo, per poi concludere con l’Autorità anticorruzione un protocollo di verifica volontario con cui il controllato ha deciso cosa e quando farsi controllare dal controllore: un’assurdità», secondo Fdi. «Nessun commissario, Arcuri a parte, ha avuto uno scudo erariale, uno scudo dalla Corte dei Conti e uno scudo dall’Anac», ha commentato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid.
Il dirigente, in commissione, ha spiegato la dinamica delle procedure. «Ci siamo occupati dell’acquisizione di mascherine e camici, anche sulla base di segnalazioni ricevute. C’è stata anche una segnalazione di “whistleblowing” (segnalazione spontanea) da parte di un lavoratore di un illecito, terminata (come molte altre, ndr) con un’archiviazione. Questa indagine ci ha portato a selezionare e contattare 182 stazioni appaltanti, di cui 163 hanno fornito risposta. Da un primo vaglio - ha spiegato il presidente Anac - sono emerse analisi su mancato rispetto dei tempi di consegna, mancata consegna o consegna parziale, dettate presumibilmente dalla situazione emergenziale. Questi elementi ci hanno portato a poter aprire, sulla base della normativa dell’epoca, procedimenti specifici solo per un caso». Il problema, ha osservato Busia, è che tutte le fasi in cui si accelerano le procedure di acquisto «a dispetto della trasparenza possono dare luogo a situazioni che facilitano infiltrazioni criminali». La situazione emergenziale di allora, dunque, avrebbe dato automaticamente il via libera a opacità e mancanza di trasparenza, facilitate anche dall’assenza di una legge sull’attività di lobbying: Ne «esiste l’esigenza, e l’Italia è carente da anni», ha detto il dirigente, auspicando che il testo, già approvato alla Camera, passi anche al Senato. «Busia ci ha anche spiegato che l’Anac può valutare attualmente un’attività di controllo su quanto avvenuto durante la pandemia alla luce delle risultanze che stanno emergendo dai lavori della commissione Covid. L’auspicio è che ciò avvenga, per riparare la grave mancanza protratta fino a oggi di una valutazione su questo maxiappalto e sulle altre procedure avvenute prima del 16 dicembre 2020», ha rilevato Fdi.
L’audizione di ieri è stata anche teatro dell’ennesimo scontro tra maggioranza e opposizioni. La scorsa settimana deputati e senatori di Pd, Iv, Azione e M5s erano usciti dalla commissione protestando contro le modalità di svolgimento dei lavori, nelle settimane in cui si sta chiudendo il cerchio sull’attribuzione di alcuni appalti promossa, in epoca pandemica, dall’avvocato Luca Di Donna, vicino all’ex premier Giuseppe Conte. In rappresentanza delle opposizioni in Aula c’era soltanto il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia, che ha rivendicato le ragioni della protesta chiedendo risposte scritte; il presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) ha replicato punto per punto: «Avete detto che non eravate stati informati e vi ho mostrato che l’ufficio della Presidenza aveva esaminato l’autorizzazione all’attività delegata. Avete rivendicato la legalità degli atti e vi ho mostrato che tutte le procedure sono avvenute nel rispetto della legalità, della prassi parlamentare e di quanto fatto anche dalle precedenti Commissioni».
«Le opposizioni lavorano per insabbiare la verità», ha commentato Buonguerrieri rispondendo all’intervento di Boccia, «chiedono lo scioglimento della Commissione proprio mentre dai lavori stanno emergendo fatti gravi che li imbarazzano. Quindi, anziché aiutarci a farli emergere, decidono di attaccare e denigrare i lavori della Commissione stessa. I lavori invece andranno avanti fino in fondo. Dopo la figuraccia senza precedenti fatta dai gruppi di opposizione la scorsa settimana sulla presunta e inesistente illegittimità sollevata in merito all’attività della Commissione», ha aggiunto la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid. «registro come ci sia ancora il coraggio, per non dire la stolidità, di insistere su posizioni risultate essere del tutto infondate, come spiegato pubblicamente, in commissione e in ogni sede. E registro anche grandissima mancanza di coerenza, equilibrio e lucidità».
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Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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(iStock)
In piena linea con i dati forniti dalle forze di polizia dai quali emerge un costante aumento dei reati commessi da giovani, in particolare se minori. Niente di cui la popolazione non si fosse già resa conto dunque, con buona pace di chi fino a ieri preferiva ricondurne le opinioni ad eccessi di allarmismo magari alimentati dai media. Più che le «rappresentazioni», nel rapporto realizzato dall’istituto di ricerca, parlano le esperienze dirette, con tre cittadini su dieci che riferiscono di minacce, insulti, furti e aggressioni fisiche. Mentre un altro terzo dice di essere a conoscenza di episodi simili che vedono coinvolti amici e conoscenti.
Sebbene vi sia una spaccatura sulla sicurezza del luogo in cui si vive, tra un 46% che ne dà un giudizio ancora positivo e un 44% che invece si considera a rischio, la convinzione che la violenza giovanile sia in aumento sembra mettere d’accordo la maggioranza della popolazione.
Una «percezione» confermata dalle segnalazioni registrate dal ministero dell’Interno. Dopo una flessione fino all’anno del Covid, dopo la pandemia il numero di arrestati e denunciati under 24 vede una crescita costante. In particolare modo nella fascia d’età 14-17, dove dai 25.000 casi del 2020 si è passati ad oltre 37.000 nel 2025. Un dato che peraltro occorre prendere per difetto visto che il 57% del campione interpellato, quindi oltre la metà, nonostante problemi legati al fenomeno delle bande giovanili dice di non aver comunque mai sporto denuncia. Preferendo andare oltre. Come sembrano aver fatto sette cittadini su dieci, che trovandosi a contatto con aree frequentate da gang giovanili, almeno una volta hanno preferito cambiare strada. Una strategia adottata con una certa frequenza da un quarto dei cittadini e in modo sistematico da poco più di uno su dieci. Quanto ai fattori giudicati scatenanti, l’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia, giudicata ininfluente, segue il contesto sociale degradato, un’educazione troppo permissiva e la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Una grossa responsabilità l’avrebbero inoltre i social che, secondo il presidente di Eurispes Gian Maria Fara «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Una boom di devianza che Eurispes racconta come trasversale perché interessa anche i contesti apparentemente meno problematici. Motivo per cui Fara parla «devianza borghese» che si esprime con vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi. Dall’altro lato del range c’è quella che vede protagonisti gli stranieri, spesso cresciuti in contesti di marginalità, il cui ruolo nella devianza giovanile cresce negli ultimi anni. Ben 80.827 i giovani stranieri segnalati nel 2025, quasi quanto gli italiani che nello stesso anno sono stati 89.249. Una «parità» di presenza sulla scena criminale restituita anche dalla maggioranza dei soggetti interpellati dal rapporto visto che il 42% descrive le bande giovanili come formate da ragazzi italiani e stranieri insieme, a indicare una visione del fenomeno in quanto realtà eterogenea e mista. Peccato che il peso specifico degli stranieri, in proporzione, sia ben maggiore visto che sono il 10% della popolazione. E questo forse, è l’unico aspetto non ancora ben «percepito».
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