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2022-10-10
Il Mozambico sprofonda nella violenza jihadista. Cristiani sgozzati e decapitati ogni giorno
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A settembre gli insorti mozambicani che hanno giurato fedeltà all’Isis nell’aprile 2018 (che li ha accettati come affiliati nell’agosto 2019), hanno effettuato numerosi attacchi a Cabo Delgado e Nampula, dove hanno distrutto infrastrutture, case e provocato vittime. Secondo la Displacement Tracking Matrix dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, più di 15.400 persone a Cabo Delgado sono state registrate in movimento tra il 31 agosto e il 20 settembre. Circa il 60% delle persone in movimento ha riferito di aver viaggiato a causa di attacchi o paura di attacchi, mentre circa il 37% si sta muovendo con l'intenzione di rientrare nelle proprie regioni di origine o di ricongiungersi alle proprie famiglie. Secondo gli ultimi rilevamenti circa 47.000 sfollati si trovano nel distretto di Eráti, nella provincia di Nampula, e sono ospitati da familiari e amici. Il trend è continuato ad ottobre tanto che fonti citate dal portale di notizie Carta de Mozambiqu hanno indicato che gli uomini dell’Isis hanno fatto irruzione venerdì 7 ottobre nel villaggio di Ntapuala, vicino alla città di Macomia, dove hanno decapitato un uomo mentre lavorava nel suo campo e lo stesso giorno altre due persone sono state decapitate in un'area compresa tra i villaggi di Koko e Nangololo, tra Macomia e Meluco. Lo scorso 5 ottobre i miliziani della branca locale dello Stato islamico conosciuta con il nome di Ansar Al-Sunna Wa Jamma, nota anche come al-Shabaab, sono penetrati all’interno del villaggio cristiano di Oumba, nella regione di Moida di Cabo Delgado, e hanno ucciso sgozzandole almeno cinque persone. Lo stesso era accaduto il 3 ottobre scorso nei distretti di Meluco e Macomia, nella provincia mozambicana di Cabo Delgado, dove tre persone state decapitate dai jihadisti. La scorsa settimana Bernardino Rafael, capo della polizia mozambicana, ha chiesto alla popolazione della provincia di Cabo Delgado «di resistere di fronte agli attacchi jihadisti con coltelli o machete, vista la crescente insicurezza in questa zona». Poi ha sottolineato che le forze di sicurezza «offriranno addestramento militare ad alcuni membri della popolazione per creare una Forza locale con l'obiettivo di raggiungere una maggiore sicurezza», ma ha anche chiesto alla popolazione «maggiore vigilanza». L’area di Cabo Delgado è teatro dall'ottobre 2017 degli attacchi dei miliziani islamisti noti come al-Shabaab, estranei all'omonimo gruppo che opera in Somalia, e mantiene legami con al-Qaeda. Dalla metà del 2019 sono stati per lo più rivendicati dallo Stato islamico in Africa centrale, che ha intensificato le sue azioni da marzo 2020. La crescente instabilità nell’area ha provocato dal 2017 la morte di più di 4.000 persone e la fuga di quasi un milione di persone che secondo l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) «sono state costrette a fuggire dalle loro case nella provincia di Cabo Delgado, nel Mozambico settentrionale, colpita dal conflitto, da quando vi sono scoppiate violenze estreme cinque anni fa». Il leader del gruppo jihadista mozambicano è Abu Yasir Hassan, noto anche come Yaseer Hassan e Abu Qasim, si tratta di un cittadino tanzaniano nato tra il 1981 e il 1983 che nel marzo 2021 è stato designato dagli Stati Uniti come «terrorista globale appositamente designato» a causa delle sue attività nell'insurrezione e dei suoi noti legami con l'Isis.
L'Unhcr ha affermato che i suoi ultimi dati mostrano che 946.508 persone sono state sfollate entro la prima metà di quest'anno, sottolineando che il conflitto non si è placato e che migliaia di famiglie sono ancora costrette a lasciare le loro case a causa degli attacchi di gruppi armati non statali. Scorrendo il report dell’agenzia dell’Onu si legge che «le persone hanno assistito all'uccisione, alla decapitazione e allo stupro dei propri cari e le loro case e altre infrastrutture sono state rase al suolo. Anche uomini e ragazzi sono stati arruolati con la forza in gruppi armati. I mezzi di sussistenza sono andati perduti e l'istruzione è stata bloccata mentre l'accesso a beni di prima necessità come cibo e assistenza sanitaria è stato ostacolato. Molte persone sono state nuovamente traumatizzate dopo essere state costrette a trasferirsi più volte per salvarsi la vita». Il conflitto ora si sta estendendo anche ad altre provincie come quella di di Nampula, che a settembre è stata testimone di quattro attacchi di gruppi armati che hanno colpito almeno 47.000 persone e sfollato 12.000. Secondo Matteo Giusti saggista e africanista: «Il 4 ottobre è stato il trentennale dell’accordo di pace in Mozambico fra il Frelimo e la Renamo, un accordo mediato dalla comunità di Sant’Egidio che avrebbe dovuto aiutare il Paese a crescere pacificamente, ma l’ex colonia portoghese resta nel caos. Le province settentrionali, soprattutto Cabo Delgado, vedono attacchi quotidiani da parte di Isis Mozambico, la filiale locale dello Stato islamico. Villaggi attaccati, chiese bruciate, rapimenti e uccisioni stanno terrorizzando la popolazione che non riesce a tornare alle proprie case abbandonate ormai da mesi. I cristiani, la maggior comunità del Mozambico, sono l’obiettivo principale di questi islamisti che ogni volta che occupano un villaggio radunano gli “infedeli” nelle piazze per giustiziarli davanti a tutti». Nonostante le rassicurazioni pare che lo Stato mozambicano abbia le armi spuntate davanti a questa emergenza: «In questa terribile situazione l’esercito mozambicano, comprese le sue forze speciali addestrate da americani e portoghesi, si è dimostrato incapace di difendere il proprio Paese. Ma anche il supporto militare del Ruanda, che qui ha inviato mille uomini, e la task force della Comunità Economica dell’Africa Meridionale guidata dal Sud Africa non è riuscita ad arginare l’ondata jihadista. Palma, Mocimboa da Praia e le altre città del nord sono già cadute in mano ad Ansar al-Sunna e riconquistate a fatica dai governativi, ma oggi tutta la regione e a rischio conquista dell’Isis che qui vorrebbe fondare un califfato e mettere le mani sull’enorme ricchezza del sottosuolo». In soccorso del Mozambico si muove anche l’Europa, lo scorso 9 settembre il capo della diplomazia europea Josep Borrell si è recato in visita a Maputo dove ha ribadito sostegno dell'Ue al Mozambico annunciando nuovi aiuti militari per aiutare il Paese ad affrontare il terrorismo. Borrell ha incontrato nella capitale Maputo il presidente Filipe Nyusi, il ministro degli Esteri Veronica Macamo, e ha tenuto una conferenza stampa per esprimere «l'impegno e la solidarietà dell'Ue con il Mozambico nella sua lotta al terrorismo», oltre ad annunciare che l'Ue ha approvato ulteriori 15 milioni di euro di aiuti militari a sostegno del Mozambico nell'instabile provincia settentrionale di Cabo Delgado, regolarmente insanguinata dagli attacchi attribuiti ai jihadisti. I fondi forniranno a Maputo attrezzature e veicoli, tra le altre cose, e si aggiungono agli 89 milioni di euro già stanziati per sostenere le forze armate mozambicane, ha reso noto l'Ue in una nota. La sensazione però è che nonostante gli aiuti dei Paesi africani, degli Usa e dell’Ue il Mozambico, in particolare l’area di Cabo Delgado, continuerà a sprofondare sotto i colpi degli Ansar al-Sunna Wa Jamma. Un problema per la sicurezza del Mozambico e della sua popolazione ma non solo perché nell’area di Cabo Delgado -precisamente nella penisola di Afungi- si trova il più importante bacino di estrazione di gas naturale dell’intera Africa. Scoperto nel 2010, ha sconvolto per sempre le dinamiche della politica locale. Anche perché l’estrazione di idrocarburi in quest’area vale qualcosa come 150 miliardi di dollari e la prima produzione di gas naturale liquefatto (prevista per il 2024) è stimata in non meno di 43 milioni di tonnellate l’anno. Ora le attività estrattive sono ferme a causa dell’instabilità e le compagnie internazionali come Exxon che qui hanno investito miliardi di dollari rischiano di vedere andare in fumo i loro investimenti.
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Dopo la morte della missionaria comboniana, Suor Maria De Coppi, 83 anni, originaria di Vittorio Veneto, uccisa in un attacco contro una missione nel Nord del Mozambico lo scorso 7 settembre, non si è mai fermata l’ondata di terrore nel Paese africano. A settembre gli insorti mozambicani che hanno giurato fedeltà all’Isis nell’aprile 2018 (che li ha accettati come affiliati nell’agosto 2019), hanno effettuato numerosi attacchi a Cabo Delgado e Nampula, dove hanno distrutto infrastrutture, case e provocato vittime. Secondo la Displacement Tracking Matrix dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, più di 15.400 persone a Cabo Delgado sono state registrate in movimento tra il 31 agosto e il 20 settembre. Circa il 60% delle persone in movimento ha riferito di aver viaggiato a causa di attacchi o paura di attacchi, mentre circa il 37% si sta muovendo con l'intenzione di rientrare nelle proprie regioni di origine o di ricongiungersi alle proprie famiglie. Secondo gli ultimi rilevamenti circa 47.000 sfollati si trovano nel distretto di Eráti, nella provincia di Nampula, e sono ospitati da familiari e amici. Il trend è continuato ad ottobre tanto che fonti citate dal portale di notizie Carta de Mozambiqu hanno indicato che gli uomini dell’Isis hanno fatto irruzione venerdì 7 ottobre nel villaggio di Ntapuala, vicino alla città di Macomia, dove hanno decapitato un uomo mentre lavorava nel suo campo e lo stesso giorno altre due persone sono state decapitate in un'area compresa tra i villaggi di Koko e Nangololo, tra Macomia e Meluco. Lo scorso 5 ottobre i miliziani della branca locale dello Stato islamico conosciuta con il nome di Ansar Al-Sunna Wa Jamma, nota anche come al-Shabaab, sono penetrati all’interno del villaggio cristiano di Oumba, nella regione di Moida di Cabo Delgado, e hanno ucciso sgozzandole almeno cinque persone. Lo stesso era accaduto il 3 ottobre scorso nei distretti di Meluco e Macomia, nella provincia mozambicana di Cabo Delgado, dove tre persone state decapitate dai jihadisti. La scorsa settimana Bernardino Rafael, capo della polizia mozambicana, ha chiesto alla popolazione della provincia di Cabo Delgado «di resistere di fronte agli attacchi jihadisti con coltelli o machete, vista la crescente insicurezza in questa zona». Poi ha sottolineato che le forze di sicurezza «offriranno addestramento militare ad alcuni membri della popolazione per creare una Forza locale con l'obiettivo di raggiungere una maggiore sicurezza», ma ha anche chiesto alla popolazione «maggiore vigilanza». L’area di Cabo Delgado è teatro dall'ottobre 2017 degli attacchi dei miliziani islamisti noti come al-Shabaab, estranei all'omonimo gruppo che opera in Somalia, e mantiene legami con al-Qaeda. Dalla metà del 2019 sono stati per lo più rivendicati dallo Stato islamico in Africa centrale, che ha intensificato le sue azioni da marzo 2020. La crescente instabilità nell’area ha provocato dal 2017 la morte di più di 4.000 persone e la fuga di quasi un milione di persone che secondo l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) «sono state costrette a fuggire dalle loro case nella provincia di Cabo Delgado, nel Mozambico settentrionale, colpita dal conflitto, da quando vi sono scoppiate violenze estreme cinque anni fa». Il leader del gruppo jihadista mozambicano è Abu Yasir Hassan, noto anche come Yaseer Hassan e Abu Qasim, si tratta di un cittadino tanzaniano nato tra il 1981 e il 1983 che nel marzo 2021 è stato designato dagli Stati Uniti come «terrorista globale appositamente designato» a causa delle sue attività nell'insurrezione e dei suoi noti legami con l'Isis. L'Unhcr ha affermato che i suoi ultimi dati mostrano che 946.508 persone sono state sfollate entro la prima metà di quest'anno, sottolineando che il conflitto non si è placato e che migliaia di famiglie sono ancora costrette a lasciare le loro case a causa degli attacchi di gruppi armati non statali. Scorrendo il report dell’agenzia dell’Onu si legge che «le persone hanno assistito all'uccisione, alla decapitazione e allo stupro dei propri cari e le loro case e altre infrastrutture sono state rase al suolo. Anche uomini e ragazzi sono stati arruolati con la forza in gruppi armati. I mezzi di sussistenza sono andati perduti e l'istruzione è stata bloccata mentre l'accesso a beni di prima necessità come cibo e assistenza sanitaria è stato ostacolato. Molte persone sono state nuovamente traumatizzate dopo essere state costrette a trasferirsi più volte per salvarsi la vita». Il conflitto ora si sta estendendo anche ad altre provincie come quella di di Nampula, che a settembre è stata testimone di quattro attacchi di gruppi armati che hanno colpito almeno 47.000 persone e sfollato 12.000. Secondo Matteo Giusti saggista e africanista: «Il 4 ottobre è stato il trentennale dell’accordo di pace in Mozambico fra il Frelimo e la Renamo, un accordo mediato dalla comunità di Sant’Egidio che avrebbe dovuto aiutare il Paese a crescere pacificamente, ma l’ex colonia portoghese resta nel caos. Le province settentrionali, soprattutto Cabo Delgado, vedono attacchi quotidiani da parte di Isis Mozambico, la filiale locale dello Stato islamico. Villaggi attaccati, chiese bruciate, rapimenti e uccisioni stanno terrorizzando la popolazione che non riesce a tornare alle proprie case abbandonate ormai da mesi. I cristiani, la maggior comunità del Mozambico, sono l’obiettivo principale di questi islamisti che ogni volta che occupano un villaggio radunano gli “infedeli” nelle piazze per giustiziarli davanti a tutti». Nonostante le rassicurazioni pare che lo Stato mozambicano abbia le armi spuntate davanti a questa emergenza: «In questa terribile situazione l’esercito mozambicano, comprese le sue forze speciali addestrate da americani e portoghesi, si è dimostrato incapace di difendere il proprio Paese. Ma anche il supporto militare del Ruanda, che qui ha inviato mille uomini, e la task force della Comunità Economica dell’Africa Meridionale guidata dal Sud Africa non è riuscita ad arginare l’ondata jihadista. Palma, Mocimboa da Praia e le altre città del nord sono già cadute in mano ad Ansar al-Sunna e riconquistate a fatica dai governativi, ma oggi tutta la regione e a rischio conquista dell’Isis che qui vorrebbe fondare un califfato e mettere le mani sull’enorme ricchezza del sottosuolo». In soccorso del Mozambico si muove anche l’Europa, lo scorso 9 settembre il capo della diplomazia europea Josep Borrell si è recato in visita a Maputo dove ha ribadito sostegno dell'Ue al Mozambico annunciando nuovi aiuti militari per aiutare il Paese ad affrontare il terrorismo. Borrell ha incontrato nella capitale Maputo il presidente Filipe Nyusi, il ministro degli Esteri Veronica Macamo, e ha tenuto una conferenza stampa per esprimere «l'impegno e la solidarietà dell'Ue con il Mozambico nella sua lotta al terrorismo», oltre ad annunciare che l'Ue ha approvato ulteriori 15 milioni di euro di aiuti militari a sostegno del Mozambico nell'instabile provincia settentrionale di Cabo Delgado, regolarmente insanguinata dagli attacchi attribuiti ai jihadisti. I fondi forniranno a Maputo attrezzature e veicoli, tra le altre cose, e si aggiungono agli 89 milioni di euro già stanziati per sostenere le forze armate mozambicane, ha reso noto l'Ue in una nota. La sensazione però è che nonostante gli aiuti dei Paesi africani, degli Usa e dell’Ue il Mozambico, in particolare l’area di Cabo Delgado, continuerà a sprofondare sotto i colpi degli Ansar al-Sunna Wa Jamma. Un problema per la sicurezza del Mozambico e della sua popolazione ma non solo perché nell’area di Cabo Delgado -precisamente nella penisola di Afungi- si trova il più importante bacino di estrazione di gas naturale dell’intera Africa. Scoperto nel 2010, ha sconvolto per sempre le dinamiche della politica locale. Anche perché l’estrazione di idrocarburi in quest’area vale qualcosa come 150 miliardi di dollari e la prima produzione di gas naturale liquefatto (prevista per il 2024) è stimata in non meno di 43 milioni di tonnellate l’anno. Ora le attività estrattive sono ferme a causa dell’instabilità e le compagnie internazionali come Exxon che qui hanno investito miliardi di dollari rischiano di vedere andare in fumo i loro investimenti.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara