True
2024-05-21
Teheran (per adesso) in mano a un filorusso
Mohammad Mokhber (Ansa)
È uno scenario ricco di incognite quello che si apre con la morte di Ebrahim Raisi, rimasto ucciso l’altro ieri insieme al ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, a seguito di un incidente in elicottero.
Innanzitutto a livello di politica interna: arrivato alla presidenza iraniana nel 2021, Raisi era considerato un possibile successore dell’ayatollah Ali Khamenei alla carica di guida suprema. Non è quindi escludibile che la sua improvvisa scomparsa possa portare a un periodo di instabilità politica, scatenando una lotta di potere. La presenza di Khamenei ai vertici della Repubblica islamica rende improbabile che possano verificarsi dei cambiamenti di rotta sostanziali nella politica iraniana. Le incognite sorgono semmai su altre questioni. In primis, c’è l’età dello stesso Khamenei: ha 85 anni e il fatto che uno dei suoi più probabili successori sia improvvisamente morto crea una potenziale instabilità. Va anche ricordato che, assieme a Raisi, veniva dato in corsa il figlio dello stesso Khamenei, Mojtaba, che adesso potrebbe acquisire maggior peso politico. Non è comunque chiaro se disponga del sostegno sufficiente per arrivare alla carica di guida suprema. In secondo luogo, si apre la partita per la presidenza. Le Guardie della rivoluzione faranno di tutto per mantenere la loro influenza su questo scranno: in tal senso, un nome che già circola è quello del presidente del parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf. Il punto è che non si possono escludere delle divisioni tra gli stessi pasdaran. Bisognerà infine capire se, oltre ai funerali in programma giovedì, si svolgeranno manifestazioni di piazza. E, in caso, di quale orientamento.
Le prossime elezioni sono state programmate per il 28 giugno. Per il momento, l’incarico di presidente è passato nelle mani del primo vicepresidente iraniano, Mohammad Mokhber. Considerato assai vicino a Khamenei, Mokhber è un ex ufficiale delle Guardie della rivoluzione e intrattiene stretti legami con la Russia. Fu proprio lui, nell’ottobre 2022, a concludere un accordo con Mosca per fornirle droni e missili. Guarda caso, ieri Vladimir Putin e Mokhber hanno avuto una telefonata, evidenziando la loro «reciproca intenzione di rafforzare ulteriormente l’interazione russo-iraniana». Non solo. Il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha anche reso noto che Mosca assisterà Teheran nel cercare di far luce sulle cause dell’incidente: un’inchiesta in tal senso è stata del resto annunciata dal capo di Stato maggiore iraniano, Mohammad Bagheri.
Delle pesanti incognite si registrano frattanto anche sul fronte della politica estera. La leadership iraniana si è infatti ritrovata parzialmente decapitata nel pieno della crisi di Gaza. Se dovesse finire preda di una lotta di potere intestina, la Repubblica islamica rischierebbe di ritrovarsi con una strategia regionale azzoppata.
Non è un mistero che Teheran stia da tempo foraggiando un pericoloso network terroristico, per cercare di ridurre l’influenza di Israele e degli Stati Uniti sul Medio Oriente. Non a caso, a esprimere ieri le proprie condoglianze per la morte di Raisi sono stati Hamas, Hezbollah e gli Huthi: tutti gruppi finanziati da Teheran. Insomma, la crisi di Gaza potrebbe avviarsi verso una svolta: un Iran spaccato al suo interno e ripiegato su sé stesso porterebbe all’indebolimento della propria rete di proxy (a partire da Hamas). Senza contare che una simile situazione potrebbe sfibrare il network internazionale tessuto da Raisi in questi anni: ieri, a porgere le loro condoglianze, sono stati, tra gli altri, Cina, Turchia, Siria e Libano. Israele, che per bocca di un funzionario ha categoricamente escluso un proprio coinvolgimento nella morte del presidente iraniano, potrebbe ora ribaltare la situazione a suo favore nello scontro regionale col regime khomeinista.
Un’altra incognita riguarda le pericolose ambizioni nucleari di Teheran. Il presidente defunto aveva rafforzato i rapporti della Repubblica islamica con potenze nucleari tutt’altro che raccomandabili, come Pakistan e Corea del Nord. Era inoltre metà aprile, quando il Washington Post rivelò che l’Iran sarebbe stato molto vicino alla bomba atomica. Ciononostante, il mese scorso, l’amministrazione Biden non aveva smentito che i colloqui indiretti tra Washington e Teheran per ripristinare il controverso accordo sul nucleare iraniano stessero proseguendo: un ulteriore esempio del pericolosi appeasement dell’attuale Casa Bianca verso gli ayatollah. Da questo punto di vista è significativo il fatto che, a sostituire Abdollahian come ministro degli Esteri, sia stato ieri Ali Bagheri Kani: uno dei principali negoziatori iraniani per il nucleare. A luglio scorso, lo stesso Mokhber sostenne che l’Iran avrebbe dovuto diventare autosufficiente nella realizzazione di reattori nucleari. È quindi improbabile che Teheran abbandonerà le proprie ambizioni atomiche.
Ambizioni che tuttavia stanno compromettendo la sua distensione con Riad. I sauditi temono che gli iraniani possano entrare in possesso dell’ordigno nucleare. E sono rimasti anche impensieriti dal recente attacco di Teheran contro Israele. Una serie di circostanze che sta portando Riad a riavvicinarsi a Washington: appena l’altro ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha incontrato il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman per discutere di un accordo in materia di sicurezza e di assistenza sul fronte del nucleare a uso civile. Insomma, Teheran sta ormai cadendo in una spirale di crescenti difficoltà.
Ue nel caos pure per le condoglianze: Michel e Borrell afflitti, Ursula muta
La morte del presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi, ha dato il via all’ennesima polemica all’interno dell’Unione europea e confermato un dato già evidente prima: anche se si parla di esercito comune, la verità è che nemmeno esiste una politica estera europea. Intorno alle 19 di domenica, mentre erano ancora in corso le ricerche dell’elicottero su cui era in volo il presidente iraniano, il commissario Ue per la Gestione delle crisi, Janez Lenarcic, ha annunciato l’attivazione di Copernicus, il servizio di mappatura di risposta rapida dell’Unione, in aiuto di Teheran. La scelta ha scatenato reazioni ostili, anche perché nell’ultimo anno e mezzo Bruxelles ha imposto all’Iran dieci pacchetti di sanzioni per violazione dei diritti umani, in aggiunta a diverse altre misure in risposta alla fornitura di droni e missili alla Russia. Inoltre, l’Ue chiede da tempo il rilascio dello svedese Johan Floderus, diplomatico europeo detenuto in Iran da due anni con l’accusa di spionaggio.
All’interno del vecchio continente ci si interroga sul significato della parola solidarietà quando essa si rivolge a un regime e, in particolare, a un uomo noto come «il macellaio di Teheran», accusato di essere coinvolto nelle esecuzioni di massa di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Tra i promotori della linea della solidarietà, spicca il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel: «L’Ue», ha scritto sul suo profilo X, «esprime le sue sincere condoglianze per la morte del presidente Raisi e del ministro degli Esteri Abdollahian, come anche degli altri membri della loro delegazione e dell’equipaggio, in un incidente in elicottero. Il nostro pensiero va alle famiglie». Analoghe dichiarazioni sono arrivate dall’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell: «L’Unione europea esprime le proprie condoglianze per la morte del presidente della Repubblica islamica dell’Iran Ebrahim Raisi, del ministro degli Esteri Hussein Amir Abdollahian e di altri funzionari iraniani coinvolti nel tragico incidente in elicottero di domenica. L’Ue esprime le proprie condoglianze alle famiglie di tutte le vittime e ai cittadini iraniani colpiti».
Dall’altro lato, risulta significativo il silenzio del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Tra le diverse critiche, poi, emergono quelle di Geert Wilders, leader del Partito per le Libertà olandese e azionista di maggioranza del governo di Amsterdam, il quale ha dapprima ripostato su X l’annuncio - da parte di Lenarcic - dell’attivazione di Copernicus, con il commento «Solidarietà europea con il male», poi ha fatto lo stesso con il post di Michel, aggiungendo questa volta l’hashtag «Not in my name» (non in mio nome). «Spero che l’Iran torni presto a essere uno Stato laico», ha infine pubblicato sul suo profilo, «con la libertà per il popolo iraniano e senza un regime oppressivo e barbaro di mullah islamici».
In seguito è arrivata la difesa di Lenarcic: la fornitura di Copernicus «per facilitare un’operazione di ricerca e soccorso», ha dichiarato, «non è un atto di supporto politico a nessun regime o governo. È semplicemente un’espressione della più basilare umanità». Su cui, però, ognuno va per conto suo.
Negli anni Settanta Henry Kissinger, storico segretario di Stato Usa, si chiedeva ironicamente: «Chi devo chiamare se voglio chiamare l’Europa?». Anni dopo è stato istituito l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, oggi Borrell.
Eppure, la domanda rimane - ancora oggi - senza risposta.
Continua a leggereRiduci
A guidare la Repubblica islamica fino al voto sarà Mokhber, braccio destro di Khamenei e artefice dell’accordo con Mosca sui droni. Il cambio di vertici potrebbe rafforzare le ambizioni nucleari del regime e, di conseguenza, compromettere la distensione con Riad.Polemiche per la solidarietà di Bruxelles. L’olandese Wilders: «Non in mio nome». Ursula muta, Michel e Borrell afflitti.Lo speciale contiene due articoli.È uno scenario ricco di incognite quello che si apre con la morte di Ebrahim Raisi, rimasto ucciso l’altro ieri insieme al ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, a seguito di un incidente in elicottero. Innanzitutto a livello di politica interna: arrivato alla presidenza iraniana nel 2021, Raisi era considerato un possibile successore dell’ayatollah Ali Khamenei alla carica di guida suprema. Non è quindi escludibile che la sua improvvisa scomparsa possa portare a un periodo di instabilità politica, scatenando una lotta di potere. La presenza di Khamenei ai vertici della Repubblica islamica rende improbabile che possano verificarsi dei cambiamenti di rotta sostanziali nella politica iraniana. Le incognite sorgono semmai su altre questioni. In primis, c’è l’età dello stesso Khamenei: ha 85 anni e il fatto che uno dei suoi più probabili successori sia improvvisamente morto crea una potenziale instabilità. Va anche ricordato che, assieme a Raisi, veniva dato in corsa il figlio dello stesso Khamenei, Mojtaba, che adesso potrebbe acquisire maggior peso politico. Non è comunque chiaro se disponga del sostegno sufficiente per arrivare alla carica di guida suprema. In secondo luogo, si apre la partita per la presidenza. Le Guardie della rivoluzione faranno di tutto per mantenere la loro influenza su questo scranno: in tal senso, un nome che già circola è quello del presidente del parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf. Il punto è che non si possono escludere delle divisioni tra gli stessi pasdaran. Bisognerà infine capire se, oltre ai funerali in programma giovedì, si svolgeranno manifestazioni di piazza. E, in caso, di quale orientamento.Le prossime elezioni sono state programmate per il 28 giugno. Per il momento, l’incarico di presidente è passato nelle mani del primo vicepresidente iraniano, Mohammad Mokhber. Considerato assai vicino a Khamenei, Mokhber è un ex ufficiale delle Guardie della rivoluzione e intrattiene stretti legami con la Russia. Fu proprio lui, nell’ottobre 2022, a concludere un accordo con Mosca per fornirle droni e missili. Guarda caso, ieri Vladimir Putin e Mokhber hanno avuto una telefonata, evidenziando la loro «reciproca intenzione di rafforzare ulteriormente l’interazione russo-iraniana». Non solo. Il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha anche reso noto che Mosca assisterà Teheran nel cercare di far luce sulle cause dell’incidente: un’inchiesta in tal senso è stata del resto annunciata dal capo di Stato maggiore iraniano, Mohammad Bagheri.Delle pesanti incognite si registrano frattanto anche sul fronte della politica estera. La leadership iraniana si è infatti ritrovata parzialmente decapitata nel pieno della crisi di Gaza. Se dovesse finire preda di una lotta di potere intestina, la Repubblica islamica rischierebbe di ritrovarsi con una strategia regionale azzoppata. Non è un mistero che Teheran stia da tempo foraggiando un pericoloso network terroristico, per cercare di ridurre l’influenza di Israele e degli Stati Uniti sul Medio Oriente. Non a caso, a esprimere ieri le proprie condoglianze per la morte di Raisi sono stati Hamas, Hezbollah e gli Huthi: tutti gruppi finanziati da Teheran. Insomma, la crisi di Gaza potrebbe avviarsi verso una svolta: un Iran spaccato al suo interno e ripiegato su sé stesso porterebbe all’indebolimento della propria rete di proxy (a partire da Hamas). Senza contare che una simile situazione potrebbe sfibrare il network internazionale tessuto da Raisi in questi anni: ieri, a porgere le loro condoglianze, sono stati, tra gli altri, Cina, Turchia, Siria e Libano. Israele, che per bocca di un funzionario ha categoricamente escluso un proprio coinvolgimento nella morte del presidente iraniano, potrebbe ora ribaltare la situazione a suo favore nello scontro regionale col regime khomeinista.Un’altra incognita riguarda le pericolose ambizioni nucleari di Teheran. Il presidente defunto aveva rafforzato i rapporti della Repubblica islamica con potenze nucleari tutt’altro che raccomandabili, come Pakistan e Corea del Nord. Era inoltre metà aprile, quando il Washington Post rivelò che l’Iran sarebbe stato molto vicino alla bomba atomica. Ciononostante, il mese scorso, l’amministrazione Biden non aveva smentito che i colloqui indiretti tra Washington e Teheran per ripristinare il controverso accordo sul nucleare iraniano stessero proseguendo: un ulteriore esempio del pericolosi appeasement dell’attuale Casa Bianca verso gli ayatollah. Da questo punto di vista è significativo il fatto che, a sostituire Abdollahian come ministro degli Esteri, sia stato ieri Ali Bagheri Kani: uno dei principali negoziatori iraniani per il nucleare. A luglio scorso, lo stesso Mokhber sostenne che l’Iran avrebbe dovuto diventare autosufficiente nella realizzazione di reattori nucleari. È quindi improbabile che Teheran abbandonerà le proprie ambizioni atomiche.Ambizioni che tuttavia stanno compromettendo la sua distensione con Riad. I sauditi temono che gli iraniani possano entrare in possesso dell’ordigno nucleare. E sono rimasti anche impensieriti dal recente attacco di Teheran contro Israele. Una serie di circostanze che sta portando Riad a riavvicinarsi a Washington: appena l’altro ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha incontrato il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman per discutere di un accordo in materia di sicurezza e di assistenza sul fronte del nucleare a uso civile. Insomma, Teheran sta ormai cadendo in una spirale di crescenti difficoltà.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/morte-raisi-successione-2668326452.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-nel-caos-pure-per-le-condoglianze-michel-e-borrell-afflitti-ursula-muta" data-post-id="2668326452" data-published-at="1716292193" data-use-pagination="False"> Ue nel caos pure per le condoglianze: Michel e Borrell afflitti, Ursula muta La morte del presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi, ha dato il via all’ennesima polemica all’interno dell’Unione europea e confermato un dato già evidente prima: anche se si parla di esercito comune, la verità è che nemmeno esiste una politica estera europea. Intorno alle 19 di domenica, mentre erano ancora in corso le ricerche dell’elicottero su cui era in volo il presidente iraniano, il commissario Ue per la Gestione delle crisi, Janez Lenarcic, ha annunciato l’attivazione di Copernicus, il servizio di mappatura di risposta rapida dell’Unione, in aiuto di Teheran. La scelta ha scatenato reazioni ostili, anche perché nell’ultimo anno e mezzo Bruxelles ha imposto all’Iran dieci pacchetti di sanzioni per violazione dei diritti umani, in aggiunta a diverse altre misure in risposta alla fornitura di droni e missili alla Russia. Inoltre, l’Ue chiede da tempo il rilascio dello svedese Johan Floderus, diplomatico europeo detenuto in Iran da due anni con l’accusa di spionaggio. All’interno del vecchio continente ci si interroga sul significato della parola solidarietà quando essa si rivolge a un regime e, in particolare, a un uomo noto come «il macellaio di Teheran», accusato di essere coinvolto nelle esecuzioni di massa di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Tra i promotori della linea della solidarietà, spicca il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel: «L’Ue», ha scritto sul suo profilo X, «esprime le sue sincere condoglianze per la morte del presidente Raisi e del ministro degli Esteri Abdollahian, come anche degli altri membri della loro delegazione e dell’equipaggio, in un incidente in elicottero. Il nostro pensiero va alle famiglie». Analoghe dichiarazioni sono arrivate dall’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell: «L’Unione europea esprime le proprie condoglianze per la morte del presidente della Repubblica islamica dell’Iran Ebrahim Raisi, del ministro degli Esteri Hussein Amir Abdollahian e di altri funzionari iraniani coinvolti nel tragico incidente in elicottero di domenica. L’Ue esprime le proprie condoglianze alle famiglie di tutte le vittime e ai cittadini iraniani colpiti». Dall’altro lato, risulta significativo il silenzio del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Tra le diverse critiche, poi, emergono quelle di Geert Wilders, leader del Partito per le Libertà olandese e azionista di maggioranza del governo di Amsterdam, il quale ha dapprima ripostato su X l’annuncio - da parte di Lenarcic - dell’attivazione di Copernicus, con il commento «Solidarietà europea con il male», poi ha fatto lo stesso con il post di Michel, aggiungendo questa volta l’hashtag «Not in my name» (non in mio nome). «Spero che l’Iran torni presto a essere uno Stato laico», ha infine pubblicato sul suo profilo, «con la libertà per il popolo iraniano e senza un regime oppressivo e barbaro di mullah islamici». In seguito è arrivata la difesa di Lenarcic: la fornitura di Copernicus «per facilitare un’operazione di ricerca e soccorso», ha dichiarato, «non è un atto di supporto politico a nessun regime o governo. È semplicemente un’espressione della più basilare umanità». Su cui, però, ognuno va per conto suo. Negli anni Settanta Henry Kissinger, storico segretario di Stato Usa, si chiedeva ironicamente: «Chi devo chiamare se voglio chiamare l’Europa?». Anni dopo è stato istituito l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, oggi Borrell. Eppure, la domanda rimane - ancora oggi - senza risposta.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
Continua a leggereRiduci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
Continua a leggereRiduci