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Monza: 75 anni fa il primo Gp d'Italia di Formula 1

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Monza: 75 anni fa il primo Gp d'Italia di Formula 1
Il Gran Premio d'Italia di Formula 1 a Monza il 3 settembre 1950 (Getty Images)

Il 3 settembre 1950 all'autodromo brianzolo si corse l'ultima gara del primo Mondiale di F1. Vinse l'Alfa Romeo di Nino Farina (che si aggiudicò il titolo). Seconda la Ferrari di Alberto Ascari, all'alba del mito del Cavallino rampante. La storia e la tecnica delle monoposto di quella stagione.

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Quando il 3 settembre 1950 il fragore dei motori riempì l’aria attorno al parco di Monza, la guerra era finita da soli 5 anni. Fino al 1948, l’area dell’Autodromo era stata una zona disastrata, perché in mezzo alla pista squassata dai cingoli dei blindati si trovava il deposito per l’alienazione dei mezzi militari lasciati dagli Alleati e gestiti dall’Arar (l’azienda di Stato per l’alienazione dei residuati bellici).

Quella condizione desolante, due anni dopo sembrava però un ricordo lontano. Sul circuito brianzolo si correva l’ultimo Gran Premio del primo Mondiale di Formula 1 organizzato dalla FIA. Il circo, rinato e rinnovato nel dopoguerra, era stato dominato dai piloti italiani sin dal primo appuntamento di Silverstone, dove l’Alfetta 158 di Giuseppe «Nino» Farina tagliò per primo il traguardo davanti al connazionale Luigi Fagioli. Il podio del circuito inglese vide tre Alfa Romeo salire sui gradini: il dominio delle monoposto milanesi sembrava incontrastato.

Fu tuttavia durante quel primo Mondiale di F1 che cominciò a mostrarsi concretamente l’astro nascente della Scuderia Ferrari e la lotta tra piloti vecchi e nuovi, che caratterizzeranno i gran premi del decennio. Fu anche il teatro del confronto fra le diverse tecniche dei costruttori e delle loro scelte sulla motorizzazione delle vetture. Alfa Romeo si presentò con la rodata Alfetta 158, una monoposto concepita nel 1938 ed aggiornata nel dopoguerra. Il suo cuore era un motore V8 di soli 1,5 litri ma sovralimentato da due compressori volumetrici Roots. La potenza erogata era di 350 Cv per una velocità di punta di 290 Km/h. Il tallone di Achille della 158 era l’estrema delicatezza del motore, che era spesso soggetto a rotture e caratterizzato da consumi altissimi di carburante.

Ferrari presentò invece diverse vetture nel corso del primo Mondiale FIA. Partì anch’essa con una sovralimentata da 1,5 litri, la 125 F1. Con un motore V12 delicatissimo, era afflitta dai problemi dell’Alfetta e consumava pressappoco come un aereo da caccia. Il Drake Enzo Ferrari mostrò durante la stagione tutta la sua avversione per i motori sovralimentati. Fu così che con il lavoro dell’ingegnere Aurelio Lampredi (l’artefice di quasi tutti i più famosi motori Fiat dagli anni 60 in poi) cambiò direzione, eliminando il compressore e aumentando la cilindrata. Dapprima sostituì la 125 con la 275 F1 da 3,3 litri V12 e a Monza fece esordire la vettura che sarà vincente nella stagione successiva, la 375 F1 con motore aspirato V12 da 4,5 litri, inferiore di 10 Cv rispetto alla rivale Alfetta ma molto più affidabile e parca nei consumi. I piloti del cavallino per la stagione 1950 erano il giovane Alberto Ascari e il più navigato Dorino Serafini, già pilota di moto negli anni ’30.

All’appuntamento di Monza la classifica lasciava aperta la lotta per il titolo iridato. Nino Farina era terzo in classifica, preceduto dai compagni di scuderia Juan Manuel Fangio e Luigi Fagioli. L’Alfa Romeo all’ultimo appuntamento della stagione fece esordire la 159, evoluzione della 158 ma con la potenza aumentata a 425 Cv. Un mostro, di gran lunga superiore alle Ferrari, seppur migliorate durante la stagione. La prima sorpresa però, a vantaggio delle rosse di Maranello, giunse alle qualificazioni del giorno precedente. La pole position fu di Fangio su Alfa Romeo, ma dietro di lui giunse Ascari con la Ferrari 375. Nino Farina era terzo dietro al ferrarista.

Domenica 3 settembre 1950 una folla di 100.000 spettatori attese il via. Alla partenza si ricompattava il trio Alfa, con Fangio in testa e a seguire Fagioli e Farina. Il colpo di scena al 23° giro: la 159 di Fangio accusava improvvisi problemi di alimentazione, che lo costringevano ad una lunga sosta ai box. Mentre l’argentino tentava la rimonta, Farina prendeva il comando della gara seguito dalla Ferrari del giovane Ascari, mentre anche Fagioli accusava problemi al motore che lo costringeranno a rallentare sensibilmente. Ascari si alternava allora alla guida con il compagno di scuderia Dorino Serafini (allora il regolamento permetteva il cambio di pilota) mantenendo la seconda posizione e conquistando il giro veloce. Il vecchio Farina, allievo di Tazio Nuvolari e noto per la sua guida pulita e per le traiettorie quasi chirurgiche, impostava così una gara di mantenimento fino alla bandiera a scacchi dell’80° ed ultimo giro. La vittoria del primo Gran Premio d’Italia di Formula 1 coincideva con la conquista del mondiale da parte del pilota torinese, elegante gentiluomo vecchio stile. Ma dietro di lui la nuova generazione di piloti e macchine aveva fatto sentire il fiato sul collo ai piloti del biscione, perché Alberto Ascari tagliò il traguardo in seconda posizione. Se nel 1951 il titolo andò a Fangio sull’Alfa 159, il ferrarista milanese vinse tutti i gran premi della stagione 1952 inaugurando così il mito del cavallino rampante sui circuiti di tutto il mondo.

Enzo Ferrari e Alberto Ascari al Gp di Monza del 1950 (Getty Images)

Silenzio sulla maxi-paga alla Lagarde. Così la Bce perde ogni credibilità
Christine Lagarde (Ansa)
Secondo il «Financial Times» il presidente della Banca Centrale guadagna 726.000 euro, il 56% in più del salario dichiarato. Il giorno dopo zero repliche. Anche perché Francoforte è il regno dell’immunità.

C’è un silenzio che pesa più di mille conferenze stampa. È quello, ovattato e impeccabile come un tailleur di haute couture, della sempre elegantissima presidente della Bce. Christine Lagarde non parla. Non chiarisce, nè smentisce la ricosstruzione del Financial Times sul suo stipendio. O meglio: sulla paga vera, quella che è parecchio più robusta di quanto ufficialmente dichiarato. 726.000 euro l’anno rispetto a 466.000 reso noto dalla Bce. Tradotto in termini comprensibili anche a chi non frequenta Francoforte: circa 2.000 euro al giorno.

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Le lacrime social di chi ha vissuto di social
Beatrice Arnera (Ansa)
Beatrice Arnera, compagna di Raul Bova, esce da una precedente relazione (con figlia) con un comico. La storia era spesso mostrata online, ma dopo la rottura lei lamenta minacce e giudizi. È il lato oscuro dell’esposizione mediatica: non ha il tasto stop.

«Per l’audio sugli “occhi spaccanti” ho subito un’uccisione pubblica. Mi hanno trattato come un appestato, mi sono sentito solo». Lo ha detto Raoul Bova dal palco di Atreju nel corso di un dibattito sul bullismo, raccontando degli insulti che gli sono arrivati online dopo la diffusione di alcuni suoi audio messaggi inviati alla ventitreenne Martina Ceretti. Non erano messaggi molesti o non richiesti, no. Erano scambi privati fra due persone apparentemente consenzienti. «Sono stato sbeffeggiato, ridicolizzato, tutto è diventato virale, tutti gli strati sociali, tutti sapevano di questa storia, di questa parola famosa, occhi spaccanti, è stata la parola più in voga: prima della guerra, prima delle persone uccise, prima dei femminicidi, questa è stata l’Italia nell’estate che mi ha massacrato», ha detto ancora Bova. E ovviamente c’è chi lo ha accusato di fare troppo la vittima.

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La sinistra vuol ricorrere ai giudici per rimandare la riforma Nordio
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Il «Comitato dei 15» per il «No» minaccia di rivolgersi a Tar e Consulta se il referendum verrà fissato prima del 30 gennaio. Raggiunte circa 200.000 sottoscrizioni, bisogna arrivare a quota 500.000.

Date cerchiate, il 22 e il 23 marzo. Manca solo l’ufficialità. Il guardasigilli, Carlo Nordio, suona la carica sul referendum della giustizia. E le opposizioni passano al contrattacco. Mentre prosegue spedita la raccolta di firme popolari, il «Comitato dei 15» è pronto a fare ricorso qualora l’esecutivo proceda a fissare l’appuntamento prima del 30 gennaio, quando scadranno i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale.

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Ucraina, Meloni a Parigi con i «volenterosi». Gli Usa: garanzie di sostegno a Kiev
Giorgia Meloni (Ansa)
Zelensky, intanto, nomina Shmyhal nuovo ministro dell’Energia e Fedorov alla Difesa.

Continuano le attività diplomatiche dell’Ucraina per allinearsi con i partner occidentali sul piano di pace. È in questa cornice che ieri sono arrivati a Kiev i consiglieri per la sicurezza di quindici Paesi, Italia inclusa, e i rappresentanti dell’Unione europea e della Nato.

Nell’incontro, a cui ha partecipato anche il capo della delegazione ucraina Rustem Umerov, sono stati affrontati, in tre blocchi, l’elaborazione dei documenti quadro, le questioni di sicurezza e la ripresa economica. A essere coinvolto, in videocollegamento, è stato anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff. Umerov ha precisato che «si è parlato di investimenti, di ricostruzione, di creazione di posti di lavoro e di sostenibilità a lungo termine dello Stato». Ma a scendere più nei dettagli è stato il ministro dell’Economia ucraino, Oleksiy Sobolev: ha dichiarato che Kiev e gli alleati hanno stabilito che il Paese avrà bisogno di un pacchetto di 800 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per la ripresa economica.

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