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2024-02-19
Missili, alleanze e corsa all’atomo. L’Iran ridisegna il Medio Oriente
Ansa
All’alba del 7 ottobre 2023, più di 3.000 terroristi di Hamas, della Jihad Islamica, dei Martiri di al-Aqsa, di Fatah, e centinaia di membri di gruppi minori, hanno dato inizio alla guerra contro Israele. Hanno lanciato migliaia di missili sulle città israeliane, distruggendo gli impianti di sorveglianza e forzando la barriera di protezione del confine in 26 punti con esplosivi e bulldozer. Durante gli attacchi è scattato anche un attacco cyber contro le strutture di sicurezza israeliane che per ore sono rimaste offline ed è certo che a farlo sia stato «un attore statuale». A bordo di pickup, motociclette e parapendii a motore, hanno attaccato le guardie di frontiera e i militari di guardia. Successivamente, hanno invaso le località vicine al confine perpetrando atti di violenza, tra cui omicidi, torture, stupri e rapimenti. Il bilancio delle vittime tra gli israeliani è stato terribile, con oltre 1.200 morti di tutte le età, più di 240 rapiti e circa 5.000 feriti, mentre centinaia di donne sono state vittime di violenza sessuale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, il comando del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche ha dato il via libera all’operazione in una riunione tenutasi a Beirut qualche giorno prima, alla quale hanno partecipato i leader di Hezbollah e Hamas. Inoltre, circa 500 militanti di Hamas e della Jihad islamica hanno ricevuto un addestramento specializzato al combattimento in Iran sotto la direzione della Forza al-Quds, in preparazione dell’operazione terroristica.
È quindi l’Iran, che esporta il terrorismo in tutto il mondo, il mandante delle stragi del 7 ottobre, così come sono i mullah di Teheran i responsabili di tutto quanto accade ad esempio nel Mar Rosso con ciò che ne consegue all’economia mondiale. La strategia iraniana è tipica degli Stati autoritari che, indeboliti al loro interno, diventano automaticamente aggressivi all’esterno. Ovviamente, più la situazione socioeconomica dell’Iran si deteriora, più le autorità assumono una postura bellicosa al di fuori dei propri confini. Sin dall’insediamento dell’amministrazione Biden, l’Iran ha compiuto significativi progressi nell’arricchimento dell’uranio, avvicinandosi al livello dell’83,7%, in prossimità del 90% richiesto per la capacità nucleare. Le implicazioni del possesso di armi nucleari da parte dell’Iran non possono essere sottovalutate né ignorate. Il regime iraniano ha costantemente minacciato l’annientamento di Israele, considerando tale obiettivo un pilastro fondamentale della sua ideologia. Questo impegno affonda le sue radici nelle profezie religiose del fondatore del regime, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, e dell’attuale guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, che prevedono l’eliminazione di Israele. Espandendo le numerose preoccupazioni legate al perseguimento delle capacità nucleari da parte dell’Iran, un aspetto cruciale riguarda la prospettiva inquietante che le armi nucleari possano finire nelle mani della vasta rete di alleati del regime.
Tale rete include i suoi proxies in Medio Oriente, oltre al regime siriano, agli alleati dell’Iran in Sud America, ai Talebani in Afghanistan e ad al-Qaeda. A proposito di questo, il Gruppo di supporto analitico e monitoraggio delle sanzioni delle Nazioni Unite, che ha pubblicato il suo ultimo rapporto sull’Afghanistan il 29 gennaio 2024, racconta che nelle province di Herat, Farah e Helmand, al-Qaeda «mantiene case sicure per facilitare il movimento dei membri tra l’Afghanistan e la Repubblica islamica dell’Iran», così come case sicure a Kabul. Il gruppo di monitoraggio ha osservato che «individui che viaggiano per fornire collegamento tra il leader de facto di al-Qaeda, Saif al-Adel, nella Repubblica islamica dell’Iran e figure di alto livello di al-Qaeda in Afghanistan, tra cui Abdul Rahman al-Ghamdi». L’intricata rete di alleanze e interessi condivisi crea uno scenario in cui il regime iraniano potrebbe estendere la propria influenza fornendo tali capacità ad alleati e gruppi affiliati. La creazione di impianti di produzione di armi all’estero da parte dell’Iran e lo sviluppo di missili balistici avanzati, specialmente quelli con guida di precisione, sottolineano l’urgenza della situazione. Questo aggiunge un ulteriore livello di complessità alla sicurezza globale, aumentando la posta in gioco e sottolineando la necessità immediata di una strategia globale per affrontare non solo la minaccia nucleare imminente dell’Iran, ma anche le più ampie implicazioni della potenziale proliferazione all’interno della sua rete di agenti e alleati.
Per affrontare queste preoccupazioni emergono due considerazioni politiche cruciali. In primo luogo, l’opzione militare occupa un ruolo di rilievo nell’orizzonte strategico. Ciò implica un maggior controllo sugli attacchi alle infrastrutture nucleari dell’Iran, interrompendo così la sua capacità di proseguire il programma nucleare. In secondo luogo, emerge come un imperativo politico la completa e fondamentale rivalutazione degli impegni diplomatici ed economici dell’Occidente con l’Iran. La pratica prevalente di premiare il regime con ingenti incentivi finanziari, pari a miliardi di dollari, e di instaurare relazioni commerciali aiuta solo a finanziare le ambizioni nucleari dell’Iran e a esportare il terrorismo. Pertanto, è necessario un cambiamento urgente delle politiche occidentali, ivi compresa l’imposizione di sanzioni economiche strategiche e la cessazione delle relazioni diplomatiche che alimentano le aspirazioni nucleari del regime. Le implicazioni si estendono ben oltre il quadro geopolitico immediato. Le azioni attuali o l’inerzia dell’Occidente determineranno la capacità delle potenze globali di plasmare un ordine internazionale che sostenga i valori democratici o ceda al dominio di gruppi terroristici e dittature. L’incapacità di adottare posizioni risolute contro l’ascesa dell'Iran come Stato sponsor del terrorismo con capacità nucleare possono solo aprire la strada a un mondo in cui regimi autocratici e fazioni terroristiche dettano il corso degli affari internazionali.
«Stato-mafia fondato sulla droga»
Specialista del Medio Oriente e reporter senior per le redazioni di Paris Match, Franc-Tireur e Politique Internationale, Emmanuel Razavi è autore di numerosi lavori su settori legati all’islamismo.
Nel suo libro La face cachée des mollahs. Le livre noir de la République islamique d’Iran, lei parla delle attività illegali dei Guardiani della Rivoluzione, in particolare di quelle legate al traffico di droga.
«Le Guardie rivoluzionarie, create nel 1979, hanno assunto tutta la loro importanza paramilitare durante la guerra Iran-Iraq, per poi salire ai massimi livelli del sistema politico nel 2005, sotto la presidenza di Mahmood Ahmadinejad. I pasdaran controllano non solo l’arsenale di sicurezza dell’Iran, ma anche il 60% della sua economia. Attraverso gli Hezbollah sciiti libanesi, che sono la loro filiale in Libano, hanno stretto partnership con i cartelli colombiani e messicani. Sono entrati nel campo della droga con loro, ma anche con il regime siriano. Hanno anche creato una rete di traffico di armi. Riciclano i proventi di questo traffico utilizzando sistemi e reti sofisticate, come gli uffici di cambio in Turchia. Il denaro riciclato in Turchia viene inviato in Svezia, Svizzera e Canada, spesso passando attraverso i conti bancari dei familiari dei dignitari della Repubblica islamica. Ma si usano anche i casinò in Asia, ad esempio. Mohsen Sazegara, il cofondatore delle Guardie rivoluzionarie che ho intervistato, mi ha detto lui stesso: i pasdaran sono una mafia. Hanno trasformato la Repubblica Islamica dell’Iran in un vero e proprio sistema mafioso».
Quanto valgono in dollari tutte queste attività?
«Parliamo di cifre colossali. I servizi segreti occidentali e israeliani parlano di diverse centinaia di miliardi di dollari accumulati negli ultimi 45 anni. Secondo una fonte iraniana che ho intervistato e che era coinvolta in questo sistema, sappiamo che almeno 100 miliardi di dollari sono stati depositati in conti bancari in tutto il mondo. Ma parte del denaro viene anche riciclato in progetti immobiliari in Turchia e in beni di ogni tipo, oltre che in paradisi fiscali dove i flussi sono molto difficili da tracciare. Parte dell’oro iraniano viene investito anche in Sud America, in particolare in Venezuela».
L’ex presidente Ahmadinejad si è sempre descritto come un uomo religioso, lontano dal lusso e dallo sfarzo. Eppure nel suo libro lei rivela che gestisce una serie di uffici di cambio in Turchia che riciclano il denaro dei pasdaran. È davvero così?
«Ahmadinejad è un ideologo mistico, un ex membro delle Guardie rivoluzionarie, che ha partecipato a operazioni terroristiche contro gli oppositori. Ma è anche un uomo intelligente. Sa di godere di una forte immagine tra le classi popolari meno abbienti e favorevoli al regime. È il suo mestiere. Come la Guida Suprema Ali Khamenei, che regna su un patrimonio di almeno 95 miliardi di dollari, coltiva l’immagine di un uomo modesto con uno stile di vita sobrio. In realtà, è un politico che è un maestro della narrazione. È infatti una delle figure chiave del sistema di riciclaggio di denaro. Ha un controllo sicuro sugli uffici di cambio della Turchia».
Nel suo libro lei scrive che l’Iran è la più grande organizzazione criminale del mondo. Il regime può cadere a fronte della crisi che vive il Paese?
«Il terrorismo, la diplomazia degli ostaggi, il traffico di armi, di droga e di esseri umani hanno permesso ai mullah e ai pasdaran di creare questo sistema mafioso e di stringere legami con le mafie russe e con i cartelli sudamericani, come documenta la mia inchiesta. Il problema è che hanno rovinato l’economia iraniana, che dovrebbe essere una delle più forti del Medio Oriente grazie al petrolio e al gas. L’Iran è quindi alle prese con una serie di crisi: economica, sociale, ambientale, sanitaria e, naturalmente, politica. Il sistema non funziona più e la corruzione è ovunque. I mullah possono resistere solo attraverso un regime di terrore. L’inflazione in Iran è quasi del 60%. Metà degli iraniani fatica a nutrirsi più di una volta al giorno. I due terzi del Paese soffrono di siccità, rendendo estremamente difficile l’accesso all’acqua potabile. Tutto ciò significa che, secondo diversi studi, l’80% degli iraniani non vuole più il regime dei mullah. L’età media in Iran è di 32 anni. La maggioranza dei giovani non vuole più l’islam politico. Questa frattura generazionale, sommata alle crisi sistemiche, dimostra che il regime dei mullah è destinato a crollare prima o poi. I diplomatici occidentali, che conoscono poco la sociologia iraniana, non si stanno preparando abbastanza a questi cambiamenti. È un peccato, perché gli iraniani aspettano il loro sostegno».
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Deboli al proprio interno, dove la situazione economica si sta deteriorando, gli ayatollah aumentano il loro tasso di aggressività nei confronti dei vicini. L’attacco del 7 ottobre a Israele è solo il primo passo.L’esperto Emmanuel Razavi: «I pasdaran sono in partnership con i trafficanti colombiani e messicani e hanno riciclato centinaia di miliardi grazie alla Turchia. Intanto il popolo fa la fame».Lo speciale contiene due articoliAll’alba del 7 ottobre 2023, più di 3.000 terroristi di Hamas, della Jihad Islamica, dei Martiri di al-Aqsa, di Fatah, e centinaia di membri di gruppi minori, hanno dato inizio alla guerra contro Israele. Hanno lanciato migliaia di missili sulle città israeliane, distruggendo gli impianti di sorveglianza e forzando la barriera di protezione del confine in 26 punti con esplosivi e bulldozer. Durante gli attacchi è scattato anche un attacco cyber contro le strutture di sicurezza israeliane che per ore sono rimaste offline ed è certo che a farlo sia stato «un attore statuale». A bordo di pickup, motociclette e parapendii a motore, hanno attaccato le guardie di frontiera e i militari di guardia. Successivamente, hanno invaso le località vicine al confine perpetrando atti di violenza, tra cui omicidi, torture, stupri e rapimenti. Il bilancio delle vittime tra gli israeliani è stato terribile, con oltre 1.200 morti di tutte le età, più di 240 rapiti e circa 5.000 feriti, mentre centinaia di donne sono state vittime di violenza sessuale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, il comando del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche ha dato il via libera all’operazione in una riunione tenutasi a Beirut qualche giorno prima, alla quale hanno partecipato i leader di Hezbollah e Hamas. Inoltre, circa 500 militanti di Hamas e della Jihad islamica hanno ricevuto un addestramento specializzato al combattimento in Iran sotto la direzione della Forza al-Quds, in preparazione dell’operazione terroristica. È quindi l’Iran, che esporta il terrorismo in tutto il mondo, il mandante delle stragi del 7 ottobre, così come sono i mullah di Teheran i responsabili di tutto quanto accade ad esempio nel Mar Rosso con ciò che ne consegue all’economia mondiale. La strategia iraniana è tipica degli Stati autoritari che, indeboliti al loro interno, diventano automaticamente aggressivi all’esterno. Ovviamente, più la situazione socioeconomica dell’Iran si deteriora, più le autorità assumono una postura bellicosa al di fuori dei propri confini. Sin dall’insediamento dell’amministrazione Biden, l’Iran ha compiuto significativi progressi nell’arricchimento dell’uranio, avvicinandosi al livello dell’83,7%, in prossimità del 90% richiesto per la capacità nucleare. Le implicazioni del possesso di armi nucleari da parte dell’Iran non possono essere sottovalutate né ignorate. Il regime iraniano ha costantemente minacciato l’annientamento di Israele, considerando tale obiettivo un pilastro fondamentale della sua ideologia. Questo impegno affonda le sue radici nelle profezie religiose del fondatore del regime, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, e dell’attuale guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, che prevedono l’eliminazione di Israele. Espandendo le numerose preoccupazioni legate al perseguimento delle capacità nucleari da parte dell’Iran, un aspetto cruciale riguarda la prospettiva inquietante che le armi nucleari possano finire nelle mani della vasta rete di alleati del regime. Tale rete include i suoi proxies in Medio Oriente, oltre al regime siriano, agli alleati dell’Iran in Sud America, ai Talebani in Afghanistan e ad al-Qaeda. A proposito di questo, il Gruppo di supporto analitico e monitoraggio delle sanzioni delle Nazioni Unite, che ha pubblicato il suo ultimo rapporto sull’Afghanistan il 29 gennaio 2024, racconta che nelle province di Herat, Farah e Helmand, al-Qaeda «mantiene case sicure per facilitare il movimento dei membri tra l’Afghanistan e la Repubblica islamica dell’Iran», così come case sicure a Kabul. Il gruppo di monitoraggio ha osservato che «individui che viaggiano per fornire collegamento tra il leader de facto di al-Qaeda, Saif al-Adel, nella Repubblica islamica dell’Iran e figure di alto livello di al-Qaeda in Afghanistan, tra cui Abdul Rahman al-Ghamdi». L’intricata rete di alleanze e interessi condivisi crea uno scenario in cui il regime iraniano potrebbe estendere la propria influenza fornendo tali capacità ad alleati e gruppi affiliati. La creazione di impianti di produzione di armi all’estero da parte dell’Iran e lo sviluppo di missili balistici avanzati, specialmente quelli con guida di precisione, sottolineano l’urgenza della situazione. Questo aggiunge un ulteriore livello di complessità alla sicurezza globale, aumentando la posta in gioco e sottolineando la necessità immediata di una strategia globale per affrontare non solo la minaccia nucleare imminente dell’Iran, ma anche le più ampie implicazioni della potenziale proliferazione all’interno della sua rete di agenti e alleati. Per affrontare queste preoccupazioni emergono due considerazioni politiche cruciali. In primo luogo, l’opzione militare occupa un ruolo di rilievo nell’orizzonte strategico. Ciò implica un maggior controllo sugli attacchi alle infrastrutture nucleari dell’Iran, interrompendo così la sua capacità di proseguire il programma nucleare. In secondo luogo, emerge come un imperativo politico la completa e fondamentale rivalutazione degli impegni diplomatici ed economici dell’Occidente con l’Iran. La pratica prevalente di premiare il regime con ingenti incentivi finanziari, pari a miliardi di dollari, e di instaurare relazioni commerciali aiuta solo a finanziare le ambizioni nucleari dell’Iran e a esportare il terrorismo. Pertanto, è necessario un cambiamento urgente delle politiche occidentali, ivi compresa l’imposizione di sanzioni economiche strategiche e la cessazione delle relazioni diplomatiche che alimentano le aspirazioni nucleari del regime. Le implicazioni si estendono ben oltre il quadro geopolitico immediato. Le azioni attuali o l’inerzia dell’Occidente determineranno la capacità delle potenze globali di plasmare un ordine internazionale che sostenga i valori democratici o ceda al dominio di gruppi terroristici e dittature. L’incapacità di adottare posizioni risolute contro l’ascesa dell'Iran come Stato sponsor del terrorismo con capacità nucleare possono solo aprire la strada a un mondo in cui regimi autocratici e fazioni terroristiche dettano il corso degli affari internazionali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missili-alleanze-e-corsa-allatomo-liran-ridisegna-il-medio-oriente-2667307772.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="stato-mafia-fondato-sulla-droga" data-post-id="2667307772" data-published-at="1708244482" data-use-pagination="False"> «Stato-mafia fondato sulla droga» Specialista del Medio Oriente e reporter senior per le redazioni di Paris Match, Franc-Tireur e Politique Internationale, Emmanuel Razavi è autore di numerosi lavori su settori legati all’islamismo. Nel suo libro La face cachée des mollahs. Le livre noir de la République islamique d’Iran, lei parla delle attività illegali dei Guardiani della Rivoluzione, in particolare di quelle legate al traffico di droga. «Le Guardie rivoluzionarie, create nel 1979, hanno assunto tutta la loro importanza paramilitare durante la guerra Iran-Iraq, per poi salire ai massimi livelli del sistema politico nel 2005, sotto la presidenza di Mahmood Ahmadinejad. I pasdaran controllano non solo l’arsenale di sicurezza dell’Iran, ma anche il 60% della sua economia. Attraverso gli Hezbollah sciiti libanesi, che sono la loro filiale in Libano, hanno stretto partnership con i cartelli colombiani e messicani. Sono entrati nel campo della droga con loro, ma anche con il regime siriano. Hanno anche creato una rete di traffico di armi. Riciclano i proventi di questo traffico utilizzando sistemi e reti sofisticate, come gli uffici di cambio in Turchia. Il denaro riciclato in Turchia viene inviato in Svezia, Svizzera e Canada, spesso passando attraverso i conti bancari dei familiari dei dignitari della Repubblica islamica. Ma si usano anche i casinò in Asia, ad esempio. Mohsen Sazegara, il cofondatore delle Guardie rivoluzionarie che ho intervistato, mi ha detto lui stesso: i pasdaran sono una mafia. Hanno trasformato la Repubblica Islamica dell’Iran in un vero e proprio sistema mafioso». Quanto valgono in dollari tutte queste attività? «Parliamo di cifre colossali. I servizi segreti occidentali e israeliani parlano di diverse centinaia di miliardi di dollari accumulati negli ultimi 45 anni. Secondo una fonte iraniana che ho intervistato e che era coinvolta in questo sistema, sappiamo che almeno 100 miliardi di dollari sono stati depositati in conti bancari in tutto il mondo. Ma parte del denaro viene anche riciclato in progetti immobiliari in Turchia e in beni di ogni tipo, oltre che in paradisi fiscali dove i flussi sono molto difficili da tracciare. Parte dell’oro iraniano viene investito anche in Sud America, in particolare in Venezuela». L’ex presidente Ahmadinejad si è sempre descritto come un uomo religioso, lontano dal lusso e dallo sfarzo. Eppure nel suo libro lei rivela che gestisce una serie di uffici di cambio in Turchia che riciclano il denaro dei pasdaran. È davvero così? «Ahmadinejad è un ideologo mistico, un ex membro delle Guardie rivoluzionarie, che ha partecipato a operazioni terroristiche contro gli oppositori. Ma è anche un uomo intelligente. Sa di godere di una forte immagine tra le classi popolari meno abbienti e favorevoli al regime. È il suo mestiere. Come la Guida Suprema Ali Khamenei, che regna su un patrimonio di almeno 95 miliardi di dollari, coltiva l’immagine di un uomo modesto con uno stile di vita sobrio. In realtà, è un politico che è un maestro della narrazione. È infatti una delle figure chiave del sistema di riciclaggio di denaro. Ha un controllo sicuro sugli uffici di cambio della Turchia». Nel suo libro lei scrive che l’Iran è la più grande organizzazione criminale del mondo. Il regime può cadere a fronte della crisi che vive il Paese? «Il terrorismo, la diplomazia degli ostaggi, il traffico di armi, di droga e di esseri umani hanno permesso ai mullah e ai pasdaran di creare questo sistema mafioso e di stringere legami con le mafie russe e con i cartelli sudamericani, come documenta la mia inchiesta. Il problema è che hanno rovinato l’economia iraniana, che dovrebbe essere una delle più forti del Medio Oriente grazie al petrolio e al gas. L’Iran è quindi alle prese con una serie di crisi: economica, sociale, ambientale, sanitaria e, naturalmente, politica. Il sistema non funziona più e la corruzione è ovunque. I mullah possono resistere solo attraverso un regime di terrore. L’inflazione in Iran è quasi del 60%. Metà degli iraniani fatica a nutrirsi più di una volta al giorno. I due terzi del Paese soffrono di siccità, rendendo estremamente difficile l’accesso all’acqua potabile. Tutto ciò significa che, secondo diversi studi, l’80% degli iraniani non vuole più il regime dei mullah. L’età media in Iran è di 32 anni. La maggioranza dei giovani non vuole più l’islam politico. Questa frattura generazionale, sommata alle crisi sistemiche, dimostra che il regime dei mullah è destinato a crollare prima o poi. I diplomatici occidentali, che conoscono poco la sociologia iraniana, non si stanno preparando abbastanza a questi cambiamenti. È un peccato, perché gli iraniani aspettano il loro sostegno».
A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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Ansa
Prima veniamo alla cronaca di ieri. Secondo le prime stime, il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia, devastando porti, stabilimenti balneari attività produttive e recettive, infrastrutture e strade localizzate soprattutto lungo la fascia costiera ionica e quella che si affaccia sul canale di Sicilia, ha provocato danni per oltre 1 miliardo. Ben superiori quindi alla valutazione di 741,5 milioni di euro, effettuata dalla Protezione civile regionale. A questo ammontare vanno infatti ad aggiungersi i mancati redditi delle attività produttive che dovrebbero ricevere ristori e contributi.
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha spiegato che la richiesta per lo stato di emergenza «è stata deliberata. Abbiamo chiesto al governo 300 milioni per i danni alle infrastrutture e per ristorare i danni dei privati».
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci durante il sopralluogo a Santa Teresa di Riva (Messina), uno dei luoghi più colpiti, ha sottolineato che grazie all’azione di prevenzione non si sono registrate vittime e neppure feriti.
Ma se si sono evitati lutti, il bilancio è ugualmente drammatico per i danni. Le attività commerciali hanno ricevuto un colpo mortale che rischia di compromettere la stagione primaverile e estiva di grande richiamo turistico. Confcommercio ha chiesto «interventi rapidi per il ripristino delle infrastrutture e per sostenere le attività economiche danneggiate affinché possano tornare quanto prima a operare in condizioni di normalità».
Piangono le attività turistiche. «Le mareggiate eccezionali che hanno colpito il litorale hanno devastato stabilimenti, danneggiato gravemente le infrastrutture e compromesso attrezzature che rappresentano il frutto di anni di investimenti e lavoro da parte degli imprenditori del settore» ha detto la Cna Sicilia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell’economia turistica regionale», dice Mario Fazio, presidente di Cna balneari Sicilia.
Un aiuto a fronteggiare eventi drammatici come questi dovrebbe venire proprio dalle polizze catastrofali, lo strumento creato ad hoc per proteggere le imprese e sollevare lo Stato dall’onere dei ristori. In questa situazione però rischia di non essere efficace. Facciamo un passo indietro per capire. I decreti attuativi del provvedimento hanno stabilito una distinzione tra grandi imprese (quelle con oltre 250 dipendi e un fatturato oltre i 50 milioni di euro) e le Pmi, medie, piccole e micro. Per le grandi imprese la scadenza dell’obbligo a sottoscrivere una polizza catastrofale, è scattata il 31 marzo 2025, per le medie imprese (azienda tra 50 e 250 dipendenti) l’1 ottobre 2025 e per le piccole e micro (incluse le ditte individuali e imprese sotto i 50 addetti) l’1 gennaio scorso. La legge protegge maggiormente le piccole imprese ponendo limiti rigidi alle compagnie assicurative mentre lascia più libertà di negoziazione alle grandi.
Il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è quasi interamente composto di piccole e micro realtà. Secondo le rilevazioni dell’Istat e dei rapporti di settore del Censis, nel Sud sono attive circa 1,25 milioni di imprese che rappresentano poco più del 27% del totale nazionale. Quelle micro, anche con nove addetti sono oltre il 96%. Parliamo di 1,2 milioni di ditte spesso a conduzione familiare. Le piccole, con 10-49 addetti sono circa 40.000 unità e rappresentano il 3% del tessuto produttivo meridionale. Le medie e grandi non raggiungono l’1% del totale.
I settori prevalenti delle micro e piccole imprese nel Sud sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso (35%), i servizi e il turismo (il 25%) e l’agricoltura.
Quindi il grosso dei danni del ciclone Harry, li hanno subiti proprio quelle minuscole imprese che avevano l’obbligo di dotarsi della polizza catastrofale dal 2026. Lo avranno fatto? La normativa dice che in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche. Un danno oltre il danno del maltempo. E anche per chi ha sottoscritto le polizze la strada non è sempre in discesa. «Alcuni imprenditori», ha evidenziato Musumeci, «mi hanno detto che delle compagnie di assicurazione, nonostante fossero state sottoscritte le polizze, cominciavano a fare bizantinismi. “Ma questo non è ciclone, questa è una mareggiata, mareggiata di serie A non una mareggiata di serie B”. Io questo linguaggio non lo accetto assolutamente. Lunedì ci sarà un cdm per deliberare lo stato di emergenza con un primo stanziamento per le necessità immediate.
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