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2024-02-19
Missili, alleanze e corsa all’atomo. L’Iran ridisegna il Medio Oriente
Ansa
All’alba del 7 ottobre 2023, più di 3.000 terroristi di Hamas, della Jihad Islamica, dei Martiri di al-Aqsa, di Fatah, e centinaia di membri di gruppi minori, hanno dato inizio alla guerra contro Israele. Hanno lanciato migliaia di missili sulle città israeliane, distruggendo gli impianti di sorveglianza e forzando la barriera di protezione del confine in 26 punti con esplosivi e bulldozer. Durante gli attacchi è scattato anche un attacco cyber contro le strutture di sicurezza israeliane che per ore sono rimaste offline ed è certo che a farlo sia stato «un attore statuale». A bordo di pickup, motociclette e parapendii a motore, hanno attaccato le guardie di frontiera e i militari di guardia. Successivamente, hanno invaso le località vicine al confine perpetrando atti di violenza, tra cui omicidi, torture, stupri e rapimenti. Il bilancio delle vittime tra gli israeliani è stato terribile, con oltre 1.200 morti di tutte le età, più di 240 rapiti e circa 5.000 feriti, mentre centinaia di donne sono state vittime di violenza sessuale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, il comando del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche ha dato il via libera all’operazione in una riunione tenutasi a Beirut qualche giorno prima, alla quale hanno partecipato i leader di Hezbollah e Hamas. Inoltre, circa 500 militanti di Hamas e della Jihad islamica hanno ricevuto un addestramento specializzato al combattimento in Iran sotto la direzione della Forza al-Quds, in preparazione dell’operazione terroristica.
È quindi l’Iran, che esporta il terrorismo in tutto il mondo, il mandante delle stragi del 7 ottobre, così come sono i mullah di Teheran i responsabili di tutto quanto accade ad esempio nel Mar Rosso con ciò che ne consegue all’economia mondiale. La strategia iraniana è tipica degli Stati autoritari che, indeboliti al loro interno, diventano automaticamente aggressivi all’esterno. Ovviamente, più la situazione socioeconomica dell’Iran si deteriora, più le autorità assumono una postura bellicosa al di fuori dei propri confini. Sin dall’insediamento dell’amministrazione Biden, l’Iran ha compiuto significativi progressi nell’arricchimento dell’uranio, avvicinandosi al livello dell’83,7%, in prossimità del 90% richiesto per la capacità nucleare. Le implicazioni del possesso di armi nucleari da parte dell’Iran non possono essere sottovalutate né ignorate. Il regime iraniano ha costantemente minacciato l’annientamento di Israele, considerando tale obiettivo un pilastro fondamentale della sua ideologia. Questo impegno affonda le sue radici nelle profezie religiose del fondatore del regime, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, e dell’attuale guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, che prevedono l’eliminazione di Israele. Espandendo le numerose preoccupazioni legate al perseguimento delle capacità nucleari da parte dell’Iran, un aspetto cruciale riguarda la prospettiva inquietante che le armi nucleari possano finire nelle mani della vasta rete di alleati del regime.
Tale rete include i suoi proxies in Medio Oriente, oltre al regime siriano, agli alleati dell’Iran in Sud America, ai Talebani in Afghanistan e ad al-Qaeda. A proposito di questo, il Gruppo di supporto analitico e monitoraggio delle sanzioni delle Nazioni Unite, che ha pubblicato il suo ultimo rapporto sull’Afghanistan il 29 gennaio 2024, racconta che nelle province di Herat, Farah e Helmand, al-Qaeda «mantiene case sicure per facilitare il movimento dei membri tra l’Afghanistan e la Repubblica islamica dell’Iran», così come case sicure a Kabul. Il gruppo di monitoraggio ha osservato che «individui che viaggiano per fornire collegamento tra il leader de facto di al-Qaeda, Saif al-Adel, nella Repubblica islamica dell’Iran e figure di alto livello di al-Qaeda in Afghanistan, tra cui Abdul Rahman al-Ghamdi». L’intricata rete di alleanze e interessi condivisi crea uno scenario in cui il regime iraniano potrebbe estendere la propria influenza fornendo tali capacità ad alleati e gruppi affiliati. La creazione di impianti di produzione di armi all’estero da parte dell’Iran e lo sviluppo di missili balistici avanzati, specialmente quelli con guida di precisione, sottolineano l’urgenza della situazione. Questo aggiunge un ulteriore livello di complessità alla sicurezza globale, aumentando la posta in gioco e sottolineando la necessità immediata di una strategia globale per affrontare non solo la minaccia nucleare imminente dell’Iran, ma anche le più ampie implicazioni della potenziale proliferazione all’interno della sua rete di agenti e alleati.
Per affrontare queste preoccupazioni emergono due considerazioni politiche cruciali. In primo luogo, l’opzione militare occupa un ruolo di rilievo nell’orizzonte strategico. Ciò implica un maggior controllo sugli attacchi alle infrastrutture nucleari dell’Iran, interrompendo così la sua capacità di proseguire il programma nucleare. In secondo luogo, emerge come un imperativo politico la completa e fondamentale rivalutazione degli impegni diplomatici ed economici dell’Occidente con l’Iran. La pratica prevalente di premiare il regime con ingenti incentivi finanziari, pari a miliardi di dollari, e di instaurare relazioni commerciali aiuta solo a finanziare le ambizioni nucleari dell’Iran e a esportare il terrorismo. Pertanto, è necessario un cambiamento urgente delle politiche occidentali, ivi compresa l’imposizione di sanzioni economiche strategiche e la cessazione delle relazioni diplomatiche che alimentano le aspirazioni nucleari del regime. Le implicazioni si estendono ben oltre il quadro geopolitico immediato. Le azioni attuali o l’inerzia dell’Occidente determineranno la capacità delle potenze globali di plasmare un ordine internazionale che sostenga i valori democratici o ceda al dominio di gruppi terroristici e dittature. L’incapacità di adottare posizioni risolute contro l’ascesa dell'Iran come Stato sponsor del terrorismo con capacità nucleare possono solo aprire la strada a un mondo in cui regimi autocratici e fazioni terroristiche dettano il corso degli affari internazionali.
«Stato-mafia fondato sulla droga»
Specialista del Medio Oriente e reporter senior per le redazioni di Paris Match, Franc-Tireur e Politique Internationale, Emmanuel Razavi è autore di numerosi lavori su settori legati all’islamismo.
Nel suo libro La face cachée des mollahs. Le livre noir de la République islamique d’Iran, lei parla delle attività illegali dei Guardiani della Rivoluzione, in particolare di quelle legate al traffico di droga.
«Le Guardie rivoluzionarie, create nel 1979, hanno assunto tutta la loro importanza paramilitare durante la guerra Iran-Iraq, per poi salire ai massimi livelli del sistema politico nel 2005, sotto la presidenza di Mahmood Ahmadinejad. I pasdaran controllano non solo l’arsenale di sicurezza dell’Iran, ma anche il 60% della sua economia. Attraverso gli Hezbollah sciiti libanesi, che sono la loro filiale in Libano, hanno stretto partnership con i cartelli colombiani e messicani. Sono entrati nel campo della droga con loro, ma anche con il regime siriano. Hanno anche creato una rete di traffico di armi. Riciclano i proventi di questo traffico utilizzando sistemi e reti sofisticate, come gli uffici di cambio in Turchia. Il denaro riciclato in Turchia viene inviato in Svezia, Svizzera e Canada, spesso passando attraverso i conti bancari dei familiari dei dignitari della Repubblica islamica. Ma si usano anche i casinò in Asia, ad esempio. Mohsen Sazegara, il cofondatore delle Guardie rivoluzionarie che ho intervistato, mi ha detto lui stesso: i pasdaran sono una mafia. Hanno trasformato la Repubblica Islamica dell’Iran in un vero e proprio sistema mafioso».
Quanto valgono in dollari tutte queste attività?
«Parliamo di cifre colossali. I servizi segreti occidentali e israeliani parlano di diverse centinaia di miliardi di dollari accumulati negli ultimi 45 anni. Secondo una fonte iraniana che ho intervistato e che era coinvolta in questo sistema, sappiamo che almeno 100 miliardi di dollari sono stati depositati in conti bancari in tutto il mondo. Ma parte del denaro viene anche riciclato in progetti immobiliari in Turchia e in beni di ogni tipo, oltre che in paradisi fiscali dove i flussi sono molto difficili da tracciare. Parte dell’oro iraniano viene investito anche in Sud America, in particolare in Venezuela».
L’ex presidente Ahmadinejad si è sempre descritto come un uomo religioso, lontano dal lusso e dallo sfarzo. Eppure nel suo libro lei rivela che gestisce una serie di uffici di cambio in Turchia che riciclano il denaro dei pasdaran. È davvero così?
«Ahmadinejad è un ideologo mistico, un ex membro delle Guardie rivoluzionarie, che ha partecipato a operazioni terroristiche contro gli oppositori. Ma è anche un uomo intelligente. Sa di godere di una forte immagine tra le classi popolari meno abbienti e favorevoli al regime. È il suo mestiere. Come la Guida Suprema Ali Khamenei, che regna su un patrimonio di almeno 95 miliardi di dollari, coltiva l’immagine di un uomo modesto con uno stile di vita sobrio. In realtà, è un politico che è un maestro della narrazione. È infatti una delle figure chiave del sistema di riciclaggio di denaro. Ha un controllo sicuro sugli uffici di cambio della Turchia».
Nel suo libro lei scrive che l’Iran è la più grande organizzazione criminale del mondo. Il regime può cadere a fronte della crisi che vive il Paese?
«Il terrorismo, la diplomazia degli ostaggi, il traffico di armi, di droga e di esseri umani hanno permesso ai mullah e ai pasdaran di creare questo sistema mafioso e di stringere legami con le mafie russe e con i cartelli sudamericani, come documenta la mia inchiesta. Il problema è che hanno rovinato l’economia iraniana, che dovrebbe essere una delle più forti del Medio Oriente grazie al petrolio e al gas. L’Iran è quindi alle prese con una serie di crisi: economica, sociale, ambientale, sanitaria e, naturalmente, politica. Il sistema non funziona più e la corruzione è ovunque. I mullah possono resistere solo attraverso un regime di terrore. L’inflazione in Iran è quasi del 60%. Metà degli iraniani fatica a nutrirsi più di una volta al giorno. I due terzi del Paese soffrono di siccità, rendendo estremamente difficile l’accesso all’acqua potabile. Tutto ciò significa che, secondo diversi studi, l’80% degli iraniani non vuole più il regime dei mullah. L’età media in Iran è di 32 anni. La maggioranza dei giovani non vuole più l’islam politico. Questa frattura generazionale, sommata alle crisi sistemiche, dimostra che il regime dei mullah è destinato a crollare prima o poi. I diplomatici occidentali, che conoscono poco la sociologia iraniana, non si stanno preparando abbastanza a questi cambiamenti. È un peccato, perché gli iraniani aspettano il loro sostegno».
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Deboli al proprio interno, dove la situazione economica si sta deteriorando, gli ayatollah aumentano il loro tasso di aggressività nei confronti dei vicini. L’attacco del 7 ottobre a Israele è solo il primo passo.L’esperto Emmanuel Razavi: «I pasdaran sono in partnership con i trafficanti colombiani e messicani e hanno riciclato centinaia di miliardi grazie alla Turchia. Intanto il popolo fa la fame».Lo speciale contiene due articoliAll’alba del 7 ottobre 2023, più di 3.000 terroristi di Hamas, della Jihad Islamica, dei Martiri di al-Aqsa, di Fatah, e centinaia di membri di gruppi minori, hanno dato inizio alla guerra contro Israele. Hanno lanciato migliaia di missili sulle città israeliane, distruggendo gli impianti di sorveglianza e forzando la barriera di protezione del confine in 26 punti con esplosivi e bulldozer. Durante gli attacchi è scattato anche un attacco cyber contro le strutture di sicurezza israeliane che per ore sono rimaste offline ed è certo che a farlo sia stato «un attore statuale». A bordo di pickup, motociclette e parapendii a motore, hanno attaccato le guardie di frontiera e i militari di guardia. Successivamente, hanno invaso le località vicine al confine perpetrando atti di violenza, tra cui omicidi, torture, stupri e rapimenti. Il bilancio delle vittime tra gli israeliani è stato terribile, con oltre 1.200 morti di tutte le età, più di 240 rapiti e circa 5.000 feriti, mentre centinaia di donne sono state vittime di violenza sessuale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, il comando del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche ha dato il via libera all’operazione in una riunione tenutasi a Beirut qualche giorno prima, alla quale hanno partecipato i leader di Hezbollah e Hamas. Inoltre, circa 500 militanti di Hamas e della Jihad islamica hanno ricevuto un addestramento specializzato al combattimento in Iran sotto la direzione della Forza al-Quds, in preparazione dell’operazione terroristica. È quindi l’Iran, che esporta il terrorismo in tutto il mondo, il mandante delle stragi del 7 ottobre, così come sono i mullah di Teheran i responsabili di tutto quanto accade ad esempio nel Mar Rosso con ciò che ne consegue all’economia mondiale. La strategia iraniana è tipica degli Stati autoritari che, indeboliti al loro interno, diventano automaticamente aggressivi all’esterno. Ovviamente, più la situazione socioeconomica dell’Iran si deteriora, più le autorità assumono una postura bellicosa al di fuori dei propri confini. Sin dall’insediamento dell’amministrazione Biden, l’Iran ha compiuto significativi progressi nell’arricchimento dell’uranio, avvicinandosi al livello dell’83,7%, in prossimità del 90% richiesto per la capacità nucleare. Le implicazioni del possesso di armi nucleari da parte dell’Iran non possono essere sottovalutate né ignorate. Il regime iraniano ha costantemente minacciato l’annientamento di Israele, considerando tale obiettivo un pilastro fondamentale della sua ideologia. Questo impegno affonda le sue radici nelle profezie religiose del fondatore del regime, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, e dell’attuale guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, che prevedono l’eliminazione di Israele. Espandendo le numerose preoccupazioni legate al perseguimento delle capacità nucleari da parte dell’Iran, un aspetto cruciale riguarda la prospettiva inquietante che le armi nucleari possano finire nelle mani della vasta rete di alleati del regime. Tale rete include i suoi proxies in Medio Oriente, oltre al regime siriano, agli alleati dell’Iran in Sud America, ai Talebani in Afghanistan e ad al-Qaeda. A proposito di questo, il Gruppo di supporto analitico e monitoraggio delle sanzioni delle Nazioni Unite, che ha pubblicato il suo ultimo rapporto sull’Afghanistan il 29 gennaio 2024, racconta che nelle province di Herat, Farah e Helmand, al-Qaeda «mantiene case sicure per facilitare il movimento dei membri tra l’Afghanistan e la Repubblica islamica dell’Iran», così come case sicure a Kabul. Il gruppo di monitoraggio ha osservato che «individui che viaggiano per fornire collegamento tra il leader de facto di al-Qaeda, Saif al-Adel, nella Repubblica islamica dell’Iran e figure di alto livello di al-Qaeda in Afghanistan, tra cui Abdul Rahman al-Ghamdi». L’intricata rete di alleanze e interessi condivisi crea uno scenario in cui il regime iraniano potrebbe estendere la propria influenza fornendo tali capacità ad alleati e gruppi affiliati. La creazione di impianti di produzione di armi all’estero da parte dell’Iran e lo sviluppo di missili balistici avanzati, specialmente quelli con guida di precisione, sottolineano l’urgenza della situazione. Questo aggiunge un ulteriore livello di complessità alla sicurezza globale, aumentando la posta in gioco e sottolineando la necessità immediata di una strategia globale per affrontare non solo la minaccia nucleare imminente dell’Iran, ma anche le più ampie implicazioni della potenziale proliferazione all’interno della sua rete di agenti e alleati. Per affrontare queste preoccupazioni emergono due considerazioni politiche cruciali. In primo luogo, l’opzione militare occupa un ruolo di rilievo nell’orizzonte strategico. Ciò implica un maggior controllo sugli attacchi alle infrastrutture nucleari dell’Iran, interrompendo così la sua capacità di proseguire il programma nucleare. In secondo luogo, emerge come un imperativo politico la completa e fondamentale rivalutazione degli impegni diplomatici ed economici dell’Occidente con l’Iran. La pratica prevalente di premiare il regime con ingenti incentivi finanziari, pari a miliardi di dollari, e di instaurare relazioni commerciali aiuta solo a finanziare le ambizioni nucleari dell’Iran e a esportare il terrorismo. Pertanto, è necessario un cambiamento urgente delle politiche occidentali, ivi compresa l’imposizione di sanzioni economiche strategiche e la cessazione delle relazioni diplomatiche che alimentano le aspirazioni nucleari del regime. Le implicazioni si estendono ben oltre il quadro geopolitico immediato. Le azioni attuali o l’inerzia dell’Occidente determineranno la capacità delle potenze globali di plasmare un ordine internazionale che sostenga i valori democratici o ceda al dominio di gruppi terroristici e dittature. L’incapacità di adottare posizioni risolute contro l’ascesa dell'Iran come Stato sponsor del terrorismo con capacità nucleare possono solo aprire la strada a un mondo in cui regimi autocratici e fazioni terroristiche dettano il corso degli affari internazionali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missili-alleanze-e-corsa-allatomo-liran-ridisegna-il-medio-oriente-2667307772.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="stato-mafia-fondato-sulla-droga" data-post-id="2667307772" data-published-at="1708244482" data-use-pagination="False"> «Stato-mafia fondato sulla droga» Specialista del Medio Oriente e reporter senior per le redazioni di Paris Match, Franc-Tireur e Politique Internationale, Emmanuel Razavi è autore di numerosi lavori su settori legati all’islamismo. Nel suo libro La face cachée des mollahs. Le livre noir de la République islamique d’Iran, lei parla delle attività illegali dei Guardiani della Rivoluzione, in particolare di quelle legate al traffico di droga. «Le Guardie rivoluzionarie, create nel 1979, hanno assunto tutta la loro importanza paramilitare durante la guerra Iran-Iraq, per poi salire ai massimi livelli del sistema politico nel 2005, sotto la presidenza di Mahmood Ahmadinejad. I pasdaran controllano non solo l’arsenale di sicurezza dell’Iran, ma anche il 60% della sua economia. Attraverso gli Hezbollah sciiti libanesi, che sono la loro filiale in Libano, hanno stretto partnership con i cartelli colombiani e messicani. Sono entrati nel campo della droga con loro, ma anche con il regime siriano. Hanno anche creato una rete di traffico di armi. Riciclano i proventi di questo traffico utilizzando sistemi e reti sofisticate, come gli uffici di cambio in Turchia. Il denaro riciclato in Turchia viene inviato in Svezia, Svizzera e Canada, spesso passando attraverso i conti bancari dei familiari dei dignitari della Repubblica islamica. Ma si usano anche i casinò in Asia, ad esempio. Mohsen Sazegara, il cofondatore delle Guardie rivoluzionarie che ho intervistato, mi ha detto lui stesso: i pasdaran sono una mafia. Hanno trasformato la Repubblica Islamica dell’Iran in un vero e proprio sistema mafioso». Quanto valgono in dollari tutte queste attività? «Parliamo di cifre colossali. I servizi segreti occidentali e israeliani parlano di diverse centinaia di miliardi di dollari accumulati negli ultimi 45 anni. Secondo una fonte iraniana che ho intervistato e che era coinvolta in questo sistema, sappiamo che almeno 100 miliardi di dollari sono stati depositati in conti bancari in tutto il mondo. Ma parte del denaro viene anche riciclato in progetti immobiliari in Turchia e in beni di ogni tipo, oltre che in paradisi fiscali dove i flussi sono molto difficili da tracciare. Parte dell’oro iraniano viene investito anche in Sud America, in particolare in Venezuela». L’ex presidente Ahmadinejad si è sempre descritto come un uomo religioso, lontano dal lusso e dallo sfarzo. Eppure nel suo libro lei rivela che gestisce una serie di uffici di cambio in Turchia che riciclano il denaro dei pasdaran. È davvero così? «Ahmadinejad è un ideologo mistico, un ex membro delle Guardie rivoluzionarie, che ha partecipato a operazioni terroristiche contro gli oppositori. Ma è anche un uomo intelligente. Sa di godere di una forte immagine tra le classi popolari meno abbienti e favorevoli al regime. È il suo mestiere. Come la Guida Suprema Ali Khamenei, che regna su un patrimonio di almeno 95 miliardi di dollari, coltiva l’immagine di un uomo modesto con uno stile di vita sobrio. In realtà, è un politico che è un maestro della narrazione. È infatti una delle figure chiave del sistema di riciclaggio di denaro. Ha un controllo sicuro sugli uffici di cambio della Turchia». Nel suo libro lei scrive che l’Iran è la più grande organizzazione criminale del mondo. Il regime può cadere a fronte della crisi che vive il Paese? «Il terrorismo, la diplomazia degli ostaggi, il traffico di armi, di droga e di esseri umani hanno permesso ai mullah e ai pasdaran di creare questo sistema mafioso e di stringere legami con le mafie russe e con i cartelli sudamericani, come documenta la mia inchiesta. Il problema è che hanno rovinato l’economia iraniana, che dovrebbe essere una delle più forti del Medio Oriente grazie al petrolio e al gas. L’Iran è quindi alle prese con una serie di crisi: economica, sociale, ambientale, sanitaria e, naturalmente, politica. Il sistema non funziona più e la corruzione è ovunque. I mullah possono resistere solo attraverso un regime di terrore. L’inflazione in Iran è quasi del 60%. Metà degli iraniani fatica a nutrirsi più di una volta al giorno. I due terzi del Paese soffrono di siccità, rendendo estremamente difficile l’accesso all’acqua potabile. Tutto ciò significa che, secondo diversi studi, l’80% degli iraniani non vuole più il regime dei mullah. L’età media in Iran è di 32 anni. La maggioranza dei giovani non vuole più l’islam politico. Questa frattura generazionale, sommata alle crisi sistemiche, dimostra che il regime dei mullah è destinato a crollare prima o poi. I diplomatici occidentali, che conoscono poco la sociologia iraniana, non si stanno preparando abbastanza a questi cambiamenti. È un peccato, perché gli iraniani aspettano il loro sostegno».
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
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@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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