
La situazione in Nagorno Karabakh continua a rivelarsi foriera di turbolenze geopolitiche. E la Turchia ne sta approfittando per rafforzare la propria influenza su Caucaso e Asia centrale.
Ankara - grazie al recente conflitto in Nagorno Karabakh - ha rafforzato i propri interessi attraverso la creazione del corridoio di Nakhchivan. In base a quanto prescritto dall'accordo per il cessate il fuoco del 10 novembre scorso, tale corridoio collegherà l'exclave azera di Nakhchivan, attraverso l'Armenia, all'Azerbaigian. Ciò garantirebbe alla Turchia un transito diretto al bacino del Caspio. Più in generale, non solo Ankara ha spalleggiato Baku nel conflitto in Nagorno Karabakh, ma - poco dopo le cessazione delle ostilità - i due Paesi hanno anche ratificato un accordo commerciale, siglato nel febbraio del 2020 (ricordiamo che, secondo l'agenzia Anadolu, Ankara e Baku, lo scorso anno, abbiano avuto scambi per un volume di complessivo di circa 2 miliardi di dollari). Pochi giorni fa, i due Stati hanno, tra l'altro, ratificato anche un'intesa nel settore della Difesa, originariamente firmata nell'ottobre del 2017.
È sempre in questo contesto che, due mesi fa, la Turchia ha organizzato un incontro trilaterale con Azerbaigian e Turkmenistan. Era invece lo scorso gennaio, quando l'Azerbaigian e il Turkmenistan hanno siglato un accordo per lo sviluppo congiunto di un giacimento di gas del Caspio a lungo conteso: un accordo che è stato raggiunto proprio grazie alla mediazione della Turchia. D'altronde, l'iperattivismo di Ankara nell'area è testimoniato anche dalle visite ufficiali condotte, a inizio marzo, dal ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in Uzbekistan, Turkmenistan e Kirghizistan. Certo: secondo il Royal United Services Institute, la Turchia non risulta al momento un partner commerciale di primo piano per i Paesi della regione (eccezion fatta per il Turkmenistan). Resta tuttavia indubbio che l'influenza politica di Recep Tayyip Erdogan, grazie soprattutto al conflitto in Nagorno-Karabakh, stia progressivamente aumentando nell'area.
Il think tank britannico mette anche in evidenza che molto del futuro turco in questa zona dipenderà dalle relazioni di Ankara con Pechino. Non dobbiamo infatti dimenticare che la forza economica cinese in loco risulti particolarmente robusta. Un peso che in buona sostanza detiene anche la Russia. Va quindi da sé che il futuro dell'influenza turca sull'Asia centrale passerà attraverso la triangolazione dei rapporti tra Ankara, Mosca e Pechino. Del resto, se i turchi partono svantaggiati rispetto a cinesi e russi nel settore economico, la Turchia mostra una forza maggiore sul fronte dell'influenza culturale. Senza contare che Erdogan possa fare trasversalmente leva sui (parziali) malumori che i Paesi dell'Asia centrale nutrono nei confronti di Russia e Cina, a causa di una eccessiva dipendenza nei loro confronti.
Tra l'altro, nel suo tentativo di espandere la propria influenza sull'Asia centrale, il Sultano potrebbe ottenere anche l'appoggio (più o meno diretto) dell'amministrazione Biden, nel più ampio quadro della linea americana di netta ostilità verso Mosca e di contenimento in funzione anticinese. È quindi plausibile ritenere che, nel prossimo futuro, Erdogan oscillerà in loco tra la sfera occidentale, la Russia e la Cina. Una strategia spregiudicata a cui tuttavia il presidente turco non sarebbe neppure del tutto nuovo. Il punto sarà semmai capire se le altre potenze accetteranno una tale ambiguità o se costringeranno Ankara a schierarsi in modo netto. D'altronde, per il momento, la Turchia intrattiene relazioni ondivaghe con tutte e tre le capitali di Mosca, Pechino e Washington.
Ciononostante la questione, c'è da giurarci, continuerò principalmente a ruotare sulle tensioni tra azeri e armeni. La longa manus di Ankara sul Nagorno-Karabakh (attraverso Baku) garantisce infatti al Sultano non soltanto di arginare Erevan ma anche di detenere un'influenza stabile nel Caucaso meridionale: una sorta di trampolino di lancio con cui proseguire a proiettare la propria influenza sull'Asia centrale. Del resto, il conflitto in Nagorno-Karabakh ha portato vantaggi anche alla Repubblica popolare. Come infatti sottolineato da Eurasianet lo scorso dicembre, «il corridoio tra Nakhchivan e l'Azerbaigian offrirebbe a Pechino una seconda rotta verso l'Europa nel Caucaso meridionale: quella attraverso la Georgia più questa attraverso l'Armenia meridionale e Nakhchivan». Tutto ciò, mentre la Cina ha anche intenzione di rafforzare i propri legami con l'Azerbaigian nel campo commerciale e delle telecomunicazioni. La partita per la spartizione del potere nel Caucaso e in Asia centrale è più serrata che mai. E, in tutto questo, le rivendicazioni armene sul Nagorno-Karabakh rischiano di ritrovarsi sempre più isolate.



















