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2018-04-11
Minniti esulta: «Gli sbarchi calano». In compenso arrivano terroristi con i gommoni
ANSA
Ieri, alla cerimonia per i 166 anni della fondazione della polizia di Stato, Marco Minniti era più raggiante del sole pallido di questa primavera. «Per il decimo mese consecutivo», ha proclamato orgoglioso il ministro, «si è registrato un calo degli sbarchi di migranti. Dal 1° luglio ad oggi sono arrivate 95.600 persone in meno rispetto all'anno precedente, un colpo straordinario ai trafficanti di esseri umani». Certo, ha aggiunto l'inquilino del Viminale, «nulla è mai acquisito una volta per tutte, ma i numeri ci dicono che quei processi possono essere governati. È innegabile che qualcosa stia cambiando». Già, qualcosa è mutato, nei flussi migratori. Approdano sulle nostre coste meno stranieri dalla Libia, in compenso però sbarcano jihadisti dai gommoni. Dev'essere un nuovo tipo di approccio basato sulla qualità: ne arrivano meno, ma sono più pericolosi. Un grande successo di cui vantarsi.
Proprio mentre Minniti si bullava delle sue conquiste, la Guardia di finanza diffondeva alla stampa i dettagli di un'operazione chiamata Scorpion fish 2. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ed effettuate dai finanzieri del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo e della compagnia di Marsala, hanno permesso di fermare 13 persone «di nazionalità tunisina, italiana e marocchina, appartenenti ad un'organizzazione criminale di carattere transnazionale dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri».
In sostanza, è stata sgominata una banda «capeggiata da pericolosi pregiudicati tunisini», la quale «operava prevalentemente mediante trasporti veloci, per i quali utilizzava gommoni carenati con potenti motori fuoribordo ed esperti scafisti, nel braccio di mare tra la provincia tunisina di Nabeul e quella di Trapani, consentendo agli immigrati clandestini di raggiungere, in poco meno di 4 ore di navigazione, le coste italiane. Ogni viaggio, per il quale venivano imbarcate dalle 10 alle 15 persone, con costi pro capite tra i 3.000 e i 5.000 euro, prevedeva anche il trasporto di sigarette di contrabbando, destinate al mercato nero italiano ed in particolare a quello palermitano».
Secondo gli investigatori, il traffico era piuttosto redditizio. Ogni viaggio fruttava tra i 30.000 e i 70.000 euro. Le sigarette, che giungevano a quintali, venivano smerciati nei mercati rionali palermitani a circa 3 euro al pacchetto, producendo incassi per circa 17.000 euro ogni quintale. Ma il cuore degli affari erano, ovviamente, i migranti. Qui non stiamo parlando della marea umana in arrivo dalla Libia, ma di un altro tipo di viaggi. L'organizzazione criminale aveva creato «una efficiente rete organizzativa, che contava sull'operato di elementi tunisini, italiani e marocchini, in posizione subordinata, che si occupavano di fornire ai clandestini un vero e proprio servizio shuttle dalle spiagge di sbarco sino alle basi logistiche dell'organizzazione laddove, una volta rifocillati e forniti di vestiario, i migranti potevano liberamente raggiungere le destinazioni desiderate».
Erano viaggi in prima classe, rivolti a un target ben preciso. Gli stranieri a bordo dei gommoni potevano permettersi di sborsare cifre piuttosto elevate. Soprattutto, però, a costoro veniva garantito il totale anonimato. Viaggiando sui gommoni riuscivano ad evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong, e potevano approdare in Italia evitando qualsiasi tipo di controllo.
Che genere di individuo ha bisogno di un servizio del genere? Di sicuro non un disperato che punta a raggiungere l'Europa in cerca di una vita migliore. Qui si tratta di clandestini che hanno parecchio denaro in tasca e in testa covano propositi non esattamente cristallini. Infatti, guarda un po', dell'organizzazione facevano parte anche due aspiranti jihadisti. Uno marocchino, l'altro tunisino. Entrambi vivevano in Sicilia con tanto di permesso di soggiorno, svolgendo lavori di copertura.
Intercettato dagli investigatori, il marocchino spiegava a uno dei suoi compari di essere intenzionato a recarsi in Francia, dove meditava di compiere «azioni pericolose», dopo le quali non avrebbe potuto fare ritorno in Italia. «Dio mi aiuti per quello che devo fare», diceva.
Quanto al tunisino, portava avanti un'intensa attività sui social network, gingillandosi con materiale di propaganda dello Stato islamico e con tutto l'armamentario ideologico tipico dei jihadisti. Per altro, quella di ieri non è nemmeno la prima operazione messa in campo per sgominare organizzazioni di import export di stranieri dalla Tunisia. La prima Scorpion fish, infatti, risale all'estate del 2017, ed è riuscita a fermare un gruppo di malviventi diverso e autonomo. I personaggi fermati ieri, molto probabilmente, hanno colmato il vuoto lasciato dagli altri criminali.
E non è affatto escluso (anzi, è molto probabile) che congreghe analoghe siano all'opera per gestire i cosiddetti «sbarchi fantasma». Il nostro giornale è stato tra i primi a denunciare il fenomeno. Già lo scorso settembre, sulle coste siciliane, sono approdate svariate migliaia di persone, provenienti per lo più da Tunisia e Algeria, noti serbatoi di combattenti islamici. Non per nulla il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, in un'intervista rilasciata a Repubblica lo scorso agosto, dichiarò che «non può escludersi la presenza di terroristi internazionali». Ora abbiamo la conferma che, in effetti, i jihadisti arrivavano sui gommoni, per poi far perdere le tracce una volta toccata la sabbia siciliana.
Mentre noi raccontavamo ciò che stava avvenendo, Minniti continuava a ripetere che gli sbarchi erano in calo. Il ministro, del resto, prima di assumere l'incarico al Viminale, andava in giro a dire che di terroristi sui barconi non se n'erano mai visti. Ha dovuto ricredersi.
Infatti, qualche settimana fa, ha dichiarato in un'intervista: «Ciò che solo alcuni mesi fa sembrava impossibile, ossia il fatto che i combattenti dell'Isis si imbarcassero su dei gommoni fatiscenti, è ora diventato possibile. Si richiede pertanto la massima allerta». La tardiva scoperta, a quanto pare, non gli ha impedito di continuare a vantarsi dei risultati ottenuti, come ha fatto ieri. Chissà, forse pensa che la strategia migliore per affrontare i jihadisti in arrivo sulle spiagge sia nascondere la testa sotto la sabbia.
Francesco Borgonovo
Richiedenti asilo allo sbando nelle città italiane
Richiedenti asilo che vivono in strada, o in case occupate, o ancora in realtà e situazioni che neanche immaginiamo. È la fotografia che emerge dal Rapporto annuale 2018 del Centro Astalli, presentato nei giorni scorsi a Roma. «Continuiamo a registrare», è la denuncia, «un numero crescente di persone che restano escluse dal sistema di accoglienza e vivono per strada. Si tratta in molti casi di richiedenti asilo che hanno abbandonato i Centri di accoglienza straordinaria dove erano stati inizialmente accolti e che, avendo ricevuto la revoca delle misure di accoglienza, restano tagliati fuori da ogni forma di supporto, materiale e legale».
Non è raro anche il caso in cui la procedura d'asilo risulti sospesa o compromessa, aggravando le loro condizioni di precarietà. Non è la prima volta che viene evidenziata questa incongruenza: come avevamo visto a suo tempo, il numero di marzo del mensile Altreconomia ha contato, tra il 2016 e il 2017, almeno 22.000 migranti che hanno perso il diritto di essere ospitati nei centri. Ed erano solo i dati di 35 prefetture su un centinaio. Facendo una proiezione, possiamo ipotizzare un numero di circa 80.000 immigrati nella stessa situazione. Dati ipotetici perché, spiegava Altreconomia, «in Italia, a oggi, il ministero dell'Interno non sa quanti siano».
Ma come accade che gli immigrati escano dal circuito dell'accoglienza? In alcuni casi sembra si tratti di un esodo volontario, il che è abbastanza strano, dato che tali soggetti escono da un circuito imperfetto finché si vuole, ma comunque tutelato e garantito, per andare per lo più a condurre una vita fatta di espedienti, con il forte sospetto che ci sia dietro l'attrazione del mondo criminale. In altri casi si tratta invece di persone espulse dai centri per condotte delinquenziali. Il caso di Innocent Oseghale, il presunto assassino di Pamela Mastropietro, è eloquente: il nigeriano «uscì dal percorso protettivo» all'inizio del 2017, a causa della sua abitudine conclamata a rituffarsi nel giro dello spaccio, evidentemente ritenuto più redditizio del famosi 35 euro al giorno con cui le cooperative dovrebbero sfamare i richiedenti asilo.
Di certo la presenza di una quota crescente di persone a cui, secondo la legge, lo Stato dovrebbe protezione e che invece si trovano in un limbo fatto di illegalità pone un bel rompicapo anche giuridico. Del resto il Centro Astalli fa riferimento ad alcuni sgomberi di edifici occupati in cui erano presenti anche titolari di protezione internazionale: «Fa riflettere», scrivono gli estensori del rapporto, «il fatto che quelle occasioni siano state l'unico temporaneo momento di attenzione e visibilità per i moltissimi migranti che vivono, ormai da anni, ai margini delle nostre città. Non possiamo fare a meno di constatare che molti di loro sono privi di punti di riferimento sul territorio e che in misura maggiore rispetto al passato la loro stessa presenza è ignota non soltanto alle istituzioni ma anche agli enti di tutela». Di sicuro le occupazioni illegali, gestite per lo più da centri sociali, non possono risolvere la situazione.
Fabrizio La Rocca
La triste fine del modello Riace: «Ci tocca chiudere»
Il colpo che ha definitivamente ucciso il «modello Riace» è arrivato con la gara per lo Sprar. Ce l'aveva in canna la stazione unica appaltante di Reggio Calabria, che ha dichiarato la gara infruttuosa, escludendo l'associazione temporanea d'imprese guidata da Città futura, la Coop «amica» del sindaco Domenico «Mimmo» Lucano.
Era stato propagandato come il sindaco dell'accoglienza e delle buone pratiche pro migranti. Era il cocco di Laura Boldrini. Sulle sue gesta la Rai voleva fare una fiction. Poi è arrivata l'inchiesta della Procura di Locri per truffa ai danni dello Stato e dell'Ue, per concussione e per abuso d'ufficio e da Viale Mazzini hanno fatto un passo indietro. L'unica gara d'appalto sull'accoglienza bandita a Riace, coincidenza, lo stesso giorno della perquisizione in municipio era andata deserta. E ora che anche l'ultima speranza di portare a Riace i quasi 4 milioni di euro per il progetto Sprar è naufragata, il «modello Riace» è al collasso. Qualche giorno fa il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, è stato nel piccolo paese della Locride per sostenere il sindaco durante un'assemblea pubblica infarcita della solita retorica pro accoglienza.
«Siamo obbligati a chiudere», ha dovuto ammettere Lucano, cercando di far leva sui presenti con la scusa dei posti di lavoro. Che per gli ispettori della Prefettura, però, in alcuni casi sono stati assegnati ad amici e parenti dell'amministrazione. «Riace», ha gridato Lucano (aiutato dalla propaganda del solito cordone protettivo della stampa amica), «rimarrà un paese fantasma». Sui 1.600 abitanti, 500 degli attuali residenti sono arrivati lì con i progetti d'accoglienza.
Oliverio ha invitato il sindaco a non mollare. Ma in quel momento, forse, il governatore non era informato che anche nell'ultima gara pubblica le coop dell'accoglienza erano andate al tappeto. «Sono solo le solite lagne sulle istituzioni che hanno congelato prudentemente le erogazioni assegnate al Progetto Riace, attese le gravi irregolarità emerse dopo le ispezioni prefettizie e che sono oggetto di indagine giudiziaria», tuonano dalla segreteria regionale di Fiamma tricolore.
Ora da destra sperano che il disastro economico certificato poco più di un mese fa da Corte dei conti e Prefettura non ricada sui cittadini. La gara per lo Sprar, come riportato nel bando della Stazione unica appaltante, avrebbe garantito alle casse comunali 3.747.689 euro oltre Iva, dei quali 1.510.000 euro erano da destinare alle spese per il personale. L'unico criterio stabilito era quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Unica anche la ditta partecipante che, se avesse centrato l'offerta, avrebbe di sicuro ottenuto l'incasso. E invece l'Ati, con a capo Città futura, seguita dall'associazione Welcome e da Work cooperativa sociale Onlus, è stata esclusa e, colpo di grazia, la gara è stata dichiarata infruttuosa. L'ultima carta per il sindaco ormai alla canna del gas l'ha giocata Oliverio rivolgendosi al prefetto e al governo: «Le risposte alle attese devono essere e rapide». Parole che a molti sono suonate come il canto del cigno.
Fabio Amendolara
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Il ministro si vanta di aver ridotto i flussi migratori. Ma c'è poco da esultare: scoperta in Sicilia un'organizzazione che importava jihadisti dalla Tunisia.Aumentano gli stranieri che hanno perso il diritto all'accoglienza ma rimangono qui senza fissa dimora.Finisce anche il modello Riace: le coop del «paese dell'accoglienza» falliscono l'ultima gara d'appalto e, senza fondi pubblici, sono a secco.Lo speciale contiene tre articoli. Ieri, alla cerimonia per i 166 anni della fondazione della polizia di Stato, Marco Minniti era più raggiante del sole pallido di questa primavera. «Per il decimo mese consecutivo», ha proclamato orgoglioso il ministro, «si è registrato un calo degli sbarchi di migranti. Dal 1° luglio ad oggi sono arrivate 95.600 persone in meno rispetto all'anno precedente, un colpo straordinario ai trafficanti di esseri umani». Certo, ha aggiunto l'inquilino del Viminale, «nulla è mai acquisito una volta per tutte, ma i numeri ci dicono che quei processi possono essere governati. È innegabile che qualcosa stia cambiando». Già, qualcosa è mutato, nei flussi migratori. Approdano sulle nostre coste meno stranieri dalla Libia, in compenso però sbarcano jihadisti dai gommoni. Dev'essere un nuovo tipo di approccio basato sulla qualità: ne arrivano meno, ma sono più pericolosi. Un grande successo di cui vantarsi. Proprio mentre Minniti si bullava delle sue conquiste, la Guardia di finanza diffondeva alla stampa i dettagli di un'operazione chiamata Scorpion fish 2. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ed effettuate dai finanzieri del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo e della compagnia di Marsala, hanno permesso di fermare 13 persone «di nazionalità tunisina, italiana e marocchina, appartenenti ad un'organizzazione criminale di carattere transnazionale dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri». In sostanza, è stata sgominata una banda «capeggiata da pericolosi pregiudicati tunisini», la quale «operava prevalentemente mediante trasporti veloci, per i quali utilizzava gommoni carenati con potenti motori fuoribordo ed esperti scafisti, nel braccio di mare tra la provincia tunisina di Nabeul e quella di Trapani, consentendo agli immigrati clandestini di raggiungere, in poco meno di 4 ore di navigazione, le coste italiane. Ogni viaggio, per il quale venivano imbarcate dalle 10 alle 15 persone, con costi pro capite tra i 3.000 e i 5.000 euro, prevedeva anche il trasporto di sigarette di contrabbando, destinate al mercato nero italiano ed in particolare a quello palermitano». Secondo gli investigatori, il traffico era piuttosto redditizio. Ogni viaggio fruttava tra i 30.000 e i 70.000 euro. Le sigarette, che giungevano a quintali, venivano smerciati nei mercati rionali palermitani a circa 3 euro al pacchetto, producendo incassi per circa 17.000 euro ogni quintale. Ma il cuore degli affari erano, ovviamente, i migranti. Qui non stiamo parlando della marea umana in arrivo dalla Libia, ma di un altro tipo di viaggi. L'organizzazione criminale aveva creato «una efficiente rete organizzativa, che contava sull'operato di elementi tunisini, italiani e marocchini, in posizione subordinata, che si occupavano di fornire ai clandestini un vero e proprio servizio shuttle dalle spiagge di sbarco sino alle basi logistiche dell'organizzazione laddove, una volta rifocillati e forniti di vestiario, i migranti potevano liberamente raggiungere le destinazioni desiderate». Erano viaggi in prima classe, rivolti a un target ben preciso. Gli stranieri a bordo dei gommoni potevano permettersi di sborsare cifre piuttosto elevate. Soprattutto, però, a costoro veniva garantito il totale anonimato. Viaggiando sui gommoni riuscivano ad evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong, e potevano approdare in Italia evitando qualsiasi tipo di controllo. Che genere di individuo ha bisogno di un servizio del genere? Di sicuro non un disperato che punta a raggiungere l'Europa in cerca di una vita migliore. Qui si tratta di clandestini che hanno parecchio denaro in tasca e in testa covano propositi non esattamente cristallini. Infatti, guarda un po', dell'organizzazione facevano parte anche due aspiranti jihadisti. Uno marocchino, l'altro tunisino. Entrambi vivevano in Sicilia con tanto di permesso di soggiorno, svolgendo lavori di copertura. Intercettato dagli investigatori, il marocchino spiegava a uno dei suoi compari di essere intenzionato a recarsi in Francia, dove meditava di compiere «azioni pericolose», dopo le quali non avrebbe potuto fare ritorno in Italia. «Dio mi aiuti per quello che devo fare», diceva. Quanto al tunisino, portava avanti un'intensa attività sui social network, gingillandosi con materiale di propaganda dello Stato islamico e con tutto l'armamentario ideologico tipico dei jihadisti. Per altro, quella di ieri non è nemmeno la prima operazione messa in campo per sgominare organizzazioni di import export di stranieri dalla Tunisia. La prima Scorpion fish, infatti, risale all'estate del 2017, ed è riuscita a fermare un gruppo di malviventi diverso e autonomo. I personaggi fermati ieri, molto probabilmente, hanno colmato il vuoto lasciato dagli altri criminali. E non è affatto escluso (anzi, è molto probabile) che congreghe analoghe siano all'opera per gestire i cosiddetti «sbarchi fantasma». Il nostro giornale è stato tra i primi a denunciare il fenomeno. Già lo scorso settembre, sulle coste siciliane, sono approdate svariate migliaia di persone, provenienti per lo più da Tunisia e Algeria, noti serbatoi di combattenti islamici. Non per nulla il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, in un'intervista rilasciata a Repubblica lo scorso agosto, dichiarò che «non può escludersi la presenza di terroristi internazionali». Ora abbiamo la conferma che, in effetti, i jihadisti arrivavano sui gommoni, per poi far perdere le tracce una volta toccata la sabbia siciliana. Mentre noi raccontavamo ciò che stava avvenendo, Minniti continuava a ripetere che gli sbarchi erano in calo. Il ministro, del resto, prima di assumere l'incarico al Viminale, andava in giro a dire che di terroristi sui barconi non se n'erano mai visti. Ha dovuto ricredersi. Infatti, qualche settimana fa, ha dichiarato in un'intervista: «Ciò che solo alcuni mesi fa sembrava impossibile, ossia il fatto che i combattenti dell'Isis si imbarcassero su dei gommoni fatiscenti, è ora diventato possibile. Si richiede pertanto la massima allerta». La tardiva scoperta, a quanto pare, non gli ha impedito di continuare a vantarsi dei risultati ottenuti, come ha fatto ieri. 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Si tratta in molti casi di richiedenti asilo che hanno abbandonato i Centri di accoglienza straordinaria dove erano stati inizialmente accolti e che, avendo ricevuto la revoca delle misure di accoglienza, restano tagliati fuori da ogni forma di supporto, materiale e legale». Non è raro anche il caso in cui la procedura d'asilo risulti sospesa o compromessa, aggravando le loro condizioni di precarietà. Non è la prima volta che viene evidenziata questa incongruenza: come avevamo visto a suo tempo, il numero di marzo del mensile Altreconomia ha contato, tra il 2016 e il 2017, almeno 22.000 migranti che hanno perso il diritto di essere ospitati nei centri. Ed erano solo i dati di 35 prefetture su un centinaio. Facendo una proiezione, possiamo ipotizzare un numero di circa 80.000 immigrati nella stessa situazione. Dati ipotetici perché, spiegava Altreconomia, «in Italia, a oggi, il ministero dell'Interno non sa quanti siano». Ma come accade che gli immigrati escano dal circuito dell'accoglienza? In alcuni casi sembra si tratti di un esodo volontario, il che è abbastanza strano, dato che tali soggetti escono da un circuito imperfetto finché si vuole, ma comunque tutelato e garantito, per andare per lo più a condurre una vita fatta di espedienti, con il forte sospetto che ci sia dietro l'attrazione del mondo criminale. In altri casi si tratta invece di persone espulse dai centri per condotte delinquenziali. Il caso di Innocent Oseghale, il presunto assassino di Pamela Mastropietro, è eloquente: il nigeriano «uscì dal percorso protettivo» all'inizio del 2017, a causa della sua abitudine conclamata a rituffarsi nel giro dello spaccio, evidentemente ritenuto più redditizio del famosi 35 euro al giorno con cui le cooperative dovrebbero sfamare i richiedenti asilo. Di certo la presenza di una quota crescente di persone a cui, secondo la legge, lo Stato dovrebbe protezione e che invece si trovano in un limbo fatto di illegalità pone un bel rompicapo anche giuridico. Del resto il Centro Astalli fa riferimento ad alcuni sgomberi di edifici occupati in cui erano presenti anche titolari di protezione internazionale: «Fa riflettere», scrivono gli estensori del rapporto, «il fatto che quelle occasioni siano state l'unico temporaneo momento di attenzione e visibilità per i moltissimi migranti che vivono, ormai da anni, ai margini delle nostre città. Non possiamo fare a meno di constatare che molti di loro sono privi di punti di riferimento sul territorio e che in misura maggiore rispetto al passato la loro stessa presenza è ignota non soltanto alle istituzioni ma anche agli enti di tutela». Di sicuro le occupazioni illegali, gestite per lo più da centri sociali, non possono risolvere la situazione. Fabrizio La Rocca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/minniti-sbarchi-terroristi-gommoni-borgonovo-2558734706.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-triste-fine-del-modello-riace-ci-tocca-chiudere" data-post-id="2558734706" data-published-at="1773210444" data-use-pagination="False"> La triste fine del modello Riace: «Ci tocca chiudere» Il colpo che ha definitivamente ucciso il «modello Riace» è arrivato con la gara per lo Sprar. Ce l'aveva in canna la stazione unica appaltante di Reggio Calabria, che ha dichiarato la gara infruttuosa, escludendo l'associazione temporanea d'imprese guidata da Città futura, la Coop «amica» del sindaco Domenico «Mimmo» Lucano. Era stato propagandato come il sindaco dell'accoglienza e delle buone pratiche pro migranti. Era il cocco di Laura Boldrini. Sulle sue gesta la Rai voleva fare una fiction. Poi è arrivata l'inchiesta della Procura di Locri per truffa ai danni dello Stato e dell'Ue, per concussione e per abuso d'ufficio e da Viale Mazzini hanno fatto un passo indietro. L'unica gara d'appalto sull'accoglienza bandita a Riace, coincidenza, lo stesso giorno della perquisizione in municipio era andata deserta. E ora che anche l'ultima speranza di portare a Riace i quasi 4 milioni di euro per il progetto Sprar è naufragata, il «modello Riace» è al collasso. Qualche giorno fa il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, è stato nel piccolo paese della Locride per sostenere il sindaco durante un'assemblea pubblica infarcita della solita retorica pro accoglienza. «Siamo obbligati a chiudere», ha dovuto ammettere Lucano, cercando di far leva sui presenti con la scusa dei posti di lavoro. Che per gli ispettori della Prefettura, però, in alcuni casi sono stati assegnati ad amici e parenti dell'amministrazione. «Riace», ha gridato Lucano (aiutato dalla propaganda del solito cordone protettivo della stampa amica), «rimarrà un paese fantasma». Sui 1.600 abitanti, 500 degli attuali residenti sono arrivati lì con i progetti d'accoglienza. Oliverio ha invitato il sindaco a non mollare. Ma in quel momento, forse, il governatore non era informato che anche nell'ultima gara pubblica le coop dell'accoglienza erano andate al tappeto. «Sono solo le solite lagne sulle istituzioni che hanno congelato prudentemente le erogazioni assegnate al Progetto Riace, attese le gravi irregolarità emerse dopo le ispezioni prefettizie e che sono oggetto di indagine giudiziaria», tuonano dalla segreteria regionale di Fiamma tricolore. Ora da destra sperano che il disastro economico certificato poco più di un mese fa da Corte dei conti e Prefettura non ricada sui cittadini. La gara per lo Sprar, come riportato nel bando della Stazione unica appaltante, avrebbe garantito alle casse comunali 3.747.689 euro oltre Iva, dei quali 1.510.000 euro erano da destinare alle spese per il personale. L'unico criterio stabilito era quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Unica anche la ditta partecipante che, se avesse centrato l'offerta, avrebbe di sicuro ottenuto l'incasso. E invece l'Ati, con a capo Città futura, seguita dall'associazione Welcome e da Work cooperativa sociale Onlus, è stata esclusa e, colpo di grazia, la gara è stata dichiarata infruttuosa. L'ultima carta per il sindaco ormai alla canna del gas l'ha giocata Oliverio rivolgendosi al prefetto e al governo: «Le risposte alle attese devono essere e rapide». Parole che a molti sono suonate come il canto del cigno. Fabio Amendolara
Ansa
Secondo alcune fonti il motivo del ritardo risiede nel fatto che le accise mobili da sole non basterebbero per temperare l’emergenza prezzi. Si starebbe quindi lavorando ad un pacchetto più ampio che potrebbe entrare nel dl bollette. Resta il tema delle coperture, difficile reperirle nella situazione attuale, problema a cui il Mef sta lavorando in queste ore.
Ma la lentezza di intervento è un’epidemia europea. Uno dei pochi casi in cui sembrano tutti allineati. Anche in Francia il dibattito sul caro-carburante domina la scena ma il governo guidato da Sébastien Lecornu punta a rafforzare i controlli (così come annunciato dall’esecutivo Meloni) chiudendo all’ipotesi di un taglio delle accise per mancanza di risorse. «Bisogna aspettare» ha detto su Tf1 il ministro del Commercio escludendo ad ogni modo un taglio delle tasse su benzina e gasolio. L’opinione più diffusa è che si tratti di una bolla speculativa. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, in conferenza stampa a Strasburgo ha detto: «Abbiamo imparato delle lezioni dal 2022. Non siamo in una situazione neanche lontanamente così grave come nel 2022, ma abbiamo comunque tratto degli insegnamenti da quell’esperienza. Se ciò accadrà, ci dovranno essere misure temporanee e mirate. Quindi non stiamo parlando di cambiare in modo fondamentale la struttura della determinazione dei prezzi, per esempio il prezzo del carbonio (Ets) o altri meccanismi». La vicepresidente della Commissione europea, la socialista spagnola Teresa Ribera, ha aggiunto: «Il design del mercato dell'energia elettrica è stato rivisto nel 2023 e fornisce una serie di strumenti che non sono pienamente sfruttati. Sappiamo che c’è chi ritiene che potremmo aver bisogno di un disaccoppiamento dei prezzi dell’energia sul mercato ma forse il disaccoppiamento non aiuterebbe a ottenere prezzi più bassi».
La Commissione europea ha inviato una comunicazione in cui raccomanda agli Stati di permettere il cambio di fornitori di elettricità più rapidamente (entro un giorno), oneri più bassi sulle bollette e più trasparenza sulle informazioni relative a contratti e fatture.
Il punto di partenza è che tasse e oneri sull’elettricità rappresentano in media il 25% del prezzo per le famiglie e per questo Bruxelles dice di voler sostenere gli Stati membri anche se, nel contesto delle regole di bilancio che permettono una flessibilità decisamente limitata.
Al termine del Consiglio dei ministri il premier, Giorgia Meloni, ha preso parte a una videocall convocata da Italia, Germania e Belgio tra leader per fare il punto su semplificazione ed energia nel quadro della crisi dei prezzi causata dal conflitto in Iran e nel Golfo. Meloni «si è in particolare soffermata sulla necessità di una sospensione temporanea del meccanismo di tassazione del carbonio (ETS) sulla produzione di energia, in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo per affrontare anche i temi delle quote gratuite, della volatilità delle tariffe ETS nonché dell’interazione del meccanismo ETS con le regole del mercato elettrico europeo. Attenzione è stata anche riservata al completamento del Mercato unico e alla semplificazione regolatoria europea».
Il cdm è durato circa un’ora e tra le misure c’è stata la «ratifica ed esecuzione dell’accordo di partenariato tra la Costa d'Avorio e la Comunità europea uno schema di ddl di «ratifica ed esecuzione dell’accordo in materia di coproduzione cinematografica con la Cina». E ancora, l’attuazione della direttiva su prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani. Infine si è discusso dei meccanismi che gli Stati membri devono istituire per prevenire l’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
Accolta la proposta del ministro della protezione civile Nello Musumeci sullo stato di emergenza in Calabria per un anno stanziando 15 milioni di euro per «i primi interventi urgenti di soccorso e assistenza alla popolazione e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture». Infine, il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi «ha definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei conti».
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Lungo questo percorso ci sono storie diverse. Che, però, non trovano mai spazio nelle motivazioni delle toghe, alle prese esclusivamente con le considerazioni sulla protezione internazionale. L’elenco dei rientrati è già clamorosamente lungo. I marocchini sono sei. Ahmed Aittorka, 33 anni. Nel suo curriculum giudiziario compaiono una condanna per violenza sessuale nel 2023 e una per furto aggravato nel 2024. A queste si aggiungono ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, danneggiamento e ricettazione. Era nel Cpr di Torino quando il 24 gennaio è stato trasferito a Gjader. La permanenza in Albania è durata poco. L’istanza di protezione internazionale ha rimesso subito in moto il viaggio di ritorno. Dallo stesso percorso passa anche Abdelkrim Chaine, 66 anni. La sua fedina penale riporta una condanna a 2 anni di reclusione per violenza sessuale su un minore di 14 anni. Fino al 20 febbraio era trattenuto nel Cpr di Trapani. Poi il trasferimento nel centro albanese in attesa del rimpatrio in Marocco. Ma la richiesta di protezione internazionale ha cambiato il corso della procedura. Il terzo nome è quello di Mohamed Errami, 27 anni. Una condanna per rapina. Ma la lista dei precedenti di polizia è più lunga: concorso in invasione di terreni o edifici, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, tentato furto in abitazione, immigrazione clandestina, violenza o minaccia a pubblico ufficiale. Errami si trovava nel Cpr di Caltanissetta quando, il 20 febbraio, è stato trasferito a Gjader. Anche nel suo caso la richiesta di protezione internazionale ha portato alla mancata convalida del trattenimento. Mehdi El Antaky, 22 anni. Nel 2022, quando era minorenne, fu condannato per omicidio. Nel 2023 il reato è stato riqualificato in lesioni personali e porto di armi od oggetti atti a offendere. Tra i precedenti compaiono anche ingresso e soggiorno illegale nel 2021, resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione nel 2022, immigrazione clandestina nel 2023 e resistenza a pubblico ufficiale nel 2025. Il 17 febbraio è stato prelevato dal Cpr di Potenza e trasferito a Gjader. Anche lui torna indietro.
C’è poi il caso di Fathallah Ouardi, 39 anni. A suo carico risultano condanne per spaccio di sostanze stupefacenti, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso e violenza sessuale di gruppo. La cronologia dei precedenti è lunga: spaccio tra il 2014 e il 2015, immigrazione clandestina nel 2015, ingresso e soggiorno illegale nel 2016, furto nel 2017, violenza sessuale in concorso e violenza sessuale di gruppo nel 2018, nuovo episodio di spaccio nel 2025. Il 17 febbraio scorso è stato trasferito dal Cpr di Palazzo San Gervasio al centro di Gjader. Il 25 febbraio la Corte d’appello di Roma non ha convalidato il trattenimento dopo la richiesta di protezione internazionale. L’ultimo nome che si aggiunge a questo elenco è quello di Moustapha Lachger, nato l’1 gennaio 1977. Anche il suo profilo giudiziario è fitto. Tra i reati compaiono rapina, furto aggravato, ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, evasione da misure alternative alla detenzione, violenza sessuale di gruppo, resistenza a pubblico ufficiale, falsa attestazione dell’identità personale. La lista continua con spaccio di sostanze stupefacenti, lesioni personali, sequestro di persona, furto con strappo, porto di armi od oggetti atti a offendere. E ancora minacce e atti persecutori (stalking), estorsione aggravata, invasione di terreni o edifici, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Compaiono anche guida sotto l’influenza dell’alcol con tasso alcolemico tra 0,8 e 1,5 grammi per litro e guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti. Lachger entra nel Cpr di Caltanissetta il 22 gennaio 2026. Il 20 febbraio viene trasferito a Gjader. Il 9 marzo esce dal centro.
La stessa dinamica riguarda anche Houssem Sfar, tunisino di 40 anni. È entrato illegalmente in Italia ad Agrigento nel 2004. Nel suo passato giudiziario figurano lesioni personali, violazione di sigilli, violazione delle disposizioni sul controllo delle armi, rapina, ricettazione e reati in materia di stupefacenti. Nel 2023 è stato arrestato per tentato omicidio. Nel 2025 è finito nel Cpr di Bari Palese e successivamente trasferito a Gjader. Il 22 aprile ha presentato domanda di asilo politico. Il 24 la Corte d’appello di Roma non ha convalidato il trattenimento. Infine c’è Assane Thiaw, 27 anni, senegalese. Dal 2022 al 2025 ha accumulato precedenti per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e danneggiamento. È rimasto nove mesi nel Cpr di via Corelli a Milano prima del trasferimento a Gjader. Qui è stato giudicato non idoneo alla permanenza in comunità ristretta per ragioni di salute mentale. È tornato in Italia con un ordine di lasciare il Paese entro sette giorni. E da allora è irreperibile.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Da più di cinquant’anni l’Italia è esposta dal punto di vista energetico alle crisi geopolitiche. Nel 1973, per effetto della guerra del Kippur fra Israele ed Egitto, i prezzi del petrolio andarono alle stelle e, per far fronte alla situazione d’emergenza, non solo gli italiani furono lasciati a piedi, ma il governo di Mariano Rumor spense i lampioni e impose una specie di coprifuoco, interrompendo in anticipo i programmi tv per mandare tutti a nanna più presto. E per ovviare alla crisi energetica lo stesso esecutivo avviò la costruzione di alcune centrali nucleari. Peccato che tredici anni dopo, il 26 aprile del 1986, l’esplosione del reattore di Chernobyl costrinse a fermare il piano di investimenti che avrebbe consentito di renderci autonomi e di non dipendere dalle fonti fossili e dunque dai Paesi del Medioriente o dalla Russia.
Ma chi decise di imporre, con un referendum, uno stop all’energia pulita prodotta dall’atomo? Gli stessi che ora si agitano per il rincaro delle bollette. Nel novembre del 1987 si votò per impedire all’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero, negando al governo la possibilità di individuare nuovi impianti. A proporre il voto per affossare il programma che ci avrebbe reso autonomi dal punto di vista energetico, decretando la chiusura di una serie di centrali già esistenti (Caorso, Trino, Latina e Garigliano), furono i Verdi, i Radicali e Democrazia proletaria, con il sostegno del Pci e di tutta la sinistra. Nel 2011, dopo che il governo Berlusconi ripropose il nucleare, approfittando dell’incidente di Fukushima la banda dei quattro - ossia Verdi, Radicali, Sinistra estrema e Pd – tennero a battesimo un nuovo referendum per impedire la costruzione di nuove centrali e dunque il divieto venne reiterato.
Perché ricordo le due campagne condotte contro un investimento che ci avrebbe consentito di essere autonomi dal punto di vista energetico o quantomeno non totalmente dipendenti dal gas? Per la ragione semplice che se siamo in balìa di «equilibri geopolitici che traballano» si devono ringraziare quelle forze politiche che da quattro anni fanno campagna elettorale utilizzando i rincari delle bollette. L’Italia è esposta alle fluttuazioni del mercato a causa delle scelte dell’opposizione, che prima ha inseguito la transizione green come soluzione di tutti i mali del Paese e oggi non si rassegna ad ammettere gli errori e, soprattutto, a recitare il mea culpa. È curioso sentire Elly Schlein proporre misure per contenere gli aumenti senza riconoscere che la politica condotta dal suo partito negli ultimi quarant’anni è stata dannosa. Ed è ancor più incredibile che di fronte alla drammaticità del momento sul nucleare ancora non faccia marcia indietro. Perfino Ursula von der Leyen, la vestale della riconversione ecologica, dice che urge passare al nucleare. Certo, lo sostiene con un ritardo di almeno dieci anni e lo fa senza fare un plissé, cioè senza riconoscere che la marcia forzata verso la decarbonizzazione è una missione suicida, che rischia di desertificare l’industria europea. Però, anche se non manda al macero i propositi partoriti fino ad oggi, un passo in avanti verso l’unica fonte che non ci renderebbe schiavi delle forniture cinesi, russe o mediorientali almeno lo fa. Schlein e compagni, nemmeno quello.
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