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2018-04-11
Minniti esulta: «Gli sbarchi calano». In compenso arrivano terroristi con i gommoni
ANSA
Ieri, alla cerimonia per i 166 anni della fondazione della polizia di Stato, Marco Minniti era più raggiante del sole pallido di questa primavera. «Per il decimo mese consecutivo», ha proclamato orgoglioso il ministro, «si è registrato un calo degli sbarchi di migranti. Dal 1° luglio ad oggi sono arrivate 95.600 persone in meno rispetto all'anno precedente, un colpo straordinario ai trafficanti di esseri umani». Certo, ha aggiunto l'inquilino del Viminale, «nulla è mai acquisito una volta per tutte, ma i numeri ci dicono che quei processi possono essere governati. È innegabile che qualcosa stia cambiando». Già, qualcosa è mutato, nei flussi migratori. Approdano sulle nostre coste meno stranieri dalla Libia, in compenso però sbarcano jihadisti dai gommoni. Dev'essere un nuovo tipo di approccio basato sulla qualità: ne arrivano meno, ma sono più pericolosi. Un grande successo di cui vantarsi.
Proprio mentre Minniti si bullava delle sue conquiste, la Guardia di finanza diffondeva alla stampa i dettagli di un'operazione chiamata Scorpion fish 2. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ed effettuate dai finanzieri del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo e della compagnia di Marsala, hanno permesso di fermare 13 persone «di nazionalità tunisina, italiana e marocchina, appartenenti ad un'organizzazione criminale di carattere transnazionale dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri».
In sostanza, è stata sgominata una banda «capeggiata da pericolosi pregiudicati tunisini», la quale «operava prevalentemente mediante trasporti veloci, per i quali utilizzava gommoni carenati con potenti motori fuoribordo ed esperti scafisti, nel braccio di mare tra la provincia tunisina di Nabeul e quella di Trapani, consentendo agli immigrati clandestini di raggiungere, in poco meno di 4 ore di navigazione, le coste italiane. Ogni viaggio, per il quale venivano imbarcate dalle 10 alle 15 persone, con costi pro capite tra i 3.000 e i 5.000 euro, prevedeva anche il trasporto di sigarette di contrabbando, destinate al mercato nero italiano ed in particolare a quello palermitano».
Secondo gli investigatori, il traffico era piuttosto redditizio. Ogni viaggio fruttava tra i 30.000 e i 70.000 euro. Le sigarette, che giungevano a quintali, venivano smerciati nei mercati rionali palermitani a circa 3 euro al pacchetto, producendo incassi per circa 17.000 euro ogni quintale. Ma il cuore degli affari erano, ovviamente, i migranti. Qui non stiamo parlando della marea umana in arrivo dalla Libia, ma di un altro tipo di viaggi. L'organizzazione criminale aveva creato «una efficiente rete organizzativa, che contava sull'operato di elementi tunisini, italiani e marocchini, in posizione subordinata, che si occupavano di fornire ai clandestini un vero e proprio servizio shuttle dalle spiagge di sbarco sino alle basi logistiche dell'organizzazione laddove, una volta rifocillati e forniti di vestiario, i migranti potevano liberamente raggiungere le destinazioni desiderate».
Erano viaggi in prima classe, rivolti a un target ben preciso. Gli stranieri a bordo dei gommoni potevano permettersi di sborsare cifre piuttosto elevate. Soprattutto, però, a costoro veniva garantito il totale anonimato. Viaggiando sui gommoni riuscivano ad evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong, e potevano approdare in Italia evitando qualsiasi tipo di controllo.
Che genere di individuo ha bisogno di un servizio del genere? Di sicuro non un disperato che punta a raggiungere l'Europa in cerca di una vita migliore. Qui si tratta di clandestini che hanno parecchio denaro in tasca e in testa covano propositi non esattamente cristallini. Infatti, guarda un po', dell'organizzazione facevano parte anche due aspiranti jihadisti. Uno marocchino, l'altro tunisino. Entrambi vivevano in Sicilia con tanto di permesso di soggiorno, svolgendo lavori di copertura.
Intercettato dagli investigatori, il marocchino spiegava a uno dei suoi compari di essere intenzionato a recarsi in Francia, dove meditava di compiere «azioni pericolose», dopo le quali non avrebbe potuto fare ritorno in Italia. «Dio mi aiuti per quello che devo fare», diceva.
Quanto al tunisino, portava avanti un'intensa attività sui social network, gingillandosi con materiale di propaganda dello Stato islamico e con tutto l'armamentario ideologico tipico dei jihadisti. Per altro, quella di ieri non è nemmeno la prima operazione messa in campo per sgominare organizzazioni di import export di stranieri dalla Tunisia. La prima Scorpion fish, infatti, risale all'estate del 2017, ed è riuscita a fermare un gruppo di malviventi diverso e autonomo. I personaggi fermati ieri, molto probabilmente, hanno colmato il vuoto lasciato dagli altri criminali.
E non è affatto escluso (anzi, è molto probabile) che congreghe analoghe siano all'opera per gestire i cosiddetti «sbarchi fantasma». Il nostro giornale è stato tra i primi a denunciare il fenomeno. Già lo scorso settembre, sulle coste siciliane, sono approdate svariate migliaia di persone, provenienti per lo più da Tunisia e Algeria, noti serbatoi di combattenti islamici. Non per nulla il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, in un'intervista rilasciata a Repubblica lo scorso agosto, dichiarò che «non può escludersi la presenza di terroristi internazionali». Ora abbiamo la conferma che, in effetti, i jihadisti arrivavano sui gommoni, per poi far perdere le tracce una volta toccata la sabbia siciliana.
Mentre noi raccontavamo ciò che stava avvenendo, Minniti continuava a ripetere che gli sbarchi erano in calo. Il ministro, del resto, prima di assumere l'incarico al Viminale, andava in giro a dire che di terroristi sui barconi non se n'erano mai visti. Ha dovuto ricredersi.
Infatti, qualche settimana fa, ha dichiarato in un'intervista: «Ciò che solo alcuni mesi fa sembrava impossibile, ossia il fatto che i combattenti dell'Isis si imbarcassero su dei gommoni fatiscenti, è ora diventato possibile. Si richiede pertanto la massima allerta». La tardiva scoperta, a quanto pare, non gli ha impedito di continuare a vantarsi dei risultati ottenuti, come ha fatto ieri. Chissà, forse pensa che la strategia migliore per affrontare i jihadisti in arrivo sulle spiagge sia nascondere la testa sotto la sabbia.
Francesco Borgonovo
Richiedenti asilo allo sbando nelle città italiane
Richiedenti asilo che vivono in strada, o in case occupate, o ancora in realtà e situazioni che neanche immaginiamo. È la fotografia che emerge dal Rapporto annuale 2018 del Centro Astalli, presentato nei giorni scorsi a Roma. «Continuiamo a registrare», è la denuncia, «un numero crescente di persone che restano escluse dal sistema di accoglienza e vivono per strada. Si tratta in molti casi di richiedenti asilo che hanno abbandonato i Centri di accoglienza straordinaria dove erano stati inizialmente accolti e che, avendo ricevuto la revoca delle misure di accoglienza, restano tagliati fuori da ogni forma di supporto, materiale e legale».
Non è raro anche il caso in cui la procedura d'asilo risulti sospesa o compromessa, aggravando le loro condizioni di precarietà. Non è la prima volta che viene evidenziata questa incongruenza: come avevamo visto a suo tempo, il numero di marzo del mensile Altreconomia ha contato, tra il 2016 e il 2017, almeno 22.000 migranti che hanno perso il diritto di essere ospitati nei centri. Ed erano solo i dati di 35 prefetture su un centinaio. Facendo una proiezione, possiamo ipotizzare un numero di circa 80.000 immigrati nella stessa situazione. Dati ipotetici perché, spiegava Altreconomia, «in Italia, a oggi, il ministero dell'Interno non sa quanti siano».
Ma come accade che gli immigrati escano dal circuito dell'accoglienza? In alcuni casi sembra si tratti di un esodo volontario, il che è abbastanza strano, dato che tali soggetti escono da un circuito imperfetto finché si vuole, ma comunque tutelato e garantito, per andare per lo più a condurre una vita fatta di espedienti, con il forte sospetto che ci sia dietro l'attrazione del mondo criminale. In altri casi si tratta invece di persone espulse dai centri per condotte delinquenziali. Il caso di Innocent Oseghale, il presunto assassino di Pamela Mastropietro, è eloquente: il nigeriano «uscì dal percorso protettivo» all'inizio del 2017, a causa della sua abitudine conclamata a rituffarsi nel giro dello spaccio, evidentemente ritenuto più redditizio del famosi 35 euro al giorno con cui le cooperative dovrebbero sfamare i richiedenti asilo.
Di certo la presenza di una quota crescente di persone a cui, secondo la legge, lo Stato dovrebbe protezione e che invece si trovano in un limbo fatto di illegalità pone un bel rompicapo anche giuridico. Del resto il Centro Astalli fa riferimento ad alcuni sgomberi di edifici occupati in cui erano presenti anche titolari di protezione internazionale: «Fa riflettere», scrivono gli estensori del rapporto, «il fatto che quelle occasioni siano state l'unico temporaneo momento di attenzione e visibilità per i moltissimi migranti che vivono, ormai da anni, ai margini delle nostre città. Non possiamo fare a meno di constatare che molti di loro sono privi di punti di riferimento sul territorio e che in misura maggiore rispetto al passato la loro stessa presenza è ignota non soltanto alle istituzioni ma anche agli enti di tutela». Di sicuro le occupazioni illegali, gestite per lo più da centri sociali, non possono risolvere la situazione.
Fabrizio La Rocca
La triste fine del modello Riace: «Ci tocca chiudere»
Il colpo che ha definitivamente ucciso il «modello Riace» è arrivato con la gara per lo Sprar. Ce l'aveva in canna la stazione unica appaltante di Reggio Calabria, che ha dichiarato la gara infruttuosa, escludendo l'associazione temporanea d'imprese guidata da Città futura, la Coop «amica» del sindaco Domenico «Mimmo» Lucano.
Era stato propagandato come il sindaco dell'accoglienza e delle buone pratiche pro migranti. Era il cocco di Laura Boldrini. Sulle sue gesta la Rai voleva fare una fiction. Poi è arrivata l'inchiesta della Procura di Locri per truffa ai danni dello Stato e dell'Ue, per concussione e per abuso d'ufficio e da Viale Mazzini hanno fatto un passo indietro. L'unica gara d'appalto sull'accoglienza bandita a Riace, coincidenza, lo stesso giorno della perquisizione in municipio era andata deserta. E ora che anche l'ultima speranza di portare a Riace i quasi 4 milioni di euro per il progetto Sprar è naufragata, il «modello Riace» è al collasso. Qualche giorno fa il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, è stato nel piccolo paese della Locride per sostenere il sindaco durante un'assemblea pubblica infarcita della solita retorica pro accoglienza.
«Siamo obbligati a chiudere», ha dovuto ammettere Lucano, cercando di far leva sui presenti con la scusa dei posti di lavoro. Che per gli ispettori della Prefettura, però, in alcuni casi sono stati assegnati ad amici e parenti dell'amministrazione. «Riace», ha gridato Lucano (aiutato dalla propaganda del solito cordone protettivo della stampa amica), «rimarrà un paese fantasma». Sui 1.600 abitanti, 500 degli attuali residenti sono arrivati lì con i progetti d'accoglienza.
Oliverio ha invitato il sindaco a non mollare. Ma in quel momento, forse, il governatore non era informato che anche nell'ultima gara pubblica le coop dell'accoglienza erano andate al tappeto. «Sono solo le solite lagne sulle istituzioni che hanno congelato prudentemente le erogazioni assegnate al Progetto Riace, attese le gravi irregolarità emerse dopo le ispezioni prefettizie e che sono oggetto di indagine giudiziaria», tuonano dalla segreteria regionale di Fiamma tricolore.
Ora da destra sperano che il disastro economico certificato poco più di un mese fa da Corte dei conti e Prefettura non ricada sui cittadini. La gara per lo Sprar, come riportato nel bando della Stazione unica appaltante, avrebbe garantito alle casse comunali 3.747.689 euro oltre Iva, dei quali 1.510.000 euro erano da destinare alle spese per il personale. L'unico criterio stabilito era quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Unica anche la ditta partecipante che, se avesse centrato l'offerta, avrebbe di sicuro ottenuto l'incasso. E invece l'Ati, con a capo Città futura, seguita dall'associazione Welcome e da Work cooperativa sociale Onlus, è stata esclusa e, colpo di grazia, la gara è stata dichiarata infruttuosa. L'ultima carta per il sindaco ormai alla canna del gas l'ha giocata Oliverio rivolgendosi al prefetto e al governo: «Le risposte alle attese devono essere e rapide». Parole che a molti sono suonate come il canto del cigno.
Fabio Amendolara
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Il ministro si vanta di aver ridotto i flussi migratori. Ma c'è poco da esultare: scoperta in Sicilia un'organizzazione che importava jihadisti dalla Tunisia.Aumentano gli stranieri che hanno perso il diritto all'accoglienza ma rimangono qui senza fissa dimora.Finisce anche il modello Riace: le coop del «paese dell'accoglienza» falliscono l'ultima gara d'appalto e, senza fondi pubblici, sono a secco.Lo speciale contiene tre articoli. Ieri, alla cerimonia per i 166 anni della fondazione della polizia di Stato, Marco Minniti era più raggiante del sole pallido di questa primavera. «Per il decimo mese consecutivo», ha proclamato orgoglioso il ministro, «si è registrato un calo degli sbarchi di migranti. Dal 1° luglio ad oggi sono arrivate 95.600 persone in meno rispetto all'anno precedente, un colpo straordinario ai trafficanti di esseri umani». Certo, ha aggiunto l'inquilino del Viminale, «nulla è mai acquisito una volta per tutte, ma i numeri ci dicono che quei processi possono essere governati. È innegabile che qualcosa stia cambiando». Già, qualcosa è mutato, nei flussi migratori. Approdano sulle nostre coste meno stranieri dalla Libia, in compenso però sbarcano jihadisti dai gommoni. Dev'essere un nuovo tipo di approccio basato sulla qualità: ne arrivano meno, ma sono più pericolosi. Un grande successo di cui vantarsi. Proprio mentre Minniti si bullava delle sue conquiste, la Guardia di finanza diffondeva alla stampa i dettagli di un'operazione chiamata Scorpion fish 2. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ed effettuate dai finanzieri del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo e della compagnia di Marsala, hanno permesso di fermare 13 persone «di nazionalità tunisina, italiana e marocchina, appartenenti ad un'organizzazione criminale di carattere transnazionale dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri». In sostanza, è stata sgominata una banda «capeggiata da pericolosi pregiudicati tunisini», la quale «operava prevalentemente mediante trasporti veloci, per i quali utilizzava gommoni carenati con potenti motori fuoribordo ed esperti scafisti, nel braccio di mare tra la provincia tunisina di Nabeul e quella di Trapani, consentendo agli immigrati clandestini di raggiungere, in poco meno di 4 ore di navigazione, le coste italiane. Ogni viaggio, per il quale venivano imbarcate dalle 10 alle 15 persone, con costi pro capite tra i 3.000 e i 5.000 euro, prevedeva anche il trasporto di sigarette di contrabbando, destinate al mercato nero italiano ed in particolare a quello palermitano». Secondo gli investigatori, il traffico era piuttosto redditizio. Ogni viaggio fruttava tra i 30.000 e i 70.000 euro. Le sigarette, che giungevano a quintali, venivano smerciati nei mercati rionali palermitani a circa 3 euro al pacchetto, producendo incassi per circa 17.000 euro ogni quintale. Ma il cuore degli affari erano, ovviamente, i migranti. Qui non stiamo parlando della marea umana in arrivo dalla Libia, ma di un altro tipo di viaggi. L'organizzazione criminale aveva creato «una efficiente rete organizzativa, che contava sull'operato di elementi tunisini, italiani e marocchini, in posizione subordinata, che si occupavano di fornire ai clandestini un vero e proprio servizio shuttle dalle spiagge di sbarco sino alle basi logistiche dell'organizzazione laddove, una volta rifocillati e forniti di vestiario, i migranti potevano liberamente raggiungere le destinazioni desiderate». Erano viaggi in prima classe, rivolti a un target ben preciso. Gli stranieri a bordo dei gommoni potevano permettersi di sborsare cifre piuttosto elevate. Soprattutto, però, a costoro veniva garantito il totale anonimato. Viaggiando sui gommoni riuscivano ad evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong, e potevano approdare in Italia evitando qualsiasi tipo di controllo. Che genere di individuo ha bisogno di un servizio del genere? Di sicuro non un disperato che punta a raggiungere l'Europa in cerca di una vita migliore. Qui si tratta di clandestini che hanno parecchio denaro in tasca e in testa covano propositi non esattamente cristallini. Infatti, guarda un po', dell'organizzazione facevano parte anche due aspiranti jihadisti. Uno marocchino, l'altro tunisino. Entrambi vivevano in Sicilia con tanto di permesso di soggiorno, svolgendo lavori di copertura. Intercettato dagli investigatori, il marocchino spiegava a uno dei suoi compari di essere intenzionato a recarsi in Francia, dove meditava di compiere «azioni pericolose», dopo le quali non avrebbe potuto fare ritorno in Italia. «Dio mi aiuti per quello che devo fare», diceva. Quanto al tunisino, portava avanti un'intensa attività sui social network, gingillandosi con materiale di propaganda dello Stato islamico e con tutto l'armamentario ideologico tipico dei jihadisti. Per altro, quella di ieri non è nemmeno la prima operazione messa in campo per sgominare organizzazioni di import export di stranieri dalla Tunisia. La prima Scorpion fish, infatti, risale all'estate del 2017, ed è riuscita a fermare un gruppo di malviventi diverso e autonomo. I personaggi fermati ieri, molto probabilmente, hanno colmato il vuoto lasciato dagli altri criminali. E non è affatto escluso (anzi, è molto probabile) che congreghe analoghe siano all'opera per gestire i cosiddetti «sbarchi fantasma». Il nostro giornale è stato tra i primi a denunciare il fenomeno. Già lo scorso settembre, sulle coste siciliane, sono approdate svariate migliaia di persone, provenienti per lo più da Tunisia e Algeria, noti serbatoi di combattenti islamici. Non per nulla il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, in un'intervista rilasciata a Repubblica lo scorso agosto, dichiarò che «non può escludersi la presenza di terroristi internazionali». Ora abbiamo la conferma che, in effetti, i jihadisti arrivavano sui gommoni, per poi far perdere le tracce una volta toccata la sabbia siciliana. Mentre noi raccontavamo ciò che stava avvenendo, Minniti continuava a ripetere che gli sbarchi erano in calo. Il ministro, del resto, prima di assumere l'incarico al Viminale, andava in giro a dire che di terroristi sui barconi non se n'erano mai visti. Ha dovuto ricredersi. Infatti, qualche settimana fa, ha dichiarato in un'intervista: «Ciò che solo alcuni mesi fa sembrava impossibile, ossia il fatto che i combattenti dell'Isis si imbarcassero su dei gommoni fatiscenti, è ora diventato possibile. Si richiede pertanto la massima allerta». La tardiva scoperta, a quanto pare, non gli ha impedito di continuare a vantarsi dei risultati ottenuti, come ha fatto ieri. Chissà, forse pensa che la strategia migliore per affrontare i jihadisti in arrivo sulle spiagge sia nascondere la testa sotto la sabbia.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/minniti-sbarchi-terroristi-gommoni-borgonovo-2558734706.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="richiedenti-asilo-allo-sbando-nelle-citta-italiane" data-post-id="2558734706" data-published-at="1773681399" data-use-pagination="False"> Richiedenti asilo allo sbando nelle città italiane Richiedenti asilo che vivono in strada, o in case occupate, o ancora in realtà e situazioni che neanche immaginiamo. È la fotografia che emerge dal Rapporto annuale 2018 del Centro Astalli, presentato nei giorni scorsi a Roma. «Continuiamo a registrare», è la denuncia, «un numero crescente di persone che restano escluse dal sistema di accoglienza e vivono per strada. Si tratta in molti casi di richiedenti asilo che hanno abbandonato i Centri di accoglienza straordinaria dove erano stati inizialmente accolti e che, avendo ricevuto la revoca delle misure di accoglienza, restano tagliati fuori da ogni forma di supporto, materiale e legale». Non è raro anche il caso in cui la procedura d'asilo risulti sospesa o compromessa, aggravando le loro condizioni di precarietà. Non è la prima volta che viene evidenziata questa incongruenza: come avevamo visto a suo tempo, il numero di marzo del mensile Altreconomia ha contato, tra il 2016 e il 2017, almeno 22.000 migranti che hanno perso il diritto di essere ospitati nei centri. Ed erano solo i dati di 35 prefetture su un centinaio. Facendo una proiezione, possiamo ipotizzare un numero di circa 80.000 immigrati nella stessa situazione. Dati ipotetici perché, spiegava Altreconomia, «in Italia, a oggi, il ministero dell'Interno non sa quanti siano». Ma come accade che gli immigrati escano dal circuito dell'accoglienza? In alcuni casi sembra si tratti di un esodo volontario, il che è abbastanza strano, dato che tali soggetti escono da un circuito imperfetto finché si vuole, ma comunque tutelato e garantito, per andare per lo più a condurre una vita fatta di espedienti, con il forte sospetto che ci sia dietro l'attrazione del mondo criminale. In altri casi si tratta invece di persone espulse dai centri per condotte delinquenziali. Il caso di Innocent Oseghale, il presunto assassino di Pamela Mastropietro, è eloquente: il nigeriano «uscì dal percorso protettivo» all'inizio del 2017, a causa della sua abitudine conclamata a rituffarsi nel giro dello spaccio, evidentemente ritenuto più redditizio del famosi 35 euro al giorno con cui le cooperative dovrebbero sfamare i richiedenti asilo. Di certo la presenza di una quota crescente di persone a cui, secondo la legge, lo Stato dovrebbe protezione e che invece si trovano in un limbo fatto di illegalità pone un bel rompicapo anche giuridico. Del resto il Centro Astalli fa riferimento ad alcuni sgomberi di edifici occupati in cui erano presenti anche titolari di protezione internazionale: «Fa riflettere», scrivono gli estensori del rapporto, «il fatto che quelle occasioni siano state l'unico temporaneo momento di attenzione e visibilità per i moltissimi migranti che vivono, ormai da anni, ai margini delle nostre città. Non possiamo fare a meno di constatare che molti di loro sono privi di punti di riferimento sul territorio e che in misura maggiore rispetto al passato la loro stessa presenza è ignota non soltanto alle istituzioni ma anche agli enti di tutela». Di sicuro le occupazioni illegali, gestite per lo più da centri sociali, non possono risolvere la situazione. Fabrizio La Rocca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/minniti-sbarchi-terroristi-gommoni-borgonovo-2558734706.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-triste-fine-del-modello-riace-ci-tocca-chiudere" data-post-id="2558734706" data-published-at="1773681399" data-use-pagination="False"> La triste fine del modello Riace: «Ci tocca chiudere» Il colpo che ha definitivamente ucciso il «modello Riace» è arrivato con la gara per lo Sprar. Ce l'aveva in canna la stazione unica appaltante di Reggio Calabria, che ha dichiarato la gara infruttuosa, escludendo l'associazione temporanea d'imprese guidata da Città futura, la Coop «amica» del sindaco Domenico «Mimmo» Lucano. Era stato propagandato come il sindaco dell'accoglienza e delle buone pratiche pro migranti. Era il cocco di Laura Boldrini. Sulle sue gesta la Rai voleva fare una fiction. Poi è arrivata l'inchiesta della Procura di Locri per truffa ai danni dello Stato e dell'Ue, per concussione e per abuso d'ufficio e da Viale Mazzini hanno fatto un passo indietro. L'unica gara d'appalto sull'accoglienza bandita a Riace, coincidenza, lo stesso giorno della perquisizione in municipio era andata deserta. E ora che anche l'ultima speranza di portare a Riace i quasi 4 milioni di euro per il progetto Sprar è naufragata, il «modello Riace» è al collasso. Qualche giorno fa il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, è stato nel piccolo paese della Locride per sostenere il sindaco durante un'assemblea pubblica infarcita della solita retorica pro accoglienza. «Siamo obbligati a chiudere», ha dovuto ammettere Lucano, cercando di far leva sui presenti con la scusa dei posti di lavoro. Che per gli ispettori della Prefettura, però, in alcuni casi sono stati assegnati ad amici e parenti dell'amministrazione. «Riace», ha gridato Lucano (aiutato dalla propaganda del solito cordone protettivo della stampa amica), «rimarrà un paese fantasma». Sui 1.600 abitanti, 500 degli attuali residenti sono arrivati lì con i progetti d'accoglienza. Oliverio ha invitato il sindaco a non mollare. Ma in quel momento, forse, il governatore non era informato che anche nell'ultima gara pubblica le coop dell'accoglienza erano andate al tappeto. «Sono solo le solite lagne sulle istituzioni che hanno congelato prudentemente le erogazioni assegnate al Progetto Riace, attese le gravi irregolarità emerse dopo le ispezioni prefettizie e che sono oggetto di indagine giudiziaria», tuonano dalla segreteria regionale di Fiamma tricolore. Ora da destra sperano che il disastro economico certificato poco più di un mese fa da Corte dei conti e Prefettura non ricada sui cittadini. La gara per lo Sprar, come riportato nel bando della Stazione unica appaltante, avrebbe garantito alle casse comunali 3.747.689 euro oltre Iva, dei quali 1.510.000 euro erano da destinare alle spese per il personale. L'unico criterio stabilito era quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Unica anche la ditta partecipante che, se avesse centrato l'offerta, avrebbe di sicuro ottenuto l'incasso. E invece l'Ati, con a capo Città futura, seguita dall'associazione Welcome e da Work cooperativa sociale Onlus, è stata esclusa e, colpo di grazia, la gara è stata dichiarata infruttuosa. L'ultima carta per il sindaco ormai alla canna del gas l'ha giocata Oliverio rivolgendosi al prefetto e al governo: «Le risposte alle attese devono essere e rapide». Parole che a molti sono suonate come il canto del cigno. Fabio Amendolara
iStock
Uno studio del King’s College di Londra mette alla prova i principali modelli di intelligenza artificiale in simulazioni di crisi geopolitiche. Nel 95% dei casi l’escalation termina con l’uso di armi nucleari tattiche: per gli algoritmi la vittoria strategica conta più di qualsiasi tabù morale.
L’IA e il vizio del nucleare: nelle simulazioni di guerra effettuate con l’intelligenza artificiale l’arma atomica non è un tabù
Gli appassionati di cinema ricorderanno certamente Skynet, la malvagia super-intelligenza artificiale che nel mondo fantascientifico della saga Terminator inizia la sua guerra all’umanità scatenando l’apocalisse nucleare. Quella era fantascienza, per fortuna. Eppure, nelle simulazioni di guerra effettuate al King’s College di Londra utilizzando i tre principali modelli di IA (ChatGPT, Gemini e Claude Sonnet), questi ultimi appaiono molto più disposti a ricorrere all’arma atomica rispetto alla controparte umana di fronte a crisi geopolitiche simulate.
L’esperimento voleva replicare i war games, quei giochi di guerra effettuati dagli Stati Maggiori di tutte le principali forze armate del mondo in cui vengono simulati scenari di crisi. Tra esse vi erano intensi scontri internazionali, dispute sui confini, competizione per risorse scarse e minacce esistenziali alla sopravvivenza dei regimi. Le simulazioni sono state ben 21, con un vasto range di opzioni fornito ai tre modelli IA, che andavano dalle semplici proteste diplomatiche alla resa completa fino alla guerra nucleare strategica totale. Ebbene, nel 95% dei casi la simulazione è terminata con l’utilizzo di almeno un’arma nucleare tattica da parte dei modelli di IA.
Appare quindi chiaro che per l’intelligenza artificiale il tabù nucleare non sia poi così tanto un tabù. Mentre un leader umano è (o dovrebbe essere) condizionato da un insieme di fattori etici, emotivi e politici, tali da rendere l’opzione atomica l’ultima risorsa assoluta, i modelli di intelligenza artificiale, invece, sembrano operare secondo una logica puramente utilitaristica e strategica.
Per l’IA, la vittoria è l’obiettivo primario, e se l’uso di armi nucleari tattiche rappresenta il percorso più efficiente per raggiungerla, allora quella diventa la scelta preferibile, scevra da remore morali o dalla paura delle conseguenze a lungo termine. Durante le simulazioni svolte dal King’s College, infatti, in nessun caso i modelli hanno optato per la resa, anche di fronte a una sconfitta palese, preferendo sempre un’escalation della violenza.
Può sembrare cosa da poco, ma l'intelligenza artificiale è già stata testata in giochi di guerra da Paesi di tutto il mondo. Di più, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa è una realtà che appare ormai inarrestabile.
Basti pensare che per l’anno fiscale 2026 il Pentagono ha allocato 9,8 miliardi di dollari solo per sistemi autonomi e IA, mentre la Russia, secondo un report del Center for Strategic and International Studies, effettua ormai l’80% delle sue missioni di fuoco con droni, e sta puntando forte sull’integrazione dell’IA per il comando e controllo di tali missioni.
L’attrattiva è innegabile. Essa promette di accelerare il ciclo decisionale, analizzando enormi quantità di dati in tempo reale; dalla logistica alla sorveglianza, dalla cyberguerra alla guida di veicoli autonomi. L’impronta nel settore militare è insomma destinata a crescere in modo esponenziale. Ma è proprio per questo che l’esperimento del King’s College suona come un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Affidare a un’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, decisioni che implicano l’uso di forza letale, e in particolare di armi di distruzione di massa, richiede una riflessione profonda e un’attenzione meticolosa alla sua programmazione.
D’altra parte è proprio questo uno dei motivi di forte attrito tra il Ceo di Anthropic, Dario Amodei, e il Pentagono. Il proprietario di Sonnet vuole che il suo software IA non venga utilizzato in armi autonome e per la sorveglianza di massa, mentre il governo americano desidera l’accesso completo al software senza restrizioni. Non si tratta solo di scrivere un codice efficiente, ma di infondere nei sistemi di IA dei principi etici solidi, dei vincoli morali invalicabili e delle “linee rosse” che non possano essere superate neanche nel perseguimento dell’obiettivo strategico.
La sfida è anche filosofica, oltre che politica. Come possiamo insegnare a una macchina il valore della vita umana e il principio di proporzionalità? La risposta a questa domanda determinerà se l’intelligenza artificiale sarà un utile strumento per la sicurezza o un acceleratore di distruzione.
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Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.
Sam Altman (Imagoeconomica)
Tra i nuovi protagonisti dell’evoluzione della Silicon Valley, Sam Altman è uno dei più discussi, anche per la grande esposizione mediatica di cui gode la creatura da lui guidata, OpenAi, o meglio l’ormai onnipresente ChatGpt.
Padre agente immobiliare, madre dermatologa, Sam Altman nasce a Chicago ma cresce a St. Louis, nel Midwest, sulle rive del grande Mississippi. Una città simbolo della decadenza industriale degli Stati Uniti, la quarta città più popolosa fino agli anni Cinquanta, poi vittima di un declino inarrestabile. Oggi, ridotta a 300.000 abitanti e con il circondario che ne conta 2,8 milioni, è la terza città più violenta degli Stati Uniti, se si considera il tasso di omicidi.
Deve essere anche per questo che dopo aver frequentato un liceo per figli di papà e di mammà, nel 2003, a 18 anni, Altman si trasferisce a studiare informatica a Stanford, in California. Sui libri dura poco, però. Nel 2005 lascia l’università senza laurearsi e fonda l’ennesima startup dalle grandi speranze, tale Loopt, di cui oggi non resta traccia. La vendita dell’azienda però non va malaccio (nulla in confronto ai compari della Valley che diventano miliardari al primo colpo), e nello struscio californiano Altman rimane catturato nel traffico di conoscenze e affari generati da uno dei principali motori finanziari delle startup, Y Combinator. Due anni dopo ne diventa presidente e nel 2015 si unisce al solito Elon Musk ed altri per fondare OpenAi. Il progetto prevede di sviluppare sistemi di intelligenza artificiale come organizzazione non profit, perché quella tecnologia, si dicevano tra loro i fondatori, non doveva essere controllata esclusivamente da un soggetto. Un progetto di ricerca, insomma. Ma poco dopo le cose cambiano. In breve diventa chiaro che lo sviluppo di modelli avanzati richiede risorse molto più grandi, dai data center ai processori, fino all’energia. Servono centinaia di milioni, meglio ancora qualche miliardo.
Così, nel 2019 nasce una società controllata dalla fondazione (OpenAi Lp) progettata per attirare capitali privati, e subito arriva Microsoft a metterci l’agognato miliardo di dollari. Altman diventa amministratore delegato del veicolo operativo e inizia il boom, che diventerà evidente nel novembre 2022, quando viene lanciata ChatGpt, una scarna pagina web che inaugura per il grande pubblico il mondo surreale delle chiacchierate con l’intelligenza artificiale. La chat si basa su quelli che vengono chiamati Large Language Model (Llm), enormi basi di dati da cui la «intelligenza» è in grado di costruire scritti, risolvere problemi, riassumere testi, tradurre, il tutto basandosi su miliardi di parametri matematici che alimentano inestricabili formule di calcolo statistico.
Gli investimenti di Microsoft crescono negli anni e con l’affermazione del bot crescono anche i problemi. Elon Musk, che aveva lasciato la fondazione nel 2018, accusa l’organizzazione di avere abbandonato la missione originaria di ricerca aperta e non profit, costruendo una struttura commerciale fortemente legata a Microsoft e trasformando di fatto OpenAi in una società privata. Nel 2024 Musk, che nel frattempo ha sviluppato la sua intelligenza artificiale, chiama gli avvocati e fa causa a OpenAi e ad Altman, chiedendo un centinaio di miliardi di dollari di danni. Il processo è previsto in questo 2026 e sarà certamente interessante.
Nel frattempo, nel novembre 2023, si verifica un glitch nella Matrix. Il consiglio di amministrazione di OpenAi licenzia Altman improvvisamente, comunicando via blog che la sua «partenza segue un processo di revisione deliberato» e che egli «non era stato costantemente candido nelle comunicazioni con il board».
Lo sconcerto nel mondo tech dura cinque giorni, trascorsi i quali Altman torna con un nuovo consiglio di sua fiducia, un potere consolidato e la benedizione del cavaliere bianco Microsoft, che possiede una quota significativa dell’azienda. Oltre 700 dei 770 dipendenti di OpenAi, si dice, avrebbero sottoscritto una lettera di minaccia di dimissioni collettive nel caso in cui Altman fosse stato allontanato.
Ilya Sutskever, il cofondatore e chief scientist di OpenAi che aveva brigato per liquidarlo, perde disastrosamente la partita di potere e si dimette pochi mesi dopo. Ma in cauda venenum, e Sutskever registra una video testimonianza che viene allegata alla causa di Musk contro OpenAi. Accuse di comportamenti manipolatori, secondo cui Altman mostra «un modello costante di menzogne, mina i suoi dirigenti e li mette l’uno contro l’altro». Cose non nuovissime in una grande azienda, verrebbe da dire.
Sia come sia, Altman ora si è fatto profeta di sé stesso e gira il mondo a spiegare le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Un profilo quasi diplomatico, il suo, più che da carismatico innovatore. I numeri messi insieme da OpenAi nel frattempo esplodono, con un valore stimato in 300 miliardi di dollari e finanziamenti piovuti da ogni parte. Come spesso capita in questi settori, al momento OpenAi perde ancora un sacco di soldi e non riesce a fare utili. I costi per lo sviluppo del marchingegno sono enormi, tanto che lo stesso Altman stima che per creare tutti i vari sistemi di intelligenza artificiale in giro per il mondo serviranno migliaia di miliardi di dollari nei prossimi anni.
Rispetto agli altri personaggi di cui ci siamo occupati, Altman è tra i meno carismatici e più politici, anche se in maniera meno sbandierata. Prima partecipa al progetto Stargate annunciato da Donald Trump appena entrato in carica, il 21 gennaio 2025. Il progetto prevede 500 miliardi di investimenti per calcolatori, data center ed energia negli Stati Uniti. Poi, nel 2026, un nuovo scontro, questa volta con Anthropic, un’altra startup Ia fondata da un ex di OpenAi, Dario Amodei. Il governo americano voleva usare i modelli di Anthropic (la cui chat amichevole si chiama Claude) anche per applicazioni militari sensibili, tra cui sorveglianza interna e sistemi d’arma autonomi. Amodei però ha rifiutato, esigendo che Anthropic non fosse usata per sorvegliare cittadini americani e non controllasse armi senza supervisione umana.
Detto fatto, il Pentagono ha defenestrato Amodei, bandendo Anthropic dai contratti federali in men che non si dica. In quella, ecco spuntare OpenAi. Poche ore dopo la clamorosa rottura tra Pentagono e Anthropic, Altman ha già in mano un accordo con il Dipartimento della Difesa per usare i suoi modelli sui sistemi militari classificati. Amodei se l’è presa con Altman accusandolo di ipocrisia e questi ha risposto difendendo la sua scelta. La disputa è certamente sui ricchi contratti con il governo americano, ma è anche sull’etica. Senza scendere sul facile terreno dei buoni e dei cattivi, si tratta di decidere i limiti di queste applicazioni. Il settore si dividerà tra aziende disposte ad entrare nei meccanismi del controllo politico ed altre no. Altman ha fatto la sua scelta.
Il ragazzo d’oro Wang «etichetta» ogni dato usato dagli algoritmi
Nella nebbia di un disegno che fatica a chiarirsi, si sa però che nell’intelligenza artificiale esiste una filiera industriale. Come per fare l’acciaio serve il minerale di ferro, così per fare una conversazione con ChatGpt serve la materia prima costituita dai dati.I dati. Cioè milioni, anzi miliardi di frammenti di testo, immagini, conversazioni, voci, video, etichettati uno per uno con pazienza certosina. A scavare in questa miniera c’è un ragazzo cresciuto a Los Alamos, figlio di due fisici cinesi che lavoravano per i laboratori nucleari del governo americano, che a 19 anni ha abbandonato il Mit per costruire l’azienda che oggi condiziona lo sviluppo di quasi ogni grande modello Ai del pianeta. Certo, tutti questi genietti che abbandonano l’università fanno venire qualche dubbio sul sistema universitario americano.Alexandr Wang ha fondato Scale Ai nel 2016, insieme a Lucy Guo, attraverso l’incubatore Y Combinator (sempre quello). L’idea è semplice, a sapere di cosa si parla. I modelli di apprendimento meccanico sono affamati di dati etichettati, e nessuno stava risolvendo quel collo di bottiglia in modo sistematico. Le macchine non hanno buon senso e non possono impararlo, occorre darglielo già confezionato. Distinguere un gatto da un cane, un’intenzione ostile da una bonaria, una frase sensata da un nonsenso, un contesto rispetto ad un altro è cosa umana. Scale Ai fa proprio questo.Mettere una etichetta ai dati significa dire a una macchina «questo è un pedone» o «questa è una parolaccia» oppure «questo è un proverbio sulla pazienza». Un tale lavoro di pulizia, filtro, raffinazione dei dati può essere fatto solo dall’uomo, almeno per ora. È dunque un lavoro lento, costoso e spesso delegato a lavoratori a cottimo sparsi nel mondo globalizzato e sottopagato. Attraverso piattaforme per lavorare da remoto, lavoratori in Asia e Africa compiono questa attività giudicata spesso usurante. Tanto che vi sono diverse cause in corso per presunte violazioni salariali.Il merito di Wang è stato di capire che chi controlla quel processo controlla a monte la qualità dell’intelligenza artificiale che sta a valle.Scale Ai si è evoluta da semplice servizio di annotazione a quella che Wang stesso definisce una fonderia di dati. Una fabbrica in grado di fornire non solo etichettatura grezza, ma interi sistemi di valutazione, confronto, prova per i modelli più avanzati. I suoi clienti includono OpenAi, Microsoft, Meta e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Questa posizione, a cavallo tra l’industria privata e l’apparato statale, è tipica di molte società di questo settore. In fondo, è la presenza di un cliente dal portafoglio capiente a dare prospettiva a società che altrimenti non sopravviverebbero ai primi anni sul mercato. Nel marzo 2025 Scale Ai ha firmato con il Dipartimento della Difesa il contratto Thunderforge, destinato a utilizzare l’Ia per pianificare ed eseguire movimenti di navi, aerei e altri oggetti militariLa logica è quella di chi presidia l’acquedotto rispetto a chi ha una fontana. Tutte le fontane hanno bisogno d’acqua e questa deve essere potabile. Scale Ai si posiziona come fornitore indispensabile a prescindere dall’esito della competizione tra le fontane. Nel 2021 l’azienda raggiungeva una valutazione di 7 miliardi di dollari e sotto la guida di Wang è arrivata a sfiorare i 29 miliardi, prima dell’operazione che ha segnato la svolta più clamorosa della sua storia recente.Infatti, poco meno di un anno fa, Meta ha acquisito il 49% di Scale Ai per 14,8 miliardi di dollari. L’accordo ha comportato un cambio d’abito per Wang, che ha lasciato la guida operativa dell’azienda per diventare il primo chief Ai officer nella storia di Meta, a capo dei Meta Superintelligence Labs. All’età di ventott’anni, Wang è il più giovane miliardario self-made al mondo.La storia di Wang ricorda che il potere nell’ecosistema Ia si sta spostando verso chi controlla i livelli più profondi e nascosti della filiera. I nuovi mandarini della Silicon Valley non sono necessariamente quelli che costruiscono i prodotti di massa che troviamo sul nostro cellulare. Sono anche quelli che controllano quel mondo oscuro del sottosuolo digitale, su cui quei prodotti piantano radici e crescono. Wang è, forse più di chiunque altro in questa generazione, l’incarnazione di questo nuovo tipo di potere, fatto di silenzi e di struttura. Difficile da afferrare e capire quanto più è nascosto e inafferrabile.Negli ultimi anni Wang ha cercato di rafforzare il legame con la sicurezza nazionale americana. Secondo lui, l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei principali campi di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Chiaro che la qualità dei dati e la capacità di addestrare modelli avanzati assumano un enorme valore geopolitico.
Del resto, come abbiamo già visto, questo è il nuovo clima della tecnologia americana. L’epoca in cui le aziende digitali si consideravano semplicemente imprese globali sembra ormai superata. Oggi sempre più creature della Silicon Valley si percepiscono come parte di un sistema industriale che ha più a che fare con la strategia che con il mercato.
Krishnan, il link tra soldi e politica
Tra i nuovi protagonisti della politica tecnologica americana c’è Sriram Krishnan, una figura diversa da quelle che hanno dominato la Silicon Valley negli ultimi vent’anni. Si tratta dell’uomo che media tra le aziende tecnologiche e la politica. Krishnan nasce in India e si trasferisce negli Stati Uniti nel 2005. Come molti ingegneri provenienti dal subcontinente indiano entra rapidamente nell’ecosistema delle grandi aziende tecnologiche americane e nel corso della sua carriera lavora in alcune delle società più importanti della Silicon Valley. I soliti nomi, tra cui Microsoft, Facebook e Twitter, dove si occupa di sviluppo di prodotti e strategie di crescita delle piattaforme digitali.
Dopo questa prima fase da ingegnere e manager tecnologico, Krishnan si sposta progressivamente verso il mondo degli investimenti. Diventa partner del fondo di venture capital Andreessen Horowitz, uno dei principali finanziatori della nuova generazione di startup della Silicon Valley. In questo ruolo segue soprattutto le aziende che operano nei settori delle criptovalute, delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale.
Ed è così che gradualmente la sua posizione lo porta a diventare una figura di collegamento tra l’industria tecnologica e il mondo politico. Negli ultimi anni la regolamentazione delle grandi piattaforme digitali e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono diventati temi centrali nel dibattito pubblico americano. Per le amministrazioni federali diventa quindi sempre più importante avere interlocutori che conoscano dall’interno il funzionamento delle grandi aziende tecnologiche. Allo stesso tempo, alle aziende del settore serve qualcuno che conosca i meandri del potere, tra Campidoglio e Casa Bianca.
È in questo contesto che Krishnan assume un ruolo da consulente nella definizione delle politiche federali sull’intelligenza artificiale. All’interno dell’amministrazione guidata da Donald Trump, infatti, oggi Krishnan lavora come consigliere per le tecnologie emergenti.
In questa attività collabora con David O. Sacks, un imprenditore e investitore tecnologico noto anche per le sue posizioni politiche conservatrici e per i suoi legami con Peter Thiel. Il lavoro dei due consiste nel fare in modo che le iniziative del governo sull’intelligenza artificiale non si schiantino contro il muro della impraticabilità. Un ruolo tecnico, ma molto politico. Sullo sfondo, la lotta con la Cina per il controllo delle tecnologie. Dunque Krishnan è figura importante e poco appariscente in un mondo sempre più vicino alla politica.
Insomma, se nella fase iniziale della Silicon Valley i protagonisti erano soprattutto imprenditori e ingegneri, più dediti a fare soldi che a pensare alla politica, oggi dal milieu culturale californiano emergono figure differenti. La mediazione con la politica sta diventando sempre più importante ed anzi è sempre più evidente la stretta connessione tra gli apparati governativi e le aziende tecnologiche. Ecco perché figure come Sriram Krishnan sono importanti e lo saranno sempre di più.
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Ansa
Cecilia Angrisano spiega i motivi per cui ha fatto allontanare i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la famiglia anglo-australiana stabilitasi nei boschi di Palmoli, a Chieti. Sono questi: «La deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare può avere effetti significativi sullo sviluppo del bambino, che si manifestano sia in ambito scolastico che non scolastico. In considerazione del pericolo per l’integrità fisica derivante dalla condizione abitativa, nonché dal rifiuto da parte dei genitori di consentire le verifiche e i trattamenti sanitari obbligatori per legge...». Evidentemente la dottoressa non conosce i sistemi motivazionali. I sistemi motivazionali interpersonali (Smi) costituiscono l’insieme di schemi comportamentali e neurobiologici che regolano le relazioni tra individui, orientando l’essere umano verso scopi fondamentali per la sopravvivenza e l’adattamento sociale. Questi sistemi comprendono, tra gli altri, l’attaccamento, la cooperazione, la competizione, la cura parentale e l’affiliazione al gruppo. Non tutti, però, rivestono la stessa importanza: sebbene ciascuno contribuisca al benessere psichico e alla coesione sociale, il sistema dell’attaccamento ha un ruolo primario e fondante, influenzando in modo profondo lo sviluppo della mente e la regolazione neuroendocrina.
Un bambino può vivere benissimo senza andare a scuola, ma se perde padre e madre si forma una ferita primaria, un trauma non risolvibile, come un’amputazione. È quello che stanno subendo i bambini del bosco: un’amputazione della loro anima, a cui si ribellano con la collera e le poche armi che hanno, il rifiuto di mangiare, il rifiuto di interagire con le degnissime persone dell’orfanotrofio di Stato dove sono stati rinchiusi, la cosiddetta casa famiglia. Dal loro punto di vista, queste persone che hanno infranto il loro attaccamento non possono che essere considerate aguzzini. L’attaccamento ha un sistema motivazionale complementare: l’accudimento, l’istinto materno, l’istinto di accudire. Levare i bambini a una madre è un crimine contro la sua umanità, contro la sua biologia, contro la natura e contro Dio. L’attaccamento, teorizzato inizialmente da John Bowlby e successivamente approfondito da Mary Ainsworth e altri autori, è il sistema motivazionale che spinge il bambino a cercare protezione e vicinanza nella madre, colei che ha portato la gravidanza, e nel padre, l’uomo che con la sua forza protegge la diade madre-bambino. Tale ricerca di sicurezza non è semplicemente un bisogno psicologico: coinvolge strutture cerebrali arcaiche, ormoni e neurotrasmettitori che modulano la percezione di sicurezza e stress. Quando il bambino sperimenta una relazione stabile e prevedibile con una madre responsiva e sensibile, si forma un modello interno sicuro, quello che le assistenti sociali e i giudici alle loro spalle massacrano e maciullano. A livello biologico, la relazione di attaccamento attiva il rilascio di ossitocina e regola l’equilibrio del cortisolo, riducendo l’iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. In questo modo, l’attaccamento costituisce la base biologica e psicologica della fiducia, della regolazione emotiva e della futura capacità di costruire legami sociali. Quando invece si verifica una deprivazione materna, assenza prolungata o carenza di cure sensibili, come accade nelle deportazioni eseguite dai servizi sociali, le conseguenze sono profonde e durature: sono un danno biologico.
Studi classici di René Spitz sui bambini cresciuti in istituti e le ricerche di Harry Harlow sui cuccioli di macaco hanno mostrato che la mancanza della figura della madre produce alterazioni nello sviluppo emotivo, cognitivo e fisiologico. Tali effetti includono difficoltà nella gestione dello stress, disturbi dell’umore, comportamenti disorganizzati e un’iperattivazione cronica dei sistemi di allarme fisiologico. A livello neurobiologico, la deprivazione materna compromette il corretto sviluppo dei circuiti dopaminergici e serotoninergici, riducendo la capacità di provare piacere e regolare l’affettività. Inoltre, l’assenza di un attaccamento sicuro in età precoce altera la struttura dell’amigdala, dell’ippocampo e della corteccia prefrontale, regioni cruciali nella regolazione delle emozioni e nel controllo dei comportamenti impulsivi.
L’importanza dell’attaccamento supera enormemente quella di altri sistemi motivazionali, come l’affiliazione al gruppo. Spezzare il legame di attaccamento per favorire, forse, l’affiliazione al gruppo è una follia. Quest’ultima, seppur importante per la sopravvivenza in società complesse, si costruisce su basi che presuppongono la sicurezza emotiva sviluppata attraverso l’attaccamento. In altre parole, l’individuo può investire in relazioni cooperative e vivere l’appartenenza al gruppo solo se la propria base affettiva primaria è solida. Senza un attaccamento sicuro, l’affiliazione rischia di diventare una ricerca ansiosa di approvazione o, al contrario, un ritiro difensivo dalle relazioni. Pertanto, l’affiliazione rappresenta un sistema derivato, secondario, che si attiva pienamente solo quando il sistema dell’attaccamento ha assicurato la regolazione emotiva e neuroendocrina di base. L’attaccamento, in sintesi, è il pilastro dei sistemi motivazionali interpersonali: regola gli ormoni dello stress, favorisce la maturazione cerebrale, modula la produzione di ossitocina e dopamina e sostiene la capacità di fidarsi dell’altro. La sua deprivazione, determina uno squilibrio profondo tra biologia e psiche, ostacolando la costruzione di relazioni sane e stabili.
La scuola italiana è una scuola pessima. Sono pessimi gli stabili che periodicamente crollano in testa agli alunni, il livello di apprendimento è pessimo, il livello di indottrinamento è spaventoso. Basti pensare che le scuole italiane hanno imposto mascherine dannose per due anni. Le nostre leggi garantiscono il diritto alla scuola parentale, ma molti giudici ritengono questo diritto sbagliato e deportano i bambini che fanno scuola parentale. Il caso della famiglia del bosco non è l’unico. È dal volto della madre che l’essere umano apprende la sicurezza e, attraverso di essa, la possibilità stessa di appartenere al mondo, quel volto che giudici e assistenti sociali vietano ai bambini deportati.
L’attaccamento è sacro. Chi lo infrange commette un crimine. Occorre una serie di leggi per impedire che giudici e assistenti sociali, tutte persone evidentemente prive degli strumenti culturali necessari a capire i danni della deportazione, magari in perfetta buona fede, distruggano la vita e il diritto alla normalità biologica di bambini e famiglie incolpevoli.
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