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2022-08-28
La lotta di ministero, Aifa e virostar alle cure che avrebbero salvato vite
Il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini
«La storia di paracetamolo e vigile attesa l’hanno inventata i novax». Vero? No, la solita bufala dei turisti dell’informazione che infestano social e media, in spregio ai tanti decessi che forse avrebbero potuto essere evitati se i cittadini non fossero stati lasciati a casa senza protocolli ufficiali per ben nove mesi. La gestione della prima e della seconda ondata pandemica da parte del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza è stata gravemente inadeguata. I primi nove mesi passano senza alcuna indicazione terapeutica ufficiale. Una delle prime circolari (la 5443 del 22 febbraio 2020) parla di trattamento di casi sospetti senza menzionare farmaci: si va direttamente da casa in ospedale. I medici di medicina generale consigliano ai pazienti a casa paracetamolo (Tachipirina) per abbassare la febbre e controllo della saturazione (nella «attesa» di andare in ospedale quando la situazione peggiora).
Risultato: «Circa il 50% dei pazienti Covid positivi necessita (sic) di ricovero ospedaliero», ammette il ministero nella circolare 7865 del 25 marzo 2020. Perché le istituzioni e i medici non somministrano i farmaci di base usati da sempre nella cura delle patologie respiratorie? Per il famoso «principio di precauzione», che porta il ministero a non pronunciarsi su alcun tipo di trattamento fino a seconda ondata conclusa. La strategia è quella dello scarico di responsabilità, i medici raramente visitano i malati a casa, il Paese è nel caos e i cittadini si rivolgono a medici volontari per le cure domiciliari.
Nel marzo 2020, l’ibuprofene e i farmaci antinfiammatori non steroidi (Fans) sono scoraggiati dopo l’allerta della farmacologa francese Joelle Micallef, che sostiene che aumentino il rischio di gravi complicanze batteriche. Il ministro della Salute francese, Olivier Veran, su twitter invita i cittadini a non assumere questi farmaci.
Nel rispetto del principio di precauzione, le autorità sanitarie italiane si allineano all’avvertimento, immediatamente raccolto dai media. «Non prendete antinfiammatori per proteggervi», titola La Repubblica il 16 marzo, citando Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale: «Gli antinfiammatori sono totalmente inefficaci nella cura del Covid 19 e potenzialmente pericolosi, ne va impedito l’uso», ammonisce. Il 18 marzo, l’Aifa, evocando un’analoga nota di Ema, pubblica una prudentissima comunicazione sui Fans in cui, pur chiarendo che «non ci sono prove scientifiche che stabiliscano un legame tra ibuprofene e peggioramento del Covid-19», indica che i pazienti possono «prendere in considerazione tutte le opzioni di trattamento disponibili, tra cui paracetamolo e Fans», ma questi dovrebbero essere utilizzati «alla dose minima efficace per il periodo più breve possibile» tenendo presente che «le linee guida nazionali di trattamento dell’Ue raccomandano il paracetamolo come prima opzione». Traduzione: non vietiamo i Fans ma, per sicurezza, si usi il paracetamolo. Lo stesso giorno la Simg pubblica le Linee guida: «In attesa di studi clinici mirati è consigliato l’uso di paracetamolo come prima scelta». Il ministero non interviene, fatta eccezione per una sibillina nota del 30 marzo in cui rimanda alla nota Ema e ai medici di base, lasciati sempre senza protocolli ufficiali. A fine aprile, il presidente della Società Italiana di Farmacologia Giorgio Racagni sposa la posizione francese e sconsiglia l’uso di antinfiammatori, firmando lo studio Capuano et al. Dal ministero, ancora silenzio. Di indicazioni sulle cure domiciliari non c’è traccia. Al punto che il 23 marzo, in una lettera inviata ad Aifa, Iss e Consiglio superiore di sanità, il presidente FnomCeo Filippo Anelli sollecita «con urgenza» che le istituzioni «predispongano in tempi rapidissimi linee guida specifiche o comunque approvino o validino quelle esistenti». Ma le linee guida non arrivano. E, alla luce delle ultime (e uniche) informazioni istituzionali, i medici di base continuano a curare a casa con paracetamolo e vigile attesa. Il 19 aprile del 2020 una comunicazione dell’Oms scagiona gli antinfiammatori: «Non ci sono prove di eventi avversi gravi a seguito dell’uso di Fans». Ma in Italia tutto tace, e si continua a colpi di Tachipirina. Passano i mesi, aumentano i decessi: nei nove mesi che intercorrono tra l’inizio della pandemia e l’arrivo del primo protocollo, si passa dai 34 morti del 1 marzo alle 55.576 vittime registrate il 30 novembre. Media e istituzioni italiane ancora tacciono, al punto che gli scienziati cominciano a muoversi in ordine sparso: a novembre 2020, il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, annuncia di aver effettuato una sperimentazione su pazienti positivi e con sintomi, curati e guariti senza andare in ospedale: «La reazione infiammatoria, se colta precocemente è trattabile a domicilio». Si suggerisce l’uso di acido acetilsalicilico (Aspirina) o nimesulide (Aulin), farmaci che vantano proprietà antinfiammatorie «che mancano al paracetamolo». Se dovesse esserci un peggioramento, la cura consigliata è di passare a cortisone ed eparina (Remuzzi riproporrà i suoi studi sulle cure domiciliari anche a fine 2021, fino alla pubblicazione su Lancet di qualche giorno fa, premurandosi sempre di precisare che «le cure non sostituiscono i vaccini»).
Il 13 novembre 2020, Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova nominato coordinatore Agenas per i ricoveri Covid, pubblica le anticipazioni di quella che potrebbe diventare una circolare ministeriale, che prevede antinfiammatori o aspirina per i casi con sintomi moderati e cortisone dopo 5-7 giorni da insorgenza sintomi (sul cortisone ci sarà da aprire un capitolo a parte). Ma il ministero fa piazza pulita di tutti i protocolli che nel frattempo si moltiplicano: Bassetti viene sconfessato da Agenas («Non abbiamo il mandato per definire cure domiciliari» dichiara il direttore Domenico Mantoan), e del protocollo Remuzzi nessuno parla, a cominciare dal prudente autore. Alla fine, il ministero pubblica alcune indicazioni di gestione clinica, sintetizzate nella famosa circolare del 30 novembre 2020. I «Principi di gestione della terapia farmacologica» indicano, con chiarezza, il trattamento con paracetamolo e vigile attesa. A pagina 14 (su 18) sono evocati i Fans (una sola volta in tutto il documento, en passant), ma ormai è tardi: i medici continuano ad applicare alla lettera le indicazioni di paracetamolo e vigile attesa, che saranno poi riconfermate da Speranza nell’aggiornamento del 26 aprile 2021. Con l’arrivo dei vaccini, la lotta alle cure domiciliari s’intensifica, forse perché, come sostengono alcuni giuristi, in presenza di cure l’autorizzazione ai vaccini concessa in emergenza potrebbe venir meno: alcuni medici vengono minacciati di radiazione, il ministero ricorre al Tar che aveva annullato la circolare ministeriale del 26 aprile 2021, ritenendo che i medici dovessero essere lasciati liberi di prescrivere la terapia secondo il principio di «scienza e coscienza». Il vate dell’informazione istituzionale, Roberto Burioni, dichiara senza pudore, il 9 giugno 2021 che «non esiste farmaco efficace nella cura domiciliare» e, ancora a settembre 2021, qualifica come «irresponsabile» chi dice che le cure domiciliari esistono. Il paracetamolo è nel frattempo sotto accusa: numerose evidenze scientifiche mostrano che maschera i sintomi (abbassando la febbre) e può ridurre le scorte di glutatione, sostanza naturale efficace nella lotta contro il virus. Poco importa: ancora oggi, nelle linee guida del ministero della Salute, il paracetamolo campeggia come cura anti-Covid.
Miracolo all’Iss: 79 morti resuscitati
Non è Pasqua, però i morti resuscitano. Il miracolo, che finora era riuscito solo a Cristo, agli apostoli e a un paio di profeti veterotestamentari, l’hanno fatto i bollettini dell’Istituto superiore di sanità.
Guardate cosa si leggeva nel documento datato 17 agosto: nella fascia 20-29 anni, «da inizio pandemia», risultavano deceduti 83 maschi e 48 femmine, per un totale di 131 giovani. Nel resoconto di questa settimana, però, nella stessa categoria anagrafica, il conteggio è cambiato. I morti sono diventati 52, 30 ragazzi e 22 ragazze: 79 in meno. Un caso isolato? Una svista?
In realtà, le discrepanze non sono una novità e riguardano tutte le fasce d’età, anche se su ordini di grandezza inferiori. Un esempio eclatante risale all’8 settembre 2020: tra 60 e 69 anni, c’era una differenza nei decessi, rispetto al report precedente, di 14 individui. Negli ultraottantenni, addirittura, di 75. Negli over 90, di 25. Complessivamente, dall’età neonatale in su, risultavano 147 defunti in meno del primo settembre. Più che un bollettino dei morti, insomma, era un bollettino dei risorti.
All’Iss non sono all’oscuro delle incongruenze. Chi ha la pazienza di spulciare il testo diffuso da Epicentro, nella sezione dedicata alla «Nota metodologica», trova un caveat: il «flusso Iss», c’è scritto, «è soggetto a continue modifiche nel tempo a causa del costante aggiornamento dei dati trasmessi da Regioni e Ppaa nella piattaforma Iss. Si suggerisce, pertanto, di ritenere come in via di consolidamento i dati relativi almeno all’ultima settimana per le diagnosi, alle ultime due settimane per le ospedalizzazioni e i ricoveri in terapia intensiva e alle ultime tre settimane per i decessi». Noi, per ovvie ragioni, ci eravamo soffermati su questi ultimi: un falso positivo, o un errore nell’indicazione di un ricovero, sembrano eventualità molto più probabili che non gli sbagli, talora macroscopici, compiuti nel calcolo dei defunti. Un tampone può essere dubbio. Lo status esistenziale di una persona è rigidamente binario: o è viva, o è morta. A meno che il Covid non infetti il gatto di Schrödinger.
Ammettiamo che l’Iss sia vittima dei pasticci di Regioni, Province autonome e amministrazioni locali. E percorriamo a ritroso le relazioni uscite ad agosto e anche l’ultima di luglio. Stando a quanto sostiene l’Istituto, dal confronto dovremmo ottenere finalmente un dato consolidato, almeno prendendo come riferimento la classe 20-29 anni, dove, per fortuna, si muore pochissimo per il Sars-Cov-2. E nell’arco di un mese, dovrebbero essere improbabili oscillazioni macroscopiche.
In effetti, il 27 luglio, il bollettino riportava, da inizio pandemia, 80 morti maschi e 47 femmine. Il 3 agosto c’erano tre deceduti in più tra gli uomini e uno tra le donne: tutto normale, c’è stato qualche infausto evento in più. Sette giorni dopo, nessuna variazione. Subito dopo Ferragosto, neppure. È ieri che, improvvisamente, il numero, che in quel momento doveva essere consolidato, è mutato. Non per una strage improvvisa, bensì per una risurrezione di massa.
Non sappiamo chi abbia rotolato la pietra via dai sepolcri: le Regioni? I tecnici? Non importa. È che ormai ignoriamo quale sia la cifra corretta delle vittime. Sarebbe il caso di spiegarlo. Anche perché, sui ragazzini che rischiavano di lasciarci le penne, s’è costruita una campagna terroristica per promuovere la vaccinazione. Quanti dei morti, usati da governo ed esperti, erano davvero morti?
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Malgrado le indicazioni Oms, finora gli antinfiammatori sono stati osteggiati. Tachipirina e attesa sono rimasti il dogma di Roberto Speranza e «luminari», mentre i medici chiedevano protocolli e i malati perivano senza assistenza.Nel report del 17 agosto, le vittime dal 2020 nella fascia 20-29 anni erano 131. Nell’ultimo, 52. Il calo forse è dovuto a errori delle Regioni, ma i dati esatti sui decessi restano ignoti.Lo speciale contiene due articoli.«La storia di paracetamolo e vigile attesa l’hanno inventata i novax». Vero? No, la solita bufala dei turisti dell’informazione che infestano social e media, in spregio ai tanti decessi che forse avrebbero potuto essere evitati se i cittadini non fossero stati lasciati a casa senza protocolli ufficiali per ben nove mesi. La gestione della prima e della seconda ondata pandemica da parte del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza è stata gravemente inadeguata. I primi nove mesi passano senza alcuna indicazione terapeutica ufficiale. Una delle prime circolari (la 5443 del 22 febbraio 2020) parla di trattamento di casi sospetti senza menzionare farmaci: si va direttamente da casa in ospedale. I medici di medicina generale consigliano ai pazienti a casa paracetamolo (Tachipirina) per abbassare la febbre e controllo della saturazione (nella «attesa» di andare in ospedale quando la situazione peggiora). Risultato: «Circa il 50% dei pazienti Covid positivi necessita (sic) di ricovero ospedaliero», ammette il ministero nella circolare 7865 del 25 marzo 2020. Perché le istituzioni e i medici non somministrano i farmaci di base usati da sempre nella cura delle patologie respiratorie? Per il famoso «principio di precauzione», che porta il ministero a non pronunciarsi su alcun tipo di trattamento fino a seconda ondata conclusa. La strategia è quella dello scarico di responsabilità, i medici raramente visitano i malati a casa, il Paese è nel caos e i cittadini si rivolgono a medici volontari per le cure domiciliari.Nel marzo 2020, l’ibuprofene e i farmaci antinfiammatori non steroidi (Fans) sono scoraggiati dopo l’allerta della farmacologa francese Joelle Micallef, che sostiene che aumentino il rischio di gravi complicanze batteriche. Il ministro della Salute francese, Olivier Veran, su twitter invita i cittadini a non assumere questi farmaci. Nel rispetto del principio di precauzione, le autorità sanitarie italiane si allineano all’avvertimento, immediatamente raccolto dai media. «Non prendete antinfiammatori per proteggervi», titola La Repubblica il 16 marzo, citando Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale: «Gli antinfiammatori sono totalmente inefficaci nella cura del Covid 19 e potenzialmente pericolosi, ne va impedito l’uso», ammonisce. Il 18 marzo, l’Aifa, evocando un’analoga nota di Ema, pubblica una prudentissima comunicazione sui Fans in cui, pur chiarendo che «non ci sono prove scientifiche che stabiliscano un legame tra ibuprofene e peggioramento del Covid-19», indica che i pazienti possono «prendere in considerazione tutte le opzioni di trattamento disponibili, tra cui paracetamolo e Fans», ma questi dovrebbero essere utilizzati «alla dose minima efficace per il periodo più breve possibile» tenendo presente che «le linee guida nazionali di trattamento dell’Ue raccomandano il paracetamolo come prima opzione». Traduzione: non vietiamo i Fans ma, per sicurezza, si usi il paracetamolo. Lo stesso giorno la Simg pubblica le Linee guida: «In attesa di studi clinici mirati è consigliato l’uso di paracetamolo come prima scelta». Il ministero non interviene, fatta eccezione per una sibillina nota del 30 marzo in cui rimanda alla nota Ema e ai medici di base, lasciati sempre senza protocolli ufficiali. A fine aprile, il presidente della Società Italiana di Farmacologia Giorgio Racagni sposa la posizione francese e sconsiglia l’uso di antinfiammatori, firmando lo studio Capuano et al. Dal ministero, ancora silenzio. Di indicazioni sulle cure domiciliari non c’è traccia. Al punto che il 23 marzo, in una lettera inviata ad Aifa, Iss e Consiglio superiore di sanità, il presidente FnomCeo Filippo Anelli sollecita «con urgenza» che le istituzioni «predispongano in tempi rapidissimi linee guida specifiche o comunque approvino o validino quelle esistenti». Ma le linee guida non arrivano. E, alla luce delle ultime (e uniche) informazioni istituzionali, i medici di base continuano a curare a casa con paracetamolo e vigile attesa. Il 19 aprile del 2020 una comunicazione dell’Oms scagiona gli antinfiammatori: «Non ci sono prove di eventi avversi gravi a seguito dell’uso di Fans». Ma in Italia tutto tace, e si continua a colpi di Tachipirina. Passano i mesi, aumentano i decessi: nei nove mesi che intercorrono tra l’inizio della pandemia e l’arrivo del primo protocollo, si passa dai 34 morti del 1 marzo alle 55.576 vittime registrate il 30 novembre. Media e istituzioni italiane ancora tacciono, al punto che gli scienziati cominciano a muoversi in ordine sparso: a novembre 2020, il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, annuncia di aver effettuato una sperimentazione su pazienti positivi e con sintomi, curati e guariti senza andare in ospedale: «La reazione infiammatoria, se colta precocemente è trattabile a domicilio». Si suggerisce l’uso di acido acetilsalicilico (Aspirina) o nimesulide (Aulin), farmaci che vantano proprietà antinfiammatorie «che mancano al paracetamolo». Se dovesse esserci un peggioramento, la cura consigliata è di passare a cortisone ed eparina (Remuzzi riproporrà i suoi studi sulle cure domiciliari anche a fine 2021, fino alla pubblicazione su Lancet di qualche giorno fa, premurandosi sempre di precisare che «le cure non sostituiscono i vaccini»). Il 13 novembre 2020, Matteo Bassetti, infettivologo al San Martino di Genova nominato coordinatore Agenas per i ricoveri Covid, pubblica le anticipazioni di quella che potrebbe diventare una circolare ministeriale, che prevede antinfiammatori o aspirina per i casi con sintomi moderati e cortisone dopo 5-7 giorni da insorgenza sintomi (sul cortisone ci sarà da aprire un capitolo a parte). Ma il ministero fa piazza pulita di tutti i protocolli che nel frattempo si moltiplicano: Bassetti viene sconfessato da Agenas («Non abbiamo il mandato per definire cure domiciliari» dichiara il direttore Domenico Mantoan), e del protocollo Remuzzi nessuno parla, a cominciare dal prudente autore. Alla fine, il ministero pubblica alcune indicazioni di gestione clinica, sintetizzate nella famosa circolare del 30 novembre 2020. I «Principi di gestione della terapia farmacologica» indicano, con chiarezza, il trattamento con paracetamolo e vigile attesa. A pagina 14 (su 18) sono evocati i Fans (una sola volta in tutto il documento, en passant), ma ormai è tardi: i medici continuano ad applicare alla lettera le indicazioni di paracetamolo e vigile attesa, che saranno poi riconfermate da Speranza nell’aggiornamento del 26 aprile 2021. Con l’arrivo dei vaccini, la lotta alle cure domiciliari s’intensifica, forse perché, come sostengono alcuni giuristi, in presenza di cure l’autorizzazione ai vaccini concessa in emergenza potrebbe venir meno: alcuni medici vengono minacciati di radiazione, il ministero ricorre al Tar che aveva annullato la circolare ministeriale del 26 aprile 2021, ritenendo che i medici dovessero essere lasciati liberi di prescrivere la terapia secondo il principio di «scienza e coscienza». Il vate dell’informazione istituzionale, Roberto Burioni, dichiara senza pudore, il 9 giugno 2021 che «non esiste farmaco efficace nella cura domiciliare» e, ancora a settembre 2021, qualifica come «irresponsabile» chi dice che le cure domiciliari esistono. Il paracetamolo è nel frattempo sotto accusa: numerose evidenze scientifiche mostrano che maschera i sintomi (abbassando la febbre) e può ridurre le scorte di glutatione, sostanza naturale efficace nella lotta contro il virus. Poco importa: ancora oggi, nelle linee guida del ministero della Salute, il paracetamolo campeggia come cura anti-Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ministero-aifa-virostar-cure-covid-2657953745.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="miracolo-alliss-79-morti-resuscitati" data-post-id="2657953745" data-published-at="1661638591" data-use-pagination="False"> Miracolo all’Iss: 79 morti resuscitati Non è Pasqua, però i morti resuscitano. Il miracolo, che finora era riuscito solo a Cristo, agli apostoli e a un paio di profeti veterotestamentari, l’hanno fatto i bollettini dell’Istituto superiore di sanità. Guardate cosa si leggeva nel documento datato 17 agosto: nella fascia 20-29 anni, «da inizio pandemia», risultavano deceduti 83 maschi e 48 femmine, per un totale di 131 giovani. Nel resoconto di questa settimana, però, nella stessa categoria anagrafica, il conteggio è cambiato. I morti sono diventati 52, 30 ragazzi e 22 ragazze: 79 in meno. Un caso isolato? Una svista? In realtà, le discrepanze non sono una novità e riguardano tutte le fasce d’età, anche se su ordini di grandezza inferiori. Un esempio eclatante risale all’8 settembre 2020: tra 60 e 69 anni, c’era una differenza nei decessi, rispetto al report precedente, di 14 individui. Negli ultraottantenni, addirittura, di 75. Negli over 90, di 25. Complessivamente, dall’età neonatale in su, risultavano 147 defunti in meno del primo settembre. Più che un bollettino dei morti, insomma, era un bollettino dei risorti. All’Iss non sono all’oscuro delle incongruenze. Chi ha la pazienza di spulciare il testo diffuso da Epicentro, nella sezione dedicata alla «Nota metodologica», trova un caveat: il «flusso Iss», c’è scritto, «è soggetto a continue modifiche nel tempo a causa del costante aggiornamento dei dati trasmessi da Regioni e Ppaa nella piattaforma Iss. Si suggerisce, pertanto, di ritenere come in via di consolidamento i dati relativi almeno all’ultima settimana per le diagnosi, alle ultime due settimane per le ospedalizzazioni e i ricoveri in terapia intensiva e alle ultime tre settimane per i decessi». Noi, per ovvie ragioni, ci eravamo soffermati su questi ultimi: un falso positivo, o un errore nell’indicazione di un ricovero, sembrano eventualità molto più probabili che non gli sbagli, talora macroscopici, compiuti nel calcolo dei defunti. Un tampone può essere dubbio. Lo status esistenziale di una persona è rigidamente binario: o è viva, o è morta. A meno che il Covid non infetti il gatto di Schrödinger. Ammettiamo che l’Iss sia vittima dei pasticci di Regioni, Province autonome e amministrazioni locali. E percorriamo a ritroso le relazioni uscite ad agosto e anche l’ultima di luglio. Stando a quanto sostiene l’Istituto, dal confronto dovremmo ottenere finalmente un dato consolidato, almeno prendendo come riferimento la classe 20-29 anni, dove, per fortuna, si muore pochissimo per il Sars-Cov-2. E nell’arco di un mese, dovrebbero essere improbabili oscillazioni macroscopiche. In effetti, il 27 luglio, il bollettino riportava, da inizio pandemia, 80 morti maschi e 47 femmine. Il 3 agosto c’erano tre deceduti in più tra gli uomini e uno tra le donne: tutto normale, c’è stato qualche infausto evento in più. Sette giorni dopo, nessuna variazione. Subito dopo Ferragosto, neppure. È ieri che, improvvisamente, il numero, che in quel momento doveva essere consolidato, è mutato. Non per una strage improvvisa, bensì per una risurrezione di massa. Non sappiamo chi abbia rotolato la pietra via dai sepolcri: le Regioni? I tecnici? Non importa. È che ormai ignoriamo quale sia la cifra corretta delle vittime. Sarebbe il caso di spiegarlo. Anche perché, sui ragazzini che rischiavano di lasciarci le penne, s’è costruita una campagna terroristica per promuovere la vaccinazione. Quanti dei morti, usati da governo ed esperti, erano davvero morti?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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