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2021-06-30
Mezza Australia va in lockdown con zero morti e un solo intubato
Ansa
Tutti pazzi, è proprio il caso di dirlo, per la variante delta. Nella lontana Australia è bastata una manciata di casi per far ripiombare 12 milioni di persone, ovvero metà della popolazione, nella morsa del lockdown. Quattro capitali sono attualmente colpite dal massimo provvedimento restrittivo: Darwin (Territorio del Nord) e Brisbane (Queensland) dovrebbero riacquistare la libertà già il 2 luglio prossimo, e Perth (Australia Occidentale) il giorno successivo, mentre è stata Sydney ad avere la peggio. Gli abitanti della metropoli situata nel Nuovo Galles del Sud, infatti, saranno costretti a rispettare l'isolamento per ben due settimane, vale a dire fino al 9 luglio prossimo.
Nel sistema australiano ogni Stato federato detta le proprie regole. A Sydney, pub e ristoranti rimarranno aperti solo per l'asporto, mentre a chiudere saranno cinema, teatri, palestre, teatri, sale da concerto, piscine, parrucchieri e centri di bellezza, piscine e sale da gioco. Sospese anche le messe, che potranno essere trasmesse solo in streaming. Vietato andare a trovare gli amici, e la mascherina torna obbligatoria in determinate circostanze anche all'aperto. Nello Stato del Queensland, dove si trova Brisbane, negozi e servizi non essenziali abbasseranno la saracinesca, mentre le celebrazioni sono autorizzate solo a numero chiuso: venti persone per i funerali e dieci invitati per i matrimoni.
Una psicosi difficilmente giustificabile sulla base della situazione epidemiologica. Mentre scriviamo, in tutta l'Australia ci sono 294 casi attivi, pari a 1 ogni 100.000 abitanti (che in totale sono poco più di 25 milioni). Giusto per dare l'idea, in Italia ce ne sono 88 volte tanto, ma da noi tutte le Regioni sono in zona bianca. Nelle ultime 24 , i nuovi casi sono stati 25, e zero morti. L'ultimo decesso si è verificato il 19 ottobre del 2020. Quasi nulla la pressione sul sistema sanitario: attualmente 59 persone sono ricoverate, e una sola si trova in terapia intensiva. C'è da dire che la gran parte dei casi riscontrati nell'ultima settimana (136 su 161, pari all'84%) è concentrata su Sydney, ma i numeri assoluti rimangono comunque risibili, e la percentuale di test positivi si attesta in tutti gli Stati allo 0,1% (nel nostro Paese ieri era allo 0,36%).
E allora, perché i canguri sono entrati nel panico? Nel mirino c'è la temutissima variante delta, meno letale ma molto più contagiosa della alfa, dominante nelle ondate precedenti. Secondo alcuni calcoli effettuati sulla base delle telecamere di videosorveglianza diffusi dalla stampa locale, uno dei recenti focolai che ha convinto le autorità a introdurre le nuove restrizioni - quello di Bondi Junction, nei sobborghi di Sydney - sarebbe stato originato da un contatto fugace, durato tra i 5 e i 10 secondi. Qualora verificato, si tratterebbe di un risvolto preoccupante nel decorso della pandemia. Quando non sussiste uno scambio di secrezioni, un contatto stretto viene classificato infatti come una persona con la quale si è avuto un incontro ravvicinato (meno di due metri) per almeno 15 minuti. Se fosse vero, dunque, più che delta sarebbe corretto chiamarla variante «flash». Non tutti gli esperti, però, concordano con questa linea allarmistica. Senza contare che sull'argomento ancora non esistono studi ufficiali. La virologa della Griffith University di Brisbane, Lara Herrero, ha dichiarato all'emittente australiana Abc che il caso catturato dall'impianto a circuito chiuso è stato un incidente. «Dovresti essere così sfortunato, anzi incredibilmente sfortunato», ha spiegato la Herrero, da respirare la stessa aria nella quale il virus è rimasto abbastanza a lungo da essere inalato. Insomma, una cosa è l'attenzione, un'altra il terrore.
C'è però un altro fattore che preoccupa le autorità australiane. La campagna vaccinale procede a un ritmo piuttosto blando: nemmeno un quarto della popolazione (24,1%) ha ricevuto almeno una dose, mentre appena il 4,8% degli abitanti ha completato il ciclo di immunizzazione (in Italia siamo al 33,7%). Ora il timore è che, senza la «scudo» offerto dal vaccino, il numero dei casi possa salire improvvisamente e gli ospedali riempirsi in fretta. Non che il siero rappresenti la panacea, tutt'altro. Stando ai dati ufficiali diffusi dalla sanità britannica, più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati: ben 50 (pari al 43%) avevano ricevuto entrambi le dosi, e altri 19 la prima da almeno 21 giorni.
Ma l'Australia non è l'unico Paese a essere corso ai ripari. Bangkog, capitale della Thailandia, è entrata in lockdown per un mese, mentre la Malesia ha rinviato la fine delle restrizioni. Domenica il Sud Africa ha istituito il coprifuoco, imposto restrizioni al numero di partecipanti ai raduni e vietato la vendita di alcolici. Il governo del Bangladesh ha disposto da lunedì lo stop ai trasporti pubblici, mentre Taiwan e Hong Kong hanno introdotto limitazioni ai viaggiatori. C'è da scommettere che, di questo passo, la follia della variante delta si diffonderà a macchia d'olio.
Terapie anti Covid, l’Ema si sveglia
Smentiti i gufi della terza dose. I vaccini anti Covid con prodotti scudo a mRna, come Pfizer e Moderna, sembrano in grado di indurre «una risposta persistente delle cellule B del centro germinativo, che consente la generazione di una robusta immunità umorale». Ovvero, la reazione suscitata da questi vaccini nell'organismo potrebbe proteggere per anni contro il coronavirus Sars-CoV-2, se questo patogeno con le sue varianti non si evolverà molto oltre la sua forma di oggi.
È quanto afferma un team di scienziati della Washington University school of medicine di St Louis, negli Usa, attraverso uno studio, particolarmente apprezzato dalla comunità scientifica e pubblicato su Nature. Non solo. Tre giorni fa, la task force scientifica della Confederazione svizzera ha pubblicato un documento in cui si sostiene che i vaccini a mRna, Pfizer e Moderna, proteggono gli adulti da gravi decorsi del Covid per un periodo fino a tre anni, mentre per circa 16 mesi la loro efficacia consente di evitare anche lievi casi di malattia provocati dal coronavirus. Insomma, come evidenziato anche da scienziati italiani, per esempio l'immunologo Mario Clerici, «non è detto che serviranno richiami del vaccino Covid ogni anno».
Gli autori dello studio americano hanno esaminato le risposte delle cellule B specifiche per l'antigene sia nel sangue periferico che nei linfonodi drenanti di 14 persone vaccinate con due dosi di Pfizer. Quello che hanno scoperto è che la risposta che si genera appare essere persistente, cioè è come se la vaccinazione ci dotasse di «fabbriche» di plasmacellule e cellule B durature. I dati di questo studio, secondo Clerici, docente dell'università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, «confermano che dal punto di vista immunologico non vi è nulla di peculiare riguardo a questo virus».
Altra notizia promettente arriva dal fronte farmaci. La Commissione europea ha annunciato ieri l'arrivo di cinque nuovi trattamenti contro il Covid-19. Si tratta di terapie «promettenti» e «che potrebbero essere presto disponibili» in tutta l'Ue. Quattro sono anticorpi monoclonali, attualmente in revisione dei dati clinici da parte dell'Ema; la quinta terapia è un immunosoppressore, già autorizzato per pazienti non Covid e che potrebbe ricevere l'ok anche per il Covid. I cinque prodotti, spiega la Commissione, sono in una fase di sviluppo «avanzato» e hanno un «elevato potenziale» di essere «tra le tre nuove terapie che riceveranno l'autorizzazione entro ottobre 2021», sempre che si rivelino sicuri ed efficaci. Entro la stessa data, la Commissione elaborerà un portafoglio di almeno dieci potenziali terapie. Ricordiamo che i monoclonali sono farmaci specifici contro il Covid-19, autorizzati in via emergenziale e dallo scorso 10 marzo sono disponibili anche in Italia per persone particolarmente fragili, con infezione recente da Sars-Cov-2 e senza sintomi gravi: da allora, 6.101 pazienti Covid hanno ricevuto anticorpi monoclonali.
Intanto continuano a calare i numeri del bollettino quotidiano diramato dal ministero della Salute: nelle scorse 24 ore sono risultati positivi al test del coronavirus 679 italiani e i decessi sono stati 42 (di cui 22 vittime arrivano dal ricalcolo della Regione Campania sul periodo compreso tra novembre 2020 e maggio 2021). Sono stati invece 190.635 i tamponi molecolari e antigenici effettuati con un tasso di positività dello 0,3%, in lieve calo rispetto allo 0,5% di lunedì, ma il più basso da quando a gennaio sono stati aggiunti i test rapidi nel calcolo di questo valore. Prosegue anche il calo delle ospedalizzazioni: i posti letto occupati nei reparti Covid ordinari sono in totale 1676 mentre in terapia intensiva sono 270. In particolare, Friuli, Basilicata, Molise, Valle d'Aosta e la Provincia di Trento hanno le terapie intensive completamente vuote.
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Psicosi da variante delta: «Ci si contagia in 5-10 secondi». Una studiosa smentisce. Gli inglesi annunciano: «Tra i deceduti, oltre la metà erano vaccinati». Nuove restrizioni pure in Sud Africa e nel Sud Est asiaticoL'Agenzia approverà quattro monoclonali e un immunosoppressore entro ottobre Ricerca Usa: «I farmaci a mRna proteggono per anni, basta la doppia inoculazione»Lo speciale contiene due articoliTutti pazzi, è proprio il caso di dirlo, per la variante delta. Nella lontana Australia è bastata una manciata di casi per far ripiombare 12 milioni di persone, ovvero metà della popolazione, nella morsa del lockdown. Quattro capitali sono attualmente colpite dal massimo provvedimento restrittivo: Darwin (Territorio del Nord) e Brisbane (Queensland) dovrebbero riacquistare la libertà già il 2 luglio prossimo, e Perth (Australia Occidentale) il giorno successivo, mentre è stata Sydney ad avere la peggio. Gli abitanti della metropoli situata nel Nuovo Galles del Sud, infatti, saranno costretti a rispettare l'isolamento per ben due settimane, vale a dire fino al 9 luglio prossimo. Nel sistema australiano ogni Stato federato detta le proprie regole. A Sydney, pub e ristoranti rimarranno aperti solo per l'asporto, mentre a chiudere saranno cinema, teatri, palestre, teatri, sale da concerto, piscine, parrucchieri e centri di bellezza, piscine e sale da gioco. Sospese anche le messe, che potranno essere trasmesse solo in streaming. Vietato andare a trovare gli amici, e la mascherina torna obbligatoria in determinate circostanze anche all'aperto. Nello Stato del Queensland, dove si trova Brisbane, negozi e servizi non essenziali abbasseranno la saracinesca, mentre le celebrazioni sono autorizzate solo a numero chiuso: venti persone per i funerali e dieci invitati per i matrimoni.Una psicosi difficilmente giustificabile sulla base della situazione epidemiologica. Mentre scriviamo, in tutta l'Australia ci sono 294 casi attivi, pari a 1 ogni 100.000 abitanti (che in totale sono poco più di 25 milioni). Giusto per dare l'idea, in Italia ce ne sono 88 volte tanto, ma da noi tutte le Regioni sono in zona bianca. Nelle ultime 24 , i nuovi casi sono stati 25, e zero morti. L'ultimo decesso si è verificato il 19 ottobre del 2020. Quasi nulla la pressione sul sistema sanitario: attualmente 59 persone sono ricoverate, e una sola si trova in terapia intensiva. C'è da dire che la gran parte dei casi riscontrati nell'ultima settimana (136 su 161, pari all'84%) è concentrata su Sydney, ma i numeri assoluti rimangono comunque risibili, e la percentuale di test positivi si attesta in tutti gli Stati allo 0,1% (nel nostro Paese ieri era allo 0,36%).E allora, perché i canguri sono entrati nel panico? Nel mirino c'è la temutissima variante delta, meno letale ma molto più contagiosa della alfa, dominante nelle ondate precedenti. Secondo alcuni calcoli effettuati sulla base delle telecamere di videosorveglianza diffusi dalla stampa locale, uno dei recenti focolai che ha convinto le autorità a introdurre le nuove restrizioni - quello di Bondi Junction, nei sobborghi di Sydney - sarebbe stato originato da un contatto fugace, durato tra i 5 e i 10 secondi. Qualora verificato, si tratterebbe di un risvolto preoccupante nel decorso della pandemia. Quando non sussiste uno scambio di secrezioni, un contatto stretto viene classificato infatti come una persona con la quale si è avuto un incontro ravvicinato (meno di due metri) per almeno 15 minuti. Se fosse vero, dunque, più che delta sarebbe corretto chiamarla variante «flash». Non tutti gli esperti, però, concordano con questa linea allarmistica. Senza contare che sull'argomento ancora non esistono studi ufficiali. La virologa della Griffith University di Brisbane, Lara Herrero, ha dichiarato all'emittente australiana Abc che il caso catturato dall'impianto a circuito chiuso è stato un incidente. «Dovresti essere così sfortunato, anzi incredibilmente sfortunato», ha spiegato la Herrero, da respirare la stessa aria nella quale il virus è rimasto abbastanza a lungo da essere inalato. Insomma, una cosa è l'attenzione, un'altra il terrore.C'è però un altro fattore che preoccupa le autorità australiane. La campagna vaccinale procede a un ritmo piuttosto blando: nemmeno un quarto della popolazione (24,1%) ha ricevuto almeno una dose, mentre appena il 4,8% degli abitanti ha completato il ciclo di immunizzazione (in Italia siamo al 33,7%). Ora il timore è che, senza la «scudo» offerto dal vaccino, il numero dei casi possa salire improvvisamente e gli ospedali riempirsi in fretta. Non che il siero rappresenti la panacea, tutt'altro. Stando ai dati ufficiali diffusi dalla sanità britannica, più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati: ben 50 (pari al 43%) avevano ricevuto entrambi le dosi, e altri 19 la prima da almeno 21 giorni.Ma l'Australia non è l'unico Paese a essere corso ai ripari. Bangkog, capitale della Thailandia, è entrata in lockdown per un mese, mentre la Malesia ha rinviato la fine delle restrizioni. Domenica il Sud Africa ha istituito il coprifuoco, imposto restrizioni al numero di partecipanti ai raduni e vietato la vendita di alcolici. Il governo del Bangladesh ha disposto da lunedì lo stop ai trasporti pubblici, mentre Taiwan e Hong Kong hanno introdotto limitazioni ai viaggiatori. C'è da scommettere che, di questo passo, la follia della variante delta si diffonderà a macchia d'olio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mezza-australia-va-in-lockdown-con-zero-morti-e-un-solo-intubato-2653592393.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="terapie-anti-covid-lema-si-sveglia" data-post-id="2653592393" data-published-at="1624995958" data-use-pagination="False"> Terapie anti Covid, l’Ema si sveglia Smentiti i gufi della terza dose. I vaccini anti Covid con prodotti scudo a mRna, come Pfizer e Moderna, sembrano in grado di indurre «una risposta persistente delle cellule B del centro germinativo, che consente la generazione di una robusta immunità umorale». Ovvero, la reazione suscitata da questi vaccini nell'organismo potrebbe proteggere per anni contro il coronavirus Sars-CoV-2, se questo patogeno con le sue varianti non si evolverà molto oltre la sua forma di oggi. È quanto afferma un team di scienziati della Washington University school of medicine di St Louis, negli Usa, attraverso uno studio, particolarmente apprezzato dalla comunità scientifica e pubblicato su Nature. Non solo. Tre giorni fa, la task force scientifica della Confederazione svizzera ha pubblicato un documento in cui si sostiene che i vaccini a mRna, Pfizer e Moderna, proteggono gli adulti da gravi decorsi del Covid per un periodo fino a tre anni, mentre per circa 16 mesi la loro efficacia consente di evitare anche lievi casi di malattia provocati dal coronavirus. Insomma, come evidenziato anche da scienziati italiani, per esempio l'immunologo Mario Clerici, «non è detto che serviranno richiami del vaccino Covid ogni anno». Gli autori dello studio americano hanno esaminato le risposte delle cellule B specifiche per l'antigene sia nel sangue periferico che nei linfonodi drenanti di 14 persone vaccinate con due dosi di Pfizer. Quello che hanno scoperto è che la risposta che si genera appare essere persistente, cioè è come se la vaccinazione ci dotasse di «fabbriche» di plasmacellule e cellule B durature. I dati di questo studio, secondo Clerici, docente dell'università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, «confermano che dal punto di vista immunologico non vi è nulla di peculiare riguardo a questo virus». Altra notizia promettente arriva dal fronte farmaci. La Commissione europea ha annunciato ieri l'arrivo di cinque nuovi trattamenti contro il Covid-19. Si tratta di terapie «promettenti» e «che potrebbero essere presto disponibili» in tutta l'Ue. Quattro sono anticorpi monoclonali, attualmente in revisione dei dati clinici da parte dell'Ema; la quinta terapia è un immunosoppressore, già autorizzato per pazienti non Covid e che potrebbe ricevere l'ok anche per il Covid. I cinque prodotti, spiega la Commissione, sono in una fase di sviluppo «avanzato» e hanno un «elevato potenziale» di essere «tra le tre nuove terapie che riceveranno l'autorizzazione entro ottobre 2021», sempre che si rivelino sicuri ed efficaci. Entro la stessa data, la Commissione elaborerà un portafoglio di almeno dieci potenziali terapie. Ricordiamo che i monoclonali sono farmaci specifici contro il Covid-19, autorizzati in via emergenziale e dallo scorso 10 marzo sono disponibili anche in Italia per persone particolarmente fragili, con infezione recente da Sars-Cov-2 e senza sintomi gravi: da allora, 6.101 pazienti Covid hanno ricevuto anticorpi monoclonali. Intanto continuano a calare i numeri del bollettino quotidiano diramato dal ministero della Salute: nelle scorse 24 ore sono risultati positivi al test del coronavirus 679 italiani e i decessi sono stati 42 (di cui 22 vittime arrivano dal ricalcolo della Regione Campania sul periodo compreso tra novembre 2020 e maggio 2021). Sono stati invece 190.635 i tamponi molecolari e antigenici effettuati con un tasso di positività dello 0,3%, in lieve calo rispetto allo 0,5% di lunedì, ma il più basso da quando a gennaio sono stati aggiunti i test rapidi nel calcolo di questo valore. Prosegue anche il calo delle ospedalizzazioni: i posti letto occupati nei reparti Covid ordinari sono in totale 1676 mentre in terapia intensiva sono 270. In particolare, Friuli, Basilicata, Molise, Valle d'Aosta e la Provincia di Trento hanno le terapie intensive completamente vuote.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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