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2021-06-30
Mezza Australia va in lockdown con zero morti e un solo intubato
Ansa
Tutti pazzi, è proprio il caso di dirlo, per la variante delta. Nella lontana Australia è bastata una manciata di casi per far ripiombare 12 milioni di persone, ovvero metà della popolazione, nella morsa del lockdown. Quattro capitali sono attualmente colpite dal massimo provvedimento restrittivo: Darwin (Territorio del Nord) e Brisbane (Queensland) dovrebbero riacquistare la libertà già il 2 luglio prossimo, e Perth (Australia Occidentale) il giorno successivo, mentre è stata Sydney ad avere la peggio. Gli abitanti della metropoli situata nel Nuovo Galles del Sud, infatti, saranno costretti a rispettare l'isolamento per ben due settimane, vale a dire fino al 9 luglio prossimo.
Nel sistema australiano ogni Stato federato detta le proprie regole. A Sydney, pub e ristoranti rimarranno aperti solo per l'asporto, mentre a chiudere saranno cinema, teatri, palestre, teatri, sale da concerto, piscine, parrucchieri e centri di bellezza, piscine e sale da gioco. Sospese anche le messe, che potranno essere trasmesse solo in streaming. Vietato andare a trovare gli amici, e la mascherina torna obbligatoria in determinate circostanze anche all'aperto. Nello Stato del Queensland, dove si trova Brisbane, negozi e servizi non essenziali abbasseranno la saracinesca, mentre le celebrazioni sono autorizzate solo a numero chiuso: venti persone per i funerali e dieci invitati per i matrimoni.
Una psicosi difficilmente giustificabile sulla base della situazione epidemiologica. Mentre scriviamo, in tutta l'Australia ci sono 294 casi attivi, pari a 1 ogni 100.000 abitanti (che in totale sono poco più di 25 milioni). Giusto per dare l'idea, in Italia ce ne sono 88 volte tanto, ma da noi tutte le Regioni sono in zona bianca. Nelle ultime 24 , i nuovi casi sono stati 25, e zero morti. L'ultimo decesso si è verificato il 19 ottobre del 2020. Quasi nulla la pressione sul sistema sanitario: attualmente 59 persone sono ricoverate, e una sola si trova in terapia intensiva. C'è da dire che la gran parte dei casi riscontrati nell'ultima settimana (136 su 161, pari all'84%) è concentrata su Sydney, ma i numeri assoluti rimangono comunque risibili, e la percentuale di test positivi si attesta in tutti gli Stati allo 0,1% (nel nostro Paese ieri era allo 0,36%).
E allora, perché i canguri sono entrati nel panico? Nel mirino c'è la temutissima variante delta, meno letale ma molto più contagiosa della alfa, dominante nelle ondate precedenti. Secondo alcuni calcoli effettuati sulla base delle telecamere di videosorveglianza diffusi dalla stampa locale, uno dei recenti focolai che ha convinto le autorità a introdurre le nuove restrizioni - quello di Bondi Junction, nei sobborghi di Sydney - sarebbe stato originato da un contatto fugace, durato tra i 5 e i 10 secondi. Qualora verificato, si tratterebbe di un risvolto preoccupante nel decorso della pandemia. Quando non sussiste uno scambio di secrezioni, un contatto stretto viene classificato infatti come una persona con la quale si è avuto un incontro ravvicinato (meno di due metri) per almeno 15 minuti. Se fosse vero, dunque, più che delta sarebbe corretto chiamarla variante «flash». Non tutti gli esperti, però, concordano con questa linea allarmistica. Senza contare che sull'argomento ancora non esistono studi ufficiali. La virologa della Griffith University di Brisbane, Lara Herrero, ha dichiarato all'emittente australiana Abc che il caso catturato dall'impianto a circuito chiuso è stato un incidente. «Dovresti essere così sfortunato, anzi incredibilmente sfortunato», ha spiegato la Herrero, da respirare la stessa aria nella quale il virus è rimasto abbastanza a lungo da essere inalato. Insomma, una cosa è l'attenzione, un'altra il terrore.
C'è però un altro fattore che preoccupa le autorità australiane. La campagna vaccinale procede a un ritmo piuttosto blando: nemmeno un quarto della popolazione (24,1%) ha ricevuto almeno una dose, mentre appena il 4,8% degli abitanti ha completato il ciclo di immunizzazione (in Italia siamo al 33,7%). Ora il timore è che, senza la «scudo» offerto dal vaccino, il numero dei casi possa salire improvvisamente e gli ospedali riempirsi in fretta. Non che il siero rappresenti la panacea, tutt'altro. Stando ai dati ufficiali diffusi dalla sanità britannica, più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati: ben 50 (pari al 43%) avevano ricevuto entrambi le dosi, e altri 19 la prima da almeno 21 giorni.
Ma l'Australia non è l'unico Paese a essere corso ai ripari. Bangkog, capitale della Thailandia, è entrata in lockdown per un mese, mentre la Malesia ha rinviato la fine delle restrizioni. Domenica il Sud Africa ha istituito il coprifuoco, imposto restrizioni al numero di partecipanti ai raduni e vietato la vendita di alcolici. Il governo del Bangladesh ha disposto da lunedì lo stop ai trasporti pubblici, mentre Taiwan e Hong Kong hanno introdotto limitazioni ai viaggiatori. C'è da scommettere che, di questo passo, la follia della variante delta si diffonderà a macchia d'olio.
Terapie anti Covid, l’Ema si sveglia
Smentiti i gufi della terza dose. I vaccini anti Covid con prodotti scudo a mRna, come Pfizer e Moderna, sembrano in grado di indurre «una risposta persistente delle cellule B del centro germinativo, che consente la generazione di una robusta immunità umorale». Ovvero, la reazione suscitata da questi vaccini nell'organismo potrebbe proteggere per anni contro il coronavirus Sars-CoV-2, se questo patogeno con le sue varianti non si evolverà molto oltre la sua forma di oggi.
È quanto afferma un team di scienziati della Washington University school of medicine di St Louis, negli Usa, attraverso uno studio, particolarmente apprezzato dalla comunità scientifica e pubblicato su Nature. Non solo. Tre giorni fa, la task force scientifica della Confederazione svizzera ha pubblicato un documento in cui si sostiene che i vaccini a mRna, Pfizer e Moderna, proteggono gli adulti da gravi decorsi del Covid per un periodo fino a tre anni, mentre per circa 16 mesi la loro efficacia consente di evitare anche lievi casi di malattia provocati dal coronavirus. Insomma, come evidenziato anche da scienziati italiani, per esempio l'immunologo Mario Clerici, «non è detto che serviranno richiami del vaccino Covid ogni anno».
Gli autori dello studio americano hanno esaminato le risposte delle cellule B specifiche per l'antigene sia nel sangue periferico che nei linfonodi drenanti di 14 persone vaccinate con due dosi di Pfizer. Quello che hanno scoperto è che la risposta che si genera appare essere persistente, cioè è come se la vaccinazione ci dotasse di «fabbriche» di plasmacellule e cellule B durature. I dati di questo studio, secondo Clerici, docente dell'università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, «confermano che dal punto di vista immunologico non vi è nulla di peculiare riguardo a questo virus».
Altra notizia promettente arriva dal fronte farmaci. La Commissione europea ha annunciato ieri l'arrivo di cinque nuovi trattamenti contro il Covid-19. Si tratta di terapie «promettenti» e «che potrebbero essere presto disponibili» in tutta l'Ue. Quattro sono anticorpi monoclonali, attualmente in revisione dei dati clinici da parte dell'Ema; la quinta terapia è un immunosoppressore, già autorizzato per pazienti non Covid e che potrebbe ricevere l'ok anche per il Covid. I cinque prodotti, spiega la Commissione, sono in una fase di sviluppo «avanzato» e hanno un «elevato potenziale» di essere «tra le tre nuove terapie che riceveranno l'autorizzazione entro ottobre 2021», sempre che si rivelino sicuri ed efficaci. Entro la stessa data, la Commissione elaborerà un portafoglio di almeno dieci potenziali terapie. Ricordiamo che i monoclonali sono farmaci specifici contro il Covid-19, autorizzati in via emergenziale e dallo scorso 10 marzo sono disponibili anche in Italia per persone particolarmente fragili, con infezione recente da Sars-Cov-2 e senza sintomi gravi: da allora, 6.101 pazienti Covid hanno ricevuto anticorpi monoclonali.
Intanto continuano a calare i numeri del bollettino quotidiano diramato dal ministero della Salute: nelle scorse 24 ore sono risultati positivi al test del coronavirus 679 italiani e i decessi sono stati 42 (di cui 22 vittime arrivano dal ricalcolo della Regione Campania sul periodo compreso tra novembre 2020 e maggio 2021). Sono stati invece 190.635 i tamponi molecolari e antigenici effettuati con un tasso di positività dello 0,3%, in lieve calo rispetto allo 0,5% di lunedì, ma il più basso da quando a gennaio sono stati aggiunti i test rapidi nel calcolo di questo valore. Prosegue anche il calo delle ospedalizzazioni: i posti letto occupati nei reparti Covid ordinari sono in totale 1676 mentre in terapia intensiva sono 270. In particolare, Friuli, Basilicata, Molise, Valle d'Aosta e la Provincia di Trento hanno le terapie intensive completamente vuote.
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Psicosi da variante delta: «Ci si contagia in 5-10 secondi». Una studiosa smentisce. Gli inglesi annunciano: «Tra i deceduti, oltre la metà erano vaccinati». Nuove restrizioni pure in Sud Africa e nel Sud Est asiaticoL'Agenzia approverà quattro monoclonali e un immunosoppressore entro ottobre Ricerca Usa: «I farmaci a mRna proteggono per anni, basta la doppia inoculazione»Lo speciale contiene due articoliTutti pazzi, è proprio il caso di dirlo, per la variante delta. Nella lontana Australia è bastata una manciata di casi per far ripiombare 12 milioni di persone, ovvero metà della popolazione, nella morsa del lockdown. Quattro capitali sono attualmente colpite dal massimo provvedimento restrittivo: Darwin (Territorio del Nord) e Brisbane (Queensland) dovrebbero riacquistare la libertà già il 2 luglio prossimo, e Perth (Australia Occidentale) il giorno successivo, mentre è stata Sydney ad avere la peggio. Gli abitanti della metropoli situata nel Nuovo Galles del Sud, infatti, saranno costretti a rispettare l'isolamento per ben due settimane, vale a dire fino al 9 luglio prossimo. Nel sistema australiano ogni Stato federato detta le proprie regole. A Sydney, pub e ristoranti rimarranno aperti solo per l'asporto, mentre a chiudere saranno cinema, teatri, palestre, teatri, sale da concerto, piscine, parrucchieri e centri di bellezza, piscine e sale da gioco. Sospese anche le messe, che potranno essere trasmesse solo in streaming. Vietato andare a trovare gli amici, e la mascherina torna obbligatoria in determinate circostanze anche all'aperto. Nello Stato del Queensland, dove si trova Brisbane, negozi e servizi non essenziali abbasseranno la saracinesca, mentre le celebrazioni sono autorizzate solo a numero chiuso: venti persone per i funerali e dieci invitati per i matrimoni.Una psicosi difficilmente giustificabile sulla base della situazione epidemiologica. Mentre scriviamo, in tutta l'Australia ci sono 294 casi attivi, pari a 1 ogni 100.000 abitanti (che in totale sono poco più di 25 milioni). Giusto per dare l'idea, in Italia ce ne sono 88 volte tanto, ma da noi tutte le Regioni sono in zona bianca. Nelle ultime 24 , i nuovi casi sono stati 25, e zero morti. L'ultimo decesso si è verificato il 19 ottobre del 2020. Quasi nulla la pressione sul sistema sanitario: attualmente 59 persone sono ricoverate, e una sola si trova in terapia intensiva. C'è da dire che la gran parte dei casi riscontrati nell'ultima settimana (136 su 161, pari all'84%) è concentrata su Sydney, ma i numeri assoluti rimangono comunque risibili, e la percentuale di test positivi si attesta in tutti gli Stati allo 0,1% (nel nostro Paese ieri era allo 0,36%).E allora, perché i canguri sono entrati nel panico? Nel mirino c'è la temutissima variante delta, meno letale ma molto più contagiosa della alfa, dominante nelle ondate precedenti. Secondo alcuni calcoli effettuati sulla base delle telecamere di videosorveglianza diffusi dalla stampa locale, uno dei recenti focolai che ha convinto le autorità a introdurre le nuove restrizioni - quello di Bondi Junction, nei sobborghi di Sydney - sarebbe stato originato da un contatto fugace, durato tra i 5 e i 10 secondi. Qualora verificato, si tratterebbe di un risvolto preoccupante nel decorso della pandemia. Quando non sussiste uno scambio di secrezioni, un contatto stretto viene classificato infatti come una persona con la quale si è avuto un incontro ravvicinato (meno di due metri) per almeno 15 minuti. Se fosse vero, dunque, più che delta sarebbe corretto chiamarla variante «flash». Non tutti gli esperti, però, concordano con questa linea allarmistica. Senza contare che sull'argomento ancora non esistono studi ufficiali. La virologa della Griffith University di Brisbane, Lara Herrero, ha dichiarato all'emittente australiana Abc che il caso catturato dall'impianto a circuito chiuso è stato un incidente. «Dovresti essere così sfortunato, anzi incredibilmente sfortunato», ha spiegato la Herrero, da respirare la stessa aria nella quale il virus è rimasto abbastanza a lungo da essere inalato. Insomma, una cosa è l'attenzione, un'altra il terrore.C'è però un altro fattore che preoccupa le autorità australiane. La campagna vaccinale procede a un ritmo piuttosto blando: nemmeno un quarto della popolazione (24,1%) ha ricevuto almeno una dose, mentre appena il 4,8% degli abitanti ha completato il ciclo di immunizzazione (in Italia siamo al 33,7%). Ora il timore è che, senza la «scudo» offerto dal vaccino, il numero dei casi possa salire improvvisamente e gli ospedali riempirsi in fretta. Non che il siero rappresenti la panacea, tutt'altro. Stando ai dati ufficiali diffusi dalla sanità britannica, più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati: ben 50 (pari al 43%) avevano ricevuto entrambi le dosi, e altri 19 la prima da almeno 21 giorni.Ma l'Australia non è l'unico Paese a essere corso ai ripari. Bangkog, capitale della Thailandia, è entrata in lockdown per un mese, mentre la Malesia ha rinviato la fine delle restrizioni. Domenica il Sud Africa ha istituito il coprifuoco, imposto restrizioni al numero di partecipanti ai raduni e vietato la vendita di alcolici. Il governo del Bangladesh ha disposto da lunedì lo stop ai trasporti pubblici, mentre Taiwan e Hong Kong hanno introdotto limitazioni ai viaggiatori. C'è da scommettere che, di questo passo, la follia della variante delta si diffonderà a macchia d'olio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mezza-australia-va-in-lockdown-con-zero-morti-e-un-solo-intubato-2653592393.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="terapie-anti-covid-lema-si-sveglia" data-post-id="2653592393" data-published-at="1624995958" data-use-pagination="False"> Terapie anti Covid, l’Ema si sveglia Smentiti i gufi della terza dose. I vaccini anti Covid con prodotti scudo a mRna, come Pfizer e Moderna, sembrano in grado di indurre «una risposta persistente delle cellule B del centro germinativo, che consente la generazione di una robusta immunità umorale». Ovvero, la reazione suscitata da questi vaccini nell'organismo potrebbe proteggere per anni contro il coronavirus Sars-CoV-2, se questo patogeno con le sue varianti non si evolverà molto oltre la sua forma di oggi. È quanto afferma un team di scienziati della Washington University school of medicine di St Louis, negli Usa, attraverso uno studio, particolarmente apprezzato dalla comunità scientifica e pubblicato su Nature. Non solo. Tre giorni fa, la task force scientifica della Confederazione svizzera ha pubblicato un documento in cui si sostiene che i vaccini a mRna, Pfizer e Moderna, proteggono gli adulti da gravi decorsi del Covid per un periodo fino a tre anni, mentre per circa 16 mesi la loro efficacia consente di evitare anche lievi casi di malattia provocati dal coronavirus. Insomma, come evidenziato anche da scienziati italiani, per esempio l'immunologo Mario Clerici, «non è detto che serviranno richiami del vaccino Covid ogni anno». Gli autori dello studio americano hanno esaminato le risposte delle cellule B specifiche per l'antigene sia nel sangue periferico che nei linfonodi drenanti di 14 persone vaccinate con due dosi di Pfizer. Quello che hanno scoperto è che la risposta che si genera appare essere persistente, cioè è come se la vaccinazione ci dotasse di «fabbriche» di plasmacellule e cellule B durature. I dati di questo studio, secondo Clerici, docente dell'università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, «confermano che dal punto di vista immunologico non vi è nulla di peculiare riguardo a questo virus». Altra notizia promettente arriva dal fronte farmaci. La Commissione europea ha annunciato ieri l'arrivo di cinque nuovi trattamenti contro il Covid-19. Si tratta di terapie «promettenti» e «che potrebbero essere presto disponibili» in tutta l'Ue. Quattro sono anticorpi monoclonali, attualmente in revisione dei dati clinici da parte dell'Ema; la quinta terapia è un immunosoppressore, già autorizzato per pazienti non Covid e che potrebbe ricevere l'ok anche per il Covid. I cinque prodotti, spiega la Commissione, sono in una fase di sviluppo «avanzato» e hanno un «elevato potenziale» di essere «tra le tre nuove terapie che riceveranno l'autorizzazione entro ottobre 2021», sempre che si rivelino sicuri ed efficaci. Entro la stessa data, la Commissione elaborerà un portafoglio di almeno dieci potenziali terapie. Ricordiamo che i monoclonali sono farmaci specifici contro il Covid-19, autorizzati in via emergenziale e dallo scorso 10 marzo sono disponibili anche in Italia per persone particolarmente fragili, con infezione recente da Sars-Cov-2 e senza sintomi gravi: da allora, 6.101 pazienti Covid hanno ricevuto anticorpi monoclonali. Intanto continuano a calare i numeri del bollettino quotidiano diramato dal ministero della Salute: nelle scorse 24 ore sono risultati positivi al test del coronavirus 679 italiani e i decessi sono stati 42 (di cui 22 vittime arrivano dal ricalcolo della Regione Campania sul periodo compreso tra novembre 2020 e maggio 2021). Sono stati invece 190.635 i tamponi molecolari e antigenici effettuati con un tasso di positività dello 0,3%, in lieve calo rispetto allo 0,5% di lunedì, ma il più basso da quando a gennaio sono stati aggiunti i test rapidi nel calcolo di questo valore. Prosegue anche il calo delle ospedalizzazioni: i posti letto occupati nei reparti Covid ordinari sono in totale 1676 mentre in terapia intensiva sono 270. In particolare, Friuli, Basilicata, Molise, Valle d'Aosta e la Provincia di Trento hanno le terapie intensive completamente vuote.
La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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