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2024-07-28
Mercenari occidentali al fronte «Ci sono 90 italiani, 33 sono morti»
I russi continuano a parlarne come se fosse scontato ormai da mesi. Per vie ufficiali l’occidente invece continua a negare. Fatto sta che parlare di mercenari coinvolti nel conflitto ucraino oggi non è più un tabù, anzi. E c’è chi fornisce anche nel dettaglio i dati della loro presenza sul territorio, con le nazionalità di appartenenza. Il documento in questione è stato pubblicato dal gruppo RaHDit, conosciuto con il nome di «Evil Russian hackers». Si tratta di una nota organizzazione di criminali informatici russi, già giunti alle cronache per le loro significative violazioni di dati . Nel giugno del 2022 hanno reso pubblici i dati personali di migliaia di agenti segreti della Main intelligence directorate (Gur) del ministero della Difesa ucraino. Schede con informazioni personali, che indicano indirizzi di registrazione, numeri di passaporto, di telefono, di identificazione individuale, indirizzi email e posizioni dei dipendenti del dipartimento, accusandone anche alcuni di fare uso di droghe.
L’autenticità dei dati non è mai stata confermata. Eppure la cosa fece notizia. Ora, gli hacker si fanno avanti con questo nuovo documento, le cui informazioni sono verosimili, secondo fonti autorevoli interpellate dalla Verità.
Gli ultimi dati del ministero della Difesa russo indicherebbero la presenza di un totale di 13.387 mercenari stranieri, che dall’inizio del conflitto hanno partecipato alla guerra in Ucraina. Lo stesso ministero sostiene che, di questi, quasi 6.000 sarebbero stati uccisi. Secondo il documento, il contingente più numeroso di questi mercenari proviene dalla Polonia, che avrebbe impiegato sul territorio 2.960 uomini, di cui più della metà risultano eliminati: 1.497. Dopo i polacchi, sul territorio, come si potrebbe immaginare, spiccano le truppe mercenarie provenienti dagli Stati Uniti. Su 1.193 combattenti ne sono sopravvissuti solo 622. Seguono Georgia e Canada, rispettivamente con 1.042 e 1.005 uomini sul campo. Morti, secondo il ministero russo, fin qui 561 georgiani e 422 canadesi. Per il Regno Unito, inviati 822 militari: 360 sono morti. La vicina Romania ha inviato 784 mercenari, la Francia 356 e la Germania 235. Arrivando all’Italia, secondo questo documento ne sarebbero partiti 90, 33 sarebbero morti.
Poiché non esistono dati ufficiali sul numero di soldati uccisi o feriti, né da parte di Kiev né di Mosca, va da sé che non esistano dati ufficiali nemmeno sui nostri morti nel conflitto. A un certo punto. in una lista di oltre 96.000 ricercati dalle forze dell’ordine russe. spuntarono 25 italiani, tra cui la pilota italiana Giulia Schiff e il giudice Rosario Aitala. La soldatessa italiana è colpevole, secondo le autorità di Mosca, di essersi arruolata per contrastare, accanto agli ucraini, l’invasione nel Donbass. Inoltre Schiff ha sposato un soldato ucraino conosciuto sul campo di battaglia, che oggi risulta impegnato nella guerra tra Israele e Gaza.
All’inizio del conflitto - era ancora il 2022 - si ebbe notizia di tre italiani caduti. Elias Putzolu, 28 anni, foreign fighter italiano di origine sarda, è morto in combattimento il 17 ottobre del 2022. Combatteva insieme ai filorussi. Così come Edy Ongaro, 45 anni, veneto partito nel 2015, morto nell’aprile del 2022. Il miliziano era originario di Portogruaro, in provincia di Venezia, membro del Collettivo Stella Rossa che, nel comunicato della sua morte, lo ha definito «un compagno puro e coraggioso, ma fragile». Sul fronte opposto è morto, sempre in combattimento, nella zona di Kharkiv, Benjamin Giorgio Galli, 27 anni, originario della provincia di Varese, arruolatosi come volontario a fianco degli ucraini.
Tornando al documento, sarebbero 36 i Paesi europei coinvolti, 24 quelli asiatici, 13 quelli del continente americano; manca il Brasile, come era lecito attendersi.
Tra i Paesi africani, il maggior numero di mercenari proviene dalla Nigeria: 97 (47 dei quali uccisi), seguita dall’Algeria (28 morti si 60 arruolati), mentre, dei 25 australiani partiti per l’Ucraina, ne sono stati uccisi dei 60, insieme a sei dei sette neozelandesi. Inoltre l’Ucraina avrebbe esortato i Paesi vicini a Mosca a impedire che i propri cittadini vengano reclutati dalla Russia, evidenziando casi di combattenti stranieri catturati per sensibilizzare e scoraggiare gli sforzi di reclutamento.
Zelensky: trattiamo. Mosca lo gela
Arrivare alla pace entro novembre 2024. «Ho assegnato un compito in questo senso alla mia amministrazione e alla nostra squadra diplomatica. Penso che il piano sarà pronto per la fine di novembre», ha dichiarato Volodymyr Zelensky in un’intervista alla televisione pubblica giapponese Nhk. Secondo Zelensky i fattori decisivi saranno il rafforzamento dell’esercito ucraino, la pazienza, il sostegno all’Ucraina - in primo luogo degli Stati Uniti - e la pressione diplomatica internazionale sulla Russia. Il presidente ucraino ha poi detto di aver ricevuto proposte non ufficiali per congelare il conflitto, ma ha sottolineato di non poterle accettare. Zelensky ha inoltre aggiunto che la base del piano d’azione sarà la questione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e che questo argomento sarà discusso in modo sostanziale con i Paesi interessati.
L’obiettivo di Zelensky è chiaro e la data non può essere casuale. Proprio a novembre infatti si volta per la Casa Bianca e il candidato repubblicano, Donald Trump, ha promesso, se eletto, che farà finire la guerra il prima possibile. Tradotto: il tycoon intende chiudere i rubinetti a Kiev. Ed è chiaro quindi che se si vuole trattare bisogna farlo prima che si perda qualsiasi leva negoziale. Evidentemente, a Kiev non scommettono su Kamala Harris. O almeno non vogliono vincolarsi a un bis dei dem.
Ad ogni modo, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha detto di esser stato informato dal suo omologo cinese Wang Yi di una conversazione intercorsa con il ministro degli Esteri ucraino, Dmitry Kuleba, nella quale veniva informato sul fatto che per Mosca non ci sarà alcun negoziato basato sulla «formula di pace» di Kiev. «Wang Yi ci ha raccontato come sono andate le sue conversazioni con Kuleba, e abbiamo ritenuto che la posizione cinese rimane invariata. La posizione cinese, lo ripeto, è quella di concentrarsi sulle cause profonde», del conflitto in Ucraina, ha detto Lavrov. «Per quanto riguarda il formato, anche in questo caso la posizione cinese è formulata molto chiaramente nei loro documenti: si può parlare di preparare una conferenza di qualche tipo, una sorta di evento multilaterale solo se i parametri e le condizioni per la convocazione dell’evento sono accettabili per tutte le parti e solo se tutte le iniziative disponibili sono messe in agenda. Si tratta di un rifiuto diretto di lavorare solo sulla base della “formula di pace” di Zelensky, che è una formula utopica e illusoria che non si realizzerà mai. Tutti se ne sono già resi conto, anche se per inerzia l’Occidente sta ancora cercando di menzionarla come un ultimatum», ha aggiunto Lavrov.
Che la Cina stia lavorando a un piano di pace è ormai riconosciuto da tutti. Anche dal ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina, Kuleba, che dopo la sua visita a Pechino conferma: «Abbiamo ricevuto un chiaro segnale che la Cina sta lavorando per porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina».
Intanto il New York Times rivela che all’inizio di luglio il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, avrebbe ricevuto una chiamata dal suo omologo russo, Andrei Belousov, che lo avvertiva di un’operazione segreta ucraina individuata da Mosca. Una richiesta insolita da parte del Cremlino. come evidenzia lo stesso New York Times. Belousov ha domandato ad Austin se il Pentagono ne fosse a conoscenza e lo ha informato che il blitz avrebbe inasprito tensioni tra Mosca e Washington. I funzionari del Pentagono sono stati sorpresi dalle accuse e non erano a conoscenza di alcun complotto. Quelli che hanno parlato con il quotidiano newyorkese hanno detto che qualsiasi informazione «è stata presa abbastanza sul serio da indurre gli americani a contattare gli ucraini e a dire, in sostanza: “Se state pensando di fare qualcosa del genere, non fatelo”». È stata la prima telefonata tra i due uomini da quando Belousov, un economista, ha sostituito Sergei Shoigu, il ministro della Difesa russo di lunga data, in una scossa del Cremlino a maggio.
Nonostante la profonda dipendenza dell’Ucraina dagli Stati Uniti per il sostegno militare, di intelligence e diplomatico, i funzionari ucraini «non sono sempre trasparenti con le loro controparti americane riguardo alle loro operazioni militari, specialmente quelle contro obiettivi russi dietro le linee nemiche», scrive ancora il Nyt. Gli ucraini e il Cremlino hanno rifiutato di commentare.
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La lista degli hacker russi: in campo quasi 13.000 volontari stranieri. Dei 1.193 statunitensi, ne restano in vita 622. Giallo sui nostri connazionali: finora, ufficialmente, i caduti erano tre. Due di loro stavano con gli invasori.Il presidente Volodymyr Zelensky punta alla tregua entro novembre, Lavrov scettico. Il «Ny Times»: «Contatti Russia-Usa sui raid ucraini oltreconfine. I loro funzionari sono inaffidabili».Lo speciale contiene due articoli.I russi continuano a parlarne come se fosse scontato ormai da mesi. Per vie ufficiali l’occidente invece continua a negare. Fatto sta che parlare di mercenari coinvolti nel conflitto ucraino oggi non è più un tabù, anzi. E c’è chi fornisce anche nel dettaglio i dati della loro presenza sul territorio, con le nazionalità di appartenenza. Il documento in questione è stato pubblicato dal gruppo RaHDit, conosciuto con il nome di «Evil Russian hackers». Si tratta di una nota organizzazione di criminali informatici russi, già giunti alle cronache per le loro significative violazioni di dati . Nel giugno del 2022 hanno reso pubblici i dati personali di migliaia di agenti segreti della Main intelligence directorate (Gur) del ministero della Difesa ucraino. Schede con informazioni personali, che indicano indirizzi di registrazione, numeri di passaporto, di telefono, di identificazione individuale, indirizzi email e posizioni dei dipendenti del dipartimento, accusandone anche alcuni di fare uso di droghe. L’autenticità dei dati non è mai stata confermata. Eppure la cosa fece notizia. Ora, gli hacker si fanno avanti con questo nuovo documento, le cui informazioni sono verosimili, secondo fonti autorevoli interpellate dalla Verità. Gli ultimi dati del ministero della Difesa russo indicherebbero la presenza di un totale di 13.387 mercenari stranieri, che dall’inizio del conflitto hanno partecipato alla guerra in Ucraina. Lo stesso ministero sostiene che, di questi, quasi 6.000 sarebbero stati uccisi. Secondo il documento, il contingente più numeroso di questi mercenari proviene dalla Polonia, che avrebbe impiegato sul territorio 2.960 uomini, di cui più della metà risultano eliminati: 1.497. Dopo i polacchi, sul territorio, come si potrebbe immaginare, spiccano le truppe mercenarie provenienti dagli Stati Uniti. Su 1.193 combattenti ne sono sopravvissuti solo 622. Seguono Georgia e Canada, rispettivamente con 1.042 e 1.005 uomini sul campo. Morti, secondo il ministero russo, fin qui 561 georgiani e 422 canadesi. Per il Regno Unito, inviati 822 militari: 360 sono morti. La vicina Romania ha inviato 784 mercenari, la Francia 356 e la Germania 235. Arrivando all’Italia, secondo questo documento ne sarebbero partiti 90, 33 sarebbero morti. Poiché non esistono dati ufficiali sul numero di soldati uccisi o feriti, né da parte di Kiev né di Mosca, va da sé che non esistano dati ufficiali nemmeno sui nostri morti nel conflitto. A un certo punto. in una lista di oltre 96.000 ricercati dalle forze dell’ordine russe. spuntarono 25 italiani, tra cui la pilota italiana Giulia Schiff e il giudice Rosario Aitala. La soldatessa italiana è colpevole, secondo le autorità di Mosca, di essersi arruolata per contrastare, accanto agli ucraini, l’invasione nel Donbass. Inoltre Schiff ha sposato un soldato ucraino conosciuto sul campo di battaglia, che oggi risulta impegnato nella guerra tra Israele e Gaza.All’inizio del conflitto - era ancora il 2022 - si ebbe notizia di tre italiani caduti. Elias Putzolu, 28 anni, foreign fighter italiano di origine sarda, è morto in combattimento il 17 ottobre del 2022. Combatteva insieme ai filorussi. Così come Edy Ongaro, 45 anni, veneto partito nel 2015, morto nell’aprile del 2022. Il miliziano era originario di Portogruaro, in provincia di Venezia, membro del Collettivo Stella Rossa che, nel comunicato della sua morte, lo ha definito «un compagno puro e coraggioso, ma fragile». Sul fronte opposto è morto, sempre in combattimento, nella zona di Kharkiv, Benjamin Giorgio Galli, 27 anni, originario della provincia di Varese, arruolatosi come volontario a fianco degli ucraini.Tornando al documento, sarebbero 36 i Paesi europei coinvolti, 24 quelli asiatici, 13 quelli del continente americano; manca il Brasile, come era lecito attendersi. Tra i Paesi africani, il maggior numero di mercenari proviene dalla Nigeria: 97 (47 dei quali uccisi), seguita dall’Algeria (28 morti si 60 arruolati), mentre, dei 25 australiani partiti per l’Ucraina, ne sono stati uccisi dei 60, insieme a sei dei sette neozelandesi. Inoltre l’Ucraina avrebbe esortato i Paesi vicini a Mosca a impedire che i propri cittadini vengano reclutati dalla Russia, evidenziando casi di combattenti stranieri catturati per sensibilizzare e scoraggiare gli sforzi di reclutamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mercenari-occidentali-fronte-90-italiani-2668827919.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-trattiamo-mosca-lo-gela" data-post-id="2668827919" data-published-at="1722155299" data-use-pagination="False"> Zelensky: trattiamo. Mosca lo gela Arrivare alla pace entro novembre 2024. «Ho assegnato un compito in questo senso alla mia amministrazione e alla nostra squadra diplomatica. Penso che il piano sarà pronto per la fine di novembre», ha dichiarato Volodymyr Zelensky in un’intervista alla televisione pubblica giapponese Nhk. Secondo Zelensky i fattori decisivi saranno il rafforzamento dell’esercito ucraino, la pazienza, il sostegno all’Ucraina - in primo luogo degli Stati Uniti - e la pressione diplomatica internazionale sulla Russia. Il presidente ucraino ha poi detto di aver ricevuto proposte non ufficiali per congelare il conflitto, ma ha sottolineato di non poterle accettare. Zelensky ha inoltre aggiunto che la base del piano d’azione sarà la questione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e che questo argomento sarà discusso in modo sostanziale con i Paesi interessati. L’obiettivo di Zelensky è chiaro e la data non può essere casuale. Proprio a novembre infatti si volta per la Casa Bianca e il candidato repubblicano, Donald Trump, ha promesso, se eletto, che farà finire la guerra il prima possibile. Tradotto: il tycoon intende chiudere i rubinetti a Kiev. Ed è chiaro quindi che se si vuole trattare bisogna farlo prima che si perda qualsiasi leva negoziale. Evidentemente, a Kiev non scommettono su Kamala Harris. O almeno non vogliono vincolarsi a un bis dei dem. Ad ogni modo, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha detto di esser stato informato dal suo omologo cinese Wang Yi di una conversazione intercorsa con il ministro degli Esteri ucraino, Dmitry Kuleba, nella quale veniva informato sul fatto che per Mosca non ci sarà alcun negoziato basato sulla «formula di pace» di Kiev. «Wang Yi ci ha raccontato come sono andate le sue conversazioni con Kuleba, e abbiamo ritenuto che la posizione cinese rimane invariata. La posizione cinese, lo ripeto, è quella di concentrarsi sulle cause profonde», del conflitto in Ucraina, ha detto Lavrov. «Per quanto riguarda il formato, anche in questo caso la posizione cinese è formulata molto chiaramente nei loro documenti: si può parlare di preparare una conferenza di qualche tipo, una sorta di evento multilaterale solo se i parametri e le condizioni per la convocazione dell’evento sono accettabili per tutte le parti e solo se tutte le iniziative disponibili sono messe in agenda. Si tratta di un rifiuto diretto di lavorare solo sulla base della “formula di pace” di Zelensky, che è una formula utopica e illusoria che non si realizzerà mai. Tutti se ne sono già resi conto, anche se per inerzia l’Occidente sta ancora cercando di menzionarla come un ultimatum», ha aggiunto Lavrov. Che la Cina stia lavorando a un piano di pace è ormai riconosciuto da tutti. Anche dal ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina, Kuleba, che dopo la sua visita a Pechino conferma: «Abbiamo ricevuto un chiaro segnale che la Cina sta lavorando per porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina». Intanto il New York Times rivela che all’inizio di luglio il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, avrebbe ricevuto una chiamata dal suo omologo russo, Andrei Belousov, che lo avvertiva di un’operazione segreta ucraina individuata da Mosca. Una richiesta insolita da parte del Cremlino. come evidenzia lo stesso New York Times. Belousov ha domandato ad Austin se il Pentagono ne fosse a conoscenza e lo ha informato che il blitz avrebbe inasprito tensioni tra Mosca e Washington. I funzionari del Pentagono sono stati sorpresi dalle accuse e non erano a conoscenza di alcun complotto. Quelli che hanno parlato con il quotidiano newyorkese hanno detto che qualsiasi informazione «è stata presa abbastanza sul serio da indurre gli americani a contattare gli ucraini e a dire, in sostanza: “Se state pensando di fare qualcosa del genere, non fatelo”». È stata la prima telefonata tra i due uomini da quando Belousov, un economista, ha sostituito Sergei Shoigu, il ministro della Difesa russo di lunga data, in una scossa del Cremlino a maggio. Nonostante la profonda dipendenza dell’Ucraina dagli Stati Uniti per il sostegno militare, di intelligence e diplomatico, i funzionari ucraini «non sono sempre trasparenti con le loro controparti americane riguardo alle loro operazioni militari, specialmente quelle contro obiettivi russi dietro le linee nemiche», scrive ancora il Nyt. Gli ucraini e il Cremlino hanno rifiutato di commentare.
Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
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