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2024-07-28
Mercenari occidentali al fronte «Ci sono 90 italiani, 33 sono morti»
I russi continuano a parlarne come se fosse scontato ormai da mesi. Per vie ufficiali l’occidente invece continua a negare. Fatto sta che parlare di mercenari coinvolti nel conflitto ucraino oggi non è più un tabù, anzi. E c’è chi fornisce anche nel dettaglio i dati della loro presenza sul territorio, con le nazionalità di appartenenza. Il documento in questione è stato pubblicato dal gruppo RaHDit, conosciuto con il nome di «Evil Russian hackers». Si tratta di una nota organizzazione di criminali informatici russi, già giunti alle cronache per le loro significative violazioni di dati . Nel giugno del 2022 hanno reso pubblici i dati personali di migliaia di agenti segreti della Main intelligence directorate (Gur) del ministero della Difesa ucraino. Schede con informazioni personali, che indicano indirizzi di registrazione, numeri di passaporto, di telefono, di identificazione individuale, indirizzi email e posizioni dei dipendenti del dipartimento, accusandone anche alcuni di fare uso di droghe.
L’autenticità dei dati non è mai stata confermata. Eppure la cosa fece notizia. Ora, gli hacker si fanno avanti con questo nuovo documento, le cui informazioni sono verosimili, secondo fonti autorevoli interpellate dalla Verità.
Gli ultimi dati del ministero della Difesa russo indicherebbero la presenza di un totale di 13.387 mercenari stranieri, che dall’inizio del conflitto hanno partecipato alla guerra in Ucraina. Lo stesso ministero sostiene che, di questi, quasi 6.000 sarebbero stati uccisi. Secondo il documento, il contingente più numeroso di questi mercenari proviene dalla Polonia, che avrebbe impiegato sul territorio 2.960 uomini, di cui più della metà risultano eliminati: 1.497. Dopo i polacchi, sul territorio, come si potrebbe immaginare, spiccano le truppe mercenarie provenienti dagli Stati Uniti. Su 1.193 combattenti ne sono sopravvissuti solo 622. Seguono Georgia e Canada, rispettivamente con 1.042 e 1.005 uomini sul campo. Morti, secondo il ministero russo, fin qui 561 georgiani e 422 canadesi. Per il Regno Unito, inviati 822 militari: 360 sono morti. La vicina Romania ha inviato 784 mercenari, la Francia 356 e la Germania 235. Arrivando all’Italia, secondo questo documento ne sarebbero partiti 90, 33 sarebbero morti.
Poiché non esistono dati ufficiali sul numero di soldati uccisi o feriti, né da parte di Kiev né di Mosca, va da sé che non esistano dati ufficiali nemmeno sui nostri morti nel conflitto. A un certo punto. in una lista di oltre 96.000 ricercati dalle forze dell’ordine russe. spuntarono 25 italiani, tra cui la pilota italiana Giulia Schiff e il giudice Rosario Aitala. La soldatessa italiana è colpevole, secondo le autorità di Mosca, di essersi arruolata per contrastare, accanto agli ucraini, l’invasione nel Donbass. Inoltre Schiff ha sposato un soldato ucraino conosciuto sul campo di battaglia, che oggi risulta impegnato nella guerra tra Israele e Gaza.
All’inizio del conflitto - era ancora il 2022 - si ebbe notizia di tre italiani caduti. Elias Putzolu, 28 anni, foreign fighter italiano di origine sarda, è morto in combattimento il 17 ottobre del 2022. Combatteva insieme ai filorussi. Così come Edy Ongaro, 45 anni, veneto partito nel 2015, morto nell’aprile del 2022. Il miliziano era originario di Portogruaro, in provincia di Venezia, membro del Collettivo Stella Rossa che, nel comunicato della sua morte, lo ha definito «un compagno puro e coraggioso, ma fragile». Sul fronte opposto è morto, sempre in combattimento, nella zona di Kharkiv, Benjamin Giorgio Galli, 27 anni, originario della provincia di Varese, arruolatosi come volontario a fianco degli ucraini.
Tornando al documento, sarebbero 36 i Paesi europei coinvolti, 24 quelli asiatici, 13 quelli del continente americano; manca il Brasile, come era lecito attendersi.
Tra i Paesi africani, il maggior numero di mercenari proviene dalla Nigeria: 97 (47 dei quali uccisi), seguita dall’Algeria (28 morti si 60 arruolati), mentre, dei 25 australiani partiti per l’Ucraina, ne sono stati uccisi dei 60, insieme a sei dei sette neozelandesi. Inoltre l’Ucraina avrebbe esortato i Paesi vicini a Mosca a impedire che i propri cittadini vengano reclutati dalla Russia, evidenziando casi di combattenti stranieri catturati per sensibilizzare e scoraggiare gli sforzi di reclutamento.
Zelensky: trattiamo. Mosca lo gela
Arrivare alla pace entro novembre 2024. «Ho assegnato un compito in questo senso alla mia amministrazione e alla nostra squadra diplomatica. Penso che il piano sarà pronto per la fine di novembre», ha dichiarato Volodymyr Zelensky in un’intervista alla televisione pubblica giapponese Nhk. Secondo Zelensky i fattori decisivi saranno il rafforzamento dell’esercito ucraino, la pazienza, il sostegno all’Ucraina - in primo luogo degli Stati Uniti - e la pressione diplomatica internazionale sulla Russia. Il presidente ucraino ha poi detto di aver ricevuto proposte non ufficiali per congelare il conflitto, ma ha sottolineato di non poterle accettare. Zelensky ha inoltre aggiunto che la base del piano d’azione sarà la questione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e che questo argomento sarà discusso in modo sostanziale con i Paesi interessati.
L’obiettivo di Zelensky è chiaro e la data non può essere casuale. Proprio a novembre infatti si volta per la Casa Bianca e il candidato repubblicano, Donald Trump, ha promesso, se eletto, che farà finire la guerra il prima possibile. Tradotto: il tycoon intende chiudere i rubinetti a Kiev. Ed è chiaro quindi che se si vuole trattare bisogna farlo prima che si perda qualsiasi leva negoziale. Evidentemente, a Kiev non scommettono su Kamala Harris. O almeno non vogliono vincolarsi a un bis dei dem.
Ad ogni modo, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha detto di esser stato informato dal suo omologo cinese Wang Yi di una conversazione intercorsa con il ministro degli Esteri ucraino, Dmitry Kuleba, nella quale veniva informato sul fatto che per Mosca non ci sarà alcun negoziato basato sulla «formula di pace» di Kiev. «Wang Yi ci ha raccontato come sono andate le sue conversazioni con Kuleba, e abbiamo ritenuto che la posizione cinese rimane invariata. La posizione cinese, lo ripeto, è quella di concentrarsi sulle cause profonde», del conflitto in Ucraina, ha detto Lavrov. «Per quanto riguarda il formato, anche in questo caso la posizione cinese è formulata molto chiaramente nei loro documenti: si può parlare di preparare una conferenza di qualche tipo, una sorta di evento multilaterale solo se i parametri e le condizioni per la convocazione dell’evento sono accettabili per tutte le parti e solo se tutte le iniziative disponibili sono messe in agenda. Si tratta di un rifiuto diretto di lavorare solo sulla base della “formula di pace” di Zelensky, che è una formula utopica e illusoria che non si realizzerà mai. Tutti se ne sono già resi conto, anche se per inerzia l’Occidente sta ancora cercando di menzionarla come un ultimatum», ha aggiunto Lavrov.
Che la Cina stia lavorando a un piano di pace è ormai riconosciuto da tutti. Anche dal ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina, Kuleba, che dopo la sua visita a Pechino conferma: «Abbiamo ricevuto un chiaro segnale che la Cina sta lavorando per porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina».
Intanto il New York Times rivela che all’inizio di luglio il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, avrebbe ricevuto una chiamata dal suo omologo russo, Andrei Belousov, che lo avvertiva di un’operazione segreta ucraina individuata da Mosca. Una richiesta insolita da parte del Cremlino. come evidenzia lo stesso New York Times. Belousov ha domandato ad Austin se il Pentagono ne fosse a conoscenza e lo ha informato che il blitz avrebbe inasprito tensioni tra Mosca e Washington. I funzionari del Pentagono sono stati sorpresi dalle accuse e non erano a conoscenza di alcun complotto. Quelli che hanno parlato con il quotidiano newyorkese hanno detto che qualsiasi informazione «è stata presa abbastanza sul serio da indurre gli americani a contattare gli ucraini e a dire, in sostanza: “Se state pensando di fare qualcosa del genere, non fatelo”». È stata la prima telefonata tra i due uomini da quando Belousov, un economista, ha sostituito Sergei Shoigu, il ministro della Difesa russo di lunga data, in una scossa del Cremlino a maggio.
Nonostante la profonda dipendenza dell’Ucraina dagli Stati Uniti per il sostegno militare, di intelligence e diplomatico, i funzionari ucraini «non sono sempre trasparenti con le loro controparti americane riguardo alle loro operazioni militari, specialmente quelle contro obiettivi russi dietro le linee nemiche», scrive ancora il Nyt. Gli ucraini e il Cremlino hanno rifiutato di commentare.
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La lista degli hacker russi: in campo quasi 13.000 volontari stranieri. Dei 1.193 statunitensi, ne restano in vita 622. Giallo sui nostri connazionali: finora, ufficialmente, i caduti erano tre. Due di loro stavano con gli invasori.Il presidente Volodymyr Zelensky punta alla tregua entro novembre, Lavrov scettico. Il «Ny Times»: «Contatti Russia-Usa sui raid ucraini oltreconfine. I loro funzionari sono inaffidabili».Lo speciale contiene due articoli.I russi continuano a parlarne come se fosse scontato ormai da mesi. Per vie ufficiali l’occidente invece continua a negare. Fatto sta che parlare di mercenari coinvolti nel conflitto ucraino oggi non è più un tabù, anzi. E c’è chi fornisce anche nel dettaglio i dati della loro presenza sul territorio, con le nazionalità di appartenenza. Il documento in questione è stato pubblicato dal gruppo RaHDit, conosciuto con il nome di «Evil Russian hackers». Si tratta di una nota organizzazione di criminali informatici russi, già giunti alle cronache per le loro significative violazioni di dati . Nel giugno del 2022 hanno reso pubblici i dati personali di migliaia di agenti segreti della Main intelligence directorate (Gur) del ministero della Difesa ucraino. Schede con informazioni personali, che indicano indirizzi di registrazione, numeri di passaporto, di telefono, di identificazione individuale, indirizzi email e posizioni dei dipendenti del dipartimento, accusandone anche alcuni di fare uso di droghe. L’autenticità dei dati non è mai stata confermata. Eppure la cosa fece notizia. Ora, gli hacker si fanno avanti con questo nuovo documento, le cui informazioni sono verosimili, secondo fonti autorevoli interpellate dalla Verità. Gli ultimi dati del ministero della Difesa russo indicherebbero la presenza di un totale di 13.387 mercenari stranieri, che dall’inizio del conflitto hanno partecipato alla guerra in Ucraina. Lo stesso ministero sostiene che, di questi, quasi 6.000 sarebbero stati uccisi. Secondo il documento, il contingente più numeroso di questi mercenari proviene dalla Polonia, che avrebbe impiegato sul territorio 2.960 uomini, di cui più della metà risultano eliminati: 1.497. Dopo i polacchi, sul territorio, come si potrebbe immaginare, spiccano le truppe mercenarie provenienti dagli Stati Uniti. Su 1.193 combattenti ne sono sopravvissuti solo 622. Seguono Georgia e Canada, rispettivamente con 1.042 e 1.005 uomini sul campo. Morti, secondo il ministero russo, fin qui 561 georgiani e 422 canadesi. Per il Regno Unito, inviati 822 militari: 360 sono morti. La vicina Romania ha inviato 784 mercenari, la Francia 356 e la Germania 235. Arrivando all’Italia, secondo questo documento ne sarebbero partiti 90, 33 sarebbero morti. Poiché non esistono dati ufficiali sul numero di soldati uccisi o feriti, né da parte di Kiev né di Mosca, va da sé che non esistano dati ufficiali nemmeno sui nostri morti nel conflitto. A un certo punto. in una lista di oltre 96.000 ricercati dalle forze dell’ordine russe. spuntarono 25 italiani, tra cui la pilota italiana Giulia Schiff e il giudice Rosario Aitala. La soldatessa italiana è colpevole, secondo le autorità di Mosca, di essersi arruolata per contrastare, accanto agli ucraini, l’invasione nel Donbass. Inoltre Schiff ha sposato un soldato ucraino conosciuto sul campo di battaglia, che oggi risulta impegnato nella guerra tra Israele e Gaza.All’inizio del conflitto - era ancora il 2022 - si ebbe notizia di tre italiani caduti. Elias Putzolu, 28 anni, foreign fighter italiano di origine sarda, è morto in combattimento il 17 ottobre del 2022. Combatteva insieme ai filorussi. Così come Edy Ongaro, 45 anni, veneto partito nel 2015, morto nell’aprile del 2022. Il miliziano era originario di Portogruaro, in provincia di Venezia, membro del Collettivo Stella Rossa che, nel comunicato della sua morte, lo ha definito «un compagno puro e coraggioso, ma fragile». Sul fronte opposto è morto, sempre in combattimento, nella zona di Kharkiv, Benjamin Giorgio Galli, 27 anni, originario della provincia di Varese, arruolatosi come volontario a fianco degli ucraini.Tornando al documento, sarebbero 36 i Paesi europei coinvolti, 24 quelli asiatici, 13 quelli del continente americano; manca il Brasile, come era lecito attendersi. Tra i Paesi africani, il maggior numero di mercenari proviene dalla Nigeria: 97 (47 dei quali uccisi), seguita dall’Algeria (28 morti si 60 arruolati), mentre, dei 25 australiani partiti per l’Ucraina, ne sono stati uccisi dei 60, insieme a sei dei sette neozelandesi. Inoltre l’Ucraina avrebbe esortato i Paesi vicini a Mosca a impedire che i propri cittadini vengano reclutati dalla Russia, evidenziando casi di combattenti stranieri catturati per sensibilizzare e scoraggiare gli sforzi di reclutamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mercenari-occidentali-fronte-90-italiani-2668827919.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-trattiamo-mosca-lo-gela" data-post-id="2668827919" data-published-at="1722155299" data-use-pagination="False"> Zelensky: trattiamo. Mosca lo gela Arrivare alla pace entro novembre 2024. «Ho assegnato un compito in questo senso alla mia amministrazione e alla nostra squadra diplomatica. Penso che il piano sarà pronto per la fine di novembre», ha dichiarato Volodymyr Zelensky in un’intervista alla televisione pubblica giapponese Nhk. Secondo Zelensky i fattori decisivi saranno il rafforzamento dell’esercito ucraino, la pazienza, il sostegno all’Ucraina - in primo luogo degli Stati Uniti - e la pressione diplomatica internazionale sulla Russia. Il presidente ucraino ha poi detto di aver ricevuto proposte non ufficiali per congelare il conflitto, ma ha sottolineato di non poterle accettare. Zelensky ha inoltre aggiunto che la base del piano d’azione sarà la questione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e che questo argomento sarà discusso in modo sostanziale con i Paesi interessati. L’obiettivo di Zelensky è chiaro e la data non può essere casuale. Proprio a novembre infatti si volta per la Casa Bianca e il candidato repubblicano, Donald Trump, ha promesso, se eletto, che farà finire la guerra il prima possibile. Tradotto: il tycoon intende chiudere i rubinetti a Kiev. Ed è chiaro quindi che se si vuole trattare bisogna farlo prima che si perda qualsiasi leva negoziale. Evidentemente, a Kiev non scommettono su Kamala Harris. O almeno non vogliono vincolarsi a un bis dei dem. Ad ogni modo, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha detto di esser stato informato dal suo omologo cinese Wang Yi di una conversazione intercorsa con il ministro degli Esteri ucraino, Dmitry Kuleba, nella quale veniva informato sul fatto che per Mosca non ci sarà alcun negoziato basato sulla «formula di pace» di Kiev. «Wang Yi ci ha raccontato come sono andate le sue conversazioni con Kuleba, e abbiamo ritenuto che la posizione cinese rimane invariata. La posizione cinese, lo ripeto, è quella di concentrarsi sulle cause profonde», del conflitto in Ucraina, ha detto Lavrov. «Per quanto riguarda il formato, anche in questo caso la posizione cinese è formulata molto chiaramente nei loro documenti: si può parlare di preparare una conferenza di qualche tipo, una sorta di evento multilaterale solo se i parametri e le condizioni per la convocazione dell’evento sono accettabili per tutte le parti e solo se tutte le iniziative disponibili sono messe in agenda. Si tratta di un rifiuto diretto di lavorare solo sulla base della “formula di pace” di Zelensky, che è una formula utopica e illusoria che non si realizzerà mai. Tutti se ne sono già resi conto, anche se per inerzia l’Occidente sta ancora cercando di menzionarla come un ultimatum», ha aggiunto Lavrov. Che la Cina stia lavorando a un piano di pace è ormai riconosciuto da tutti. Anche dal ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina, Kuleba, che dopo la sua visita a Pechino conferma: «Abbiamo ricevuto un chiaro segnale che la Cina sta lavorando per porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina». Intanto il New York Times rivela che all’inizio di luglio il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, avrebbe ricevuto una chiamata dal suo omologo russo, Andrei Belousov, che lo avvertiva di un’operazione segreta ucraina individuata da Mosca. Una richiesta insolita da parte del Cremlino. come evidenzia lo stesso New York Times. Belousov ha domandato ad Austin se il Pentagono ne fosse a conoscenza e lo ha informato che il blitz avrebbe inasprito tensioni tra Mosca e Washington. I funzionari del Pentagono sono stati sorpresi dalle accuse e non erano a conoscenza di alcun complotto. Quelli che hanno parlato con il quotidiano newyorkese hanno detto che qualsiasi informazione «è stata presa abbastanza sul serio da indurre gli americani a contattare gli ucraini e a dire, in sostanza: “Se state pensando di fare qualcosa del genere, non fatelo”». È stata la prima telefonata tra i due uomini da quando Belousov, un economista, ha sostituito Sergei Shoigu, il ministro della Difesa russo di lunga data, in una scossa del Cremlino a maggio. Nonostante la profonda dipendenza dell’Ucraina dagli Stati Uniti per il sostegno militare, di intelligence e diplomatico, i funzionari ucraini «non sono sempre trasparenti con le loro controparti americane riguardo alle loro operazioni militari, specialmente quelle contro obiettivi russi dietro le linee nemiche», scrive ancora il Nyt. Gli ucraini e il Cremlino hanno rifiutato di commentare.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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