• Dilaga il numero di dottori strapagati dati in affitto dalle coop agli ospedali che ne sono privi. Non importa se qualificati o no, basta coprire i turni. E il servizio sanitario rischia di crollare.
  • Fabio De Iaco, presidente della Società di medicina d’urgenza: «I colleghi in prestito vanno e vengono mentre i problemi ricadono sui pochi dipendenti. C’è un business dei corsi di formazione che consente di saltare quelli ufficiali».
  • Guido Quici, presidente del sindacato Cimo: «L’anarchia è assoluta. Le società spuntano ovunque senza doversi certificare».
  • La denuncia del dottor Giulio Ricciuto, dell’ospedale di Ostia: «Nei pronto soccorso regionali ogni 90 secondi arriva un paziente, siamo di fronte a un vero caporalato».

Lo speciale contiene quattro articoli.

È uno dei tanti paradossi della sanità, sempre a corto di denaro, stretta d’assedio in ogni legge di bilancio ma alla fine costretta a pagare cifre esorbitanti per assicurarsi il personale. Il tutto senza regole e bandi di gara, in una giungla normativa in cui ogni ospedale è libero di fare ciò che vuole senza che nessuno gli chieda conto delle decisioni. È questa la situazione dei medici «a gettone», camici bianchi appaltati dalle cooperative alle strutture ospedaliere a costi anche tripli rispetto ai colleghi interni, con contratto regolare. Attorno a questo meccanismo, sdoganato dall’emergenza Covid ma che subito ha messo radici difficili ora da estirpare, è proliferato un giro d’affari importante. Cooperative sorgono come funghi e con il passaparola reclutano i medici allettandoli con facili e considerevoli guadagni.

Nel loro bacino si trova di tutto, dal neolaureato allo specializzato con una carriera consolidata alle spalle ma stanco dei ritmi ospedalieri, dal pensionato che vuole arrotondare l’assegno mensile allo straniero a caccia di un impiego senza troppe barriere. Gli ospedali definiscono accordi sulla copertura dei turni scoperti, talvolta senza nemmeno passare per una gara o richiedere assicurazioni sulla specializzazione di chi andrà a coprire i buchi del personale insufficiente, nelle corsie o nel pronto soccorso.

L’Azienda ospedaliera arriva a pagare alla cooperativa 1.400 euro per un turno notturno di un medico che in tasca ne metterà 1.000 per 12 ore di lavoro, senza esperienza e senza specializzazione. Ma il gettonista può percepire anche 200 euro l’ora, più del quadruplo degli omologhi assunti dall’ospedale. A queste cifre, un camice bianco con contratto ospedaliero può pensare seriamente di mollare il posto fisso. Anche perché le istituzioni continuano a far finta che nulla stia accadendo, nonostante i bilanci della sanità facciano acqua.

L’esternalizzazione del lavoro medico è stato decretato illegale nel 2018, ma durante la pandemia, a causa delle condizioni di emergenza legate al Covid, si è derogato. A oggi, seppure l’emergenza sembri finita, il fenomeno dei medici a gettone persiste. In Piemonte e Toscana vi fa ricorso il 50% delle aziende ospedaliere, il 60% in Liguria e il 70% in Veneto.

Secondo un sondaggio della federazione Cimo-Fesmed su un campione di 1.000 medici, quattro su dieci sono pronti a lasciare il posto fisso in ospedale per lavorare come gettonisti. Percentuali più alte risultano tra i più giovani (è disposto a lavorare per le coop il 50% di chi ha meno di 35 anni e il 45% dei dottori fra 36 e 45 anni). Se queste percentuali dovessero trasformarsi in dimissioni reali, ci ritroveremmo dinanzi al tramonto definitivo del Servizio sanitario nazionale.

I gettonisti sono utilizzati soprattutto nei pronto soccorso, dove la carenza di personale è maggiore ma dove si richiede competenze e specializzazione. Due requisiti che le cooperative non si impegnano a garantire, dal momento che la natura all’accordo con gli ospedali è esclusivamente di coprire un certo numero di turni. Per chi arriva al pronto soccorso, l’assistenza è una scommessa al buio. Chi si occuperà dei propri cari? Un medico qualificato inserito nell’ospedale che ne conosce la macchina organizzativa, o un gettonista paracadutato magari senza esperienza e specializzazione?

Spesso, come riferiscono i sindacati degli ospedalieri, i medici interni oltre a occuparsi dei pazienti devono fare da tutor ai nuovi arrivati, spiegare il coordinamento tra le strutture di emergenza e i reparti e l’uso dei sistemi informatici. Chi arriva per una notte non conosce le procedure. Siccome i camici bianchi delle coop gestiscono il proprio lavoro autonomamente, può accadere che facciano turni continuativi anche fino a 36 ore senza che nessuno abbia la facoltà di controllare. Questo è un fattore di rischio per i pazienti. Un prolungato orario di lavoro può portare a maggiori possibilità di commettere errori.

Dal momento che sono «a chiamata», non possono garantire continuità nelle cure, quella che viene definita la «presa in carico del paziente» con diagnosi e terapie. Inoltre non dovendo fare i conti con la sostenibilità economica dell’azienda ospedaliera, poiché non sono dipendenti, possono ordinare anche controlli quali tac e analisi, che in condizioni diverse potrebbero essere evitati, aggravando così la spesa della struttura.

Del fenomeno si sono occupati i Nas. Tra novembre e dicembre sono stati svolti controlli presso 1.934 strutture sanitarie, monitorando 637 imprese e cooperative private e verificando l’idoneità di oltre 11.600 figure tra medici (13%), infermieri (25%) e altre professioni sanitarie (62%) come operatori socioassistenziali, tecnici di laboratorio e figure similari. Sono emersi 165 operatori sanitari «a gettone» irregolari individuati in ospedali e Rsa di tutta la penisola. Tra questi, persone con più di 70 anni oppure privi della specializzazione richiesta, o ancora infermieri senza titoli o medici inseriti nei reparti di ostetricia e ginecologia senza avere la formazione per gestire i parti cesarei. I carabinieri hanno segnalato 205 persone, tra responsabili di cooperative, titolari di strutture sanitarie e operatori sanitari, di cui 83 all’autorità giudiziaria e 122 a quella Amministrativa. Sono stati anche deferiti 8 titolari di cooperative per l’ipotesi di reato di frode e inadempimento nelle pubbliche forniture. Sul fenomeno si è mossa anche l’Autorità anticorruzione, che ha sollecitato l’intervento del ministro della Salute e del Mef per definire un decreto ministeriale che faccia chiarezza sulla questione dei «gettonisti», e dia criteri di congruità dei prezzi.

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