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2018-05-10
A parole è già nato il governo Lega-M5s
ANSA
«Un premier donna sarebbe un bel segnale». Dallo staff del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la considerazione è stata trasmessa sia a Matteo Salvini che a Luigi Di Maio. I quali, entrambi, hanno compreso al volo quale soluzione, secondo il Colle, sarebbe in grado di chiudere nel migliore dei modi l'ennesima triangolazione tra M5s, Lega e Forza Italia. La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, avrebbe le caratteristiche ideali per sigillare il patto tra Salvini, Di Maio e Silvio Berlusconi: è di Forza Italia, ma è stata votata anche dai 5 stelle e verrebbe considerata una scelta «istituzionale» e «terza» tra leghisti e grillini; sarebbe la prima donna premier in Italia; consentirebbe a Berlusconi di votare la fiducia all'esecutivo, pur in assenza di ministri «forzisti»; libererebbe la carica di presidente del Senato per un leghista.
Il suggerimento, però, è stato lasciato cadere: Di Maio farebbe fatica a far digerire ai suoi un presidente del Consiglio di Forza Italia, mentre Salvini accarezza l'idea di un premier leghista (Giancarlo Giorgetti, gradito al capo dello Stato ma fino a un certo punto, visto che fu lui a ventilare «tentazioni secessionistiche» nel caso di un accordo Pd-M5s).
In ogni caso, la giornata di ieri, per Sergio Mattarella, è stata densissima di contatti. In mattinata, il capo dello Stato ha ricordato le vittime del terrorismo in occasione della Giornata delle memoria al Quirinale. Già martedì sera, al Colle erano arrivati segnali da Di Maio e Salvini, che chiedevano tempo per chiudere l'accordo. Alle 13 e 30, dal Quirinale è stato diramato un comunicato stampa: «M5s e Lega», recitava la nota, «hanno informato la presidenza della Repubblica che è in corso un confronto per pervenire ad un possibile accordo di governo e che per sviluppare questo confronto hanno bisogno di 24 ore».
Il governo «neutrale», può restare in freezer ancora un po', perché in fondo il risultato a casa lo ha portato. Senza la accelerazione impressa con l'annuncio dell'imminente nomina di premier e ministri «neutrali», e del conseguente voto anticipato a luglio o ottobre, Silvio Berlusconi non sarebbe stato sottoposto al vero e proprio «assedio» che ieri ha subito da parte di deputati e senatori terrorizzati dalla prospettiva di non essere rieletti e di consiglieri come Fedele Confalonieri e Gianni Letta, convinti, come la figlia Marina, della necessità di chiudere l'accordo con Di Maio e Salvini chiedendo il massimo possibile in termini di contropartite «politiche».
Mattarella, se l'accordo tra Lega, M5s e Berlusconi oggi sarà definitivamente siglato, si darà da fare per indirizzare il governo legastellato nei binari a lui cari: continuità in politica estera ed economica, rapporti saldi con Bruxelles. Giorgetti premier? Il Colle non potrebbe mai dire «no», ma fino a ieri sera l'ipotesi che il M5s possa concedere lo scranno più alto di Palazzo Chigi alla Lega (seconda forza della maggioranza) sembrava assai remota. Anzi: la casella ancora da riempire, nel puzzle governativo legastellato, era ancora proprio quella del presidente del Consiglio.
Una lacuna che il Quirinale potrebbe aiutare a colmare, suggerendo lui stesso un nome (circolava ieri quello dell'ex presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, gradito ai 5 stelle).
Più debole si dimostrerà l'accordo tra Di Maio e Salvini, più forte sarà la facoltà del presidente della Repubblica di indirizzare le scelte dei «ragazzi». Debolezza che aumenterà a dismisura se Forza Italia si schiererà alla opposizione, pur garantendo a Salvini la tenuta della coalizione nelle regioni e nelle città, dando così vita a un nuovo bipolarismo a livello nazionale, con Lega e M5s da un lato e Pd e Forza Italia dall'altro.
L'importante, per il Quirinale, è che il ministero degli Esteri e quello della Difesa vadano al M5s o a figure terze, ma mai alla Lega. Luigi Di Maio, che a Washington, a Berlino e in alcuni circoli assai riservati ma che contano, considerano affidabile in quanto estremamente malleabile, è in pole.
Il Colle, inoltre, chiede che il ministero dell'Economia venga assegnato a una figura «autorevole», con ottimi rapporti con Bruxelles e che non intenda sforare i vincoli europei. Mattarella auspica inoltre che il ministero della Coesione territoriale sia affidato a un big e non a un dirigente politico di secondo piano.
Il capo dello Stato chiederà anche esplicitamente a Di Maio quale sia la posizione del Movimento rispetto alle ultime uscite pubbliche del «garante» Beppe Grillo, in particolare quella sul referendum sull'euro. Mattarella, infine, se anche questo estremo tentativo di accordo tra Salvini e Di Maio dovesse clamorosamente saltare, si ritroverebbe con la strada spianata per varare il suo governo «neutrale». Oggi attenderà novità da Fiesole dove partecipa a «The state of the Union», l'evento organizzato dall'Istituto universitario europeo. Appuntamento al quale parteciperanno anche il presidente della Bce Mario Draghi e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker. Dopo una tappa a Palermo, il rientro del presidente a Roma è previsto per domani pomeriggio. La dead line è fissata allora.
Berlusconi convinto dalla formula di Toti
«Benevolenza critica, what else?». È un omaggio alle convergenze parallele nei 40 anni della morte di Aldo Moro, ma anche un riconoscimento alla raffinatezza politica di Giovanni Toti che ha inventato una formula bizantina per sbloccare l'ingorgo istituzionale più congestionato degli ultimi decenni. Un colpo di tacco a sorpresa in grado di far eventualmente decollare il fidanzamento fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Al culmine dei due giorni più lunghi nella storia di Forza Italia, è il governatore della Liguria a trovare la soluzione. E a proporre a Silvio Berlusconi qualcosa che non sia un appoggio esterno (posizione per lui insostenibile) e neppure le elezioni, parola che in questo momento fa correre i brividi lungo la schiena del Cavaliere al pari dell'altra, Vivendi. «Il tema vero è che la Lega e i 5 stelle hanno i voti per insediare un governo e fare un accordo politico, a cui Forza Italia non parteciperà con un appoggio esterno», spiega prima a Berlusconi a Palazzo Grazioli - dove il quartiere generale si è trasferito da Arcore per vivere le giornate decisive -, e poi a Radio 1. «Il che non vuol dire che, dopo sei settimane di stallo del Paese, non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da 20 anni, con una benevolenza critica».
Poi Toti approfondisce. «Consiste in una visione pragmatica e al tempo stesso benevola rispetto ai tentativi di formare il governo. È impossibile per Forza Italia condividere alcuni obiettivi dei 5 stelle e al tempo stesso anche l'atteggiamento politico e il grado di rispetto delle regole democratiche. Ma in ogni caso un governo che vedesse coinvolto un nostro alleato importante come la Lega e il candidato premier della coalizione Salvini, non potrebbe che avere da parte nostra una benevola attenzione. Non significa appoggio esterno coordinato e neppure una pregiudiziale ostilità, ma significa consentire la partenza di un'esperienza di governo che valuteremo caso per caso con attenzione al programma che abbiamo presentato agli elettori».
Bingo. Il ragionamento piace, comincia a fare breccia, e non poteva che arrivare da un sincero sostenitore dell'alleanza sempre più stretta con la Lega, quella «sintonia oltre le differenze» alla base del successo del modello Liguria. Per questa sua linea, subito dopo l'esito del 4 marzo, Toti era stato accusato d'essere un «collaborazionista» dai colonnelli del partito. Ma ha saputo tenere duro e far rimangiare a tutti l'insinuazione di «averci venduti alla Lega». Era solo lungimiranza. Era solo consapevolezza che una nuova era politica stava nascendo.
La benevolenza critica si esprimerà con l'uscita dall'aula di Forza Italia il giorno della fiducia e l'analisi di volta in volta dei provvedimenti da votare. All'interno del partito viene definita «un'opposizione selettiva», anche se difficilmente i nuovi responsabili faranno saltare il banco. La brillante trovata di ispirazione dorotea l'aspettavano in molti, come la pioggia nel Sahara. I parlamentari azzurri, terrorizzati di dover tornare alle urne con la concreta possibilità di finire dimezzati; gli storici consiglieri di Berlusconi, come Fedele Confalonieri e l'ascoltatissima figlia Marina, che da due giorni accerchiavano il leader per indurlo a uscire dalla tenda di Achille nella quale si era rintanato col broncio; lo stesso Cavaliere, finito all'angolo con i suoi ripetuti no e impossibilitato a sostenere l'unico esecutivo di salvaguardia per lui, il governo del presidente, dopo l'aut-aut di Giancarlo Giorgetti: «Se lo vota salta l'alleanza».
Anche due esperti navigatori sempre molto vicini al leader, come Paolo Romani e Renato Brunetta, sono pronti a far partire l'avventura. Romani offre una benedizione non convinta: «Forse vale la pena che si sperimenti un governo giallo-verde, vediamo cosa può offrire...». E se lo dice chi è stato bruciato, alla presidenza del Senato, dal primo accordo Lega-5 stelle che ha prodotto Elisabetta Casellati, è significativo. Brunetta ricorda un precedente decisivo: «Se vogliono fare il governo, lo facciano. L'alleanza con la Lega resta perché per noi è un grande valore, ma nessuno ci può chiedere di più. Del resto anche nel 2011 e nel 2013 la Lega non votò per i governi di Mario Monti ed Enrico Letta (sostenuti da Forza Italia), ma l'alleanza rimase».
L'ultimo gran visir da convincere è Gianni Letta, da sempre fautore di un esecutivo pilotato da Sergio Mattarella, sommamente diffidente nei confronti dei 5 stelle e per nulla tenero con Salvini, accusato di tradimento quando è corso a concordare le elezioni con Di Maio per fare pressioni sull'alleato. Nella pancia del partito non tutto è ancora risolto e lo stesso Berlusconi vorrebbe avere rassicurazioni sia sul nome del premier (la soluzione più apprezzata sarebbe Giorgetti, anche se il Quirinale spinge per il presidente Istat Enrico Giovannini), sia sulla reale volontà di Di Maio di concedergli un sottosegretario allo Sviluppo economico, posti chiave nelle tre commissioni permanenti e la presidenza della Commissione di Vigilanza Rai. La «roba» ha sempre un suo valore. E anche il Milan finalista di Coppa Italia, che gli consente una piccola pausa nel travaglio di ieri. Altro conforto al rovello del Cav, la compagnia fisica della primogenita Marina, che gli è stata vicina per tutto il giorno. Al termine del quale, alle 21, Berlusconi decide di parlare. In un comunicato, dopo una stilettata a Mattarella, «che non ha acconsentito a un governo di centrodestra che avrebbe trovato i voti i Parlamento», il Cavaliere sostiene l'impossibilità di Fi governare con i grillini ma «se un'altra forza politica della coalizione di centrodestra ritiene di assumersi la responsabilità di creare un governo con i 5 stelle, prendiamo atto con rispetto della scelta. Non sta certo a noi porre veti o pregiudiziali». Il Cav conferma che Fi non voterà la fiducia all'esecutivo giallo-verde ma che «ne valuteremo in modo sereno e senza pregiudizi l'operato sostenendo lealmente i provvedimenti che siano in linea con il programma del centro-destra». Ecco lo scarto di lato. Che ha un corollario: «Se invece questo governo non potesse nascere, nessuno potrà usarci come alibi di fronte all'incapacità - o all'impossibilità oggettiva - di trovare accordi fra forze politiche molto diverse».
Giorgio Gandola
Le garanzie domandate a Casaleggio su tv, conflitto di interessi e Agcom
Bisogna trattare bene ogni singolo punto, perché se questo governo con la Lega nasce, poi deve durare cinque anni. E il punto più delicato, in partenza, riguarda le concessioni da fare a Silvio Berlusconi per la «non sfiducia» o «la sfiducia di bandiera» (la prima volta e poi basta). Mentre inizia l'ultimo rush di trattative per il governo Salvini-Di Maio, il Movimento 5 stelle si trova ancora una volta a che fare con il fattore «S». «S» come Silvio, il convitato neppure troppo di pietra di questo esecutivo politico, con il quale le due forze che si definivano «anti sistema» tentano di evitare la trappola di un ennesimo governo tecnico.
La prima reazione, quando si chiede ai 5 stelle della trattativa con il Cavaliere, è quasi di negarla. «Il problema di Berlusconi per noi non esiste, perché i numeri del governo con i leghisti sono blindati», osserva un esponente di vertice. Il ragionamento che ha fatto anche Luigi Di Maio con i suoi, del resto, è semplice: «Salvini ha solo bisogno di non passare per traditore dell'alleanza di centrodestra» e quindi la trattativa con Arcore la sta facendo lui. Sarà, ma è il segreto di Pulcinella che tanto Berlusconi quanto Davide Casaleggio e Beppe Grillo abbiano messo dei paletti e che Salvini sia impegnato in una mediazione faticosa.
A parlare con i grillini più informati, quelli che hanno avuto modo di confrontarsi anche con i vari Paolo Romani, Anna Maria Bernini e Renato Brunetta, viene fuori che Forza Italia avrebbe chiesto un paio di ministri e le consuete garanzie su Mediaset, con l'abbandono assoluto della promessa di fare una nuova legge sul conflitto d'interessi. Si tratta di un «pacchetto» più ricco e composito di quanto si possa immaginare. Ma il programma elettorale dei 5 stelle sembra fatto apposta per far sbiancare il «Cavaliere mascarato», come lo chiamava Beppe Grillo: abolizione delle Authority; tetto azionario del 10% massimo per il possesso di ogni singolo canale televisivo nazionale; frequenze tv da riassegnare con apposita asta pubblica ogni cinque anni; tetto del 10% anche per il possesso di giornali nazionali; vendita di due canali Rai e un solo canale pubblico senza pubblicità; abolizione secca della legge Gasparri; tetto nazionale massimo del 5% per la raccolta pubblicitaria da parte di una singola società.
Tanto per capire la portata della minaccia di un governo con dentro i 5 stelle per il Biscione, Publitalia nel 2017 aveva una quota di mercato del 38% e la Fininvest è ben oltre i limiti antitrust sognati da Di Maio e compagni. E allora Forza Italia ha chiesto, e pare anche già ottenuto, che «tutte le chiacchiere sul conflitto d'interessi vadano in soffitta e che la Gasparri non si tocchi». Non solo, ma alla luce della battaglia con Vincent Bollorè e la sua Vivendi, dove il governo Gentiloni e il Pd si sono sempre schierati con Mediaset e contro il finanziere bretone, Berlusconi avrebbe chiesto a leghisti e grillini di avere persone di fiducia in Consob, Antitrust, Agenzia delle Comunicazioni, Autorità garante della privacy. Tutte caselle strategiche e che possono spostare miliardi di euro con un semplice provvedimento che al grande pubblico passa totalmente inosservato.
La risposta dei 5 stelle è ancora tutta da pesare, come sanno Fedele Confalonieri e Gianni Letta, che hanno fatto arrivare le loro richieste con la massima discrezione anche a Davide Casaleggio. Sicuramente su Telecom e Mediaset, la posizione dominante in M5s è che «con tutta la buona volontà, è davvero impossibile schierarsi con i francesi, che hanno avuto un atteggiamento predatorio». E sulle televisioni, anche per Grillo è già abbastanza chiaro che lo stesso Salvini non andrebbe a fondo sul conflitto d'interessi e si accontenterebbe di occupare le caselle di rito in Viale Mazzini. Una pratica, quella della lottizzazione, che per inciso potrebbe sedurre in tempi rapidi anche M5s. «Noi spingeremo per la fibra ottica ovunque, per il 5G e per tutto ciò che modernizza il Paese», spiega un esperto di tlc del Movimento. Come a dire che a superare il conflitto d'interessi berlusconiano non sarà una nuova legge antitrust, ma il progresso stesso e il cambio delle abitudini dei cittadini internettiani.
Più tosta la trattativa su un tema come la giustizia. Al solo sentire circolare il nome dell'avvocato forzista Bernini come ministro di Giustizia, Di Maio si è irrigidito e ha ricordato che in via Arenula vuole il fedelissimo Alfredo Bonafede. Però è interessante l'apertura su due ministri ufficialmente di Forza Italia e la chiusura a soluzioni «un po' ipocrite» come personaggi «di area». Anche se poi Berlusconi sa che alcune Authority, e alcune deleghe ministeriali, valgono più di un ministero.
D'altronde i 5 stelle restano con la guardia alta e anche se accetteranno il via libera di Forza Italia si metteranno di traverso su ogni mossa che odori di Nazzareno 2. Ieri sera, per esempio, un gruppo di senatori guidati da Daniele Pesco, Elio Lannutti, Paola Taverna e Vito Crimi ha presentato una micidiale interrogazione parlamentare sul nuovo presidente della Consob, Mario Nava, designato prima di Natale con un accordo tra Pd e Forza Italia. Gli si rinfaccia di non aver sciolto il nodo del doppio incarico in Europa e di voler addirittura «raddoppiare» la presunta incompatibilità portandosi da Bruxelles la sua assistente personale.
Francesco Bonazzi
Premier e liste dei ministri: prove di spartizione Lega-M5s
Tutto si capirà nella notte, dopo che il segretario della Lega Matteo Salvini avrà incontrato il leader pentastellato Luigi Di Maio e soprattutto il fondatore di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Ma già ieri, dopo le prime aperture da parte del governatore ligure forzista Giovanni Toti a un governo gialloverde («Un'astensione benevola»), tra centrodestra e M5s sono iniziate le trattative sulla formazione dell'esecutivo, con il classico totonomi per ministri, viceministri e sottosegretari.
La trattativa è serrata, potrebbe non andare neppure in porto, ma un paio di suggestioni stanno già iniziando a emergere a microfoni spenti e nei conciliaboli di leghisti, pentastellati, esponenti di Fratelli D'Italia e degli stessi azzurri. L'incastro non è facile, bisognerà capire per esempio come Berlusconi (non) legittimerà il governo e come ne farà parte. Per questo motivo è il «non ruolo» di Forza Italia quello che al momento appare più complicato. Non solo. Non è ancora chiaro il nome del possibile presidente del Consiglio e si discute anche su quanto durerà l'esecutivo, se sarà a tempo - per fare la legge elettorale, mettere mano alla finanziaria e dare una stretta sul fronte immigrazione - oppure di lunga permanenza. Proprio sulla durata si gioca il ruolo di Salvini e Di Maio. Il primo è dato come ministro degli Interni, ma in via Bellerio c'è chi sostiene che il segretario possa restarne fuori per poi ricandidarsi a premier nel 2019 in caso di nuove elezioni. Il secondo, invece, potrebbe essere vicepresidente del Consiglio o anche ministro degli Esteri, in modo da avere un ruolo attivo nel tanto acclamato «governo del cambiamento».
Lo scoglio Forza Italia e Berlusconi non è facile da superare. O meglio, qualcuno dalle parti di Arcore e di palazzo Grazioli avrebbe già trovato lo schema. In pratica tre ministri di area e storicamente vicini (o comunque non nemici), nei ruoli di ministro della Giustizia, dell'Economia e dello Sviluppo economico potrebbero andare bene a Berlusconi. Se da un lato il Cavaliere non voterà la fiducia - magari approvando leggi caso per caso, come ha spiegato il Senatùr Umberto Bossi - dall'altro potrebbe comunque continuare a seguire gli aspetti che più gli stanno a cuore, tra giustizia e aziende. Come Guardasigilli il nome forte che circola in queste ore è quello di Giulia Bongiorno, storico avvocato di Giulio Andreotti, il suo profilo era già emerso nelle scorse settimane come possibile presidente del Consiglio di un esecutivo gialloverde. Candidata con la Lega, ha avuto in passato qualche attrito con il leader di Forza Italia, in particolare durante il quarto governo, tra il 2008 e il 2011: smontava tutte le leggi ad personam che i forzisti cercavano di far passare in Parlamento. Ma è comunque un avvocato «con cui si può parlare», si ragiona in Forza Italia.
Allo Sviluppo economico, il Mise, invece viene dato per quasi sicuro Carlo Sangalli, storico presidente di Confcommercio, già deputato della Dc, amico e conoscitore di tutto il tessuto economico politico italiano, in particolare quello del Nord. Di Maio lo conosce bene, i due si sono incontrati il 14 marzo scorso a Milano. Per l'Economia il gioco a incastri è molto delicato. E a quanto pare da questo dicastero dipende la poltrona di presidente del Consiglio. Ieri pomeriggio è iniziato a circolare il nome, come possibile premier, di Enrico Giovannini, già presidente dell'Istat, ex ministro del governo di Enrico Letta, autore della prefazione al libro Presi per il Pil dell'economista grillino Lorenzo Fioramonti. Giovannini sarebbe una soluzione gradita al Quirinale che potrebbe liberare la casella di via XX Settembre. Qui c'è chi sostiene che possa arrivare Giancarlo Giorgetti, il capogruppo alla Camera della Lega, a cui sempre Bossi affiderebbe il ruolo di numero uno di palazzo Chigi. Di sicuro Giorgetti, da ministro dell'Economia, dovrà avere un vice del Movimento 5 stelle, come per esempio Andrea Roventini, che fu proposto nella lista dei ministri che Di Maio aveva presentato prima delle elezioni. Il capitolo Mef non è semplice da districare, c'è chi dice che un posticino potrebbe ritagliarselo anche Alberto Bagnai, economista di casa Lega da sempre critico nei confronti delle imposizioni economiche di Bruxelles.
A quanto si apprende in ambienti grillini gli uomini di cui il leader pentastellato non potrà fare a meno sono Alfonso Bonafede, che era dato alla Giustizia, Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento) ed Emanuela Dal Re agli Esteri. Allo stesso tempo si parla anche di incarichi di prestigio per Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine, e per lo stesso Fioramonti. All'Ambiente è dato per certo il generale dei carabinieri Sergio Costa, che fu comandante regionale in Campania del Corpo forestale dello Stato, in prima linea nelle indagini sulla Terra dei fuochi. Complesse le altre caselle da riempire, anche perché si vocifera che la Lega potrebbe voler ricreare un ministero per Autonomia e federalismo. Non solo. Su Sanità, Cultura e Istruzione, Trasporti ci sarà da discutere. Così come sull'Agricoltura, dicastero caro ai leghisti. E anche qui Salvini potrebbe far sentire la sua voce, magari proponendo i nomi di Nicola Molteni, Barbara Saltamartini o il giovane Alessandro Morelli. Tra i capitoli più intricati c'è quello della Difesa. Molto dipenderà da quale sarà il ruolo di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. A quanto pare su Fdi ci sarebbe stato un mezzo veto di Di Maio, durante le consultazioni. Ma ora sarebbe arrivata luce verde. E per la Difesa il nome forte che circola è quello di Guido Crosetto, già sottosegretario. Qui Di Maio aveva proposto Elisabetta Trenta, ma per far partire un governo bisogna pur rinunciare a qualcosa. Anche i grillini lo hanno capito.
Alessandro Da Rold
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Altre 24 ore per l'esecutivo politico, ma i paletti del Quirinale sono già pronti. Un moderato a via XX settembre e Carroccio via dalla Difesa. Dopo una giornata di passione, con la figlia Marina al fianco, il Cav cede alla «benevolenza critica» suggerita dal governatore In serata il comunicato: no alla fiducia, ma nessun veto all'intesa tra grillini e leghisti. L'«opposizione selettiva» tiene in vita la coalizione. La trattativa per sbloccare l'accordo con i grillini passa dalle rassicurazioni sugli interessi di MediasetMatteo Salvini, propenso a evitare Palazzo Chigi, vorrebbe Giancarlo Giorgetti all'Economia. Opzione Esteri per Luigi Di Maio. Guardasigilli: Giulia Bongiorno andrebbe bene al Cavaliere. Un posto anche per Fdi.Lo speciale contiene quattro articoli. «Un premier donna sarebbe un bel segnale». Dallo staff del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la considerazione è stata trasmessa sia a Matteo Salvini che a Luigi Di Maio. I quali, entrambi, hanno compreso al volo quale soluzione, secondo il Colle, sarebbe in grado di chiudere nel migliore dei modi l'ennesima triangolazione tra M5s, Lega e Forza Italia. La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, avrebbe le caratteristiche ideali per sigillare il patto tra Salvini, Di Maio e Silvio Berlusconi: è di Forza Italia, ma è stata votata anche dai 5 stelle e verrebbe considerata una scelta «istituzionale» e «terza» tra leghisti e grillini; sarebbe la prima donna premier in Italia; consentirebbe a Berlusconi di votare la fiducia all'esecutivo, pur in assenza di ministri «forzisti»; libererebbe la carica di presidente del Senato per un leghista. Il suggerimento, però, è stato lasciato cadere: Di Maio farebbe fatica a far digerire ai suoi un presidente del Consiglio di Forza Italia, mentre Salvini accarezza l'idea di un premier leghista (Giancarlo Giorgetti, gradito al capo dello Stato ma fino a un certo punto, visto che fu lui a ventilare «tentazioni secessionistiche» nel caso di un accordo Pd-M5s). In ogni caso, la giornata di ieri, per Sergio Mattarella, è stata densissima di contatti. In mattinata, il capo dello Stato ha ricordato le vittime del terrorismo in occasione della Giornata delle memoria al Quirinale. Già martedì sera, al Colle erano arrivati segnali da Di Maio e Salvini, che chiedevano tempo per chiudere l'accordo. Alle 13 e 30, dal Quirinale è stato diramato un comunicato stampa: «M5s e Lega», recitava la nota, «hanno informato la presidenza della Repubblica che è in corso un confronto per pervenire ad un possibile accordo di governo e che per sviluppare questo confronto hanno bisogno di 24 ore». Il governo «neutrale», può restare in freezer ancora un po', perché in fondo il risultato a casa lo ha portato. Senza la accelerazione impressa con l'annuncio dell'imminente nomina di premier e ministri «neutrali», e del conseguente voto anticipato a luglio o ottobre, Silvio Berlusconi non sarebbe stato sottoposto al vero e proprio «assedio» che ieri ha subito da parte di deputati e senatori terrorizzati dalla prospettiva di non essere rieletti e di consiglieri come Fedele Confalonieri e Gianni Letta, convinti, come la figlia Marina, della necessità di chiudere l'accordo con Di Maio e Salvini chiedendo il massimo possibile in termini di contropartite «politiche». Mattarella, se l'accordo tra Lega, M5s e Berlusconi oggi sarà definitivamente siglato, si darà da fare per indirizzare il governo legastellato nei binari a lui cari: continuità in politica estera ed economica, rapporti saldi con Bruxelles. Giorgetti premier? Il Colle non potrebbe mai dire «no», ma fino a ieri sera l'ipotesi che il M5s possa concedere lo scranno più alto di Palazzo Chigi alla Lega (seconda forza della maggioranza) sembrava assai remota. Anzi: la casella ancora da riempire, nel puzzle governativo legastellato, era ancora proprio quella del presidente del Consiglio. Una lacuna che il Quirinale potrebbe aiutare a colmare, suggerendo lui stesso un nome (circolava ieri quello dell'ex presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, gradito ai 5 stelle). Più debole si dimostrerà l'accordo tra Di Maio e Salvini, più forte sarà la facoltà del presidente della Repubblica di indirizzare le scelte dei «ragazzi». Debolezza che aumenterà a dismisura se Forza Italia si schiererà alla opposizione, pur garantendo a Salvini la tenuta della coalizione nelle regioni e nelle città, dando così vita a un nuovo bipolarismo a livello nazionale, con Lega e M5s da un lato e Pd e Forza Italia dall'altro. L'importante, per il Quirinale, è che il ministero degli Esteri e quello della Difesa vadano al M5s o a figure terze, ma mai alla Lega. Luigi Di Maio, che a Washington, a Berlino e in alcuni circoli assai riservati ma che contano, considerano affidabile in quanto estremamente malleabile, è in pole. Il Colle, inoltre, chiede che il ministero dell'Economia venga assegnato a una figura «autorevole», con ottimi rapporti con Bruxelles e che non intenda sforare i vincoli europei. Mattarella auspica inoltre che il ministero della Coesione territoriale sia affidato a un big e non a un dirigente politico di secondo piano. Il capo dello Stato chiederà anche esplicitamente a Di Maio quale sia la posizione del Movimento rispetto alle ultime uscite pubbliche del «garante» Beppe Grillo, in particolare quella sul referendum sull'euro. Mattarella, infine, se anche questo estremo tentativo di accordo tra Salvini e Di Maio dovesse clamorosamente saltare, si ritroverebbe con la strada spianata per varare il suo governo «neutrale». Oggi attenderà novità da Fiesole dove partecipa a «The state of the Union», l'evento organizzato dall'Istituto universitario europeo. Appuntamento al quale parteciperanno anche il presidente della Bce Mario Draghi e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker. Dopo una tappa a Palermo, il rientro del presidente a Roma è previsto per domani pomeriggio. La dead line è fissata allora. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-chiedera-nomi-di-garanzia-per-neutralizzare-lanti-europeismo-2567392634.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlusconi-convinto-dalla-formula-di-toti" data-post-id="2567392634" data-published-at="1782625060" data-use-pagination="False"> Berlusconi convinto dalla formula di Toti «Benevolenza critica, what else?». È un omaggio alle convergenze parallele nei 40 anni della morte di Aldo Moro, ma anche un riconoscimento alla raffinatezza politica di Giovanni Toti che ha inventato una formula bizantina per sbloccare l'ingorgo istituzionale più congestionato degli ultimi decenni. Un colpo di tacco a sorpresa in grado di far eventualmente decollare il fidanzamento fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Al culmine dei due giorni più lunghi nella storia di Forza Italia, è il governatore della Liguria a trovare la soluzione. E a proporre a Silvio Berlusconi qualcosa che non sia un appoggio esterno (posizione per lui insostenibile) e neppure le elezioni, parola che in questo momento fa correre i brividi lungo la schiena del Cavaliere al pari dell'altra, Vivendi. «Il tema vero è che la Lega e i 5 stelle hanno i voti per insediare un governo e fare un accordo politico, a cui Forza Italia non parteciperà con un appoggio esterno», spiega prima a Berlusconi a Palazzo Grazioli - dove il quartiere generale si è trasferito da Arcore per vivere le giornate decisive -, e poi a Radio 1. «Il che non vuol dire che, dopo sei settimane di stallo del Paese, non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da 20 anni, con una benevolenza critica». Poi Toti approfondisce. «Consiste in una visione pragmatica e al tempo stesso benevola rispetto ai tentativi di formare il governo. È impossibile per Forza Italia condividere alcuni obiettivi dei 5 stelle e al tempo stesso anche l'atteggiamento politico e il grado di rispetto delle regole democratiche. Ma in ogni caso un governo che vedesse coinvolto un nostro alleato importante come la Lega e il candidato premier della coalizione Salvini, non potrebbe che avere da parte nostra una benevola attenzione. Non significa appoggio esterno coordinato e neppure una pregiudiziale ostilità, ma significa consentire la partenza di un'esperienza di governo che valuteremo caso per caso con attenzione al programma che abbiamo presentato agli elettori». Bingo. Il ragionamento piace, comincia a fare breccia, e non poteva che arrivare da un sincero sostenitore dell'alleanza sempre più stretta con la Lega, quella «sintonia oltre le differenze» alla base del successo del modello Liguria. Per questa sua linea, subito dopo l'esito del 4 marzo, Toti era stato accusato d'essere un «collaborazionista» dai colonnelli del partito. Ma ha saputo tenere duro e far rimangiare a tutti l'insinuazione di «averci venduti alla Lega». Era solo lungimiranza. Era solo consapevolezza che una nuova era politica stava nascendo. La benevolenza critica si esprimerà con l'uscita dall'aula di Forza Italia il giorno della fiducia e l'analisi di volta in volta dei provvedimenti da votare. All'interno del partito viene definita «un'opposizione selettiva», anche se difficilmente i nuovi responsabili faranno saltare il banco. La brillante trovata di ispirazione dorotea l'aspettavano in molti, come la pioggia nel Sahara. I parlamentari azzurri, terrorizzati di dover tornare alle urne con la concreta possibilità di finire dimezzati; gli storici consiglieri di Berlusconi, come Fedele Confalonieri e l'ascoltatissima figlia Marina, che da due giorni accerchiavano il leader per indurlo a uscire dalla tenda di Achille nella quale si era rintanato col broncio; lo stesso Cavaliere, finito all'angolo con i suoi ripetuti no e impossibilitato a sostenere l'unico esecutivo di salvaguardia per lui, il governo del presidente, dopo l'aut-aut di Giancarlo Giorgetti: «Se lo vota salta l'alleanza». Anche due esperti navigatori sempre molto vicini al leader, come Paolo Romani e Renato Brunetta, sono pronti a far partire l'avventura. Romani offre una benedizione non convinta: «Forse vale la pena che si sperimenti un governo giallo-verde, vediamo cosa può offrire...». E se lo dice chi è stato bruciato, alla presidenza del Senato, dal primo accordo Lega-5 stelle che ha prodotto Elisabetta Casellati, è significativo. Brunetta ricorda un precedente decisivo: «Se vogliono fare il governo, lo facciano. L'alleanza con la Lega resta perché per noi è un grande valore, ma nessuno ci può chiedere di più. Del resto anche nel 2011 e nel 2013 la Lega non votò per i governi di Mario Monti ed Enrico Letta (sostenuti da Forza Italia), ma l'alleanza rimase». L'ultimo gran visir da convincere è Gianni Letta, da sempre fautore di un esecutivo pilotato da Sergio Mattarella, sommamente diffidente nei confronti dei 5 stelle e per nulla tenero con Salvini, accusato di tradimento quando è corso a concordare le elezioni con Di Maio per fare pressioni sull'alleato. Nella pancia del partito non tutto è ancora risolto e lo stesso Berlusconi vorrebbe avere rassicurazioni sia sul nome del premier (la soluzione più apprezzata sarebbe Giorgetti, anche se il Quirinale spinge per il presidente Istat Enrico Giovannini), sia sulla reale volontà di Di Maio di concedergli un sottosegretario allo Sviluppo economico, posti chiave nelle tre commissioni permanenti e la presidenza della Commissione di Vigilanza Rai. La «roba» ha sempre un suo valore. E anche il Milan finalista di Coppa Italia, che gli consente una piccola pausa nel travaglio di ieri. Altro conforto al rovello del Cav, la compagnia fisica della primogenita Marina, che gli è stata vicina per tutto il giorno. Al termine del quale, alle 21, Berlusconi decide di parlare. In un comunicato, dopo una stilettata a Mattarella, «che non ha acconsentito a un governo di centrodestra che avrebbe trovato i voti i Parlamento», il Cavaliere sostiene l'impossibilità di Fi governare con i grillini ma «se un'altra forza politica della coalizione di centrodestra ritiene di assumersi la responsabilità di creare un governo con i 5 stelle, prendiamo atto con rispetto della scelta. Non sta certo a noi porre veti o pregiudiziali». Il Cav conferma che Fi non voterà la fiducia all'esecutivo giallo-verde ma che «ne valuteremo in modo sereno e senza pregiudizi l'operato sostenendo lealmente i provvedimenti che siano in linea con il programma del centro-destra». Ecco lo scarto di lato. Che ha un corollario: «Se invece questo governo non potesse nascere, nessuno potrà usarci come alibi di fronte all'incapacità - o all'impossibilità oggettiva - di trovare accordi fra forze politiche molto diverse». Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-chiedera-nomi-di-garanzia-per-neutralizzare-lanti-europeismo-2567392634.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-garanzie-domandate-a-casaleggio-su-tv-conflitto-di-interessi-e-agcom" data-post-id="2567392634" data-published-at="1782625060" data-use-pagination="False"> Le garanzie domandate a Casaleggio su tv, conflitto di interessi e Agcom Bisogna trattare bene ogni singolo punto, perché se questo governo con la Lega nasce, poi deve durare cinque anni. E il punto più delicato, in partenza, riguarda le concessioni da fare a Silvio Berlusconi per la «non sfiducia» o «la sfiducia di bandiera» (la prima volta e poi basta). Mentre inizia l'ultimo rush di trattative per il governo Salvini-Di Maio, il Movimento 5 stelle si trova ancora una volta a che fare con il fattore «S». «S» come Silvio, il convitato neppure troppo di pietra di questo esecutivo politico, con il quale le due forze che si definivano «anti sistema» tentano di evitare la trappola di un ennesimo governo tecnico. La prima reazione, quando si chiede ai 5 stelle della trattativa con il Cavaliere, è quasi di negarla. «Il problema di Berlusconi per noi non esiste, perché i numeri del governo con i leghisti sono blindati», osserva un esponente di vertice. Il ragionamento che ha fatto anche Luigi Di Maio con i suoi, del resto, è semplice: «Salvini ha solo bisogno di non passare per traditore dell'alleanza di centrodestra» e quindi la trattativa con Arcore la sta facendo lui. Sarà, ma è il segreto di Pulcinella che tanto Berlusconi quanto Davide Casaleggio e Beppe Grillo abbiano messo dei paletti e che Salvini sia impegnato in una mediazione faticosa. A parlare con i grillini più informati, quelli che hanno avuto modo di confrontarsi anche con i vari Paolo Romani, Anna Maria Bernini e Renato Brunetta, viene fuori che Forza Italia avrebbe chiesto un paio di ministri e le consuete garanzie su Mediaset, con l'abbandono assoluto della promessa di fare una nuova legge sul conflitto d'interessi. Si tratta di un «pacchetto» più ricco e composito di quanto si possa immaginare. Ma il programma elettorale dei 5 stelle sembra fatto apposta per far sbiancare il «Cavaliere mascarato», come lo chiamava Beppe Grillo: abolizione delle Authority; tetto azionario del 10% massimo per il possesso di ogni singolo canale televisivo nazionale; frequenze tv da riassegnare con apposita asta pubblica ogni cinque anni; tetto del 10% anche per il possesso di giornali nazionali; vendita di due canali Rai e un solo canale pubblico senza pubblicità; abolizione secca della legge Gasparri; tetto nazionale massimo del 5% per la raccolta pubblicitaria da parte di una singola società. Tanto per capire la portata della minaccia di un governo con dentro i 5 stelle per il Biscione, Publitalia nel 2017 aveva una quota di mercato del 38% e la Fininvest è ben oltre i limiti antitrust sognati da Di Maio e compagni. E allora Forza Italia ha chiesto, e pare anche già ottenuto, che «tutte le chiacchiere sul conflitto d'interessi vadano in soffitta e che la Gasparri non si tocchi». Non solo, ma alla luce della battaglia con Vincent Bollorè e la sua Vivendi, dove il governo Gentiloni e il Pd si sono sempre schierati con Mediaset e contro il finanziere bretone, Berlusconi avrebbe chiesto a leghisti e grillini di avere persone di fiducia in Consob, Antitrust, Agenzia delle Comunicazioni, Autorità garante della privacy. Tutte caselle strategiche e che possono spostare miliardi di euro con un semplice provvedimento che al grande pubblico passa totalmente inosservato. La risposta dei 5 stelle è ancora tutta da pesare, come sanno Fedele Confalonieri e Gianni Letta, che hanno fatto arrivare le loro richieste con la massima discrezione anche a Davide Casaleggio. Sicuramente su Telecom e Mediaset, la posizione dominante in M5s è che «con tutta la buona volontà, è davvero impossibile schierarsi con i francesi, che hanno avuto un atteggiamento predatorio». E sulle televisioni, anche per Grillo è già abbastanza chiaro che lo stesso Salvini non andrebbe a fondo sul conflitto d'interessi e si accontenterebbe di occupare le caselle di rito in Viale Mazzini. Una pratica, quella della lottizzazione, che per inciso potrebbe sedurre in tempi rapidi anche M5s. «Noi spingeremo per la fibra ottica ovunque, per il 5G e per tutto ciò che modernizza il Paese», spiega un esperto di tlc del Movimento. Come a dire che a superare il conflitto d'interessi berlusconiano non sarà una nuova legge antitrust, ma il progresso stesso e il cambio delle abitudini dei cittadini internettiani. Più tosta la trattativa su un tema come la giustizia. Al solo sentire circolare il nome dell'avvocato forzista Bernini come ministro di Giustizia, Di Maio si è irrigidito e ha ricordato che in via Arenula vuole il fedelissimo Alfredo Bonafede. Però è interessante l'apertura su due ministri ufficialmente di Forza Italia e la chiusura a soluzioni «un po' ipocrite» come personaggi «di area». Anche se poi Berlusconi sa che alcune Authority, e alcune deleghe ministeriali, valgono più di un ministero. D'altronde i 5 stelle restano con la guardia alta e anche se accetteranno il via libera di Forza Italia si metteranno di traverso su ogni mossa che odori di Nazzareno 2. Ieri sera, per esempio, un gruppo di senatori guidati da Daniele Pesco, Elio Lannutti, Paola Taverna e Vito Crimi ha presentato una micidiale interrogazione parlamentare sul nuovo presidente della Consob, Mario Nava, designato prima di Natale con un accordo tra Pd e Forza Italia. Gli si rinfaccia di non aver sciolto il nodo del doppio incarico in Europa e di voler addirittura «raddoppiare» la presunta incompatibilità portandosi da Bruxelles la sua assistente personale.Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-chiedera-nomi-di-garanzia-per-neutralizzare-lanti-europeismo-2567392634.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="premier-e-liste-dei-ministri-prove-di-spartizione-lega-m5s" data-post-id="2567392634" data-published-at="1782625060" data-use-pagination="False"> Premier e liste dei ministri: prove di spartizione Lega-M5s Tutto si capirà nella notte, dopo che il segretario della Lega Matteo Salvini avrà incontrato il leader pentastellato Luigi Di Maio e soprattutto il fondatore di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Ma già ieri, dopo le prime aperture da parte del governatore ligure forzista Giovanni Toti a un governo gialloverde («Un'astensione benevola»), tra centrodestra e M5s sono iniziate le trattative sulla formazione dell'esecutivo, con il classico totonomi per ministri, viceministri e sottosegretari. La trattativa è serrata, potrebbe non andare neppure in porto, ma un paio di suggestioni stanno già iniziando a emergere a microfoni spenti e nei conciliaboli di leghisti, pentastellati, esponenti di Fratelli D'Italia e degli stessi azzurri. L'incastro non è facile, bisognerà capire per esempio come Berlusconi (non) legittimerà il governo e come ne farà parte. Per questo motivo è il «non ruolo» di Forza Italia quello che al momento appare più complicato. Non solo. Non è ancora chiaro il nome del possibile presidente del Consiglio e si discute anche su quanto durerà l'esecutivo, se sarà a tempo - per fare la legge elettorale, mettere mano alla finanziaria e dare una stretta sul fronte immigrazione - oppure di lunga permanenza. Proprio sulla durata si gioca il ruolo di Salvini e Di Maio. Il primo è dato come ministro degli Interni, ma in via Bellerio c'è chi sostiene che il segretario possa restarne fuori per poi ricandidarsi a premier nel 2019 in caso di nuove elezioni. Il secondo, invece, potrebbe essere vicepresidente del Consiglio o anche ministro degli Esteri, in modo da avere un ruolo attivo nel tanto acclamato «governo del cambiamento». Lo scoglio Forza Italia e Berlusconi non è facile da superare. O meglio, qualcuno dalle parti di Arcore e di palazzo Grazioli avrebbe già trovato lo schema. In pratica tre ministri di area e storicamente vicini (o comunque non nemici), nei ruoli di ministro della Giustizia, dell'Economia e dello Sviluppo economico potrebbero andare bene a Berlusconi. Se da un lato il Cavaliere non voterà la fiducia - magari approvando leggi caso per caso, come ha spiegato il Senatùr Umberto Bossi - dall'altro potrebbe comunque continuare a seguire gli aspetti che più gli stanno a cuore, tra giustizia e aziende. Come Guardasigilli il nome forte che circola in queste ore è quello di Giulia Bongiorno, storico avvocato di Giulio Andreotti, il suo profilo era già emerso nelle scorse settimane come possibile presidente del Consiglio di un esecutivo gialloverde. Candidata con la Lega, ha avuto in passato qualche attrito con il leader di Forza Italia, in particolare durante il quarto governo, tra il 2008 e il 2011: smontava tutte le leggi ad personam che i forzisti cercavano di far passare in Parlamento. Ma è comunque un avvocato «con cui si può parlare», si ragiona in Forza Italia. Allo Sviluppo economico, il Mise, invece viene dato per quasi sicuro Carlo Sangalli, storico presidente di Confcommercio, già deputato della Dc, amico e conoscitore di tutto il tessuto economico politico italiano, in particolare quello del Nord. Di Maio lo conosce bene, i due si sono incontrati il 14 marzo scorso a Milano. Per l'Economia il gioco a incastri è molto delicato. E a quanto pare da questo dicastero dipende la poltrona di presidente del Consiglio. Ieri pomeriggio è iniziato a circolare il nome, come possibile premier, di Enrico Giovannini, già presidente dell'Istat, ex ministro del governo di Enrico Letta, autore della prefazione al libro Presi per il Pil dell'economista grillino Lorenzo Fioramonti. Giovannini sarebbe una soluzione gradita al Quirinale che potrebbe liberare la casella di via XX Settembre. Qui c'è chi sostiene che possa arrivare Giancarlo Giorgetti, il capogruppo alla Camera della Lega, a cui sempre Bossi affiderebbe il ruolo di numero uno di palazzo Chigi. Di sicuro Giorgetti, da ministro dell'Economia, dovrà avere un vice del Movimento 5 stelle, come per esempio Andrea Roventini, che fu proposto nella lista dei ministri che Di Maio aveva presentato prima delle elezioni. Il capitolo Mef non è semplice da districare, c'è chi dice che un posticino potrebbe ritagliarselo anche Alberto Bagnai, economista di casa Lega da sempre critico nei confronti delle imposizioni economiche di Bruxelles. A quanto si apprende in ambienti grillini gli uomini di cui il leader pentastellato non potrà fare a meno sono Alfonso Bonafede, che era dato alla Giustizia, Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento) ed Emanuela Dal Re agli Esteri. Allo stesso tempo si parla anche di incarichi di prestigio per Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine, e per lo stesso Fioramonti. All'Ambiente è dato per certo il generale dei carabinieri Sergio Costa, che fu comandante regionale in Campania del Corpo forestale dello Stato, in prima linea nelle indagini sulla Terra dei fuochi. Complesse le altre caselle da riempire, anche perché si vocifera che la Lega potrebbe voler ricreare un ministero per Autonomia e federalismo. Non solo. Su Sanità, Cultura e Istruzione, Trasporti ci sarà da discutere. Così come sull'Agricoltura, dicastero caro ai leghisti. E anche qui Salvini potrebbe far sentire la sua voce, magari proponendo i nomi di Nicola Molteni, Barbara Saltamartini o il giovane Alessandro Morelli. Tra i capitoli più intricati c'è quello della Difesa. Molto dipenderà da quale sarà il ruolo di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. A quanto pare su Fdi ci sarebbe stato un mezzo veto di Di Maio, durante le consultazioni. Ma ora sarebbe arrivata luce verde. E per la Difesa il nome forte che circola è quello di Guido Crosetto, già sottosegretario. Qui Di Maio aveva proposto Elisabetta Trenta, ma per far partire un governo bisogna pur rinunciare a qualcosa. Anche i grillini lo hanno capito.Alessandro Da Rold
Domenico Arcuri (Ansa)
Quasi per gioco ha inviato un messaggio a un amico per informarlo dell’avvistamento. Da qui è rimasto segnato sul cellulare l’orario d’arrivo. Ma dopo circa mezz’ora, il testimone ha avuto una visione che ha reso quell’incontro fortuito una notizia. Ebbene, verso le 20:30, nel portone si è infilato, a passo svelto, l’ex premier Giuseppe Conte.
Una coincidenza? Oppure il presidente del M5s è andato a discutere con il suo vecchio collaboratore? E di cosa?
Quel che è certo è che da giorni stanno montando le polemiche per la mancata audizione dell’ex premier in Commissione Covid.
Il motivo lo ricostruisce con La Verità il presidente Marco Lisei: «Un membro di una commissione d’inchiesta, quale è Conte, non può essere audito. Ma lui dice di essere disponibile a rispondere e, per questo, oltre un anno fa gli ho proposto di dimettersi, farsi audire e poi rientrare in commissione. Pochi giorni fa anche i presidenti di Camera e Senato hanno fatto capire che è una strada percorribile. Ma, di fronte a questa mia proposta, ha risposto negativamente. Mi pare che non abbia la volontà di rispondere alle domande dei commissari».
Ieri, in un’intervista alla Repubblica, Conte ha dato la sua versione: «Sono anni che ho dato la mia disponibilità a essere audito». E ha accusato Palazzo Chigi di avere dato l’ordine ai commissari di Fdi di screditare la sua persona: «È in corso un gioco sporco che non posso più permettere».
Il cuore del problema sono le provvigioni multimilionarie dietro all’appalto da 1,25 miliardi di euro e 800 milioni di mascherine cinesi rivelate da questo giornale nel novembre del 2020. Una vicenda che abbiamo sviscerato per più di un lustro e che, a distanza di anni, ha iniziato a interessare anche altre testate, sebbene a livello giudiziario e investigativo non ci siano reali novità rispetto a quanto da noi già raccontato. Conte ha respinto per l’ennesima volta i sospetti che lo inseguono dal nostro primo scoop, con queste parole: «Non mi sono mai occupato di contratti per l’acquisto di mascherine e respiratori, né di quali imprese o professionisti fossero coinvolti».
Di fronte all’incredulità dell’intervistatore («Come è possibile che lei non si occupasse delle forniture?»), l’ex premier non ha fatto un plissé: «Ma scusate, torniamo a quei mesi, con un’Italia in ginocchio e la riorganizzazione di un intero Paese da gestire, secondo voi è pensabile che un presidente del Consiglio possa pensare ai contratti delle mascherine?».
Purtroppo pm e giudici non hanno trovato nessun colpevole per quell’enorme spreco di denaro pubblico e Conte ha gioco facile nel rimarcare che «sono vicende che, da un punto di vista giudiziario, si sono tutte tradotte in un nulla di fatto». E per questo è meglio tornare alla nostra storia e alla bella piazza nel cuore di Roma.
Il 17 giugno, alle 8:30 del mattino, in commissione, succede qualcosa.
Durante la riunione dell’Ufficio di presidenza, convocato per discutere di nuove deleghe, è venuto fuori il tema, caro al Pd, di una seconda audizione di Arcuri. Una proposta su cui i dem insistono da inizio anno.
Il presidente Lisei, pur non sapendo che cosa Arcuri abbia di tanto importante da riferire, essendo già stato ascoltato per diverse ore, ha, però, ricordato che l’ex commissario non sarebbe più stato sentito in libera audizione, ma, come viene fatto da mesi, «a testimonianza», cioè come tutti i testi dei processi penali, a cui è fatto divieto assoluto di mentire, pena l’incriminazione per falsa testimonianza.
A quel punto sarebbe intervenuto il deputato pentastellato Alfonso Colucci, unico rappresentante delle opposizioni presente quel giorno: «No, Arcuri non si può sentire a testimonianza visto il ruolo che ha ricoperto», avrebbe dichiarato.
La notizia diventa subito virale e La Verità, il 18 giugno, titola: «Il Movimento 5 stelle pretende che Arcuri possa mentire sul Covid».
La stessa sera Arcuri e Conte si incontrano a casa del primo. Il giorno dopo l’ex commissario Covid invia al presidente Lisei una lettera in cui spiega di essere pronto a dire tutta la sua verità, alle condizioni della commissione: «Avendo appreso da alcuni organi di stampa i contenuti di discussioni che si sarebbero tenute in seno all’Ufficio di Presidenza della Commissione che Lei presiede e che riguarderebbero una mia futura audizione, ritengo doveroso comunicarLe con questa mia che non sussiste da parte del sottoscritto alcun problema né alcun impedimento ad essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale, come peraltro previsto dalla vigente normativa» si legge nella missiva.
Che prosegue così: «Colgo altresì l’occasione per ribadire a Lei, come ho già fatto con gli Uffici della Commissione, il mio auspicio ad essere audito, Le ripeto in qualsiasi forma si riterrà opportuna, con l’esclusivo fine di dare ai componenti la Commissione un contributo autentico e complessivo intorno all’effettivo svolgimento dei fatti che hanno caratterizzato una stagione così drammatica per il nostro Paese, come quella della pandemia, fornendo loro il più adeguato materiale probatorio».
La lettera è stata concordata con Conte la sera precedente? Entrambi negano. L’ex premier prima ci spiega la natura del suo rapporto con il manager: «Da quando Arcuri è stato attaccato, pur essendo uscito indenne dalle inchieste della magistratura, gli ho offerto la mia solidarietà, apprezzando l’impegno con cui ha servito il Paese. La campagna di fango contro di lui è assolutamente indegna». E la cena del 18 giugno? Lo staff del presidente del Movimento è netto: «Arcuri e Conte non hanno mai parlato di eventuali lettere che Arcuri avrebbe fatto pervenire nei giorni successivi alla Commissione».
L’ex ad di Invitalia, dal suo buen retiro toscano, è molto meno sintetico: «Visto quello che leggo da parte di altri giornali, ho nostalgia di voi. Fate con profondità il vostro lavoro, poi certo, ognuno ha le sue idee, ma lo fate con un tasso di professionalità informativa che altrove non trovo».
Per questo accetta di spiegare il legame con Giuseppi, la cena del 18 giugno e che cosa potrebbe svelare nella sua possibile prossima audizione.
La prima risposta è sulla frequentazione: «Quando Conte è diventato presidente del Consiglio, io non l’avevo mai visto in vita mia. Abbiamo collaborato per questioni legate al Mezzogiorno per il mio ruolo di amministratore delegato di Invitalia. Quando mi ha chiesto di fare il commissario ho accettato e abbiamo stabilito, come con tutti gli attori di quella stagione, un rapporto di consuetudine. Lo chiami lei come vuole. Dopodiché, viste le tristi vicende che mi hanno colpito, diciamo che questo rapporto di consuetudine e di collaborazione si è trasformato in un rapporto di amicizia».
Gli chiediamo se il trait d’union possa essere stato Massimo D’Alema, in buoni rapporti con entrambi, e Arcuri risponde: «No, il rapporto tra me e Conte è nato, dimostrabilmente, sulle politiche innovative per lo sviluppo del Mezzogiorno che il governo Conte 1 avviò con Invitalia protagonista. Non ho nessun problema a dirle che mi capita di vedere Conte anche in questo periodo, mentre D’Alema io non lo incontro da molti anni». E con Giuseppi ogni quanto vi incrociate? L’ex commissario resta sul vago: «Ci capita di vederci, ma non è che abbiamo appuntamenti fissi, né ricorrenti».
Quindi il discorso passa alla lettera inviata alla Commissione: «È un anno e mezzo che io chiedo di essere audito. Sono stato sentito solo per la vicenda Jc electronics (società che per il Tribunale di Roma sarebbe stata ingiustamente estromessa dalla fornitura di mascherine, ndr) e, in quell’occasione, ero limitato, non potevo raccontare l’emergenza». Arcuri non si tiene: «Le opposizioni chiedono invano da un anno e mezzo che io venga chiamato. Sono stato inserito inutilmente nella loro lista delle persone da audire. Dopodiché ho letto che in un ufficio di presidenza si è detto che io dovessi essere sentito in libera audizione e che per alcuni media questo significava che si voleva che io andassi a dire menzogne. Allora ho preso carta e penna e ho detto: “Io vengo nella forma che volete voi”». Arcuri insiste sul fatto che è pronto a portare in commissione «adeguato materiale probatorio».
L’ex ad di Invitalia nega che la missiva sia da collegare all’incontro con Conte: «Si immagini se abbiamo parlato della lettera, quella è stata un mio automatismo, scattato dopo che mi sono indignato la mattina di fronte ai titoli dei giornali… con tutto quello che mi è successo, secondo lei, ho problemi ad andare in escussione testimoniale?».
A questo punto ci promette un’esclusiva, ma solo dopo l’audizione e ci annuncia che è pronto a mostrarci documenti inediti: «Facciamo un’intervista aperta in cui mi chiedete quello che volete. Avrei piacere di darvi anche un po’ di carte, perché ormai sono pubbliche, soltanto che non tutti hanno accesso. Il mio problema, sempre perché sono uno stupido amante delle istituzioni, è che io vorrei capire se questi signori mi audiscono, perché se non lo faranno, mi sentirò libero di venire da voi e dire ciò che voglio, visto che ho chiesto di farlo in commissione, senza riuscirci».
Gli spieghiamo che ci risulta difficile credere che, dopo gli articoli del 18 giugno, lui e Conte non abbiano discusso della lettera, ma Arcuri è irremovibile: «Il tema della serata non è stato quello. Con lui parliamo di tutto e di niente come persone che hanno condiviso una stagione brutta, e noi solo sappiamo quanto brutta, e che si sentono ingiustamente perseguitati».
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Carlo Messina (Ansa)
Un’accelerazione per chiudere la partita prima che il fronte opposto trovi il tempo di organizzare una difesa. Ammesso, naturalmente, che qualcuno la stia concretamente preparando.
L’offerta, annunciata l’8 giugno, valuta Mps 10,091 euro per azione ed è costruita con una formula mista: per ogni titolo del Monte vengono offerte 1,6 azioni Intesa Sanpaolo più un euro in contanti, con un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni precedenti all'annuncio. Se tutti aderissero, il conto arriverebbe a 30,6 miliardi. Nascerebbe il secondo gruppo bancario dell’Eurozona per capitalizzazione, con 27 milioni di clienti, circa 16 miliardi di utile netto, quasi 2.000 miliardi di masse gestite entro il 2029 e sinergie stimate in 2,9 miliardi.
A dare ulteriore slancio all’operazione ci penserà martedì Unipol, chiamata a votare l’aumento di capitale da 2,5 miliardi destinato a sostenere l’Opas attraverso l’acquisto di 650 sportelli che dovranno essere ceduti per ragioni di Antitrust. Anche questo tassello sembra ormai destinato ad andare al suo posto considerato che il sistema delle Coop, cui fa capo metà del capitale del gruppo assicurativo ha già dato la sua disponibilità.
La sensazione, almeno per ora, è che sulla strada di Intesa e Unipol non ci siano barricate degne di questo nome. Più che un fronte organizzato, il campo avversario assomiglia a un cantiere dove tutti discutono e nessuno versa il cemento. Monte Paschi, nelle due settimane trascorse dall’annuncio dell'offerta, ha riunito il consiglio di amministrazione. Ma solo per l’integrazione con Mediobanca, senza che, al di là degli impedimenti imposti dalla passivity rule, emergesse un progetto capace di contrastare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina. Anche Banco Bpm, che nelle prime ore del risiko aveva manifestato la volontà di costruire un polo alternativo insieme a Siena, è rimasto fermo ai blocchi di partenza. Nel frattempo è successo l’esatto contrario di quello che avrebbe rafforzato il fronte opposto a Intesa: Crédit Agricole ha aumentato ulteriormente la sua partecipazione in Banco Bpm fino al 29%. Prima di qualunque iniziativa l’amministratore delegato della banca milanese Giuseppe Castagna dovrà ottenere il via libera di un socio ingombrante e anche del governo italiano. Difficile pensare ad un polo bancario fra Mps e Banco-Bpm a guida francese. Ma è soprattutto sul fronte dell’azionariato di Mps che le difese appaiono fragili.
Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che possiede il 17,5% del gruppo senese ed è l’azionista di maggior peso nel determinare negli equilibri del risiko, è oggi paralizzata dai problemi interni. Il riassetto immaginato da Leonardo Maria Del Vecchio si è fermato davanti ai contrasti familiari e ai dubbi del consiglio della holding.
A quattro anni dalla scomparsa del fondatore la lite in famiglia appare ancora lontana da una ricomposizione. Il consiglio di amministrazione ha bocciato la lettera di patronage che avrebbe consentito alle banche di finanziare per 11 miliardi il progetto con cui Leonardo Maria puntava ad acquistare le quote di Luca e Paola, conquistando la maggioranza relativa di Delfin. Un voto che certifica la spaccatura e rimanda ogni decisione all’assemblea convocata per il 30 giugno.
Non basta. All’ordine del giorno compare anche una novità che fotografa meglio di tante parole il clima che si respira nella holding: la nomina di tre commissari per l’audit, una figura prevista dallo statuto ma mai attivata finora, con funzioni che ricordano da vicino un collegio sindacale. Quando una cassaforte decide di rafforzare i controllori interni significa che, prima ancora di guardare fuori, sente il bisogno di fare ordine dentro casa.
Come se non bastasse, il Corriere della Sera ha acceso i riflettori anche sulla posizione finanziaria di Leonardo Maria. Secondo quanto riportato dal quotidiano e confermato da fonti finanziarie, tra prestiti personali, finanziamenti alle società e altre esposizioni, l’indebitamento complessivo supera gli 1,3 miliardi. Un elemento che aiuta a spiegare perché il progetto di riassetto si sia progressivamente inceppato, complice anche il calo delle quotazioni di EssilorLuxottica, che ha fatto venir meno i parametri richiesti dalle banche.
Così il paradosso è servito. Mentre Intesa corre e Unipol prepara il carburante finanziario per accompagnarla al traguardo, chi avrebbe potuto organizzare la resistenza è impegnato a risolvere partite interne. Difficile così costruire barricate.
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Il marito, Roberto Santilli, è invece riuscito a mettersi in salvo e ora si trova ricoverato in stato di shock. A dare la notizia della morte è stata la famiglia che ha postato sui social un messaggio dello zio e del fratello, quando la donna risultava ancora fra i dispersi. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha precisato che ci sono anche quattro feriti e circa 42 dispersi con cittadinanza italiana.
Intanto il Venezuela continua a tremare e una nuova scossa di terremoto di magnitudo 4.9 è stata registrata nel centro del Paese, a una quarantina di chilometri da Maracay nello Stato di Aragua. Il numero dei dispersi ha già superato le 50.000 unità, mentre i morti al momento sono 1.430 compresi diversi cittadini stranieri, tra cui molti portoghesi e spagnoli. Il conteggio attuale riporta 28 cittadini portoghesi, cinque spagnoli, tre brasiliani, e sette cinesi che lavoravano nei cantieri della capitale.
L’Italia è in prima linea per aiutare Caracas e sono già stanziati 5 milioni di euro che arriveranno subito a 10: 3 milioni sono destinati a organizzazioni della società civile italiane attive in Venezuela, mentre è in volo il secondo aereo di aiuti decollato da Pratica di mare con destinazione il Paese sudamericano. Il primo volo è atterrato all’aeroporto militare El Libertador, a Maracay con a bordo un team, formato da 97 persone tra soccorritori, sanitari, Vigili del fuoco e funzionari dell’Unita di crisi della Farnesina che ha come destinazione La Guaira, l’area delle operazioni di soccorso. Sono arrivati circa 1600 soccorritori da undici nazioni europee e sudamericane, ha raccontato il viceministro degli Esteri venezuelano Oliver Blanco, che prevede l’atterraggio di altri 25 voli di aiuti nelle prossime 24 ore. Israele ha mobilitato una missione di soccorso altamente professionale, formato da ex membri dell’Home front command per il recupero ed il salvataggio delle persone.
Gli Stati Uniti hanno riconfermato il loro totale sostegno al governo della presidente ad interim Delcy Rodriguez dicendosi pronti a inviare squadre di soccorso di 250 persone, attrezzature specializzate, supporto per i rifugi temporanei e assistenza umanitaria alle famiglie colpite. La Rodriguez, raccolta dei fischi in una visita ai quartieri devastati, ha detto di aver ricevuto un messaggio dal premier Giorgia Meloni: rimasta molto colpita dalle immagini della tragedia, prova profondo dolore anche perché c’è una comunità italiana importante in Venezuela, Paese che aveva aperto le sue braccia a chi arrivava e ora l’Italia è commossa di fronte a questa situazione.
L’esecutivo di Caracas ha limitato gli accessi alla zone più colpite, mentre il generale della fanteria di marina degli Stati Uniti, Kevin J. Jarrard, ha incontrato il capo della Difesa del Venezuela, il generale Gustavo González López per coordinare le operazioni di assistenza umanitaria. Il dipartimento della Difesa e il dipartimento di Stato di Washington hanno dichiarato che stanno lavorando con gli alleati per aiutare il popolo venezuelano.
Gli ospedali di Caracas sono però al collasso e i servizi funebri paralizzati con i parenti che sono costretti a trasportare i cadaveri personalmente all’obitorio. Arrivano però anche storie di speranza come quella di un neonato di appena 18 giorni estratto incolume dalle macerie di un edificio dopo 32 ore o quella della quindicenne Camila Sofía Medina Rivas e la sua cagnolina Chanel salvate dopo più di 50 ore, mentre una donna è riuscita a partorire senza energia elettrica con l’aiuto di un gruppo di soccorritori provenienti da El Salvador.
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