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2018-05-10
A parole è già nato il governo Lega-M5s
ANSA
«Un premier donna sarebbe un bel segnale». Dallo staff del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la considerazione è stata trasmessa sia a Matteo Salvini che a Luigi Di Maio. I quali, entrambi, hanno compreso al volo quale soluzione, secondo il Colle, sarebbe in grado di chiudere nel migliore dei modi l'ennesima triangolazione tra M5s, Lega e Forza Italia. La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, avrebbe le caratteristiche ideali per sigillare il patto tra Salvini, Di Maio e Silvio Berlusconi: è di Forza Italia, ma è stata votata anche dai 5 stelle e verrebbe considerata una scelta «istituzionale» e «terza» tra leghisti e grillini; sarebbe la prima donna premier in Italia; consentirebbe a Berlusconi di votare la fiducia all'esecutivo, pur in assenza di ministri «forzisti»; libererebbe la carica di presidente del Senato per un leghista.
Il suggerimento, però, è stato lasciato cadere: Di Maio farebbe fatica a far digerire ai suoi un presidente del Consiglio di Forza Italia, mentre Salvini accarezza l'idea di un premier leghista (Giancarlo Giorgetti, gradito al capo dello Stato ma fino a un certo punto, visto che fu lui a ventilare «tentazioni secessionistiche» nel caso di un accordo Pd-M5s).
In ogni caso, la giornata di ieri, per Sergio Mattarella, è stata densissima di contatti. In mattinata, il capo dello Stato ha ricordato le vittime del terrorismo in occasione della Giornata delle memoria al Quirinale. Già martedì sera, al Colle erano arrivati segnali da Di Maio e Salvini, che chiedevano tempo per chiudere l'accordo. Alle 13 e 30, dal Quirinale è stato diramato un comunicato stampa: «M5s e Lega», recitava la nota, «hanno informato la presidenza della Repubblica che è in corso un confronto per pervenire ad un possibile accordo di governo e che per sviluppare questo confronto hanno bisogno di 24 ore».
Il governo «neutrale», può restare in freezer ancora un po', perché in fondo il risultato a casa lo ha portato. Senza la accelerazione impressa con l'annuncio dell'imminente nomina di premier e ministri «neutrali», e del conseguente voto anticipato a luglio o ottobre, Silvio Berlusconi non sarebbe stato sottoposto al vero e proprio «assedio» che ieri ha subito da parte di deputati e senatori terrorizzati dalla prospettiva di non essere rieletti e di consiglieri come Fedele Confalonieri e Gianni Letta, convinti, come la figlia Marina, della necessità di chiudere l'accordo con Di Maio e Salvini chiedendo il massimo possibile in termini di contropartite «politiche».
Mattarella, se l'accordo tra Lega, M5s e Berlusconi oggi sarà definitivamente siglato, si darà da fare per indirizzare il governo legastellato nei binari a lui cari: continuità in politica estera ed economica, rapporti saldi con Bruxelles. Giorgetti premier? Il Colle non potrebbe mai dire «no», ma fino a ieri sera l'ipotesi che il M5s possa concedere lo scranno più alto di Palazzo Chigi alla Lega (seconda forza della maggioranza) sembrava assai remota. Anzi: la casella ancora da riempire, nel puzzle governativo legastellato, era ancora proprio quella del presidente del Consiglio.
Una lacuna che il Quirinale potrebbe aiutare a colmare, suggerendo lui stesso un nome (circolava ieri quello dell'ex presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, gradito ai 5 stelle).
Più debole si dimostrerà l'accordo tra Di Maio e Salvini, più forte sarà la facoltà del presidente della Repubblica di indirizzare le scelte dei «ragazzi». Debolezza che aumenterà a dismisura se Forza Italia si schiererà alla opposizione, pur garantendo a Salvini la tenuta della coalizione nelle regioni e nelle città, dando così vita a un nuovo bipolarismo a livello nazionale, con Lega e M5s da un lato e Pd e Forza Italia dall'altro.
L'importante, per il Quirinale, è che il ministero degli Esteri e quello della Difesa vadano al M5s o a figure terze, ma mai alla Lega. Luigi Di Maio, che a Washington, a Berlino e in alcuni circoli assai riservati ma che contano, considerano affidabile in quanto estremamente malleabile, è in pole.
Il Colle, inoltre, chiede che il ministero dell'Economia venga assegnato a una figura «autorevole», con ottimi rapporti con Bruxelles e che non intenda sforare i vincoli europei. Mattarella auspica inoltre che il ministero della Coesione territoriale sia affidato a un big e non a un dirigente politico di secondo piano.
Il capo dello Stato chiederà anche esplicitamente a Di Maio quale sia la posizione del Movimento rispetto alle ultime uscite pubbliche del «garante» Beppe Grillo, in particolare quella sul referendum sull'euro. Mattarella, infine, se anche questo estremo tentativo di accordo tra Salvini e Di Maio dovesse clamorosamente saltare, si ritroverebbe con la strada spianata per varare il suo governo «neutrale». Oggi attenderà novità da Fiesole dove partecipa a «The state of the Union», l'evento organizzato dall'Istituto universitario europeo. Appuntamento al quale parteciperanno anche il presidente della Bce Mario Draghi e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker. Dopo una tappa a Palermo, il rientro del presidente a Roma è previsto per domani pomeriggio. La dead line è fissata allora.
Berlusconi convinto dalla formula di Toti
«Benevolenza critica, what else?». È un omaggio alle convergenze parallele nei 40 anni della morte di Aldo Moro, ma anche un riconoscimento alla raffinatezza politica di Giovanni Toti che ha inventato una formula bizantina per sbloccare l'ingorgo istituzionale più congestionato degli ultimi decenni. Un colpo di tacco a sorpresa in grado di far eventualmente decollare il fidanzamento fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Al culmine dei due giorni più lunghi nella storia di Forza Italia, è il governatore della Liguria a trovare la soluzione. E a proporre a Silvio Berlusconi qualcosa che non sia un appoggio esterno (posizione per lui insostenibile) e neppure le elezioni, parola che in questo momento fa correre i brividi lungo la schiena del Cavaliere al pari dell'altra, Vivendi. «Il tema vero è che la Lega e i 5 stelle hanno i voti per insediare un governo e fare un accordo politico, a cui Forza Italia non parteciperà con un appoggio esterno», spiega prima a Berlusconi a Palazzo Grazioli - dove il quartiere generale si è trasferito da Arcore per vivere le giornate decisive -, e poi a Radio 1. «Il che non vuol dire che, dopo sei settimane di stallo del Paese, non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da 20 anni, con una benevolenza critica».
Poi Toti approfondisce. «Consiste in una visione pragmatica e al tempo stesso benevola rispetto ai tentativi di formare il governo. È impossibile per Forza Italia condividere alcuni obiettivi dei 5 stelle e al tempo stesso anche l'atteggiamento politico e il grado di rispetto delle regole democratiche. Ma in ogni caso un governo che vedesse coinvolto un nostro alleato importante come la Lega e il candidato premier della coalizione Salvini, non potrebbe che avere da parte nostra una benevola attenzione. Non significa appoggio esterno coordinato e neppure una pregiudiziale ostilità, ma significa consentire la partenza di un'esperienza di governo che valuteremo caso per caso con attenzione al programma che abbiamo presentato agli elettori».
Bingo. Il ragionamento piace, comincia a fare breccia, e non poteva che arrivare da un sincero sostenitore dell'alleanza sempre più stretta con la Lega, quella «sintonia oltre le differenze» alla base del successo del modello Liguria. Per questa sua linea, subito dopo l'esito del 4 marzo, Toti era stato accusato d'essere un «collaborazionista» dai colonnelli del partito. Ma ha saputo tenere duro e far rimangiare a tutti l'insinuazione di «averci venduti alla Lega». Era solo lungimiranza. Era solo consapevolezza che una nuova era politica stava nascendo.
La benevolenza critica si esprimerà con l'uscita dall'aula di Forza Italia il giorno della fiducia e l'analisi di volta in volta dei provvedimenti da votare. All'interno del partito viene definita «un'opposizione selettiva», anche se difficilmente i nuovi responsabili faranno saltare il banco. La brillante trovata di ispirazione dorotea l'aspettavano in molti, come la pioggia nel Sahara. I parlamentari azzurri, terrorizzati di dover tornare alle urne con la concreta possibilità di finire dimezzati; gli storici consiglieri di Berlusconi, come Fedele Confalonieri e l'ascoltatissima figlia Marina, che da due giorni accerchiavano il leader per indurlo a uscire dalla tenda di Achille nella quale si era rintanato col broncio; lo stesso Cavaliere, finito all'angolo con i suoi ripetuti no e impossibilitato a sostenere l'unico esecutivo di salvaguardia per lui, il governo del presidente, dopo l'aut-aut di Giancarlo Giorgetti: «Se lo vota salta l'alleanza».
Anche due esperti navigatori sempre molto vicini al leader, come Paolo Romani e Renato Brunetta, sono pronti a far partire l'avventura. Romani offre una benedizione non convinta: «Forse vale la pena che si sperimenti un governo giallo-verde, vediamo cosa può offrire...». E se lo dice chi è stato bruciato, alla presidenza del Senato, dal primo accordo Lega-5 stelle che ha prodotto Elisabetta Casellati, è significativo. Brunetta ricorda un precedente decisivo: «Se vogliono fare il governo, lo facciano. L'alleanza con la Lega resta perché per noi è un grande valore, ma nessuno ci può chiedere di più. Del resto anche nel 2011 e nel 2013 la Lega non votò per i governi di Mario Monti ed Enrico Letta (sostenuti da Forza Italia), ma l'alleanza rimase».
L'ultimo gran visir da convincere è Gianni Letta, da sempre fautore di un esecutivo pilotato da Sergio Mattarella, sommamente diffidente nei confronti dei 5 stelle e per nulla tenero con Salvini, accusato di tradimento quando è corso a concordare le elezioni con Di Maio per fare pressioni sull'alleato. Nella pancia del partito non tutto è ancora risolto e lo stesso Berlusconi vorrebbe avere rassicurazioni sia sul nome del premier (la soluzione più apprezzata sarebbe Giorgetti, anche se il Quirinale spinge per il presidente Istat Enrico Giovannini), sia sulla reale volontà di Di Maio di concedergli un sottosegretario allo Sviluppo economico, posti chiave nelle tre commissioni permanenti e la presidenza della Commissione di Vigilanza Rai. La «roba» ha sempre un suo valore. E anche il Milan finalista di Coppa Italia, che gli consente una piccola pausa nel travaglio di ieri. Altro conforto al rovello del Cav, la compagnia fisica della primogenita Marina, che gli è stata vicina per tutto il giorno. Al termine del quale, alle 21, Berlusconi decide di parlare. In un comunicato, dopo una stilettata a Mattarella, «che non ha acconsentito a un governo di centrodestra che avrebbe trovato i voti i Parlamento», il Cavaliere sostiene l'impossibilità di Fi governare con i grillini ma «se un'altra forza politica della coalizione di centrodestra ritiene di assumersi la responsabilità di creare un governo con i 5 stelle, prendiamo atto con rispetto della scelta. Non sta certo a noi porre veti o pregiudiziali». Il Cav conferma che Fi non voterà la fiducia all'esecutivo giallo-verde ma che «ne valuteremo in modo sereno e senza pregiudizi l'operato sostenendo lealmente i provvedimenti che siano in linea con il programma del centro-destra». Ecco lo scarto di lato. Che ha un corollario: «Se invece questo governo non potesse nascere, nessuno potrà usarci come alibi di fronte all'incapacità - o all'impossibilità oggettiva - di trovare accordi fra forze politiche molto diverse».
Giorgio Gandola
Le garanzie domandate a Casaleggio su tv, conflitto di interessi e Agcom
Bisogna trattare bene ogni singolo punto, perché se questo governo con la Lega nasce, poi deve durare cinque anni. E il punto più delicato, in partenza, riguarda le concessioni da fare a Silvio Berlusconi per la «non sfiducia» o «la sfiducia di bandiera» (la prima volta e poi basta). Mentre inizia l'ultimo rush di trattative per il governo Salvini-Di Maio, il Movimento 5 stelle si trova ancora una volta a che fare con il fattore «S». «S» come Silvio, il convitato neppure troppo di pietra di questo esecutivo politico, con il quale le due forze che si definivano «anti sistema» tentano di evitare la trappola di un ennesimo governo tecnico.
La prima reazione, quando si chiede ai 5 stelle della trattativa con il Cavaliere, è quasi di negarla. «Il problema di Berlusconi per noi non esiste, perché i numeri del governo con i leghisti sono blindati», osserva un esponente di vertice. Il ragionamento che ha fatto anche Luigi Di Maio con i suoi, del resto, è semplice: «Salvini ha solo bisogno di non passare per traditore dell'alleanza di centrodestra» e quindi la trattativa con Arcore la sta facendo lui. Sarà, ma è il segreto di Pulcinella che tanto Berlusconi quanto Davide Casaleggio e Beppe Grillo abbiano messo dei paletti e che Salvini sia impegnato in una mediazione faticosa.
A parlare con i grillini più informati, quelli che hanno avuto modo di confrontarsi anche con i vari Paolo Romani, Anna Maria Bernini e Renato Brunetta, viene fuori che Forza Italia avrebbe chiesto un paio di ministri e le consuete garanzie su Mediaset, con l'abbandono assoluto della promessa di fare una nuova legge sul conflitto d'interessi. Si tratta di un «pacchetto» più ricco e composito di quanto si possa immaginare. Ma il programma elettorale dei 5 stelle sembra fatto apposta per far sbiancare il «Cavaliere mascarato», come lo chiamava Beppe Grillo: abolizione delle Authority; tetto azionario del 10% massimo per il possesso di ogni singolo canale televisivo nazionale; frequenze tv da riassegnare con apposita asta pubblica ogni cinque anni; tetto del 10% anche per il possesso di giornali nazionali; vendita di due canali Rai e un solo canale pubblico senza pubblicità; abolizione secca della legge Gasparri; tetto nazionale massimo del 5% per la raccolta pubblicitaria da parte di una singola società.
Tanto per capire la portata della minaccia di un governo con dentro i 5 stelle per il Biscione, Publitalia nel 2017 aveva una quota di mercato del 38% e la Fininvest è ben oltre i limiti antitrust sognati da Di Maio e compagni. E allora Forza Italia ha chiesto, e pare anche già ottenuto, che «tutte le chiacchiere sul conflitto d'interessi vadano in soffitta e che la Gasparri non si tocchi». Non solo, ma alla luce della battaglia con Vincent Bollorè e la sua Vivendi, dove il governo Gentiloni e il Pd si sono sempre schierati con Mediaset e contro il finanziere bretone, Berlusconi avrebbe chiesto a leghisti e grillini di avere persone di fiducia in Consob, Antitrust, Agenzia delle Comunicazioni, Autorità garante della privacy. Tutte caselle strategiche e che possono spostare miliardi di euro con un semplice provvedimento che al grande pubblico passa totalmente inosservato.
La risposta dei 5 stelle è ancora tutta da pesare, come sanno Fedele Confalonieri e Gianni Letta, che hanno fatto arrivare le loro richieste con la massima discrezione anche a Davide Casaleggio. Sicuramente su Telecom e Mediaset, la posizione dominante in M5s è che «con tutta la buona volontà, è davvero impossibile schierarsi con i francesi, che hanno avuto un atteggiamento predatorio». E sulle televisioni, anche per Grillo è già abbastanza chiaro che lo stesso Salvini non andrebbe a fondo sul conflitto d'interessi e si accontenterebbe di occupare le caselle di rito in Viale Mazzini. Una pratica, quella della lottizzazione, che per inciso potrebbe sedurre in tempi rapidi anche M5s. «Noi spingeremo per la fibra ottica ovunque, per il 5G e per tutto ciò che modernizza il Paese», spiega un esperto di tlc del Movimento. Come a dire che a superare il conflitto d'interessi berlusconiano non sarà una nuova legge antitrust, ma il progresso stesso e il cambio delle abitudini dei cittadini internettiani.
Più tosta la trattativa su un tema come la giustizia. Al solo sentire circolare il nome dell'avvocato forzista Bernini come ministro di Giustizia, Di Maio si è irrigidito e ha ricordato che in via Arenula vuole il fedelissimo Alfredo Bonafede. Però è interessante l'apertura su due ministri ufficialmente di Forza Italia e la chiusura a soluzioni «un po' ipocrite» come personaggi «di area». Anche se poi Berlusconi sa che alcune Authority, e alcune deleghe ministeriali, valgono più di un ministero.
D'altronde i 5 stelle restano con la guardia alta e anche se accetteranno il via libera di Forza Italia si metteranno di traverso su ogni mossa che odori di Nazzareno 2. Ieri sera, per esempio, un gruppo di senatori guidati da Daniele Pesco, Elio Lannutti, Paola Taverna e Vito Crimi ha presentato una micidiale interrogazione parlamentare sul nuovo presidente della Consob, Mario Nava, designato prima di Natale con un accordo tra Pd e Forza Italia. Gli si rinfaccia di non aver sciolto il nodo del doppio incarico in Europa e di voler addirittura «raddoppiare» la presunta incompatibilità portandosi da Bruxelles la sua assistente personale.
Francesco Bonazzi
Premier e liste dei ministri: prove di spartizione Lega-M5s
Tutto si capirà nella notte, dopo che il segretario della Lega Matteo Salvini avrà incontrato il leader pentastellato Luigi Di Maio e soprattutto il fondatore di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Ma già ieri, dopo le prime aperture da parte del governatore ligure forzista Giovanni Toti a un governo gialloverde («Un'astensione benevola»), tra centrodestra e M5s sono iniziate le trattative sulla formazione dell'esecutivo, con il classico totonomi per ministri, viceministri e sottosegretari.
La trattativa è serrata, potrebbe non andare neppure in porto, ma un paio di suggestioni stanno già iniziando a emergere a microfoni spenti e nei conciliaboli di leghisti, pentastellati, esponenti di Fratelli D'Italia e degli stessi azzurri. L'incastro non è facile, bisognerà capire per esempio come Berlusconi (non) legittimerà il governo e come ne farà parte. Per questo motivo è il «non ruolo» di Forza Italia quello che al momento appare più complicato. Non solo. Non è ancora chiaro il nome del possibile presidente del Consiglio e si discute anche su quanto durerà l'esecutivo, se sarà a tempo - per fare la legge elettorale, mettere mano alla finanziaria e dare una stretta sul fronte immigrazione - oppure di lunga permanenza. Proprio sulla durata si gioca il ruolo di Salvini e Di Maio. Il primo è dato come ministro degli Interni, ma in via Bellerio c'è chi sostiene che il segretario possa restarne fuori per poi ricandidarsi a premier nel 2019 in caso di nuove elezioni. Il secondo, invece, potrebbe essere vicepresidente del Consiglio o anche ministro degli Esteri, in modo da avere un ruolo attivo nel tanto acclamato «governo del cambiamento».
Lo scoglio Forza Italia e Berlusconi non è facile da superare. O meglio, qualcuno dalle parti di Arcore e di palazzo Grazioli avrebbe già trovato lo schema. In pratica tre ministri di area e storicamente vicini (o comunque non nemici), nei ruoli di ministro della Giustizia, dell'Economia e dello Sviluppo economico potrebbero andare bene a Berlusconi. Se da un lato il Cavaliere non voterà la fiducia - magari approvando leggi caso per caso, come ha spiegato il Senatùr Umberto Bossi - dall'altro potrebbe comunque continuare a seguire gli aspetti che più gli stanno a cuore, tra giustizia e aziende. Come Guardasigilli il nome forte che circola in queste ore è quello di Giulia Bongiorno, storico avvocato di Giulio Andreotti, il suo profilo era già emerso nelle scorse settimane come possibile presidente del Consiglio di un esecutivo gialloverde. Candidata con la Lega, ha avuto in passato qualche attrito con il leader di Forza Italia, in particolare durante il quarto governo, tra il 2008 e il 2011: smontava tutte le leggi ad personam che i forzisti cercavano di far passare in Parlamento. Ma è comunque un avvocato «con cui si può parlare», si ragiona in Forza Italia.
Allo Sviluppo economico, il Mise, invece viene dato per quasi sicuro Carlo Sangalli, storico presidente di Confcommercio, già deputato della Dc, amico e conoscitore di tutto il tessuto economico politico italiano, in particolare quello del Nord. Di Maio lo conosce bene, i due si sono incontrati il 14 marzo scorso a Milano. Per l'Economia il gioco a incastri è molto delicato. E a quanto pare da questo dicastero dipende la poltrona di presidente del Consiglio. Ieri pomeriggio è iniziato a circolare il nome, come possibile premier, di Enrico Giovannini, già presidente dell'Istat, ex ministro del governo di Enrico Letta, autore della prefazione al libro Presi per il Pil dell'economista grillino Lorenzo Fioramonti. Giovannini sarebbe una soluzione gradita al Quirinale che potrebbe liberare la casella di via XX Settembre. Qui c'è chi sostiene che possa arrivare Giancarlo Giorgetti, il capogruppo alla Camera della Lega, a cui sempre Bossi affiderebbe il ruolo di numero uno di palazzo Chigi. Di sicuro Giorgetti, da ministro dell'Economia, dovrà avere un vice del Movimento 5 stelle, come per esempio Andrea Roventini, che fu proposto nella lista dei ministri che Di Maio aveva presentato prima delle elezioni. Il capitolo Mef non è semplice da districare, c'è chi dice che un posticino potrebbe ritagliarselo anche Alberto Bagnai, economista di casa Lega da sempre critico nei confronti delle imposizioni economiche di Bruxelles.
A quanto si apprende in ambienti grillini gli uomini di cui il leader pentastellato non potrà fare a meno sono Alfonso Bonafede, che era dato alla Giustizia, Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento) ed Emanuela Dal Re agli Esteri. Allo stesso tempo si parla anche di incarichi di prestigio per Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine, e per lo stesso Fioramonti. All'Ambiente è dato per certo il generale dei carabinieri Sergio Costa, che fu comandante regionale in Campania del Corpo forestale dello Stato, in prima linea nelle indagini sulla Terra dei fuochi. Complesse le altre caselle da riempire, anche perché si vocifera che la Lega potrebbe voler ricreare un ministero per Autonomia e federalismo. Non solo. Su Sanità, Cultura e Istruzione, Trasporti ci sarà da discutere. Così come sull'Agricoltura, dicastero caro ai leghisti. E anche qui Salvini potrebbe far sentire la sua voce, magari proponendo i nomi di Nicola Molteni, Barbara Saltamartini o il giovane Alessandro Morelli. Tra i capitoli più intricati c'è quello della Difesa. Molto dipenderà da quale sarà il ruolo di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. A quanto pare su Fdi ci sarebbe stato un mezzo veto di Di Maio, durante le consultazioni. Ma ora sarebbe arrivata luce verde. E per la Difesa il nome forte che circola è quello di Guido Crosetto, già sottosegretario. Qui Di Maio aveva proposto Elisabetta Trenta, ma per far partire un governo bisogna pur rinunciare a qualcosa. Anche i grillini lo hanno capito.
Alessandro Da Rold
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Altre 24 ore per l'esecutivo politico, ma i paletti del Quirinale sono già pronti. Un moderato a via XX settembre e Carroccio via dalla Difesa. Dopo una giornata di passione, con la figlia Marina al fianco, il Cav cede alla «benevolenza critica» suggerita dal governatore In serata il comunicato: no alla fiducia, ma nessun veto all'intesa tra grillini e leghisti. L'«opposizione selettiva» tiene in vita la coalizione. La trattativa per sbloccare l'accordo con i grillini passa dalle rassicurazioni sugli interessi di MediasetMatteo Salvini, propenso a evitare Palazzo Chigi, vorrebbe Giancarlo Giorgetti all'Economia. Opzione Esteri per Luigi Di Maio. Guardasigilli: Giulia Bongiorno andrebbe bene al Cavaliere. Un posto anche per Fdi.Lo speciale contiene quattro articoli. «Un premier donna sarebbe un bel segnale». Dallo staff del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la considerazione è stata trasmessa sia a Matteo Salvini che a Luigi Di Maio. I quali, entrambi, hanno compreso al volo quale soluzione, secondo il Colle, sarebbe in grado di chiudere nel migliore dei modi l'ennesima triangolazione tra M5s, Lega e Forza Italia. La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, avrebbe le caratteristiche ideali per sigillare il patto tra Salvini, Di Maio e Silvio Berlusconi: è di Forza Italia, ma è stata votata anche dai 5 stelle e verrebbe considerata una scelta «istituzionale» e «terza» tra leghisti e grillini; sarebbe la prima donna premier in Italia; consentirebbe a Berlusconi di votare la fiducia all'esecutivo, pur in assenza di ministri «forzisti»; libererebbe la carica di presidente del Senato per un leghista. Il suggerimento, però, è stato lasciato cadere: Di Maio farebbe fatica a far digerire ai suoi un presidente del Consiglio di Forza Italia, mentre Salvini accarezza l'idea di un premier leghista (Giancarlo Giorgetti, gradito al capo dello Stato ma fino a un certo punto, visto che fu lui a ventilare «tentazioni secessionistiche» nel caso di un accordo Pd-M5s). In ogni caso, la giornata di ieri, per Sergio Mattarella, è stata densissima di contatti. In mattinata, il capo dello Stato ha ricordato le vittime del terrorismo in occasione della Giornata delle memoria al Quirinale. Già martedì sera, al Colle erano arrivati segnali da Di Maio e Salvini, che chiedevano tempo per chiudere l'accordo. Alle 13 e 30, dal Quirinale è stato diramato un comunicato stampa: «M5s e Lega», recitava la nota, «hanno informato la presidenza della Repubblica che è in corso un confronto per pervenire ad un possibile accordo di governo e che per sviluppare questo confronto hanno bisogno di 24 ore». Il governo «neutrale», può restare in freezer ancora un po', perché in fondo il risultato a casa lo ha portato. Senza la accelerazione impressa con l'annuncio dell'imminente nomina di premier e ministri «neutrali», e del conseguente voto anticipato a luglio o ottobre, Silvio Berlusconi non sarebbe stato sottoposto al vero e proprio «assedio» che ieri ha subito da parte di deputati e senatori terrorizzati dalla prospettiva di non essere rieletti e di consiglieri come Fedele Confalonieri e Gianni Letta, convinti, come la figlia Marina, della necessità di chiudere l'accordo con Di Maio e Salvini chiedendo il massimo possibile in termini di contropartite «politiche». Mattarella, se l'accordo tra Lega, M5s e Berlusconi oggi sarà definitivamente siglato, si darà da fare per indirizzare il governo legastellato nei binari a lui cari: continuità in politica estera ed economica, rapporti saldi con Bruxelles. Giorgetti premier? Il Colle non potrebbe mai dire «no», ma fino a ieri sera l'ipotesi che il M5s possa concedere lo scranno più alto di Palazzo Chigi alla Lega (seconda forza della maggioranza) sembrava assai remota. Anzi: la casella ancora da riempire, nel puzzle governativo legastellato, era ancora proprio quella del presidente del Consiglio. Una lacuna che il Quirinale potrebbe aiutare a colmare, suggerendo lui stesso un nome (circolava ieri quello dell'ex presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, gradito ai 5 stelle). Più debole si dimostrerà l'accordo tra Di Maio e Salvini, più forte sarà la facoltà del presidente della Repubblica di indirizzare le scelte dei «ragazzi». Debolezza che aumenterà a dismisura se Forza Italia si schiererà alla opposizione, pur garantendo a Salvini la tenuta della coalizione nelle regioni e nelle città, dando così vita a un nuovo bipolarismo a livello nazionale, con Lega e M5s da un lato e Pd e Forza Italia dall'altro. L'importante, per il Quirinale, è che il ministero degli Esteri e quello della Difesa vadano al M5s o a figure terze, ma mai alla Lega. Luigi Di Maio, che a Washington, a Berlino e in alcuni circoli assai riservati ma che contano, considerano affidabile in quanto estremamente malleabile, è in pole. Il Colle, inoltre, chiede che il ministero dell'Economia venga assegnato a una figura «autorevole», con ottimi rapporti con Bruxelles e che non intenda sforare i vincoli europei. Mattarella auspica inoltre che il ministero della Coesione territoriale sia affidato a un big e non a un dirigente politico di secondo piano. Il capo dello Stato chiederà anche esplicitamente a Di Maio quale sia la posizione del Movimento rispetto alle ultime uscite pubbliche del «garante» Beppe Grillo, in particolare quella sul referendum sull'euro. Mattarella, infine, se anche questo estremo tentativo di accordo tra Salvini e Di Maio dovesse clamorosamente saltare, si ritroverebbe con la strada spianata per varare il suo governo «neutrale». Oggi attenderà novità da Fiesole dove partecipa a «The state of the Union», l'evento organizzato dall'Istituto universitario europeo. Appuntamento al quale parteciperanno anche il presidente della Bce Mario Draghi e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker. Dopo una tappa a Palermo, il rientro del presidente a Roma è previsto per domani pomeriggio. La dead line è fissata allora. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-chiedera-nomi-di-garanzia-per-neutralizzare-lanti-europeismo-2567392634.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlusconi-convinto-dalla-formula-di-toti" data-post-id="2567392634" data-published-at="1779732509" data-use-pagination="False"> Berlusconi convinto dalla formula di Toti «Benevolenza critica, what else?». È un omaggio alle convergenze parallele nei 40 anni della morte di Aldo Moro, ma anche un riconoscimento alla raffinatezza politica di Giovanni Toti che ha inventato una formula bizantina per sbloccare l'ingorgo istituzionale più congestionato degli ultimi decenni. Un colpo di tacco a sorpresa in grado di far eventualmente decollare il fidanzamento fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Al culmine dei due giorni più lunghi nella storia di Forza Italia, è il governatore della Liguria a trovare la soluzione. E a proporre a Silvio Berlusconi qualcosa che non sia un appoggio esterno (posizione per lui insostenibile) e neppure le elezioni, parola che in questo momento fa correre i brividi lungo la schiena del Cavaliere al pari dell'altra, Vivendi. «Il tema vero è che la Lega e i 5 stelle hanno i voti per insediare un governo e fare un accordo politico, a cui Forza Italia non parteciperà con un appoggio esterno», spiega prima a Berlusconi a Palazzo Grazioli - dove il quartiere generale si è trasferito da Arcore per vivere le giornate decisive -, e poi a Radio 1. «Il che non vuol dire che, dopo sei settimane di stallo del Paese, non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da 20 anni, con una benevolenza critica». Poi Toti approfondisce. «Consiste in una visione pragmatica e al tempo stesso benevola rispetto ai tentativi di formare il governo. È impossibile per Forza Italia condividere alcuni obiettivi dei 5 stelle e al tempo stesso anche l'atteggiamento politico e il grado di rispetto delle regole democratiche. Ma in ogni caso un governo che vedesse coinvolto un nostro alleato importante come la Lega e il candidato premier della coalizione Salvini, non potrebbe che avere da parte nostra una benevola attenzione. Non significa appoggio esterno coordinato e neppure una pregiudiziale ostilità, ma significa consentire la partenza di un'esperienza di governo che valuteremo caso per caso con attenzione al programma che abbiamo presentato agli elettori». Bingo. Il ragionamento piace, comincia a fare breccia, e non poteva che arrivare da un sincero sostenitore dell'alleanza sempre più stretta con la Lega, quella «sintonia oltre le differenze» alla base del successo del modello Liguria. Per questa sua linea, subito dopo l'esito del 4 marzo, Toti era stato accusato d'essere un «collaborazionista» dai colonnelli del partito. Ma ha saputo tenere duro e far rimangiare a tutti l'insinuazione di «averci venduti alla Lega». Era solo lungimiranza. Era solo consapevolezza che una nuova era politica stava nascendo. La benevolenza critica si esprimerà con l'uscita dall'aula di Forza Italia il giorno della fiducia e l'analisi di volta in volta dei provvedimenti da votare. All'interno del partito viene definita «un'opposizione selettiva», anche se difficilmente i nuovi responsabili faranno saltare il banco. La brillante trovata di ispirazione dorotea l'aspettavano in molti, come la pioggia nel Sahara. I parlamentari azzurri, terrorizzati di dover tornare alle urne con la concreta possibilità di finire dimezzati; gli storici consiglieri di Berlusconi, come Fedele Confalonieri e l'ascoltatissima figlia Marina, che da due giorni accerchiavano il leader per indurlo a uscire dalla tenda di Achille nella quale si era rintanato col broncio; lo stesso Cavaliere, finito all'angolo con i suoi ripetuti no e impossibilitato a sostenere l'unico esecutivo di salvaguardia per lui, il governo del presidente, dopo l'aut-aut di Giancarlo Giorgetti: «Se lo vota salta l'alleanza». Anche due esperti navigatori sempre molto vicini al leader, come Paolo Romani e Renato Brunetta, sono pronti a far partire l'avventura. Romani offre una benedizione non convinta: «Forse vale la pena che si sperimenti un governo giallo-verde, vediamo cosa può offrire...». E se lo dice chi è stato bruciato, alla presidenza del Senato, dal primo accordo Lega-5 stelle che ha prodotto Elisabetta Casellati, è significativo. Brunetta ricorda un precedente decisivo: «Se vogliono fare il governo, lo facciano. L'alleanza con la Lega resta perché per noi è un grande valore, ma nessuno ci può chiedere di più. Del resto anche nel 2011 e nel 2013 la Lega non votò per i governi di Mario Monti ed Enrico Letta (sostenuti da Forza Italia), ma l'alleanza rimase». L'ultimo gran visir da convincere è Gianni Letta, da sempre fautore di un esecutivo pilotato da Sergio Mattarella, sommamente diffidente nei confronti dei 5 stelle e per nulla tenero con Salvini, accusato di tradimento quando è corso a concordare le elezioni con Di Maio per fare pressioni sull'alleato. Nella pancia del partito non tutto è ancora risolto e lo stesso Berlusconi vorrebbe avere rassicurazioni sia sul nome del premier (la soluzione più apprezzata sarebbe Giorgetti, anche se il Quirinale spinge per il presidente Istat Enrico Giovannini), sia sulla reale volontà di Di Maio di concedergli un sottosegretario allo Sviluppo economico, posti chiave nelle tre commissioni permanenti e la presidenza della Commissione di Vigilanza Rai. La «roba» ha sempre un suo valore. E anche il Milan finalista di Coppa Italia, che gli consente una piccola pausa nel travaglio di ieri. Altro conforto al rovello del Cav, la compagnia fisica della primogenita Marina, che gli è stata vicina per tutto il giorno. Al termine del quale, alle 21, Berlusconi decide di parlare. In un comunicato, dopo una stilettata a Mattarella, «che non ha acconsentito a un governo di centrodestra che avrebbe trovato i voti i Parlamento», il Cavaliere sostiene l'impossibilità di Fi governare con i grillini ma «se un'altra forza politica della coalizione di centrodestra ritiene di assumersi la responsabilità di creare un governo con i 5 stelle, prendiamo atto con rispetto della scelta. Non sta certo a noi porre veti o pregiudiziali». Il Cav conferma che Fi non voterà la fiducia all'esecutivo giallo-verde ma che «ne valuteremo in modo sereno e senza pregiudizi l'operato sostenendo lealmente i provvedimenti che siano in linea con il programma del centro-destra». Ecco lo scarto di lato. Che ha un corollario: «Se invece questo governo non potesse nascere, nessuno potrà usarci come alibi di fronte all'incapacità - o all'impossibilità oggettiva - di trovare accordi fra forze politiche molto diverse». Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-chiedera-nomi-di-garanzia-per-neutralizzare-lanti-europeismo-2567392634.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-garanzie-domandate-a-casaleggio-su-tv-conflitto-di-interessi-e-agcom" data-post-id="2567392634" data-published-at="1779732509" data-use-pagination="False"> Le garanzie domandate a Casaleggio su tv, conflitto di interessi e Agcom Bisogna trattare bene ogni singolo punto, perché se questo governo con la Lega nasce, poi deve durare cinque anni. E il punto più delicato, in partenza, riguarda le concessioni da fare a Silvio Berlusconi per la «non sfiducia» o «la sfiducia di bandiera» (la prima volta e poi basta). Mentre inizia l'ultimo rush di trattative per il governo Salvini-Di Maio, il Movimento 5 stelle si trova ancora una volta a che fare con il fattore «S». «S» come Silvio, il convitato neppure troppo di pietra di questo esecutivo politico, con il quale le due forze che si definivano «anti sistema» tentano di evitare la trappola di un ennesimo governo tecnico. La prima reazione, quando si chiede ai 5 stelle della trattativa con il Cavaliere, è quasi di negarla. «Il problema di Berlusconi per noi non esiste, perché i numeri del governo con i leghisti sono blindati», osserva un esponente di vertice. Il ragionamento che ha fatto anche Luigi Di Maio con i suoi, del resto, è semplice: «Salvini ha solo bisogno di non passare per traditore dell'alleanza di centrodestra» e quindi la trattativa con Arcore la sta facendo lui. Sarà, ma è il segreto di Pulcinella che tanto Berlusconi quanto Davide Casaleggio e Beppe Grillo abbiano messo dei paletti e che Salvini sia impegnato in una mediazione faticosa. A parlare con i grillini più informati, quelli che hanno avuto modo di confrontarsi anche con i vari Paolo Romani, Anna Maria Bernini e Renato Brunetta, viene fuori che Forza Italia avrebbe chiesto un paio di ministri e le consuete garanzie su Mediaset, con l'abbandono assoluto della promessa di fare una nuova legge sul conflitto d'interessi. Si tratta di un «pacchetto» più ricco e composito di quanto si possa immaginare. Ma il programma elettorale dei 5 stelle sembra fatto apposta per far sbiancare il «Cavaliere mascarato», come lo chiamava Beppe Grillo: abolizione delle Authority; tetto azionario del 10% massimo per il possesso di ogni singolo canale televisivo nazionale; frequenze tv da riassegnare con apposita asta pubblica ogni cinque anni; tetto del 10% anche per il possesso di giornali nazionali; vendita di due canali Rai e un solo canale pubblico senza pubblicità; abolizione secca della legge Gasparri; tetto nazionale massimo del 5% per la raccolta pubblicitaria da parte di una singola società. Tanto per capire la portata della minaccia di un governo con dentro i 5 stelle per il Biscione, Publitalia nel 2017 aveva una quota di mercato del 38% e la Fininvest è ben oltre i limiti antitrust sognati da Di Maio e compagni. E allora Forza Italia ha chiesto, e pare anche già ottenuto, che «tutte le chiacchiere sul conflitto d'interessi vadano in soffitta e che la Gasparri non si tocchi». Non solo, ma alla luce della battaglia con Vincent Bollorè e la sua Vivendi, dove il governo Gentiloni e il Pd si sono sempre schierati con Mediaset e contro il finanziere bretone, Berlusconi avrebbe chiesto a leghisti e grillini di avere persone di fiducia in Consob, Antitrust, Agenzia delle Comunicazioni, Autorità garante della privacy. Tutte caselle strategiche e che possono spostare miliardi di euro con un semplice provvedimento che al grande pubblico passa totalmente inosservato. La risposta dei 5 stelle è ancora tutta da pesare, come sanno Fedele Confalonieri e Gianni Letta, che hanno fatto arrivare le loro richieste con la massima discrezione anche a Davide Casaleggio. Sicuramente su Telecom e Mediaset, la posizione dominante in M5s è che «con tutta la buona volontà, è davvero impossibile schierarsi con i francesi, che hanno avuto un atteggiamento predatorio». E sulle televisioni, anche per Grillo è già abbastanza chiaro che lo stesso Salvini non andrebbe a fondo sul conflitto d'interessi e si accontenterebbe di occupare le caselle di rito in Viale Mazzini. Una pratica, quella della lottizzazione, che per inciso potrebbe sedurre in tempi rapidi anche M5s. «Noi spingeremo per la fibra ottica ovunque, per il 5G e per tutto ciò che modernizza il Paese», spiega un esperto di tlc del Movimento. Come a dire che a superare il conflitto d'interessi berlusconiano non sarà una nuova legge antitrust, ma il progresso stesso e il cambio delle abitudini dei cittadini internettiani. Più tosta la trattativa su un tema come la giustizia. Al solo sentire circolare il nome dell'avvocato forzista Bernini come ministro di Giustizia, Di Maio si è irrigidito e ha ricordato che in via Arenula vuole il fedelissimo Alfredo Bonafede. Però è interessante l'apertura su due ministri ufficialmente di Forza Italia e la chiusura a soluzioni «un po' ipocrite» come personaggi «di area». Anche se poi Berlusconi sa che alcune Authority, e alcune deleghe ministeriali, valgono più di un ministero. D'altronde i 5 stelle restano con la guardia alta e anche se accetteranno il via libera di Forza Italia si metteranno di traverso su ogni mossa che odori di Nazzareno 2. Ieri sera, per esempio, un gruppo di senatori guidati da Daniele Pesco, Elio Lannutti, Paola Taverna e Vito Crimi ha presentato una micidiale interrogazione parlamentare sul nuovo presidente della Consob, Mario Nava, designato prima di Natale con un accordo tra Pd e Forza Italia. Gli si rinfaccia di non aver sciolto il nodo del doppio incarico in Europa e di voler addirittura «raddoppiare» la presunta incompatibilità portandosi da Bruxelles la sua assistente personale.Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-chiedera-nomi-di-garanzia-per-neutralizzare-lanti-europeismo-2567392634.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="premier-e-liste-dei-ministri-prove-di-spartizione-lega-m5s" data-post-id="2567392634" data-published-at="1779732509" data-use-pagination="False"> Premier e liste dei ministri: prove di spartizione Lega-M5s Tutto si capirà nella notte, dopo che il segretario della Lega Matteo Salvini avrà incontrato il leader pentastellato Luigi Di Maio e soprattutto il fondatore di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Ma già ieri, dopo le prime aperture da parte del governatore ligure forzista Giovanni Toti a un governo gialloverde («Un'astensione benevola»), tra centrodestra e M5s sono iniziate le trattative sulla formazione dell'esecutivo, con il classico totonomi per ministri, viceministri e sottosegretari. La trattativa è serrata, potrebbe non andare neppure in porto, ma un paio di suggestioni stanno già iniziando a emergere a microfoni spenti e nei conciliaboli di leghisti, pentastellati, esponenti di Fratelli D'Italia e degli stessi azzurri. L'incastro non è facile, bisognerà capire per esempio come Berlusconi (non) legittimerà il governo e come ne farà parte. Per questo motivo è il «non ruolo» di Forza Italia quello che al momento appare più complicato. Non solo. Non è ancora chiaro il nome del possibile presidente del Consiglio e si discute anche su quanto durerà l'esecutivo, se sarà a tempo - per fare la legge elettorale, mettere mano alla finanziaria e dare una stretta sul fronte immigrazione - oppure di lunga permanenza. Proprio sulla durata si gioca il ruolo di Salvini e Di Maio. Il primo è dato come ministro degli Interni, ma in via Bellerio c'è chi sostiene che il segretario possa restarne fuori per poi ricandidarsi a premier nel 2019 in caso di nuove elezioni. Il secondo, invece, potrebbe essere vicepresidente del Consiglio o anche ministro degli Esteri, in modo da avere un ruolo attivo nel tanto acclamato «governo del cambiamento». Lo scoglio Forza Italia e Berlusconi non è facile da superare. O meglio, qualcuno dalle parti di Arcore e di palazzo Grazioli avrebbe già trovato lo schema. In pratica tre ministri di area e storicamente vicini (o comunque non nemici), nei ruoli di ministro della Giustizia, dell'Economia e dello Sviluppo economico potrebbero andare bene a Berlusconi. Se da un lato il Cavaliere non voterà la fiducia - magari approvando leggi caso per caso, come ha spiegato il Senatùr Umberto Bossi - dall'altro potrebbe comunque continuare a seguire gli aspetti che più gli stanno a cuore, tra giustizia e aziende. Come Guardasigilli il nome forte che circola in queste ore è quello di Giulia Bongiorno, storico avvocato di Giulio Andreotti, il suo profilo era già emerso nelle scorse settimane come possibile presidente del Consiglio di un esecutivo gialloverde. Candidata con la Lega, ha avuto in passato qualche attrito con il leader di Forza Italia, in particolare durante il quarto governo, tra il 2008 e il 2011: smontava tutte le leggi ad personam che i forzisti cercavano di far passare in Parlamento. Ma è comunque un avvocato «con cui si può parlare», si ragiona in Forza Italia. Allo Sviluppo economico, il Mise, invece viene dato per quasi sicuro Carlo Sangalli, storico presidente di Confcommercio, già deputato della Dc, amico e conoscitore di tutto il tessuto economico politico italiano, in particolare quello del Nord. Di Maio lo conosce bene, i due si sono incontrati il 14 marzo scorso a Milano. Per l'Economia il gioco a incastri è molto delicato. E a quanto pare da questo dicastero dipende la poltrona di presidente del Consiglio. Ieri pomeriggio è iniziato a circolare il nome, come possibile premier, di Enrico Giovannini, già presidente dell'Istat, ex ministro del governo di Enrico Letta, autore della prefazione al libro Presi per il Pil dell'economista grillino Lorenzo Fioramonti. Giovannini sarebbe una soluzione gradita al Quirinale che potrebbe liberare la casella di via XX Settembre. Qui c'è chi sostiene che possa arrivare Giancarlo Giorgetti, il capogruppo alla Camera della Lega, a cui sempre Bossi affiderebbe il ruolo di numero uno di palazzo Chigi. Di sicuro Giorgetti, da ministro dell'Economia, dovrà avere un vice del Movimento 5 stelle, come per esempio Andrea Roventini, che fu proposto nella lista dei ministri che Di Maio aveva presentato prima delle elezioni. Il capitolo Mef non è semplice da districare, c'è chi dice che un posticino potrebbe ritagliarselo anche Alberto Bagnai, economista di casa Lega da sempre critico nei confronti delle imposizioni economiche di Bruxelles. A quanto si apprende in ambienti grillini gli uomini di cui il leader pentastellato non potrà fare a meno sono Alfonso Bonafede, che era dato alla Giustizia, Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento) ed Emanuela Dal Re agli Esteri. Allo stesso tempo si parla anche di incarichi di prestigio per Stefano Buffagni, l'uomo delle nomine, e per lo stesso Fioramonti. All'Ambiente è dato per certo il generale dei carabinieri Sergio Costa, che fu comandante regionale in Campania del Corpo forestale dello Stato, in prima linea nelle indagini sulla Terra dei fuochi. Complesse le altre caselle da riempire, anche perché si vocifera che la Lega potrebbe voler ricreare un ministero per Autonomia e federalismo. Non solo. Su Sanità, Cultura e Istruzione, Trasporti ci sarà da discutere. Così come sull'Agricoltura, dicastero caro ai leghisti. E anche qui Salvini potrebbe far sentire la sua voce, magari proponendo i nomi di Nicola Molteni, Barbara Saltamartini o il giovane Alessandro Morelli. Tra i capitoli più intricati c'è quello della Difesa. Molto dipenderà da quale sarà il ruolo di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. A quanto pare su Fdi ci sarebbe stato un mezzo veto di Di Maio, durante le consultazioni. Ma ora sarebbe arrivata luce verde. E per la Difesa il nome forte che circola è quello di Guido Crosetto, già sottosegretario. Qui Di Maio aveva proposto Elisabetta Trenta, ma per far partire un governo bisogna pur rinunciare a qualcosa. Anche i grillini lo hanno capito.Alessandro Da Rold
Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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