True
2024-08-24
Mascherine, chiusure, vaccini. Tornano gli orfani del covid
Da giorni, sui quotidiani, rimbalzano gli stantii titoli ansiogeni sul Covid: il virus che «rialza la testa», l’«incubo» che ritorna, il «mistero» dei novantenni morti. Per le testate, magari, questo è poco più che un tappabuchi per lo scarno notiziario estivo. I vertici della sanità, però, certi allarmi li prendono sul serio. E così, qua e là, sono rispuntati i feticci della pandemia: mascherine negli ospedali, case di riposo sigillate, incetta di vaccini.
Non è esente dalla mania profilattica nemmeno una Regione di centrodestra, il Veneto. Già a fine luglio, ad esempio, l’Aulss 6 Euganea, della provincia di Padova, aveva prorogato le misure precauzionali in vigore nei reparti, addirittura fino al 31 ottobre 2024. Il 6 agosto è stata la Aulss 8 Berica, che copre 59 Comuni nel Vicentino, a varare una stretta. «Alla luce dell’attuale contesto epidemiologico», si leggeva in una circolare, «si dispone l’estensione dell’obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, a pazienti, visitatori, e personale operante all’interno di tutte le unità operative di degenza presso i presidi ospedalieri». Meno di un mese prima, la stessa azienda sanitaria aveva imposto l’impiego dei Dpi in alcuni reparti frequentati da malati fragili. Il giro di vite agostano ha complicato la permanenza in corsia: persino agli assistiti tocca coprirsi naso e bocca. Il sindacato ContiamoCi!, già un paio di settimane fa, ha inoltrato una lettera al ministro Orazio Schillaci, «perché intervenga evitando abusi a danno dei lavoratori».
Il problema è che proprio una sua circolare, datata primo luglio, aveva confermato che ogni Asl ha il potere di decidere per sé. Ai direttori sanitari spetta l’onere di «valutare l’opportunità di disporre l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei propri contesti, tenendo conto della diffusione dei virus a trasmissione aerea». «Dei virus», appunto. Mica solo del coronavirus. Era lo stesso ragionamento che il titolare del dicastero aveva cercato di far valere quando aveva dato un taglio al tamponificio coatto: se bisogna andare a caccia di positivi, è assurdo concentrarsi solamente su un patogeno. Perché il Covid sì, il resto no?
Fatto sta che, alla prima blanda recrudescenza del Sars-Cov-2, già in via di riassorbimento, le Asl hanno serrato i ranghi. I bollettini smentiscono le angosce: la curva dei decessi è pressoché piatta; quella dei casi, sia nell’estate 2023 sia nell’estate 2024, nonostante un lieve incremento dovuto forse ai viaggi, è rimasta sempre molto al di sotto dei picchi del 2022. Nulla che giustifichi la psicosi. Ma nei nosocomi non sentono ragioni. Due giorni prima di Ferragosto, era partito l’appello della Federazione medici pediatri: da settembre, chi viene in ambulatorio metta la mascherina. Per i bambini è inutile se hanno meno di 6 anni, ma un adulto che la indossa rende un servizio alla loro «educazione sanitaria». Siberiana?
Anche nelle case di riposo è ricominciata la giostra. A Pavia, per adesso, si sono limitati alle raccomandazioni, tipo quelle dei pediatri. Sulla Provincia, Giovanni Belloni, responsabile sanitario della Rsa Delfinoni di Casorate Primo, giovedì ha sottolineato che «indossare la mascherina quando si fa visita a un parente è una regola di buon senso per evitare di portare il virus all’interno delle strutture». In realtà, nel 2020, non riuscirono a fermarlo la distopia degli incontri da dietro il vetro, né gli spot dei figli che abbracciavano i genitori attraverso il cellofan. Sarà colpa di qualche parente sconsiderato se, nella struttura Le Palme di Sestri Levante, si è scatenato un focolaio? Ci sono 20 nonnini che le cronache definiscono «positivi al tampone». Si presume, pertanto, che non presentino sintomi gravi e che siano plurivaccinati. Nonostante questo, le visite in Rsa sono state sospese. Lo ha comunicato l’amministrazione comunale: «Si stanno seguendo in accordo con Asl 4 i protocolli previsti per questa nuova ondata di epidemia». Ma quale ondata?
L’incredibile tuffo all’indietro di quattro anni è stato contestato dalle opposizioni di centrodestra . Anche l’infettivologo Matteo Bassetti si è scandalizzato: «Sono senza parole», ha commentato su Facebook. «Meglio non aggiungere altro».
Qualcos’altro lo aggiungiamo noi. Al solito, politici e tecnici si comportano come se di vaccini non ne fossero stati iniettati a sufficienza. Proprio come nella casa di riposo ligure: le ripetute campagne di inoculazione non hanno garantito agli anziani il diritto di incontrare i loro figli e nipoti. Anziché concluderne che il farmaco a mRna non è la pozione dei miracoli, le Regioni si preparano a un ennesimo autunno di punturine. L’Emilia-Romagna, per la sesta dose, ha ordinato mezzo milione di medicinali Pfizer. Ed è in ottima compagnia: il Veneto, tanto per citare un altro ente locale del Nord Est, distribuirà nei punti di consegna 270.720 dosi nella terza settimana di settembre e 190.080 nella quarta. Sono già previste anche quelle da destinare alla «popolazione pediatrica»: 2.880 dosi per i bimbi da 5 a 11 anni e altrettante per quelli da 6 mesi a 4 anni. Se il vaccino fosse una canzone, sarebbe un pezzo di Lucio Dalla: Tu non mi basti mai.
Vogliono l’emergenza vaiolo ma è vietato dire che i gay sono più esposti al contagio
Continua a leggereRiduci
La blanda ondatina estiva di Covid ha riportato in auge alcune delle vecchie misure: in varie Asl sono tornati i bavagli. A Genova hanno chiuso una casa di riposo. E le Regioni fanno incetta di dosi, anche per i più piccoli.Attivisti Lgbt furiosi col Piemonte che li considera a rischio. Però la Regione segue Iss, ministero, Oms, Ecdc e Cdc, che infatti consigliano l’immunizzazione a quelle categorie.Lo speciale contiene due articoliDa giorni, sui quotidiani, rimbalzano gli stantii titoli ansiogeni sul Covid: il virus che «rialza la testa», l’«incubo» che ritorna, il «mistero» dei novantenni morti. Per le testate, magari, questo è poco più che un tappabuchi per lo scarno notiziario estivo. I vertici della sanità, però, certi allarmi li prendono sul serio. E così, qua e là, sono rispuntati i feticci della pandemia: mascherine negli ospedali, case di riposo sigillate, incetta di vaccini.Non è esente dalla mania profilattica nemmeno una Regione di centrodestra, il Veneto. Già a fine luglio, ad esempio, l’Aulss 6 Euganea, della provincia di Padova, aveva prorogato le misure precauzionali in vigore nei reparti, addirittura fino al 31 ottobre 2024. Il 6 agosto è stata la Aulss 8 Berica, che copre 59 Comuni nel Vicentino, a varare una stretta. «Alla luce dell’attuale contesto epidemiologico», si leggeva in una circolare, «si dispone l’estensione dell’obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, a pazienti, visitatori, e personale operante all’interno di tutte le unità operative di degenza presso i presidi ospedalieri». Meno di un mese prima, la stessa azienda sanitaria aveva imposto l’impiego dei Dpi in alcuni reparti frequentati da malati fragili. Il giro di vite agostano ha complicato la permanenza in corsia: persino agli assistiti tocca coprirsi naso e bocca. Il sindacato ContiamoCi!, già un paio di settimane fa, ha inoltrato una lettera al ministro Orazio Schillaci, «perché intervenga evitando abusi a danno dei lavoratori».Il problema è che proprio una sua circolare, datata primo luglio, aveva confermato che ogni Asl ha il potere di decidere per sé. Ai direttori sanitari spetta l’onere di «valutare l’opportunità di disporre l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei propri contesti, tenendo conto della diffusione dei virus a trasmissione aerea». «Dei virus», appunto. Mica solo del coronavirus. Era lo stesso ragionamento che il titolare del dicastero aveva cercato di far valere quando aveva dato un taglio al tamponificio coatto: se bisogna andare a caccia di positivi, è assurdo concentrarsi solamente su un patogeno. Perché il Covid sì, il resto no?Fatto sta che, alla prima blanda recrudescenza del Sars-Cov-2, già in via di riassorbimento, le Asl hanno serrato i ranghi. I bollettini smentiscono le angosce: la curva dei decessi è pressoché piatta; quella dei casi, sia nell’estate 2023 sia nell’estate 2024, nonostante un lieve incremento dovuto forse ai viaggi, è rimasta sempre molto al di sotto dei picchi del 2022. Nulla che giustifichi la psicosi. Ma nei nosocomi non sentono ragioni. Due giorni prima di Ferragosto, era partito l’appello della Federazione medici pediatri: da settembre, chi viene in ambulatorio metta la mascherina. Per i bambini è inutile se hanno meno di 6 anni, ma un adulto che la indossa rende un servizio alla loro «educazione sanitaria». Siberiana?Anche nelle case di riposo è ricominciata la giostra. A Pavia, per adesso, si sono limitati alle raccomandazioni, tipo quelle dei pediatri. Sulla Provincia, Giovanni Belloni, responsabile sanitario della Rsa Delfinoni di Casorate Primo, giovedì ha sottolineato che «indossare la mascherina quando si fa visita a un parente è una regola di buon senso per evitare di portare il virus all’interno delle strutture». In realtà, nel 2020, non riuscirono a fermarlo la distopia degli incontri da dietro il vetro, né gli spot dei figli che abbracciavano i genitori attraverso il cellofan. Sarà colpa di qualche parente sconsiderato se, nella struttura Le Palme di Sestri Levante, si è scatenato un focolaio? Ci sono 20 nonnini che le cronache definiscono «positivi al tampone». Si presume, pertanto, che non presentino sintomi gravi e che siano plurivaccinati. Nonostante questo, le visite in Rsa sono state sospese. Lo ha comunicato l’amministrazione comunale: «Si stanno seguendo in accordo con Asl 4 i protocolli previsti per questa nuova ondata di epidemia». Ma quale ondata?L’incredibile tuffo all’indietro di quattro anni è stato contestato dalle opposizioni di centrodestra . Anche l’infettivologo Matteo Bassetti si è scandalizzato: «Sono senza parole», ha commentato su Facebook. «Meglio non aggiungere altro».Qualcos’altro lo aggiungiamo noi. Al solito, politici e tecnici si comportano come se di vaccini non ne fossero stati iniettati a sufficienza. Proprio come nella casa di riposo ligure: le ripetute campagne di inoculazione non hanno garantito agli anziani il diritto di incontrare i loro figli e nipoti. Anziché concluderne che il farmaco a mRna non è la pozione dei miracoli, le Regioni si preparano a un ennesimo autunno di punturine. L’Emilia-Romagna, per la sesta dose, ha ordinato mezzo milione di medicinali Pfizer. Ed è in ottima compagnia: il Veneto, tanto per citare un altro ente locale del Nord Est, distribuirà nei punti di consegna 270.720 dosi nella terza settimana di settembre e 190.080 nella quarta. Sono già previste anche quelle da destinare alla «popolazione pediatrica»: 2.880 dosi per i bimbi da 5 a 11 anni e altrettante per quelli da 6 mesi a 4 anni. Se il vaccino fosse una canzone, sarebbe un pezzo di Lucio Dalla: Tu non mi basti mai.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherine-chiusure-vaccini-tornano-gli-orfani-del-covid-2669016589.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vogliono-lemergenza-vaiolo-ma-e-vietato-dire-che-i-gay-sono-piu-esposti-al-contagio" data-post-id="2669016589" data-published-at="1724434634" data-use-pagination="False"> Vogliono l’emergenza vaiolo ma è vietato dire che i gay sono più esposti al contagio Apriti cielo, la Regione Piemonte avrebbe diffuso una circolare «superata» sulle persone maggiormente esposte all’mpox. «Un elenco che ricorda altri tempi: altri mondi, altre sensibilità», denuncia La Stampa, elencando indignata i destinatari delle raccomandazioni. Oltre al personale di laboratorio con possibile esposizione diretta a orthopoxvirus, le persone a rischio «offese» dal documento sono: «Gay, transgender, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm), che rientrano nei seguenti criteri di rischio: storia recente (ultimi 3 mesi) con più partner sessuali; partecipazione a eventi di sesso di gruppo; partecipazione a incontri sessuali in locali/club/cruising/saune; recente infezione sessualmente trasmessa (almeno un episodio nell’ultimo anno); abitudine alla pratica di associare gli atti sessuali al consumo di droghe chimiche (Chemsex)». La piattaforma Gay.it subito ha protestato: «L’idea che il vaiolo delle scimmie si diffonda principalmente tra le persone Lgbtqia+ non solo rischia di alimentare il già pesante clima di discriminazione sistematica nel nostro Paese, ma anche di ignorare il quadro epidemiologico complessivo. Un errore che, in casi come, questo, potrebbe portare a conseguenze devastanti». Lara Vodani, presidente di Arcigay Torino, tuona: «Grave il fatto che la Regione Piemonte abbia ripreso la circolare del 2022 senza aggiornare o approfondire quanto scritto». Ma qualcuno si è degnato di dare un’occhiata al sito del ministero della Salute? Nella sezione dedicata a quello che molti continuano a chiamare vaiolo delle scimmie, viene descritta la zoonosi virale, quali sintomi la evidenziano e che «la maggior parte dei casi segnalati nel 2022-2023 è stata rilevata nei maschi tra i 18 e i 50 anni e, per ora, principalmente - ma non esclusivamente - tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm)». Alla voce vaccino, l’unica circolare cui si fa riferimento è quella del ministero della Salute del 5 agosto 2022 che prevede la vaccinazione per le stesse categorie indicate nel documento oggi tanto contestato alla Regione Piemonte. Ovvero «gay, transgender, bisessuali […] che rientrano nei seguenti criteri di rischio…», e sono elencate le pratiche di sesso di gruppo anche con droghe, di frequentazione di saune, club, come denunciato dalla Stampa e dal portale dei gay. Se la vaccinazione continua a essere raccomandata dal ministero della Salute a queste persone, non si capisce il perché di tanta indignazione solo dopo aver letto la circolare della Regione Piemonte. I Cdc statunitensi consigliano di fare il vaccino «se hai avuto un partner sessuale nelle ultime due settimane a cui è stata diagnosticata la mpox; se sei un uomo gay, bisessuale o che ha rapporti sessuali con uomini oppure una persona transgender, non binaria o di genere diverso che negli ultimi se mesi ha avuto una nuova diagnosi di una o più malattie sessualmente trasmissibili o più di un partner sessuale». Non solo, è la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ad avere stabilito la proroga di 12 mesi delle raccomandazioni permanenti per l’mpox, emanate nell’agosto del 2023 e che saranno in vigore fino ad agosto 2025. Al punto 19 del documento, redatto a Ginevra il 21 agosto 2024 dopo la dichiarazione dell’emergenza di salute pubblica internazionale (Pheic) per l’mpox, si invitano gli Stati membri a «rafforzare la fornitura e l’accesso a diagnosi, sequenziamento genomico, vaccini e terapie per le comunità più colpite, compresi gli ambienti con risorse limitate in cui l’mpox si verifica regolarmente, e compresi gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini e i gruppi a rischio di trasmissione eterosessuale, con particolare attenzione a coloro che sono maggiormente emarginati all’interno di tali gruppi». L’Oms non parla di controllare scuole, asili, gruppi famiglia parrocchiali, ma di prestare particolare attenzione alle persone che hanno rapporti frequenti con partner occasionali e agli uomini che vanno con gli uomini. La raccomandazione esiste ancora, non è scomparsa solo perché in Congo anche i bimbi, poveretti, si ammalano viste le pessime condizioni sociali, igieniche e sanitarie. Nel rapporto del 16 agosto dal titolo «Valutazione del rischio per l’Ue/See dell’epidemia di mpox causata dal virus del vaiolo delle scimmie clade I nei Paesi africani interessati», a cura del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), non si finge di ignorare chi siano i soggetti più a rischio. «Tra il 2022 e il 2024, il profilo e la gravità dei casi di mpox diagnosticati nell’Ue/See sono rimasti stabili: il 98% dei casi di mpox riguarda uomini e il 39% dei casi riguarda persone di età compresa tra 31 e 40 anni, mentre lo 0,1% dei casi segnalati riguarda bambini di età inferiore a 15 anni», si legge. «Dei 10.860 casi con dati segnalati sull’orientamento sessuale, il 95% si è autoidentificato come uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm)». Alla voce «Comunicazione del rischio e coinvolgimento della comunità», per meglio affrontare l’emergenza mpox lo stesso rapporto dichiara che «una stretta collaborazione con le organizzazioni che lavorano con msm o altri gruppi ad alto rischio è essenziale per raggiungere i gruppi target». Raccomandazioni discriminatorie pure queste?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci