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2025-01-26
Rubio inizia a chiudere i rubinetti verso Kiev
Il neo segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
L’amministrazione Trump sta riformulando la politica americana sul conflitto ucraino? Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha dato l’ok a una direttiva che sospende per 90 giorni quasi tutti gli aiuti esteri da parte di Washington in vista di una loro revisione. Se i finanziamenti militari a Israele ed Egitto vengono salvaguardati, la situazione è invece più ambigua su Kiev. Non essendo citati esplicitamente altri Paesi esentati, Politico ha riportato che l’ordine approvato da Rubio «sembra applicarsi ai finanziamenti per l’assistenza militare all’Ucraina». Si tratta di una decisione che, se confermata, sarebbe significativa: tale direttiva si spingerebbe infatti oltre l’ordine esecutivo che, firmato da Donald Trump lunedì, prescriveva una sospensione di 90 giorni ai soli aiuti internazionali per lo sviluppo. Come che sia, ieri sera Volodymyr Zelensky ha negato che l’assistenza militare americana sarebbe stata interrotta. «Mi concentro sugli aiuti militari; non sono stati interrotti, grazie a Dio», ha detto. Dall’altra parte, mentre La Verità andava in stampa, chiarimenti ufficiali del Dipartimento di Stato non erano ancora arrivati.
Già la precedente amministrazione aveva iniziato a esprimere freddezza verso gli aiuti civili a Kiev. «L’amministrazione Biden sta parlando con i leader ucraini della possibilità di condizionare i futuri aiuti economici “riforme per contrastare la corruzione e rendere l’Ucraina un luogo più attraente per gli investimenti privati”», riportò Politico a ottobre 2023. Oggi, Trump sembra però voler procedere a una revisione complessiva dell’assistenza all’Ucraina: sia civile che militare. Non solo. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha anche sospeso alcuni programmi di accoglienza temporanea per immigrati, tra cui un’iniziativa rivolta specificamente ai cittadini ucraini.
Ora, ci sono due modi per interpretare il quadro. La prima opzione è la narrazione classica del Trump disinteressato a Kiev, pronto a cedere su tutta la linea a Vladimir Putin. La seconda opzione è invece quella di una fotografia ben più complessa. Il Partito repubblicano non è mai stato rigidamente compatto sulla guerra in Ucraina. Al suo interno c’è sicuramente un’anima più scettica che esprime disinteresse per il dossier. Tuttavia, al Congresso, l’ala maggioritaria è sempre stata rappresentata da chi auspicava, sì, il sostegno militare a Kiev, ma evitando al contempo quello che l’allora leader repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, definì, a ottobre 2022, un «assegno in bianco». In altre parole, una buona parte dei repubblicani non rimproverava a Joe Biden di fornire armi all’Ucraina. Gli rimproverava semmai di non inserire questo sostegno militare all’interno di una strategia dagli obiettivi bellici e politici definiti: una strategia che, in altre parole, potesse essere misurabile in termini di progresso, regresso o stallo.
Del resto, un grosso problema in questi tre anni d’invasione russa è stata la scarsa chiarezza negli obiettivi politico-militari. Il Washington Post raccontò che la controffensiva ucraina del 2023 andò meno bene del previsto anche perché «a volte i funzionari statunitensi e ucraini si trovarono in netto disaccordo su strategia, tattica e tempistica». A marzo di quell’anno, Politico aveva anche riportato che Biden e Volodymyr Zelensky non erano affatto allineati sulla questione della riconquista della Crimea. Senza contare che lo stesso Biden, pur garantendo sostegno militare a Kiev, lo ha fatto spesso in modo irresoluto e confuso. «Biden si è opposto alla fornitura di molti importanti sistemi d’arma, come carri armati, aerei e artiglieria a lungo raggio prima di cambiare idea. Il risultato è che l’Ucraina ha avuto abbastanza armi per combattere ma non abbastanza per vincere», scrisse a dicembre 2023 sul National Interest Keith Kellogg, l’attuale inviato speciale di Trump per l’Ucraina.
Alla luce di tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca punta probabilmente a una razionalizzazione dell’assistenza militare a Kiev. E ciò va letto sotto due aspetti. Il primo è rivolto all’esterno e va considerato come una ridefinizione della strategia americana. Il secondo è rivolto all’interno: è, cioè, un segnale a quella working class della Rust Belt che guarda con irritazione ai costi degli aiuti statunitensi all’estero. Si tratta di qualcosa che non va tuttavia confuso con l’appeasement. Trump teme infatti che l’Ucraina possa diventare ciò che l’Afghanistan fu per il predecessore: un vaso di Pandora in grado di innescare un effetto domino, capace di azzoppare la deterrenza degli Usa.
Non a caso, mercoledì, Trump ha minacciato di colpire Mosca con sanzioni e dazi, se si rifiuta di concludere un accordo per la pace. Minacce che qualche effetto sembrano averlo sortito: non solo Putin ha aperto a un incontro col tycoon, ma ha anche iniziato a blandirlo, definendolo «intelligente» e «pragmatico». Magari sarà una forma di strategia. Ma, almeno per ora, lo zar sembra aver lasciato da parte i toni bellicosi. Tra l’altro, è per lui motivo di ulteriore preoccupazione il fatto che Trump, a Davos, abbia garantito all’Europa delle forniture di gas naturale liquefatto statunitense. Le stesse dichiarazioni del presidente americano sulla Groenlandia sono state stranamente ricevute in modo remissivo da Mosca: un fattore significativo, soprattutto se consideriamo che, secondo il Pentagono, Russia e Cina hanno intensificato la cooperazione militare nell’Artico. Ed è qui il punto: Trump vuole far sì che la revisione della politica americana sull’Ucraina si accompagni a un progressivo ripristino della deterrenza nei confronti di Mosca.
Trump sempre più pro life: firmati due ordini esecutivi contro l’aborto
Donald Trump sta invertendo la rotta di Joe Biden sull’aborto. Il nuovo presidente americano ha graziato alcuni attivisti pro life che erano stati arrestati ai tempi della precedente amministrazione. Ha inoltre inviato un proprio intervento video alla marcia per la vita, tenutasi venerdì a Washington, in cui ha dichiarato: «Torneremo a sostenere con orgoglio le famiglie e la vita». Alla marcia ha, tra l’altro, preso parte di persona il vicepresidente, JD Vance. «Il nostro Paese si trova davanti al ritorno del presidente americano più pro famiglia e più pro life della nostra vita», ha detto, aggiungendo che Trump «ha mantenuto la promessa di porre fine alla sentenza Roe v Wade». «Voglio più bambini negli Usa. Voglio più bambini felici nel nostro Paese e voglio bei ragazzi e ragazze che siano ansiosi di accoglierli nel mondo e desiderosi di crescerli», ha anche affermato.
Sempre venerdì, Trump ha siglato due ordini esecutivi. In uno, ha ripristinato la cosiddetta Mexico City Policy: una politica, risalente dall’amministrazione Reagan, che impedisce di promuovere l’interruzione di gravidanza a quelle organizzazioni internazionali che ricevono finanziamenti statunitensi. Si tratta di una direttiva che, a livello storico, viene puntualmente abrogata dai presidenti dem e altrettanto puntualmente ristabilita da quelli repubblicani. Nell’altro ordine esecutivo, Trump ha poi prescritto l’applicazione dell’emendamento Hyde: un dispositivo legislativo che impedisce l’uso di fondi federali per finanziare l’aborto, salvo i casi di incesto, stupro e rischi per la salute della donna.
Con questi provvedimenti, il presidente ha lanciato un segnale chiaro al mondo pro life. A luglio, alcuni settori di quella galassia avevano storto il naso, dopo che Trump aveva fatto espungere dal programma del Partito repubblicano la proposta di un divieto federale all’interruzione di gravidanza. Il tycoon era infatti convinto che, alle elezioni di metà mandato del 2022, il Gop fosse andato peggio del previsto, in quanto percepito come troppo rigido sul tema dell’aborto. La posizione assunta da Trump già nel 2016 è del resto quella espressa dalla Corte Suprema, quando, due anni e mezzo fa, cassò Roe v Wade: e cioè che le decisioni sull’interruzione di gravidanza debbano essere lasciate ai parlamenti dei singoli Stati, che sono eletti dai cittadini.
Un altro aspetto politico interessante risiede nel fatto che, con i suoi due decreti, Trump ha probabilmente voluto tendere un ramoscello d’ulivo anche alla Conferenza episcopale statunitense, con cui potrebbe avere delle tensioni a causa della linea dura sull’immigrazione clandestina. Tutto questo, fermo restando che il tycoon, a novembre, ha vinto nettamente nel voto cattolico contro Kamala Harris. E che alti esponenti del cattolicesimo americano non hanno affatto gradito la linea fortemente abortista dell’amministrazione Biden.
Infine, vale la pena di fare un cenno alle potenti lobby pro choice che storicamente finanziano il Partito democratico. A giugno scorso, Planned Parenthood annunciò che avrebbe donato 40 milioni di dollari per sostenere i dem alle elezioni novembrine. Addirittura la Ceo dell’organizzazione, Lori Alexis McGill Johnson, ha parlato alla Convention nazionale dem del 2024, contribuendo inoltre alla campagna della Harris. Tutto questo, mentre la presidentessa di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, lavorò nel team elettorale di Hillary Clinton nel 2016 ed è stata anche senior advisor nell’amministrazione Biden. Insomma, finanziamenti e porte girevoli col Partito democratico non mancano di certo.
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Il nuovo segretario di Stato dà l’ok a una direttiva che pare tagliare gli aiuti militari a Zelensky (che tuttavia nega lo stop) e sospendere i programmi di accoglienza per rifugiati ucraini. È l’ennesimo segnale di un cambio di passo sul conflitto.Con la firma di due ordini esecutivi contro l'aborto, Trump cerca di ingraziarsi anche i vescovi americani con cui i rapporti sono tesi. Lo speciale contiene due articoli.L’amministrazione Trump sta riformulando la politica americana sul conflitto ucraino? Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha dato l’ok a una direttiva che sospende per 90 giorni quasi tutti gli aiuti esteri da parte di Washington in vista di una loro revisione. Se i finanziamenti militari a Israele ed Egitto vengono salvaguardati, la situazione è invece più ambigua su Kiev. Non essendo citati esplicitamente altri Paesi esentati, Politico ha riportato che l’ordine approvato da Rubio «sembra applicarsi ai finanziamenti per l’assistenza militare all’Ucraina». Si tratta di una decisione che, se confermata, sarebbe significativa: tale direttiva si spingerebbe infatti oltre l’ordine esecutivo che, firmato da Donald Trump lunedì, prescriveva una sospensione di 90 giorni ai soli aiuti internazionali per lo sviluppo. Come che sia, ieri sera Volodymyr Zelensky ha negato che l’assistenza militare americana sarebbe stata interrotta. «Mi concentro sugli aiuti militari; non sono stati interrotti, grazie a Dio», ha detto. Dall’altra parte, mentre La Verità andava in stampa, chiarimenti ufficiali del Dipartimento di Stato non erano ancora arrivati. Già la precedente amministrazione aveva iniziato a esprimere freddezza verso gli aiuti civili a Kiev. «L’amministrazione Biden sta parlando con i leader ucraini della possibilità di condizionare i futuri aiuti economici “riforme per contrastare la corruzione e rendere l’Ucraina un luogo più attraente per gli investimenti privati”», riportò Politico a ottobre 2023. Oggi, Trump sembra però voler procedere a una revisione complessiva dell’assistenza all’Ucraina: sia civile che militare. Non solo. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha anche sospeso alcuni programmi di accoglienza temporanea per immigrati, tra cui un’iniziativa rivolta specificamente ai cittadini ucraini.Ora, ci sono due modi per interpretare il quadro. La prima opzione è la narrazione classica del Trump disinteressato a Kiev, pronto a cedere su tutta la linea a Vladimir Putin. La seconda opzione è invece quella di una fotografia ben più complessa. Il Partito repubblicano non è mai stato rigidamente compatto sulla guerra in Ucraina. Al suo interno c’è sicuramente un’anima più scettica che esprime disinteresse per il dossier. Tuttavia, al Congresso, l’ala maggioritaria è sempre stata rappresentata da chi auspicava, sì, il sostegno militare a Kiev, ma evitando al contempo quello che l’allora leader repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, definì, a ottobre 2022, un «assegno in bianco». In altre parole, una buona parte dei repubblicani non rimproverava a Joe Biden di fornire armi all’Ucraina. Gli rimproverava semmai di non inserire questo sostegno militare all’interno di una strategia dagli obiettivi bellici e politici definiti: una strategia che, in altre parole, potesse essere misurabile in termini di progresso, regresso o stallo.Del resto, un grosso problema in questi tre anni d’invasione russa è stata la scarsa chiarezza negli obiettivi politico-militari. Il Washington Post raccontò che la controffensiva ucraina del 2023 andò meno bene del previsto anche perché «a volte i funzionari statunitensi e ucraini si trovarono in netto disaccordo su strategia, tattica e tempistica». A marzo di quell’anno, Politico aveva anche riportato che Biden e Volodymyr Zelensky non erano affatto allineati sulla questione della riconquista della Crimea. Senza contare che lo stesso Biden, pur garantendo sostegno militare a Kiev, lo ha fatto spesso in modo irresoluto e confuso. «Biden si è opposto alla fornitura di molti importanti sistemi d’arma, come carri armati, aerei e artiglieria a lungo raggio prima di cambiare idea. Il risultato è che l’Ucraina ha avuto abbastanza armi per combattere ma non abbastanza per vincere», scrisse a dicembre 2023 sul National Interest Keith Kellogg, l’attuale inviato speciale di Trump per l’Ucraina.Alla luce di tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca punta probabilmente a una razionalizzazione dell’assistenza militare a Kiev. E ciò va letto sotto due aspetti. Il primo è rivolto all’esterno e va considerato come una ridefinizione della strategia americana. Il secondo è rivolto all’interno: è, cioè, un segnale a quella working class della Rust Belt che guarda con irritazione ai costi degli aiuti statunitensi all’estero. Si tratta di qualcosa che non va tuttavia confuso con l’appeasement. Trump teme infatti che l’Ucraina possa diventare ciò che l’Afghanistan fu per il predecessore: un vaso di Pandora in grado di innescare un effetto domino, capace di azzoppare la deterrenza degli Usa.Non a caso, mercoledì, Trump ha minacciato di colpire Mosca con sanzioni e dazi, se si rifiuta di concludere un accordo per la pace. Minacce che qualche effetto sembrano averlo sortito: non solo Putin ha aperto a un incontro col tycoon, ma ha anche iniziato a blandirlo, definendolo «intelligente» e «pragmatico». Magari sarà una forma di strategia. Ma, almeno per ora, lo zar sembra aver lasciato da parte i toni bellicosi. Tra l’altro, è per lui motivo di ulteriore preoccupazione il fatto che Trump, a Davos, abbia garantito all’Europa delle forniture di gas naturale liquefatto statunitense. Le stesse dichiarazioni del presidente americano sulla Groenlandia sono state stranamente ricevute in modo remissivo da Mosca: un fattore significativo, soprattutto se consideriamo che, secondo il Pentagono, Russia e Cina hanno intensificato la cooperazione militare nell’Artico. Ed è qui il punto: Trump vuole far sì che la revisione della politica americana sull’Ucraina si accompagni a un progressivo ripristino della deterrenza nei confronti di Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/marco-rubio-ucraina-2670999175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-sempre-piu-pro-life-firmati-due-ordini-esecutivi-contro-laborto" data-post-id="2670999175" data-published-at="1737882527" data-use-pagination="False"> Trump sempre più pro life: firmati due ordini esecutivi contro l’aborto Donald Trump sta invertendo la rotta di Joe Biden sull’aborto. Il nuovo presidente americano ha graziato alcuni attivisti pro life che erano stati arrestati ai tempi della precedente amministrazione. Ha inoltre inviato un proprio intervento video alla marcia per la vita, tenutasi venerdì a Washington, in cui ha dichiarato: «Torneremo a sostenere con orgoglio le famiglie e la vita». Alla marcia ha, tra l’altro, preso parte di persona il vicepresidente, JD Vance. «Il nostro Paese si trova davanti al ritorno del presidente americano più pro famiglia e più pro life della nostra vita», ha detto, aggiungendo che Trump «ha mantenuto la promessa di porre fine alla sentenza Roe v Wade». «Voglio più bambini negli Usa. Voglio più bambini felici nel nostro Paese e voglio bei ragazzi e ragazze che siano ansiosi di accoglierli nel mondo e desiderosi di crescerli», ha anche affermato. Sempre venerdì, Trump ha siglato due ordini esecutivi. In uno, ha ripristinato la cosiddetta Mexico City Policy: una politica, risalente dall’amministrazione Reagan, che impedisce di promuovere l’interruzione di gravidanza a quelle organizzazioni internazionali che ricevono finanziamenti statunitensi. Si tratta di una direttiva che, a livello storico, viene puntualmente abrogata dai presidenti dem e altrettanto puntualmente ristabilita da quelli repubblicani. Nell’altro ordine esecutivo, Trump ha poi prescritto l’applicazione dell’emendamento Hyde: un dispositivo legislativo che impedisce l’uso di fondi federali per finanziare l’aborto, salvo i casi di incesto, stupro e rischi per la salute della donna. Con questi provvedimenti, il presidente ha lanciato un segnale chiaro al mondo pro life. A luglio, alcuni settori di quella galassia avevano storto il naso, dopo che Trump aveva fatto espungere dal programma del Partito repubblicano la proposta di un divieto federale all’interruzione di gravidanza. Il tycoon era infatti convinto che, alle elezioni di metà mandato del 2022, il Gop fosse andato peggio del previsto, in quanto percepito come troppo rigido sul tema dell’aborto. La posizione assunta da Trump già nel 2016 è del resto quella espressa dalla Corte Suprema, quando, due anni e mezzo fa, cassò Roe v Wade: e cioè che le decisioni sull’interruzione di gravidanza debbano essere lasciate ai parlamenti dei singoli Stati, che sono eletti dai cittadini. Un altro aspetto politico interessante risiede nel fatto che, con i suoi due decreti, Trump ha probabilmente voluto tendere un ramoscello d’ulivo anche alla Conferenza episcopale statunitense, con cui potrebbe avere delle tensioni a causa della linea dura sull’immigrazione clandestina. Tutto questo, fermo restando che il tycoon, a novembre, ha vinto nettamente nel voto cattolico contro Kamala Harris. E che alti esponenti del cattolicesimo americano non hanno affatto gradito la linea fortemente abortista dell’amministrazione Biden. Infine, vale la pena di fare un cenno alle potenti lobby pro choice che storicamente finanziano il Partito democratico. A giugno scorso, Planned Parenthood annunciò che avrebbe donato 40 milioni di dollari per sostenere i dem alle elezioni novembrine. Addirittura la Ceo dell’organizzazione, Lori Alexis McGill Johnson, ha parlato alla Convention nazionale dem del 2024, contribuendo inoltre alla campagna della Harris. Tutto questo, mentre la presidentessa di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, lavorò nel team elettorale di Hillary Clinton nel 2016 ed è stata anche senior advisor nell’amministrazione Biden. Insomma, finanziamenti e porte girevoli col Partito democratico non mancano di certo.
Roberto Vannacci (Ansa)
«Quattro deputati entrano con noi e sposano il nostro progetto. Saranno Davide Bergamini, Attilio Pierro, Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof. Con loro entra anche Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato».
I nuovi nomi sono stati presentati in una conferenza stampa a Viareggio (Lucca). Si tratta di cinque ex leghisti, due dei quali, Pierro e Bergamini, passati già in Forza Italia dopo l’addio al Carroccio a Montecitorio. «Il 6 giugno ricorre lo sbarco in Normandia, oggi celebriamo lo sbarco in Futuro nazionale. Sono persone che vivono i territori, amministratori locali che hanno un seguito», fa notare il generale, evidenziando che si tratta di nomi che portano voti e consensi. Quindi comincia a farsi i conti. «Non facciamo la questua. Sono loro stessi che si sono rivolti a noi, perché credono nel progetto. E ci raggiungono per portare avanti quella che è la novità politica degli ultimi 15 anni in Italia». La conferenza stampa diventa occasione anche per entrare nel merito del dibattito politico del momento: «Fn vuole portare la proposta di una nuova legge elettorale e si batte perché torni a dare dignità ai cittadini sui territori, torni cioè a includere le preferenze».
L’ingresso che fa più clamore forse è quello di Rinaldi, economista, euroscettico, nei mesi scorsi la Lega lo aveva immaginato candidato sindaco di Roma. «Non aderisco a Futuro nazionale perché ho cambiato idea», ha spiegato, «ma perché trovo oggi una realtà politica nella quale continuare a riconoscermi. Le idee che difendevo ieri sono le stesse che continuo a difendere oggi e che difenderò domani. Idee che da anni sintetizzo nello slogan “Riprendiamoci le chiavi di casa”». Rinaldi, europarlamentare leghista dal 2019 al 2024, denuncia un «vuoto di rappresentanza», in cui va letto «il successo crescente di Fn». L’economista, quindi, rimarca: «In questa scelta ha avuto un ruolo importante anche la figura di Vannacci. Lo conosco da tempo e ne ho sempre apprezzato una qualità che considero rara e preziosa: la coerenza».
Domenico Furgiuele, che era entrato nella Lega nel 2014, è uno dei membri più noti del neopartito e in un lungo post sui social ha spiegato le ragioni della sua scelta. «Non è una decisione improvvisa. È una scelta meditata, rinviata più volte. Ho cercato motivi per restare, ma non ne ho trovati». E poi: «Scelgo ancora una volta la trincea e il generale Vannacci». Pierro, dopo «12 anni di militanza nella Lega», dice di aver «scelto la coerenza».
Al di là dei proclami, sono i numeri quelli che contano e che in questo momento continuano a crescere e a tenere il centrodestra in allerta e non solo in ottica elettorale, ma anche per la fine della legislatura. Infatti più passa il tempo e più cresce il peso dei vannacciani, fuori e dentro i palazzi. Pierro e Bergamini, sono in forza alla Camera, ma ci sarebbero anche i senatori leghisti Manfredi Potenti ed Elena Murelli a essere considerati sempre più vicini al reclutamento. E si sa, in Senato, bastano pochi voti per spostare tutto. Vannacci poi sfida Marina Berlusconi: «Mi può stare simpaticissima, ma non capisco perché parli a nome di Fi quando non svolge un ruolo politico». In serata viene fatta trapelare la replica della figlia del Cav. Fi non avrebbe alcun rammarico per i due deputati uscenti. Si tratterebbe di un errore del passato, che ha portato dentro al partito esponenti che non ne condividevano i valori fondamentali.
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Elly Schlein, Maurizio Landini e Nicola Fratoianni durante la manifestazione organizzata dalla Cgil per le strade di Amendolara marina dopo l'omicidio di 4 braccianti - tre afghani e un pachistano - avvenuto lunedì scorso (Ansa)
Pakistane e afghane le vittime, pakistani i caporali (meglio dire gli assassini), italianissime le code di paglia che reggono lo striscione del giorno: «Mai più. Chi reclama i propri diritti non può finire così».
Giusto, ci mancherebbe. Ma sarà il ventesimo «mai più» dell’ultimo decennio, dai tempi del ministro e sottosegretario Teresa Bellanova (governi Renzi e Conte 2) e Nunzia Catalfo (governo Conte 2) che dicevano: «Il contrasto al caporalato è una priorità sociale». La rete criminale non è invisibile, è qualcosa di evidente e squallido, è uno schiaffo quotidiano alla dignità del lavoro e non può diventare - con la magia di un transformer - «indignazione» e «manifestazione» solo in presenza dei cadaveri. Con il rischio scontato di ammainare le coscienze una volta ammainate le bandiere.
Quelle rosse sventolano attorno a Landini, Schlein, Nicola Fratoianni (Avs), Pasquale Tridico in rappresentanza del Movimento 5 stelle, con il consueto contorno di associazioni come Libera e Anpi. Non manca nessuno, a sinistra si marcano a uomo. E il campo largo è senza dubbio più comodo di un campo di fragole e di ortaggi a tre euro in nero all’ora. «I lavoratori invisibili, le braccia nei campi dietro le quali si sostiene la nostra agricoltura, necessitano di rispetto e dignità, non di ferocia e barbarie», tuona Landini come se fosse arrivato da Marte. E ancora: «Serve una rivolta morale»
Dov’era fino a ieri il segretario della Cgil, vale a dire il più importante difensore dei lavoratori? A occuparsi di pro Pal, di diritti Lgbtq+, di droni russi; a organizzare «la rivolta sociale» contro il governo, a dare a Giorgia Meloni della «cortigiana di Trump» in Tv. Per questo, pronunciate alla stazione di servizio Ip (luogo della strage) davanti ai 5.000 fedelissimi calati su Amendolara, le sue parole stridono. Lui si chiama fuori: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema». Dicano, gli altri. Sembra che la cosa non lo riguardi.
Ad ascoltarlo in prima fila c’è Elly Schlein, segretaria di un partito che nei dieci anni al governo non ha fatto nulla per arginare il fenomeno, se non moltiplicarlo con i porti aperti e l’accoglienza diffusa, autentiche fabbriche di disperati destinati alla schiavitù del lavoro clandestino. Lady Pd punta direttamente sulle aziende: «Non si può solo parlare di caporalato ma di padronato. Allora bisogna prevedere il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime del caporalato». Qualcuno dovrebbe spiegarle che alcune inchieste sono arrivate fino alle cooperative, alle società di accoglienza, a opache associazioni-carrozzone specializzate nel drenare fondi pubblici, a chi campa sul business del migrante. Il dramma riguarda tutti, anche chi ha aperto le porte del Parlamento ad Aboubakar Soumahoro con gli stivali infangati e le Vuitton della moglie.
Non basta. Bisogna allargare l’orizzonte a livello nazionale per vedere i danni del grande abbraccio all’immigrazione voluto dalla sinistra con la benedizione della Chiesa. Landini, Schlein, Fratoianni, Conte: quando la maestra spiegava la legge di «causa ed effetto» avevano tutti la varicella. Importare disperati senza regole e fingere di non vedere che sono destinati alla schiavitù 2.0 è colpevole. Chi è fortunato finisce per pedalare sulle rotaie del tram a Milano con la borsa frigo sulla schiena per portare gli «udon con verdure e gamberi» ai fighetti radical che si puliscono la coscienza col «restiamo umani». Chi è meno fortunato viene intruppato nei maranza. Chi non ha neppure la forza di delinquere si ferma a raccogliere arance e ortaggi a tre euro al giorno, sempre che il caporale pakistano sia di buon umore.
Nessuno può impartire lezioni ad Amendolara, neppure nel giorno del lutto. Forse l’unico è don Giacomo Panizza che da anni con «Progetto Sud» si impegna a umanizzare il lavoro nella piana di Sibari. E oggi dice: «La manifestazione non basta. C’è bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento. La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima? Una strage non nasce il giorno della strage».
«Basta morti e clandestinità», scandiscono i manifestanti. Slogan, solo vecchi slogan senza vergogna. Come «Abbraccia un cinese» prima della strage pandemica, come «abbraccia una nutria» prima della devastante alluvione in Emilia Romagna. Senza dimenticare un dettaglio: il progressista immacolato che oggi piange le quattro vittime arrivate dal mare, un mese fa ha applaudito alla grazia del Quirinale allo scafista Alaa Faraj, condannato a 30 anni per la morte di 49 persone trovate morte nella stiva. Il solito corto circuito dei buoni per decreto, che non s’accorgono di camminare - senza gli stivali di Soumahoro - dentro la palude.
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Ansa
La vittima, dopo una lite avvenuta circa mezz’ora prima, è stata colpita con coltelli o cocci di bottiglia almeno una trentina di volte. Lo si legge nel decreto di fermo emesso nei confronti di uno degli indagati, un giovane peruviano, dal pm Elio Ramondini che coordina le indagini sul delitto. Il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura riguarda anche un secondo indagato, un ventunenne argentino, che al momento risulta irreperibile. Sono in corso le ricerche della polizia per rintracciarlo. Dalle prime informazioni la persona ricercata si troverebbe all’estero. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni.
Tra gli indagati c’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa la sera dell’omicidio. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10.000 follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.
Dopo un diverbio con la vittima, suo fratello e un amico avvenuto alle 21.50 nel sottopasso e fuori dalla stazione, i 17 complici, che si definivano appartenenti ai Latin King, nome che evoca le gang sudamericane che controllano interi pezzi delle periferie degradate delle metropoli americane, avrebbero messo in atto una «azione preordinata dell’intero gruppo», muovendosi «in modo unitario e compatto».
Secondo la ricostruzione della Procura, che come detto contesta la premeditazione, il gruppo degli aggressori, dopo aver rincorso la vittima, il fratello e un amico «urlando in lingua spagnola “fermatevi, figli di puttana, stronzi”», ha iniziato a lanciare «sassi, bottiglie e coltelli» facendo cadere a terra il ventiduenne, sul quale si sono accaniti «accoltellandolo circa una trentina di volte». Successivamente il giovane ucciso sarebbe stato trascinato e scaraventato «nell’intercapedine esistente tra la sponda dei binari ferroviari e la parete di cinta della stazione ferroviaria».
Lo scenario ricostruito dagli inquirenti si basa il larga misura sulla testimonianza del fratello della vittima il quale dal «suo nascondiglio, attratto dalle urla del fratello aggredito, vedeva a pochi metri di distanza che il gruppo aveva raggiunto» Gianluca «facendolo cadere in avanti e circondandolo, colpendolo con pietre, coltelli e cocci di bottiglie, e dopo che si era girato dalla posizione prona a quella supina, attingendolo ulteriormente con fendenti al tronco ed agli arti superiori e inferiori e, alla fine dell’aggressione, trascinandolo per alcuni metri per buttarlo all’interno di una stretta e profonda intercapedine».
Inquirenti e investigatori stanno cercando di far luce sui motivi che hanno scatenato la furia omicida. Il dato da cui partono è il fatto che durante il diverbio tra due gruppi, gli aggressori, come detto, si sarebbero accreditati come componenti dei Latin King. Sulla loro appartenenza alla pandillas sono in corso approfondimenti.
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