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2025-01-26
Rubio inizia a chiudere i rubinetti verso Kiev
Il neo segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
L’amministrazione Trump sta riformulando la politica americana sul conflitto ucraino? Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha dato l’ok a una direttiva che sospende per 90 giorni quasi tutti gli aiuti esteri da parte di Washington in vista di una loro revisione. Se i finanziamenti militari a Israele ed Egitto vengono salvaguardati, la situazione è invece più ambigua su Kiev. Non essendo citati esplicitamente altri Paesi esentati, Politico ha riportato che l’ordine approvato da Rubio «sembra applicarsi ai finanziamenti per l’assistenza militare all’Ucraina». Si tratta di una decisione che, se confermata, sarebbe significativa: tale direttiva si spingerebbe infatti oltre l’ordine esecutivo che, firmato da Donald Trump lunedì, prescriveva una sospensione di 90 giorni ai soli aiuti internazionali per lo sviluppo. Come che sia, ieri sera Volodymyr Zelensky ha negato che l’assistenza militare americana sarebbe stata interrotta. «Mi concentro sugli aiuti militari; non sono stati interrotti, grazie a Dio», ha detto. Dall’altra parte, mentre La Verità andava in stampa, chiarimenti ufficiali del Dipartimento di Stato non erano ancora arrivati.
Già la precedente amministrazione aveva iniziato a esprimere freddezza verso gli aiuti civili a Kiev. «L’amministrazione Biden sta parlando con i leader ucraini della possibilità di condizionare i futuri aiuti economici “riforme per contrastare la corruzione e rendere l’Ucraina un luogo più attraente per gli investimenti privati”», riportò Politico a ottobre 2023. Oggi, Trump sembra però voler procedere a una revisione complessiva dell’assistenza all’Ucraina: sia civile che militare. Non solo. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha anche sospeso alcuni programmi di accoglienza temporanea per immigrati, tra cui un’iniziativa rivolta specificamente ai cittadini ucraini.
Ora, ci sono due modi per interpretare il quadro. La prima opzione è la narrazione classica del Trump disinteressato a Kiev, pronto a cedere su tutta la linea a Vladimir Putin. La seconda opzione è invece quella di una fotografia ben più complessa. Il Partito repubblicano non è mai stato rigidamente compatto sulla guerra in Ucraina. Al suo interno c’è sicuramente un’anima più scettica che esprime disinteresse per il dossier. Tuttavia, al Congresso, l’ala maggioritaria è sempre stata rappresentata da chi auspicava, sì, il sostegno militare a Kiev, ma evitando al contempo quello che l’allora leader repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, definì, a ottobre 2022, un «assegno in bianco». In altre parole, una buona parte dei repubblicani non rimproverava a Joe Biden di fornire armi all’Ucraina. Gli rimproverava semmai di non inserire questo sostegno militare all’interno di una strategia dagli obiettivi bellici e politici definiti: una strategia che, in altre parole, potesse essere misurabile in termini di progresso, regresso o stallo.
Del resto, un grosso problema in questi tre anni d’invasione russa è stata la scarsa chiarezza negli obiettivi politico-militari. Il Washington Post raccontò che la controffensiva ucraina del 2023 andò meno bene del previsto anche perché «a volte i funzionari statunitensi e ucraini si trovarono in netto disaccordo su strategia, tattica e tempistica». A marzo di quell’anno, Politico aveva anche riportato che Biden e Volodymyr Zelensky non erano affatto allineati sulla questione della riconquista della Crimea. Senza contare che lo stesso Biden, pur garantendo sostegno militare a Kiev, lo ha fatto spesso in modo irresoluto e confuso. «Biden si è opposto alla fornitura di molti importanti sistemi d’arma, come carri armati, aerei e artiglieria a lungo raggio prima di cambiare idea. Il risultato è che l’Ucraina ha avuto abbastanza armi per combattere ma non abbastanza per vincere», scrisse a dicembre 2023 sul National Interest Keith Kellogg, l’attuale inviato speciale di Trump per l’Ucraina.
Alla luce di tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca punta probabilmente a una razionalizzazione dell’assistenza militare a Kiev. E ciò va letto sotto due aspetti. Il primo è rivolto all’esterno e va considerato come una ridefinizione della strategia americana. Il secondo è rivolto all’interno: è, cioè, un segnale a quella working class della Rust Belt che guarda con irritazione ai costi degli aiuti statunitensi all’estero. Si tratta di qualcosa che non va tuttavia confuso con l’appeasement. Trump teme infatti che l’Ucraina possa diventare ciò che l’Afghanistan fu per il predecessore: un vaso di Pandora in grado di innescare un effetto domino, capace di azzoppare la deterrenza degli Usa.
Non a caso, mercoledì, Trump ha minacciato di colpire Mosca con sanzioni e dazi, se si rifiuta di concludere un accordo per la pace. Minacce che qualche effetto sembrano averlo sortito: non solo Putin ha aperto a un incontro col tycoon, ma ha anche iniziato a blandirlo, definendolo «intelligente» e «pragmatico». Magari sarà una forma di strategia. Ma, almeno per ora, lo zar sembra aver lasciato da parte i toni bellicosi. Tra l’altro, è per lui motivo di ulteriore preoccupazione il fatto che Trump, a Davos, abbia garantito all’Europa delle forniture di gas naturale liquefatto statunitense. Le stesse dichiarazioni del presidente americano sulla Groenlandia sono state stranamente ricevute in modo remissivo da Mosca: un fattore significativo, soprattutto se consideriamo che, secondo il Pentagono, Russia e Cina hanno intensificato la cooperazione militare nell’Artico. Ed è qui il punto: Trump vuole far sì che la revisione della politica americana sull’Ucraina si accompagni a un progressivo ripristino della deterrenza nei confronti di Mosca.
Trump sempre più pro life: firmati due ordini esecutivi contro l’aborto
Donald Trump sta invertendo la rotta di Joe Biden sull’aborto. Il nuovo presidente americano ha graziato alcuni attivisti pro life che erano stati arrestati ai tempi della precedente amministrazione. Ha inoltre inviato un proprio intervento video alla marcia per la vita, tenutasi venerdì a Washington, in cui ha dichiarato: «Torneremo a sostenere con orgoglio le famiglie e la vita». Alla marcia ha, tra l’altro, preso parte di persona il vicepresidente, JD Vance. «Il nostro Paese si trova davanti al ritorno del presidente americano più pro famiglia e più pro life della nostra vita», ha detto, aggiungendo che Trump «ha mantenuto la promessa di porre fine alla sentenza Roe v Wade». «Voglio più bambini negli Usa. Voglio più bambini felici nel nostro Paese e voglio bei ragazzi e ragazze che siano ansiosi di accoglierli nel mondo e desiderosi di crescerli», ha anche affermato.
Sempre venerdì, Trump ha siglato due ordini esecutivi. In uno, ha ripristinato la cosiddetta Mexico City Policy: una politica, risalente dall’amministrazione Reagan, che impedisce di promuovere l’interruzione di gravidanza a quelle organizzazioni internazionali che ricevono finanziamenti statunitensi. Si tratta di una direttiva che, a livello storico, viene puntualmente abrogata dai presidenti dem e altrettanto puntualmente ristabilita da quelli repubblicani. Nell’altro ordine esecutivo, Trump ha poi prescritto l’applicazione dell’emendamento Hyde: un dispositivo legislativo che impedisce l’uso di fondi federali per finanziare l’aborto, salvo i casi di incesto, stupro e rischi per la salute della donna.
Con questi provvedimenti, il presidente ha lanciato un segnale chiaro al mondo pro life. A luglio, alcuni settori di quella galassia avevano storto il naso, dopo che Trump aveva fatto espungere dal programma del Partito repubblicano la proposta di un divieto federale all’interruzione di gravidanza. Il tycoon era infatti convinto che, alle elezioni di metà mandato del 2022, il Gop fosse andato peggio del previsto, in quanto percepito come troppo rigido sul tema dell’aborto. La posizione assunta da Trump già nel 2016 è del resto quella espressa dalla Corte Suprema, quando, due anni e mezzo fa, cassò Roe v Wade: e cioè che le decisioni sull’interruzione di gravidanza debbano essere lasciate ai parlamenti dei singoli Stati, che sono eletti dai cittadini.
Un altro aspetto politico interessante risiede nel fatto che, con i suoi due decreti, Trump ha probabilmente voluto tendere un ramoscello d’ulivo anche alla Conferenza episcopale statunitense, con cui potrebbe avere delle tensioni a causa della linea dura sull’immigrazione clandestina. Tutto questo, fermo restando che il tycoon, a novembre, ha vinto nettamente nel voto cattolico contro Kamala Harris. E che alti esponenti del cattolicesimo americano non hanno affatto gradito la linea fortemente abortista dell’amministrazione Biden.
Infine, vale la pena di fare un cenno alle potenti lobby pro choice che storicamente finanziano il Partito democratico. A giugno scorso, Planned Parenthood annunciò che avrebbe donato 40 milioni di dollari per sostenere i dem alle elezioni novembrine. Addirittura la Ceo dell’organizzazione, Lori Alexis McGill Johnson, ha parlato alla Convention nazionale dem del 2024, contribuendo inoltre alla campagna della Harris. Tutto questo, mentre la presidentessa di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, lavorò nel team elettorale di Hillary Clinton nel 2016 ed è stata anche senior advisor nell’amministrazione Biden. Insomma, finanziamenti e porte girevoli col Partito democratico non mancano di certo.
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Il nuovo segretario di Stato dà l’ok a una direttiva che pare tagliare gli aiuti militari a Zelensky (che tuttavia nega lo stop) e sospendere i programmi di accoglienza per rifugiati ucraini. È l’ennesimo segnale di un cambio di passo sul conflitto.Con la firma di due ordini esecutivi contro l'aborto, Trump cerca di ingraziarsi anche i vescovi americani con cui i rapporti sono tesi. Lo speciale contiene due articoli.L’amministrazione Trump sta riformulando la politica americana sul conflitto ucraino? Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha dato l’ok a una direttiva che sospende per 90 giorni quasi tutti gli aiuti esteri da parte di Washington in vista di una loro revisione. Se i finanziamenti militari a Israele ed Egitto vengono salvaguardati, la situazione è invece più ambigua su Kiev. Non essendo citati esplicitamente altri Paesi esentati, Politico ha riportato che l’ordine approvato da Rubio «sembra applicarsi ai finanziamenti per l’assistenza militare all’Ucraina». Si tratta di una decisione che, se confermata, sarebbe significativa: tale direttiva si spingerebbe infatti oltre l’ordine esecutivo che, firmato da Donald Trump lunedì, prescriveva una sospensione di 90 giorni ai soli aiuti internazionali per lo sviluppo. Come che sia, ieri sera Volodymyr Zelensky ha negato che l’assistenza militare americana sarebbe stata interrotta. «Mi concentro sugli aiuti militari; non sono stati interrotti, grazie a Dio», ha detto. Dall’altra parte, mentre La Verità andava in stampa, chiarimenti ufficiali del Dipartimento di Stato non erano ancora arrivati. Già la precedente amministrazione aveva iniziato a esprimere freddezza verso gli aiuti civili a Kiev. «L’amministrazione Biden sta parlando con i leader ucraini della possibilità di condizionare i futuri aiuti economici “riforme per contrastare la corruzione e rendere l’Ucraina un luogo più attraente per gli investimenti privati”», riportò Politico a ottobre 2023. Oggi, Trump sembra però voler procedere a una revisione complessiva dell’assistenza all’Ucraina: sia civile che militare. Non solo. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha anche sospeso alcuni programmi di accoglienza temporanea per immigrati, tra cui un’iniziativa rivolta specificamente ai cittadini ucraini.Ora, ci sono due modi per interpretare il quadro. La prima opzione è la narrazione classica del Trump disinteressato a Kiev, pronto a cedere su tutta la linea a Vladimir Putin. La seconda opzione è invece quella di una fotografia ben più complessa. Il Partito repubblicano non è mai stato rigidamente compatto sulla guerra in Ucraina. Al suo interno c’è sicuramente un’anima più scettica che esprime disinteresse per il dossier. Tuttavia, al Congresso, l’ala maggioritaria è sempre stata rappresentata da chi auspicava, sì, il sostegno militare a Kiev, ma evitando al contempo quello che l’allora leader repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, definì, a ottobre 2022, un «assegno in bianco». In altre parole, una buona parte dei repubblicani non rimproverava a Joe Biden di fornire armi all’Ucraina. Gli rimproverava semmai di non inserire questo sostegno militare all’interno di una strategia dagli obiettivi bellici e politici definiti: una strategia che, in altre parole, potesse essere misurabile in termini di progresso, regresso o stallo.Del resto, un grosso problema in questi tre anni d’invasione russa è stata la scarsa chiarezza negli obiettivi politico-militari. Il Washington Post raccontò che la controffensiva ucraina del 2023 andò meno bene del previsto anche perché «a volte i funzionari statunitensi e ucraini si trovarono in netto disaccordo su strategia, tattica e tempistica». A marzo di quell’anno, Politico aveva anche riportato che Biden e Volodymyr Zelensky non erano affatto allineati sulla questione della riconquista della Crimea. Senza contare che lo stesso Biden, pur garantendo sostegno militare a Kiev, lo ha fatto spesso in modo irresoluto e confuso. «Biden si è opposto alla fornitura di molti importanti sistemi d’arma, come carri armati, aerei e artiglieria a lungo raggio prima di cambiare idea. Il risultato è che l’Ucraina ha avuto abbastanza armi per combattere ma non abbastanza per vincere», scrisse a dicembre 2023 sul National Interest Keith Kellogg, l’attuale inviato speciale di Trump per l’Ucraina.Alla luce di tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca punta probabilmente a una razionalizzazione dell’assistenza militare a Kiev. E ciò va letto sotto due aspetti. Il primo è rivolto all’esterno e va considerato come una ridefinizione della strategia americana. Il secondo è rivolto all’interno: è, cioè, un segnale a quella working class della Rust Belt che guarda con irritazione ai costi degli aiuti statunitensi all’estero. Si tratta di qualcosa che non va tuttavia confuso con l’appeasement. Trump teme infatti che l’Ucraina possa diventare ciò che l’Afghanistan fu per il predecessore: un vaso di Pandora in grado di innescare un effetto domino, capace di azzoppare la deterrenza degli Usa.Non a caso, mercoledì, Trump ha minacciato di colpire Mosca con sanzioni e dazi, se si rifiuta di concludere un accordo per la pace. Minacce che qualche effetto sembrano averlo sortito: non solo Putin ha aperto a un incontro col tycoon, ma ha anche iniziato a blandirlo, definendolo «intelligente» e «pragmatico». Magari sarà una forma di strategia. Ma, almeno per ora, lo zar sembra aver lasciato da parte i toni bellicosi. Tra l’altro, è per lui motivo di ulteriore preoccupazione il fatto che Trump, a Davos, abbia garantito all’Europa delle forniture di gas naturale liquefatto statunitense. Le stesse dichiarazioni del presidente americano sulla Groenlandia sono state stranamente ricevute in modo remissivo da Mosca: un fattore significativo, soprattutto se consideriamo che, secondo il Pentagono, Russia e Cina hanno intensificato la cooperazione militare nell’Artico. Ed è qui il punto: Trump vuole far sì che la revisione della politica americana sull’Ucraina si accompagni a un progressivo ripristino della deterrenza nei confronti di Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/marco-rubio-ucraina-2670999175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-sempre-piu-pro-life-firmati-due-ordini-esecutivi-contro-laborto" data-post-id="2670999175" data-published-at="1737882527" data-use-pagination="False"> Trump sempre più pro life: firmati due ordini esecutivi contro l’aborto Donald Trump sta invertendo la rotta di Joe Biden sull’aborto. Il nuovo presidente americano ha graziato alcuni attivisti pro life che erano stati arrestati ai tempi della precedente amministrazione. Ha inoltre inviato un proprio intervento video alla marcia per la vita, tenutasi venerdì a Washington, in cui ha dichiarato: «Torneremo a sostenere con orgoglio le famiglie e la vita». Alla marcia ha, tra l’altro, preso parte di persona il vicepresidente, JD Vance. «Il nostro Paese si trova davanti al ritorno del presidente americano più pro famiglia e più pro life della nostra vita», ha detto, aggiungendo che Trump «ha mantenuto la promessa di porre fine alla sentenza Roe v Wade». «Voglio più bambini negli Usa. Voglio più bambini felici nel nostro Paese e voglio bei ragazzi e ragazze che siano ansiosi di accoglierli nel mondo e desiderosi di crescerli», ha anche affermato. Sempre venerdì, Trump ha siglato due ordini esecutivi. In uno, ha ripristinato la cosiddetta Mexico City Policy: una politica, risalente dall’amministrazione Reagan, che impedisce di promuovere l’interruzione di gravidanza a quelle organizzazioni internazionali che ricevono finanziamenti statunitensi. Si tratta di una direttiva che, a livello storico, viene puntualmente abrogata dai presidenti dem e altrettanto puntualmente ristabilita da quelli repubblicani. Nell’altro ordine esecutivo, Trump ha poi prescritto l’applicazione dell’emendamento Hyde: un dispositivo legislativo che impedisce l’uso di fondi federali per finanziare l’aborto, salvo i casi di incesto, stupro e rischi per la salute della donna. Con questi provvedimenti, il presidente ha lanciato un segnale chiaro al mondo pro life. A luglio, alcuni settori di quella galassia avevano storto il naso, dopo che Trump aveva fatto espungere dal programma del Partito repubblicano la proposta di un divieto federale all’interruzione di gravidanza. Il tycoon era infatti convinto che, alle elezioni di metà mandato del 2022, il Gop fosse andato peggio del previsto, in quanto percepito come troppo rigido sul tema dell’aborto. La posizione assunta da Trump già nel 2016 è del resto quella espressa dalla Corte Suprema, quando, due anni e mezzo fa, cassò Roe v Wade: e cioè che le decisioni sull’interruzione di gravidanza debbano essere lasciate ai parlamenti dei singoli Stati, che sono eletti dai cittadini. Un altro aspetto politico interessante risiede nel fatto che, con i suoi due decreti, Trump ha probabilmente voluto tendere un ramoscello d’ulivo anche alla Conferenza episcopale statunitense, con cui potrebbe avere delle tensioni a causa della linea dura sull’immigrazione clandestina. Tutto questo, fermo restando che il tycoon, a novembre, ha vinto nettamente nel voto cattolico contro Kamala Harris. E che alti esponenti del cattolicesimo americano non hanno affatto gradito la linea fortemente abortista dell’amministrazione Biden. Infine, vale la pena di fare un cenno alle potenti lobby pro choice che storicamente finanziano il Partito democratico. A giugno scorso, Planned Parenthood annunciò che avrebbe donato 40 milioni di dollari per sostenere i dem alle elezioni novembrine. Addirittura la Ceo dell’organizzazione, Lori Alexis McGill Johnson, ha parlato alla Convention nazionale dem del 2024, contribuendo inoltre alla campagna della Harris. Tutto questo, mentre la presidentessa di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, lavorò nel team elettorale di Hillary Clinton nel 2016 ed è stata anche senior advisor nell’amministrazione Biden. Insomma, finanziamenti e porte girevoli col Partito democratico non mancano di certo.
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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