Nell’era della polarizzazione politica estrema siamo ormai abituati a tutto. I metodi sono noti e sperimentati: prendere una parola, decontestualizzarla, caricarla di uno stigma negativo assoluto, e poi scagliarla come un corpo contundente contro gli avversari. Oppure: prendere una personalità del passato, «arruolarla», e schierarla metaforicamente contro i propri nemici di oggi. Spiace però che a prestarsi - immaginiamo involontariamente - a queste tecniche sia la presidenza della Repubblica, che per definizione non ha avversari né tantomeno nemici. E la cosa diventa perfino bizzarra nel momento in cui i cori mediatici di accompagnamento si affaticano a spiegarci che quell’istituzione oggi è «terza», mentre domani - per colpa delle «destre» - potrebbe non esserlo più.
Giudichi il lettore se sia «terzo» - e anche se sia storicamente e culturalmente corretto - reclutare Alessandro Manzoni per farne, più o meno subliminalmente, la sponda di una coda polemica verso il ministro Francesco Lollobrigida (naturalmente senza mai menzionarlo, ma consentendo a chiunque di collegare i messaggi del Quirinale alle più o meno felici espressioni usate in due circostanze recenti dal ministro dell’Agricoltura).
Non dispiaccia a Sergio Mattarella e a Giovanni Bazoli, ma già pare decisamente forzato evocare Manzoni in chiave antinazionalista. Certo, l’autore de I promessi sposi non era affetto da alcun «ismo»: ma fu senza alcun dubbio un convintissimo ispiratore del Risorgimento italiano. E non c’è una sola delle sue pagine che non rappresenti un caldo incoraggiamento agli italiani a liberarsi di ogni giogo straniero. Citiamo da Marzo 1821: «O compagni sul letto di morte o fratelli su libero suol». Di più: da cattolico liberale, da amico e interlocutore di Antonio Rosmini, Manzoni sperò in Roma Capitale, e non mostrò mai simpatia - anzi - per il potere temporale della Chiesa.
A proposito. Visto che abbiamo citato Marzo 1821, ode scritta in occasione dei moti carbonari piemontesi, e tutta animata da una speranza di liberazione dalla dominazione straniera, varrà la pena di menzionarne alcuni versi: «O stranieri, nel proprio retaggio torna Italia, e il suo suolo riprende; o stranieri, strappate le tende da una terra che madre non v’è». E più avanti: «O risorta per voi la vedremo al convito de’ popoli assisa, o più serva, più vil, più derisa, sotto l’orrida verga starà». Tutti comprendiamo un meraviglioso sentimento di orgoglio nazionale, unito (e non certo contrapposto) all’aspirazione alla libertà.
Tuttavia, in base all’interpolazione quirinalizia, per Manzoni sarebbe «la persona, in quanto figlia di Dio, e non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale, a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione. È l’uomo in quanto tale, non solo in quanto appartenente a una nazione [...] a essere portatore di dignità e di diritti». Ora, non c’è dubbio su come Manzoni senta vivo il legame tra fede cristiana e fede nella libertà, ma è molto discutibile sostenere che l’appartenenza a una comunità nazionale non rilevi. Citiamo ancora Marzo 1821, dove l’Italia descritta e auspicata è testualmente «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor». Ecco perché, con tutto il rispetto per il Colle, ci è parso fuori luogo mettere nel mirino e quasi stigmatizzare - rispetto al dibattito politico odierno - ogni eventuale riferimento all’etnos. Perché negare o additare in negativo il fatto che ci siano gruppi umani e sociali fondati su una comunanza di lingua, di cultura, di territorio? In fondo, quel tanto di democrazia che si è costruito in Occidente è venuto attraverso gli Stati nazionali, non fuori di essi.
Ogni opinione è comunque legittima. A noi resta solo un dubbio, sorto leggendo i giornali di ieri: in quale capitolo de I promessi sposi si parla del Pnrr?





