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2021-04-18
Dal ruolo di Malta ai diari di bordo. I buchi nelle accuse all’ex ministro
Ansa
Nonostante le evidenti contraddizioni, l'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, dovrà affrontare un processo: il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Palermo ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio che aveva avanzato la Procura per il caso dell'Ong spagnola Open Arms, tutta concentrata sulla mancata assegnazione del Pos, il place of safety. Il comandante della Open Arms, Marc Reig Creus, nell'agosto 2019 rimase con 14 passeggeri a bordo, raccolti in tre diverse operazioni in mare, in attesa di un attracco per 20 giorni, sei dei quali di fronte alla costa di Lampedusa. Durante il governo Conte bis, però, ci sono Pos concessi anche dopo dieci giorni, come è accaduto con la Ocean Viking. E anche con il ministro Luciana Lamorgese in alcuni casi si sono verificate attese che vanno dai cinque ai dieci giorni. Il giudice non deve averne tenuto conto. Così come non deve essere stato considerato il concomitante e prevalente obbligo di Malta ad assumesse la responsabilità degli eventi e guidare la Open Arms verso lo sbarco alla Valletta, che contestò la propria competenza e la responsabilità di coordinamento dell'evento, rilevando che i migranti erano stati soccorsi al di fuori dell'area Sar di Malta. Solo per l'ultimo soccorso di 39 migranti, Malta si era resa disponibile per lo sbarco. «Il comandante della nave rifiutò questa soluzione», ha affermato con forza l'avvocato Giulia Bongiorno, che difende Salvini, in udienza, «assumendo che avrebbe potuto provocare rivolte da parte delle persone imbarcate nei precedenti episodi». Il governo di Malta inviò quindi una mail alla Open Arms mettendo in copia l'Rcc Spagna: «Non avete nemmeno l'autorità per imporre le vostre condizioni al Ree competente, facendo così ostacolate un soccorso. È stato messo in copia per conoscenza al vostro Stato di bandiera, per informarlo delle vostre azioni». Il comandante se ne fregò. E anche il governo spagnolo, visto che dall'Italia era stata affermata la competenza di quello Stato che, quindi, avrebbe dovuto assumere il coordinamento degli eventi, fornendo o garantendo che fosse fornito un porto sicuro.
Fu il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a ricordare agli spagnoli «che le autorità italiane non hanno in alcun momento assunto il coordinamento delle operazioni di soccorso, avvenute ben al di fuori della area Sar di responsabilità italiana». È qui che avrebbe preso uno scivolone chi ha redatto la relazione del tribunale di Palermo secondo la quale al 14 agosto 2019 l'Italia avrebbe avuto una competenza «concorrente» con Malta. Il comandante della Open Arms, dunque, contravvenendo alle regole Sar, non consentì lo sbarco sul territorio maltese degli ultimi 39 migranti, trattenendo tutti a bordo e continuando a stazionare in area maltese. «In quei giorni», ricostruisce Bongiorno, «Open arms non è abbandonata a sé stessa, è stata sorvolata da tutti e tutti offrono aiuto. Aerei militari, petroliere, aerei di ricognizione, Ocean Viking, altri natanti, un veliero. Con un certo numero di migranti a bordo, decisamente superiore a quelli indicati per la capienza, Open arms decide di bighellonare per 13 giorni. Ma con Salvini si ritiene grave il tempo atteso prima del Pos, ovvero meno della metà del tempo. Dal 14 al 20 agosto. Non c'è sequestro di persona se si bighellona 13 giorni, ma c'è sequestro se si è ormeggiati la metà del tempo?».
Il reato di sequestro di persona, con minori coinvolti, è punito con una pena che arriva fino a 15 anni di carcere. Ma anche sul numero dei passeggeri Bongiorno nutre dei dubbi: «Non si capisce il numero di migranti a bordo. Il 9 agosto risulta che c'era una imbarcazione che stava rientrando a Lampedusa, affianca un gommone di Open Arms, e da un video risulta un trasbordo di scatole e di alcune persone sul gommone. Ma i migranti non sono oggetti. Non possono essere trattati così». Poi la Open Arms puntò verso l'Italia. «Era ormeggiata il 14 agosto», sottolinea in udienza Bongiorno, «c'era la crisi di governo. Una serie di persone salgono e scendono, salgono politici e il sindaco di Lampedusa, il presidente della Ong, una squadra di psicologi, vengono fatte alcune evacuazioni mediche, risalgono psicologi e l'armatore. E poi, visto che siamo a processo perché questa nave era abbandonata a sé stessa e nessuno poteva muoversi, il 14 agosto c'è una chiamata di Open Arms alla capitaneria. Sa cosa chiedono, signor giudice? “Vogliamo scendere per fare acquisti"». Ed effettivamente si parte per lo shopping, «stile via del Corso o via Montenapoleone», chiosa Bongiorno. Open Arms, insomma, non era una zattera in mezzo al mare. «C'è una pagina del diario», ricorda ancora Bongiorno, «15 agosto 2019 alle 3.23. Il comandante annota: “Lampedusa ci dà il Pos in ormeggio". Cioè un posto sicuro. Come si può scrivere in un capo di imputazione che manca un Pos?». E ad affermarlo fu proprio il comandante della Open Arms. Nonostante queste e tante altre evidenze, il gup di Palermo ha sentenziato: «Non ci sono gli elementi per il non luogo a procedere di Salvini».
Il leader del Carroccio replica sui social: «Avanti a testa alta, convinto di avere da ministro servito l'Italia nel rispetto della legge». E se per la Gregoretti (anche in quel caso a Salvini è contestato il reato di sequestro di persona per il ritardo dello sbarco di 131 migranti nel luglio del 2019 ad Augusta), l'ex ministro e il suo difensore hanno potuto mettere in cassaforte un risultato importante, ovvero la richiesta, formulata il 10 aprile scorso dalla Procura, di non luogo a procedere, per Open Arms, nonostante il divieto di ingresso di Open Arms in acque italiane, come evidenziato dalla Bongiorno, sarebbe stato firmato oltre che da Salvini anche dai ministri «Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta», a processo ci andrà solo il Capitano della Lega. Prima udienza il 15 settembre prossimo, davanti ai giudici della seconda sezione penale.
Il Pd glissa, Lucano riesuma il «modello Riace»
Dopo il rinvio a giudizio di Matteo Salvini, per Enrico Letta si profila un classico scavalcamento a sinistra. Il fondatore dell'Ong spagnola Open arms, Oscar Camps, non ha gradito le prove di disgelo dell'altro giorno tra il leader leghista e il segretario dem: «Letta ha chiesto scusa a Salvini per aver indossato la mia felpa di Open Arms? Sono politici, oggi si baciano e domani litigano». Quanto alla decisione del gup, l'attivista l'ha buttata sullo scontro apocalittico: «Che il processo sia l'occasione per giudicare un pezzo di storia europea». La sua organizzazione, su Twitter, giubilava: «Felici per tutte le persone che abbiamo tratto in salvo». A rincarare la dose, l'alleata Mediterranea saving humans: «C'è un giudice, più d'uno, a Palermo. E da oggi possiamo sperare che presto il rispetto del diritto internazionale possa essere ripristinato nel nostro Paese».
Sui guai giudiziari del nemico politico, ma alleato nel governo Draghi, il Pd ieri ha preferito glissare. Nessuna reazione persino da chi, sui taxi del mare, ci saliva, per solidarietà con i migranti, come Matteo Orfini e Maurizio Martina. S'è esposto solo Erasmo Palazzotto, di Leu, che nel 2019 era finito indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, essendosi imbarcato sul veliero Alex, di Mediterranea: «Non so se ci sarà un giudice a Palermo o a Berlino che la condannerà per la sua disumanità, senatore Salvini, quello che so è che per il momento, anche se si dà molto da fare nella sua veste di lotta e di governo, quella stagione illegittima e disumana è archiviata». Soddisfatti anche i legali delle parti civili. Ma la reazione più surreale arriva da Mimmo Lucano, il quale, deciso a rientrare in politica in Regione Calabria al fianco di Luigi de Magistris, ha approfittato del rinvio a giudizio dell'ex ministro del Carroccio per riabilitare il modello Riace: «Io non ho mai soddisfazione quando qualcuno finisce a giudizio anche se si tratta di una persona che ha una visione lontana dalla mia. Al di là degli aspetti processuali spero che questo serva a Matteo Salvini per riflettere. Spero che in parte possa comprendere le sofferenze degli altri. Riace non è stata una teoria ma una realtà autentica, con storie di sofferenze che sono state raccontate al mondo: quando arrivavano i migranti noi abbiamo aperto le porte, facendo rinascere il nostro borgo, facendolo diventare una comunità del mondo». Per Totò Martello, sindaco di Lampedusa, che pure si lamenta quando l'hotspot della sua isola si trasforma una polveriera, la decisione del gup è «una ulteriore conferma di quello che è avvenuto nell'anno in cui Salvini era a capo del Viminale».
Di segno opposto, naturalmente, gli interventi del centrodestra. Giorgia Meloni ha definito «scioccante» il rinvio a giudizio di Salvini, il quale «ha fatto solo quello che il suo mandato gli imponeva di fare: difendere i confini della nazione e combattere l'immigrazione clandestina di massa». Per il capogruppo di Fi alla Camera, Roberto Occhiuto, con l'ex ministro è stato adottato il «metodo Berlusconi», il che dimostra che non è più rinviabile «una organica riforma della Giustizia». Di decisione che «rischia di apparire politica, in una sede però che dalla politica dovrebbe prescindere», ha parlato Maurizio Gasparri.
Giulia Bongiorno, avvocato di Salvini, ha sottolineato che il rinvio a giudizio non implica una «valutazione negativa». Semplicemente, il giudice ha stabilito di «andare in un altro grado per approfondire». Il senatore, però, è contrariato, anche se ha rivendicato il successo del suo pressing per le riaperture: «Sono contento per aver contribuito a dissequestrare milioni di italiani». E ha proseguito: «Passare per sequestratore proprio no. Ho agito da padre e cristianamente sopporto. Quello che si è deciso in quest'aula ha un sapore politico più che giudiziario. Nei prossimi mesi gli italiani potranno assistere a chi interpreta la Giustizia alla Palamara. Al processo emergeranno delle verità. Io ricordo a me stesso che si tratta di una nave spagnola, che ha raccolto migranti in acque libiche e maltesi, ha rifiutato uno sbarco a Malta, un porto in Spagna, un secondo porto in Spagna e ha rifiutato l'arrivo di una nave spagnola».
Salvini, che si è fermato a Capaci per rendere omaggio a Giovanni Falcone, ha ricordato anche l'articolo 52 della Costituzione, per cui la difesa della patria è sacro dovere del cittadino: «Vado a processo per questo, per aver difeso il mio Paese? Ci vado a testa alta, anche a nome vostro. Prima l'Italia. Sempre». E l'odissea giudiziaria continua.
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Caso Open Arms, il leghista rinviato a giudizio. Giulia Bongiorno: «La decisione fu condivisa». Ignorate le funzioni di Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli, come gli analoghi alt alle navi Ong imposti da Luciana Lamorgese. E le carte sono piene di sviste.Solidarietà da Fi e Giorgia Meloni: «Scelta scioccante». E Oscar Camps rimbrotta Enrico Letta: «S'è scusato per la foto con me».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante le evidenti contraddizioni, l'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, dovrà affrontare un processo: il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Palermo ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio che aveva avanzato la Procura per il caso dell'Ong spagnola Open Arms, tutta concentrata sulla mancata assegnazione del Pos, il place of safety. Il comandante della Open Arms, Marc Reig Creus, nell'agosto 2019 rimase con 14 passeggeri a bordo, raccolti in tre diverse operazioni in mare, in attesa di un attracco per 20 giorni, sei dei quali di fronte alla costa di Lampedusa. Durante il governo Conte bis, però, ci sono Pos concessi anche dopo dieci giorni, come è accaduto con la Ocean Viking. E anche con il ministro Luciana Lamorgese in alcuni casi si sono verificate attese che vanno dai cinque ai dieci giorni. Il giudice non deve averne tenuto conto. Così come non deve essere stato considerato il concomitante e prevalente obbligo di Malta ad assumesse la responsabilità degli eventi e guidare la Open Arms verso lo sbarco alla Valletta, che contestò la propria competenza e la responsabilità di coordinamento dell'evento, rilevando che i migranti erano stati soccorsi al di fuori dell'area Sar di Malta. Solo per l'ultimo soccorso di 39 migranti, Malta si era resa disponibile per lo sbarco. «Il comandante della nave rifiutò questa soluzione», ha affermato con forza l'avvocato Giulia Bongiorno, che difende Salvini, in udienza, «assumendo che avrebbe potuto provocare rivolte da parte delle persone imbarcate nei precedenti episodi». Il governo di Malta inviò quindi una mail alla Open Arms mettendo in copia l'Rcc Spagna: «Non avete nemmeno l'autorità per imporre le vostre condizioni al Ree competente, facendo così ostacolate un soccorso. È stato messo in copia per conoscenza al vostro Stato di bandiera, per informarlo delle vostre azioni». Il comandante se ne fregò. E anche il governo spagnolo, visto che dall'Italia era stata affermata la competenza di quello Stato che, quindi, avrebbe dovuto assumere il coordinamento degli eventi, fornendo o garantendo che fosse fornito un porto sicuro. Fu il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a ricordare agli spagnoli «che le autorità italiane non hanno in alcun momento assunto il coordinamento delle operazioni di soccorso, avvenute ben al di fuori della area Sar di responsabilità italiana». È qui che avrebbe preso uno scivolone chi ha redatto la relazione del tribunale di Palermo secondo la quale al 14 agosto 2019 l'Italia avrebbe avuto una competenza «concorrente» con Malta. Il comandante della Open Arms, dunque, contravvenendo alle regole Sar, non consentì lo sbarco sul territorio maltese degli ultimi 39 migranti, trattenendo tutti a bordo e continuando a stazionare in area maltese. «In quei giorni», ricostruisce Bongiorno, «Open arms non è abbandonata a sé stessa, è stata sorvolata da tutti e tutti offrono aiuto. Aerei militari, petroliere, aerei di ricognizione, Ocean Viking, altri natanti, un veliero. Con un certo numero di migranti a bordo, decisamente superiore a quelli indicati per la capienza, Open arms decide di bighellonare per 13 giorni. Ma con Salvini si ritiene grave il tempo atteso prima del Pos, ovvero meno della metà del tempo. Dal 14 al 20 agosto. Non c'è sequestro di persona se si bighellona 13 giorni, ma c'è sequestro se si è ormeggiati la metà del tempo?». Il reato di sequestro di persona, con minori coinvolti, è punito con una pena che arriva fino a 15 anni di carcere. Ma anche sul numero dei passeggeri Bongiorno nutre dei dubbi: «Non si capisce il numero di migranti a bordo. Il 9 agosto risulta che c'era una imbarcazione che stava rientrando a Lampedusa, affianca un gommone di Open Arms, e da un video risulta un trasbordo di scatole e di alcune persone sul gommone. Ma i migranti non sono oggetti. Non possono essere trattati così». Poi la Open Arms puntò verso l'Italia. «Era ormeggiata il 14 agosto», sottolinea in udienza Bongiorno, «c'era la crisi di governo. Una serie di persone salgono e scendono, salgono politici e il sindaco di Lampedusa, il presidente della Ong, una squadra di psicologi, vengono fatte alcune evacuazioni mediche, risalgono psicologi e l'armatore. E poi, visto che siamo a processo perché questa nave era abbandonata a sé stessa e nessuno poteva muoversi, il 14 agosto c'è una chiamata di Open Arms alla capitaneria. Sa cosa chiedono, signor giudice? “Vogliamo scendere per fare acquisti"». Ed effettivamente si parte per lo shopping, «stile via del Corso o via Montenapoleone», chiosa Bongiorno. Open Arms, insomma, non era una zattera in mezzo al mare. «C'è una pagina del diario», ricorda ancora Bongiorno, «15 agosto 2019 alle 3.23. Il comandante annota: “Lampedusa ci dà il Pos in ormeggio". Cioè un posto sicuro. Come si può scrivere in un capo di imputazione che manca un Pos?». E ad affermarlo fu proprio il comandante della Open Arms. Nonostante queste e tante altre evidenze, il gup di Palermo ha sentenziato: «Non ci sono gli elementi per il non luogo a procedere di Salvini». Il leader del Carroccio replica sui social: «Avanti a testa alta, convinto di avere da ministro servito l'Italia nel rispetto della legge». E se per la Gregoretti (anche in quel caso a Salvini è contestato il reato di sequestro di persona per il ritardo dello sbarco di 131 migranti nel luglio del 2019 ad Augusta), l'ex ministro e il suo difensore hanno potuto mettere in cassaforte un risultato importante, ovvero la richiesta, formulata il 10 aprile scorso dalla Procura, di non luogo a procedere, per Open Arms, nonostante il divieto di ingresso di Open Arms in acque italiane, come evidenziato dalla Bongiorno, sarebbe stato firmato oltre che da Salvini anche dai ministri «Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta», a processo ci andrà solo il Capitano della Lega. Prima udienza il 15 settembre prossimo, davanti ai giudici della seconda sezione penale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malta-bordo-accuse-ex-ministro-2652619308.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-glissa-lucano-riesuma-il-modello-riace" data-post-id="2652619308" data-published-at="1618692922" data-use-pagination="False"> Il Pd glissa, Lucano riesuma il «modello Riace» Dopo il rinvio a giudizio di Matteo Salvini, per Enrico Letta si profila un classico scavalcamento a sinistra. Il fondatore dell'Ong spagnola Open arms, Oscar Camps, non ha gradito le prove di disgelo dell'altro giorno tra il leader leghista e il segretario dem: «Letta ha chiesto scusa a Salvini per aver indossato la mia felpa di Open Arms? Sono politici, oggi si baciano e domani litigano». Quanto alla decisione del gup, l'attivista l'ha buttata sullo scontro apocalittico: «Che il processo sia l'occasione per giudicare un pezzo di storia europea». La sua organizzazione, su Twitter, giubilava: «Felici per tutte le persone che abbiamo tratto in salvo». A rincarare la dose, l'alleata Mediterranea saving humans: «C'è un giudice, più d'uno, a Palermo. E da oggi possiamo sperare che presto il rispetto del diritto internazionale possa essere ripristinato nel nostro Paese». Sui guai giudiziari del nemico politico, ma alleato nel governo Draghi, il Pd ieri ha preferito glissare. Nessuna reazione persino da chi, sui taxi del mare, ci saliva, per solidarietà con i migranti, come Matteo Orfini e Maurizio Martina. S'è esposto solo Erasmo Palazzotto, di Leu, che nel 2019 era finito indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, essendosi imbarcato sul veliero Alex, di Mediterranea: «Non so se ci sarà un giudice a Palermo o a Berlino che la condannerà per la sua disumanità, senatore Salvini, quello che so è che per il momento, anche se si dà molto da fare nella sua veste di lotta e di governo, quella stagione illegittima e disumana è archiviata». Soddisfatti anche i legali delle parti civili. Ma la reazione più surreale arriva da Mimmo Lucano, il quale, deciso a rientrare in politica in Regione Calabria al fianco di Luigi de Magistris, ha approfittato del rinvio a giudizio dell'ex ministro del Carroccio per riabilitare il modello Riace: «Io non ho mai soddisfazione quando qualcuno finisce a giudizio anche se si tratta di una persona che ha una visione lontana dalla mia. Al di là degli aspetti processuali spero che questo serva a Matteo Salvini per riflettere. Spero che in parte possa comprendere le sofferenze degli altri. Riace non è stata una teoria ma una realtà autentica, con storie di sofferenze che sono state raccontate al mondo: quando arrivavano i migranti noi abbiamo aperto le porte, facendo rinascere il nostro borgo, facendolo diventare una comunità del mondo». Per Totò Martello, sindaco di Lampedusa, che pure si lamenta quando l'hotspot della sua isola si trasforma una polveriera, la decisione del gup è «una ulteriore conferma di quello che è avvenuto nell'anno in cui Salvini era a capo del Viminale». Di segno opposto, naturalmente, gli interventi del centrodestra. Giorgia Meloni ha definito «scioccante» il rinvio a giudizio di Salvini, il quale «ha fatto solo quello che il suo mandato gli imponeva di fare: difendere i confini della nazione e combattere l'immigrazione clandestina di massa». Per il capogruppo di Fi alla Camera, Roberto Occhiuto, con l'ex ministro è stato adottato il «metodo Berlusconi», il che dimostra che non è più rinviabile «una organica riforma della Giustizia». Di decisione che «rischia di apparire politica, in una sede però che dalla politica dovrebbe prescindere», ha parlato Maurizio Gasparri. Giulia Bongiorno, avvocato di Salvini, ha sottolineato che il rinvio a giudizio non implica una «valutazione negativa». Semplicemente, il giudice ha stabilito di «andare in un altro grado per approfondire». Il senatore, però, è contrariato, anche se ha rivendicato il successo del suo pressing per le riaperture: «Sono contento per aver contribuito a dissequestrare milioni di italiani». E ha proseguito: «Passare per sequestratore proprio no. Ho agito da padre e cristianamente sopporto. Quello che si è deciso in quest'aula ha un sapore politico più che giudiziario. Nei prossimi mesi gli italiani potranno assistere a chi interpreta la Giustizia alla Palamara. Al processo emergeranno delle verità. Io ricordo a me stesso che si tratta di una nave spagnola, che ha raccolto migranti in acque libiche e maltesi, ha rifiutato uno sbarco a Malta, un porto in Spagna, un secondo porto in Spagna e ha rifiutato l'arrivo di una nave spagnola». Salvini, che si è fermato a Capaci per rendere omaggio a Giovanni Falcone, ha ricordato anche l'articolo 52 della Costituzione, per cui la difesa della patria è sacro dovere del cittadino: «Vado a processo per questo, per aver difeso il mio Paese? Ci vado a testa alta, anche a nome vostro. Prima l'Italia. Sempre». E l'odissea giudiziaria continua.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».