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2021-04-18
Dal ruolo di Malta ai diari di bordo. I buchi nelle accuse all’ex ministro
Ansa
Nonostante le evidenti contraddizioni, l'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, dovrà affrontare un processo: il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Palermo ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio che aveva avanzato la Procura per il caso dell'Ong spagnola Open Arms, tutta concentrata sulla mancata assegnazione del Pos, il place of safety. Il comandante della Open Arms, Marc Reig Creus, nell'agosto 2019 rimase con 14 passeggeri a bordo, raccolti in tre diverse operazioni in mare, in attesa di un attracco per 20 giorni, sei dei quali di fronte alla costa di Lampedusa. Durante il governo Conte bis, però, ci sono Pos concessi anche dopo dieci giorni, come è accaduto con la Ocean Viking. E anche con il ministro Luciana Lamorgese in alcuni casi si sono verificate attese che vanno dai cinque ai dieci giorni. Il giudice non deve averne tenuto conto. Così come non deve essere stato considerato il concomitante e prevalente obbligo di Malta ad assumesse la responsabilità degli eventi e guidare la Open Arms verso lo sbarco alla Valletta, che contestò la propria competenza e la responsabilità di coordinamento dell'evento, rilevando che i migranti erano stati soccorsi al di fuori dell'area Sar di Malta. Solo per l'ultimo soccorso di 39 migranti, Malta si era resa disponibile per lo sbarco. «Il comandante della nave rifiutò questa soluzione», ha affermato con forza l'avvocato Giulia Bongiorno, che difende Salvini, in udienza, «assumendo che avrebbe potuto provocare rivolte da parte delle persone imbarcate nei precedenti episodi». Il governo di Malta inviò quindi una mail alla Open Arms mettendo in copia l'Rcc Spagna: «Non avete nemmeno l'autorità per imporre le vostre condizioni al Ree competente, facendo così ostacolate un soccorso. È stato messo in copia per conoscenza al vostro Stato di bandiera, per informarlo delle vostre azioni». Il comandante se ne fregò. E anche il governo spagnolo, visto che dall'Italia era stata affermata la competenza di quello Stato che, quindi, avrebbe dovuto assumere il coordinamento degli eventi, fornendo o garantendo che fosse fornito un porto sicuro.
Fu il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a ricordare agli spagnoli «che le autorità italiane non hanno in alcun momento assunto il coordinamento delle operazioni di soccorso, avvenute ben al di fuori della area Sar di responsabilità italiana». È qui che avrebbe preso uno scivolone chi ha redatto la relazione del tribunale di Palermo secondo la quale al 14 agosto 2019 l'Italia avrebbe avuto una competenza «concorrente» con Malta. Il comandante della Open Arms, dunque, contravvenendo alle regole Sar, non consentì lo sbarco sul territorio maltese degli ultimi 39 migranti, trattenendo tutti a bordo e continuando a stazionare in area maltese. «In quei giorni», ricostruisce Bongiorno, «Open arms non è abbandonata a sé stessa, è stata sorvolata da tutti e tutti offrono aiuto. Aerei militari, petroliere, aerei di ricognizione, Ocean Viking, altri natanti, un veliero. Con un certo numero di migranti a bordo, decisamente superiore a quelli indicati per la capienza, Open arms decide di bighellonare per 13 giorni. Ma con Salvini si ritiene grave il tempo atteso prima del Pos, ovvero meno della metà del tempo. Dal 14 al 20 agosto. Non c'è sequestro di persona se si bighellona 13 giorni, ma c'è sequestro se si è ormeggiati la metà del tempo?».
Il reato di sequestro di persona, con minori coinvolti, è punito con una pena che arriva fino a 15 anni di carcere. Ma anche sul numero dei passeggeri Bongiorno nutre dei dubbi: «Non si capisce il numero di migranti a bordo. Il 9 agosto risulta che c'era una imbarcazione che stava rientrando a Lampedusa, affianca un gommone di Open Arms, e da un video risulta un trasbordo di scatole e di alcune persone sul gommone. Ma i migranti non sono oggetti. Non possono essere trattati così». Poi la Open Arms puntò verso l'Italia. «Era ormeggiata il 14 agosto», sottolinea in udienza Bongiorno, «c'era la crisi di governo. Una serie di persone salgono e scendono, salgono politici e il sindaco di Lampedusa, il presidente della Ong, una squadra di psicologi, vengono fatte alcune evacuazioni mediche, risalgono psicologi e l'armatore. E poi, visto che siamo a processo perché questa nave era abbandonata a sé stessa e nessuno poteva muoversi, il 14 agosto c'è una chiamata di Open Arms alla capitaneria. Sa cosa chiedono, signor giudice? “Vogliamo scendere per fare acquisti"». Ed effettivamente si parte per lo shopping, «stile via del Corso o via Montenapoleone», chiosa Bongiorno. Open Arms, insomma, non era una zattera in mezzo al mare. «C'è una pagina del diario», ricorda ancora Bongiorno, «15 agosto 2019 alle 3.23. Il comandante annota: “Lampedusa ci dà il Pos in ormeggio". Cioè un posto sicuro. Come si può scrivere in un capo di imputazione che manca un Pos?». E ad affermarlo fu proprio il comandante della Open Arms. Nonostante queste e tante altre evidenze, il gup di Palermo ha sentenziato: «Non ci sono gli elementi per il non luogo a procedere di Salvini».
Il leader del Carroccio replica sui social: «Avanti a testa alta, convinto di avere da ministro servito l'Italia nel rispetto della legge». E se per la Gregoretti (anche in quel caso a Salvini è contestato il reato di sequestro di persona per il ritardo dello sbarco di 131 migranti nel luglio del 2019 ad Augusta), l'ex ministro e il suo difensore hanno potuto mettere in cassaforte un risultato importante, ovvero la richiesta, formulata il 10 aprile scorso dalla Procura, di non luogo a procedere, per Open Arms, nonostante il divieto di ingresso di Open Arms in acque italiane, come evidenziato dalla Bongiorno, sarebbe stato firmato oltre che da Salvini anche dai ministri «Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta», a processo ci andrà solo il Capitano della Lega. Prima udienza il 15 settembre prossimo, davanti ai giudici della seconda sezione penale.
Il Pd glissa, Lucano riesuma il «modello Riace»
Dopo il rinvio a giudizio di Matteo Salvini, per Enrico Letta si profila un classico scavalcamento a sinistra. Il fondatore dell'Ong spagnola Open arms, Oscar Camps, non ha gradito le prove di disgelo dell'altro giorno tra il leader leghista e il segretario dem: «Letta ha chiesto scusa a Salvini per aver indossato la mia felpa di Open Arms? Sono politici, oggi si baciano e domani litigano». Quanto alla decisione del gup, l'attivista l'ha buttata sullo scontro apocalittico: «Che il processo sia l'occasione per giudicare un pezzo di storia europea». La sua organizzazione, su Twitter, giubilava: «Felici per tutte le persone che abbiamo tratto in salvo». A rincarare la dose, l'alleata Mediterranea saving humans: «C'è un giudice, più d'uno, a Palermo. E da oggi possiamo sperare che presto il rispetto del diritto internazionale possa essere ripristinato nel nostro Paese».
Sui guai giudiziari del nemico politico, ma alleato nel governo Draghi, il Pd ieri ha preferito glissare. Nessuna reazione persino da chi, sui taxi del mare, ci saliva, per solidarietà con i migranti, come Matteo Orfini e Maurizio Martina. S'è esposto solo Erasmo Palazzotto, di Leu, che nel 2019 era finito indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, essendosi imbarcato sul veliero Alex, di Mediterranea: «Non so se ci sarà un giudice a Palermo o a Berlino che la condannerà per la sua disumanità, senatore Salvini, quello che so è che per il momento, anche se si dà molto da fare nella sua veste di lotta e di governo, quella stagione illegittima e disumana è archiviata». Soddisfatti anche i legali delle parti civili. Ma la reazione più surreale arriva da Mimmo Lucano, il quale, deciso a rientrare in politica in Regione Calabria al fianco di Luigi de Magistris, ha approfittato del rinvio a giudizio dell'ex ministro del Carroccio per riabilitare il modello Riace: «Io non ho mai soddisfazione quando qualcuno finisce a giudizio anche se si tratta di una persona che ha una visione lontana dalla mia. Al di là degli aspetti processuali spero che questo serva a Matteo Salvini per riflettere. Spero che in parte possa comprendere le sofferenze degli altri. Riace non è stata una teoria ma una realtà autentica, con storie di sofferenze che sono state raccontate al mondo: quando arrivavano i migranti noi abbiamo aperto le porte, facendo rinascere il nostro borgo, facendolo diventare una comunità del mondo». Per Totò Martello, sindaco di Lampedusa, che pure si lamenta quando l'hotspot della sua isola si trasforma una polveriera, la decisione del gup è «una ulteriore conferma di quello che è avvenuto nell'anno in cui Salvini era a capo del Viminale».
Di segno opposto, naturalmente, gli interventi del centrodestra. Giorgia Meloni ha definito «scioccante» il rinvio a giudizio di Salvini, il quale «ha fatto solo quello che il suo mandato gli imponeva di fare: difendere i confini della nazione e combattere l'immigrazione clandestina di massa». Per il capogruppo di Fi alla Camera, Roberto Occhiuto, con l'ex ministro è stato adottato il «metodo Berlusconi», il che dimostra che non è più rinviabile «una organica riforma della Giustizia». Di decisione che «rischia di apparire politica, in una sede però che dalla politica dovrebbe prescindere», ha parlato Maurizio Gasparri.
Giulia Bongiorno, avvocato di Salvini, ha sottolineato che il rinvio a giudizio non implica una «valutazione negativa». Semplicemente, il giudice ha stabilito di «andare in un altro grado per approfondire». Il senatore, però, è contrariato, anche se ha rivendicato il successo del suo pressing per le riaperture: «Sono contento per aver contribuito a dissequestrare milioni di italiani». E ha proseguito: «Passare per sequestratore proprio no. Ho agito da padre e cristianamente sopporto. Quello che si è deciso in quest'aula ha un sapore politico più che giudiziario. Nei prossimi mesi gli italiani potranno assistere a chi interpreta la Giustizia alla Palamara. Al processo emergeranno delle verità. Io ricordo a me stesso che si tratta di una nave spagnola, che ha raccolto migranti in acque libiche e maltesi, ha rifiutato uno sbarco a Malta, un porto in Spagna, un secondo porto in Spagna e ha rifiutato l'arrivo di una nave spagnola».
Salvini, che si è fermato a Capaci per rendere omaggio a Giovanni Falcone, ha ricordato anche l'articolo 52 della Costituzione, per cui la difesa della patria è sacro dovere del cittadino: «Vado a processo per questo, per aver difeso il mio Paese? Ci vado a testa alta, anche a nome vostro. Prima l'Italia. Sempre». E l'odissea giudiziaria continua.
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Caso Open Arms, il leghista rinviato a giudizio. Giulia Bongiorno: «La decisione fu condivisa». Ignorate le funzioni di Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli, come gli analoghi alt alle navi Ong imposti da Luciana Lamorgese. E le carte sono piene di sviste.Solidarietà da Fi e Giorgia Meloni: «Scelta scioccante». E Oscar Camps rimbrotta Enrico Letta: «S'è scusato per la foto con me».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante le evidenti contraddizioni, l'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, dovrà affrontare un processo: il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Palermo ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio che aveva avanzato la Procura per il caso dell'Ong spagnola Open Arms, tutta concentrata sulla mancata assegnazione del Pos, il place of safety. Il comandante della Open Arms, Marc Reig Creus, nell'agosto 2019 rimase con 14 passeggeri a bordo, raccolti in tre diverse operazioni in mare, in attesa di un attracco per 20 giorni, sei dei quali di fronte alla costa di Lampedusa. Durante il governo Conte bis, però, ci sono Pos concessi anche dopo dieci giorni, come è accaduto con la Ocean Viking. E anche con il ministro Luciana Lamorgese in alcuni casi si sono verificate attese che vanno dai cinque ai dieci giorni. Il giudice non deve averne tenuto conto. Così come non deve essere stato considerato il concomitante e prevalente obbligo di Malta ad assumesse la responsabilità degli eventi e guidare la Open Arms verso lo sbarco alla Valletta, che contestò la propria competenza e la responsabilità di coordinamento dell'evento, rilevando che i migranti erano stati soccorsi al di fuori dell'area Sar di Malta. Solo per l'ultimo soccorso di 39 migranti, Malta si era resa disponibile per lo sbarco. «Il comandante della nave rifiutò questa soluzione», ha affermato con forza l'avvocato Giulia Bongiorno, che difende Salvini, in udienza, «assumendo che avrebbe potuto provocare rivolte da parte delle persone imbarcate nei precedenti episodi». Il governo di Malta inviò quindi una mail alla Open Arms mettendo in copia l'Rcc Spagna: «Non avete nemmeno l'autorità per imporre le vostre condizioni al Ree competente, facendo così ostacolate un soccorso. È stato messo in copia per conoscenza al vostro Stato di bandiera, per informarlo delle vostre azioni». Il comandante se ne fregò. E anche il governo spagnolo, visto che dall'Italia era stata affermata la competenza di quello Stato che, quindi, avrebbe dovuto assumere il coordinamento degli eventi, fornendo o garantendo che fosse fornito un porto sicuro. Fu il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a ricordare agli spagnoli «che le autorità italiane non hanno in alcun momento assunto il coordinamento delle operazioni di soccorso, avvenute ben al di fuori della area Sar di responsabilità italiana». È qui che avrebbe preso uno scivolone chi ha redatto la relazione del tribunale di Palermo secondo la quale al 14 agosto 2019 l'Italia avrebbe avuto una competenza «concorrente» con Malta. Il comandante della Open Arms, dunque, contravvenendo alle regole Sar, non consentì lo sbarco sul territorio maltese degli ultimi 39 migranti, trattenendo tutti a bordo e continuando a stazionare in area maltese. «In quei giorni», ricostruisce Bongiorno, «Open arms non è abbandonata a sé stessa, è stata sorvolata da tutti e tutti offrono aiuto. Aerei militari, petroliere, aerei di ricognizione, Ocean Viking, altri natanti, un veliero. Con un certo numero di migranti a bordo, decisamente superiore a quelli indicati per la capienza, Open arms decide di bighellonare per 13 giorni. Ma con Salvini si ritiene grave il tempo atteso prima del Pos, ovvero meno della metà del tempo. Dal 14 al 20 agosto. Non c'è sequestro di persona se si bighellona 13 giorni, ma c'è sequestro se si è ormeggiati la metà del tempo?». Il reato di sequestro di persona, con minori coinvolti, è punito con una pena che arriva fino a 15 anni di carcere. Ma anche sul numero dei passeggeri Bongiorno nutre dei dubbi: «Non si capisce il numero di migranti a bordo. Il 9 agosto risulta che c'era una imbarcazione che stava rientrando a Lampedusa, affianca un gommone di Open Arms, e da un video risulta un trasbordo di scatole e di alcune persone sul gommone. Ma i migranti non sono oggetti. Non possono essere trattati così». Poi la Open Arms puntò verso l'Italia. «Era ormeggiata il 14 agosto», sottolinea in udienza Bongiorno, «c'era la crisi di governo. Una serie di persone salgono e scendono, salgono politici e il sindaco di Lampedusa, il presidente della Ong, una squadra di psicologi, vengono fatte alcune evacuazioni mediche, risalgono psicologi e l'armatore. E poi, visto che siamo a processo perché questa nave era abbandonata a sé stessa e nessuno poteva muoversi, il 14 agosto c'è una chiamata di Open Arms alla capitaneria. Sa cosa chiedono, signor giudice? “Vogliamo scendere per fare acquisti"». Ed effettivamente si parte per lo shopping, «stile via del Corso o via Montenapoleone», chiosa Bongiorno. Open Arms, insomma, non era una zattera in mezzo al mare. «C'è una pagina del diario», ricorda ancora Bongiorno, «15 agosto 2019 alle 3.23. Il comandante annota: “Lampedusa ci dà il Pos in ormeggio". Cioè un posto sicuro. Come si può scrivere in un capo di imputazione che manca un Pos?». E ad affermarlo fu proprio il comandante della Open Arms. Nonostante queste e tante altre evidenze, il gup di Palermo ha sentenziato: «Non ci sono gli elementi per il non luogo a procedere di Salvini». Il leader del Carroccio replica sui social: «Avanti a testa alta, convinto di avere da ministro servito l'Italia nel rispetto della legge». E se per la Gregoretti (anche in quel caso a Salvini è contestato il reato di sequestro di persona per il ritardo dello sbarco di 131 migranti nel luglio del 2019 ad Augusta), l'ex ministro e il suo difensore hanno potuto mettere in cassaforte un risultato importante, ovvero la richiesta, formulata il 10 aprile scorso dalla Procura, di non luogo a procedere, per Open Arms, nonostante il divieto di ingresso di Open Arms in acque italiane, come evidenziato dalla Bongiorno, sarebbe stato firmato oltre che da Salvini anche dai ministri «Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta», a processo ci andrà solo il Capitano della Lega. 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Quanto alla decisione del gup, l'attivista l'ha buttata sullo scontro apocalittico: «Che il processo sia l'occasione per giudicare un pezzo di storia europea». La sua organizzazione, su Twitter, giubilava: «Felici per tutte le persone che abbiamo tratto in salvo». A rincarare la dose, l'alleata Mediterranea saving humans: «C'è un giudice, più d'uno, a Palermo. E da oggi possiamo sperare che presto il rispetto del diritto internazionale possa essere ripristinato nel nostro Paese». Sui guai giudiziari del nemico politico, ma alleato nel governo Draghi, il Pd ieri ha preferito glissare. Nessuna reazione persino da chi, sui taxi del mare, ci saliva, per solidarietà con i migranti, come Matteo Orfini e Maurizio Martina. S'è esposto solo Erasmo Palazzotto, di Leu, che nel 2019 era finito indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, essendosi imbarcato sul veliero Alex, di Mediterranea: «Non so se ci sarà un giudice a Palermo o a Berlino che la condannerà per la sua disumanità, senatore Salvini, quello che so è che per il momento, anche se si dà molto da fare nella sua veste di lotta e di governo, quella stagione illegittima e disumana è archiviata». Soddisfatti anche i legali delle parti civili. Ma la reazione più surreale arriva da Mimmo Lucano, il quale, deciso a rientrare in politica in Regione Calabria al fianco di Luigi de Magistris, ha approfittato del rinvio a giudizio dell'ex ministro del Carroccio per riabilitare il modello Riace: «Io non ho mai soddisfazione quando qualcuno finisce a giudizio anche se si tratta di una persona che ha una visione lontana dalla mia. Al di là degli aspetti processuali spero che questo serva a Matteo Salvini per riflettere. Spero che in parte possa comprendere le sofferenze degli altri. Riace non è stata una teoria ma una realtà autentica, con storie di sofferenze che sono state raccontate al mondo: quando arrivavano i migranti noi abbiamo aperto le porte, facendo rinascere il nostro borgo, facendolo diventare una comunità del mondo». Per Totò Martello, sindaco di Lampedusa, che pure si lamenta quando l'hotspot della sua isola si trasforma una polveriera, la decisione del gup è «una ulteriore conferma di quello che è avvenuto nell'anno in cui Salvini era a capo del Viminale». Di segno opposto, naturalmente, gli interventi del centrodestra. Giorgia Meloni ha definito «scioccante» il rinvio a giudizio di Salvini, il quale «ha fatto solo quello che il suo mandato gli imponeva di fare: difendere i confini della nazione e combattere l'immigrazione clandestina di massa». Per il capogruppo di Fi alla Camera, Roberto Occhiuto, con l'ex ministro è stato adottato il «metodo Berlusconi», il che dimostra che non è più rinviabile «una organica riforma della Giustizia». Di decisione che «rischia di apparire politica, in una sede però che dalla politica dovrebbe prescindere», ha parlato Maurizio Gasparri. Giulia Bongiorno, avvocato di Salvini, ha sottolineato che il rinvio a giudizio non implica una «valutazione negativa». Semplicemente, il giudice ha stabilito di «andare in un altro grado per approfondire». Il senatore, però, è contrariato, anche se ha rivendicato il successo del suo pressing per le riaperture: «Sono contento per aver contribuito a dissequestrare milioni di italiani». E ha proseguito: «Passare per sequestratore proprio no. Ho agito da padre e cristianamente sopporto. Quello che si è deciso in quest'aula ha un sapore politico più che giudiziario. Nei prossimi mesi gli italiani potranno assistere a chi interpreta la Giustizia alla Palamara. Al processo emergeranno delle verità. Io ricordo a me stesso che si tratta di una nave spagnola, che ha raccolto migranti in acque libiche e maltesi, ha rifiutato uno sbarco a Malta, un porto in Spagna, un secondo porto in Spagna e ha rifiutato l'arrivo di una nave spagnola». Salvini, che si è fermato a Capaci per rendere omaggio a Giovanni Falcone, ha ricordato anche l'articolo 52 della Costituzione, per cui la difesa della patria è sacro dovere del cittadino: «Vado a processo per questo, per aver difeso il mio Paese? Ci vado a testa alta, anche a nome vostro. Prima l'Italia. Sempre». E l'odissea giudiziaria continua.
Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
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Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Ansa)
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
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Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
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