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2020-05-27
No della giunta al processo a Salvini. Decisivi l’ex M5s e la grillina pentita
Francesco Bonifazi (Ansa)
Con 13 voti a favore della relazione del presidente, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, 7 contrari e 3 astenuti, la giunta delle immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sul caso Open Arms, il nome della nave della Ong alla quale l'allora titolare del Viminale negò per alcuni giorni, nell'agosto 2019, l'approdo a Lampedusa e lo sbarco di 107 persone salvate in acque libiche e internazionali. La giunta ha quindi stabilito che Salvini agì per un preminente interesse pubblico di governo, respingendo la richiesta del tribunale dei Ministri di Palermo, che vuole processare il leader della Lega per sequestro di persona e omissione di atti di ufficio, commessi abusando del ruolo di ministro dell'Interno. Ora la palla passa all'aula del Senato, che entro 30 giorni affronterà il caso. A favore della relazione di Gasparri, dunque contro la richiesta di autorizzazione a procedere, hanno votato i 5 senatori della Lega presenti in giunta, i 4 di Fi, Alberto Balboni di Fdi, Durnwalder Meinhard delle Autonomie, l'ex M5s Mario Michele Giarrusso e la senatrice pentastellata, Alessandra Riccardi.
Contro la relazione di Gasparri e quindi a favore del processo si sono dichiarati i 4 senatori del M5s, Anna Rossomando del Pd, Pietro Grasso di Leu e l'ex M5s Gregorio De Falco. I 3 senatori di Italia viva, Francesco Bonifazi, Giuseppe Cucca e Nadia Ginetti, non hanno partecipato al voto.
L'esito della votazione appare chiaro alle 10 e 31 di ieri mattina, quando i senatori renziani annunciano che non parteciperanno alla votazione: «Italia viva», comunica il capogruppo in giunta, Francesco Bonifazi, «ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all'aula. Non c'è stata a nostro parere un'istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti. La motivazione principale per cui Italia viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l'esclusiva riferibilità all'ex ministro dell'Interno dei fatti contestati. Diversamente», aggiunge Bonifazi, «pare che le determinazioni assunte da quest'ultimo abbiano sempre incontrato, direttamente o indirettamente, l'avallo governativo». Una bella frecciata velenosa diretta al premier Giuseppe Conte e a tutto il M5s, che all'epoca dei fatti condividevano in tutto e per tutto con Salvini le politiche contro l'immigrazione clandestina, compresa quella dei cosiddetti «porti chiusi».
Mezz'ora dopo, alle 11, inizia la riunione della giunta, e arriva l'altra sorpresa: la senatrice del M5s, Alessandra Riccardi, annuncia il suo voto in dissenso dal partito e contro la richiesta di autorizzazione a procedere. Alle 11 e 36 la seduta si chiude con il risultato di 13 a 7: le astensioni dei renziani non risultano quindi determinanti, ma resta il segnale politico molto forte nei confronti degli alleati di governo. Salvini commenta subito dopo l'esito della votazione in diretta Facebook: «Una buona notizia in periodi di attacchi», dice il leader del Carroccio, «la buona notizia è che la giunta del Senato ha appena detto no all'ennesimo processo a mio carico. È finita 13 a 7, una senatrice grillina e un ex senatore grillino hanno votato non a mio favore, ma a favore ma della decisione di un ministro condivisa da tutto il governo. Grazie ai senatori che hanno votato liberamente. Questi migranti raccolti in acque maltesi da una Ong spagnola», ricorda Salvini, «vennero in Italia infrangendo qualunque regola. La giunta ha detto che avevo ragione, adesso la parola passa all'aula, vedremo. Io non sono preoccupato, so di aver fatto il mio dovere».
Salvini è inevitabilmente molto soddisfatto: «I senatori», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «hanno votato liberamente stabilendo che tutto il governo era d'accordo, anche quel pezzo di governo M5s, da Conte a Di Maio, che dice: no, non sapevamo nulla, non eravamo d'accordo. Ma come? Era nel programma comune di governo. La giunta ha stabilito che ho fatto il mio dovere da ministro. Io non ho cambiato idea rispetto all'anno scorso, altri sì».
«Se il M5s mi espellerà», dice la senatrice Riccardi, «perché ho votato secondo quella che ritengo la giusta applicazione della legge mi assumerò le mie responsabilità. Io rispondo del mio voto. Salvini agì in sintonia con la politica del governo. Io in giunta ho sempre votato secondo scienza e coscienza, sulla base delle carte: secondo me», aggiunge la Riccardi, «come nel caso della Diciotti la linea politica del governo sui flussi non era venuta meno. «Io tentato di passare alla Lega? No», commenta il senatore ex M5s Mario Michele Giarrusso, «sono tentato da tante cose ma di certo non di passare alla Lega. Non ho nemmeno chiesto di passare al gruppo Misto. Ho solo espresso la mia posizione in giunta, che è la medesima di quando ero capogruppo del M5S all'epoca del caso Diciotti. Proposte? Se ne ricevono, anche Davide Faraone mi ha proposto di aderire a Italia viva».
In serata, Salvini torna a esternare: «Con Renzi», dice il leader del centrodestra a Radio Radio, «siamo il giorno e la notte: lui ha creato questo governo e lo sostiene, lui la settimana scorsa ha salvato Bonafede. Quello che facevo contro gli scafisti non era scritto in un bigliettino segreto, era nel programma di governo, quindi come fai a non saperlo».
A Salvini arrivano le congratulazione del premier ungherese Viktor Orban. E' lo stesso Salvini a rendere noto il messaggio che gli ha inviato Orbán: «Dear friend, Congratulation. L'Ungheria è con te, Matteo! Viktor». «Grazie di cuore», risponde Salvini. All'ex ministro dell'Interno arrivano le congratulazione di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Intanto, riesplode l'ennesima rissa interna alla presunta maggioranza giallorossa: «Il voto della giunta del Senato», attacca la senatrice Loredana De Petris, di Leu, «che ha negato l'autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso della Open Arms è un fatto molto grave. Italia viva, anche se la sua astensione non è stata determinante, si sta assumendo una responsabilità pesante».
Ma l’Aula può ribaltare il verdetto
Dopo il «no» della giunta delle immunità all'autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega, Matteo Salvini, ora la palla passa all'Aula del Senato, che potrà confermare o ribaltare questa prima valutazione.
Abbiamo chiesto al presidente della giunta delle immunità del Senato, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, autore della relazione che si opponeva all'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini che è stata approvata ieri, come procederà l'iter. «Ora», spiega Gasparri alla Verità, «ci sarà una relazione in Aula che sostanzialmente sarà la stessa che è andata in giunta ed è stata approvata. Si valuterà se è il caso di fare una sintesi, ma l'impianto della proposta resterà quello che abbiamo discusso in giunta, quindi a parte magari qualche ritocco formale, non credo che modificheremo nulla. La data della trattazione in Aula verrà stabilita non più dalla giunta, ma dalla conferenza dei capigruppo, insieme alla presidente Elisabetta Alberti Casellati. Scriveremo una lettera alla presidenza, riferendo l'esito della votazione, e quindi la presidenza del Senato riceverà notizia ufficiale della conclusione dell'iter in giunta».
Che tempi si prevedono per la discussione in Aula? «Il termine per andare in aula è di 30 giorni, quindi nel giro di qualche settimana, la discussione verrà calendarizzata. Il dibattito si aprirà con la mia relazione all'Aula che illustrerà la vicenda che la giunta ben conosce. Discussione e votazione avverranno in un'unica seduta». Il risultato può essere ribaltato dall'Aula? «Sì. Attenzione: per poter respingere la richiesta di autorizzazione a procedere da parte della magistratura», sottolinea Maurizio Gasparri, «ci vuole un quorum qualificato, ovvero sono necessari 161 voti, la metà più uno dei membri del Senato. Quindi ora tutto ritorna in ballo. Cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo». Quindi anche se Italia viva, ad esempio, dovesse astenersi in aula, non darebbe una mano a Salvini? «Per respingere la richiesta di autorizzazione a procedere», evidenzia Gasparri, «sono necessari sempre e comunque 161 voti, la maggioranza assoluta dei componenti del Senato. Ci devono essere 161 voti favorevoli alla mia relazione, che propone di respingere la richiesta, il numero dei votanti non c'entra nulla. Per fare un esempio: se alla votazione partecipassero 280 senatori, 150 dei quali approvassero la mia relazione contro l'autorizzazione a procedere e 130 la respingessero, la relazione non passerebbe comunque. Ci vogliono 161 voti».
In sostanza, se Italia viva volesse contribuire a evitare il processo a Matteo Salvini sulla vicenda Open Arms, non le sarebbe sufficiente non partecipare al voto, come è accaduto ieri mattina in giunta, ma i senatori renziani dovrebbero unire i loro voti a quelli del centrodestra, sperando di riuscire a raggiungere quota 161. Da solo, il centrodestra non avrebbe, almeno sulla carta, numeri sufficienti per raggiungere la fatidica quota 161: la coalizione si ferma a 140 senatori, cui, per il momento, pare si possano aggiungere massimo tre «aiutini» esterni: Mario Giarrusso, Alessandra Riccardi (che hanno già votato contro il processo in Giunta) e Gianluigi Paragone, espulso dal M5s.
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L'organo parlamentare capovolge il giudizio rispetto al caso Gregoretti. Giarrusso: «Sono stato coerente». Alessandra Riccardi si ribella a Vito Crimi: «Fu scelta condivisa». Astenuti i renziani. Il Capitano: «Ho fatto il mio dovere».Palazzo Madama si esprimerà entro giugno. Per evitare di finire alla sbarra, al leghista serviranno 161 senatori: il centrodestra, con qualche «aiutino», per adesso arriva a 143.Lo speciale contiene due articoliCon 13 voti a favore della relazione del presidente, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, 7 contrari e 3 astenuti, la giunta delle immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sul caso Open Arms, il nome della nave della Ong alla quale l'allora titolare del Viminale negò per alcuni giorni, nell'agosto 2019, l'approdo a Lampedusa e lo sbarco di 107 persone salvate in acque libiche e internazionali. La giunta ha quindi stabilito che Salvini agì per un preminente interesse pubblico di governo, respingendo la richiesta del tribunale dei Ministri di Palermo, che vuole processare il leader della Lega per sequestro di persona e omissione di atti di ufficio, commessi abusando del ruolo di ministro dell'Interno. Ora la palla passa all'aula del Senato, che entro 30 giorni affronterà il caso. A favore della relazione di Gasparri, dunque contro la richiesta di autorizzazione a procedere, hanno votato i 5 senatori della Lega presenti in giunta, i 4 di Fi, Alberto Balboni di Fdi, Durnwalder Meinhard delle Autonomie, l'ex M5s Mario Michele Giarrusso e la senatrice pentastellata, Alessandra Riccardi.Contro la relazione di Gasparri e quindi a favore del processo si sono dichiarati i 4 senatori del M5s, Anna Rossomando del Pd, Pietro Grasso di Leu e l'ex M5s Gregorio De Falco. I 3 senatori di Italia viva, Francesco Bonifazi, Giuseppe Cucca e Nadia Ginetti, non hanno partecipato al voto. L'esito della votazione appare chiaro alle 10 e 31 di ieri mattina, quando i senatori renziani annunciano che non parteciperanno alla votazione: «Italia viva», comunica il capogruppo in giunta, Francesco Bonifazi, «ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all'aula. Non c'è stata a nostro parere un'istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti. La motivazione principale per cui Italia viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l'esclusiva riferibilità all'ex ministro dell'Interno dei fatti contestati. Diversamente», aggiunge Bonifazi, «pare che le determinazioni assunte da quest'ultimo abbiano sempre incontrato, direttamente o indirettamente, l'avallo governativo». Una bella frecciata velenosa diretta al premier Giuseppe Conte e a tutto il M5s, che all'epoca dei fatti condividevano in tutto e per tutto con Salvini le politiche contro l'immigrazione clandestina, compresa quella dei cosiddetti «porti chiusi».Mezz'ora dopo, alle 11, inizia la riunione della giunta, e arriva l'altra sorpresa: la senatrice del M5s, Alessandra Riccardi, annuncia il suo voto in dissenso dal partito e contro la richiesta di autorizzazione a procedere. Alle 11 e 36 la seduta si chiude con il risultato di 13 a 7: le astensioni dei renziani non risultano quindi determinanti, ma resta il segnale politico molto forte nei confronti degli alleati di governo. Salvini commenta subito dopo l'esito della votazione in diretta Facebook: «Una buona notizia in periodi di attacchi», dice il leader del Carroccio, «la buona notizia è che la giunta del Senato ha appena detto no all'ennesimo processo a mio carico. È finita 13 a 7, una senatrice grillina e un ex senatore grillino hanno votato non a mio favore, ma a favore ma della decisione di un ministro condivisa da tutto il governo. Grazie ai senatori che hanno votato liberamente. Questi migranti raccolti in acque maltesi da una Ong spagnola», ricorda Salvini, «vennero in Italia infrangendo qualunque regola. La giunta ha detto che avevo ragione, adesso la parola passa all'aula, vedremo. Io non sono preoccupato, so di aver fatto il mio dovere». Salvini è inevitabilmente molto soddisfatto: «I senatori», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «hanno votato liberamente stabilendo che tutto il governo era d'accordo, anche quel pezzo di governo M5s, da Conte a Di Maio, che dice: no, non sapevamo nulla, non eravamo d'accordo. Ma come? Era nel programma comune di governo. La giunta ha stabilito che ho fatto il mio dovere da ministro. Io non ho cambiato idea rispetto all'anno scorso, altri sì».«Se il M5s mi espellerà», dice la senatrice Riccardi, «perché ho votato secondo quella che ritengo la giusta applicazione della legge mi assumerò le mie responsabilità. Io rispondo del mio voto. Salvini agì in sintonia con la politica del governo. Io in giunta ho sempre votato secondo scienza e coscienza, sulla base delle carte: secondo me», aggiunge la Riccardi, «come nel caso della Diciotti la linea politica del governo sui flussi non era venuta meno. «Io tentato di passare alla Lega? No», commenta il senatore ex M5s Mario Michele Giarrusso, «sono tentato da tante cose ma di certo non di passare alla Lega. Non ho nemmeno chiesto di passare al gruppo Misto. Ho solo espresso la mia posizione in giunta, che è la medesima di quando ero capogruppo del M5S all'epoca del caso Diciotti. Proposte? Se ne ricevono, anche Davide Faraone mi ha proposto di aderire a Italia viva».In serata, Salvini torna a esternare: «Con Renzi», dice il leader del centrodestra a Radio Radio, «siamo il giorno e la notte: lui ha creato questo governo e lo sostiene, lui la settimana scorsa ha salvato Bonafede. Quello che facevo contro gli scafisti non era scritto in un bigliettino segreto, era nel programma di governo, quindi come fai a non saperlo». A Salvini arrivano le congratulazione del premier ungherese Viktor Orban. E' lo stesso Salvini a rendere noto il messaggio che gli ha inviato Orbán: «Dear friend, Congratulation. L'Ungheria è con te, Matteo! Viktor». «Grazie di cuore», risponde Salvini. All'ex ministro dell'Interno arrivano le congratulazione di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Intanto, riesplode l'ennesima rissa interna alla presunta maggioranza giallorossa: «Il voto della giunta del Senato», attacca la senatrice Loredana De Petris, di Leu, «che ha negato l'autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso della Open Arms è un fatto molto grave. 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Abbiamo chiesto al presidente della giunta delle immunità del Senato, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, autore della relazione che si opponeva all'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini che è stata approvata ieri, come procederà l'iter. «Ora», spiega Gasparri alla Verità, «ci sarà una relazione in Aula che sostanzialmente sarà la stessa che è andata in giunta ed è stata approvata. Si valuterà se è il caso di fare una sintesi, ma l'impianto della proposta resterà quello che abbiamo discusso in giunta, quindi a parte magari qualche ritocco formale, non credo che modificheremo nulla. La data della trattazione in Aula verrà stabilita non più dalla giunta, ma dalla conferenza dei capigruppo, insieme alla presidente Elisabetta Alberti Casellati. Scriveremo una lettera alla presidenza, riferendo l'esito della votazione, e quindi la presidenza del Senato riceverà notizia ufficiale della conclusione dell'iter in giunta». Che tempi si prevedono per la discussione in Aula? «Il termine per andare in aula è di 30 giorni, quindi nel giro di qualche settimana, la discussione verrà calendarizzata. Il dibattito si aprirà con la mia relazione all'Aula che illustrerà la vicenda che la giunta ben conosce. Discussione e votazione avverranno in un'unica seduta». Il risultato può essere ribaltato dall'Aula? «Sì. Attenzione: per poter respingere la richiesta di autorizzazione a procedere da parte della magistratura», sottolinea Maurizio Gasparri, «ci vuole un quorum qualificato, ovvero sono necessari 161 voti, la metà più uno dei membri del Senato. Quindi ora tutto ritorna in ballo. Cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo». Quindi anche se Italia viva, ad esempio, dovesse astenersi in aula, non darebbe una mano a Salvini? «Per respingere la richiesta di autorizzazione a procedere», evidenzia Gasparri, «sono necessari sempre e comunque 161 voti, la maggioranza assoluta dei componenti del Senato. Ci devono essere 161 voti favorevoli alla mia relazione, che propone di respingere la richiesta, il numero dei votanti non c'entra nulla. Per fare un esempio: se alla votazione partecipassero 280 senatori, 150 dei quali approvassero la mia relazione contro l'autorizzazione a procedere e 130 la respingessero, la relazione non passerebbe comunque. Ci vogliono 161 voti». In sostanza, se Italia viva volesse contribuire a evitare il processo a Matteo Salvini sulla vicenda Open Arms, non le sarebbe sufficiente non partecipare al voto, come è accaduto ieri mattina in giunta, ma i senatori renziani dovrebbero unire i loro voti a quelli del centrodestra, sperando di riuscire a raggiungere quota 161. Da solo, il centrodestra non avrebbe, almeno sulla carta, numeri sufficienti per raggiungere la fatidica quota 161: la coalizione si ferma a 140 senatori, cui, per il momento, pare si possano aggiungere massimo tre «aiutini» esterni: Mario Giarrusso, Alessandra Riccardi (che hanno già votato contro il processo in Giunta) e Gianluigi Paragone, espulso dal M5s.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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