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2020-05-27
No della giunta al processo a Salvini. Decisivi l’ex M5s e la grillina pentita
Francesco Bonifazi (Ansa)
Con 13 voti a favore della relazione del presidente, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, 7 contrari e 3 astenuti, la giunta delle immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sul caso Open Arms, il nome della nave della Ong alla quale l'allora titolare del Viminale negò per alcuni giorni, nell'agosto 2019, l'approdo a Lampedusa e lo sbarco di 107 persone salvate in acque libiche e internazionali. La giunta ha quindi stabilito che Salvini agì per un preminente interesse pubblico di governo, respingendo la richiesta del tribunale dei Ministri di Palermo, che vuole processare il leader della Lega per sequestro di persona e omissione di atti di ufficio, commessi abusando del ruolo di ministro dell'Interno. Ora la palla passa all'aula del Senato, che entro 30 giorni affronterà il caso. A favore della relazione di Gasparri, dunque contro la richiesta di autorizzazione a procedere, hanno votato i 5 senatori della Lega presenti in giunta, i 4 di Fi, Alberto Balboni di Fdi, Durnwalder Meinhard delle Autonomie, l'ex M5s Mario Michele Giarrusso e la senatrice pentastellata, Alessandra Riccardi.
Contro la relazione di Gasparri e quindi a favore del processo si sono dichiarati i 4 senatori del M5s, Anna Rossomando del Pd, Pietro Grasso di Leu e l'ex M5s Gregorio De Falco. I 3 senatori di Italia viva, Francesco Bonifazi, Giuseppe Cucca e Nadia Ginetti, non hanno partecipato al voto.
L'esito della votazione appare chiaro alle 10 e 31 di ieri mattina, quando i senatori renziani annunciano che non parteciperanno alla votazione: «Italia viva», comunica il capogruppo in giunta, Francesco Bonifazi, «ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all'aula. Non c'è stata a nostro parere un'istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti. La motivazione principale per cui Italia viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l'esclusiva riferibilità all'ex ministro dell'Interno dei fatti contestati. Diversamente», aggiunge Bonifazi, «pare che le determinazioni assunte da quest'ultimo abbiano sempre incontrato, direttamente o indirettamente, l'avallo governativo». Una bella frecciata velenosa diretta al premier Giuseppe Conte e a tutto il M5s, che all'epoca dei fatti condividevano in tutto e per tutto con Salvini le politiche contro l'immigrazione clandestina, compresa quella dei cosiddetti «porti chiusi».
Mezz'ora dopo, alle 11, inizia la riunione della giunta, e arriva l'altra sorpresa: la senatrice del M5s, Alessandra Riccardi, annuncia il suo voto in dissenso dal partito e contro la richiesta di autorizzazione a procedere. Alle 11 e 36 la seduta si chiude con il risultato di 13 a 7: le astensioni dei renziani non risultano quindi determinanti, ma resta il segnale politico molto forte nei confronti degli alleati di governo. Salvini commenta subito dopo l'esito della votazione in diretta Facebook: «Una buona notizia in periodi di attacchi», dice il leader del Carroccio, «la buona notizia è che la giunta del Senato ha appena detto no all'ennesimo processo a mio carico. È finita 13 a 7, una senatrice grillina e un ex senatore grillino hanno votato non a mio favore, ma a favore ma della decisione di un ministro condivisa da tutto il governo. Grazie ai senatori che hanno votato liberamente. Questi migranti raccolti in acque maltesi da una Ong spagnola», ricorda Salvini, «vennero in Italia infrangendo qualunque regola. La giunta ha detto che avevo ragione, adesso la parola passa all'aula, vedremo. Io non sono preoccupato, so di aver fatto il mio dovere».
Salvini è inevitabilmente molto soddisfatto: «I senatori», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «hanno votato liberamente stabilendo che tutto il governo era d'accordo, anche quel pezzo di governo M5s, da Conte a Di Maio, che dice: no, non sapevamo nulla, non eravamo d'accordo. Ma come? Era nel programma comune di governo. La giunta ha stabilito che ho fatto il mio dovere da ministro. Io non ho cambiato idea rispetto all'anno scorso, altri sì».
«Se il M5s mi espellerà», dice la senatrice Riccardi, «perché ho votato secondo quella che ritengo la giusta applicazione della legge mi assumerò le mie responsabilità. Io rispondo del mio voto. Salvini agì in sintonia con la politica del governo. Io in giunta ho sempre votato secondo scienza e coscienza, sulla base delle carte: secondo me», aggiunge la Riccardi, «come nel caso della Diciotti la linea politica del governo sui flussi non era venuta meno. «Io tentato di passare alla Lega? No», commenta il senatore ex M5s Mario Michele Giarrusso, «sono tentato da tante cose ma di certo non di passare alla Lega. Non ho nemmeno chiesto di passare al gruppo Misto. Ho solo espresso la mia posizione in giunta, che è la medesima di quando ero capogruppo del M5S all'epoca del caso Diciotti. Proposte? Se ne ricevono, anche Davide Faraone mi ha proposto di aderire a Italia viva».
In serata, Salvini torna a esternare: «Con Renzi», dice il leader del centrodestra a Radio Radio, «siamo il giorno e la notte: lui ha creato questo governo e lo sostiene, lui la settimana scorsa ha salvato Bonafede. Quello che facevo contro gli scafisti non era scritto in un bigliettino segreto, era nel programma di governo, quindi come fai a non saperlo».
A Salvini arrivano le congratulazione del premier ungherese Viktor Orban. E' lo stesso Salvini a rendere noto il messaggio che gli ha inviato Orbán: «Dear friend, Congratulation. L'Ungheria è con te, Matteo! Viktor». «Grazie di cuore», risponde Salvini. All'ex ministro dell'Interno arrivano le congratulazione di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Intanto, riesplode l'ennesima rissa interna alla presunta maggioranza giallorossa: «Il voto della giunta del Senato», attacca la senatrice Loredana De Petris, di Leu, «che ha negato l'autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso della Open Arms è un fatto molto grave. Italia viva, anche se la sua astensione non è stata determinante, si sta assumendo una responsabilità pesante».
Ma l’Aula può ribaltare il verdetto
Dopo il «no» della giunta delle immunità all'autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega, Matteo Salvini, ora la palla passa all'Aula del Senato, che potrà confermare o ribaltare questa prima valutazione.
Abbiamo chiesto al presidente della giunta delle immunità del Senato, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, autore della relazione che si opponeva all'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini che è stata approvata ieri, come procederà l'iter. «Ora», spiega Gasparri alla Verità, «ci sarà una relazione in Aula che sostanzialmente sarà la stessa che è andata in giunta ed è stata approvata. Si valuterà se è il caso di fare una sintesi, ma l'impianto della proposta resterà quello che abbiamo discusso in giunta, quindi a parte magari qualche ritocco formale, non credo che modificheremo nulla. La data della trattazione in Aula verrà stabilita non più dalla giunta, ma dalla conferenza dei capigruppo, insieme alla presidente Elisabetta Alberti Casellati. Scriveremo una lettera alla presidenza, riferendo l'esito della votazione, e quindi la presidenza del Senato riceverà notizia ufficiale della conclusione dell'iter in giunta».
Che tempi si prevedono per la discussione in Aula? «Il termine per andare in aula è di 30 giorni, quindi nel giro di qualche settimana, la discussione verrà calendarizzata. Il dibattito si aprirà con la mia relazione all'Aula che illustrerà la vicenda che la giunta ben conosce. Discussione e votazione avverranno in un'unica seduta». Il risultato può essere ribaltato dall'Aula? «Sì. Attenzione: per poter respingere la richiesta di autorizzazione a procedere da parte della magistratura», sottolinea Maurizio Gasparri, «ci vuole un quorum qualificato, ovvero sono necessari 161 voti, la metà più uno dei membri del Senato. Quindi ora tutto ritorna in ballo. Cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo». Quindi anche se Italia viva, ad esempio, dovesse astenersi in aula, non darebbe una mano a Salvini? «Per respingere la richiesta di autorizzazione a procedere», evidenzia Gasparri, «sono necessari sempre e comunque 161 voti, la maggioranza assoluta dei componenti del Senato. Ci devono essere 161 voti favorevoli alla mia relazione, che propone di respingere la richiesta, il numero dei votanti non c'entra nulla. Per fare un esempio: se alla votazione partecipassero 280 senatori, 150 dei quali approvassero la mia relazione contro l'autorizzazione a procedere e 130 la respingessero, la relazione non passerebbe comunque. Ci vogliono 161 voti».
In sostanza, se Italia viva volesse contribuire a evitare il processo a Matteo Salvini sulla vicenda Open Arms, non le sarebbe sufficiente non partecipare al voto, come è accaduto ieri mattina in giunta, ma i senatori renziani dovrebbero unire i loro voti a quelli del centrodestra, sperando di riuscire a raggiungere quota 161. Da solo, il centrodestra non avrebbe, almeno sulla carta, numeri sufficienti per raggiungere la fatidica quota 161: la coalizione si ferma a 140 senatori, cui, per il momento, pare si possano aggiungere massimo tre «aiutini» esterni: Mario Giarrusso, Alessandra Riccardi (che hanno già votato contro il processo in Giunta) e Gianluigi Paragone, espulso dal M5s.
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L'organo parlamentare capovolge il giudizio rispetto al caso Gregoretti. Giarrusso: «Sono stato coerente». Alessandra Riccardi si ribella a Vito Crimi: «Fu scelta condivisa». Astenuti i renziani. Il Capitano: «Ho fatto il mio dovere».Palazzo Madama si esprimerà entro giugno. Per evitare di finire alla sbarra, al leghista serviranno 161 senatori: il centrodestra, con qualche «aiutino», per adesso arriva a 143.Lo speciale contiene due articoliCon 13 voti a favore della relazione del presidente, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, 7 contrari e 3 astenuti, la giunta delle immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sul caso Open Arms, il nome della nave della Ong alla quale l'allora titolare del Viminale negò per alcuni giorni, nell'agosto 2019, l'approdo a Lampedusa e lo sbarco di 107 persone salvate in acque libiche e internazionali. La giunta ha quindi stabilito che Salvini agì per un preminente interesse pubblico di governo, respingendo la richiesta del tribunale dei Ministri di Palermo, che vuole processare il leader della Lega per sequestro di persona e omissione di atti di ufficio, commessi abusando del ruolo di ministro dell'Interno. Ora la palla passa all'aula del Senato, che entro 30 giorni affronterà il caso. A favore della relazione di Gasparri, dunque contro la richiesta di autorizzazione a procedere, hanno votato i 5 senatori della Lega presenti in giunta, i 4 di Fi, Alberto Balboni di Fdi, Durnwalder Meinhard delle Autonomie, l'ex M5s Mario Michele Giarrusso e la senatrice pentastellata, Alessandra Riccardi.Contro la relazione di Gasparri e quindi a favore del processo si sono dichiarati i 4 senatori del M5s, Anna Rossomando del Pd, Pietro Grasso di Leu e l'ex M5s Gregorio De Falco. I 3 senatori di Italia viva, Francesco Bonifazi, Giuseppe Cucca e Nadia Ginetti, non hanno partecipato al voto. L'esito della votazione appare chiaro alle 10 e 31 di ieri mattina, quando i senatori renziani annunciano che non parteciperanno alla votazione: «Italia viva», comunica il capogruppo in giunta, Francesco Bonifazi, «ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all'aula. Non c'è stata a nostro parere un'istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti. La motivazione principale per cui Italia viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l'esclusiva riferibilità all'ex ministro dell'Interno dei fatti contestati. Diversamente», aggiunge Bonifazi, «pare che le determinazioni assunte da quest'ultimo abbiano sempre incontrato, direttamente o indirettamente, l'avallo governativo». Una bella frecciata velenosa diretta al premier Giuseppe Conte e a tutto il M5s, che all'epoca dei fatti condividevano in tutto e per tutto con Salvini le politiche contro l'immigrazione clandestina, compresa quella dei cosiddetti «porti chiusi».Mezz'ora dopo, alle 11, inizia la riunione della giunta, e arriva l'altra sorpresa: la senatrice del M5s, Alessandra Riccardi, annuncia il suo voto in dissenso dal partito e contro la richiesta di autorizzazione a procedere. Alle 11 e 36 la seduta si chiude con il risultato di 13 a 7: le astensioni dei renziani non risultano quindi determinanti, ma resta il segnale politico molto forte nei confronti degli alleati di governo. Salvini commenta subito dopo l'esito della votazione in diretta Facebook: «Una buona notizia in periodi di attacchi», dice il leader del Carroccio, «la buona notizia è che la giunta del Senato ha appena detto no all'ennesimo processo a mio carico. È finita 13 a 7, una senatrice grillina e un ex senatore grillino hanno votato non a mio favore, ma a favore ma della decisione di un ministro condivisa da tutto il governo. Grazie ai senatori che hanno votato liberamente. Questi migranti raccolti in acque maltesi da una Ong spagnola», ricorda Salvini, «vennero in Italia infrangendo qualunque regola. La giunta ha detto che avevo ragione, adesso la parola passa all'aula, vedremo. Io non sono preoccupato, so di aver fatto il mio dovere». Salvini è inevitabilmente molto soddisfatto: «I senatori», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «hanno votato liberamente stabilendo che tutto il governo era d'accordo, anche quel pezzo di governo M5s, da Conte a Di Maio, che dice: no, non sapevamo nulla, non eravamo d'accordo. Ma come? Era nel programma comune di governo. La giunta ha stabilito che ho fatto il mio dovere da ministro. Io non ho cambiato idea rispetto all'anno scorso, altri sì».«Se il M5s mi espellerà», dice la senatrice Riccardi, «perché ho votato secondo quella che ritengo la giusta applicazione della legge mi assumerò le mie responsabilità. Io rispondo del mio voto. Salvini agì in sintonia con la politica del governo. Io in giunta ho sempre votato secondo scienza e coscienza, sulla base delle carte: secondo me», aggiunge la Riccardi, «come nel caso della Diciotti la linea politica del governo sui flussi non era venuta meno. «Io tentato di passare alla Lega? No», commenta il senatore ex M5s Mario Michele Giarrusso, «sono tentato da tante cose ma di certo non di passare alla Lega. Non ho nemmeno chiesto di passare al gruppo Misto. Ho solo espresso la mia posizione in giunta, che è la medesima di quando ero capogruppo del M5S all'epoca del caso Diciotti. Proposte? Se ne ricevono, anche Davide Faraone mi ha proposto di aderire a Italia viva».In serata, Salvini torna a esternare: «Con Renzi», dice il leader del centrodestra a Radio Radio, «siamo il giorno e la notte: lui ha creato questo governo e lo sostiene, lui la settimana scorsa ha salvato Bonafede. Quello che facevo contro gli scafisti non era scritto in un bigliettino segreto, era nel programma di governo, quindi come fai a non saperlo». A Salvini arrivano le congratulazione del premier ungherese Viktor Orban. E' lo stesso Salvini a rendere noto il messaggio che gli ha inviato Orbán: «Dear friend, Congratulation. L'Ungheria è con te, Matteo! Viktor». «Grazie di cuore», risponde Salvini. All'ex ministro dell'Interno arrivano le congratulazione di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Intanto, riesplode l'ennesima rissa interna alla presunta maggioranza giallorossa: «Il voto della giunta del Senato», attacca la senatrice Loredana De Petris, di Leu, «che ha negato l'autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso della Open Arms è un fatto molto grave. 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Abbiamo chiesto al presidente della giunta delle immunità del Senato, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, autore della relazione che si opponeva all'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini che è stata approvata ieri, come procederà l'iter. «Ora», spiega Gasparri alla Verità, «ci sarà una relazione in Aula che sostanzialmente sarà la stessa che è andata in giunta ed è stata approvata. Si valuterà se è il caso di fare una sintesi, ma l'impianto della proposta resterà quello che abbiamo discusso in giunta, quindi a parte magari qualche ritocco formale, non credo che modificheremo nulla. La data della trattazione in Aula verrà stabilita non più dalla giunta, ma dalla conferenza dei capigruppo, insieme alla presidente Elisabetta Alberti Casellati. Scriveremo una lettera alla presidenza, riferendo l'esito della votazione, e quindi la presidenza del Senato riceverà notizia ufficiale della conclusione dell'iter in giunta». Che tempi si prevedono per la discussione in Aula? «Il termine per andare in aula è di 30 giorni, quindi nel giro di qualche settimana, la discussione verrà calendarizzata. Il dibattito si aprirà con la mia relazione all'Aula che illustrerà la vicenda che la giunta ben conosce. Discussione e votazione avverranno in un'unica seduta». Il risultato può essere ribaltato dall'Aula? «Sì. Attenzione: per poter respingere la richiesta di autorizzazione a procedere da parte della magistratura», sottolinea Maurizio Gasparri, «ci vuole un quorum qualificato, ovvero sono necessari 161 voti, la metà più uno dei membri del Senato. Quindi ora tutto ritorna in ballo. Cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo». Quindi anche se Italia viva, ad esempio, dovesse astenersi in aula, non darebbe una mano a Salvini? «Per respingere la richiesta di autorizzazione a procedere», evidenzia Gasparri, «sono necessari sempre e comunque 161 voti, la maggioranza assoluta dei componenti del Senato. Ci devono essere 161 voti favorevoli alla mia relazione, che propone di respingere la richiesta, il numero dei votanti non c'entra nulla. Per fare un esempio: se alla votazione partecipassero 280 senatori, 150 dei quali approvassero la mia relazione contro l'autorizzazione a procedere e 130 la respingessero, la relazione non passerebbe comunque. Ci vogliono 161 voti». In sostanza, se Italia viva volesse contribuire a evitare il processo a Matteo Salvini sulla vicenda Open Arms, non le sarebbe sufficiente non partecipare al voto, come è accaduto ieri mattina in giunta, ma i senatori renziani dovrebbero unire i loro voti a quelli del centrodestra, sperando di riuscire a raggiungere quota 161. Da solo, il centrodestra non avrebbe, almeno sulla carta, numeri sufficienti per raggiungere la fatidica quota 161: la coalizione si ferma a 140 senatori, cui, per il momento, pare si possano aggiungere massimo tre «aiutini» esterni: Mario Giarrusso, Alessandra Riccardi (che hanno già votato contro il processo in Giunta) e Gianluigi Paragone, espulso dal M5s.
Arriva la Befana e dicono che si porta via tutte le feste, ma non è così: se in cucina siete attenti e precisi potete prolungare il godimento del buon cibo all’infinito. Magari approfittando di ciò che resta nel forno tanto per scimmiottare un film capolavoro di James Ivory. Così dopo avervi fatto gli auguri per un 2026 ottimo di sapore e di prospettive abbiamo pensato a una ricetta di riuso che scimmiotta un grande classico (per nulla facile da fare al contrario della nostra preparazione): il filetto alla Wellington. Al posto del filetto un cotechino e al posto dei funghi le lenticchie e il gioco è fatto.
Ingredienti – Un cotechino precotto di circa 400 gr; 200 gr di lenticchie, prendete quelle che non hanno bisogno di ammollo; una confezione di pasta brisé; 100 gr di prosciutto crudo (meglio se Parma o San Daniele che sono più dolci) affettato non troppo sottilmente; un uovo; uno scalogno,; due foglie di alloro e due di salvia; sei cucchiai di olio extravergine di oliva; sale qb.
Procedimento – In due pentole separate mettete a bollire il cotechino senza estrarlo dalla busta di confezionamento e le lenticchie con le foglie di alloro, di slava e lo scalogno che averte opportunamente mondato. Il tempo di cottura è uguale: circa 20 minuti. Trascorso il tempo, aprite il cotechino e fatelo raffreddare in un piatto, scolate le lenticchie: togliete solo le foglie di alloro e frullate tre quarti delle lenticchie col mixer condendo con quattro cucchiai di olio extravergine e aggiustando di sale. Se frullate le lenticchie ancora calde l’operazione sarà più facile. Ora stendete la pasta brisé su una placca da forno conservando la carta forno, stendete sulla pasta le fette di prosciutto e su una metà circa del disco sopra al prosciutto stendete il paté di lenticchie. Poggiate a tre quarti del disco di pasta il cotechino e avvolgetelo avendo cura che lenticchie e prosciutto aderiscano bene alla superficie del cotechino. Sigillate bene il rotolo. Sbattete l’uovo. Con un coltellino fate delle incisioni in diagonale (a formare una specie di reticolo) sulla parte superiore del rotolo e pennellatelo tutto con l’uovo sbattuto. Andate inforno a 180/190° per una ventina di minuti. Sfornate e portate in tavola con contorno delle altre lenticchie condite con l’extravergine rimasto, il sale e se volete con qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire ai piccoli la pasta brisé con il prosciutto e il paté di lenticchie.
Abbinamenti – Noi abbiamo scelto un Bolgheri Doc uvaggio bordolese di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot, ne trovate di ottimi anche in Alto Adige e in Veneto. In alternativa vanno benissimo un ottimo Lambrusco o una Bonarda frizzante dell’Oltrepò.
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Esistono dei retroscena su un chiacchierato precedente accordo, e certo gli interrogativi sulla tenuta del diritto internazionale emergono lampanti dalla vicenda. Qui ci concentriamo però sulle conseguenze per l’economia dell’energia derivanti dalla spettacolare manovra di ieri.
I temi principali sono due. Il primo riguarda il petrolio, naturalmente, e suona come un de profundis per la transizione energetica. Il Venezuela possiede le più grandi riserve certe di petrolio al mondo, più di 300 miliardi di barili, pari al 20% mondiale (seguono l’Arabia Saudita con 267 miliardi e l’Iran con 209 miliardi di barili). Se aveva senso per Washington tenersi buoni amici gli arabi, ha ancora più senso, nell’ottica statunitense, fare in modo che le enormi riserve venezuelane siano gestite da un governo amico.
Il petrolio venezuelano è greggio denso e pesante, proprio ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Come nel caso dell’Iran, sanzioni, investimenti scarsi e vincoli infrastrutturali limitano però la produzione, ferma a meno di un milione di barili al giorno, un terzo rispetto a 20 anni fa e circa l’1% dell’offerta mondiale. Ora è presto per capire chi e come governerà il Venezuela, ma se ci fosse una leadership filoamericana le sanzioni potrebbero finire molto presto e nuovi quantitativi di greggio potrebbero riversarsi sul mercato. Se fosse così, i prezzi del greggio, in un mercato già piuttosto fornito, potrebbero scendere anche del 20% nel tempo, in assenza di turbative altrove (certo sempre possibili).
Vorrebbe dire che Chevron, unica major operante nel paese, Exxon e gli altri grandi attori del mercato petrolifero potrebbero precipitarsi sulle immense riserve di petrolio e sfruttarne la capacità. Non sarebbe un passaggio immediato, ma questo sposterebbe gli equilibri che riguardano altri grandi produttori. Con una offerta aggiuntiva importante di olio venezuelano calerebbero in modo consistente le entrate per la Russia e l’Iran, ad esempio, regimi per cui il petrolio è fondamentale per l’equilibrio economico. Ne soffrirebbe l’Opec, che avrebbe ancora meno influenza sui prezzi, potendo controllare una minore quota di offerta.
Chi ne farebbe le spese, tra gli acquirenti, sarebbe la Cina, oggi praticamente unica destinataria delle magre esportazioni venezuelane. Forse è un caso, ma proprio poche ore prima del blitz americano si trovava a Caracas per un incontro con Maduro l’inviato speciale di Xi Jinping, Qiu Xiaoqi, durante il quale è stato confermato il legame amichevole tra i due Paesi. Il problema di Pechino non deriva tanto dai quantitativi di greggio, comunque modesti, ma dalla perdita di un alleato in una posizione strategica assai vicina agli Stati Uniti.
In questione vi è in effetti tutto il Sudamerica, e questo è il secondo tema che emerge dalla vicenda. Con questa azione, Donald Trump conferma di considerare il Sudamerica il «giardino di casa» e di non tollerare le intrusioni della Cina e la presenza di governi considerati ostili. Questo è piuttosto chiaro e non è una novità.
Ma ora si apre una nuova prospettiva: dopo le vittorie elettorali della destra in Bolivia, Cile e Argentina, appare sempre più chiaro che Washington sta costruendo in America Latina una base industriale importantissima per sé. In Sudamerica vi sono enormi riserve di materiali critici (argomento di cui abbiamo parlato diffusamente sulla Verità nelle settimane scorse), oltre che di energia. Ciò che ora si comincia a delineare è un allargamento della sfera di influenza degli Stati Uniti su un patrimonio di metalli strategici come rame, litio, terre rare, presenti abbondantemente in Cile e Argentina, ed ora anche, in prospettiva, sulle maggiori riserve di petrolio, quelle venezuelane. Un’azione come quella di ieri mette sull’attenti tutti i governi sudamericani (quello colombiano in primis) ed è un fermo altolà alle ambizioni cinesi di penetrare nel subcontinente. Se Washington riuscisse davvero a imporre il proprio controllo su tale enorme massa di materie prime e di energia, sarebbe in grado di creare una propria filiera industriale tecnologica avanzata senza dover dipendere dalla Cina.
Quello che appare chiaro è che la transizione energetica all’europea è ormai un logoro vessillo nel pieno di un uragano. Con la mossa decisa di Washington, le ambizioni energetiche dell’Unione europea si rivelano ancora più disastrose e inconsistenti, non supportate da una reale capacità di incidere. Oggi serve energia abbondante e a basso prezzo, sembra finita la ricreazione dei regolamenti attraverso cui modellare un mondo inesistente.
Ora però la questione riguarda anche la sicurezza degli investimenti. Se con azioni di forza si scavalca l’ordine apparente, il profilo di rischio sale per tutte le classi di investimento. Che cosa è «sicuro» oggi? Diventa più difficile stabilirlo, e se sale il rischio salgono i rendimenti. Dobbiamo aspettarci turbolenze sui mercati, nei prossimi mesi, mentre si discute su cosa è legittimo e cosa non lo è, cosa è sicuro e cosa no.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Segue predisposizione di un’azione ficcante: «In collaborazione con l’Alta rappresentante Kaja Kallas e gli Stati membri stiamo assicurando che i cittadini europei presenti in Venezuela possano contare sul pieno supporto dell’Ue». Nessuno però, né dalla Casa Bianca, né dal Pentagono, né della Nato, dove c’è pure la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, amicissimo di Maduro, ha avvertito Bruxelles.
A Palazzo Berlaymont, deserto causa strapagate ferie natalizie, hanno saputo dalle agenzie dell’attacco americano e della «cattura» di Nicolás Maduro e della «presidenta» Cilia Flores, la «primiera combattente», personaggio non gradito in quasi tutta l’America, non isole comprese perché a Cuba il regime comunista la idolatra.
A conferma del nulla che conta l’Ue nel mondo c’è anche la dichiarazione tonitruante del presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, che minaccia, via X dell’inviso Elon Musk: «Seguo con grande preoccupazione la situazione in Venezuela. L’Unione europea chiede una de-escalation e una risoluzione nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite». E poi con il copia incolla anche lui assicura che ha sentito la Kallas. L’Alta rappresentante, per molte ore, a dispetto del cognome che ricorda la più eccelsa soprano del Novecento, è parsa afasica. Poi si è palesata su X: «Ho parlato con il Segretario di Stato Marco Rubio e col nostro ambasciatore a Caracas. Stiamo monitorando attentamente la situazione in Venezuela. L’Ue ha ripetutamente affermato che Maduro è privo di legittimità e ha difeso una transizione pacifica. In ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati. Chiediamo moderazione. La sicurezza dei cittadini dell’Ue nel Paese è la nostra massima priorità». E qui sta il grande imbarazzo di Bruxelles. Non tutta l’Europa è contro Maduro; c’è, verso il dittatore venezuelano, una simpatia bipartisan, del socialista spagnolo Pedro Sánchez e di Viktor Orbán (la Russia e la Cina hanno sempre protetto Maduro); e anche la Grecia aveva buone relazioni con Caracas. Infine è ancora fresca la spaccatura dell’Eurocamera nel settembre del 2024, quando si votò una risoluzione di condanna di Maduro, riconoscendo la presidenza di Edmundo González Urrutia come «legittima e democraticamente eletta» e si denunciarono i brogli elettorali. Quella risoluzione passò con 309 voti a favore, 201 contrari e 12 astenuti, con un’alleanza anti-maggioranza Ursula del Ppe con la destra. Ferocemente contrari furono i movimenti di ultrasinistra, e questo spiega perché Giuseppe Conte, M5s, insieme alla coppia di fatto di Avs, urli a Giorgia Meloni di condannare il presidente americano per la «palese violazione del diritto internazionale». Ma anche i socialisti - Pd compreso - votarono contro. La diplomazia di Washington lo sa e dunque ignora Bruxelles.
Non ci sta Pina Picerno, la pasionaria del Pd anti Schlein che però sente il richiamo della foresta del socialismo e, da vicepresidente dell’Eurocamera, pontifica: «Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie». Non contenta, la Picerno sprona l’Ue: «Trump, Putin e Xi si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza. Senza diritto internazionale, senza multilateralismo credibile, la forza non produce giustizia: produce solo nuovi precedenti pericolosi. All’Europa è chiesto un impegno definitivo per riaffermare il diritto internazionale contro le aggressioni delle potenze globali autocratiche e cleptocratiche. La libertà e la democrazia sono nelle mani dei popoli, non delle dottrine di Trump, Putin e Xi». Sarebbe facile ricordare all’onorevole Picerno che Trump è stato votato da 78 milioni di americani e che lei è vicepresidente dell’Eurocamera con 527 preferenze; sta di fatto, però, che l’Europa ha condannato Maduro, ma lo ha lasciato lì. Trump invece ha risolto la pratica. Capita, se si è il due di bastoni quando l’asso di briscola è denari.
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Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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