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2020-05-27
No della giunta al processo a Salvini. Decisivi l’ex M5s e la grillina pentita
Francesco Bonifazi (Ansa)
Con 13 voti a favore della relazione del presidente, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, 7 contrari e 3 astenuti, la giunta delle immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sul caso Open Arms, il nome della nave della Ong alla quale l'allora titolare del Viminale negò per alcuni giorni, nell'agosto 2019, l'approdo a Lampedusa e lo sbarco di 107 persone salvate in acque libiche e internazionali. La giunta ha quindi stabilito che Salvini agì per un preminente interesse pubblico di governo, respingendo la richiesta del tribunale dei Ministri di Palermo, che vuole processare il leader della Lega per sequestro di persona e omissione di atti di ufficio, commessi abusando del ruolo di ministro dell'Interno. Ora la palla passa all'aula del Senato, che entro 30 giorni affronterà il caso. A favore della relazione di Gasparri, dunque contro la richiesta di autorizzazione a procedere, hanno votato i 5 senatori della Lega presenti in giunta, i 4 di Fi, Alberto Balboni di Fdi, Durnwalder Meinhard delle Autonomie, l'ex M5s Mario Michele Giarrusso e la senatrice pentastellata, Alessandra Riccardi.
Contro la relazione di Gasparri e quindi a favore del processo si sono dichiarati i 4 senatori del M5s, Anna Rossomando del Pd, Pietro Grasso di Leu e l'ex M5s Gregorio De Falco. I 3 senatori di Italia viva, Francesco Bonifazi, Giuseppe Cucca e Nadia Ginetti, non hanno partecipato al voto.
L'esito della votazione appare chiaro alle 10 e 31 di ieri mattina, quando i senatori renziani annunciano che non parteciperanno alla votazione: «Italia viva», comunica il capogruppo in giunta, Francesco Bonifazi, «ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all'aula. Non c'è stata a nostro parere un'istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti. La motivazione principale per cui Italia viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l'esclusiva riferibilità all'ex ministro dell'Interno dei fatti contestati. Diversamente», aggiunge Bonifazi, «pare che le determinazioni assunte da quest'ultimo abbiano sempre incontrato, direttamente o indirettamente, l'avallo governativo». Una bella frecciata velenosa diretta al premier Giuseppe Conte e a tutto il M5s, che all'epoca dei fatti condividevano in tutto e per tutto con Salvini le politiche contro l'immigrazione clandestina, compresa quella dei cosiddetti «porti chiusi».
Mezz'ora dopo, alle 11, inizia la riunione della giunta, e arriva l'altra sorpresa: la senatrice del M5s, Alessandra Riccardi, annuncia il suo voto in dissenso dal partito e contro la richiesta di autorizzazione a procedere. Alle 11 e 36 la seduta si chiude con il risultato di 13 a 7: le astensioni dei renziani non risultano quindi determinanti, ma resta il segnale politico molto forte nei confronti degli alleati di governo. Salvini commenta subito dopo l'esito della votazione in diretta Facebook: «Una buona notizia in periodi di attacchi», dice il leader del Carroccio, «la buona notizia è che la giunta del Senato ha appena detto no all'ennesimo processo a mio carico. È finita 13 a 7, una senatrice grillina e un ex senatore grillino hanno votato non a mio favore, ma a favore ma della decisione di un ministro condivisa da tutto il governo. Grazie ai senatori che hanno votato liberamente. Questi migranti raccolti in acque maltesi da una Ong spagnola», ricorda Salvini, «vennero in Italia infrangendo qualunque regola. La giunta ha detto che avevo ragione, adesso la parola passa all'aula, vedremo. Io non sono preoccupato, so di aver fatto il mio dovere».
Salvini è inevitabilmente molto soddisfatto: «I senatori», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «hanno votato liberamente stabilendo che tutto il governo era d'accordo, anche quel pezzo di governo M5s, da Conte a Di Maio, che dice: no, non sapevamo nulla, non eravamo d'accordo. Ma come? Era nel programma comune di governo. La giunta ha stabilito che ho fatto il mio dovere da ministro. Io non ho cambiato idea rispetto all'anno scorso, altri sì».
«Se il M5s mi espellerà», dice la senatrice Riccardi, «perché ho votato secondo quella che ritengo la giusta applicazione della legge mi assumerò le mie responsabilità. Io rispondo del mio voto. Salvini agì in sintonia con la politica del governo. Io in giunta ho sempre votato secondo scienza e coscienza, sulla base delle carte: secondo me», aggiunge la Riccardi, «come nel caso della Diciotti la linea politica del governo sui flussi non era venuta meno. «Io tentato di passare alla Lega? No», commenta il senatore ex M5s Mario Michele Giarrusso, «sono tentato da tante cose ma di certo non di passare alla Lega. Non ho nemmeno chiesto di passare al gruppo Misto. Ho solo espresso la mia posizione in giunta, che è la medesima di quando ero capogruppo del M5S all'epoca del caso Diciotti. Proposte? Se ne ricevono, anche Davide Faraone mi ha proposto di aderire a Italia viva».
In serata, Salvini torna a esternare: «Con Renzi», dice il leader del centrodestra a Radio Radio, «siamo il giorno e la notte: lui ha creato questo governo e lo sostiene, lui la settimana scorsa ha salvato Bonafede. Quello che facevo contro gli scafisti non era scritto in un bigliettino segreto, era nel programma di governo, quindi come fai a non saperlo».
A Salvini arrivano le congratulazione del premier ungherese Viktor Orban. E' lo stesso Salvini a rendere noto il messaggio che gli ha inviato Orbán: «Dear friend, Congratulation. L'Ungheria è con te, Matteo! Viktor». «Grazie di cuore», risponde Salvini. All'ex ministro dell'Interno arrivano le congratulazione di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Intanto, riesplode l'ennesima rissa interna alla presunta maggioranza giallorossa: «Il voto della giunta del Senato», attacca la senatrice Loredana De Petris, di Leu, «che ha negato l'autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso della Open Arms è un fatto molto grave. Italia viva, anche se la sua astensione non è stata determinante, si sta assumendo una responsabilità pesante».
Ma l’Aula può ribaltare il verdetto
Dopo il «no» della giunta delle immunità all'autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega, Matteo Salvini, ora la palla passa all'Aula del Senato, che potrà confermare o ribaltare questa prima valutazione.
Abbiamo chiesto al presidente della giunta delle immunità del Senato, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, autore della relazione che si opponeva all'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini che è stata approvata ieri, come procederà l'iter. «Ora», spiega Gasparri alla Verità, «ci sarà una relazione in Aula che sostanzialmente sarà la stessa che è andata in giunta ed è stata approvata. Si valuterà se è il caso di fare una sintesi, ma l'impianto della proposta resterà quello che abbiamo discusso in giunta, quindi a parte magari qualche ritocco formale, non credo che modificheremo nulla. La data della trattazione in Aula verrà stabilita non più dalla giunta, ma dalla conferenza dei capigruppo, insieme alla presidente Elisabetta Alberti Casellati. Scriveremo una lettera alla presidenza, riferendo l'esito della votazione, e quindi la presidenza del Senato riceverà notizia ufficiale della conclusione dell'iter in giunta».
Che tempi si prevedono per la discussione in Aula? «Il termine per andare in aula è di 30 giorni, quindi nel giro di qualche settimana, la discussione verrà calendarizzata. Il dibattito si aprirà con la mia relazione all'Aula che illustrerà la vicenda che la giunta ben conosce. Discussione e votazione avverranno in un'unica seduta». Il risultato può essere ribaltato dall'Aula? «Sì. Attenzione: per poter respingere la richiesta di autorizzazione a procedere da parte della magistratura», sottolinea Maurizio Gasparri, «ci vuole un quorum qualificato, ovvero sono necessari 161 voti, la metà più uno dei membri del Senato. Quindi ora tutto ritorna in ballo. Cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo». Quindi anche se Italia viva, ad esempio, dovesse astenersi in aula, non darebbe una mano a Salvini? «Per respingere la richiesta di autorizzazione a procedere», evidenzia Gasparri, «sono necessari sempre e comunque 161 voti, la maggioranza assoluta dei componenti del Senato. Ci devono essere 161 voti favorevoli alla mia relazione, che propone di respingere la richiesta, il numero dei votanti non c'entra nulla. Per fare un esempio: se alla votazione partecipassero 280 senatori, 150 dei quali approvassero la mia relazione contro l'autorizzazione a procedere e 130 la respingessero, la relazione non passerebbe comunque. Ci vogliono 161 voti».
In sostanza, se Italia viva volesse contribuire a evitare il processo a Matteo Salvini sulla vicenda Open Arms, non le sarebbe sufficiente non partecipare al voto, come è accaduto ieri mattina in giunta, ma i senatori renziani dovrebbero unire i loro voti a quelli del centrodestra, sperando di riuscire a raggiungere quota 161. Da solo, il centrodestra non avrebbe, almeno sulla carta, numeri sufficienti per raggiungere la fatidica quota 161: la coalizione si ferma a 140 senatori, cui, per il momento, pare si possano aggiungere massimo tre «aiutini» esterni: Mario Giarrusso, Alessandra Riccardi (che hanno già votato contro il processo in Giunta) e Gianluigi Paragone, espulso dal M5s.
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L'organo parlamentare capovolge il giudizio rispetto al caso Gregoretti. Giarrusso: «Sono stato coerente». Alessandra Riccardi si ribella a Vito Crimi: «Fu scelta condivisa». Astenuti i renziani. Il Capitano: «Ho fatto il mio dovere».Palazzo Madama si esprimerà entro giugno. Per evitare di finire alla sbarra, al leghista serviranno 161 senatori: il centrodestra, con qualche «aiutino», per adesso arriva a 143.Lo speciale contiene due articoliCon 13 voti a favore della relazione del presidente, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, 7 contrari e 3 astenuti, la giunta delle immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sul caso Open Arms, il nome della nave della Ong alla quale l'allora titolare del Viminale negò per alcuni giorni, nell'agosto 2019, l'approdo a Lampedusa e lo sbarco di 107 persone salvate in acque libiche e internazionali. La giunta ha quindi stabilito che Salvini agì per un preminente interesse pubblico di governo, respingendo la richiesta del tribunale dei Ministri di Palermo, che vuole processare il leader della Lega per sequestro di persona e omissione di atti di ufficio, commessi abusando del ruolo di ministro dell'Interno. Ora la palla passa all'aula del Senato, che entro 30 giorni affronterà il caso. A favore della relazione di Gasparri, dunque contro la richiesta di autorizzazione a procedere, hanno votato i 5 senatori della Lega presenti in giunta, i 4 di Fi, Alberto Balboni di Fdi, Durnwalder Meinhard delle Autonomie, l'ex M5s Mario Michele Giarrusso e la senatrice pentastellata, Alessandra Riccardi.Contro la relazione di Gasparri e quindi a favore del processo si sono dichiarati i 4 senatori del M5s, Anna Rossomando del Pd, Pietro Grasso di Leu e l'ex M5s Gregorio De Falco. I 3 senatori di Italia viva, Francesco Bonifazi, Giuseppe Cucca e Nadia Ginetti, non hanno partecipato al voto. L'esito della votazione appare chiaro alle 10 e 31 di ieri mattina, quando i senatori renziani annunciano che non parteciperanno alla votazione: «Italia viva», comunica il capogruppo in giunta, Francesco Bonifazi, «ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all'aula. Non c'è stata a nostro parere un'istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti. La motivazione principale per cui Italia viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l'esclusiva riferibilità all'ex ministro dell'Interno dei fatti contestati. Diversamente», aggiunge Bonifazi, «pare che le determinazioni assunte da quest'ultimo abbiano sempre incontrato, direttamente o indirettamente, l'avallo governativo». Una bella frecciata velenosa diretta al premier Giuseppe Conte e a tutto il M5s, che all'epoca dei fatti condividevano in tutto e per tutto con Salvini le politiche contro l'immigrazione clandestina, compresa quella dei cosiddetti «porti chiusi».Mezz'ora dopo, alle 11, inizia la riunione della giunta, e arriva l'altra sorpresa: la senatrice del M5s, Alessandra Riccardi, annuncia il suo voto in dissenso dal partito e contro la richiesta di autorizzazione a procedere. Alle 11 e 36 la seduta si chiude con il risultato di 13 a 7: le astensioni dei renziani non risultano quindi determinanti, ma resta il segnale politico molto forte nei confronti degli alleati di governo. Salvini commenta subito dopo l'esito della votazione in diretta Facebook: «Una buona notizia in periodi di attacchi», dice il leader del Carroccio, «la buona notizia è che la giunta del Senato ha appena detto no all'ennesimo processo a mio carico. È finita 13 a 7, una senatrice grillina e un ex senatore grillino hanno votato non a mio favore, ma a favore ma della decisione di un ministro condivisa da tutto il governo. Grazie ai senatori che hanno votato liberamente. Questi migranti raccolti in acque maltesi da una Ong spagnola», ricorda Salvini, «vennero in Italia infrangendo qualunque regola. La giunta ha detto che avevo ragione, adesso la parola passa all'aula, vedremo. Io non sono preoccupato, so di aver fatto il mio dovere». Salvini è inevitabilmente molto soddisfatto: «I senatori», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «hanno votato liberamente stabilendo che tutto il governo era d'accordo, anche quel pezzo di governo M5s, da Conte a Di Maio, che dice: no, non sapevamo nulla, non eravamo d'accordo. Ma come? Era nel programma comune di governo. La giunta ha stabilito che ho fatto il mio dovere da ministro. Io non ho cambiato idea rispetto all'anno scorso, altri sì».«Se il M5s mi espellerà», dice la senatrice Riccardi, «perché ho votato secondo quella che ritengo la giusta applicazione della legge mi assumerò le mie responsabilità. Io rispondo del mio voto. Salvini agì in sintonia con la politica del governo. Io in giunta ho sempre votato secondo scienza e coscienza, sulla base delle carte: secondo me», aggiunge la Riccardi, «come nel caso della Diciotti la linea politica del governo sui flussi non era venuta meno. «Io tentato di passare alla Lega? No», commenta il senatore ex M5s Mario Michele Giarrusso, «sono tentato da tante cose ma di certo non di passare alla Lega. Non ho nemmeno chiesto di passare al gruppo Misto. Ho solo espresso la mia posizione in giunta, che è la medesima di quando ero capogruppo del M5S all'epoca del caso Diciotti. Proposte? Se ne ricevono, anche Davide Faraone mi ha proposto di aderire a Italia viva».In serata, Salvini torna a esternare: «Con Renzi», dice il leader del centrodestra a Radio Radio, «siamo il giorno e la notte: lui ha creato questo governo e lo sostiene, lui la settimana scorsa ha salvato Bonafede. Quello che facevo contro gli scafisti non era scritto in un bigliettino segreto, era nel programma di governo, quindi come fai a non saperlo». A Salvini arrivano le congratulazione del premier ungherese Viktor Orban. E' lo stesso Salvini a rendere noto il messaggio che gli ha inviato Orbán: «Dear friend, Congratulation. L'Ungheria è con te, Matteo! Viktor». «Grazie di cuore», risponde Salvini. All'ex ministro dell'Interno arrivano le congratulazione di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Intanto, riesplode l'ennesima rissa interna alla presunta maggioranza giallorossa: «Il voto della giunta del Senato», attacca la senatrice Loredana De Petris, di Leu, «che ha negato l'autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso della Open Arms è un fatto molto grave. Italia viva, anche se la sua astensione non è stata determinante, si sta assumendo una responsabilità pesante».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/no-della-giunta-al-processo-a-salvini-decisivi-lex-m5s-e-la-grillina-pentita-2646099503.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-laula-puo-ribaltare-il-verdetto" data-post-id="2646099503" data-published-at="1590532095" data-use-pagination="False"> Ma l’Aula può ribaltare il verdetto Dopo il «no» della giunta delle immunità all'autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega, Matteo Salvini, ora la palla passa all'Aula del Senato, che potrà confermare o ribaltare questa prima valutazione. Abbiamo chiesto al presidente della giunta delle immunità del Senato, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, autore della relazione che si opponeva all'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini che è stata approvata ieri, come procederà l'iter. «Ora», spiega Gasparri alla Verità, «ci sarà una relazione in Aula che sostanzialmente sarà la stessa che è andata in giunta ed è stata approvata. Si valuterà se è il caso di fare una sintesi, ma l'impianto della proposta resterà quello che abbiamo discusso in giunta, quindi a parte magari qualche ritocco formale, non credo che modificheremo nulla. La data della trattazione in Aula verrà stabilita non più dalla giunta, ma dalla conferenza dei capigruppo, insieme alla presidente Elisabetta Alberti Casellati. Scriveremo una lettera alla presidenza, riferendo l'esito della votazione, e quindi la presidenza del Senato riceverà notizia ufficiale della conclusione dell'iter in giunta». Che tempi si prevedono per la discussione in Aula? «Il termine per andare in aula è di 30 giorni, quindi nel giro di qualche settimana, la discussione verrà calendarizzata. Il dibattito si aprirà con la mia relazione all'Aula che illustrerà la vicenda che la giunta ben conosce. Discussione e votazione avverranno in un'unica seduta». Il risultato può essere ribaltato dall'Aula? «Sì. Attenzione: per poter respingere la richiesta di autorizzazione a procedere da parte della magistratura», sottolinea Maurizio Gasparri, «ci vuole un quorum qualificato, ovvero sono necessari 161 voti, la metà più uno dei membri del Senato. Quindi ora tutto ritorna in ballo. Cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo». Quindi anche se Italia viva, ad esempio, dovesse astenersi in aula, non darebbe una mano a Salvini? «Per respingere la richiesta di autorizzazione a procedere», evidenzia Gasparri, «sono necessari sempre e comunque 161 voti, la maggioranza assoluta dei componenti del Senato. Ci devono essere 161 voti favorevoli alla mia relazione, che propone di respingere la richiesta, il numero dei votanti non c'entra nulla. Per fare un esempio: se alla votazione partecipassero 280 senatori, 150 dei quali approvassero la mia relazione contro l'autorizzazione a procedere e 130 la respingessero, la relazione non passerebbe comunque. Ci vogliono 161 voti». In sostanza, se Italia viva volesse contribuire a evitare il processo a Matteo Salvini sulla vicenda Open Arms, non le sarebbe sufficiente non partecipare al voto, come è accaduto ieri mattina in giunta, ma i senatori renziani dovrebbero unire i loro voti a quelli del centrodestra, sperando di riuscire a raggiungere quota 161. Da solo, il centrodestra non avrebbe, almeno sulla carta, numeri sufficienti per raggiungere la fatidica quota 161: la coalizione si ferma a 140 senatori, cui, per il momento, pare si possano aggiungere massimo tre «aiutini» esterni: Mario Giarrusso, Alessandra Riccardi (che hanno già votato contro il processo in Giunta) e Gianluigi Paragone, espulso dal M5s.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.