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2018-08-19
Mai visto nella storia dei funerali: i fischi se li prende l’opposizione
Ansa
E così piovono pietre su Maurizio Martina e Roberta Pinotti. Insulti, rabbia e fischi per i politici di centrosinistra, nella città rossa, medaglia d'oro della Resistenza: ovazioni e applausi per i loro nemici ed eredi. Insulti e fischi per l'opposizione, applausi scroscianti per il governo. Tutto ribaltato. Non c'è memoria, persino nella complessa letteratura dei funerali che hanno contrappuntato la storia Italiana, di una simile geometria rovesciata. Non c'è memoria, nel calvario dolente della storia italiana, di un tale spaesamento: sempre in questo Paese è accaduto il contrario. Fischiato il governo (qualsiasi governo) per un calcolo, magari grossolano, di responsabilità oggettiva, applaudito chi inseguiva, chi denunciava, chi da fuori puntava il dito. Avevamo conosciuto il silenzio algido, civile e compito, la grandezza della borghesia liberale Italiana a piazza Fontana, nel 1969.
Gli ombrelli sotto la pioggia avevano sconvolto (lo rivelarono gli interrogatori) persino gli imputati: la forza della democrazia contro il terrore. E poi la rabbia incandescente dei funerali politici nella stagione del piombo. I cori al funerale dell'anarchico Franco Serantini a Pisa. O lo sconcerto metafisico del funerale falsificato di Stato di Aldo Moro, nel 1978, con la bara senza cadavere, e i magnifici dinosauri democristiani a piangere lacrime di coccodrillo in prima fila, in una sequenza che Marco Bellocchio trasformò magicamente in cinematografia nel suo Buongiorno notte. Avevano memoria delle grida potenti di Sandro Pertini, che proprio a Genova risuonarono in memoria di Guido Rossa, crivellato di pallottole nella sua macchina dalle Br («Assassini! Assassini! Assassini!») davanti a una piazza impavesata di bandiere rosse: correva l'anno 1980.
Avevamo conosciuto la rabbia dei neri, a Roma, dopo la strage di Acca Larenzia (1978), con i giovani missini che si spinsero fino a chiedere l'incriminazione di un ufficiale dei carabinieri. Abbiamo imparato cosa fosse lo sdegno e la ferita di Bologna in 38 anni di commemorazioni che finivano con salve di fischi nei confronti di qualsiasi governo e di qualsiasi ministro all'ombra delle due torri: immancabili, come un rito e come un'abitudine. E nessuno potrà dimenticare l'ira funesta che iniziò ad ardere, come benzina infiammata, ai funerali di Giovanni Falcone, a Palermo.
Le lacrime strazianti della vedova in diretta, che malgrado le raccomandazioni del sacerdote gridava piangendo: «Non cambieranno... no... non vogliono cambiare!». Quel giorno i poliziotti sfiorarono l'abiura, contestando i ministri e persino il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. E quella stessa rabbia, il rifiuto per il pennacchio postumo di Stato, la toccai con mano anche a San Giuliano, dove capitò a un inconsapevole Carlo Azeglio Ciampi di entrare in una palestra piombata di dolore e costellata di piccole bare bianche da bambino.
Pensavamo di aver visto tutto, in questa variegata zoologia fantastica, nel Paese dove mai nessun governo è riuscito a incarnare il senso dello Stato. Ecco perché ieri, questa passerella in campo largo della Fiera di Genova, questa sequenza da parata che si vira in Vandea è diventata il grandangolo di una fotografia dell'Italia sottosopra. La panoramica dell'Italia che tributa l'ovazione ai due vicepremier (Matteo Salvini e Luigi Di Maio) e sommerge di ingiurie la Pinotti e Martina. Bisognerebbe persino aggiungere che i fischi non erano dedicati soltanto a due persone fisiche, l'ex ministro e il segretario (che ci hanno messo la faccia) ma a tutti i grandi assenti. Ai grandi statisti latitanti - cioè - che quando avvertono la malaparata in favore di telecamera si dissolvono come nebbia al sole. Conosco il coro delle obiezioni che ieri è risuonato nei fortini dell'establishment e nelle redazioni degli scettici: le giustificazioni, gli anatemi, i distinguo. Si dice oggi che quello di Genova è stato un funerale di claque, una manifestazione politica, una Pontida camuffata, un Vaffa day in incognito.
Come se le grandi piazze in Italia si potessero taroccare. Una spiegazione razionale all'invettiva irrazionale. Vero è il contrario: anche quando contengono l'intenzione di una claque, i ruggiti dei funerali diventano fotografie di uno stato d'animo che non si può predeterminare. Anche in questa piazza si è riversato un sentimento profondo dell'Italia battezzata il 4 marzo dalle elezioni politiche.
Rabbia e di identità tradita in cui convergono diverse storie, e mille identità, ma che a Genova è - prima di tutto - il ripudio di una classe dirigente, la fotografia del disincanto di un popolo verso i suoi (ex) rappresentanti, la rabbia per ferite antiche e recentissime. A Genova lo sdegno colpisce chi ha governato per quello che (non) ha fatto, e risparmia chi sta governando per quello che ha fatto o che dà l'impressione di fare. C'è lo stupore per la sinistra che difende i monopoli mentre la destra propone le nazionalizzazioni. Lo sconcerto per i regali ai concessionari e per gli allarmi ignorati, per le perizie dimenticate, per la scarsa vigilanza dei governi, il fastidio per i festini ferragostani dei Benetton, per le manutenzioni non fatte, per le concessioni rinnovate a cuor leggero, per le clausole secretate, per i silenzi di Graziano Delrio di ieri, per 20 anni di discorsi di Claudio Burlando. A Genova ci sono un turbine di cose giuste, o sbagliate, razionali ed irrazionali, che si sovrappongono, ma come sempre accade, sono o diventano vere. Idee, volti e storie catalizzatesi in un'invettiva collettiva. A Genova piovono pietre sul Pd e sul centrosinistra. Saranno utili, questi fischi, solo se i bersagli di questa rabbia non cercheranno la spiegazione facile della trappola, ma quella difficilissima dell'autocritica. Quella che nessuno a sinistra è riuscito ancora a fare.
Luca Telese
La rabbia e l’orgoglio di Genova ferita che chiede giustizia per i suoi morti
Genova. Saranno pure riservati, nascosti e schivi come dice l'arcivescovo Angelo Bagnasco. Però i genovesi che ieri riempivano il grande padiglione della Fiera, con il cuore squarciato dal crollo del ponte sul Polcevera, erano anche arrabbiati. Non è da loro, ma lo erano.
Per qualche istante avevano perso, pur nella compostezza del dolore, la proverbiale sobrietà di una città anche troppo abituata ai lutti. Che alle polemiche e alle lacrime preferisce reagire, rimboccarsi le maniche: si tratti di spalare fango o scavare tra le macerie di un viadotto che non poteva, non doveva, crollare. Difficile dare loro torto se pretendono giustizia. Sarà stata la vista di quelle diciannove bare in mogano ricoperte da cuscini di rose bianche a innescare la contestazione.
Più di tutte, entrava profonda e bruciava nel petto, quella bianca e sormontata da due peluche di Samuele Robbiano, 9 anni, precipitato con mamma e papà nello sgretolarsi del Morandi il giorno prima di Ferragosto. Accanto al feretro, con il viso cereo, la nonna accarezzava il legno ma non piangeva. Probabilmente non ci riusciva. Non ha pianto neppure quando il presidente, Sergio Mattarella, l'ha abbracciata. Sembravano fratello e sorella. Le bare erano diciannove perché per le altre vittime, le famiglie hanno preferito funerali in forma privata nelle città di residenza. Qualcuno ha anche polemizzato sul fatto che lo Stato li ha uccisi e poi li vuole commemorare.
C'è stata anche rabbia, ieri. Fischi e urla diretti tanto alle persone, ma piuttosto al sistema che rappresentavano, alla vecchia politica che doveva vigilare sulla sicurezza del ponte di Brooklyn, come lo chiamavano qui, e non lo ha fatto. In disparte, quasi in incognito forse per non essere riconosciuti, erano presenti anche Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l'Italia e il presidente Fabio Cerchiai. Negli occhi di tutti, anche dei presidenti della Camera, Roberto Fico, e di quello del Senato, Maria Elisabetta Casellati, erano impressi i due monconi di quello che fu un prodigio dell'ingegneria e quel vuoto in mezzo che ha inghiottito auto e camion, che ha anche schiacciato due operai stagionali della nettezza urbana che stavano lavorando in un deposito lì sotto. Che ha lasciato la gente di via Fillak, via Porro e via Della Pietra senza un tetto, almeno 11 caseggiati dovranno essere demoliti.
La folla, oltre 5.000 persone stipate sotto il tetto azzurro del padiglione progettato da Jean Nouvel, ha applaudito l'arrivo del premier, Giuseppe Conte, e dei ministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Che dopo la tragedia sono stati a lungo a Genova, per cercare di trovare una risposta in tempi rapidi, per tentare, con il sindaco Marco Bucci e il governatore Giovanni Toti, di ridare speranza a una città sgomenta. C'è bisogno di strade, di scavalcare il torrente Polcevera, di sbloccare il porto che è il più grande d'Italia e dà impiego a 50.000 persone, di trovare riparo ai 700 sfollati, di individuare i responsabili di un crollo che si poteva evitare. Di Maio, rispondendo a un familiare di una delle vittime che gli chiedeva severità verso la società Autostrade, ha detto: «Stai tranquillo, questi i nostri ponti e le nostre strade non li gestiranno mai più».
Un lungo applauso ha anche salutato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si è intrattenuto con i parenti, sostando davanti a ciascuna bara visibilmente commosso. Ieri aveva il complicato compito di resuscitare la fiducia, più che compromessa, tra lo Stato e i suoi cittadini. Queste le sue parole: «Genova è stata colpita e tutti i genovesi. È una tragedia inaccettabile».
Dolore e compostezza hanno ripreso il posto loro, quando è iniziata la messa del cardinale Bagnasco: «Il crollo del ponte Morandi sul torrente Polcevera ha provocato uno squarcio nel cuore di Genova. La ferita è profonda, è fatta innanzitutto dallo sconfinato dolore per coloro che hanno perso la vita e per i dispersi, per i loro familiari, i feriti, i molti sfollati. Innumerevoli sono i segni di sgomento e di vicinanza giunti non solo dall'Italia, ma anche da molte parti del mondo». Un applauso, il più forte di tutti, ha interrotto l'omelia quando Bagnasco ha citato i vigili del fuoco e la loro «professionalità generosa». E con loro anche gli uomini della protezione civile, i volontari, i carabinieri, i poliziotti e i vigili urbani. Intanto negli interstizi tra le bare allineate crescevano di minuto in minuto i fiori portati dalla gente, anche semplici fiori di campo. Mazzi deposti dai calciatori di Genoa e Sampdoria che ieri, assieme ai presidenti Enrico Preziosi e Massimo Ferrero, sedevano assieme in panchina.
Genova, però, diceva il cardinale Bagnasco nonostante la ferita «non si arrende: l'anima del suo popolo in questi giorni è attraversata da mille pensieri e sentimenti, ma continuerà a lottare. Come altre volte, noi genovesi sapremo trarre dal nostro cuore il meglio, sapremo spremere quanto di buono e generoso vive in noi e che spesso resta riservato, quasi nascosto, schivo. Potremo costruire ponti nuovi e camminare insieme».
Dopo l'arcivescovo ha preso la parola l'imam di Genova, Salah Hussein, per commemorare due cittadini albanesi, di fede musulmana, deceduti nel crollo del viadotto: «Il crollo di un ponte», ha detto, «è la metafora di due punti che non si toccano più. Preghiamo per Genova: saprà rialzarsi con fierezza, la nostra Zena, che in arabo significa la bella, che è nei nostri cuori». Anche lui è stato applaudito dalla folla che ieri ha abbracciato Genova.
Carlo Piano
Sale a 43 la conta dei cadaveri
La scorsa notte i soccorritori hanno trovato i resti di tre corpi all'interno di un'auto Hyundai nel greto del torrente Polcevera. Prima di essere portati all'obitorio dell'ospedale San Martino sono stati esaminati dalla Scientifica: sono i componenti della famiglia Cecala, il papà Cristian, la mamma Dawna e la piccola Kristal, di appena 9 anni. La loro auto, completamente schiacciata, era stata individuata sotto un grosso blocco di cemento che faceva parte del pilone della struttura crollata.
Cristian Cecala, la moglie Dawna Munroe e la loro figlia Crystal erano partiti martedì mattina da Oleggio, in provincia di Novara, per andare in auto a Livorno, dove avrebbero dovuto prendere un traghetto per raggiungere l'isola d'Elba. Li attendeva una zia, con cui avrebbero trascorso qualche giorno di vacanza al mare. Cristian, 43 anni, lavorava insieme al fratello Antonio nell'impresa edile di famiglia. Alcuni anni fa aveva conosciuto Dawna, di origine giamaicana, e nel 2008 si erano sposati. L'anno successivo avevano avuto una bambina, che stava viaggiando in auto con loro al momento della tragedia. Ieri sotto il ponte Morandi è arrivato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prima dei funerali di Stato: si è fermato venti minuti sul luogo del disastro e davanti all'auto della famiglia Cecala è apparso commosso.
A fine mattinata, inoltre, è stato trovato anche il cadavere dell'ultimo disperso, Mirko Vicini, dipendente dell'Amiu, 30 anni. Il giovane è stato schiacciato dalla massa di blocchi di cemento armato riversatasi sulle strade sottostanti. Era riuscito a trovare un lavoro stagionale da fine luglio all'Amiu: il padre, che lavorava come operatore ecologico, lo aveva incoraggiato a entrare nell'azienda comunale. Aveva già lavorato all'Amiu altre volte con contratti a termine, ma stavolta non era in servizio in centro ma all'isola ecologica del Polcevera. Era contento del cambio perché si trovava più vicino a casa.
Martedì, attorno a mezzogiorno, Mirko aveva finito il turno e si stava recando alla doccia per lavarsi: quando due colleghi si sono girati verso la zona dei bagni, quest'ultima non c'era più. Al suo posto c'erano le macerie di un pilone del viadotto. Con lui è morto anche un altro operaio stagionale, Bruno Casagrande,
La madre di Mirko, Paola, aveva dormito per giorni accanto alle macerie nella speranza di riabbracciare vivo il figlio: «Non me ne vado finché non lo trovano», spiegava, «non voglio andare a casa, voglio aspettare qui, voglio esserci quando lo troveranno». Con la morte di uno dei feriti, Marian Rosca, autista romeno di 36 anni, il bilancio delle vittime sale a 43. Non era invece nel capoluogo ligure il 14 agosto, invece, il cittadino tedesco Loohuis Albert per cui si è temuto nelle ultime ore. Ha telefonato lui stesso alla Prefettura di Genova: è vivo, sta bene, ed era in giro per l'Italia in vacanza. Insieme con lui c'è anche il suo cane, anche questo dato per disperso.
La lista dei dispersi è ora azzerata ma la protezione civile avverte che potrebbero esserci altre vittime di cui non è stata denunciata la scomparsa.
Carlo Piano
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L'Italia ha conosciuto esequie drammatiche e contestate, da piazza Fontana a Giovanni Falcone. Ma per la prima volta un governo in carica viene applaudito assieme al presidente Sergio Mattarella. Mugugni e sibili, invece, per Maurizio Martina e Roberta Pinotti.La rabbia e l'orgoglio di Genova ferita che chiede giustizia per i suoi morti. Ieri l'ultimo saluto alle vittime del crollo del ponte Morandi. Presenti tutte le autorità, ovazione a pompieri e volontari.Sale a 43 la conta dei cadaveri. Ritrovato il corpo dell'ultimo disperso, un operaio Amiu schiacciato dalle macerie. Nel frattempo è deceduto anche uno dei feriti, un autista romeno di 36 anni.Lo speciale contiene tre articoliE così piovono pietre su Maurizio Martina e Roberta Pinotti. Insulti, rabbia e fischi per i politici di centrosinistra, nella città rossa, medaglia d'oro della Resistenza: ovazioni e applausi per i loro nemici ed eredi. Insulti e fischi per l'opposizione, applausi scroscianti per il governo. Tutto ribaltato. Non c'è memoria, persino nella complessa letteratura dei funerali che hanno contrappuntato la storia Italiana, di una simile geometria rovesciata. Non c'è memoria, nel calvario dolente della storia italiana, di un tale spaesamento: sempre in questo Paese è accaduto il contrario. Fischiato il governo (qualsiasi governo) per un calcolo, magari grossolano, di responsabilità oggettiva, applaudito chi inseguiva, chi denunciava, chi da fuori puntava il dito. Avevamo conosciuto il silenzio algido, civile e compito, la grandezza della borghesia liberale Italiana a piazza Fontana, nel 1969. Gli ombrelli sotto la pioggia avevano sconvolto (lo rivelarono gli interrogatori) persino gli imputati: la forza della democrazia contro il terrore. E poi la rabbia incandescente dei funerali politici nella stagione del piombo. I cori al funerale dell'anarchico Franco Serantini a Pisa. O lo sconcerto metafisico del funerale falsificato di Stato di Aldo Moro, nel 1978, con la bara senza cadavere, e i magnifici dinosauri democristiani a piangere lacrime di coccodrillo in prima fila, in una sequenza che Marco Bellocchio trasformò magicamente in cinematografia nel suo Buongiorno notte. Avevano memoria delle grida potenti di Sandro Pertini, che proprio a Genova risuonarono in memoria di Guido Rossa, crivellato di pallottole nella sua macchina dalle Br («Assassini! Assassini! Assassini!») davanti a una piazza impavesata di bandiere rosse: correva l'anno 1980. Avevamo conosciuto la rabbia dei neri, a Roma, dopo la strage di Acca Larenzia (1978), con i giovani missini che si spinsero fino a chiedere l'incriminazione di un ufficiale dei carabinieri. Abbiamo imparato cosa fosse lo sdegno e la ferita di Bologna in 38 anni di commemorazioni che finivano con salve di fischi nei confronti di qualsiasi governo e di qualsiasi ministro all'ombra delle due torri: immancabili, come un rito e come un'abitudine. E nessuno potrà dimenticare l'ira funesta che iniziò ad ardere, come benzina infiammata, ai funerali di Giovanni Falcone, a Palermo. Le lacrime strazianti della vedova in diretta, che malgrado le raccomandazioni del sacerdote gridava piangendo: «Non cambieranno... no... non vogliono cambiare!». Quel giorno i poliziotti sfiorarono l'abiura, contestando i ministri e persino il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. E quella stessa rabbia, il rifiuto per il pennacchio postumo di Stato, la toccai con mano anche a San Giuliano, dove capitò a un inconsapevole Carlo Azeglio Ciampi di entrare in una palestra piombata di dolore e costellata di piccole bare bianche da bambino.Pensavamo di aver visto tutto, in questa variegata zoologia fantastica, nel Paese dove mai nessun governo è riuscito a incarnare il senso dello Stato. Ecco perché ieri, questa passerella in campo largo della Fiera di Genova, questa sequenza da parata che si vira in Vandea è diventata il grandangolo di una fotografia dell'Italia sottosopra. La panoramica dell'Italia che tributa l'ovazione ai due vicepremier (Matteo Salvini e Luigi Di Maio) e sommerge di ingiurie la Pinotti e Martina. Bisognerebbe persino aggiungere che i fischi non erano dedicati soltanto a due persone fisiche, l'ex ministro e il segretario (che ci hanno messo la faccia) ma a tutti i grandi assenti. Ai grandi statisti latitanti - cioè - che quando avvertono la malaparata in favore di telecamera si dissolvono come nebbia al sole. Conosco il coro delle obiezioni che ieri è risuonato nei fortini dell'establishment e nelle redazioni degli scettici: le giustificazioni, gli anatemi, i distinguo. Si dice oggi che quello di Genova è stato un funerale di claque, una manifestazione politica, una Pontida camuffata, un Vaffa day in incognito. Come se le grandi piazze in Italia si potessero taroccare. Una spiegazione razionale all'invettiva irrazionale. Vero è il contrario: anche quando contengono l'intenzione di una claque, i ruggiti dei funerali diventano fotografie di uno stato d'animo che non si può predeterminare. Anche in questa piazza si è riversato un sentimento profondo dell'Italia battezzata il 4 marzo dalle elezioni politiche.Rabbia e di identità tradita in cui convergono diverse storie, e mille identità, ma che a Genova è - prima di tutto - il ripudio di una classe dirigente, la fotografia del disincanto di un popolo verso i suoi (ex) rappresentanti, la rabbia per ferite antiche e recentissime. A Genova lo sdegno colpisce chi ha governato per quello che (non) ha fatto, e risparmia chi sta governando per quello che ha fatto o che dà l'impressione di fare. C'è lo stupore per la sinistra che difende i monopoli mentre la destra propone le nazionalizzazioni. Lo sconcerto per i regali ai concessionari e per gli allarmi ignorati, per le perizie dimenticate, per la scarsa vigilanza dei governi, il fastidio per i festini ferragostani dei Benetton, per le manutenzioni non fatte, per le concessioni rinnovate a cuor leggero, per le clausole secretate, per i silenzi di Graziano Delrio di ieri, per 20 anni di discorsi di Claudio Burlando. A Genova ci sono un turbine di cose giuste, o sbagliate, razionali ed irrazionali, che si sovrappongono, ma come sempre accade, sono o diventano vere. Idee, volti e storie catalizzatesi in un'invettiva collettiva. A Genova piovono pietre sul Pd e sul centrosinistra. Saranno utili, questi fischi, solo se i bersagli di questa rabbia non cercheranno la spiegazione facile della trappola, ma quella difficilissima dell'autocritica. Quella che nessuno a sinistra è riuscito ancora a fare.Luca Telese<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mai-visto-nella-storia-dei-funerali-i-fischi-se-li-prende-lopposizione-2596970076.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-rabbia-e-lorgoglio-di-genova-ferita-che-chiede-giustizia-per-i-suoi-morti" data-post-id="2596970076" data-published-at="1781774406" data-use-pagination="False"> La rabbia e l’orgoglio di Genova ferita che chiede giustizia per i suoi morti Genova. Saranno pure riservati, nascosti e schivi come dice l'arcivescovo Angelo Bagnasco. Però i genovesi che ieri riempivano il grande padiglione della Fiera, con il cuore squarciato dal crollo del ponte sul Polcevera, erano anche arrabbiati. Non è da loro, ma lo erano. Per qualche istante avevano perso, pur nella compostezza del dolore, la proverbiale sobrietà di una città anche troppo abituata ai lutti. Che alle polemiche e alle lacrime preferisce reagire, rimboccarsi le maniche: si tratti di spalare fango o scavare tra le macerie di un viadotto che non poteva, non doveva, crollare. Difficile dare loro torto se pretendono giustizia. Sarà stata la vista di quelle diciannove bare in mogano ricoperte da cuscini di rose bianche a innescare la contestazione. Più di tutte, entrava profonda e bruciava nel petto, quella bianca e sormontata da due peluche di Samuele Robbiano, 9 anni, precipitato con mamma e papà nello sgretolarsi del Morandi il giorno prima di Ferragosto. Accanto al feretro, con il viso cereo, la nonna accarezzava il legno ma non piangeva. Probabilmente non ci riusciva. Non ha pianto neppure quando il presidente, Sergio Mattarella, l'ha abbracciata. Sembravano fratello e sorella. Le bare erano diciannove perché per le altre vittime, le famiglie hanno preferito funerali in forma privata nelle città di residenza. Qualcuno ha anche polemizzato sul fatto che lo Stato li ha uccisi e poi li vuole commemorare. C'è stata anche rabbia, ieri. Fischi e urla diretti tanto alle persone, ma piuttosto al sistema che rappresentavano, alla vecchia politica che doveva vigilare sulla sicurezza del ponte di Brooklyn, come lo chiamavano qui, e non lo ha fatto. In disparte, quasi in incognito forse per non essere riconosciuti, erano presenti anche Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l'Italia e il presidente Fabio Cerchiai. Negli occhi di tutti, anche dei presidenti della Camera, Roberto Fico, e di quello del Senato, Maria Elisabetta Casellati, erano impressi i due monconi di quello che fu un prodigio dell'ingegneria e quel vuoto in mezzo che ha inghiottito auto e camion, che ha anche schiacciato due operai stagionali della nettezza urbana che stavano lavorando in un deposito lì sotto. Che ha lasciato la gente di via Fillak, via Porro e via Della Pietra senza un tetto, almeno 11 caseggiati dovranno essere demoliti. La folla, oltre 5.000 persone stipate sotto il tetto azzurro del padiglione progettato da Jean Nouvel, ha applaudito l'arrivo del premier, Giuseppe Conte, e dei ministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Che dopo la tragedia sono stati a lungo a Genova, per cercare di trovare una risposta in tempi rapidi, per tentare, con il sindaco Marco Bucci e il governatore Giovanni Toti, di ridare speranza a una città sgomenta. C'è bisogno di strade, di scavalcare il torrente Polcevera, di sbloccare il porto che è il più grande d'Italia e dà impiego a 50.000 persone, di trovare riparo ai 700 sfollati, di individuare i responsabili di un crollo che si poteva evitare. Di Maio, rispondendo a un familiare di una delle vittime che gli chiedeva severità verso la società Autostrade, ha detto: «Stai tranquillo, questi i nostri ponti e le nostre strade non li gestiranno mai più». Un lungo applauso ha anche salutato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si è intrattenuto con i parenti, sostando davanti a ciascuna bara visibilmente commosso. Ieri aveva il complicato compito di resuscitare la fiducia, più che compromessa, tra lo Stato e i suoi cittadini. Queste le sue parole: «Genova è stata colpita e tutti i genovesi. È una tragedia inaccettabile». Dolore e compostezza hanno ripreso il posto loro, quando è iniziata la messa del cardinale Bagnasco: «Il crollo del ponte Morandi sul torrente Polcevera ha provocato uno squarcio nel cuore di Genova. La ferita è profonda, è fatta innanzitutto dallo sconfinato dolore per coloro che hanno perso la vita e per i dispersi, per i loro familiari, i feriti, i molti sfollati. Innumerevoli sono i segni di sgomento e di vicinanza giunti non solo dall'Italia, ma anche da molte parti del mondo». Un applauso, il più forte di tutti, ha interrotto l'omelia quando Bagnasco ha citato i vigili del fuoco e la loro «professionalità generosa». E con loro anche gli uomini della protezione civile, i volontari, i carabinieri, i poliziotti e i vigili urbani. Intanto negli interstizi tra le bare allineate crescevano di minuto in minuto i fiori portati dalla gente, anche semplici fiori di campo. Mazzi deposti dai calciatori di Genoa e Sampdoria che ieri, assieme ai presidenti Enrico Preziosi e Massimo Ferrero, sedevano assieme in panchina. Genova, però, diceva il cardinale Bagnasco nonostante la ferita «non si arrende: l'anima del suo popolo in questi giorni è attraversata da mille pensieri e sentimenti, ma continuerà a lottare. Come altre volte, noi genovesi sapremo trarre dal nostro cuore il meglio, sapremo spremere quanto di buono e generoso vive in noi e che spesso resta riservato, quasi nascosto, schivo. Potremo costruire ponti nuovi e camminare insieme». Dopo l'arcivescovo ha preso la parola l'imam di Genova, Salah Hussein, per commemorare due cittadini albanesi, di fede musulmana, deceduti nel crollo del viadotto: «Il crollo di un ponte», ha detto, «è la metafora di due punti che non si toccano più. Preghiamo per Genova: saprà rialzarsi con fierezza, la nostra Zena, che in arabo significa la bella, che è nei nostri cuori». Anche lui è stato applaudito dalla folla che ieri ha abbracciato Genova. 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Cristian Cecala, la moglie Dawna Munroe e la loro figlia Crystal erano partiti martedì mattina da Oleggio, in provincia di Novara, per andare in auto a Livorno, dove avrebbero dovuto prendere un traghetto per raggiungere l'isola d'Elba. Li attendeva una zia, con cui avrebbero trascorso qualche giorno di vacanza al mare. Cristian, 43 anni, lavorava insieme al fratello Antonio nell'impresa edile di famiglia. Alcuni anni fa aveva conosciuto Dawna, di origine giamaicana, e nel 2008 si erano sposati. L'anno successivo avevano avuto una bambina, che stava viaggiando in auto con loro al momento della tragedia. Ieri sotto il ponte Morandi è arrivato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prima dei funerali di Stato: si è fermato venti minuti sul luogo del disastro e davanti all'auto della famiglia Cecala è apparso commosso. A fine mattinata, inoltre, è stato trovato anche il cadavere dell'ultimo disperso, Mirko Vicini, dipendente dell'Amiu, 30 anni. Il giovane è stato schiacciato dalla massa di blocchi di cemento armato riversatasi sulle strade sottostanti. Era riuscito a trovare un lavoro stagionale da fine luglio all'Amiu: il padre, che lavorava come operatore ecologico, lo aveva incoraggiato a entrare nell'azienda comunale. Aveva già lavorato all'Amiu altre volte con contratti a termine, ma stavolta non era in servizio in centro ma all'isola ecologica del Polcevera. Era contento del cambio perché si trovava più vicino a casa. Martedì, attorno a mezzogiorno, Mirko aveva finito il turno e si stava recando alla doccia per lavarsi: quando due colleghi si sono girati verso la zona dei bagni, quest'ultima non c'era più. Al suo posto c'erano le macerie di un pilone del viadotto. Con lui è morto anche un altro operaio stagionale, Bruno Casagrande, La madre di Mirko, Paola, aveva dormito per giorni accanto alle macerie nella speranza di riabbracciare vivo il figlio: «Non me ne vado finché non lo trovano», spiegava, «non voglio andare a casa, voglio aspettare qui, voglio esserci quando lo troveranno». Con la morte di uno dei feriti, Marian Rosca, autista romeno di 36 anni, il bilancio delle vittime sale a 43. Non era invece nel capoluogo ligure il 14 agosto, invece, il cittadino tedesco Loohuis Albert per cui si è temuto nelle ultime ore. Ha telefonato lui stesso alla Prefettura di Genova: è vivo, sta bene, ed era in giro per l'Italia in vacanza. Insieme con lui c'è anche il suo cane, anche questo dato per disperso. La lista dei dispersi è ora azzerata ma la protezione civile avverte che potrebbero esserci altre vittime di cui non è stata denunciata la scomparsa. Carlo Piano
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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