Macron tenta di disarticolare l’Ue. Ma il blitz è un pericolo pure per noi
Il lancio della Comunità politica europea evidenzia la sfiducia verso Bruxelles del presidente francese. E ne rivela le mire: disgregare Unione e Nato. Un rischio per il ruolo italiano nel Mediterraneo e nel Patto Atlantico.

Ci mancava pure l’ultima alzata di ingegno di Emmanuel Macron. Gli ottimisti, rischiando di commettere un grave errore di sottovalutazione, derubricheranno la cosa a un’ennesima manifestazione dell’incancellabile aspirazione francese alla grandeur. I realisti, a nostro avviso centrando il problema, già vedono invece il tema come un’iniziativa ambigua, e in prospettiva insidiosissima.

Di che si tratta? Parliamo della Cpe (Comunità politica europea), il forum allargatissimo (27 Paesi membri dell’Ue più altri 17 variamente interessati o candidati a entrarvi) patrocinato in particolare dal presidente francese. Il quale – astutamente – ha colto un’esigenza reale, della quale si parla da anni: dare una cornice ai Paesi che non hanno ancora i requisiti per essere pienamente parte dell’Ue (o che magari possono aspirare ed essere interessati a qualcosa di più di una partnership ma contemporaneamente a qualcosa di meno di una membership), e in ogni caso – in tempi di postpandemia, di crisi energetica e di guerra – aprire uno spazio politico aperto a tutti quelli che possano definirsi collocati, geograficamente ed economicamente, in una macroarea con al centro l’Europa.

I sottovalutatori parlano di un’«Europa di serie B»: insomma una sorta di contentino politico per l’Ucraina, i Paesi balcanici e la Turchia. Ma in realtà l’iniziativa ha acquisito un peso diverso – e maggiore – nel momento in cui, inopinatamente, la scorsa settimana pure il primo ministro britannico Liz Truss ha accettato di parteciparvi.

La logica della Truss è comprensibile (per quanto non condivisibile, in questo caso): dopo Brexit, scelta fortunatamente irreversibile per i britannici, l’Uk cerca comunque un «luogo» politico per rendere più distesi i rapporti con l’Europa continentale. Fossimo nei panni di chi sta a Downing Street, tuttavia, prenderemmo in maggiore considerazione la fulminante battuta su Twitter di Nile Gardiner, già consigliere di Margaret Thatcher e sincero sostenitore della Truss, che Gardiner ha messo sull’avviso in questi termini: «Macron è un totale backstabber. […] Non verrà nulla di buono da questa iniziativa guidata dalla Francia». Per la cronaca, le traduzioni possibili in italiano della parola backstabber sono (dalla più figurata alla più letterale): traditore, uno che fa o dice cose alle spalle, pugnalatore alla schiena.

Sta di fatto che il primo incontro dei 44 convocati si è svolto ieri a Praga, con al centro – ovviamente – i temi della sicurezza e dell’energia. «Condividiamo lo stesso continente e affrontiamo le stesse sfide», ha detto al suo arrivo il presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

Ma, al di là di aspetti tutt’altro che marginali in qualunque forum internazionale (chi decide? Come vengono assunti gli orientamenti? Non c’è il rischio che in futuro un eventuale «segretariato» convocatore precostituisca tutto?), occorre mettere a fuoco da un lato ciò che questa iniziativa rivela e dall’altro i rischi che essa comporta.

Sul primo fronte, si tratta di un’operazione letteralmente rivelatrice della sfiducia verso l’Ue da parte degli stessi più sfrenati eurolirici. Pensiamoci: qualche settimana fa, l’intesa franco-tedesca sull’energia; ora, questo forum allargatissimo. Se l’Ue funzionasse, non ci sarebbe bisogno di tutte queste iniziative di sostituzione, di surroga, di complemento. Ed è curioso che a promuoverle siano proprio coloro che sono più retorici e impettiti nel recitare i mantra pro Ue.

Sul secondo fronte, quello dei rischi e del «non detto», segnaleremmo almeno tre aspetti. Primo: Macron (direbbe Gardiner: confermando la fama di backstabber), proprio mentre sigla intese con la Germania, punta in realtà a sfruttare la debolezza di Berlino in questo momento. L’uomo dell’Eliseo percepisce che stavolta l’Europa può essere a trazione francese più che a trazione tedesca, e cerca di lavorare in questo senso. Secondo: Macron coglie e sfrutta l’inconsistenza della leadership formale dell’Ue (a partire da Ursula von der Leyen), la cui incapacità di conquistare una posizione centrale emerge in tutte le partite decisive, dalla guerra all’energia. Terzo: Macron ha un conto aperto con la Nato (di cui qualche anno fa si affrettò ad annunciare la «morte cerebrale»), non gradisce il peso crescente della Polonia nell’Alleanza atlantica (e, a cascata, nel quadrante Ue), e cerca come può di operare nel senso della disarticolazione, ergendosi a protagonista di un altro tavolo.

Dinanzi a tutto questo, l’Italia (a maggior ragione il futuro governo di centrodestra) farebbe bene a stare molto attenta: già abbiamo potuto vedere come Parigi (nel momento della crisi energetica) si sia «dimenticata» il Trattato del Quirinale. Ora un rinnovato protagonismo francese rappresenterebbe un ostacolo sia alle ambizioni italiane nel Mediterraneo sia a una nostra crescita di peso in ambito Nato. In particolare, Parigi teme un’eventuale mossa (che sarebbe saggia e coraggiosa) da parte di Roma: puntare a rafforzare il nostro posizionamento atlantista, e contestualmente subire meno l’egemonia franco-tedesca in Ue. E però dalle parti dell’Eliseo c’è chi pensa ancora all’Italia come una sorta di non dichiarato ma solidissimo e controllatissimo «protettorato» francese.

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