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2024-12-12
Gara Macron-Orbán per chi risolve per primo il rompicapo ucraino
Viktor Orbán ed Emmanuel Macron (Ansa)
L’insediamento di Donald Trump si avvicina. E intanto, nel Vecchio Continente, si stanno mettendo in moto iniziative diplomatiche in vista delle trattative per risolvere la crisi ucraina. Ieri, Viktor Orbán ha avuto una telefonata con Vladimir Putin. «Stamattina ho avuto una conversazione telefonica di un’ora con il presidente Putin. Stiamo vivendo le settimane più pericolose della guerra in Ucraina. Stiamo usando tutti i mezzi diplomatici disponibili per contribuire a un cessate il fuoco e ai colloqui di pace», ha dichiarato il premier ungherese che, criticato poi da Volodymyr Zelensky per la telefonata, ha accusato quest’ultimo di aver rifiutato un cessate il fuoco a Natale (circostanza negata da Kiev). Dal canto suo, il Cremlino ha riportato che, durante il colloquio, «Putin ha delineato le sue valutazioni fondamentali sugli attuali sviluppi in Ucraina e sulla linea distruttiva del regime di Kiev, che continua a escludere la possibilità di una risoluzione pacifica del conflitto».
Dall’altra parte, oggi Emmanuel Macron incontrerà Donald Tusk, che, appena l’altro ieri, aveva reso noto che le trattative ucraine inizieranno probabilmente quest’inverno. Secondo Politico, i due leader dovrebbero discutere «dell’invio di una forza di mantenimento della pace postbellica in Ucraina». La proposta sarebbe stata avanzata dal presidente francese, anche se - stando a quanto riferito dalla testata - avrebbe, almeno al momento, lasciato fredda la Polonia, che vorrebbe discutere la questione in sede Onu od Osce e non a livello bilaterale.
È comunque interessante notare come, negli scorsi giorni, Trump avesse incontrato sia Orbán che Macron. In particolare, aveva ricevuto il premier ungherese in Florida lunedì, mentre sabato aveva preso parte a un trilaterale all’Eliseo insieme al leader francese e a Volodymyr Zelensky. A tal proposito, ieri Reuters ha rivelato alcuni dettagli del vertice parigino. Nell’occasione, il presidente ucraino aveva fatto presente «la necessità dell’Ucraina di garanzie di sicurezza in un’eventuale conclusione negoziata della guerra con la Russia». Dal canto suo, Trump si era «comportato in modo amichevole, rispettoso e aperto e sembrava essere in modalità ascolto». Durante il meeting, il presidente americano in pectore aveva, in particolare, invocato un cessate il fuoco e il rapido avvio di negoziati.
Insomma, è chiaro che l’avvicinarsi dell’insediamento di Trump sta mutando il paradigma. Ed ecco spiegato l’attivismo diplomatico (e forse in concorrenza) di Orbán e Macron, che puntano a ritagliarsi un ruolo centrale nel processo negoziale. Il tycoon sembra scommettere maggiormente sul premier ungherese. E lo scetticismo mostrato da Varsavia sulle iniziative di Macron testimonia la difficoltà del presidente francese nel farsi strada. In fin dei conti, il capo dell’Eliseo ha un duplice problema. Primo: i suoi rapporti con Trump storicamente non sono mai stati idilliaci. Secondo: Macron, sulla crisi ucraina, ha incarnato tutto e il contrario di tutto. Prima si era presentato come una colomba: telefonava a Putin e diceva che lo zar non andava umiliato. Poi, da quest’anno, si è reinventato falco antirusso ai limiti del bellicismo. Due atteggiamenti contraddittori con cui non ha portato a casa nulla.
Certo, è vero che Trump pretenderà probabilmente un maggiore coinvolgimento degli europei nello scacchiere ucraino anche in termini di peacekeeping, ma difficilmente Macron rientrerà nella strategia politico-diplomatica del tycoon. E comunque attenzione: Trump potrebbe non guardare soltanto a Orbán. Non è infatti escludibile che il tycoon possa coinvolgere nel processo l’India e, soprattutto, la Turchia. Senza infine trascurare Varsavia. Non dimentichiamo infatti che l’inviato speciale per l’Ucraina da lui nominato, Keith Kellogg, aveva avuto un incontro a maggio con l’attuale ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski. D’altronde, la strategia diplomatica che Trump ha intenzione di implementare appare piuttosto articolata. E punta a mettere sotto pressione sia Putin che Zelensky.
Il presidente americano in pectore vuole che il leader ucraino accetti di sedersi al tavolo delle trattative, abbandonando la sua storica precondizione: e cioè che le truppe russe si ritirino unilateralmente dai territori occupati. Si tratta di una richiesta che Trump considera infatti irrealistica. In tal senso, il tycoon ha ventilato l’ipotesi di ridurre l’assistenza a Kiev e non ha confermato né smentito l’esistenza della presunta telefonata che avrebbe avuto con Putin dopo la vittoria elettorale di novembre. Un’ambiguità strategica con cui Trump vuole far capire a Zelensky che, in caso di sua eccessiva rigidità, sarebbe disposto a trattare anche senza di lui. Dall’altra parte, convinto che la pace non possa essere scissa dalla deterrenza, il presidente americano in pectore sta mettendo pressione anche a Putin. Ha enfatizzato il fatto che lo zar ha abbandonato il regime di Bashar Al Assad in Siria, aggiungendo che, in Ucraina, Mosca «ha perso». Inoltre, Trump non ha preso le distanze dall’autorizzazione, concessa a Kiev da Joe Biden, di usare i missili Atacms in territorio russo.
Proprio ieri, Mosca ha accusato l’Ucraina di aver attaccato un aeroporto militare nella città di Taganrog con sei missili di questa tipologia. «Questo attacco con armi occidentali a lungo raggio non rimarrà senza risposta e saranno prese misure appropriate», ha tuonato il ministero della Difesa russo. A novembre, il Cremlino aveva modificato la propria dottrina nucleare, stabilendo che l’impiego di missili a lunga gittata avrebbe potuto consentire una risposta atomica. Inoltre, sempre ieri, un funzionario americano ha riportato all’Associated Press che Mosca potrebbe presto riutilizzare contro l’Ucraina il missile balistico a raggio intermedio già impiegato il 21 novembre.
Forse c’è da preoccuparsi, forse no. Non è insolito che, prima dell’avvio di trattative, venga alzata la tensione. È la de-escalation attraverso l’escalation. Vincerà il più imprevedibile.
Ambasciata, a Roma un Trump texano
Non è ancora ufficiale. Tuttavia, secondo la Cbs, Donald Trump avrebbe probabilmente scelto il prossimo ambasciatore americano in Italia. Si tratterebbe di Tilman Fertitta. Miliardario texano, è presidente e ceo di Landry, una mega società di alberghi, casinò e ristoranti, con un fatturato di circa tre miliardi di dollari e con oltre 50.000 dipendenti. È anche il proprietario degli Houston Rockets, squadra di basket di Houston che compete nella Nba. Negli ultimi giorni, si è inoltre detto interessato a comprare la squadra di football dei New Orleans Saints.
Amico di Trump e storico finanziatore del Partito repubblicano, quattro anni fa, secondo Forbes, effettuò qualche donazione anche alla campagna di Joe Biden. Tra l’altro, Fertitta è un buon amico del senatore democratico dell’Arizona, Mark Kelly: il che potrebbe favorire la ratifica della sua eventuale nomina alla camera alta. Nel 2020, Fertitta fu nominato dal governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, in una commissione incaricata di riaprire progressivamente le varie attività dello Stato a seguito della pandemia di Covid-19.
Staremo a vedere se, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, la nomina di Fertitta sarà ufficializzata da Trump: una nomina che, in caso, dovrà ottenere il via libera definitivo dal Senato. Certo è che il prossimo ambasciatore americano in Italia potrebbe ritrovarsi a svolgere un ruolo geopoliticamente importante. Il Mediterraneo allargato rappresenta un’area sempre più cruciale per gli Stati Uniti: un’area che deve essere urgentemente stabilizzata per consentire a Washington di concentrarsi con maggiore impegno sull’Indo-Pacifico.
Non è quindi affatto escludibile che la nuova amministrazione Trump possa decidere di scommettere sull’Italia per conseguire questo fondamentale obiettivo. Roma potrebbe giocare innanzitutto un ruolo di mediazione, qualora gli Accordi di Abramo venissero estesi al Magreb. Giorgia Meloni potrebbe, in particolare, mettere a frutto le relazioni tessute in Nord Africa nell’ambito del Piano Mattei. In secondo luogo, Trump ha un duplice problema: pur non volendo impegnarsi troppo direttamente, ha necessità di recuperare influenza sul Sahel, dopo che Emmanuel Macron e Joe Biden l’hanno perduta nel corso degli ultimi anni. Ecco quindi che Roma potrebbe giocare un ruolo significativo anche da questo punto di vista.
Infine, ma non meno importante, il prossimo ambasciatore sarà anche incaricato di vigilare sul dossier cinese. Pechino è infatti interessata a rafforzare la sua influenza sul nostro Paese, anche se ultimamente ha subito alcune battute d’arresto: l’anno scorso, Giorgia Meloni non ha infatti rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della seta. Del resto, nonostante una certa vulgata continui a sostenere che Trump ami Giuseppe Conte, i rapporti tra Stati Uniti e Italia divennero particolarmente tesi nel 2020 ai tempi del governo giallorosso. Il dipartimento di Stato americano era infatti assai preoccupato per l’avvicinamento che quell’esecutivo aveva promosso verso la Repubblica popolare. Stavolta, con l’attuale governo italiano, i rapporti tra Roma e Washington si avviano a rivelarsi assai più distesi sul dossier cinese.
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Il leader ungherese sente Putin dopo aver incontrato Trump, mentre il francese vedrà Tusk e ha ospitato il tycoon e Zelensky. Il magiaro ha un vantaggio: i rapporti di Parigi con Donald sono da sempre complicati.Secondo indiscrezioni, The Donald vorrebbe inviare nella sede diplomatica capitolina Tilman Fertitta, miliardario con interessi nei casinò e patron degli Houston Rockets.Lo speciale contiene due articoli.L’insediamento di Donald Trump si avvicina. E intanto, nel Vecchio Continente, si stanno mettendo in moto iniziative diplomatiche in vista delle trattative per risolvere la crisi ucraina. Ieri, Viktor Orbán ha avuto una telefonata con Vladimir Putin. «Stamattina ho avuto una conversazione telefonica di un’ora con il presidente Putin. Stiamo vivendo le settimane più pericolose della guerra in Ucraina. Stiamo usando tutti i mezzi diplomatici disponibili per contribuire a un cessate il fuoco e ai colloqui di pace», ha dichiarato il premier ungherese che, criticato poi da Volodymyr Zelensky per la telefonata, ha accusato quest’ultimo di aver rifiutato un cessate il fuoco a Natale (circostanza negata da Kiev). Dal canto suo, il Cremlino ha riportato che, durante il colloquio, «Putin ha delineato le sue valutazioni fondamentali sugli attuali sviluppi in Ucraina e sulla linea distruttiva del regime di Kiev, che continua a escludere la possibilità di una risoluzione pacifica del conflitto».Dall’altra parte, oggi Emmanuel Macron incontrerà Donald Tusk, che, appena l’altro ieri, aveva reso noto che le trattative ucraine inizieranno probabilmente quest’inverno. Secondo Politico, i due leader dovrebbero discutere «dell’invio di una forza di mantenimento della pace postbellica in Ucraina». La proposta sarebbe stata avanzata dal presidente francese, anche se - stando a quanto riferito dalla testata - avrebbe, almeno al momento, lasciato fredda la Polonia, che vorrebbe discutere la questione in sede Onu od Osce e non a livello bilaterale.È comunque interessante notare come, negli scorsi giorni, Trump avesse incontrato sia Orbán che Macron. In particolare, aveva ricevuto il premier ungherese in Florida lunedì, mentre sabato aveva preso parte a un trilaterale all’Eliseo insieme al leader francese e a Volodymyr Zelensky. A tal proposito, ieri Reuters ha rivelato alcuni dettagli del vertice parigino. Nell’occasione, il presidente ucraino aveva fatto presente «la necessità dell’Ucraina di garanzie di sicurezza in un’eventuale conclusione negoziata della guerra con la Russia». Dal canto suo, Trump si era «comportato in modo amichevole, rispettoso e aperto e sembrava essere in modalità ascolto». Durante il meeting, il presidente americano in pectore aveva, in particolare, invocato un cessate il fuoco e il rapido avvio di negoziati.Insomma, è chiaro che l’avvicinarsi dell’insediamento di Trump sta mutando il paradigma. Ed ecco spiegato l’attivismo diplomatico (e forse in concorrenza) di Orbán e Macron, che puntano a ritagliarsi un ruolo centrale nel processo negoziale. Il tycoon sembra scommettere maggiormente sul premier ungherese. E lo scetticismo mostrato da Varsavia sulle iniziative di Macron testimonia la difficoltà del presidente francese nel farsi strada. In fin dei conti, il capo dell’Eliseo ha un duplice problema. Primo: i suoi rapporti con Trump storicamente non sono mai stati idilliaci. Secondo: Macron, sulla crisi ucraina, ha incarnato tutto e il contrario di tutto. Prima si era presentato come una colomba: telefonava a Putin e diceva che lo zar non andava umiliato. Poi, da quest’anno, si è reinventato falco antirusso ai limiti del bellicismo. Due atteggiamenti contraddittori con cui non ha portato a casa nulla.Certo, è vero che Trump pretenderà probabilmente un maggiore coinvolgimento degli europei nello scacchiere ucraino anche in termini di peacekeeping, ma difficilmente Macron rientrerà nella strategia politico-diplomatica del tycoon. E comunque attenzione: Trump potrebbe non guardare soltanto a Orbán. Non è infatti escludibile che il tycoon possa coinvolgere nel processo l’India e, soprattutto, la Turchia. Senza infine trascurare Varsavia. Non dimentichiamo infatti che l’inviato speciale per l’Ucraina da lui nominato, Keith Kellogg, aveva avuto un incontro a maggio con l’attuale ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski. D’altronde, la strategia diplomatica che Trump ha intenzione di implementare appare piuttosto articolata. E punta a mettere sotto pressione sia Putin che Zelensky.Il presidente americano in pectore vuole che il leader ucraino accetti di sedersi al tavolo delle trattative, abbandonando la sua storica precondizione: e cioè che le truppe russe si ritirino unilateralmente dai territori occupati. Si tratta di una richiesta che Trump considera infatti irrealistica. In tal senso, il tycoon ha ventilato l’ipotesi di ridurre l’assistenza a Kiev e non ha confermato né smentito l’esistenza della presunta telefonata che avrebbe avuto con Putin dopo la vittoria elettorale di novembre. Un’ambiguità strategica con cui Trump vuole far capire a Zelensky che, in caso di sua eccessiva rigidità, sarebbe disposto a trattare anche senza di lui. Dall’altra parte, convinto che la pace non possa essere scissa dalla deterrenza, il presidente americano in pectore sta mettendo pressione anche a Putin. Ha enfatizzato il fatto che lo zar ha abbandonato il regime di Bashar Al Assad in Siria, aggiungendo che, in Ucraina, Mosca «ha perso». Inoltre, Trump non ha preso le distanze dall’autorizzazione, concessa a Kiev da Joe Biden, di usare i missili Atacms in territorio russo.Proprio ieri, Mosca ha accusato l’Ucraina di aver attaccato un aeroporto militare nella città di Taganrog con sei missili di questa tipologia. «Questo attacco con armi occidentali a lungo raggio non rimarrà senza risposta e saranno prese misure appropriate», ha tuonato il ministero della Difesa russo. A novembre, il Cremlino aveva modificato la propria dottrina nucleare, stabilendo che l’impiego di missili a lunga gittata avrebbe potuto consentire una risposta atomica. Inoltre, sempre ieri, un funzionario americano ha riportato all’Associated Press che Mosca potrebbe presto riutilizzare contro l’Ucraina il missile balistico a raggio intermedio già impiegato il 21 novembre.Forse c’è da preoccuparsi, forse no. Non è insolito che, prima dell’avvio di trattative, venga alzata la tensione. È la de-escalation attraverso l’escalation. Vincerà il più imprevedibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-orban-ucraina-2670440935.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ambasciata-a-roma-un-trump-texano" data-post-id="2670440935" data-published-at="1734001067" data-use-pagination="False"> Ambasciata, a Roma un Trump texano Non è ancora ufficiale. Tuttavia, secondo la Cbs, Donald Trump avrebbe probabilmente scelto il prossimo ambasciatore americano in Italia. Si tratterebbe di Tilman Fertitta. Miliardario texano, è presidente e ceo di Landry, una mega società di alberghi, casinò e ristoranti, con un fatturato di circa tre miliardi di dollari e con oltre 50.000 dipendenti. È anche il proprietario degli Houston Rockets, squadra di basket di Houston che compete nella Nba. Negli ultimi giorni, si è inoltre detto interessato a comprare la squadra di football dei New Orleans Saints. Amico di Trump e storico finanziatore del Partito repubblicano, quattro anni fa, secondo Forbes, effettuò qualche donazione anche alla campagna di Joe Biden. Tra l’altro, Fertitta è un buon amico del senatore democratico dell’Arizona, Mark Kelly: il che potrebbe favorire la ratifica della sua eventuale nomina alla camera alta. Nel 2020, Fertitta fu nominato dal governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, in una commissione incaricata di riaprire progressivamente le varie attività dello Stato a seguito della pandemia di Covid-19. Staremo a vedere se, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, la nomina di Fertitta sarà ufficializzata da Trump: una nomina che, in caso, dovrà ottenere il via libera definitivo dal Senato. Certo è che il prossimo ambasciatore americano in Italia potrebbe ritrovarsi a svolgere un ruolo geopoliticamente importante. Il Mediterraneo allargato rappresenta un’area sempre più cruciale per gli Stati Uniti: un’area che deve essere urgentemente stabilizzata per consentire a Washington di concentrarsi con maggiore impegno sull’Indo-Pacifico. Non è quindi affatto escludibile che la nuova amministrazione Trump possa decidere di scommettere sull’Italia per conseguire questo fondamentale obiettivo. Roma potrebbe giocare innanzitutto un ruolo di mediazione, qualora gli Accordi di Abramo venissero estesi al Magreb. Giorgia Meloni potrebbe, in particolare, mettere a frutto le relazioni tessute in Nord Africa nell’ambito del Piano Mattei. In secondo luogo, Trump ha un duplice problema: pur non volendo impegnarsi troppo direttamente, ha necessità di recuperare influenza sul Sahel, dopo che Emmanuel Macron e Joe Biden l’hanno perduta nel corso degli ultimi anni. Ecco quindi che Roma potrebbe giocare un ruolo significativo anche da questo punto di vista. Infine, ma non meno importante, il prossimo ambasciatore sarà anche incaricato di vigilare sul dossier cinese. Pechino è infatti interessata a rafforzare la sua influenza sul nostro Paese, anche se ultimamente ha subito alcune battute d’arresto: l’anno scorso, Giorgia Meloni non ha infatti rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della seta. Del resto, nonostante una certa vulgata continui a sostenere che Trump ami Giuseppe Conte, i rapporti tra Stati Uniti e Italia divennero particolarmente tesi nel 2020 ai tempi del governo giallorosso. Il dipartimento di Stato americano era infatti assai preoccupato per l’avvicinamento che quell’esecutivo aveva promosso verso la Repubblica popolare. Stavolta, con l’attuale governo italiano, i rapporti tra Roma e Washington si avviano a rivelarsi assai più distesi sul dossier cinese.
Il ministro a Furci Siculo: «Il ponte? Non possiamo togliere fondi degli stessi siciliani».
«Dal mio sopralluogo emerge la necessità di fare in fretta, tutti i sindaci, tecnici e gli imprenditori mi chiedono soldi, abbiamo messo 100 milioni di euro per l’urgenza, un taglio alla burocrazia». Lo ha affermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a Furci Siculo in provincia di Messina, uno dei Comuni della fascia ionica colpito dal ciclone Harry. «Bisogna rivedere – ha aggiunto – norme vecchie, piani spiagge, valutazione di impatto ambientale, pulizia dei fiumi, barriere, frangiflutti, cose che, se uno dovesse seguire la normativa esistente, tra sei mesi siamo ancora qua a parlare. Sono rimasto colpito dalla devastazione, un conto è seguirlo dall’ufficio e dal ministero, un conto è sorvolare e andare sul posto. Più che dai soldi, anche forte di vecchie esperienze, sono preoccupato dei tempi della burocrazia. Qua la stagione bella è alle porte. Dobbiamo tagliare i tempi della burocrazia per spendere le risorse in fretta».
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
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Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.