True
2024-12-12
Gara Macron-Orbán per chi risolve per primo il rompicapo ucraino
Viktor Orbán ed Emmanuel Macron (Ansa)
L’insediamento di Donald Trump si avvicina. E intanto, nel Vecchio Continente, si stanno mettendo in moto iniziative diplomatiche in vista delle trattative per risolvere la crisi ucraina. Ieri, Viktor Orbán ha avuto una telefonata con Vladimir Putin. «Stamattina ho avuto una conversazione telefonica di un’ora con il presidente Putin. Stiamo vivendo le settimane più pericolose della guerra in Ucraina. Stiamo usando tutti i mezzi diplomatici disponibili per contribuire a un cessate il fuoco e ai colloqui di pace», ha dichiarato il premier ungherese che, criticato poi da Volodymyr Zelensky per la telefonata, ha accusato quest’ultimo di aver rifiutato un cessate il fuoco a Natale (circostanza negata da Kiev). Dal canto suo, il Cremlino ha riportato che, durante il colloquio, «Putin ha delineato le sue valutazioni fondamentali sugli attuali sviluppi in Ucraina e sulla linea distruttiva del regime di Kiev, che continua a escludere la possibilità di una risoluzione pacifica del conflitto».
Dall’altra parte, oggi Emmanuel Macron incontrerà Donald Tusk, che, appena l’altro ieri, aveva reso noto che le trattative ucraine inizieranno probabilmente quest’inverno. Secondo Politico, i due leader dovrebbero discutere «dell’invio di una forza di mantenimento della pace postbellica in Ucraina». La proposta sarebbe stata avanzata dal presidente francese, anche se - stando a quanto riferito dalla testata - avrebbe, almeno al momento, lasciato fredda la Polonia, che vorrebbe discutere la questione in sede Onu od Osce e non a livello bilaterale.
È comunque interessante notare come, negli scorsi giorni, Trump avesse incontrato sia Orbán che Macron. In particolare, aveva ricevuto il premier ungherese in Florida lunedì, mentre sabato aveva preso parte a un trilaterale all’Eliseo insieme al leader francese e a Volodymyr Zelensky. A tal proposito, ieri Reuters ha rivelato alcuni dettagli del vertice parigino. Nell’occasione, il presidente ucraino aveva fatto presente «la necessità dell’Ucraina di garanzie di sicurezza in un’eventuale conclusione negoziata della guerra con la Russia». Dal canto suo, Trump si era «comportato in modo amichevole, rispettoso e aperto e sembrava essere in modalità ascolto». Durante il meeting, il presidente americano in pectore aveva, in particolare, invocato un cessate il fuoco e il rapido avvio di negoziati.
Insomma, è chiaro che l’avvicinarsi dell’insediamento di Trump sta mutando il paradigma. Ed ecco spiegato l’attivismo diplomatico (e forse in concorrenza) di Orbán e Macron, che puntano a ritagliarsi un ruolo centrale nel processo negoziale. Il tycoon sembra scommettere maggiormente sul premier ungherese. E lo scetticismo mostrato da Varsavia sulle iniziative di Macron testimonia la difficoltà del presidente francese nel farsi strada. In fin dei conti, il capo dell’Eliseo ha un duplice problema. Primo: i suoi rapporti con Trump storicamente non sono mai stati idilliaci. Secondo: Macron, sulla crisi ucraina, ha incarnato tutto e il contrario di tutto. Prima si era presentato come una colomba: telefonava a Putin e diceva che lo zar non andava umiliato. Poi, da quest’anno, si è reinventato falco antirusso ai limiti del bellicismo. Due atteggiamenti contraddittori con cui non ha portato a casa nulla.
Certo, è vero che Trump pretenderà probabilmente un maggiore coinvolgimento degli europei nello scacchiere ucraino anche in termini di peacekeeping, ma difficilmente Macron rientrerà nella strategia politico-diplomatica del tycoon. E comunque attenzione: Trump potrebbe non guardare soltanto a Orbán. Non è infatti escludibile che il tycoon possa coinvolgere nel processo l’India e, soprattutto, la Turchia. Senza infine trascurare Varsavia. Non dimentichiamo infatti che l’inviato speciale per l’Ucraina da lui nominato, Keith Kellogg, aveva avuto un incontro a maggio con l’attuale ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski. D’altronde, la strategia diplomatica che Trump ha intenzione di implementare appare piuttosto articolata. E punta a mettere sotto pressione sia Putin che Zelensky.
Il presidente americano in pectore vuole che il leader ucraino accetti di sedersi al tavolo delle trattative, abbandonando la sua storica precondizione: e cioè che le truppe russe si ritirino unilateralmente dai territori occupati. Si tratta di una richiesta che Trump considera infatti irrealistica. In tal senso, il tycoon ha ventilato l’ipotesi di ridurre l’assistenza a Kiev e non ha confermato né smentito l’esistenza della presunta telefonata che avrebbe avuto con Putin dopo la vittoria elettorale di novembre. Un’ambiguità strategica con cui Trump vuole far capire a Zelensky che, in caso di sua eccessiva rigidità, sarebbe disposto a trattare anche senza di lui. Dall’altra parte, convinto che la pace non possa essere scissa dalla deterrenza, il presidente americano in pectore sta mettendo pressione anche a Putin. Ha enfatizzato il fatto che lo zar ha abbandonato il regime di Bashar Al Assad in Siria, aggiungendo che, in Ucraina, Mosca «ha perso». Inoltre, Trump non ha preso le distanze dall’autorizzazione, concessa a Kiev da Joe Biden, di usare i missili Atacms in territorio russo.
Proprio ieri, Mosca ha accusato l’Ucraina di aver attaccato un aeroporto militare nella città di Taganrog con sei missili di questa tipologia. «Questo attacco con armi occidentali a lungo raggio non rimarrà senza risposta e saranno prese misure appropriate», ha tuonato il ministero della Difesa russo. A novembre, il Cremlino aveva modificato la propria dottrina nucleare, stabilendo che l’impiego di missili a lunga gittata avrebbe potuto consentire una risposta atomica. Inoltre, sempre ieri, un funzionario americano ha riportato all’Associated Press che Mosca potrebbe presto riutilizzare contro l’Ucraina il missile balistico a raggio intermedio già impiegato il 21 novembre.
Forse c’è da preoccuparsi, forse no. Non è insolito che, prima dell’avvio di trattative, venga alzata la tensione. È la de-escalation attraverso l’escalation. Vincerà il più imprevedibile.
Ambasciata, a Roma un Trump texano
Non è ancora ufficiale. Tuttavia, secondo la Cbs, Donald Trump avrebbe probabilmente scelto il prossimo ambasciatore americano in Italia. Si tratterebbe di Tilman Fertitta. Miliardario texano, è presidente e ceo di Landry, una mega società di alberghi, casinò e ristoranti, con un fatturato di circa tre miliardi di dollari e con oltre 50.000 dipendenti. È anche il proprietario degli Houston Rockets, squadra di basket di Houston che compete nella Nba. Negli ultimi giorni, si è inoltre detto interessato a comprare la squadra di football dei New Orleans Saints.
Amico di Trump e storico finanziatore del Partito repubblicano, quattro anni fa, secondo Forbes, effettuò qualche donazione anche alla campagna di Joe Biden. Tra l’altro, Fertitta è un buon amico del senatore democratico dell’Arizona, Mark Kelly: il che potrebbe favorire la ratifica della sua eventuale nomina alla camera alta. Nel 2020, Fertitta fu nominato dal governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, in una commissione incaricata di riaprire progressivamente le varie attività dello Stato a seguito della pandemia di Covid-19.
Staremo a vedere se, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, la nomina di Fertitta sarà ufficializzata da Trump: una nomina che, in caso, dovrà ottenere il via libera definitivo dal Senato. Certo è che il prossimo ambasciatore americano in Italia potrebbe ritrovarsi a svolgere un ruolo geopoliticamente importante. Il Mediterraneo allargato rappresenta un’area sempre più cruciale per gli Stati Uniti: un’area che deve essere urgentemente stabilizzata per consentire a Washington di concentrarsi con maggiore impegno sull’Indo-Pacifico.
Non è quindi affatto escludibile che la nuova amministrazione Trump possa decidere di scommettere sull’Italia per conseguire questo fondamentale obiettivo. Roma potrebbe giocare innanzitutto un ruolo di mediazione, qualora gli Accordi di Abramo venissero estesi al Magreb. Giorgia Meloni potrebbe, in particolare, mettere a frutto le relazioni tessute in Nord Africa nell’ambito del Piano Mattei. In secondo luogo, Trump ha un duplice problema: pur non volendo impegnarsi troppo direttamente, ha necessità di recuperare influenza sul Sahel, dopo che Emmanuel Macron e Joe Biden l’hanno perduta nel corso degli ultimi anni. Ecco quindi che Roma potrebbe giocare un ruolo significativo anche da questo punto di vista.
Infine, ma non meno importante, il prossimo ambasciatore sarà anche incaricato di vigilare sul dossier cinese. Pechino è infatti interessata a rafforzare la sua influenza sul nostro Paese, anche se ultimamente ha subito alcune battute d’arresto: l’anno scorso, Giorgia Meloni non ha infatti rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della seta. Del resto, nonostante una certa vulgata continui a sostenere che Trump ami Giuseppe Conte, i rapporti tra Stati Uniti e Italia divennero particolarmente tesi nel 2020 ai tempi del governo giallorosso. Il dipartimento di Stato americano era infatti assai preoccupato per l’avvicinamento che quell’esecutivo aveva promosso verso la Repubblica popolare. Stavolta, con l’attuale governo italiano, i rapporti tra Roma e Washington si avviano a rivelarsi assai più distesi sul dossier cinese.
Continua a leggereRiduci
Il leader ungherese sente Putin dopo aver incontrato Trump, mentre il francese vedrà Tusk e ha ospitato il tycoon e Zelensky. Il magiaro ha un vantaggio: i rapporti di Parigi con Donald sono da sempre complicati.Secondo indiscrezioni, The Donald vorrebbe inviare nella sede diplomatica capitolina Tilman Fertitta, miliardario con interessi nei casinò e patron degli Houston Rockets.Lo speciale contiene due articoli.L’insediamento di Donald Trump si avvicina. E intanto, nel Vecchio Continente, si stanno mettendo in moto iniziative diplomatiche in vista delle trattative per risolvere la crisi ucraina. Ieri, Viktor Orbán ha avuto una telefonata con Vladimir Putin. «Stamattina ho avuto una conversazione telefonica di un’ora con il presidente Putin. Stiamo vivendo le settimane più pericolose della guerra in Ucraina. Stiamo usando tutti i mezzi diplomatici disponibili per contribuire a un cessate il fuoco e ai colloqui di pace», ha dichiarato il premier ungherese che, criticato poi da Volodymyr Zelensky per la telefonata, ha accusato quest’ultimo di aver rifiutato un cessate il fuoco a Natale (circostanza negata da Kiev). Dal canto suo, il Cremlino ha riportato che, durante il colloquio, «Putin ha delineato le sue valutazioni fondamentali sugli attuali sviluppi in Ucraina e sulla linea distruttiva del regime di Kiev, che continua a escludere la possibilità di una risoluzione pacifica del conflitto».Dall’altra parte, oggi Emmanuel Macron incontrerà Donald Tusk, che, appena l’altro ieri, aveva reso noto che le trattative ucraine inizieranno probabilmente quest’inverno. Secondo Politico, i due leader dovrebbero discutere «dell’invio di una forza di mantenimento della pace postbellica in Ucraina». La proposta sarebbe stata avanzata dal presidente francese, anche se - stando a quanto riferito dalla testata - avrebbe, almeno al momento, lasciato fredda la Polonia, che vorrebbe discutere la questione in sede Onu od Osce e non a livello bilaterale.È comunque interessante notare come, negli scorsi giorni, Trump avesse incontrato sia Orbán che Macron. In particolare, aveva ricevuto il premier ungherese in Florida lunedì, mentre sabato aveva preso parte a un trilaterale all’Eliseo insieme al leader francese e a Volodymyr Zelensky. A tal proposito, ieri Reuters ha rivelato alcuni dettagli del vertice parigino. Nell’occasione, il presidente ucraino aveva fatto presente «la necessità dell’Ucraina di garanzie di sicurezza in un’eventuale conclusione negoziata della guerra con la Russia». Dal canto suo, Trump si era «comportato in modo amichevole, rispettoso e aperto e sembrava essere in modalità ascolto». Durante il meeting, il presidente americano in pectore aveva, in particolare, invocato un cessate il fuoco e il rapido avvio di negoziati.Insomma, è chiaro che l’avvicinarsi dell’insediamento di Trump sta mutando il paradigma. Ed ecco spiegato l’attivismo diplomatico (e forse in concorrenza) di Orbán e Macron, che puntano a ritagliarsi un ruolo centrale nel processo negoziale. Il tycoon sembra scommettere maggiormente sul premier ungherese. E lo scetticismo mostrato da Varsavia sulle iniziative di Macron testimonia la difficoltà del presidente francese nel farsi strada. In fin dei conti, il capo dell’Eliseo ha un duplice problema. Primo: i suoi rapporti con Trump storicamente non sono mai stati idilliaci. Secondo: Macron, sulla crisi ucraina, ha incarnato tutto e il contrario di tutto. Prima si era presentato come una colomba: telefonava a Putin e diceva che lo zar non andava umiliato. Poi, da quest’anno, si è reinventato falco antirusso ai limiti del bellicismo. Due atteggiamenti contraddittori con cui non ha portato a casa nulla.Certo, è vero che Trump pretenderà probabilmente un maggiore coinvolgimento degli europei nello scacchiere ucraino anche in termini di peacekeeping, ma difficilmente Macron rientrerà nella strategia politico-diplomatica del tycoon. E comunque attenzione: Trump potrebbe non guardare soltanto a Orbán. Non è infatti escludibile che il tycoon possa coinvolgere nel processo l’India e, soprattutto, la Turchia. Senza infine trascurare Varsavia. Non dimentichiamo infatti che l’inviato speciale per l’Ucraina da lui nominato, Keith Kellogg, aveva avuto un incontro a maggio con l’attuale ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski. D’altronde, la strategia diplomatica che Trump ha intenzione di implementare appare piuttosto articolata. E punta a mettere sotto pressione sia Putin che Zelensky.Il presidente americano in pectore vuole che il leader ucraino accetti di sedersi al tavolo delle trattative, abbandonando la sua storica precondizione: e cioè che le truppe russe si ritirino unilateralmente dai territori occupati. Si tratta di una richiesta che Trump considera infatti irrealistica. In tal senso, il tycoon ha ventilato l’ipotesi di ridurre l’assistenza a Kiev e non ha confermato né smentito l’esistenza della presunta telefonata che avrebbe avuto con Putin dopo la vittoria elettorale di novembre. Un’ambiguità strategica con cui Trump vuole far capire a Zelensky che, in caso di sua eccessiva rigidità, sarebbe disposto a trattare anche senza di lui. Dall’altra parte, convinto che la pace non possa essere scissa dalla deterrenza, il presidente americano in pectore sta mettendo pressione anche a Putin. Ha enfatizzato il fatto che lo zar ha abbandonato il regime di Bashar Al Assad in Siria, aggiungendo che, in Ucraina, Mosca «ha perso». Inoltre, Trump non ha preso le distanze dall’autorizzazione, concessa a Kiev da Joe Biden, di usare i missili Atacms in territorio russo.Proprio ieri, Mosca ha accusato l’Ucraina di aver attaccato un aeroporto militare nella città di Taganrog con sei missili di questa tipologia. «Questo attacco con armi occidentali a lungo raggio non rimarrà senza risposta e saranno prese misure appropriate», ha tuonato il ministero della Difesa russo. A novembre, il Cremlino aveva modificato la propria dottrina nucleare, stabilendo che l’impiego di missili a lunga gittata avrebbe potuto consentire una risposta atomica. Inoltre, sempre ieri, un funzionario americano ha riportato all’Associated Press che Mosca potrebbe presto riutilizzare contro l’Ucraina il missile balistico a raggio intermedio già impiegato il 21 novembre.Forse c’è da preoccuparsi, forse no. Non è insolito che, prima dell’avvio di trattative, venga alzata la tensione. È la de-escalation attraverso l’escalation. Vincerà il più imprevedibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-orban-ucraina-2670440935.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ambasciata-a-roma-un-trump-texano" data-post-id="2670440935" data-published-at="1734001067" data-use-pagination="False"> Ambasciata, a Roma un Trump texano Non è ancora ufficiale. Tuttavia, secondo la Cbs, Donald Trump avrebbe probabilmente scelto il prossimo ambasciatore americano in Italia. Si tratterebbe di Tilman Fertitta. Miliardario texano, è presidente e ceo di Landry, una mega società di alberghi, casinò e ristoranti, con un fatturato di circa tre miliardi di dollari e con oltre 50.000 dipendenti. È anche il proprietario degli Houston Rockets, squadra di basket di Houston che compete nella Nba. Negli ultimi giorni, si è inoltre detto interessato a comprare la squadra di football dei New Orleans Saints. Amico di Trump e storico finanziatore del Partito repubblicano, quattro anni fa, secondo Forbes, effettuò qualche donazione anche alla campagna di Joe Biden. Tra l’altro, Fertitta è un buon amico del senatore democratico dell’Arizona, Mark Kelly: il che potrebbe favorire la ratifica della sua eventuale nomina alla camera alta. Nel 2020, Fertitta fu nominato dal governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, in una commissione incaricata di riaprire progressivamente le varie attività dello Stato a seguito della pandemia di Covid-19. Staremo a vedere se, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, la nomina di Fertitta sarà ufficializzata da Trump: una nomina che, in caso, dovrà ottenere il via libera definitivo dal Senato. Certo è che il prossimo ambasciatore americano in Italia potrebbe ritrovarsi a svolgere un ruolo geopoliticamente importante. Il Mediterraneo allargato rappresenta un’area sempre più cruciale per gli Stati Uniti: un’area che deve essere urgentemente stabilizzata per consentire a Washington di concentrarsi con maggiore impegno sull’Indo-Pacifico. Non è quindi affatto escludibile che la nuova amministrazione Trump possa decidere di scommettere sull’Italia per conseguire questo fondamentale obiettivo. Roma potrebbe giocare innanzitutto un ruolo di mediazione, qualora gli Accordi di Abramo venissero estesi al Magreb. Giorgia Meloni potrebbe, in particolare, mettere a frutto le relazioni tessute in Nord Africa nell’ambito del Piano Mattei. In secondo luogo, Trump ha un duplice problema: pur non volendo impegnarsi troppo direttamente, ha necessità di recuperare influenza sul Sahel, dopo che Emmanuel Macron e Joe Biden l’hanno perduta nel corso degli ultimi anni. Ecco quindi che Roma potrebbe giocare un ruolo significativo anche da questo punto di vista. Infine, ma non meno importante, il prossimo ambasciatore sarà anche incaricato di vigilare sul dossier cinese. Pechino è infatti interessata a rafforzare la sua influenza sul nostro Paese, anche se ultimamente ha subito alcune battute d’arresto: l’anno scorso, Giorgia Meloni non ha infatti rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della seta. Del resto, nonostante una certa vulgata continui a sostenere che Trump ami Giuseppe Conte, i rapporti tra Stati Uniti e Italia divennero particolarmente tesi nel 2020 ai tempi del governo giallorosso. Il dipartimento di Stato americano era infatti assai preoccupato per l’avvicinamento che quell’esecutivo aveva promosso verso la Repubblica popolare. Stavolta, con l’attuale governo italiano, i rapporti tra Roma e Washington si avviano a rivelarsi assai più distesi sul dossier cinese.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 maggio con Carlo Cambi