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2024-12-12
Gara Macron-Orbán per chi risolve per primo il rompicapo ucraino
Viktor Orbán ed Emmanuel Macron (Ansa)
L’insediamento di Donald Trump si avvicina. E intanto, nel Vecchio Continente, si stanno mettendo in moto iniziative diplomatiche in vista delle trattative per risolvere la crisi ucraina. Ieri, Viktor Orbán ha avuto una telefonata con Vladimir Putin. «Stamattina ho avuto una conversazione telefonica di un’ora con il presidente Putin. Stiamo vivendo le settimane più pericolose della guerra in Ucraina. Stiamo usando tutti i mezzi diplomatici disponibili per contribuire a un cessate il fuoco e ai colloqui di pace», ha dichiarato il premier ungherese che, criticato poi da Volodymyr Zelensky per la telefonata, ha accusato quest’ultimo di aver rifiutato un cessate il fuoco a Natale (circostanza negata da Kiev). Dal canto suo, il Cremlino ha riportato che, durante il colloquio, «Putin ha delineato le sue valutazioni fondamentali sugli attuali sviluppi in Ucraina e sulla linea distruttiva del regime di Kiev, che continua a escludere la possibilità di una risoluzione pacifica del conflitto».
Dall’altra parte, oggi Emmanuel Macron incontrerà Donald Tusk, che, appena l’altro ieri, aveva reso noto che le trattative ucraine inizieranno probabilmente quest’inverno. Secondo Politico, i due leader dovrebbero discutere «dell’invio di una forza di mantenimento della pace postbellica in Ucraina». La proposta sarebbe stata avanzata dal presidente francese, anche se - stando a quanto riferito dalla testata - avrebbe, almeno al momento, lasciato fredda la Polonia, che vorrebbe discutere la questione in sede Onu od Osce e non a livello bilaterale.
È comunque interessante notare come, negli scorsi giorni, Trump avesse incontrato sia Orbán che Macron. In particolare, aveva ricevuto il premier ungherese in Florida lunedì, mentre sabato aveva preso parte a un trilaterale all’Eliseo insieme al leader francese e a Volodymyr Zelensky. A tal proposito, ieri Reuters ha rivelato alcuni dettagli del vertice parigino. Nell’occasione, il presidente ucraino aveva fatto presente «la necessità dell’Ucraina di garanzie di sicurezza in un’eventuale conclusione negoziata della guerra con la Russia». Dal canto suo, Trump si era «comportato in modo amichevole, rispettoso e aperto e sembrava essere in modalità ascolto». Durante il meeting, il presidente americano in pectore aveva, in particolare, invocato un cessate il fuoco e il rapido avvio di negoziati.
Insomma, è chiaro che l’avvicinarsi dell’insediamento di Trump sta mutando il paradigma. Ed ecco spiegato l’attivismo diplomatico (e forse in concorrenza) di Orbán e Macron, che puntano a ritagliarsi un ruolo centrale nel processo negoziale. Il tycoon sembra scommettere maggiormente sul premier ungherese. E lo scetticismo mostrato da Varsavia sulle iniziative di Macron testimonia la difficoltà del presidente francese nel farsi strada. In fin dei conti, il capo dell’Eliseo ha un duplice problema. Primo: i suoi rapporti con Trump storicamente non sono mai stati idilliaci. Secondo: Macron, sulla crisi ucraina, ha incarnato tutto e il contrario di tutto. Prima si era presentato come una colomba: telefonava a Putin e diceva che lo zar non andava umiliato. Poi, da quest’anno, si è reinventato falco antirusso ai limiti del bellicismo. Due atteggiamenti contraddittori con cui non ha portato a casa nulla.
Certo, è vero che Trump pretenderà probabilmente un maggiore coinvolgimento degli europei nello scacchiere ucraino anche in termini di peacekeeping, ma difficilmente Macron rientrerà nella strategia politico-diplomatica del tycoon. E comunque attenzione: Trump potrebbe non guardare soltanto a Orbán. Non è infatti escludibile che il tycoon possa coinvolgere nel processo l’India e, soprattutto, la Turchia. Senza infine trascurare Varsavia. Non dimentichiamo infatti che l’inviato speciale per l’Ucraina da lui nominato, Keith Kellogg, aveva avuto un incontro a maggio con l’attuale ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski. D’altronde, la strategia diplomatica che Trump ha intenzione di implementare appare piuttosto articolata. E punta a mettere sotto pressione sia Putin che Zelensky.
Il presidente americano in pectore vuole che il leader ucraino accetti di sedersi al tavolo delle trattative, abbandonando la sua storica precondizione: e cioè che le truppe russe si ritirino unilateralmente dai territori occupati. Si tratta di una richiesta che Trump considera infatti irrealistica. In tal senso, il tycoon ha ventilato l’ipotesi di ridurre l’assistenza a Kiev e non ha confermato né smentito l’esistenza della presunta telefonata che avrebbe avuto con Putin dopo la vittoria elettorale di novembre. Un’ambiguità strategica con cui Trump vuole far capire a Zelensky che, in caso di sua eccessiva rigidità, sarebbe disposto a trattare anche senza di lui. Dall’altra parte, convinto che la pace non possa essere scissa dalla deterrenza, il presidente americano in pectore sta mettendo pressione anche a Putin. Ha enfatizzato il fatto che lo zar ha abbandonato il regime di Bashar Al Assad in Siria, aggiungendo che, in Ucraina, Mosca «ha perso». Inoltre, Trump non ha preso le distanze dall’autorizzazione, concessa a Kiev da Joe Biden, di usare i missili Atacms in territorio russo.
Proprio ieri, Mosca ha accusato l’Ucraina di aver attaccato un aeroporto militare nella città di Taganrog con sei missili di questa tipologia. «Questo attacco con armi occidentali a lungo raggio non rimarrà senza risposta e saranno prese misure appropriate», ha tuonato il ministero della Difesa russo. A novembre, il Cremlino aveva modificato la propria dottrina nucleare, stabilendo che l’impiego di missili a lunga gittata avrebbe potuto consentire una risposta atomica. Inoltre, sempre ieri, un funzionario americano ha riportato all’Associated Press che Mosca potrebbe presto riutilizzare contro l’Ucraina il missile balistico a raggio intermedio già impiegato il 21 novembre.
Forse c’è da preoccuparsi, forse no. Non è insolito che, prima dell’avvio di trattative, venga alzata la tensione. È la de-escalation attraverso l’escalation. Vincerà il più imprevedibile.
Ambasciata, a Roma un Trump texano
Non è ancora ufficiale. Tuttavia, secondo la Cbs, Donald Trump avrebbe probabilmente scelto il prossimo ambasciatore americano in Italia. Si tratterebbe di Tilman Fertitta. Miliardario texano, è presidente e ceo di Landry, una mega società di alberghi, casinò e ristoranti, con un fatturato di circa tre miliardi di dollari e con oltre 50.000 dipendenti. È anche il proprietario degli Houston Rockets, squadra di basket di Houston che compete nella Nba. Negli ultimi giorni, si è inoltre detto interessato a comprare la squadra di football dei New Orleans Saints.
Amico di Trump e storico finanziatore del Partito repubblicano, quattro anni fa, secondo Forbes, effettuò qualche donazione anche alla campagna di Joe Biden. Tra l’altro, Fertitta è un buon amico del senatore democratico dell’Arizona, Mark Kelly: il che potrebbe favorire la ratifica della sua eventuale nomina alla camera alta. Nel 2020, Fertitta fu nominato dal governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, in una commissione incaricata di riaprire progressivamente le varie attività dello Stato a seguito della pandemia di Covid-19.
Staremo a vedere se, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, la nomina di Fertitta sarà ufficializzata da Trump: una nomina che, in caso, dovrà ottenere il via libera definitivo dal Senato. Certo è che il prossimo ambasciatore americano in Italia potrebbe ritrovarsi a svolgere un ruolo geopoliticamente importante. Il Mediterraneo allargato rappresenta un’area sempre più cruciale per gli Stati Uniti: un’area che deve essere urgentemente stabilizzata per consentire a Washington di concentrarsi con maggiore impegno sull’Indo-Pacifico.
Non è quindi affatto escludibile che la nuova amministrazione Trump possa decidere di scommettere sull’Italia per conseguire questo fondamentale obiettivo. Roma potrebbe giocare innanzitutto un ruolo di mediazione, qualora gli Accordi di Abramo venissero estesi al Magreb. Giorgia Meloni potrebbe, in particolare, mettere a frutto le relazioni tessute in Nord Africa nell’ambito del Piano Mattei. In secondo luogo, Trump ha un duplice problema: pur non volendo impegnarsi troppo direttamente, ha necessità di recuperare influenza sul Sahel, dopo che Emmanuel Macron e Joe Biden l’hanno perduta nel corso degli ultimi anni. Ecco quindi che Roma potrebbe giocare un ruolo significativo anche da questo punto di vista.
Infine, ma non meno importante, il prossimo ambasciatore sarà anche incaricato di vigilare sul dossier cinese. Pechino è infatti interessata a rafforzare la sua influenza sul nostro Paese, anche se ultimamente ha subito alcune battute d’arresto: l’anno scorso, Giorgia Meloni non ha infatti rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della seta. Del resto, nonostante una certa vulgata continui a sostenere che Trump ami Giuseppe Conte, i rapporti tra Stati Uniti e Italia divennero particolarmente tesi nel 2020 ai tempi del governo giallorosso. Il dipartimento di Stato americano era infatti assai preoccupato per l’avvicinamento che quell’esecutivo aveva promosso verso la Repubblica popolare. Stavolta, con l’attuale governo italiano, i rapporti tra Roma e Washington si avviano a rivelarsi assai più distesi sul dossier cinese.
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Il leader ungherese sente Putin dopo aver incontrato Trump, mentre il francese vedrà Tusk e ha ospitato il tycoon e Zelensky. Il magiaro ha un vantaggio: i rapporti di Parigi con Donald sono da sempre complicati.Secondo indiscrezioni, The Donald vorrebbe inviare nella sede diplomatica capitolina Tilman Fertitta, miliardario con interessi nei casinò e patron degli Houston Rockets.Lo speciale contiene due articoli.L’insediamento di Donald Trump si avvicina. E intanto, nel Vecchio Continente, si stanno mettendo in moto iniziative diplomatiche in vista delle trattative per risolvere la crisi ucraina. Ieri, Viktor Orbán ha avuto una telefonata con Vladimir Putin. «Stamattina ho avuto una conversazione telefonica di un’ora con il presidente Putin. Stiamo vivendo le settimane più pericolose della guerra in Ucraina. Stiamo usando tutti i mezzi diplomatici disponibili per contribuire a un cessate il fuoco e ai colloqui di pace», ha dichiarato il premier ungherese che, criticato poi da Volodymyr Zelensky per la telefonata, ha accusato quest’ultimo di aver rifiutato un cessate il fuoco a Natale (circostanza negata da Kiev). Dal canto suo, il Cremlino ha riportato che, durante il colloquio, «Putin ha delineato le sue valutazioni fondamentali sugli attuali sviluppi in Ucraina e sulla linea distruttiva del regime di Kiev, che continua a escludere la possibilità di una risoluzione pacifica del conflitto».Dall’altra parte, oggi Emmanuel Macron incontrerà Donald Tusk, che, appena l’altro ieri, aveva reso noto che le trattative ucraine inizieranno probabilmente quest’inverno. Secondo Politico, i due leader dovrebbero discutere «dell’invio di una forza di mantenimento della pace postbellica in Ucraina». La proposta sarebbe stata avanzata dal presidente francese, anche se - stando a quanto riferito dalla testata - avrebbe, almeno al momento, lasciato fredda la Polonia, che vorrebbe discutere la questione in sede Onu od Osce e non a livello bilaterale.È comunque interessante notare come, negli scorsi giorni, Trump avesse incontrato sia Orbán che Macron. In particolare, aveva ricevuto il premier ungherese in Florida lunedì, mentre sabato aveva preso parte a un trilaterale all’Eliseo insieme al leader francese e a Volodymyr Zelensky. A tal proposito, ieri Reuters ha rivelato alcuni dettagli del vertice parigino. Nell’occasione, il presidente ucraino aveva fatto presente «la necessità dell’Ucraina di garanzie di sicurezza in un’eventuale conclusione negoziata della guerra con la Russia». Dal canto suo, Trump si era «comportato in modo amichevole, rispettoso e aperto e sembrava essere in modalità ascolto». Durante il meeting, il presidente americano in pectore aveva, in particolare, invocato un cessate il fuoco e il rapido avvio di negoziati.Insomma, è chiaro che l’avvicinarsi dell’insediamento di Trump sta mutando il paradigma. Ed ecco spiegato l’attivismo diplomatico (e forse in concorrenza) di Orbán e Macron, che puntano a ritagliarsi un ruolo centrale nel processo negoziale. Il tycoon sembra scommettere maggiormente sul premier ungherese. E lo scetticismo mostrato da Varsavia sulle iniziative di Macron testimonia la difficoltà del presidente francese nel farsi strada. In fin dei conti, il capo dell’Eliseo ha un duplice problema. Primo: i suoi rapporti con Trump storicamente non sono mai stati idilliaci. Secondo: Macron, sulla crisi ucraina, ha incarnato tutto e il contrario di tutto. Prima si era presentato come una colomba: telefonava a Putin e diceva che lo zar non andava umiliato. Poi, da quest’anno, si è reinventato falco antirusso ai limiti del bellicismo. Due atteggiamenti contraddittori con cui non ha portato a casa nulla.Certo, è vero che Trump pretenderà probabilmente un maggiore coinvolgimento degli europei nello scacchiere ucraino anche in termini di peacekeeping, ma difficilmente Macron rientrerà nella strategia politico-diplomatica del tycoon. E comunque attenzione: Trump potrebbe non guardare soltanto a Orbán. Non è infatti escludibile che il tycoon possa coinvolgere nel processo l’India e, soprattutto, la Turchia. Senza infine trascurare Varsavia. Non dimentichiamo infatti che l’inviato speciale per l’Ucraina da lui nominato, Keith Kellogg, aveva avuto un incontro a maggio con l’attuale ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski. D’altronde, la strategia diplomatica che Trump ha intenzione di implementare appare piuttosto articolata. E punta a mettere sotto pressione sia Putin che Zelensky.Il presidente americano in pectore vuole che il leader ucraino accetti di sedersi al tavolo delle trattative, abbandonando la sua storica precondizione: e cioè che le truppe russe si ritirino unilateralmente dai territori occupati. Si tratta di una richiesta che Trump considera infatti irrealistica. In tal senso, il tycoon ha ventilato l’ipotesi di ridurre l’assistenza a Kiev e non ha confermato né smentito l’esistenza della presunta telefonata che avrebbe avuto con Putin dopo la vittoria elettorale di novembre. Un’ambiguità strategica con cui Trump vuole far capire a Zelensky che, in caso di sua eccessiva rigidità, sarebbe disposto a trattare anche senza di lui. Dall’altra parte, convinto che la pace non possa essere scissa dalla deterrenza, il presidente americano in pectore sta mettendo pressione anche a Putin. Ha enfatizzato il fatto che lo zar ha abbandonato il regime di Bashar Al Assad in Siria, aggiungendo che, in Ucraina, Mosca «ha perso». Inoltre, Trump non ha preso le distanze dall’autorizzazione, concessa a Kiev da Joe Biden, di usare i missili Atacms in territorio russo.Proprio ieri, Mosca ha accusato l’Ucraina di aver attaccato un aeroporto militare nella città di Taganrog con sei missili di questa tipologia. «Questo attacco con armi occidentali a lungo raggio non rimarrà senza risposta e saranno prese misure appropriate», ha tuonato il ministero della Difesa russo. A novembre, il Cremlino aveva modificato la propria dottrina nucleare, stabilendo che l’impiego di missili a lunga gittata avrebbe potuto consentire una risposta atomica. Inoltre, sempre ieri, un funzionario americano ha riportato all’Associated Press che Mosca potrebbe presto riutilizzare contro l’Ucraina il missile balistico a raggio intermedio già impiegato il 21 novembre.Forse c’è da preoccuparsi, forse no. Non è insolito che, prima dell’avvio di trattative, venga alzata la tensione. È la de-escalation attraverso l’escalation. Vincerà il più imprevedibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-orban-ucraina-2670440935.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ambasciata-a-roma-un-trump-texano" data-post-id="2670440935" data-published-at="1734001067" data-use-pagination="False"> Ambasciata, a Roma un Trump texano Non è ancora ufficiale. Tuttavia, secondo la Cbs, Donald Trump avrebbe probabilmente scelto il prossimo ambasciatore americano in Italia. Si tratterebbe di Tilman Fertitta. Miliardario texano, è presidente e ceo di Landry, una mega società di alberghi, casinò e ristoranti, con un fatturato di circa tre miliardi di dollari e con oltre 50.000 dipendenti. È anche il proprietario degli Houston Rockets, squadra di basket di Houston che compete nella Nba. Negli ultimi giorni, si è inoltre detto interessato a comprare la squadra di football dei New Orleans Saints. Amico di Trump e storico finanziatore del Partito repubblicano, quattro anni fa, secondo Forbes, effettuò qualche donazione anche alla campagna di Joe Biden. Tra l’altro, Fertitta è un buon amico del senatore democratico dell’Arizona, Mark Kelly: il che potrebbe favorire la ratifica della sua eventuale nomina alla camera alta. Nel 2020, Fertitta fu nominato dal governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, in una commissione incaricata di riaprire progressivamente le varie attività dello Stato a seguito della pandemia di Covid-19. Staremo a vedere se, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, la nomina di Fertitta sarà ufficializzata da Trump: una nomina che, in caso, dovrà ottenere il via libera definitivo dal Senato. Certo è che il prossimo ambasciatore americano in Italia potrebbe ritrovarsi a svolgere un ruolo geopoliticamente importante. Il Mediterraneo allargato rappresenta un’area sempre più cruciale per gli Stati Uniti: un’area che deve essere urgentemente stabilizzata per consentire a Washington di concentrarsi con maggiore impegno sull’Indo-Pacifico. Non è quindi affatto escludibile che la nuova amministrazione Trump possa decidere di scommettere sull’Italia per conseguire questo fondamentale obiettivo. Roma potrebbe giocare innanzitutto un ruolo di mediazione, qualora gli Accordi di Abramo venissero estesi al Magreb. Giorgia Meloni potrebbe, in particolare, mettere a frutto le relazioni tessute in Nord Africa nell’ambito del Piano Mattei. In secondo luogo, Trump ha un duplice problema: pur non volendo impegnarsi troppo direttamente, ha necessità di recuperare influenza sul Sahel, dopo che Emmanuel Macron e Joe Biden l’hanno perduta nel corso degli ultimi anni. Ecco quindi che Roma potrebbe giocare un ruolo significativo anche da questo punto di vista. Infine, ma non meno importante, il prossimo ambasciatore sarà anche incaricato di vigilare sul dossier cinese. Pechino è infatti interessata a rafforzare la sua influenza sul nostro Paese, anche se ultimamente ha subito alcune battute d’arresto: l’anno scorso, Giorgia Meloni non ha infatti rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della seta. Del resto, nonostante una certa vulgata continui a sostenere che Trump ami Giuseppe Conte, i rapporti tra Stati Uniti e Italia divennero particolarmente tesi nel 2020 ai tempi del governo giallorosso. Il dipartimento di Stato americano era infatti assai preoccupato per l’avvicinamento che quell’esecutivo aveva promosso verso la Repubblica popolare. Stavolta, con l’attuale governo italiano, i rapporti tra Roma e Washington si avviano a rivelarsi assai più distesi sul dossier cinese.
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.