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2024-08-08
Il calvario di Macron inizierà dopo i Giochi
Emmanuel Macron (Ansa)
Due giorni fa passeggiava per Saint Tropez, girando al largo da La Mandrague, sicuro che anche Brigitte Bardot (90 anni a settembre) gli avrebbe sguinzagliato contro i cani. Dura la vita di Emmanuel Macron, alla ricerca di un luogo dove nascondersi per non essere ricoperto di insulti. L’estate del presidente più presenzialista, più liberal e più soprammobile d’Europa si sta trasformando in un incubo. Guida un Paese in stallo, è definito dalla destra (Marine Le Pen) «un golpista della domenica»; dalla sinistra (Jean Luc Mélenchon) «un uomo finito aggrappato al potere». E gli intellò (per esempio Alain Finkielkraut) sono convinti che «il suo autunno sarà anche quello della Francia».
Dopo la mossa del cavallo di indire le elezioni e rimandare a settembre il groviglio del governo, Macron puntava tutto sulle Olimpiadi di Parigi, per stemperare i bollori politici, far dimenticare i buchi di bilancio e rilanciare la grandeur laica in salsa arcobaleno. Invece i piani gli stanno andando malissimo.
Ha speso 1,4 miliardi per rendere balneabile la Senna? Nessun atleta vuole immergersi, i colibatteri fanno nuoto pinnato e le pantegane si tuffano dal Pont Alexandre III. Ha preteso le Macroniadi, cerimonie da satrapo babilonese per accontentare il popolo? Il popolo è basito, la cerimonia d’apertura ha creato una frattura fra Stato e religione cattolica, i vescovi francesi gli hanno voltato le spalle, anche ebrei e musulmani hanno mostrato irritazione per lo sfregio all’«Ultima Cena». Ha sognato il trionfo dei Giochi più green della storia? Non c’è Paese al mondo che non l’abbia bullizzato per la sciatteria del villaggio olimpico; molti atleti se ne sono andati in albergo per protesta o hanno fatto arrivare i pinguini De Longhi da casa perché, nel nome della transizione verde, la sindaca Anne Hidalgo ha avuto la brillante idea di far togliere l’aria condizionata dalle stanze nelle settimane più bollenti del secolo.
Fuga da Parigi, non solo dei senzatetto, deportati a migliaia verso Lione e Marsiglia per non farli fotografare. Il primo a scappare è stato lui per evitare contestazioni e flash-mob imbarazzanti, mentre qualche buontempone ha innalzato una ghigliottina di cartone in Place de la Bastille. Capìta la metafora, Macron ha fatto salire Brigitte sulla limousine e ha detto all’autista di puntare verso la Costa Azzurra. Per la precisione verso la fortezza medioevale di Brégançon nel Var, dove si rifugiava Charles De Gaulle nei momenti difficili. Poiché l’immagine va salvaguardata, monsieur le président ha fatto sapere che questa è «una vacanza a intermittenza», che gli consente di precipitarsi a Parigi per applaudire qualche trionfo francese. E di sicuro i pugni algerini di Imane Khelif nella finale di boxe domani sera. Glielo ha personalmente promesso in un incontro a Orano due anni fa: «Se vai in finale sarò sugli spalti a fare il tifo per te». Adesso gli tocca.
Nel bene e nel male, tutto questo è un diversivo. Un modo per tirare settembre, un giorno nell’afa del Palais des Sports e l’altro negli agi della spiaggia privata della fortezza fatta edificare nel 1200 dai conti di Provenza. Lui che voleva scatenare la guerra diretta contro Vladimir Putin e guidare l’esercito europeo, é costretto a defilarsi, a svicolare. Chissà perché la memoria corre alla memorabile e feroce battuta di Winston Churchill: «Sapete perché i viali francesi sono tutti alberati? Perché così i soldati tedeschi marciano all’ombra».
Prima o poi settembre arriva, e i venti dell’Atlantico porteranno nubi nere. Quella politica è già lì, se ne avvertono i tuoni sull’Eliseo. L’Assembea Nazionale è balcanizzata, una maggioranza stabile non esiste. E la sinistra radicale con cui avrà a che fare Macron ha già presentato la lista della spesa: ministeri pesanti, la patrimoniale, la caccia ai ricchi (praticamente coloro che hanno votato il presidente), il taglio dell’età pensionabile, la condivisione dei commissari per Bruxelles. Lui punta sul fedelissimo Thierry Bréton, considerato troppo centrista dai post-marxisti e semplicemente impresentabile dal Rassemblement National.
Poi c’è l’economia, sulla quale Macron tende a glissare. Ma il buco è anche più grande di quello fatto nell’acqua della Senna. Deficit previsto nel 2024 vicino al 5%; produzione industriale asfittica, al di sotto della media europea; debito che scricchiola verso il 112% del pil. È vero che la Francia è «too big to fail», ma gli investitori sono scettici e i terremoti di borsa non lasciano insensibile Parigi. La paralisi legislativa moltiplica i malumori. Tutti ricordano che un mese fa, quando la fibrillazione governativa era ai massimi livelli, il divario tra i rendimenti dei titoli di stato francesi e tedeschi ha raggiunto livelli visti - l’ultima volta - una dozzina di anni fa durante la crisi del debito sovrano.
Mentre Macron rassicurava sulle sue «politiche pro business», il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, con un post su X, aveva scritto che i rischi più immediati derivanti dall’impasse sono «una crisi finanziaria e un declino economico nazionale». Sempre lui aveva demolito il programma della sinistra rampante definendolo «esorbitante, inefficace, obsoleto». Sembrano tre caratteristiche delle Olimpiadi parigine. E anche tre difetti del loro Pigmalione, che passeggia per Saint Tropez, si strugge per l’atleta intersexual e aspetta settembre per la resa dei conti. È il sesto cerchio, quello alla testa.
I nuotatori azzurri evitano la Senna e si allenano in piscina: «Più sicuro»
Il triatleta polacco Tyler Mislawchuk rimarrà per sempre negli annali delle Olimpiadi. Non tanto, però, per le sue prestazioni sportive, bensì per le immagini che lo ritraggono vomitare copiosamente dopo aver nuotato nella Senna: immagini che sono già diventate materiale da meme. Il povero Mislawchuk, comunque, è in buona compagnia: tanti altri atleti olimpici sono rimasti vittime del fiume parigino, ormai simbolo delle Macroniadi a pari merito con la cerimonia di apertura dei giochi a base di trans e fauna queer varia.
Tra gli sportivi che hanno espresso forti perplessità sulla qualità dell’acqua della Senna, c’è anche Jolien Vermeylen, che alla tv belga ha raccontato: «Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non si dovrebbe pensare troppo». Il comitato organizzatore ha giurato e spergiurato che la Senna è sicura, questo è vero. Ma, visti i precedenti, non stupisce che anche l’Italia abbia optato per disertare le acque putride del fiume parigino. In vista della 10 km di nuoto in acque libere che si svolgerà oggi (per le donne) e domani (per gli uomini), gli azzurri, tra cui Gregorio Paltrinieri, hanno pensato bene di allenarsi presso una più sicura piscina del circuito olimpico. Con tanti saluti a batteri, feci e pantegane. A deciderlo sono stati il ct Stefano Rubaudo e il tecnico Fabrizio Antonelli in accordo con gli stessi atleti e la dirigenza federale. «Ci fidiamo degli organizzatori e delle professionalità medico-scientifiche deputate ai controlli della Senna», ha dichiarato Antonelli, «ma preferiamo evitare rischi di contaminazioni di qualsiasi genere provando il campo gara». A occhio, si tratta di una decisione molto saggia, dato che, nel frattempo, anche i nuotatori svizzeri Simon Westermann e Adrien Briffod hanno contratto un’infezione gastrointestinale.
Tra le vittime più illustri della Senna, figura soprattutto la triatleta belga Claire Michel. Che, però, con un post sui social ha fatto esultare i fan delle Macroniadi. La Michel, in realtà, si è limitata a scrivere che «ci sono state informazioni un po’ contrastanti» sulle sue condizioni di salute, per poi chiarire di aver contratto un virus, e non un batterio, come è l’ormai famigerato Escherichia coli. Ecco, tanto è bastato a qualcuno per scrivere titoli del tipo «La triatleta belga scagiona la Senna». Come se l’Escherichia coli fosse l’unico pericolo che celano le mefitiche acque del fiume parigino.
A guardar meglio, in effetti, la scelta di far disputare il triathlon nella Senna sta esponendo i nuotatori olimpici a rischi piuttosto alti. Lo ha fatto notare, tra i tanti, anche Alessandro Miani, il presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima): «Nonostante tutti gli sforzi» degli organizzatori, ha dichiarato, «i rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024 legati all’inquinamento del fiume non possono essere completamente eliminati».
Oltre ai virus intestinali, infatti, «si possono verificare infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari». Inoltre, ha proseguito Miani, «occorre poi considerare le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati, ma si riscontrano sul lungo termine». Insomma, bene hanno fatto gli atleti azzurri ad allenarsi in piscina e a evitare la Senna - letteralmente - come la peste.
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Il presidente ha puntato sulla kermesse per stemperare le tensioni politiche post voto, far dimenticare i buchi di bilancio e lanciare una nuova grandeur in salsa arcobaleno. Ma a settembre, col deficit al 5%, per lui arriverà la vera resa dei conti: formare un governo.I nuotoatori azzurri evitano la Senna. Il tecnico Antonelli: «Ci fidiamo degli organizzatori, ma preferiamo non correre rischi».Lo speciale contiene due articoli.Due giorni fa passeggiava per Saint Tropez, girando al largo da La Mandrague, sicuro che anche Brigitte Bardot (90 anni a settembre) gli avrebbe sguinzagliato contro i cani. Dura la vita di Emmanuel Macron, alla ricerca di un luogo dove nascondersi per non essere ricoperto di insulti. L’estate del presidente più presenzialista, più liberal e più soprammobile d’Europa si sta trasformando in un incubo. Guida un Paese in stallo, è definito dalla destra (Marine Le Pen) «un golpista della domenica»; dalla sinistra (Jean Luc Mélenchon) «un uomo finito aggrappato al potere». E gli intellò (per esempio Alain Finkielkraut) sono convinti che «il suo autunno sarà anche quello della Francia».Dopo la mossa del cavallo di indire le elezioni e rimandare a settembre il groviglio del governo, Macron puntava tutto sulle Olimpiadi di Parigi, per stemperare i bollori politici, far dimenticare i buchi di bilancio e rilanciare la grandeur laica in salsa arcobaleno. Invece i piani gli stanno andando malissimo. Ha speso 1,4 miliardi per rendere balneabile la Senna? Nessun atleta vuole immergersi, i colibatteri fanno nuoto pinnato e le pantegane si tuffano dal Pont Alexandre III. Ha preteso le Macroniadi, cerimonie da satrapo babilonese per accontentare il popolo? Il popolo è basito, la cerimonia d’apertura ha creato una frattura fra Stato e religione cattolica, i vescovi francesi gli hanno voltato le spalle, anche ebrei e musulmani hanno mostrato irritazione per lo sfregio all’«Ultima Cena». Ha sognato il trionfo dei Giochi più green della storia? Non c’è Paese al mondo che non l’abbia bullizzato per la sciatteria del villaggio olimpico; molti atleti se ne sono andati in albergo per protesta o hanno fatto arrivare i pinguini De Longhi da casa perché, nel nome della transizione verde, la sindaca Anne Hidalgo ha avuto la brillante idea di far togliere l’aria condizionata dalle stanze nelle settimane più bollenti del secolo.Fuga da Parigi, non solo dei senzatetto, deportati a migliaia verso Lione e Marsiglia per non farli fotografare. Il primo a scappare è stato lui per evitare contestazioni e flash-mob imbarazzanti, mentre qualche buontempone ha innalzato una ghigliottina di cartone in Place de la Bastille. Capìta la metafora, Macron ha fatto salire Brigitte sulla limousine e ha detto all’autista di puntare verso la Costa Azzurra. Per la precisione verso la fortezza medioevale di Brégançon nel Var, dove si rifugiava Charles De Gaulle nei momenti difficili. Poiché l’immagine va salvaguardata, monsieur le président ha fatto sapere che questa è «una vacanza a intermittenza», che gli consente di precipitarsi a Parigi per applaudire qualche trionfo francese. E di sicuro i pugni algerini di Imane Khelif nella finale di boxe domani sera. Glielo ha personalmente promesso in un incontro a Orano due anni fa: «Se vai in finale sarò sugli spalti a fare il tifo per te». Adesso gli tocca.Nel bene e nel male, tutto questo è un diversivo. Un modo per tirare settembre, un giorno nell’afa del Palais des Sports e l’altro negli agi della spiaggia privata della fortezza fatta edificare nel 1200 dai conti di Provenza. Lui che voleva scatenare la guerra diretta contro Vladimir Putin e guidare l’esercito europeo, é costretto a defilarsi, a svicolare. Chissà perché la memoria corre alla memorabile e feroce battuta di Winston Churchill: «Sapete perché i viali francesi sono tutti alberati? Perché così i soldati tedeschi marciano all’ombra».Prima o poi settembre arriva, e i venti dell’Atlantico porteranno nubi nere. Quella politica è già lì, se ne avvertono i tuoni sull’Eliseo. L’Assembea Nazionale è balcanizzata, una maggioranza stabile non esiste. E la sinistra radicale con cui avrà a che fare Macron ha già presentato la lista della spesa: ministeri pesanti, la patrimoniale, la caccia ai ricchi (praticamente coloro che hanno votato il presidente), il taglio dell’età pensionabile, la condivisione dei commissari per Bruxelles. Lui punta sul fedelissimo Thierry Bréton, considerato troppo centrista dai post-marxisti e semplicemente impresentabile dal Rassemblement National.Poi c’è l’economia, sulla quale Macron tende a glissare. Ma il buco è anche più grande di quello fatto nell’acqua della Senna. Deficit previsto nel 2024 vicino al 5%; produzione industriale asfittica, al di sotto della media europea; debito che scricchiola verso il 112% del pil. È vero che la Francia è «too big to fail», ma gli investitori sono scettici e i terremoti di borsa non lasciano insensibile Parigi. La paralisi legislativa moltiplica i malumori. Tutti ricordano che un mese fa, quando la fibrillazione governativa era ai massimi livelli, il divario tra i rendimenti dei titoli di stato francesi e tedeschi ha raggiunto livelli visti - l’ultima volta - una dozzina di anni fa durante la crisi del debito sovrano.Mentre Macron rassicurava sulle sue «politiche pro business», il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, con un post su X, aveva scritto che i rischi più immediati derivanti dall’impasse sono «una crisi finanziaria e un declino economico nazionale». Sempre lui aveva demolito il programma della sinistra rampante definendolo «esorbitante, inefficace, obsoleto». Sembrano tre caratteristiche delle Olimpiadi parigine. E anche tre difetti del loro Pigmalione, che passeggia per Saint Tropez, si strugge per l’atleta intersexual e aspetta settembre per la resa dei conti. È il sesto cerchio, quello alla testa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-crisi-2668919556.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-nuotatori-azzurri-evitano-la-senna-e-si-allenano-in-piscina-piu-sicuro" data-post-id="2668919556" data-published-at="1723062430" data-use-pagination="False"> I nuotatori azzurri evitano la Senna e si allenano in piscina: «Più sicuro» Il triatleta polacco Tyler Mislawchuk rimarrà per sempre negli annali delle Olimpiadi. Non tanto, però, per le sue prestazioni sportive, bensì per le immagini che lo ritraggono vomitare copiosamente dopo aver nuotato nella Senna: immagini che sono già diventate materiale da meme. Il povero Mislawchuk, comunque, è in buona compagnia: tanti altri atleti olimpici sono rimasti vittime del fiume parigino, ormai simbolo delle Macroniadi a pari merito con la cerimonia di apertura dei giochi a base di trans e fauna queer varia. Tra gli sportivi che hanno espresso forti perplessità sulla qualità dell’acqua della Senna, c’è anche Jolien Vermeylen, che alla tv belga ha raccontato: «Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non si dovrebbe pensare troppo». Il comitato organizzatore ha giurato e spergiurato che la Senna è sicura, questo è vero. Ma, visti i precedenti, non stupisce che anche l’Italia abbia optato per disertare le acque putride del fiume parigino. In vista della 10 km di nuoto in acque libere che si svolgerà oggi (per le donne) e domani (per gli uomini), gli azzurri, tra cui Gregorio Paltrinieri, hanno pensato bene di allenarsi presso una più sicura piscina del circuito olimpico. Con tanti saluti a batteri, feci e pantegane. A deciderlo sono stati il ct Stefano Rubaudo e il tecnico Fabrizio Antonelli in accordo con gli stessi atleti e la dirigenza federale. «Ci fidiamo degli organizzatori e delle professionalità medico-scientifiche deputate ai controlli della Senna», ha dichiarato Antonelli, «ma preferiamo evitare rischi di contaminazioni di qualsiasi genere provando il campo gara». A occhio, si tratta di una decisione molto saggia, dato che, nel frattempo, anche i nuotatori svizzeri Simon Westermann e Adrien Briffod hanno contratto un’infezione gastrointestinale. Tra le vittime più illustri della Senna, figura soprattutto la triatleta belga Claire Michel. Che, però, con un post sui social ha fatto esultare i fan delle Macroniadi. La Michel, in realtà, si è limitata a scrivere che «ci sono state informazioni un po’ contrastanti» sulle sue condizioni di salute, per poi chiarire di aver contratto un virus, e non un batterio, come è l’ormai famigerato Escherichia coli. Ecco, tanto è bastato a qualcuno per scrivere titoli del tipo «La triatleta belga scagiona la Senna». Come se l’Escherichia coli fosse l’unico pericolo che celano le mefitiche acque del fiume parigino. A guardar meglio, in effetti, la scelta di far disputare il triathlon nella Senna sta esponendo i nuotatori olimpici a rischi piuttosto alti. Lo ha fatto notare, tra i tanti, anche Alessandro Miani, il presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima): «Nonostante tutti gli sforzi» degli organizzatori, ha dichiarato, «i rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024 legati all’inquinamento del fiume non possono essere completamente eliminati». Oltre ai virus intestinali, infatti, «si possono verificare infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari». Inoltre, ha proseguito Miani, «occorre poi considerare le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati, ma si riscontrano sul lungo termine». Insomma, bene hanno fatto gli atleti azzurri ad allenarsi in piscina e a evitare la Senna - letteralmente - come la peste.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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