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2024-08-08
Il calvario di Macron inizierà dopo i Giochi
Emmanuel Macron (Ansa)
Due giorni fa passeggiava per Saint Tropez, girando al largo da La Mandrague, sicuro che anche Brigitte Bardot (90 anni a settembre) gli avrebbe sguinzagliato contro i cani. Dura la vita di Emmanuel Macron, alla ricerca di un luogo dove nascondersi per non essere ricoperto di insulti. L’estate del presidente più presenzialista, più liberal e più soprammobile d’Europa si sta trasformando in un incubo. Guida un Paese in stallo, è definito dalla destra (Marine Le Pen) «un golpista della domenica»; dalla sinistra (Jean Luc Mélenchon) «un uomo finito aggrappato al potere». E gli intellò (per esempio Alain Finkielkraut) sono convinti che «il suo autunno sarà anche quello della Francia».
Dopo la mossa del cavallo di indire le elezioni e rimandare a settembre il groviglio del governo, Macron puntava tutto sulle Olimpiadi di Parigi, per stemperare i bollori politici, far dimenticare i buchi di bilancio e rilanciare la grandeur laica in salsa arcobaleno. Invece i piani gli stanno andando malissimo.
Ha speso 1,4 miliardi per rendere balneabile la Senna? Nessun atleta vuole immergersi, i colibatteri fanno nuoto pinnato e le pantegane si tuffano dal Pont Alexandre III. Ha preteso le Macroniadi, cerimonie da satrapo babilonese per accontentare il popolo? Il popolo è basito, la cerimonia d’apertura ha creato una frattura fra Stato e religione cattolica, i vescovi francesi gli hanno voltato le spalle, anche ebrei e musulmani hanno mostrato irritazione per lo sfregio all’«Ultima Cena». Ha sognato il trionfo dei Giochi più green della storia? Non c’è Paese al mondo che non l’abbia bullizzato per la sciatteria del villaggio olimpico; molti atleti se ne sono andati in albergo per protesta o hanno fatto arrivare i pinguini De Longhi da casa perché, nel nome della transizione verde, la sindaca Anne Hidalgo ha avuto la brillante idea di far togliere l’aria condizionata dalle stanze nelle settimane più bollenti del secolo.
Fuga da Parigi, non solo dei senzatetto, deportati a migliaia verso Lione e Marsiglia per non farli fotografare. Il primo a scappare è stato lui per evitare contestazioni e flash-mob imbarazzanti, mentre qualche buontempone ha innalzato una ghigliottina di cartone in Place de la Bastille. Capìta la metafora, Macron ha fatto salire Brigitte sulla limousine e ha detto all’autista di puntare verso la Costa Azzurra. Per la precisione verso la fortezza medioevale di Brégançon nel Var, dove si rifugiava Charles De Gaulle nei momenti difficili. Poiché l’immagine va salvaguardata, monsieur le président ha fatto sapere che questa è «una vacanza a intermittenza», che gli consente di precipitarsi a Parigi per applaudire qualche trionfo francese. E di sicuro i pugni algerini di Imane Khelif nella finale di boxe domani sera. Glielo ha personalmente promesso in un incontro a Orano due anni fa: «Se vai in finale sarò sugli spalti a fare il tifo per te». Adesso gli tocca.
Nel bene e nel male, tutto questo è un diversivo. Un modo per tirare settembre, un giorno nell’afa del Palais des Sports e l’altro negli agi della spiaggia privata della fortezza fatta edificare nel 1200 dai conti di Provenza. Lui che voleva scatenare la guerra diretta contro Vladimir Putin e guidare l’esercito europeo, é costretto a defilarsi, a svicolare. Chissà perché la memoria corre alla memorabile e feroce battuta di Winston Churchill: «Sapete perché i viali francesi sono tutti alberati? Perché così i soldati tedeschi marciano all’ombra».
Prima o poi settembre arriva, e i venti dell’Atlantico porteranno nubi nere. Quella politica è già lì, se ne avvertono i tuoni sull’Eliseo. L’Assembea Nazionale è balcanizzata, una maggioranza stabile non esiste. E la sinistra radicale con cui avrà a che fare Macron ha già presentato la lista della spesa: ministeri pesanti, la patrimoniale, la caccia ai ricchi (praticamente coloro che hanno votato il presidente), il taglio dell’età pensionabile, la condivisione dei commissari per Bruxelles. Lui punta sul fedelissimo Thierry Bréton, considerato troppo centrista dai post-marxisti e semplicemente impresentabile dal Rassemblement National.
Poi c’è l’economia, sulla quale Macron tende a glissare. Ma il buco è anche più grande di quello fatto nell’acqua della Senna. Deficit previsto nel 2024 vicino al 5%; produzione industriale asfittica, al di sotto della media europea; debito che scricchiola verso il 112% del pil. È vero che la Francia è «too big to fail», ma gli investitori sono scettici e i terremoti di borsa non lasciano insensibile Parigi. La paralisi legislativa moltiplica i malumori. Tutti ricordano che un mese fa, quando la fibrillazione governativa era ai massimi livelli, il divario tra i rendimenti dei titoli di stato francesi e tedeschi ha raggiunto livelli visti - l’ultima volta - una dozzina di anni fa durante la crisi del debito sovrano.
Mentre Macron rassicurava sulle sue «politiche pro business», il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, con un post su X, aveva scritto che i rischi più immediati derivanti dall’impasse sono «una crisi finanziaria e un declino economico nazionale». Sempre lui aveva demolito il programma della sinistra rampante definendolo «esorbitante, inefficace, obsoleto». Sembrano tre caratteristiche delle Olimpiadi parigine. E anche tre difetti del loro Pigmalione, che passeggia per Saint Tropez, si strugge per l’atleta intersexual e aspetta settembre per la resa dei conti. È il sesto cerchio, quello alla testa.
I nuotatori azzurri evitano la Senna e si allenano in piscina: «Più sicuro»
Il triatleta polacco Tyler Mislawchuk rimarrà per sempre negli annali delle Olimpiadi. Non tanto, però, per le sue prestazioni sportive, bensì per le immagini che lo ritraggono vomitare copiosamente dopo aver nuotato nella Senna: immagini che sono già diventate materiale da meme. Il povero Mislawchuk, comunque, è in buona compagnia: tanti altri atleti olimpici sono rimasti vittime del fiume parigino, ormai simbolo delle Macroniadi a pari merito con la cerimonia di apertura dei giochi a base di trans e fauna queer varia.
Tra gli sportivi che hanno espresso forti perplessità sulla qualità dell’acqua della Senna, c’è anche Jolien Vermeylen, che alla tv belga ha raccontato: «Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non si dovrebbe pensare troppo». Il comitato organizzatore ha giurato e spergiurato che la Senna è sicura, questo è vero. Ma, visti i precedenti, non stupisce che anche l’Italia abbia optato per disertare le acque putride del fiume parigino. In vista della 10 km di nuoto in acque libere che si svolgerà oggi (per le donne) e domani (per gli uomini), gli azzurri, tra cui Gregorio Paltrinieri, hanno pensato bene di allenarsi presso una più sicura piscina del circuito olimpico. Con tanti saluti a batteri, feci e pantegane. A deciderlo sono stati il ct Stefano Rubaudo e il tecnico Fabrizio Antonelli in accordo con gli stessi atleti e la dirigenza federale. «Ci fidiamo degli organizzatori e delle professionalità medico-scientifiche deputate ai controlli della Senna», ha dichiarato Antonelli, «ma preferiamo evitare rischi di contaminazioni di qualsiasi genere provando il campo gara». A occhio, si tratta di una decisione molto saggia, dato che, nel frattempo, anche i nuotatori svizzeri Simon Westermann e Adrien Briffod hanno contratto un’infezione gastrointestinale.
Tra le vittime più illustri della Senna, figura soprattutto la triatleta belga Claire Michel. Che, però, con un post sui social ha fatto esultare i fan delle Macroniadi. La Michel, in realtà, si è limitata a scrivere che «ci sono state informazioni un po’ contrastanti» sulle sue condizioni di salute, per poi chiarire di aver contratto un virus, e non un batterio, come è l’ormai famigerato Escherichia coli. Ecco, tanto è bastato a qualcuno per scrivere titoli del tipo «La triatleta belga scagiona la Senna». Come se l’Escherichia coli fosse l’unico pericolo che celano le mefitiche acque del fiume parigino.
A guardar meglio, in effetti, la scelta di far disputare il triathlon nella Senna sta esponendo i nuotatori olimpici a rischi piuttosto alti. Lo ha fatto notare, tra i tanti, anche Alessandro Miani, il presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima): «Nonostante tutti gli sforzi» degli organizzatori, ha dichiarato, «i rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024 legati all’inquinamento del fiume non possono essere completamente eliminati».
Oltre ai virus intestinali, infatti, «si possono verificare infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari». Inoltre, ha proseguito Miani, «occorre poi considerare le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati, ma si riscontrano sul lungo termine». Insomma, bene hanno fatto gli atleti azzurri ad allenarsi in piscina e a evitare la Senna - letteralmente - come la peste.
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Il presidente ha puntato sulla kermesse per stemperare le tensioni politiche post voto, far dimenticare i buchi di bilancio e lanciare una nuova grandeur in salsa arcobaleno. Ma a settembre, col deficit al 5%, per lui arriverà la vera resa dei conti: formare un governo.I nuotoatori azzurri evitano la Senna. Il tecnico Antonelli: «Ci fidiamo degli organizzatori, ma preferiamo non correre rischi».Lo speciale contiene due articoli.Due giorni fa passeggiava per Saint Tropez, girando al largo da La Mandrague, sicuro che anche Brigitte Bardot (90 anni a settembre) gli avrebbe sguinzagliato contro i cani. Dura la vita di Emmanuel Macron, alla ricerca di un luogo dove nascondersi per non essere ricoperto di insulti. L’estate del presidente più presenzialista, più liberal e più soprammobile d’Europa si sta trasformando in un incubo. Guida un Paese in stallo, è definito dalla destra (Marine Le Pen) «un golpista della domenica»; dalla sinistra (Jean Luc Mélenchon) «un uomo finito aggrappato al potere». E gli intellò (per esempio Alain Finkielkraut) sono convinti che «il suo autunno sarà anche quello della Francia».Dopo la mossa del cavallo di indire le elezioni e rimandare a settembre il groviglio del governo, Macron puntava tutto sulle Olimpiadi di Parigi, per stemperare i bollori politici, far dimenticare i buchi di bilancio e rilanciare la grandeur laica in salsa arcobaleno. Invece i piani gli stanno andando malissimo. Ha speso 1,4 miliardi per rendere balneabile la Senna? Nessun atleta vuole immergersi, i colibatteri fanno nuoto pinnato e le pantegane si tuffano dal Pont Alexandre III. Ha preteso le Macroniadi, cerimonie da satrapo babilonese per accontentare il popolo? Il popolo è basito, la cerimonia d’apertura ha creato una frattura fra Stato e religione cattolica, i vescovi francesi gli hanno voltato le spalle, anche ebrei e musulmani hanno mostrato irritazione per lo sfregio all’«Ultima Cena». Ha sognato il trionfo dei Giochi più green della storia? Non c’è Paese al mondo che non l’abbia bullizzato per la sciatteria del villaggio olimpico; molti atleti se ne sono andati in albergo per protesta o hanno fatto arrivare i pinguini De Longhi da casa perché, nel nome della transizione verde, la sindaca Anne Hidalgo ha avuto la brillante idea di far togliere l’aria condizionata dalle stanze nelle settimane più bollenti del secolo.Fuga da Parigi, non solo dei senzatetto, deportati a migliaia verso Lione e Marsiglia per non farli fotografare. Il primo a scappare è stato lui per evitare contestazioni e flash-mob imbarazzanti, mentre qualche buontempone ha innalzato una ghigliottina di cartone in Place de la Bastille. Capìta la metafora, Macron ha fatto salire Brigitte sulla limousine e ha detto all’autista di puntare verso la Costa Azzurra. Per la precisione verso la fortezza medioevale di Brégançon nel Var, dove si rifugiava Charles De Gaulle nei momenti difficili. Poiché l’immagine va salvaguardata, monsieur le président ha fatto sapere che questa è «una vacanza a intermittenza», che gli consente di precipitarsi a Parigi per applaudire qualche trionfo francese. E di sicuro i pugni algerini di Imane Khelif nella finale di boxe domani sera. Glielo ha personalmente promesso in un incontro a Orano due anni fa: «Se vai in finale sarò sugli spalti a fare il tifo per te». Adesso gli tocca.Nel bene e nel male, tutto questo è un diversivo. Un modo per tirare settembre, un giorno nell’afa del Palais des Sports e l’altro negli agi della spiaggia privata della fortezza fatta edificare nel 1200 dai conti di Provenza. Lui che voleva scatenare la guerra diretta contro Vladimir Putin e guidare l’esercito europeo, é costretto a defilarsi, a svicolare. Chissà perché la memoria corre alla memorabile e feroce battuta di Winston Churchill: «Sapete perché i viali francesi sono tutti alberati? Perché così i soldati tedeschi marciano all’ombra».Prima o poi settembre arriva, e i venti dell’Atlantico porteranno nubi nere. Quella politica è già lì, se ne avvertono i tuoni sull’Eliseo. L’Assembea Nazionale è balcanizzata, una maggioranza stabile non esiste. E la sinistra radicale con cui avrà a che fare Macron ha già presentato la lista della spesa: ministeri pesanti, la patrimoniale, la caccia ai ricchi (praticamente coloro che hanno votato il presidente), il taglio dell’età pensionabile, la condivisione dei commissari per Bruxelles. Lui punta sul fedelissimo Thierry Bréton, considerato troppo centrista dai post-marxisti e semplicemente impresentabile dal Rassemblement National.Poi c’è l’economia, sulla quale Macron tende a glissare. Ma il buco è anche più grande di quello fatto nell’acqua della Senna. Deficit previsto nel 2024 vicino al 5%; produzione industriale asfittica, al di sotto della media europea; debito che scricchiola verso il 112% del pil. È vero che la Francia è «too big to fail», ma gli investitori sono scettici e i terremoti di borsa non lasciano insensibile Parigi. La paralisi legislativa moltiplica i malumori. Tutti ricordano che un mese fa, quando la fibrillazione governativa era ai massimi livelli, il divario tra i rendimenti dei titoli di stato francesi e tedeschi ha raggiunto livelli visti - l’ultima volta - una dozzina di anni fa durante la crisi del debito sovrano.Mentre Macron rassicurava sulle sue «politiche pro business», il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, con un post su X, aveva scritto che i rischi più immediati derivanti dall’impasse sono «una crisi finanziaria e un declino economico nazionale». Sempre lui aveva demolito il programma della sinistra rampante definendolo «esorbitante, inefficace, obsoleto». Sembrano tre caratteristiche delle Olimpiadi parigine. E anche tre difetti del loro Pigmalione, che passeggia per Saint Tropez, si strugge per l’atleta intersexual e aspetta settembre per la resa dei conti. 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Il povero Mislawchuk, comunque, è in buona compagnia: tanti altri atleti olimpici sono rimasti vittime del fiume parigino, ormai simbolo delle Macroniadi a pari merito con la cerimonia di apertura dei giochi a base di trans e fauna queer varia. Tra gli sportivi che hanno espresso forti perplessità sulla qualità dell’acqua della Senna, c’è anche Jolien Vermeylen, che alla tv belga ha raccontato: «Nuotando sotto il ponte, ho sentito e visto cose a cui non si dovrebbe pensare troppo». Il comitato organizzatore ha giurato e spergiurato che la Senna è sicura, questo è vero. Ma, visti i precedenti, non stupisce che anche l’Italia abbia optato per disertare le acque putride del fiume parigino. In vista della 10 km di nuoto in acque libere che si svolgerà oggi (per le donne) e domani (per gli uomini), gli azzurri, tra cui Gregorio Paltrinieri, hanno pensato bene di allenarsi presso una più sicura piscina del circuito olimpico. Con tanti saluti a batteri, feci e pantegane. A deciderlo sono stati il ct Stefano Rubaudo e il tecnico Fabrizio Antonelli in accordo con gli stessi atleti e la dirigenza federale. «Ci fidiamo degli organizzatori e delle professionalità medico-scientifiche deputate ai controlli della Senna», ha dichiarato Antonelli, «ma preferiamo evitare rischi di contaminazioni di qualsiasi genere provando il campo gara». A occhio, si tratta di una decisione molto saggia, dato che, nel frattempo, anche i nuotatori svizzeri Simon Westermann e Adrien Briffod hanno contratto un’infezione gastrointestinale. Tra le vittime più illustri della Senna, figura soprattutto la triatleta belga Claire Michel. Che, però, con un post sui social ha fatto esultare i fan delle Macroniadi. La Michel, in realtà, si è limitata a scrivere che «ci sono state informazioni un po’ contrastanti» sulle sue condizioni di salute, per poi chiarire di aver contratto un virus, e non un batterio, come è l’ormai famigerato Escherichia coli. Ecco, tanto è bastato a qualcuno per scrivere titoli del tipo «La triatleta belga scagiona la Senna». Come se l’Escherichia coli fosse l’unico pericolo che celano le mefitiche acque del fiume parigino. A guardar meglio, in effetti, la scelta di far disputare il triathlon nella Senna sta esponendo i nuotatori olimpici a rischi piuttosto alti. Lo ha fatto notare, tra i tanti, anche Alessandro Miani, il presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima): «Nonostante tutti gli sforzi» degli organizzatori, ha dichiarato, «i rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024 legati all’inquinamento del fiume non possono essere completamente eliminati». Oltre ai virus intestinali, infatti, «si possono verificare infezioni della pelle e degli occhi per via del contatto con l’acqua contaminata, con conseguenti eruzioni cutanee e infezioni oculari. Altro rischio importante è la leptospirosi, malattia causata da batteri presenti nell’urina degli animali come ratti e topi: i sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari». Inoltre, ha proseguito Miani, «occorre poi considerare le esposizioni agli inquinanti chimici presenti nelle acque dei fiumi come metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze, i cui effetti nocivi sulla salute non sono immediati, ma si riscontrano sul lungo termine». Insomma, bene hanno fatto gli atleti azzurri ad allenarsi in piscina e a evitare la Senna - letteralmente - come la peste.
Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro (Ansa)
La decisione del sottosegretario arriva per via del suo coinvolgimento nella 5 Forchette srl, società che gestiva il ristorante Bisteccheria d’Italia a Roma. La società era posseduta anche da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato per aver favorito le attività della camorra a Roma. L’uomo infatti risulta legato al clan Senese. «Ho consegnato le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio», le parole di Delmastro.
La capo di gabinetto Bartolozzi si dimette invece per ragioni politiche. Nel mirino le sue frasi pronunciate contro le toghe in piena campagna referendaria, giudicate quanto meno inopportune per un alto funzionario del ministero della Giustizia, che aveva definito certe toghe paragonabili a «plotoni di esecuzione». In precedenza l’ex deputata era stata indagata dalla Procura di Roma con l’accusa di aver fornito false informazioni ai pubblici ministeri sulla liberazione del cittadino libico Almasri, indagini concluse però in un nulla di fatto, con l’avviso di conclusione delle indagini notificato a fine febbraio.
Queste dimissioni precedono il question time del ministro Nordio, previsto per oggi. Intervento che alle opposizioni non basta perché dopo gli ultimi avvenimenti hanno deciso di chiedere chiarimenti anche al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La prima a pretendere l’intervento in Aula del premier è stata Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. Francesco Boccia, capo dei senatori dem, si domanda: «Fino a ieri Delmastro e Bartolozzi, nonostante le richieste delle opposizioni, sono rimasti al loro posto con il ministro Nordio a difendere il loro operato. Ora, nel giro di mezz'ora, assistiamo a due dimissioni. Cosa è cambiato? L’esito del referendum ha spaventato il governo? Ci sono fatti che non conosciamo? È intervenuto il presidente del Consiglio? Il ministro della Giustizia ha cambiato idea?».
Un treno di dimissioni gradito da Meloni , che «esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario alla giustizia e del capo di gabinetto di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione». Tuttavia: «Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè». Chiedono nuovamente le sue dimissioni a gran voce anche i 5 stelle. «L’elenco degli orrori non è finito. L’impatto di questo travolgente voto popolare riuscirà a far dimettere anche il ministro Santanchè?», si domanda sui social Giuseppe Conte. Mentre il Pd annuncia una mozione di sfiducia.
Ed in serata la leader dem, Elly Schlein, a cercare di prendersi la scena: «Dimissioni tardive, il caso Delmastro è gravissimo e continueremo a seguirlo. Se la maggioranza non avesse perso avrebbe fatto queste scelte? La Meloni pensi agli interessi dell’Italia, non può più permettersi ministri leggeri».
Santanchè è indagata dalla Procura di Milano per bancarotta fraudolenta in relazione al fallimento di Bioera Spa. Un filone che si somma alle precedenti inchieste per bancarotta riguardanti Ki Group e per falso in bilancio e truffa aggravata inerenti alla gestione di Visibilia Editore.
La responsabilità politica per l’esito del voto, tuttavia, resta del ministro Nordio, che ieri con grande dignità nello studio di Start, su Sky Tg24, ha riconosciuto la paternità della sconfitta al referendum sulla riforma che, come ha ricordato lui stesso: «In gran parte porta il mio nome». Non ha parlato di sue dimissioni respingendole nel pomeriggio, ma circa l’ipotesi di un prosieguo del suo mandato in un eventuale futuro governo Meloni ha chiarito: «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby. Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno». E poi ha ribadito: «Sono stato chiamato a questo altissimo incarico, per il quale ringrazio e ringrazierò sempre il premier, per fare una serie di riforme, la più importante delle quali purtroppo non è andata bene, probabilmente anche per colpa mia».
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Ansa
La partecipazione al voto è stata importante: il 58,9% di affluenza indica che c’è stata un’attenzione particolare da parte degli italiani, anche se sicuramente in pochi hanno capito davvero i contenuti della riforma; chi ha votato No era più interessato alle conseguenze politiche che ne sarebbero derivate. Ovvero a fare uno sgambetto al governo. Colpa anche della campagna referendaria che, a detta di molti, la destra ha cannato completamente. È stata una campagna caratterizzata da offese e dichiarazioni fuori misura da parte di entrambi gli schieramenti. Ciò ha prodotto una maggiore mobilitazione degli elettori di sinistra in favore del No. Non pochi elettori dei partiti dell’opposizione, inizialmente, si dicevano orientati a votare per il Sì, poi l’inasprimento della campagna ha fatto loro cambiare idea mobilitando anche una parte degli elettori che si erano astenuti alle Politiche 2022 e alle Europee 2024, quasi tutti schierati per il No.
Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni di due anni fa è andato alle urne. Se una cosa positiva è uscita da questo referendum è quella di aver saputo rianimare la partecipazione politica in Italia, che da anni aveva l’elettroencefalogramma piatto.
Tuttavia, Elly Schlein e i suoi hanno poco da cantare Bella ciao. Se si votasse domani per le Politiche e tutti i No andassero al campo largo, la sinistra avrebbe una maggioranza risicata. Sempre se la ottiene. Lo dichiara un’analisi dell’Istituto Cattaneo: «È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione delle Politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso le opposizioni, le Politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo a una maggioranza relativa dei seggi», scrivono dall’Istituto. Insomma Maurizio Landini, capo della Cgil, e compagni hanno poco da festeggiare perché se si volessero usare i risultati del referendum come un «predittore del voto», dovrebbero essere almeno «corretti tenendo conto del diverso grado di partecipazione al voto dei vari elettorati», si spiega.
Come dicevamo, il massimo della partecipazione è stata tra gli studenti e in generale tra i più giovani: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. Se guardiamo a chi sta tra i 29 e i 44 anni, la generazione Y, troviamo il massimo livello di astensionismo (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%). Una partecipazione un po’ più elevata della media caratterizza boomer e silent, gli elettori che hanno dai 61 anni in su. Infine, la partecipazione al voto, coinvolge meno gli elettori di centro. Il sostegno alla legge si ferma al 31% tra i centristi.
Per la sinistra votare No è stato invece come una chiamata alle armi contro il governo, anche se c’è stata una parte di elettori del Pd che ha scelto il Sì. Visto che Giuseppe Conte manda un avviso di sfratto a Giorgia Meloni abbiamo una notizia anche per lui: secondo l’analista Nando Pagnoncelli, tra chi dichiara di votare M5s, circa il 17% (ma era il 24% qualche mese fa) si è espresso per il Sì.
Nel centrodestra qualche «tradimento» si rileva tra gli elettori di Lega e Fi, rispettivamente con il 12% e il 10% circa, che vota No. Infine, tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, Avs, il Sì arriva al 31%. Anche Matteo Renzi e Nicola Fratoianni hanno perso il loro tocco magico?
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Giorgia Meloni (Ansa). Nei riquadri Giusi Bartolozzi, Andrea Delmastro e Daniela Santanchè
A gennaio i sondaggi segnalavano una distanza di quasi 20 punti fra il fronte del No e quello del Sì, con quest’ultimo in vantaggio. Dunque, come è stato possibile andar sotto di quasi 9 punti, cancellando la speranza di rendere più efficiente e imparziale la magistratura, e mettendo una serie ipoteca sul futuro del governo e di quello prossimo venturo? Di sicuro ci sono un paio di fattori che hanno influenzato il voto e tra questi segnalo il cosiddetto popolo di Gaza, che ha indirizzato contro Meloni e il suo governo la rabbia accumulata in questi anni, accresciuta nell’ultimo mese a causa della guerra in Iran. il vecchio antiamericanismo della sinistra radicale, che si somma a quello giovanile. Inoltre, nelle regioni del Sud può aver influito anche il reddito di cittadinanza, che il centrodestra ha giustamente abolito ma che agli elettori che ne beneficiavano, molti dei quali sostenitori dei 5 stelle, non deve aver fatto certo piacere.
Però, oltre a tutto ciò, sono stati commessi errori marchiani di comunicazione. La campagna referendaria è stata condotta male e all’ultimo, lasciando spazio agli slogan menzogneri dell’Anm e della sinistra, che hanno puntato tutto non sul merito della riforma, ma hanno trasformato il voto in un referendum sul governo e sul premier. Sì o No a Giorgia Meloni. A peggiorare le cose poi si sono messi i casi Bartolozzi e Delmastro. Il capo di gabinetto del ministro Nordio, già nel mirino per il caso Almasri, si è lasciata sfuggire un paio di frasi che hanno messo l’esecutivo in difficoltà. Dire che la magistratura è un plotone d’esecuzione, se si ricopre un delicato incarico a fianco del responsabile della Giustizia, significa spararsi nei piedi. Che giudici e pm siano talvolta politicamente orientati lo può sostenere un comune cittadino, non chi guida il ministero di via Arenula. Così come da un capo di gabinetto, ovvero da un funzionario pubblico, non ci si aspetta che dichiari di essere pronto a lasciare l’Italia in caso di vittoria del No: sono frasi che uno si aspetta da qualche scrittore che ama l’esilio, non da quanti rivestono ruoli di responsabilità.
Anche il caso Delmastro non può essere taciuto. L’imbarazzo con cui a Palazzo Chigi hanno accolto la notizia di una compartecipazione societaria con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni e per di più con l’aggravante mafiosa era evidente dal primo giorno. Se Meloni ha scelto la linea del silenzio è stato per non inquinare ulteriormente il voto, ma dopo la sconfitta le dimissioni non potevano mancare e così è stato.
Il premier sceglie di far piazza pulita e dopo l’addio di Bartolozzi e Delmastro non è detto che sia finita. Come dicevo, c’è da salvare la legislatura. Nella migliore delle ipotesi le Camere saranno sciolte in primavera, ma nella peggiore la legislatura potrebbe trascinarsi fino a dopo l’estate, dato che nel 2022 le elezioni si tennero a fine settembre, e dunque Meloni non può stare sulla graticola. È chiaro che questi mesi non saranno facili. Un po’ perché non c’è tempo di varare nuove riforme (il premierato credo sia stato definitivamente accantonato e l’autonomia regionale credo farà la stessa fine). Restano le misure economiche, che sono indispensabili, soprattutto con la guerra in Iran e l’aumento del prezzo dei combustibili. Ma c’è bisogno di stabilità e non di chi parla troppo e frequenta male. Come ricordo spesso, nel 2029 c’è da eleggere il prossimo presidente della Repubblica e mi auguro che non ci sia un altro Mattarella. Dunque, urge serrare i ranghi e fare piazza pulita. La partita non è ancora conclusa.
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