True
2023-10-31
L’Ue piccona un altro pezzo di democrazia
La commissione Affari costituzionali (Afco) del Parlamento europeo ha approvato pochi giorni fa un progetto di riforma dei Trattati europei che aggrava il deficit democratico delle istituzioni dell’Unione e che di fatto cancellerà gli ultimi residui di sovranità popolare, con tanti saluti ai principi democratici. A Bruxelles, la commissione parlamentare ha approvato uno schema che prevede la fine dell’unanimità nel Consiglio europeo in ben 65 materie, l’allargamento delle competenze dell’Unione e della Commissione europea in particolare, l’avvio di una difesa europea, l’obbligatorietà di adottare l’euro come moneta per tutti gli Stati membri. Nel complesso si tratta di 267 emendamenti ai trattati in essere, ed oltre all’abolizione dell’unanimità in Consiglio a preoccupare è l’allargamento delle competenze che sarebbero assegnate a Bruxelles anche in via esclusiva.
La proposta di modifica raccoglie il consenso della attuale maggioranza parlamentare a Bruxelles, che vede alleati il Partito popolare europeo, i socialdemocratici, i verdi e i liberali di Renew Europe. Contro si sono schierati i gruppi dei Conservatori di Ecr e il gruppo Identità e Democrazia.
Il progetto intende abolire l’unanimità nel Consiglio europeo su materie importanti, quali ad esempio la politica estera. La Commissione diventerebbe un vero governo dell’Unione (infatti il progetto la vorrebbe ribattezzare «Esecutivo europeo»). La proposta disegna anche un allargamento delle competenze di Bruxelles in tema di sicurezza e difesa, con la creazione di una forza armata al comando dell’esecutivo. Altri settori interessati dal rafforzamento delle competenze concorrenti dell’Unione saranno la giustizia, la sanità, il mercato unico. Si chiede la competenza esclusiva dell’Unione sull’ambiente, togliendo quindi questa autorità agli Stati.
Il complesso delle modifiche ai trattati disegna nei fatti un’altra Unione europea, per certi versi più simile ad una federazione. A tutti gli effetti, si tratterebbe di un nuovo trattato e di una nuova Unione europea, dove però il collegamento con la sovranità popolare sarebbe ancora più rarefatto. Non solo il livello nazionale delle democrazie rappresentative verrebbe ulteriormente svuotato, trasferendo a Bruxelles nuove competenze. Ma si introdurrebbe il principio che l’unanimità non è necessaria per decidere. «I padri fondatori dell’Unione europea avevano previsto l’unanimità proprio per evitare maggioranze di paesi che potevano imporsi a danno di altri» afferma Antonio Maria Rinaldi (Lega, gruppo Identità e Democrazia), unico italiano in commissione ad aver votato contro il progetto. Gli altri italiani presenti in commissione Afco (Mercedes Bresso e Giuliano Pisapia del gruppo socialdemocratico, Sandro Gozi del gruppo Renew Europe) hanno votato a favore. Renew è lo stesso gruppo del relatore del provvedimento, l’olandese Guy Verhofstadt.
«Se passasse questa proposta, si creerebbero dei «patti di sindacato» occulti tra Paesi, che metterebbero in minoranza i governi dei Paesi che non si allineano ai voleri del gruppo egemone. Con la scusa di non farsi imbrigliare da Polonia e Ungheria, in realtà questa riforma mira al bersaglio grosso, cioè l’Italia. A quel punto non potremo che ubbidire a tutto quello che ci viene imposto, senza poter eccepire nulla. Sarebbe il trionfo del vincolo esterno», chiosa Rinaldi.
In effetti, l’unanimità rappresenta uno degli ultimi brandelli di sovranità popolare, cioè di democrazia, all’interno dell’Ue. Il Consiglio europeo è l’organo in cui siedono i rappresentanti dei governi nazionali, che sono stati eletti democraticamente in via diretta o che sono in carica in base a maggioranze parlamentari effettive a livello nazionale. Se neppure in quella sede un governo che si basa sulla sovranità popolare può riuscire ad influire sulle politiche europee, quel poco di democrazia residua è di fatto spazzata via. Il tema è importante ed è relativo al già grave deficit democratico delle istituzioni europee. Ricordiamo infatti che il Parlamento europeo, unico organo elettivo dell’Unione, ad oggi non ha neppure l’iniziativa legislativa. Il progetto di riforma vorrebbe assegnargli questo potere ma, nel farlo, dall’altra parte cancella il principio dell’unanimità in Consiglio, che è lo strumento più potente per influenzare la politica di Bruxelles. A novembre si terrà l’assemblea plenaria che dovrebbe discutere il progetto proposto e già approvato dalla commissione Afco. Il governo spagnolo, che è presidente di turno dell’Unione, è determinato ad accelerare i tempi e a porre al più presto possibile la questione sul tavolo del Consiglio europeo competente (quello Affari generali) proponendo la istituzione di una Convenzione ad hoc. Il tentativo, smaccato, è quello di vincere una corsa contro il tempo. Il Consiglio, infatti, in questo caso voterebbe a maggioranza semplice e l’idea della maggioranza è di ottenere un voto favorevole prima della fine della legislatura. Ciò impegnerebbe anche il futuro e una Convenzione dovrebbe essere istituita dopo le elezioni europee di giugno, ipotecando così in partenza la discussione. Le elezioni del prossimo giugno assumono via via sempre maggiore importanza, ed è bene che i cittadini lo sappiano.
«Obiettivi del Green deal inattuabili. Saremo sempre meno competitivi»
L’Italia è un Paese dove la chimica, con un valore della produzione di oltre 66 miliardi di euro nel 2022, rappresenta la quinta industria (dopo alimentare, metalli, meccanica, auto e componentistica) e un fornitore indispensabile per tutte le filiere produttive. Si contano 2.800 imprese sul territorio nazionale, con oltre 112.000 addetti altamente qualificati. È stata tra i settori più penalizzati dalla crisi energetica dopo la guerra tra Russia e Ucraina. Nel 2023 si calcola un calo produttivo del 9%, un campanello d’allarme per tutta l’industria, non solo italiana, ma europea. Ma a Bruxelles le politiche sulla transizione ecologica rischiano di peggiorare ancora di più una situazione già di per sé molto preoccupante. E per di più le decisioni a livello europeo sembrano esclusivamente dettate da un’ideologia green che non sembra tenere in considerazione tutti i settori industriali. «Nel 2023 l’industria chimica in Italia subirà un calo della produzione stimato in un -9%: è un pessimo segnale per tutto il sistema economico, sociale e ambientale». Ha spiegato infatti Francesco Buzzella, eletto ieri a Milano presidente Federchimica dall’Assemblea. Il numero uno della chimica italiana non nasconde viva preoccupazione sull’andamento del settore. Nel 2023 il saldo commerciale, pur avendo visto un parziale riassorbimento rispetto ad un 2022 segnato dall’esplosione dei costi energetici, mostra un significativo deterioramento nel confronto con il 2021. Nel 2024 si stima un recupero modesto della produzione in Italia (+1%) e comunque soggetto a rischi al ribasso in relazione all’evolvere dei costi energetici e del quadro economico complessivo. «La chimica», ricorda Buzzella, «è presente nel 95% di tutti i manufatti di uso comune e contribuisce ad alimentare la competitività del Made in Italy e di tutta l’industria. La nostra capacità di innovazione e le nostre ottime performance ambientali di processo e di prodotto ci rendono, di fatto, un veicolo di tecnologia e sostenibilità per tutti i settori a valle». I rischi maggiori arrivano dal Green deal. Del resto, la transizione ambientale «sarà impossibile da realizzare senza una chimica europea forte che fornisca innovazioni tecnologiche per sostituire progressivamente le fonti fossili, al momento ancora necessarie, ridurre le emissioni e cambiare il mix energetico». Secondo Buzzella, «rischiamo di perdere vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti extra-europei per adeguarci a un impianto regolatorio concepito, temo, con tempi e modalità che lo renderanno inattuabile o, peggio, nocivo per lo sviluppo nostro e delle future generazioni». Il problema sono appunto le aspettative di Bruxelles. «Gli obiettivi ambientali Ue», prosegue Buzzella, «sono certamente virtuosi, ma non potranno avere incidenza significativa sull’inquinamento globale, non potendo certo compensare la crescita delle emissioni dei Paesi in via di sviluppo». Anche perché, sostiene il presidente di Federchimica, «prezzi dell’energia troppo alti costringeranno molte delle nostre aziende a produrre fuori dall’Europa, una concorrenza “sleale” verso le aziende europee e anche tra i Paesi europei stessi». Per Buzzella i partiti che parteciperanno alle elezioni europee il prossimo anno devono ricordare che «la chimica è il terzo settore industriale europeo». E quello che ci si aspetta dalle istituzioni, è soprattutto la rimozione «dei blocchi burocratici».
Continua a leggereRiduci
La commissione Affari costituzionali dell’Europarlamento dice sì a un pericoloso progetto di riforma dei Trattati. Prevista la fine dell’unanimità nel Consiglio. Era una delle poche garanzie per gli Stati membri. Tra gli italiani, solo Antonio Maria Rinaldi si oppone.Francesco Buzzella, presidente di Federchimica: «Non c’è reale incidenza sull’inquinamento».Lo speciale contiene due articoliLa commissione Affari costituzionali (Afco) del Parlamento europeo ha approvato pochi giorni fa un progetto di riforma dei Trattati europei che aggrava il deficit democratico delle istituzioni dell’Unione e che di fatto cancellerà gli ultimi residui di sovranità popolare, con tanti saluti ai principi democratici. A Bruxelles, la commissione parlamentare ha approvato uno schema che prevede la fine dell’unanimità nel Consiglio europeo in ben 65 materie, l’allargamento delle competenze dell’Unione e della Commissione europea in particolare, l’avvio di una difesa europea, l’obbligatorietà di adottare l’euro come moneta per tutti gli Stati membri. Nel complesso si tratta di 267 emendamenti ai trattati in essere, ed oltre all’abolizione dell’unanimità in Consiglio a preoccupare è l’allargamento delle competenze che sarebbero assegnate a Bruxelles anche in via esclusiva.La proposta di modifica raccoglie il consenso della attuale maggioranza parlamentare a Bruxelles, che vede alleati il Partito popolare europeo, i socialdemocratici, i verdi e i liberali di Renew Europe. Contro si sono schierati i gruppi dei Conservatori di Ecr e il gruppo Identità e Democrazia. Il progetto intende abolire l’unanimità nel Consiglio europeo su materie importanti, quali ad esempio la politica estera. La Commissione diventerebbe un vero governo dell’Unione (infatti il progetto la vorrebbe ribattezzare «Esecutivo europeo»). La proposta disegna anche un allargamento delle competenze di Bruxelles in tema di sicurezza e difesa, con la creazione di una forza armata al comando dell’esecutivo. Altri settori interessati dal rafforzamento delle competenze concorrenti dell’Unione saranno la giustizia, la sanità, il mercato unico. Si chiede la competenza esclusiva dell’Unione sull’ambiente, togliendo quindi questa autorità agli Stati. Il complesso delle modifiche ai trattati disegna nei fatti un’altra Unione europea, per certi versi più simile ad una federazione. A tutti gli effetti, si tratterebbe di un nuovo trattato e di una nuova Unione europea, dove però il collegamento con la sovranità popolare sarebbe ancora più rarefatto. Non solo il livello nazionale delle democrazie rappresentative verrebbe ulteriormente svuotato, trasferendo a Bruxelles nuove competenze. Ma si introdurrebbe il principio che l’unanimità non è necessaria per decidere. «I padri fondatori dell’Unione europea avevano previsto l’unanimità proprio per evitare maggioranze di paesi che potevano imporsi a danno di altri» afferma Antonio Maria Rinaldi (Lega, gruppo Identità e Democrazia), unico italiano in commissione ad aver votato contro il progetto. Gli altri italiani presenti in commissione Afco (Mercedes Bresso e Giuliano Pisapia del gruppo socialdemocratico, Sandro Gozi del gruppo Renew Europe) hanno votato a favore. Renew è lo stesso gruppo del relatore del provvedimento, l’olandese Guy Verhofstadt.«Se passasse questa proposta, si creerebbero dei «patti di sindacato» occulti tra Paesi, che metterebbero in minoranza i governi dei Paesi che non si allineano ai voleri del gruppo egemone. Con la scusa di non farsi imbrigliare da Polonia e Ungheria, in realtà questa riforma mira al bersaglio grosso, cioè l’Italia. A quel punto non potremo che ubbidire a tutto quello che ci viene imposto, senza poter eccepire nulla. Sarebbe il trionfo del vincolo esterno», chiosa Rinaldi. In effetti, l’unanimità rappresenta uno degli ultimi brandelli di sovranità popolare, cioè di democrazia, all’interno dell’Ue. Il Consiglio europeo è l’organo in cui siedono i rappresentanti dei governi nazionali, che sono stati eletti democraticamente in via diretta o che sono in carica in base a maggioranze parlamentari effettive a livello nazionale. Se neppure in quella sede un governo che si basa sulla sovranità popolare può riuscire ad influire sulle politiche europee, quel poco di democrazia residua è di fatto spazzata via. Il tema è importante ed è relativo al già grave deficit democratico delle istituzioni europee. Ricordiamo infatti che il Parlamento europeo, unico organo elettivo dell’Unione, ad oggi non ha neppure l’iniziativa legislativa. Il progetto di riforma vorrebbe assegnargli questo potere ma, nel farlo, dall’altra parte cancella il principio dell’unanimità in Consiglio, che è lo strumento più potente per influenzare la politica di Bruxelles. A novembre si terrà l’assemblea plenaria che dovrebbe discutere il progetto proposto e già approvato dalla commissione Afco. Il governo spagnolo, che è presidente di turno dell’Unione, è determinato ad accelerare i tempi e a porre al più presto possibile la questione sul tavolo del Consiglio europeo competente (quello Affari generali) proponendo la istituzione di una Convenzione ad hoc. Il tentativo, smaccato, è quello di vincere una corsa contro il tempo. Il Consiglio, infatti, in questo caso voterebbe a maggioranza semplice e l’idea della maggioranza è di ottenere un voto favorevole prima della fine della legislatura. Ciò impegnerebbe anche il futuro e una Convenzione dovrebbe essere istituita dopo le elezioni europee di giugno, ipotecando così in partenza la discussione. Le elezioni del prossimo giugno assumono via via sempre maggiore importanza, ed è bene che i cittadini lo sappiano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-piccona-un-altro-pezzo-di-democrazia-2666100616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="obiettivi-del-green-deal-inattuabili-saremo-sempre-meno-competitivi" data-post-id="2666100616" data-published-at="1698695078" data-use-pagination="False"> «Obiettivi del Green deal inattuabili. Saremo sempre meno competitivi» L’Italia è un Paese dove la chimica, con un valore della produzione di oltre 66 miliardi di euro nel 2022, rappresenta la quinta industria (dopo alimentare, metalli, meccanica, auto e componentistica) e un fornitore indispensabile per tutte le filiere produttive. Si contano 2.800 imprese sul territorio nazionale, con oltre 112.000 addetti altamente qualificati. È stata tra i settori più penalizzati dalla crisi energetica dopo la guerra tra Russia e Ucraina. Nel 2023 si calcola un calo produttivo del 9%, un campanello d’allarme per tutta l’industria, non solo italiana, ma europea. Ma a Bruxelles le politiche sulla transizione ecologica rischiano di peggiorare ancora di più una situazione già di per sé molto preoccupante. E per di più le decisioni a livello europeo sembrano esclusivamente dettate da un’ideologia green che non sembra tenere in considerazione tutti i settori industriali. «Nel 2023 l’industria chimica in Italia subirà un calo della produzione stimato in un -9%: è un pessimo segnale per tutto il sistema economico, sociale e ambientale». Ha spiegato infatti Francesco Buzzella, eletto ieri a Milano presidente Federchimica dall’Assemblea. Il numero uno della chimica italiana non nasconde viva preoccupazione sull’andamento del settore. Nel 2023 il saldo commerciale, pur avendo visto un parziale riassorbimento rispetto ad un 2022 segnato dall’esplosione dei costi energetici, mostra un significativo deterioramento nel confronto con il 2021. Nel 2024 si stima un recupero modesto della produzione in Italia (+1%) e comunque soggetto a rischi al ribasso in relazione all’evolvere dei costi energetici e del quadro economico complessivo. «La chimica», ricorda Buzzella, «è presente nel 95% di tutti i manufatti di uso comune e contribuisce ad alimentare la competitività del Made in Italy e di tutta l’industria. La nostra capacità di innovazione e le nostre ottime performance ambientali di processo e di prodotto ci rendono, di fatto, un veicolo di tecnologia e sostenibilità per tutti i settori a valle». I rischi maggiori arrivano dal Green deal. Del resto, la transizione ambientale «sarà impossibile da realizzare senza una chimica europea forte che fornisca innovazioni tecnologiche per sostituire progressivamente le fonti fossili, al momento ancora necessarie, ridurre le emissioni e cambiare il mix energetico». Secondo Buzzella, «rischiamo di perdere vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti extra-europei per adeguarci a un impianto regolatorio concepito, temo, con tempi e modalità che lo renderanno inattuabile o, peggio, nocivo per lo sviluppo nostro e delle future generazioni». Il problema sono appunto le aspettative di Bruxelles. «Gli obiettivi ambientali Ue», prosegue Buzzella, «sono certamente virtuosi, ma non potranno avere incidenza significativa sull’inquinamento globale, non potendo certo compensare la crescita delle emissioni dei Paesi in via di sviluppo». Anche perché, sostiene il presidente di Federchimica, «prezzi dell’energia troppo alti costringeranno molte delle nostre aziende a produrre fuori dall’Europa, una concorrenza “sleale” verso le aziende europee e anche tra i Paesi europei stessi». Per Buzzella i partiti che parteciperanno alle elezioni europee il prossimo anno devono ricordare che «la chimica è il terzo settore industriale europeo». E quello che ci si aspetta dalle istituzioni, è soprattutto la rimozione «dei blocchi burocratici».
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
Continua a leggereRiduci
Ansa
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
Continua a leggereRiduci