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2019-05-28
L’Ue è già alle minacce ma i sovranisti ora rialzano la testa
Ansa
Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale.
Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.
Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito.
Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati».
La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco.
Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.
Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari.
Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. Va meglio sul fronte della politica estera: la necessità di regolare i flussi migratori (pur con le dovute differenze) e la normalizzazione dei rapporti con la Russia offrono rappresentano dei potenziali punti di unione.
Farage dice «goodbye» agli esperti anti Brexit
«L'ondata Farage manda in crisi i grandi partiti», titolava ieri il centrista Times di Londra. «Umiliazione per i conservatori con Farage che scatena la bufera sulle europee», era invece l'apertura dell'euroscettico Telegraph. «Ora l'Europa capirà?», si chiedeva il tabloid conservatore Sun. «Ora dateci la Brexit per cui avevamo votato», l'invito dell'anti Ue Express.
Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente).
Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit.
Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership.
Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra.
Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca.
Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. E questo Boris Johnson, favorito per il post May, lo sa bene.
Tsipras out, voto anticipato in Grecia
Le elezioni europee che più hanno messo in discussione l'establishment di Bruxelles segnano anche, per paradosso, la possibile fine politica del leader che, per una breve stagione, si fece alfiere delle istanze anti austerity: Alexis Tsipras.
Il premier greco ha infatti già annunciato le elezioni anticipate dopo il terremoto causato dai risultati di domenica. I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative.
Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%.
Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
Continua a leggereRiduci
Bruxelles ha pronta una multa di 3,4 miliardi contro l'Italia. I populisti, però, puntano a mettere mano ai dossier cruciali.In Gran Bretagna il nuovo partito del tribuno populista Nigel Farage sfiora il 32% dei suffragi, a dispetto di chi già lo aveva dato per finito.Syriza di Alexis Tsipras distaccato di quasi 10 punti dai liberalconservatori di Nuova democrazia in Grecia. In Austria, beffa per Sebastian Kurz: prende il 35%, ma il Parlamento sfiducia il suo esecutivo.Lo speciale contiene tre articoli.Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale. Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito. Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati». La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco. Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari. Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. 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Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente). Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit. Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership. Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra. Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca. Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. 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I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative. Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%. Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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