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2019-05-28
L’Ue è già alle minacce ma i sovranisti ora rialzano la testa
Ansa
Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale.
Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.
Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito.
Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati».
La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco.
Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.
Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari.
Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. Va meglio sul fronte della politica estera: la necessità di regolare i flussi migratori (pur con le dovute differenze) e la normalizzazione dei rapporti con la Russia offrono rappresentano dei potenziali punti di unione.
Farage dice «goodbye» agli esperti anti Brexit
«L'ondata Farage manda in crisi i grandi partiti», titolava ieri il centrista Times di Londra. «Umiliazione per i conservatori con Farage che scatena la bufera sulle europee», era invece l'apertura dell'euroscettico Telegraph. «Ora l'Europa capirà?», si chiedeva il tabloid conservatore Sun. «Ora dateci la Brexit per cui avevamo votato», l'invito dell'anti Ue Express.
Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente).
Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit.
Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership.
Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra.
Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca.
Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. E questo Boris Johnson, favorito per il post May, lo sa bene.
Tsipras out, voto anticipato in Grecia
Le elezioni europee che più hanno messo in discussione l'establishment di Bruxelles segnano anche, per paradosso, la possibile fine politica del leader che, per una breve stagione, si fece alfiere delle istanze anti austerity: Alexis Tsipras.
Il premier greco ha infatti già annunciato le elezioni anticipate dopo il terremoto causato dai risultati di domenica. I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative.
Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%.
Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
Continua a leggereRiduci
Bruxelles ha pronta una multa di 3,4 miliardi contro l'Italia. I populisti, però, puntano a mettere mano ai dossier cruciali.In Gran Bretagna il nuovo partito del tribuno populista Nigel Farage sfiora il 32% dei suffragi, a dispetto di chi già lo aveva dato per finito.Syriza di Alexis Tsipras distaccato di quasi 10 punti dai liberalconservatori di Nuova democrazia in Grecia. In Austria, beffa per Sebastian Kurz: prende il 35%, ma il Parlamento sfiducia il suo esecutivo.Lo speciale contiene tre articoli.Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale. Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito. Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati». La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco. Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari. Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. 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Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente). Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit. Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership. Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra. Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca. Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. 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I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative. Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%. Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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