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2019-05-28
L’Ue è già alle minacce ma i sovranisti ora rialzano la testa
Ansa
Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale.
Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.
Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito.
Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati».
La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco.
Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.
Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari.
Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. Va meglio sul fronte della politica estera: la necessità di regolare i flussi migratori (pur con le dovute differenze) e la normalizzazione dei rapporti con la Russia offrono rappresentano dei potenziali punti di unione.
Farage dice «goodbye» agli esperti anti Brexit
«L'ondata Farage manda in crisi i grandi partiti», titolava ieri il centrista Times di Londra. «Umiliazione per i conservatori con Farage che scatena la bufera sulle europee», era invece l'apertura dell'euroscettico Telegraph. «Ora l'Europa capirà?», si chiedeva il tabloid conservatore Sun. «Ora dateci la Brexit per cui avevamo votato», l'invito dell'anti Ue Express.
Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente).
Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit.
Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership.
Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra.
Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca.
Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. E questo Boris Johnson, favorito per il post May, lo sa bene.
Tsipras out, voto anticipato in Grecia
Le elezioni europee che più hanno messo in discussione l'establishment di Bruxelles segnano anche, per paradosso, la possibile fine politica del leader che, per una breve stagione, si fece alfiere delle istanze anti austerity: Alexis Tsipras.
Il premier greco ha infatti già annunciato le elezioni anticipate dopo il terremoto causato dai risultati di domenica. I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative.
Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%.
Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
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Bruxelles ha pronta una multa di 3,4 miliardi contro l'Italia. I populisti, però, puntano a mettere mano ai dossier cruciali.In Gran Bretagna il nuovo partito del tribuno populista Nigel Farage sfiora il 32% dei suffragi, a dispetto di chi già lo aveva dato per finito.Syriza di Alexis Tsipras distaccato di quasi 10 punti dai liberalconservatori di Nuova democrazia in Grecia. In Austria, beffa per Sebastian Kurz: prende il 35%, ma il Parlamento sfiducia il suo esecutivo.Lo speciale contiene tre articoli.Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale. Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito. Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati». La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco. Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari. Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. 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Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente). Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit. Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership. Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra. Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca. Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. 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I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative. Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%. Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
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Lo ha dichiarato la vicepresidente del Lazio Roberta Angelilli a margine dell’incontro con il commissario per la Politica regionale e di coesione Raffaele Fitto, che si è tenuto presso la Rappresentanza dello Stato Libero di Baviera.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.
Qualche giorno fa vi avevamo prudenzialmente parlato di 60 miliardi, ma applicando in modo certosino i tassi di raccolta sostenuti dalla Ue per le singole rate, il contatore è salito a circa 66,4 miliardi, spalmati tra agosto 2021, quando è stata incassata la rata di anticipo, e 2057, quando terminerà il rimborso delle ultime due rate che probabilmente incasseremo nel 2026. La seconda cattiva notizia è che quei 66 miliardi raccolti dalla Ue e girati all’Italia, hanno una scadenza media di 11 anni, ma il prestito erogato all’Italia ha una scadenza di 30 anni e quindi è esposto a variazioni dei tassi al variare dei tassi fissati dalla Bce. E lo scenario più probabile potrebbe essere un aumento.
Se queste sono le premesse, il risultato finale è quello di leggere sui comunicati che il Mef emette in occasione dell’incasso di ciascuna rata, un imbarazzante «da determinarsi», con riferimento al tasso d’interesse e al rendimento a scadenza. Questo perché la determinazione è rimessa ad un’intricatissima serie di calcoli che qui proviamo a spiegare. Mentre per comprendere i tassi delle emissioni di un Bot o di un Btp è sufficiente la scuola media. Immaginate una vasca con un rubinetto in cui la Commissione versa ripetutamente nel corso di un semestre i proventi delle emissioni di titoli; poi immaginate che durante quello stesso semestre gli Stati membri siano stati autorizzati a incassare una rata del Pnrr. A quel punto «l’acqua» viene prelevata, la vasca si svuota e si porta dietro per 30 anni il costo medio di tutte le emissioni versate in quella vasca, calcolato giorno per giorno. Il piano è strutturato in modo che tutte le «vasche» riempite ogni semestre (i cosiddetti comparti temporali) siano svuotate con precisione dai versamenti a favore degli Stati membri. Eventuali eccedenze o insufficienze sono colmate «travasando» dalle vasche relative ad altri semestri.
Compreso questo passaggio, il resto è tutto in discesa, ancorché umiliante per un Paese come l’Italia che non ha mai perso l’accesso ai mercati e che nel 2025 ha emesso in scioltezza 550 miliardi attirando investitori da tutto il mondo. Con l’enorme differenza di non dover rendere conto a Bruxelles della destinazione di quelle somme. Ogni rata ha un tasso di finanziamento iniziale che è il risultato della media di tutte le emissioni finite in ogni vasca, dai titoli a breve (entro i 12 mesi) a quelli a 30 anni, passando per tutte le scadenze intermedie.
E qui sorge un problema: poiché la durata media di quelle emissioni è di 11 anni e i rimborsi degli Stati membri partiranno dopo 10 anni dall’erogazione e si distribuiranno in quote costanti nei successivi 20 anni, la Commissione dovrà necessariamente rifinanziare i titoli in scadenza più volte fino al 2057, quando saranno conclusi tutti i rimborsi degli Stati membri. Ecco spiegato il perché al Mef non conoscono il tasso di interesse di ciascuna rata e quel tasso di 0,15% sulla prima rata è destinato a salire notevolmente, man mano che i titoli di quella «vasca» scadranno e la Ue dovrà rifinanziarli. Il tasso finale sarà noto solo quando sarà stato eseguito l’ultimo rifinanziamento dei titoli finiti nella vasca. E in 30 anni può accadere di tutto. Siamo quindi alla pietra dello scandalo: la Commissione ha insindacabilmente scelto una scadenza media nella raccolta dei fondi nettamente inferiore a quella della scadenza dei prestiti erogati, esponendo così i Paesi debitori a un rischioso tasso.
A questo punto arriva la nota obiezione secondo cui, a parità di scadenze, i tassi spuntati dalla Ue sul mercato dal 2021 sono stati leggermente inferiori a quelli dei nostri titoli di Stato, e quindi l’Italia ha risparmiato finanziandosi con la Ue, in confronto a quanto avrebbe pagato emettendo titoli pubblici. Obiezione respinta perché, premesso che nel 2025 la differenza si è quasi annullata, l’Italia avrebbe ben potuto scegliere di emettere titoli su una scadenza media diversa ed essere quindi meno esposta al rischio tasso o comprare delle coperture. Per esempio, l’Italia nel 2021 ha emesso 78 miliardi utilizzando Btp con scadenza 10, 15, 20 e 30 anni, con un tasso oscillante tra lo 0,80% del 10 anni e l’1,75% del 30 anni. Cosa avrebbe impedito all’Italia di raccogliere su scadenze altrettanto lunghe, quei 16 miliardi di anticipo ricevuti da Bruxelles e a un tasso così basso che oggi appare fantascienza, e chiudere là il conto degli interessi fino al 2057, peraltro con la Bce compratrice unica? Perché la Ue ha raccolto con scadenza media relativamente bassa, quando sapeva che i prestiti erano a 30 anni?
Ma il conto non finisce qua. Perché spuntano come funghi anche i cosiddetti costi di gestione della liquidità: poiché la Ue deve avere sempre una liquidità sufficiente per soddisfare le richieste di erogazione degli Stati membri, è costretta a raccogliere denaro in anticipo e tenerlo in attesa. Se, come è accaduto, le richieste di pagamento tardano ad arrivare, quella liquidità non solo non rende, ma in un contesto di tassi crescenti, diventa un costo, direttamente fatturato agli Stati membri (195 milioni solo nel primo semestre 2025).
Sempre convinti che consentire alla Commissione di giocare al «piccolo banchiere» - con l’Italia cliente quasi unico con i suoi 99 miliardi su 156 erogati - sia stato un buon affare?
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