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2019-05-28
L’Ue è già alle minacce ma i sovranisti ora rialzano la testa
Ansa
Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale.
Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.
Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito.
Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati».
La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco.
Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.
Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari.
Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. Va meglio sul fronte della politica estera: la necessità di regolare i flussi migratori (pur con le dovute differenze) e la normalizzazione dei rapporti con la Russia offrono rappresentano dei potenziali punti di unione.
Farage dice «goodbye» agli esperti anti Brexit
«L'ondata Farage manda in crisi i grandi partiti», titolava ieri il centrista Times di Londra. «Umiliazione per i conservatori con Farage che scatena la bufera sulle europee», era invece l'apertura dell'euroscettico Telegraph. «Ora l'Europa capirà?», si chiedeva il tabloid conservatore Sun. «Ora dateci la Brexit per cui avevamo votato», l'invito dell'anti Ue Express.
Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente).
Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit.
Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership.
Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra.
Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca.
Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. E questo Boris Johnson, favorito per il post May, lo sa bene.
Tsipras out, voto anticipato in Grecia
Le elezioni europee che più hanno messo in discussione l'establishment di Bruxelles segnano anche, per paradosso, la possibile fine politica del leader che, per una breve stagione, si fece alfiere delle istanze anti austerity: Alexis Tsipras.
Il premier greco ha infatti già annunciato le elezioni anticipate dopo il terremoto causato dai risultati di domenica. I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative.
Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%.
Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
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Bruxelles ha pronta una multa di 3,4 miliardi contro l'Italia. I populisti, però, puntano a mettere mano ai dossier cruciali.In Gran Bretagna il nuovo partito del tribuno populista Nigel Farage sfiora il 32% dei suffragi, a dispetto di chi già lo aveva dato per finito.Syriza di Alexis Tsipras distaccato di quasi 10 punti dai liberalconservatori di Nuova democrazia in Grecia. In Austria, beffa per Sebastian Kurz: prende il 35%, ma il Parlamento sfiducia il suo esecutivo.Lo speciale contiene tre articoli.Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale. Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito. Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati». La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco. Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari. Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. 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Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente). Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit. Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership. Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra. Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca. Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. 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I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative. Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%. Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
Alessandro Morelli (Imagoeconomica)
Alessandro Morelli, sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, oltre che essere interista è pure consigliere comunale nella sua Milano. E dai banchi dell’opposizione sta lavorando, insieme al resto del Carroccio, per tornare dall’altra parte della barricata a Palazzo Marino dopo le giunte Pisapia e Sala. Sabato e domenica ci sono le primarie della Lega per le comunali di Milano.
Morelli, lei per chi vota?
«Ogni militante non può non votare il segretario federale, un milanese doc. Poi deciderà Matteo Salvini cosa fare…».
Perché votate proprio Salvini? C’è qualcosa che bolle in pentola che non vuole dirci?
«Tra noi milanesi è sentito, la Lega di Milano sostiene sempre Salvini anche per il consigliere di condominio…»
Ma se il vicepremier vincesse le primarie della Lega, come la prenderebbe?
«La prenderebbe bene, credo però abbia altro da fare rispetto a candidarsi a sindaco…»
Scusi senatore, ci faccia capire: voi votate Salvini per dargli ancora più potere nelle trattative per il futuro candidato sindaco di Milano del centrodestra?
«L’idea dalla quale nasce questo voto è dare una sveglia agli alleati di centrodestra. Non so se tutti hanno la nostra foga di vincere le amministrative di Milano. La presenza fisica dimostra che la Lega c’è, in maniera solida ed è la prima a farlo».
Adesso c’è Maurizio Lupi, candidato da Ignazio La Russa, come unico nome del centrodestra…
«Sul tavolo c’è Lupi. La Lega presenterà il proprio … Magari il secondo o il terzo arrivato alle nostre primarie. E poi si vedrà chi sarà scelto…»
La Lega potrà esprimere il candidato per Milano?
«Possibile… siamo carichi e pronti a vincere insieme agli alleati».
Dopo 15 anni di sinistra quante chance ha il centrodestra di riprendere la città?
«A Milano si può vincere… è necessario però il miglior candidato, a prescindere dalla bandiera. Saranno valutati pesi e contrappesi, ci mancherebbe. Ripeto: serve il candidato migliore per tutti. Quando si fanno le riunioni c’è gente che dice: siamo indietro di dieci punti. Io dico invece: possiamo vincere, con il candidato».
Lupi non vi piace?
«Non ho interesse a dire sì o no a Lupi… è il candidato di Fdi al tavolo nazionale? Bene, ma penso si valuteranno anche altri candidati».
Vannacci ha fatto sapere che presenterà anche lui un suo candidato…
«… Direi un assist alla sinistra».
Non si vota solo a Milano, c’è anche Roma dove la Lega aveva candidato Antonio Maria Rinaldi, recentemente passato a Futuro Nazionale. Con le primarie pare però di capire che Milano vi interessi di più di altre città. È così?
«La Lega esprime cinque ministri lombardi, e molti esponenti di governo sono proprio milanesi, ovvio ci sia una sensibilità maggiore su Milano. Poi il tavolo è nazionale, le città sono tante… cerchiamo ovunque i candidati migliori».
Il tavolo nazionale sulle amministrative inevitabilmente si intreccerà con quello per le Politiche… Bisogna dialogare con Vannacci?
«Dipende dalla legge elettorale… non invidio chi sarà al tavolo».
Vannacci, secondo i sondaggi, sale… Da dove si parte per recuperare voti?
«Facendo la Lega, continuando a lavorare per il buon governo proponendo le cose buone che abbiamo fatto sui territori, ribadendo le nostre battaglie storiche… è un percorso, ma i sondaggi pagati dalle testate di Cairo lasciano il tempo che trovano».
Nella Lega si parla molto di modello Csu, di ritorno al Nord, di due leghe in una… A lei piacerebbe un ruolo politico più forte di Zaia e Fedriga?
«Partendo dal presupposto che il segretario è Salvini, io sono dalla parte di chiunque lavora per far crescere la Lega in vista delle Politiche. Però, come diceva Bossi, i panni sporchi vanno lavati in casa. Mi auguro non si lasci spazio a interpretazioni spesso più giornalistiche che reali perché ci fanno solo perdere tempo».
E la Schlein ignora il Pd meneghino
A Milano si scaldano i motori in vista della corsa per il rinnovo del Consiglio comunale e del sindaco del 2027. Qualche segnale è stato lanciato anche nella coalizione di governo, con una sortita del presidente del Senato La Russa che ha tenuto a far sapere la sua opinione sia sui tempi sia sulle caratteristiche per individuare la candidatura. È iniziato invece da diverso tempo ed è molto più articolato, il dibattito per individuare il candidato nel centrosinistra, ma troppa confusione c’è ancora sotto il cielo meneghino ed è quindi molto probabile che la ricerca venga rimandata a settembre.
Tanto per iniziare, a sinistra è ancora aperta la discussione sul «come» decidere il candidato: se ricorrere cioè allo strumento delle primarie o se invece trovare a tavolino un accordo tra i partiti. Sotto questo punto di vista la decisione su come procedere a Milano risente direttamente anche dell’impasse del centrosinistra a livello nazionale. All’indomani della vittoria al referendum sulla giustizia, a sinistra si è partiti lancia in resta con il dibattito su come individuare il candidato leader per le elezioni politiche del 2027, ma poi il dibattito si è impantanato nella palude delle diverse ipotesi, e a questo punto sono molti a dubitare che possano essere le «mitiche» primarie lo strumento per individuare il leader che guiderà la corsa per Palazzo Chigi.
Stessa situazione di incertezza a Milano: ma nel capoluogo lombardo, seppur regni prudenza, non si può davvero dire che tutto sia fermo. Alcuni possibili candidati si sono già palesati, altri invece rimangono in silenzio attendendo il momento propizio. Ovviamente i movimenti sono maggiori soprattutto nel principale partito della coalizione, il Pd.
Uno dei candidati in pectore è l’ex consigliere comunale, ex assessore, ex europarlamentare, ex candidato alla presidenza di Regione Lombardia e attualmente consigliere regionale Pierfrancesco Majorino, che si sta dando molto da fare. Le cronache cittadine raccontano di un susseguirsi di riunioni e incontri con diversi soggetti per saggiare il terreno e verificare se sussistano le condizioni per lanciare la sua (ennesima) candidatura. Tra l’altro dopo aver già partecipato alle primarie contro Beppe Sala nel 2016. Dato che le sue posizioni politiche eccessivamente sinistrorse non sembrano molto gradite a vasti settori moderati, Majorino si sta muovendo in due direzioni: da un lato smussando le sue posizioni per recuperare il consenso moderato (che serve sia per candidarsi che per vincere la contesa) e dall’altro per trovare conforto nell’appoggio pieno e incondizionato di Elly Schlein.
E qui il discorso si fa interessante e, per certi versi, persino divertente. Gli osservatori attenti e informati raccontano che nei diversi incontri che Majorino ha avuto con la segretaria del Partito democratico, quest’ultima abbia più volte affermato che lui sarebbe il candidato ideale. Naturalmente questi «rumors» avrebbero sollecitato sia il segretario cittadino milanese che la segretaria regionale del Pd (che pare non «amino» troppo questa candidatura) a verificare la fondatezza di tutto ciò direttamente alla fonte, e cioè con Roma. Raccontano, però, che nonostante abbiano tentato a più riprese di sollecitare una risposta di Elly Schlein, la segretaria del Pd non si sarebbe mai fatta trovare, lasciando gli elettori milanesi nell’incertezza e in un comprensibile sconcerto.
Quanto viene riferito, sembra proprio descrivere la situazione di confusione nella quale versa il Pd, primo partito del campo largo. Il problema principale è probabilmente la stessa segretaria, che si trova in una posizione delicata: è il leader del partito, ma sembra incapace di prendere posizioni decise e autorevoli. La sua modalità di gestione del partito, feroce nella «bassa cucina» o nel «minuto mantenimento», lascia invece trasparire una mancanza di coraggio e di decisione sulle questioni dirimenti che continuano a essere interpretate come segnali di debolezza, dando spazio a speculazioni e critiche interne. Non migliorano certo il clima le ultime defezioni di alcune rappresentanti istituzionali che non si trovano sintonia con la segretaria.
La figura di Elly Schlein è emblematica di una leader che si dibatte tra la chiarezza ideologica e l’incertezza nell’azione; volgarmente «vorrei ma non posso». Nonostante possieda indubbiamente un bagaglio di idee su temi quali la fiscalità, le pensioni, la lotta alla povertà, e una visione di un’Europa socialista, sembra tuttavia vacillare quando si tratta di prendere decisioni concrete e immediate. Questa percezione di incertezza o peggio di ambiguità, si manifesta chiaramente nelle sue azioni e scelte politiche, dove la fermezza ideale lascia spesso spazio a esitazioni, tentennamenti e passi indietro, anche di fronte a questioni meno complesse e fondamentali, come quella di dire la sua su chi potrebbe essere il candidato (del Pd) per Milano.
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JD Vance (Ansa)
La storia di una conversione. È questo, se vogliamo, il senso più profondo di Communion: il libro di JD Vance, uscito ieri negli Stati Uniti.
In quest’opera, il vicepresidente americano racconta due lati di sé distinti ma inscindibilmente interconnessi: quello intimo e quello politico. Vance parla innanzitutto del suo travagliato percorso interiore che, in gioventù, ha man mano messo in crisi la fede cristiano-evangelica in cui era stato cresciuto. Il vicepresidente cita la «rabbia» e un «senso di tradimento» che, nati dalle sofferenze e dalle tragedie della vita, lo hanno portato all’ateismo e, in particolare, alla filosofia individualistica di Ayn Rand. «Non mi importava della volontà di Dio. Mi importava di me stesso».
Da qui, racconta Vance, è tuttavia iniziato un percorso inverso che, nel corso degli anni, lo ha infine portato alla conversione al cattolicesimo.
Sotto questo aspetto, il vicepresidente sottolinea l’importanza del suo incontro con Peter Thiel. «Probabilmente la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, si identificava apertamente come cristiano». Vance sostiene quindi che, grazie al fondatore di Palantir, sarebbe riuscito a scardinare la convinzione «secondo cui le persone stupide erano religiose e le persone intelligenti erano atee». Da Thiel, Vance è poi risalito a René Girard: filosofo particolarmente vicino al fondatore di Palantir.
Ed è proprio attraverso il pensiero girardiano che l’attuale vicepresidente americano sarebbe rientrato, per così dire, in contatto con la figura di Cristo: colui che, secondo il filosofo francese, avrebbe messo in crisi l’atavico (e crudele) meccanismo dei capri espiatori alla base delle società politiche. E si arriva così al 2018, quando, durante una visita in una cattedrale francese, Vance racconta di aver avvertito un «senso di appartenenza e di presenza». Un’esperienza, questa, che, l’anno successivo, lo avrebbe portato a convertirsi al cattolicesimo e a comprendere la centralità dell’eucaristia. «È uno dei mezzi più potenti per ricevere la grazia di Dio», scrive il vicepresidente, dicendosi influenzato da autori come Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Tolkien, Chesterton e Lewis.
Tuttavia, come detto, Communion è un libro anche politico. Il vicepresidente parla innanzitutto dell’impatto della fede sul suo impegno pubblico. Secondo Vance, l’antiabortismo tipico del Partito repubblicano non va abbandonato ma ripensato. «Dovremo formulare argomentazioni cristiane più convincenti, incentrate sulla costruzione di una cultura e di un’economia in grado di sostenere concretamente le giovani famiglie e la vita che esse portano nel mondo». Tra l’altro, il vicepresidente si dice possibilista sull’eventualità di un’armonizzazione tra l’amministrazione Trump e la Chiesa in materia migratoria. «L’invocazione della dignità dei migranti da parte della Chiesa impone una riflessione sui compromessi morali. E si può credere che tali compromessi portino a privilegiare una politica migratoria rigorosa senza disumanizzare nessuno».
In secondo luogo, Vance racconta anche della sua conversione politica al trumpismo: un tempo feroce critico dell’attuale presidente americano, fu nel 2016 che iniziò a rendersi conto di come le sue ricette fossero in linea con gli interessi dei colletti blu della Rust Belt. Un cambio di posizione che, stando alle sue stesse parole, Vance ha pagato con l’astio dei media che prima lo avevano elogiato. Infine, nel suo libro, il vicepresidente non rinuncia a una stoccata ai vertici della Santa Sede. «Ero lì, il cattolico di più alto rango nel governo degli Stati Uniti, e il Vaticano sembrava riluttante ad andare oltre le banali frasi fatte nella sua guida morale», scrive Vance, ricordando l’incontro che ebbe a Pasqua dell’anno scorso con i diplomatici vaticani a Roma sull’immigrazione irregolare.
E arriviamo quindi a una domanda ovvia: e se lo stretto connubio tra fede e dimensione politica di Communion fosse un manifesto in vista delle primarie repubblicane presidenziali del 2028? Non si può certo escludere. Che Vance nutra delle ambizioni in tal senso, non è un mistero. Così come non è un mistero che, in caso, il suo principale rivale sarebbe probabilmente un altro cattolico come il segretario di Stato americano Marco Rubio. Guarda caso, in Communion, il vicepresidente valorizza i tre principali pilastri della coalizione elettorale che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024: i cattolici, i colletti blu della Rust Belt e (almeno una parte) del settore ipertecnologico (si pensi a Thiel). Al contempo, il vicepresidente ha mostrato una certa dose di coraggio, visto che alcuni passaggi del libro - soprattutto quello sulla necessità di un antiabortismo diverso - potrebbero irritare le aree più intransigenti della destra evangelica.
E comunque, al di là delle prossime elezioni, il libro di Vance si inserisce in un contesto culturale più ampio. Il cattolicesimo americano sta sperimentando una sorta di nuova primavera. L’anno scorso, è stato eletto il primo papa statunitense della storia e la stessa amministrazione Trump ospita ai suoi vertici numerosi fedeli della Chiesa di Roma. Communion si configura quindi come un tassello di questo complesso mosaico. Un mosaico che conferma la vitalità, sacramentale, sociale e intellettuale del cattolicesimo statunitense. Una vitalità da cui la Chiesa europea dovrebbe forse apprendere qualche lezione significativa.
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Emmanuel Macron (Getty Images)
Il G7 di Evian è per lui una delle ultime vetrine internazionali, sebbene la presenza ingombrante del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonché di figure più «fresche» e destinate ancora a far parlare di sé, come il premier italiano Giorgia Meloni e quello nipponico Sanae Takaichi, lo mettano in ombra. Macron ha puntato molto sulla cena alla reggia di Versailles con Trump, con entusiasmo del presidente Usa: «Non è una copia dorata, è l’originale». Lì nel 1783 fu firmata la pace che consacrò la secessione dei nascenti Usa dall’Impero coloniale inglese grazie all’aiuto militare francese. Ricorso storico a cui Macron spera di riallacciarsi mostrando una Francia che tratta da pari a pari con gli Stati Uniti. Brucia ancora, forse, il ricordo dei funerali di papa Francesco, nell’aprile 2025, quando, nella Basilica di San Pietro, Trump volle parlare in disparte col presidente ucraino Volodymir Zelensky tenendone fuori Macron.
Si è rifatto a Evian con un trilaterale Trump-Macron-Zelensky dal quale è uscito il solito appello alla Russia affinché «faccia un accordo», nulla di nuovo sotto il cielo. Al G7 il presidente francese s’è premurato di presentare i vari «benvenuto» agli ospiti, con un post social in cui a ogni alleato ha riservato una specifica colonna sonora di sottofondo. A Trump ha associato Love is a long road di Tom Petty, per la Meloni ha optato per Felicità di Al Bano e Romina, poi Lieblingsmensch (persona preferita) di Namika per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Arigato dei Nxnja Beats per la Takaichi, J'irai où tu iras (Andrò dove andrai tu) di Celine Dion per il premier canadese Mark Carney, The world is not enough dei Garbage, colonna sonora di James Bond, per il britannico Keir Starmer, infine, brano assai più scontato, L’inno alla gioia»di Beethoven, già considerata inno dell’Unione Europea, per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo.
Quel Macron che anela a una guida francese per la missione navale europea nel Golfo Persico, allo scopo di recuperare al paese quella parte di «grandeur» perduta con la fine del colonialismo e che sopravvive grazie all’arsenale nucleare, bada ora ai contenuti musicali mentre nei dossier che contano il suo governo sembra più un gregario. Anche i calorosi baci e abbracci che Macron s’è scambiato con Merz all’insegna dell’asse franco-tedesco che ha sempre fatto da architrave dell’Ue, ovvero la «Framania», lasciano il tempo che trovano considerato che appena pochi giorni fa è stato chiuso il programma franco-tedesco per il nuovo aereo da caccia Fcas, Future Combat Air System, dopo anni di incomprensioni fra la francese Dassault e la tedesca Airbus. Francia e Germania hanno già visto fallire di recente altri due importanti progetti di difesa, l’evoluzione dell’elicottero Tiger e il carro armato Mgcs.
Ora la Francia si troverà a far da sola, come già 35 anni fa col Rafale, quando uscì dal programma Eurofighter. E che dire del crollo dell’influenza francese nel Sahel, dopo i golpe filorussi fra 2020 e 2023? Capitoli da svoltare per Macron, che negli ultimi anni ha sondato il terreno in cerca di popolarità con varie boutade. Una volta diceva sconsolato che «la Nato è in morte cerebrale». Poi ha sparato che sarebbe stato «pronto a condividere l’arsenale nucleare francese con l’Ue», estendendo l’ombrello della Force de Dissuasion (che si chiamava Force de Frappe ai tempi di Charles De Gaulle), salvo poi specificare che sarebbe rimasto tutto sotto il controllo dei francesi. Ora non gli resta che fare il «padrone di casa» e attendere un programmato momento di gloria per domani sera alle 20.00, quando è attesa su France 2 una sua intervista con la giornalista Caroline Roux sui grandi temi, da Hormuz al Libano, a proposito dei quali può però solo prender atto di decisioni altrui.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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