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2019-05-28
L’Ue è già alle minacce ma i sovranisti ora rialzano la testa
Ansa
Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale.
Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.
Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito.
Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati».
La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco.
Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.
Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari.
Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. Va meglio sul fronte della politica estera: la necessità di regolare i flussi migratori (pur con le dovute differenze) e la normalizzazione dei rapporti con la Russia offrono rappresentano dei potenziali punti di unione.
Farage dice «goodbye» agli esperti anti Brexit
«L'ondata Farage manda in crisi i grandi partiti», titolava ieri il centrista Times di Londra. «Umiliazione per i conservatori con Farage che scatena la bufera sulle europee», era invece l'apertura dell'euroscettico Telegraph. «Ora l'Europa capirà?», si chiedeva il tabloid conservatore Sun. «Ora dateci la Brexit per cui avevamo votato», l'invito dell'anti Ue Express.
Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente).
Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit.
Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership.
Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra.
Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca.
Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. E questo Boris Johnson, favorito per il post May, lo sa bene.
Tsipras out, voto anticipato in Grecia
Le elezioni europee che più hanno messo in discussione l'establishment di Bruxelles segnano anche, per paradosso, la possibile fine politica del leader che, per una breve stagione, si fece alfiere delle istanze anti austerity: Alexis Tsipras.
Il premier greco ha infatti già annunciato le elezioni anticipate dopo il terremoto causato dai risultati di domenica. I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative.
Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%.
Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
Continua a leggereRiduci
Bruxelles ha pronta una multa di 3,4 miliardi contro l'Italia. I populisti, però, puntano a mettere mano ai dossier cruciali.In Gran Bretagna il nuovo partito del tribuno populista Nigel Farage sfiora il 32% dei suffragi, a dispetto di chi già lo aveva dato per finito.Syriza di Alexis Tsipras distaccato di quasi 10 punti dai liberalconservatori di Nuova democrazia in Grecia. In Austria, beffa per Sebastian Kurz: prende il 35%, ma il Parlamento sfiducia il suo esecutivo.Lo speciale contiene tre articoli.Può darsi che nella tornata elettorale europea appena conclusa i sovranisti non abbiano completamente sfondato, ma di sicuro la loro presenza al Parlamento europeo promette di pesare (e anche molto) sui dossier che scottano a livello continentale. Considerare come un fronte unico tutto ciò che per convenzione sta a destra del Partito popolare europeo potrà sembrare azzardato ma non è privo di senso, almeno visti i numeri prodotti dalle urne. La somma dei seggi conquistati da Conservatori e riformisti (59 seggi), Europa delle nazioni e delle libertà (58) e dell'Europa della libertà e della democrazia diretta (54) è infatti pari a 171, un risultato di gran lunga superiore a quello conseguito dai socialdemocratici (146 seggi) e molto vicino al traguardo raggiunto dal Ppe (180 seggi). Sarebbe dunque un controsenso per le tre formazioni «sorelle» (almeno in termini di parlamentari conquistati) remarsi contro a vicenda. La soluzione più logica sarebbe perciò quella di provare a muoversi in maniera coordinata, quanto meno per conquistare un potere negoziale maggiore di quello che si avrebbe restando divisi.Uno dei punti che unisce i tre partiti eurocritici riguarda la necessità di rivedere le regole europee in materia di disciplina di bilancio. Il tema interessa da vicino l'Italia: secondo quanto riportato ieri da Bloomberg, il giudizio rimasto sub conditione sui nostri conti è previsto in arrivo sul tavolo del ministro dell'Economia Giovanni Tria il 5 giugno, e dovrebbe contenere una richiesta di chiarimenti sul previsto aumento del debito. Secondo le fonti citate, Bruxelles starebbe valutando la possibilità di aprire una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, che se portata a termine potrebbe tradursi in una multa pari allo 0,2% del Pil italiano (circa 3,4 miliardi di euro). L'arrivo della letterina minatoria era stata preannunciata da Matteo Salvini già domenica sera a margine della diffusione dei risultati elettorali. La stoccata definitiva ieri mattina: «È in arrivo una lettera della Commissione europea sull'economia del nostro Paese e penso che gli italiani diano mandato a me e al governo di ridiscutere in maniera pacata parametri vecchi e superati». E sempre Salvini, parlando del rapporto deficit/Pil al 3% ha parlato di parametro «secondario» in un Paese che ha bisogno di «medici, giudici, scuole e strade», aggiungendo che l'esito elettorale rappresenta un «invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all'anno scorso per il bene dell'Europa e dei mercati». La questione non riguarda solo l'Italia. L'insofferenza nei confronti di parametri giudicati obsoleti e troppo rigorosi è un sentimento diffuso in tutto l'arco sovranista. Tuttavia, l'obiettivo annunciato da Salvini di tornare allo «status pre Maastricht» è senza alcun dubbio molto ambizioso: sconciare l'assetto messo in piedi in Europa negli ultimi 25 anni non è cosa da poco. Più in generale, l'obiettivo è quello di recuperare sovranità nazionale sulle questioni più importanti, un aspetto che implica inevitabilmente la definizione di nuovi equilibri con le istituzioni europee. Secondo il Rassemblement nationale di Marine Le Pen, il funzionamento dell'Unione europea è da ritenersi «opaco, antidemocratico e punitivo». L'atto di accusa più duro è nei confronti della Commissione europea, accusata nel tempo di avere accentrato sé stessa troppi poteri. La soluzione, secondo Le Pen, è la fine della tecnocrazia che coincide con la soppressione della Commissione. Ovviamente anche in questo caso si tratta di un proposito molto arduo da realizzare, dal momento che per portare a termine una riforma del genere occorrerebbe un larghissimo consenso politico oltre che un portentoso lavoro di mediazione. Il messaggio comunque è chiaro: ai cittadini che hanno votato per il blocco sovranista questa Europa non piace e questo inevitabilmente produrrà delle ricadute anche sull'assetto istituzionale.Per tornare con i piedi per terra, ci sono due questioni piuttosto urgenti che necessariamente finiranno per interpellare la terna euroscettica. La prima è il bilancio dell'Ue per il settennato 2021-2027, tuttora in fase di approvazione e che promette di toccare delicati equilibri nazionali. Secondo, la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce, un ruolo pesantissimo in grado di condizionare la politica economica dell'intera eurozona. Difficile intravedere su questi due temi una forte comunanza di intenti, anche perché sono in ballo interessi nazionali molto particolari. Nel corso di un'intervista, tanto per fare un esempio, il leghista Claudio Borghi ha reclamato per l'Italia un membro del board della Bce, al fine di spingere sugli investimenti infrastrutturali. 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Le elezioni europee nel Regno Unito hanno un unico vincitore, il nuovo Brexit party di Nigel Farage nell'attesa che la Brexit si compia, con o senza accordo tra Londra e Bruxelles e che i seggi britannici vengono ridistribuiti (in questo caso l'Italia salirebbe da 73 a 76, la Francia da 74 a 79, nessuno scranno in più per la Germania). La formazione dell'ex leader dell'Ukip, il partito che aveva caldeggiato il referendum del 2016, ha sfiorato il 32% dei consensi, conquistando 29 dei 73 seggi in palio nelle 12 regioni del Paese e affermandosi come il primo partito in nove di questi 12. Secondo posto per il Partito liberal-democratico, che arriva al 20% invitando a Strasburgo 16 eurodeputati (più 15 rispetto all'Europarlamento uscente). Dieci, invece, gli scranni europei per il Partito laburista (dimezzati rispetto a cinque anni fa), fermo al 14%: la linea ambigua sulla Brexit voluta dal leader Jeremy Corbyn non ha premiamo la sinistra britannica, a tal punto che sia Corbyn che il suo numero due John McDonnell ieri hanno sfacciatamente cambiato di nuovo idea e chiesto ufficialmente un secondo referendum sulla Brexit. Peggio di tutto se la passa però il Partito conservatore, quinto dietro perfino ai Verdi (sette europarlamentari per loro, con il 12% dei consensi) sotto la soglia del 10%: il partito ancora guidato da Theresa May (le sue dimissioni diventeranno infatti effettive soltanto il prossimo 7 giugno) si è fermato al 9%, conquistando soltanto quattro scranni a Strasburgo, ben 15 in meno rispetto alle elezioni europee del 2014: si tratta del minimo storico per questo partito che a breve organizzerà le primarie per la leadership. Entreranno a Strasburgo anche tre deputati dello Scottish national party guidato da Nicola Sturgeon, gran sostenitrice dell'indipendenza scozzese per evitare a un pezzo di Regno Unito la Brexit. Rimangono anche da assegnare tre seggi in Irlanda del Nord, dove lo spoglio riguarda solo partiti locali e sarà completato oggi. Fermi al palo, con un modesto 3,4% di voti e zero seggi sia i pro Remain di Change Uk, nato dalla fusione di transfughi centristi del Partito conservatore e del Labour, sia l'Ukip, abbandonato da Farage dopo essersi spostato, soprattutto su temi sociali, verso l'ultradestra. Il grande vincitore, dicevamo, è il Brexit party di Farage, che conquistato ben cinque sessi in più dei 24 conquistati dall'Ukip cinque anni fa e diventa il maggior partito del Parlamento di Strasburgo assieme alla Cdu/Csu tedesca. Dal voto esce «un messaggio enorme: il Partito conservatore e quello laburista potrebbero trarre una grande lezione, ma non penso che lo faranno» ha detto Farage, annunciando di «voler far parte del team che negozierà» l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. «Se non lasciamo l'Ue il 31 ottobre, i risultati di stanotte saranno ripetuti nelle elezioni generali», ha affermato il leader del Brexit party. Difficile che questo accada per le differenze tra i due voti e per la questione dell'affluenza (soltanto il 37% degli aventi diritto ha votato in questa tornata). Ma un segnale arriva al Partito conservatore: per governare serve riconquistare i voti persi a favore di Farage. 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I liberalconservatori di Nea Dimokratia sono ora il primo partito del Paese, non solo nelle elezioni europee (al 33%), ma anche nelle regionali (in 12 su 13 totali), distaccando di quasi 10 punti Syriza, il movimento di sinistra di Tsipras, fermo al 24%. Per Nuova Democrazia si tratta del miglior risultato dal 1981. Il premier senza cravatta non ha potuto fare altro che annunciare elezioni anticipate per il 30 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle amministrative. Più staccato al terzo posto il centrosinistra di Kinal al 7% mentre comunisti e Alba Dorada sono rispettivamente al 5,7% e al 4,8%. Il movimento Dema dell'ex ministro Yanis Varoufakis, è rimasto fermo al 3%. «Siamo andati contro corrente, mantenendo la nostra integrità. Abbiamo portato il Paese fuori dai memorandum. Siamo riusciti a impostare un piano per la ripresa dell'economia greca, non ci siamo nascosti, abbiamo detto la verità. Abbiamo chiesto con coraggio la fiducia del popolo greco. Il risultato delle elezioni non è degno delle nostre aspettative. Non lo ignorerò», ha commentato Tsipras. «È ovvio che il popolo greco ha tolto la fiducia al governo e il primo ministro deve assumersi le sue responsabilità», ha affermato il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, dopo i primi risultati, sollecitando il voto anticipato. La Grecia ha molto sofferto ma ha trovato «la forza di cambiare», ha spiegato il leader. Figlio di Konstantinos Mitsotakis, primo ministro dal 1990 al 1993, il leader di Nuova Democrazia è considerato molto vicino alla cancelliera Angela Merkel e lo scorso gennaio è stato l'ospite internazionale dell'annuale appuntamento della Csu. Formatosi ad Harvard, Mitsotakis è stato incluso dal World Economic Forum tra i «100 leader futuri più promettenti». Per Atene si configura quindi un cambio di rotta radicale rispetto alle politiche di sfida all'Ue e di dura polemica con il governo di Berlino. La svolta, come detto, ha avuto riflessi anche sul voto amministrativo: ad Atene il nuovo sindaco è Costas Bakoyannis, il candidato sostenuto da Nuova Democrazia che ha superato il rivale di sinistra Nassos Iliopulos. Positiva la prima reazione della borsa di Atene, con i titoli bancari in spolvero. Piraeus Bank ha registrato il maggiore aumento, con un incremento del 18,75%. Destino paradossale, invece, quello del premier austriaco Sebastian Kurz: il suo partito, Övp, ha superato il 35% dei consensi: circa 8 punti percentuali in più rispetto alle scorse europee, meglio persino delle ultime elezioni politiche (2017), dove era arrivato primo con il 31,5%. Eppure, ieri il Parlamento austriaco ha approvato la mozione di sfiducia presentata dal partito Jetz nei suoi confronti. I socialdemocratici hanno votato per la sfiducia con i populisti dell'Fpö, che hanno governato con Kurz fino al controverso video trappola che ha portato la destra fuori dall'esecutivo.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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