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2020-08-05
L’Ue cancella 16 miliardi alla Difesa e affossa le piccole imprese italiane
Quanto ci costeranno in termini tecnologici e occupazionali i tagli ai fondi comuni per la Difesa non lo sanno con precisione neppure quelli che li hanno pensati e si sono prodigati in previsioni, troppo intenti a mantenere il politicamente corretto e l'ideologia «verde». Il punto è che rispetto ad altre nazioni il tessuto produttivo italiano di questo settore è formato da un alto numero di piccole e medie aziende specializzate composte da circa 50.000 addetti che lavorano in maggioranza per grandi player come Leonardo (circa 49.500 dipendenti) e Fincantieri (8.600 addetti). Sono realtà che stanno subendo sempre più penalizzazioni.
L'Aiad, la federazione delle aziende italiane per l'aerospazio, la difesa e la sicurezza, nel 2018 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati) aveva 121 consorziate. Per questi motivi preoccupa il fatto che nelle previsioni di bilancio dell'Ue per il periodo 2021-2027 per finanziare il Recovery fund una parte importante dei soldi arrivi da tagli al Fondo europeo per la difesa (Edf), che al posto di 13 miliardi di euro ne riceverà soltanto 7. Scenderà da 10 a 5 miliardi la European peace facility (Epf) e verrà quasi azzerata la Military mobility da 6,5 a 1,5 miliardi. Facendo la somma sono 16 miliardi, ovvero da qui al 2027 circa 2,6 miliardi l'anno in meno.
Che cosa non potremo più permetterci di fare è presto detto, poiché quello dell'Edf è denaro gestito dall'Unione per coordinare e accrescere gli investimenti nazionali nella ricerca per la Difesa e per aumentare l'interoperabilità tra le forze armate dei diversi Stati membri. Avremo meno soldi per i progetti di ricerca che consentono agli Stati dell'Ue di poter competere con Russia, India, Usa e Cina. Non soltanto in campo militare: la maggioranza dei programmi in corso era dichiarata «duale», quindi utilizzabile anche in ambito civile. Sono gli algoritmi che permettono i comandi vocali che dai velivoli militari sono «ricaduti» nei sistemi di guida autonoma degli automezzi, le batterie ricaricabili ad alta capacità, le trasmissioni radio digitali di ultima generazione, i sensori biometrici, le capacità esplorative dei satelliti, eccetera.
Altre volte invece perdiamo competitività per masochismo: la settimana scorsa Rwm Italia, società del gruppo del gruppo tedesco Rheinmetall defence, ha annunciato che da questo mese taglierà 80 posti di lavoro e ne metterà in cassa integrazione altri 90 dipendenti nello stabilimento di Domusnovas (Sardegna), lavoratori che si sommano ai 110 lasciati a casa nell'ottobre scorso. Non è soltanto l'impatto del Covid-19, ma la vocazione italiana a danneggiare gli interessi nazionali di comparti comunemente associati ad aree politiche diverse dalla sinistra. Il caso Rwm Italia è eclatante perché l'azienda produce munizioni, ma la maggioranza dei contratti (87% per l'estero, 13% quelli nazionali), essendo stipulati con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, furono bloccati nel giugno 2019 dal nostro Parlamento nell'intento di limitare l'esportazione di bombe d'aereo che avrebbero potuto essere usate in Yemen. Dove ovviamente, con o senza le bombe fatte in Sardegna, gli scontri sono proseguiti. Bene ha fatto Londra a sospendere la limitazione per le sue aziende, soprattutto perché nel frattempo Parigi e Mosca hanno consegnato aerei, elicotteri e sistemi d'arma che via Qatar e Iran sono finite alle forze Houthi.
Il dimezzamento dello Edf, fondo nato soltanto nel 2017, costerà altri posti di lavoro poiché tra tutti i progetti presentati si dovrà fare una scelta su quali portare avanti e quali invece bloccare nonostante quelli in corso fossero stati approvati da organi come l'European union military staff (Eums), l'Agenzia per la difesa europea (Eda) e il Defis (Industria della difesa e dello spazio della Commissione europea). Tutte realtà pagate con i nostri soldi che drenano risorse per il solo fatto di esistere. Interrompere i progetti significa lasciare ad altri lo sviluppo di competenze, non poter essere all'avanguardia e un domani dover ricorrere a fornitori esteri.
Anche i tagli alla «mobilità militare europea» (Emm), nata nel 2016 con lo scopo di permettere il movimento continuo delle attrezzature militari in tutta l'Ue riducendo gli ostacoli fisici, legali e normativi, provocherà disastri in termini occupazionali. L'Italia esporta navi, attrezzature, simulatori di volo, aerei ed elicotteri, avere meno fondi per facilitare il superamento delle frontiere significa aumentare i costi, essere più lenti e meno competitivi. Ricordiamo che tra le esportazioni a rischio ci sono state anche le fregate Fremm all'Egitto. L'Epf è invece un fondo che avrebbe dovuto essere al di fuori del bilancio pluriennale dell'Unione e che dovrebbe permettere di pagare missioni operative per scopi di politica estera e sicurezza comune, ma così la capacità europea di concretizzare operazioni come Irina nel Mediterraneo, o supportare contingenti in Africa o altrove sarà minima. Altro che aumentare l'efficacia delle operazioni finanziando i costi comuni in modo permanente, finiremo per dover istituire euro tasse per pagarci la sicurezza dei confini esterni e la cassa integrazione degli addetti del comparto Difesa.
Il fondo per lo spazio piace al Pd
Dopo il lancio di Primo space, il fondo italiano specializzato negli investimenti esclusivamente in campo spaziale targato Primomiglio, si è subito scatenato un po' di malumore negli ambienti della Difesa e dell'aeronautica militare. C'è chi teme che quei soldi, in arrivo dai risparmiatori postali, saranno dispersi in poco tempo. Tra le opposizioni si parla di una semplice pubblicità dell'esecutivo su un settore in crescita dove l'Italia è ancora in ritardo rispetto agli altri Paesi europei e non. Più che altro sembrerebbe un'operazione targata governo giallorosso, con 5 stelle e Partito democratico in cabina di regia.
Del resto Primomiglio non è una sgr qualunque. Negli ultimi mesi ha già raccolto 15 milioni di euro dalla regione Lazio di Nicola Zingaretti per investire in start up in un fondo parallelo a Barcampere. Non solo. Cdp oltre ad aver investito nel fondo Primo space, ha coinvestito con Primomiglio in Sardex, la moneta complementare sarda, e Codemotion. Resta il fatto che 58 milioni di euro (la dotazione di partenza di Primo space) per il settore aerospaziale sono veramente pochi. Di questi 30 arrivano da un fondo europeo di investimento, il resto da Cdp. Stiamo parlando di un comparto estremamente capital intensive, dove serve liquidità. Per di più il partner scelto da Via Goito non ha esperienza in questo campo e la decisione non è stata assoggettata ad alcun tipo di procedura comparativa come è uso e consuetudine in questo tipo di attività per gli enti pubblici. A questo si aggiunge che nessuno dei responsabili designati del fondo Primomiglio denominato Space possiede esperienza pregressa nel mondo dell'aerospazio, della difesa e dell'industria manifatturiera.
La sgr è una società di gestione del risparmio costituita con 180.000 euro in cui i soci di maggioranza sono il presidente Gianluca Dettori e l'amministratore delegato Antonio Concolino. La società essendo autorizzata per gestioni non superiori a 500 milioni di euro ha attualmente autorizzato un solo fondo d'investimento Fia con primo investitore Fondo italiano d'investimento. Intermediari dell'operazione sono stati la Fondazione E. Amaldi, che è l'ente di partecipazione di Agenzia spaziale italiana (Asi) che ha come scopi statutari proprio questo tipo di attività, ma anche lo studio legale Orrick insieme con l'ex presidente di Asi, Roberto Battiston (ora verso Esa), parente dell'ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Battiston è infatti sposato con la nipote di Prodi, Maria, ex assessore regionale all'Istruzione in Umbria, esperta di politiche scolastiche, insegnante e fondatrice del Movimento per l'Ulivo umbro.
La Fondazione Amaldi, che nel 2017 è già stata oggetto di segnalazione alla Corte dei conti per anomalia nell'affidamento di denaro da parte di Asi, coordinerà il management del fondo che sarà distribuito in questo modo. Il gestore sarà Primomiglio, poi ci saranno i responsabili Matteo Cascinari e Giorgio Minola, entrambi specializzati in ventures capital. Sullo sfondo a condurre le operazioni c'è poi Salvo Mizzi, ex Invitalia ventures, da un anno in predicato di diventare il nuovo ad del Fondo nazionale per l'innovazione, una proposta lanciata un anno fa dai 5 stelle (e daLuigi Di Maio prima di tutti) ma mai decollata.
Il dubbio è se non sia il caso di varare una strategia veramente industriale per l'aerospazio che punti sulle piccole medie imprese parte del tessuto produttivo italiano. Magari con una strategia basata su private equity puro e su circoli virtuosi di aggregazione e di corporate venture. In ogni caso dal punto di vista macroeconomico è miope non pensare all'Europa e ad alcune variabili geopolitiche. Fermo restando che l'Italia è uno dei maggiori player spaziali della zona euro e lo spazio con tutta la sua industria è un motore importante del Pil.
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Il nostro Paese si distingue per Pmi di eccellenza, che subiranno più di tutte la decisione di spostare i soldi sul Recovery fund. Il comparto dà lavoro a 250.000 persone. E sono già iniziati i licenziamenti.Primo space, finanziato da Cdp, è stato lanciato da Primomiglio, che ha raccolto 15 milioni dal Lazio. Coinvolta la Fondazione Amaldi, vicina al mondo prodiano.Lo speciale contiene due articoli.Quanto ci costeranno in termini tecnologici e occupazionali i tagli ai fondi comuni per la Difesa non lo sanno con precisione neppure quelli che li hanno pensati e si sono prodigati in previsioni, troppo intenti a mantenere il politicamente corretto e l'ideologia «verde». Il punto è che rispetto ad altre nazioni il tessuto produttivo italiano di questo settore è formato da un alto numero di piccole e medie aziende specializzate composte da circa 50.000 addetti che lavorano in maggioranza per grandi player come Leonardo (circa 49.500 dipendenti) e Fincantieri (8.600 addetti). Sono realtà che stanno subendo sempre più penalizzazioni. L'Aiad, la federazione delle aziende italiane per l'aerospazio, la difesa e la sicurezza, nel 2018 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati) aveva 121 consorziate. Per questi motivi preoccupa il fatto che nelle previsioni di bilancio dell'Ue per il periodo 2021-2027 per finanziare il Recovery fund una parte importante dei soldi arrivi da tagli al Fondo europeo per la difesa (Edf), che al posto di 13 miliardi di euro ne riceverà soltanto 7. Scenderà da 10 a 5 miliardi la European peace facility (Epf) e verrà quasi azzerata la Military mobility da 6,5 a 1,5 miliardi. Facendo la somma sono 16 miliardi, ovvero da qui al 2027 circa 2,6 miliardi l'anno in meno. Che cosa non potremo più permetterci di fare è presto detto, poiché quello dell'Edf è denaro gestito dall'Unione per coordinare e accrescere gli investimenti nazionali nella ricerca per la Difesa e per aumentare l'interoperabilità tra le forze armate dei diversi Stati membri. Avremo meno soldi per i progetti di ricerca che consentono agli Stati dell'Ue di poter competere con Russia, India, Usa e Cina. Non soltanto in campo militare: la maggioranza dei programmi in corso era dichiarata «duale», quindi utilizzabile anche in ambito civile. Sono gli algoritmi che permettono i comandi vocali che dai velivoli militari sono «ricaduti» nei sistemi di guida autonoma degli automezzi, le batterie ricaricabili ad alta capacità, le trasmissioni radio digitali di ultima generazione, i sensori biometrici, le capacità esplorative dei satelliti, eccetera. Altre volte invece perdiamo competitività per masochismo: la settimana scorsa Rwm Italia, società del gruppo del gruppo tedesco Rheinmetall defence, ha annunciato che da questo mese taglierà 80 posti di lavoro e ne metterà in cassa integrazione altri 90 dipendenti nello stabilimento di Domusnovas (Sardegna), lavoratori che si sommano ai 110 lasciati a casa nell'ottobre scorso. Non è soltanto l'impatto del Covid-19, ma la vocazione italiana a danneggiare gli interessi nazionali di comparti comunemente associati ad aree politiche diverse dalla sinistra. Il caso Rwm Italia è eclatante perché l'azienda produce munizioni, ma la maggioranza dei contratti (87% per l'estero, 13% quelli nazionali), essendo stipulati con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, furono bloccati nel giugno 2019 dal nostro Parlamento nell'intento di limitare l'esportazione di bombe d'aereo che avrebbero potuto essere usate in Yemen. Dove ovviamente, con o senza le bombe fatte in Sardegna, gli scontri sono proseguiti. Bene ha fatto Londra a sospendere la limitazione per le sue aziende, soprattutto perché nel frattempo Parigi e Mosca hanno consegnato aerei, elicotteri e sistemi d'arma che via Qatar e Iran sono finite alle forze Houthi. Il dimezzamento dello Edf, fondo nato soltanto nel 2017, costerà altri posti di lavoro poiché tra tutti i progetti presentati si dovrà fare una scelta su quali portare avanti e quali invece bloccare nonostante quelli in corso fossero stati approvati da organi come l'European union military staff (Eums), l'Agenzia per la difesa europea (Eda) e il Defis (Industria della difesa e dello spazio della Commissione europea). Tutte realtà pagate con i nostri soldi che drenano risorse per il solo fatto di esistere. Interrompere i progetti significa lasciare ad altri lo sviluppo di competenze, non poter essere all'avanguardia e un domani dover ricorrere a fornitori esteri. Anche i tagli alla «mobilità militare europea» (Emm), nata nel 2016 con lo scopo di permettere il movimento continuo delle attrezzature militari in tutta l'Ue riducendo gli ostacoli fisici, legali e normativi, provocherà disastri in termini occupazionali. L'Italia esporta navi, attrezzature, simulatori di volo, aerei ed elicotteri, avere meno fondi per facilitare il superamento delle frontiere significa aumentare i costi, essere più lenti e meno competitivi. Ricordiamo che tra le esportazioni a rischio ci sono state anche le fregate Fremm all'Egitto. L'Epf è invece un fondo che avrebbe dovuto essere al di fuori del bilancio pluriennale dell'Unione e che dovrebbe permettere di pagare missioni operative per scopi di politica estera e sicurezza comune, ma così la capacità europea di concretizzare operazioni come Irina nel Mediterraneo, o supportare contingenti in Africa o altrove sarà minima. Altro che aumentare l'efficacia delle operazioni finanziando i costi comuni in modo permanente, finiremo per dover istituire euro tasse per pagarci la sicurezza dei confini esterni e la cassa integrazione degli addetti del comparto Difesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-cancella-16-miliardi-alla-difesa-e-affossa-le-piccole-imprese-italiane-2646884376.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-fondo-per-lo-spazio-piace-al-pd" data-post-id="2646884376" data-published-at="1596563644" data-use-pagination="False"> Il fondo per lo spazio piace al Pd Dopo il lancio di Primo space, il fondo italiano specializzato negli investimenti esclusivamente in campo spaziale targato Primomiglio, si è subito scatenato un po' di malumore negli ambienti della Difesa e dell'aeronautica militare. C'è chi teme che quei soldi, in arrivo dai risparmiatori postali, saranno dispersi in poco tempo. Tra le opposizioni si parla di una semplice pubblicità dell'esecutivo su un settore in crescita dove l'Italia è ancora in ritardo rispetto agli altri Paesi europei e non. Più che altro sembrerebbe un'operazione targata governo giallorosso, con 5 stelle e Partito democratico in cabina di regia. Del resto Primomiglio non è una sgr qualunque. Negli ultimi mesi ha già raccolto 15 milioni di euro dalla regione Lazio di Nicola Zingaretti per investire in start up in un fondo parallelo a Barcampere. Non solo. Cdp oltre ad aver investito nel fondo Primo space, ha coinvestito con Primomiglio in Sardex, la moneta complementare sarda, e Codemotion. Resta il fatto che 58 milioni di euro (la dotazione di partenza di Primo space) per il settore aerospaziale sono veramente pochi. Di questi 30 arrivano da un fondo europeo di investimento, il resto da Cdp. Stiamo parlando di un comparto estremamente capital intensive, dove serve liquidità. Per di più il partner scelto da Via Goito non ha esperienza in questo campo e la decisione non è stata assoggettata ad alcun tipo di procedura comparativa come è uso e consuetudine in questo tipo di attività per gli enti pubblici. A questo si aggiunge che nessuno dei responsabili designati del fondo Primomiglio denominato Space possiede esperienza pregressa nel mondo dell'aerospazio, della difesa e dell'industria manifatturiera. La sgr è una società di gestione del risparmio costituita con 180.000 euro in cui i soci di maggioranza sono il presidente Gianluca Dettori e l'amministratore delegato Antonio Concolino. La società essendo autorizzata per gestioni non superiori a 500 milioni di euro ha attualmente autorizzato un solo fondo d'investimento Fia con primo investitore Fondo italiano d'investimento. Intermediari dell'operazione sono stati la Fondazione E. Amaldi, che è l'ente di partecipazione di Agenzia spaziale italiana (Asi) che ha come scopi statutari proprio questo tipo di attività, ma anche lo studio legale Orrick insieme con l'ex presidente di Asi, Roberto Battiston (ora verso Esa), parente dell'ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Battiston è infatti sposato con la nipote di Prodi, Maria, ex assessore regionale all'Istruzione in Umbria, esperta di politiche scolastiche, insegnante e fondatrice del Movimento per l'Ulivo umbro. La Fondazione Amaldi, che nel 2017 è già stata oggetto di segnalazione alla Corte dei conti per anomalia nell'affidamento di denaro da parte di Asi, coordinerà il management del fondo che sarà distribuito in questo modo. Il gestore sarà Primomiglio, poi ci saranno i responsabili Matteo Cascinari e Giorgio Minola, entrambi specializzati in ventures capital. Sullo sfondo a condurre le operazioni c'è poi Salvo Mizzi, ex Invitalia ventures, da un anno in predicato di diventare il nuovo ad del Fondo nazionale per l'innovazione, una proposta lanciata un anno fa dai 5 stelle (e daLuigi Di Maio prima di tutti) ma mai decollata. Il dubbio è se non sia il caso di varare una strategia veramente industriale per l'aerospazio che punti sulle piccole medie imprese parte del tessuto produttivo italiano. Magari con una strategia basata su private equity puro e su circoli virtuosi di aggregazione e di corporate venture. In ogni caso dal punto di vista macroeconomico è miope non pensare all'Europa e ad alcune variabili geopolitiche. Fermo restando che l'Italia è uno dei maggiori player spaziali della zona euro e lo spazio con tutta la sua industria è un motore importante del Pil.
Matteo Piantedosi. Nel riquadro, Claudia Conte (Ansa)
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
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Lo stadio di San Siro (Getty Images)
Scherzo, ma neppure tanto, sulla notizia con cui questo giornale ha giustamente aperto la sua prima pagina di ieri: la sciagurata giunta di Milano guidata da Beppe Sala travolta dall’ennesima inchiesta sulla gestione dell’urbanistica cittadina, nel caso la gara d’appalto per costruire il nuovo stadio di calcio in sostituzione del vecchio Meazza detto San Siro.
Come ben ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro dalle carte in possesso della Procura emerge che funzionari, tecnici e politici del Comune si sono consultati più e più volte con la dirigenza di Milan e Inter al fine di costruire un bando che andasse bene alle due società. Non dubito che questo, se venisse accertato in via definitiva in un’aula di tribunale, in punta di codici possa configurare il reato di turbativa d’asta. Ma a differenza della legittima e fondata lettura che questo giornale ha fatto della vicenda, penso che se ci spostiamo un attimo dal piano prettamente giuridico, e pure da quello politico, si possano fare anche ragionamenti diversi.
Per esempio mi chiedo con chi mai avrebbero dovuto consultarsi amministratori e progettisti comunali se non con gli utilizzatori finali dell’opera, che sono in via esclusiva Inter e Milan, non certo Roma e Lazio e neppure - cito a caso - i padroni di squadre di pallanuoto, di società che gestiscono eventi e neppure organizzatori di corse di cani, tanto meno i periti della Procura di Milano. No, il fu San Siro non è di tutti, è detto la «Scala del calcio» non per la sua bellezza architettonica (che ai più lascia a desiderare) bensì perché da cento anni è stato il palcoscenico di tanti Toscanini del calcio che hanno vestito le maglie esclusivamente rossonere e nerazzurre.
Possiamo discutere se era il caso o no di imbarcarsi in una simile avventura (gli inglesi lo hanno fatto costruendo il nuovo Wembley in poco più di tre anni e sono felici e contenti), possiamo sospettare che i fondi che controllano le due società siano ansiosi di fare più soldi e aumentare il valore delle loro partecipazioni (cosa che al momento non è ancora reato), ma contestare che Milan e Inter non avessero diritto di metterci becco (altri reati a oggi non emergono dalle carte) a me sembra un ossimoro bello e buono: se non lo sanno loro cosa serve e come serve, bè mi chiedo cosa ne sappiano i pm di Milano o altri soggetti che teoricamente avrebbero potuto partecipare a una gara costruita in modo meno stringente.
Faccio due ipotesi su come, grazie alla solerzia dei magistrati, andrà a finire. La prima: ci teniamo il vecchio Meazza che tra non molto sarà lo stadio più costoso e vecchio d’Europa; la seconda: Inter e Milan traslocheranno fuori Milano e il Meazza rimarrà lì inutilizzato a mo’ di monumento all’imbecillità. In entrambi i casi non credo si tratti di un buon affare per i milanesi.
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Luigi Lovaglio (Ansa)
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
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