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2023-04-25
«L’Ucraina era pronta ad attaccare Mosca. L’America disse di no»
Dmytro Kuleba (Ansa)
Era previsto per febbraio, poco prima del primo anniversario dell’inizio della guerra: l’esercito ucraino aveva pianificato un attacco su Mosca. Un piano ambizioso e audace, saltato all’ultimo per volere degli alleati più fedeli di Kiev: gli Stati Uniti. A rivelarlo, ancora una volta, è il Washington Post, citando un report riservato Usa. Il generale Kyrylo Budanov, a capo della direzione dell’intelligence militare ucraina, aveva incaricato i suoi ufficiali di «prepararsi per gli attacchi di massa del 24 febbraio» con tutto ciò che l’esercito ucraino disponeva. Una delle opzioni del piano prevedeva la possibilità di attaccare via mare con il tritolo la città portuale di Novorossiysk sul Mar Nero. Il no della Casa Bianca è arrivato per il timore che gli attacchi sul territorio russo potessero provocare una risposta aggressiva da parte del Cremlino. Quindi il 22 febbraio, due giorni prima dell’anniversario, la Cia, come riportato dal Washington Post, ha diffuso un nuovo report riservato secondo cui l’intelligence militare ucraina «aveva accettato, su richiesta di Washington, di rinviare gli attacchi» su Mosca.
Quindi un attacco vero e proprio, seppur pianificato, non è mai avvenuto. Ma la tensione resta altissima. Secondo i media russi, il drone caduto vicino a Mosca sarebbe di fabbricazione ucraina: un UJ-22 Airbone. Le prime ricostruzioni sostengono che il drone si sia schiantato dopo aver esaurito il carburante o dopo aver urtato un albero ed è stato aggiunto che trasportava 17 chilogrammi di esplosivo. L’UJ-22 è un piccolo drone da ricognizione che può trasportare circa 20 chilogrammi di esplosivo e ha un raggio di volo autonomo fino a 800 chilometri.
Nonostante le difficoltà, il morale ucraino sembra alto. Secondo il capo dell’intelligence, Budanov, la riconquista dell’intero territorio entro la fine di quest’anno è del tutto possibile. È sua convinzione che la guerra potrà dirsi vinta solamente quando verranno ripristinati i confini del 1991, quando il Paese dichiarò l’indipendenza dopo la disgregazione dell’Unione sovietica. «Soltanto Dio può sapere se ci saranno tempi supplementari o se si andrà ai calci di rigore».
Morale alto ma anche qualche malessere. Ad esprimere malcontento, secondo alcune fonti bene informate, sarebbe stato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Ha usato parole molto forti nel corso del suo intervento al Consiglio Esteri Ue, era furioso», ha rivelato la fonte, che ha aggiunto che Kuleba si sarebbe anche lamentato per «la bassa quantità di munizioni» ricevute sinora attraverso il primo pilastro del piano, nonché per la mancanza di missili a lungo raggio, definiti cruciali per poter procedere con la controffensiva. «In Europa tutti faranno la propria parte per aiutare l’Ucraina consegnandole armi e munizioni, anche se i tempi di consegna sono talora più lunghi di quelli auspicati».
È il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, a cercare di spegnere le polemiche e di abbassare i toni sul tema. «Ci sarà un documento: stiamo facendo tutto ciò che è possibile, nel rispetto delle regole e avendo a disposizione non tutte le munizioni che vengono richieste. Faremo tutti quanti la nostra parte per aiutare l’Ucraina». Secondo l’Alto Rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, la richiesta di Kuleba di accelerare la consegna di munizioni all’Ucraina è arrivata «con l’inquietudine, con l’insistenza e l’urgenza che è lecito aspettarsi da parte di un ministro di un Paese in guerra ed è normale che sia così, dato che l’Ucraina viene bombardata sistematicamente dai russi, che conducono un’aggressione barbara». Le armi richieste a gran voce da Kiev servono infatti a mettere in piedi la grande controffensiva di cui si parla ormai da settimane. Non più una sorpresa per Mosca, tanto che il capo dei mercenari della Wagner, Yevgeny Prigozhin, è anche convinto di sapere quando inizierà: «Il giorno in cui le forze russe avranno preso il controllo dell’intera città di Bakhmut comincerà la controffensiva Ucraina». Delle sue parole però, ciò che preoccupa di più è un commento rilasciato in merito alle nuove strategie di condotta sul campo: «Il nostro compito è macellare l’esercito ucraino, non dare loro l’opportunità di riunirsi per una controffensiva. In questo senso stiamo ottenendo un successo e ai miei uomini do un voto a cinque stelle. Mentre a me stesso darei un 3 meno, perché era necessario macellarli di più, in modo che non ne rimanesse in vita neanche uno». È evidente che la sindrome dell’accerchiamento russo è tornata con tutta la sua forza. Lo si evince anche dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «La Nato è una macchina da guerra che si avvicina ai confini della Russia, ma i progetti occidentali di disfarsi di Mosca non porteranno a nulla». Con l’avvicinarci del 9 maggio arriva anche l’annuncio della tradizionale parata militare che si organizza per commemorare il Giorno della vittoria dell’Unione sovietica sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Peskov ha confermato che, come sempre in quell’occasione, il presidente russo, Vladimir Putin, terrà un discorso sulla Piazza Rossa di Mosca.
Nessuna novità sul fronte delle trattative, anche se papa Francesco giovedì riceverà in Vaticano il premier ucraino, Denys Shmyhal, in missione a Roma per parlare di ricostruzione.
Duello all’Onu tra Lavrov e Guterres. Il russo: «Tutti zitti sugli Usa in Iraq»
Sergej Lavrov è arrivato ieri al Palazzo di Vetro, per sovrintendere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la cui presidenza questo mese spetta alla Russia (tale incarico ruota infatti mensilmente tra i 15 membri dell’organo in ordine alfabetico). Nel suo intervento, il ministro degli Esteri di Mosca ha sfidato l’ordine internazionale occidentale e ha tracciato un quadro cupo. «Com’è avvenuto durante la Guerra fredda, abbiamo raggiunto una soglia pericolosa, forse anche più pericolosa», ha detto. «L’Occidente ha riformato con arroganza i processi del multilateralismo a livello regionale per promuovere i propri interessi». Non sono mancate tensioni con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che, durante la seduta con il ministro, ha affermato che l’invasione russa dell’Ucraina «viola la Carta dell’Onu» e «sta causando enormi sofferenze e devastazioni al Paese e alla sua gente». Inoltre, ha proseguito Guterres, l’invasione ha accentuato «lo sconvolgimento economico globale innescato dalla pandemia di Covid-19». «Le tensioni tra le maggiori potenze sono ai massimi storici», ha continuato il segretario generale. Il ministro russo ha replicato, sostenendo che la guerra in Iraq del 2003 fu una violazione della Carta dell’Onu e tacciando l’Occidente di «doppio standard». Andrebbe tuttavia rammentato che la retorica su multilateralismo e terzomondismo non ha impedito a Russia e Cina di espandere la loro influenza politico-economica su numerosi Paesi africani, creando anche situazioni di grave instabilità e di trappole del debito. Tra l’altro, Mosca rifornisce di armi varie aree africane, dove spesso è presente il Wagner Group. La presidenza alle Nazioni Unite di Lavrov si è inoltre accompagnata a varie polemiche. Domenica, Mosca aveva affermato che il governo americano ha negato i visti ai giornalisti russi che avrebbero dovuto seguire la missione del ministro all’Onu. «Non lo dimenticheremo e non lo perdoneremo», ha aveva detto Lavrov prima di partire per New York. Una controversia, questa, che si colloca nella scia della vicenda di Evan Gershkovich: il giornalista del Wall Street Journal, arrestato a marzo in Russia con l’accusa di spionaggio. Proprio ieri, l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha esortato Lavrov a rilasciare sia il giornalista sia l’ex marine Paul Whelan, prigioniero in Russia dal 2018. «Ti chiedo, in questo momento, di rilasciare immediatamente Paul Whelan ed Evan Gershkovich. E di porre fine a questa pratica barbara una volta per tutte», ha dichiarato la diplomatica Usa. In secondo luogo, sembra che siano emersi attriti anche tra Mosca e Gerusalemme. A riferirlo è stato ieri il Jerusalem Post, secondo cui «il ministro degli Esteri russo ha in programma di tenere la riunione mensile del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul conflitto israeliano-palestinese il 24 aprile, Giornata della memoria di Israele per i suoi soldati caduti e le vittime del terrore». «Mosca ha respinto la richiesta di Gerusalemme di modificare la data», ha proseguito la testata. Polemiche erano sorte anche per il fatto che tocchi alla Russia presiedere il Consiglio di sicurezza dell’Onu questo mese. «Il Paese che viola sistematicamente tutte le regole fondamentali della sicurezza internazionale presiede un organismo la cui unica missione è salvaguardare e proteggere la sicurezza internazionale», aveva dichiarato tre settimane fa il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, definendo la presidenza russa al Consiglio di sicurezza come «il peggior pesce d’aprile del mondo». Nel 2022, Kiev aveva del resto invocato l’espulsione di Mosca dal Consiglio stesso: uno scenario tuttavia scarsamente probabile. La Russia è infatti uno dei cinque membri permanenti dell’organo e, con il suo potere di veto, può di fatto bloccare ogni potenziale tentativo di estromissione nei propri confronti.
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Il «Washington Post» svela il piano degli invasi. Intanto un drone cade vicino alla capitale. Il Cremlino: «Inviato da Kiev».Il segretario, Antonio Guterres, attacca il ministro, Sergej Lavrov, che presiede i lavori: «L’invasione viola la Carta».Lo speciale contiene due articoli. Era previsto per febbraio, poco prima del primo anniversario dell’inizio della guerra: l’esercito ucraino aveva pianificato un attacco su Mosca. Un piano ambizioso e audace, saltato all’ultimo per volere degli alleati più fedeli di Kiev: gli Stati Uniti. A rivelarlo, ancora una volta, è il Washington Post, citando un report riservato Usa. Il generale Kyrylo Budanov, a capo della direzione dell’intelligence militare ucraina, aveva incaricato i suoi ufficiali di «prepararsi per gli attacchi di massa del 24 febbraio» con tutto ciò che l’esercito ucraino disponeva. Una delle opzioni del piano prevedeva la possibilità di attaccare via mare con il tritolo la città portuale di Novorossiysk sul Mar Nero. Il no della Casa Bianca è arrivato per il timore che gli attacchi sul territorio russo potessero provocare una risposta aggressiva da parte del Cremlino. Quindi il 22 febbraio, due giorni prima dell’anniversario, la Cia, come riportato dal Washington Post, ha diffuso un nuovo report riservato secondo cui l’intelligence militare ucraina «aveva accettato, su richiesta di Washington, di rinviare gli attacchi» su Mosca.Quindi un attacco vero e proprio, seppur pianificato, non è mai avvenuto. Ma la tensione resta altissima. Secondo i media russi, il drone caduto vicino a Mosca sarebbe di fabbricazione ucraina: un UJ-22 Airbone. Le prime ricostruzioni sostengono che il drone si sia schiantato dopo aver esaurito il carburante o dopo aver urtato un albero ed è stato aggiunto che trasportava 17 chilogrammi di esplosivo. L’UJ-22 è un piccolo drone da ricognizione che può trasportare circa 20 chilogrammi di esplosivo e ha un raggio di volo autonomo fino a 800 chilometri.Nonostante le difficoltà, il morale ucraino sembra alto. Secondo il capo dell’intelligence, Budanov, la riconquista dell’intero territorio entro la fine di quest’anno è del tutto possibile. È sua convinzione che la guerra potrà dirsi vinta solamente quando verranno ripristinati i confini del 1991, quando il Paese dichiarò l’indipendenza dopo la disgregazione dell’Unione sovietica. «Soltanto Dio può sapere se ci saranno tempi supplementari o se si andrà ai calci di rigore». Morale alto ma anche qualche malessere. Ad esprimere malcontento, secondo alcune fonti bene informate, sarebbe stato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Ha usato parole molto forti nel corso del suo intervento al Consiglio Esteri Ue, era furioso», ha rivelato la fonte, che ha aggiunto che Kuleba si sarebbe anche lamentato per «la bassa quantità di munizioni» ricevute sinora attraverso il primo pilastro del piano, nonché per la mancanza di missili a lungo raggio, definiti cruciali per poter procedere con la controffensiva. «In Europa tutti faranno la propria parte per aiutare l’Ucraina consegnandole armi e munizioni, anche se i tempi di consegna sono talora più lunghi di quelli auspicati». È il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, a cercare di spegnere le polemiche e di abbassare i toni sul tema. «Ci sarà un documento: stiamo facendo tutto ciò che è possibile, nel rispetto delle regole e avendo a disposizione non tutte le munizioni che vengono richieste. Faremo tutti quanti la nostra parte per aiutare l’Ucraina». Secondo l’Alto Rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, la richiesta di Kuleba di accelerare la consegna di munizioni all’Ucraina è arrivata «con l’inquietudine, con l’insistenza e l’urgenza che è lecito aspettarsi da parte di un ministro di un Paese in guerra ed è normale che sia così, dato che l’Ucraina viene bombardata sistematicamente dai russi, che conducono un’aggressione barbara». Le armi richieste a gran voce da Kiev servono infatti a mettere in piedi la grande controffensiva di cui si parla ormai da settimane. Non più una sorpresa per Mosca, tanto che il capo dei mercenari della Wagner, Yevgeny Prigozhin, è anche convinto di sapere quando inizierà: «Il giorno in cui le forze russe avranno preso il controllo dell’intera città di Bakhmut comincerà la controffensiva Ucraina». Delle sue parole però, ciò che preoccupa di più è un commento rilasciato in merito alle nuove strategie di condotta sul campo: «Il nostro compito è macellare l’esercito ucraino, non dare loro l’opportunità di riunirsi per una controffensiva. In questo senso stiamo ottenendo un successo e ai miei uomini do un voto a cinque stelle. Mentre a me stesso darei un 3 meno, perché era necessario macellarli di più, in modo che non ne rimanesse in vita neanche uno». È evidente che la sindrome dell’accerchiamento russo è tornata con tutta la sua forza. Lo si evince anche dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «La Nato è una macchina da guerra che si avvicina ai confini della Russia, ma i progetti occidentali di disfarsi di Mosca non porteranno a nulla». Con l’avvicinarci del 9 maggio arriva anche l’annuncio della tradizionale parata militare che si organizza per commemorare il Giorno della vittoria dell’Unione sovietica sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Peskov ha confermato che, come sempre in quell’occasione, il presidente russo, Vladimir Putin, terrà un discorso sulla Piazza Rossa di Mosca. Nessuna novità sul fronte delle trattative, anche se papa Francesco giovedì riceverà in Vaticano il premier ucraino, Denys Shmyhal, in missione a Roma per parlare di ricostruzione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lucraina-era-pronta-attaccare-mosca-2659905297.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="duello-allonu-tra-lavrov-e-guterres-il-russo-tutti-zitti-sugli-usa-in-iraq" data-post-id="2659905297" data-published-at="1682416173" data-use-pagination="False"> Duello all’Onu tra Lavrov e Guterres. Il russo: «Tutti zitti sugli Usa in Iraq» Sergej Lavrov è arrivato ieri al Palazzo di Vetro, per sovrintendere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la cui presidenza questo mese spetta alla Russia (tale incarico ruota infatti mensilmente tra i 15 membri dell’organo in ordine alfabetico). Nel suo intervento, il ministro degli Esteri di Mosca ha sfidato l’ordine internazionale occidentale e ha tracciato un quadro cupo. «Com’è avvenuto durante la Guerra fredda, abbiamo raggiunto una soglia pericolosa, forse anche più pericolosa», ha detto. «L’Occidente ha riformato con arroganza i processi del multilateralismo a livello regionale per promuovere i propri interessi». Non sono mancate tensioni con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che, durante la seduta con il ministro, ha affermato che l’invasione russa dell’Ucraina «viola la Carta dell’Onu» e «sta causando enormi sofferenze e devastazioni al Paese e alla sua gente». Inoltre, ha proseguito Guterres, l’invasione ha accentuato «lo sconvolgimento economico globale innescato dalla pandemia di Covid-19». «Le tensioni tra le maggiori potenze sono ai massimi storici», ha continuato il segretario generale. Il ministro russo ha replicato, sostenendo che la guerra in Iraq del 2003 fu una violazione della Carta dell’Onu e tacciando l’Occidente di «doppio standard». Andrebbe tuttavia rammentato che la retorica su multilateralismo e terzomondismo non ha impedito a Russia e Cina di espandere la loro influenza politico-economica su numerosi Paesi africani, creando anche situazioni di grave instabilità e di trappole del debito. Tra l’altro, Mosca rifornisce di armi varie aree africane, dove spesso è presente il Wagner Group. La presidenza alle Nazioni Unite di Lavrov si è inoltre accompagnata a varie polemiche. Domenica, Mosca aveva affermato che il governo americano ha negato i visti ai giornalisti russi che avrebbero dovuto seguire la missione del ministro all’Onu. «Non lo dimenticheremo e non lo perdoneremo», ha aveva detto Lavrov prima di partire per New York. Una controversia, questa, che si colloca nella scia della vicenda di Evan Gershkovich: il giornalista del Wall Street Journal, arrestato a marzo in Russia con l’accusa di spionaggio. Proprio ieri, l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha esortato Lavrov a rilasciare sia il giornalista sia l’ex marine Paul Whelan, prigioniero in Russia dal 2018. «Ti chiedo, in questo momento, di rilasciare immediatamente Paul Whelan ed Evan Gershkovich. E di porre fine a questa pratica barbara una volta per tutte», ha dichiarato la diplomatica Usa. In secondo luogo, sembra che siano emersi attriti anche tra Mosca e Gerusalemme. A riferirlo è stato ieri il Jerusalem Post, secondo cui «il ministro degli Esteri russo ha in programma di tenere la riunione mensile del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul conflitto israeliano-palestinese il 24 aprile, Giornata della memoria di Israele per i suoi soldati caduti e le vittime del terrore». «Mosca ha respinto la richiesta di Gerusalemme di modificare la data», ha proseguito la testata. Polemiche erano sorte anche per il fatto che tocchi alla Russia presiedere il Consiglio di sicurezza dell’Onu questo mese. «Il Paese che viola sistematicamente tutte le regole fondamentali della sicurezza internazionale presiede un organismo la cui unica missione è salvaguardare e proteggere la sicurezza internazionale», aveva dichiarato tre settimane fa il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, definendo la presidenza russa al Consiglio di sicurezza come «il peggior pesce d’aprile del mondo». Nel 2022, Kiev aveva del resto invocato l’espulsione di Mosca dal Consiglio stesso: uno scenario tuttavia scarsamente probabile. La Russia è infatti uno dei cinque membri permanenti dell’organo e, con il suo potere di veto, può di fatto bloccare ogni potenziale tentativo di estromissione nei propri confronti.
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Sono il 7,4% delle imprese ma generano oltre 102 miliardi di ricavi e quasi un quarto dell’Ebitda. L’Osservatorio Nomisma evidenzia il divario crescente tra aziende capaci di creare valore e un sistema che fatica a trasformare la crescita in marginalità.
C’è una parte della manifattura italiana che non solo regge l’urto delle difficoltà economiche, ma continua a crescere e a produrre valore. È quella delle cosiddette imprese «Controvento», una minoranza sempre più rilevante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, queste aziende rappresentano oggi il 7,4% del totale del comparto manifatturiero. Una quota limitata, ma capace di concentrare il 10% dei ricavi complessivi, pari a 102,6 miliardi di euro, oltre a quasi un quarto dell’Ebitda e al 16% del valore aggiunto dell’intero settore.
Il dato più significativo è che non si tratta di un fenomeno temporaneo. Negli anni, infatti, si è consolidata una vera e propria frattura tra modelli produttivi: da un lato imprese in grado di trasformare la crescita in marginalità e solidità, dall’altro aziende che faticano a generare valore nonostante l’aumento dei volumi. Le imprese Controvento si distinguono per performance nettamente superiori alla media. Tra il 2019 e il 2024 il loro margine operativo lordo è passato dal 17% al 24,9%, mentre quello delle altre realtà è rimasto sostanzialmente fermo attorno all’8%. Un divario che in cinque anni è quasi raddoppiato, passando da 9 a 17 punti percentuali.
La distanza emerge con ancora più evidenza sul fronte della produttività: 171 mila euro per addetto nelle imprese Controvento contro meno di 89 mila nelle altre. Un gap che ribalta anche le gerarchie dimensionali: una piccola impresa Controvento risulta mediamente più produttiva di una grande azienda che non rientra nel cluster. Dal punto di vista geografico, la Lombardia si conferma la regione con il maggior volume di ricavi, oltre 33 miliardi di euro. Ma è l’Emilia-Romagna a far registrare la crescita più sostenuta, superando i 20 miliardi e accorciando le distanze. Segnali di dinamismo arrivano anche dal Mezzogiorno, dove aumenta la presenza di realtà capaci di distinguersi.
A trainare questo gruppo di imprese sono soprattutto alcune filiere chiave del made in Italy: automotive, farmaceutica, packaging e nautica. Settori che mostrano una maggiore capacità di mantenere nel tempo livelli elevati di competitività. Un elemento distintivo riguarda anche la solidità complessiva. Le imprese Controvento presentano infatti livelli di rischio più contenuti e una maggiore propensione all’innovazione e all’adozione delle tecnologie digitali. Caratteristiche che si traducono in resilienza, capacità di adattamento e un orientamento competitivo più marcato.
L’Osservatorio evidenzia inoltre come la continuità nel tempo faccia la differenza. Le aziende presenti da più edizioni nel cluster – le cosiddette «Super-Veterane» e «Star» – registrano risultati migliori rispetto a quelle entrate più recentemente. Non si tratta solo di stabilità, ma della capacità di consolidare nel tempo crescita e organizzazione. Le imprese al debutto, che rappresentano comunque la quota più ampia del gruppo, mostrano performance inferiori rispetto alle più consolidate, ma restano nettamente sopra la media del sistema manifatturiero. Un segnale della selettività dei criteri utilizzati. Anche sul piano territoriale emerge una geografia precisa: le regioni con una tradizione industriale più radicata concentrano la maggior parte delle aziende con maggiore continuità, con l’Emilia-Romagna che si distingue per equilibrio tra stabilità e capacità di creare valore.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sempre più polarizzato. Da una parte un nucleo ristretto ma in crescita di imprese capaci di affrontare anche i contesti più complessi, dall’altra una fascia più ampia che fatica a tenere il passo.
Una trasformazione che, più che legata al ciclo economico, sembra riflettere un cambiamento strutturale nei modelli competitivi, dove innovazione, solidità finanziaria e capacità di adattamento diventano fattori decisivi per restare sul mercato.
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JD Vance insieme a Benjamin Netanyahu (Ansa)
Stando ad Axios, il vicepresidente americano assumerà infatti un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui che si terranno tra Washington e Teheran. D’altronde, il numero due della Casa Bianca ha già avuto vari contatti con Benjamin Netanyahu e ieri si è anche incontrato con il primo ministro del Qatar, Abdulrahman bin Jassim Al Thani. Il ritorno in auge di Vance è significativo, soprattutto alla luce del fatto che, durante le prime settimane di conflitto, il diretto interessato era fondamentalmente sparito dai radar. Non è del resto un mistero che il vicepresidente fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Il fatto che Trump stia puntando su di lui per gli eventuali negoziati offre quindi alcuni interessanti spunti di analisi.
In primis, il presidente americano vuole (parzialmente) marginalizzare Steve Witkoff e Jared Kushner, che finora non hanno fatto grossi progressi sul dossier iraniano. Inoltre, Trump, secondo cui la guerra «sta andando alla grande», vuole far leva su Vance per portare Netanyahu ad allinearsi alla strategia di Washington. Senza dubbio il premier israeliano e il presidente americano sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’atomica sia di continuare a sviluppare il proprio programma missilistico. Entrambi auspicano inoltre che il regime cessi di foraggiare i suoi pericolosi proxy regionali. Tra i due leader sono tuttavia emerse divergenze sulla durata del conflitto e sul futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Secondo il New York Times, il premier israeliano temerebbe che un cessate il fuoco troppo rapido impedisca allo Stato ebraico di debellare l’intera industria militare iraniana. Inoltre, Netanyahu propende per un regime change a Teheran, laddove Trump auspica una soluzione venezuelana: punta, cioè, a interloquire con un pezzo del vecchio regime, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Una linea, questa, con cui l’inquilino della Casa Bianca spera di conseguire due obiettivi: evitare di restare invischiato in costosi processi di nation building e avviare in futuro una cooperazione con l’Iran nel settore petrolifero. Di contro, Netanyahu teme che la soluzione venezuelana, evitando di smantellare totalmente il khomeinismo, non sia in grado di risolvere alla radice i problemi di sicurezza dello Stato ebraico.
Ebbene, schierando Vance, Trump mira a spingere il premier israeliano ad accettare la linea di Washington. Già a ottobre era emerso come, all’interno dell’amministrazione americana, il vicepresidente fosse la figura meno conciliante nei confronti di Netanyahu. Tra l’altro, proprio ieri, Axios ha riferito che, all’inizio di questa settimana, i due avrebbero avuto una telefonata piuttosto tesa, in cui Vance avrebbe rimproverato il premier israeliano per le sue previsioni troppo ottimistiche sull’esito della guerra all’Iran. In particolare, il vice di Trump si sarebbe riferito all’eventualità, ventilata da Netanyahu, di riuscire a fomentare una rivolta popolare contro il regime khomeinista. Non solo. Axios ha anche riferito che «i funzionari dell’amministrazione sospettano che agenti stranieri stiano diffondendo la notizia che l’Iran vuole negoziare con Vance». Infine, il vicepresidente, secondo cui la guerra durerà comunque ancora alcune settimane, è politicamente assai vicino ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale che si è rivelata decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca nel 2024. Vance è quindi anche utile al presidente per tendere una mano a quella parte di base elettorale che si è mostrata fredda verso l’intervento militare contro l’Iran. Una dinamica, questa, che avrà delle ripercussioni anche sulle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Marco Rubio si era notevolmente rafforzato dopo la cattura di Nicolas Maduro. Adesso, Vance spera di usare la diplomazia iraniana per riacquisire peso e tornare in pista. E proprio Rubio ieri, dal G7 in Francia, ha detto di attendersi che il conflitto terminerà «entro poche settimane, non mesi», per poi auspicare che i Paesi del G7 stesso svolgano un ruolo a Hormuz dopo la fine della guerra. Oltre a ipotizzare di dirottare armi destinate a Kiev alle esigenze belliche in Iran, il segretario di Stato ha anche sottolineato che gli Usa contano di raggiungere i loro obiettivi «senza truppe di terra». Attenzione: Vance non è un isolazionista puro né Rubio, per quanto fautore di una politica estera più proattiva, un neocon esaltato (contrariamente a quanto spesso si è detto, secondo Politico, anche lui non era convinto di un attacco su vasta scala). I due collaborano (e sotto sotto competono) per intestarsi un ruolo nella conclusione del conflitto. Come detto, la posizione di Vance sta tornando a rafforzarsi. Ma Rubio farà prevedibilmente leva sul suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale ad interim per continuare ad avere un ascendente su Trump.
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Volodymyr Zelensky con Mohammad bin Salman Al Sa'ud (Ansa)
Si tratta di un segnale negativo per Vladimir Putin, che negli ultimi anni aveva coltivato relazioni strette con il principe ereditario Mohammed bin Salman. La nuova apertura verso Kiev viene osservata con attenzione anche da altri Paesi del Golfo, interessati alle tecnologie ucraine e alla diversificazione delle partnership strategiche. Allo stesso tempo emergono indicazioni secondo cui la Cina avrebbe fornito all’Iran componenti elettronici e tecnologie sensibili. Questo elemento amplia il quadro, perché suggerisce che Pechino non si limita a sostenere indirettamente Mosca, ma contribuisce anche al rafforzamento industriale e militare di Teheran. Una simile sovrapposizione rende più complesso per Donald Trump ottenere risultati rapidi su uno dei due fronti. La pressione sull’Iran non è più isolata, ma inserita in una rete di supporto tecnologico e politico in cui la Cina gioca un ruolo centrale. La guerra in Ucraina continua a essere influenzata da questa dinamica, poiché la moltiplicazione delle crisi riduce la capacità occidentale di concentrare risorse su un solo teatro. Ne deriva una progressiva fusione geopolitica dei conflitti.
L’Ucraina non rappresenta più esclusivamente un fronte europeo e la crisi iraniana non è più confinata al Medio Oriente. Entrambe diventano parti di una competizione sistemica tra Washington e Pechino. In questo contesto ogni tentativo di chiudere rapidamente il conflitto ucraino si scontra con un ostacolo strutturale: mentre si negozia su Kiev, si apre un fronte tecnologico e militare legato all’Iran sostenuto dalla Cina, interessata a mantenere gli Stati Uniti impegnati su più scenari. Tenere Washington coinvolta contemporaneamente in Europa orientale e in Medio Oriente consente inoltre alla Cina di guadagnare tempo sul dossier indo-pacifico e, in prospettiva, su Taiwan. Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale fornitore per la Russia di beni a duplice uso, ovvero prodotti civili impiegabili anche in ambito militare.
Non si tratta di armi, ma di microchip, macchinari industriali avanzati, componenti elettronici e materie prime strategiche che consentono all’industria russa di sostenere lo sforzo bellico nonostante le sanzioni. Le stime indicano che nel 2024 il valore di queste forniture abbia superato i quattro miliardi di dollari. Ancora più significativa è la quota: circa il 90% delle importazioni russe di tecnologie sensibili proverrebbe da aziende cinesi, con una dipendenza quasi totale in alcuni settori come la microelettronica. Il contributo riguarda soprattutto macchine utensili e sistemi a controllo numerico indispensabili per produrre missili, droni e mezzi militari. Tra il 2023 e il 2024 una quota compresa tra l’80% e il 90% di questi macchinari acquistati da Mosca sarebbe di origine cinese.
A ciò si aggiungono esportazioni di minerali critici come gallio e germanio, fondamentali per semiconduttori, radar e tecnologie avanzate. Pur non configurandosi come aiuti militari diretti, queste forniture hanno un peso strategico rilevante. Senza tali componenti la capacità produttiva russa sarebbe fortemente ridotta, mentre la rete commerciale con Pechino permette di sostituire i fornitori occidentali e mantenere attiva l’industria della Difesa. Questo intreccio rende il quadro estremamente complesso. Non si tratta più di gestire crisi regionali separate, ma di affrontare un equilibrio globale. Se la Cina continua a sostenere l’Iran e mantiene contemporaneamente il proprio ruolo nel dossier russo, qualsiasi soluzione in Ucraina rischia di rivelarsi fragile. I due conflitti tendono così a diventare parti dello stesso confronto strategico. Ulteriori tensioni emergono dalle accuse secondo cui la società cinese Smic, principale produttore nazionale di semiconduttori, avrebbe fornito strumenti per la fabbricazione di chip al complesso militare iraniano. Due funzionari dell’amministrazione Trump sostengono che la cooperazione sarebbe iniziata circa un anno fa e comprenderebbe anche supporto tecnico.
Le dichiarazioni, rilasciate in forma anonima, non chiariscono l’origine delle apparecchiature né eventuali violazioni delle sanzioni. Smic, l’ambasciata cinese a Washington e la missione iraniana all’Onu non hanno commentato, mentre Pechino ribadisce di mantenere normali relazioni commerciali con Teheran. Le rivelazioni si inseriscono in un quadro già teso. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato al dialogo, ma le accuse rischiano di aggravare le tensioni tra Washington e Pechino. In precedenza era emersa anche la possibilità di un accordo tra Iran e Cina per missili antinave, mentre gli Stati Uniti rafforzavano la presenza navale nella regione. Washington ha inoltre intensificato le restrizioni contro Smic e altri produttori cinesi per limitare l’accesso alle tecnologie occidentali per i semiconduttori avanzati. Questi elementi confermano che i conflitti in Ucraina e Medio Oriente non sono più separati, ma parti di una competizione globale in cui tecnologia, energia e alleanze regionali si intrecciano, rendendo sempre più difficile una soluzione rapida.
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