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2023-04-25
«L’Ucraina era pronta ad attaccare Mosca. L’America disse di no»
Dmytro Kuleba (Ansa)
Era previsto per febbraio, poco prima del primo anniversario dell’inizio della guerra: l’esercito ucraino aveva pianificato un attacco su Mosca. Un piano ambizioso e audace, saltato all’ultimo per volere degli alleati più fedeli di Kiev: gli Stati Uniti. A rivelarlo, ancora una volta, è il Washington Post, citando un report riservato Usa. Il generale Kyrylo Budanov, a capo della direzione dell’intelligence militare ucraina, aveva incaricato i suoi ufficiali di «prepararsi per gli attacchi di massa del 24 febbraio» con tutto ciò che l’esercito ucraino disponeva. Una delle opzioni del piano prevedeva la possibilità di attaccare via mare con il tritolo la città portuale di Novorossiysk sul Mar Nero. Il no della Casa Bianca è arrivato per il timore che gli attacchi sul territorio russo potessero provocare una risposta aggressiva da parte del Cremlino. Quindi il 22 febbraio, due giorni prima dell’anniversario, la Cia, come riportato dal Washington Post, ha diffuso un nuovo report riservato secondo cui l’intelligence militare ucraina «aveva accettato, su richiesta di Washington, di rinviare gli attacchi» su Mosca.
Quindi un attacco vero e proprio, seppur pianificato, non è mai avvenuto. Ma la tensione resta altissima. Secondo i media russi, il drone caduto vicino a Mosca sarebbe di fabbricazione ucraina: un UJ-22 Airbone. Le prime ricostruzioni sostengono che il drone si sia schiantato dopo aver esaurito il carburante o dopo aver urtato un albero ed è stato aggiunto che trasportava 17 chilogrammi di esplosivo. L’UJ-22 è un piccolo drone da ricognizione che può trasportare circa 20 chilogrammi di esplosivo e ha un raggio di volo autonomo fino a 800 chilometri.
Nonostante le difficoltà, il morale ucraino sembra alto. Secondo il capo dell’intelligence, Budanov, la riconquista dell’intero territorio entro la fine di quest’anno è del tutto possibile. È sua convinzione che la guerra potrà dirsi vinta solamente quando verranno ripristinati i confini del 1991, quando il Paese dichiarò l’indipendenza dopo la disgregazione dell’Unione sovietica. «Soltanto Dio può sapere se ci saranno tempi supplementari o se si andrà ai calci di rigore».
Morale alto ma anche qualche malessere. Ad esprimere malcontento, secondo alcune fonti bene informate, sarebbe stato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Ha usato parole molto forti nel corso del suo intervento al Consiglio Esteri Ue, era furioso», ha rivelato la fonte, che ha aggiunto che Kuleba si sarebbe anche lamentato per «la bassa quantità di munizioni» ricevute sinora attraverso il primo pilastro del piano, nonché per la mancanza di missili a lungo raggio, definiti cruciali per poter procedere con la controffensiva. «In Europa tutti faranno la propria parte per aiutare l’Ucraina consegnandole armi e munizioni, anche se i tempi di consegna sono talora più lunghi di quelli auspicati».
È il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, a cercare di spegnere le polemiche e di abbassare i toni sul tema. «Ci sarà un documento: stiamo facendo tutto ciò che è possibile, nel rispetto delle regole e avendo a disposizione non tutte le munizioni che vengono richieste. Faremo tutti quanti la nostra parte per aiutare l’Ucraina». Secondo l’Alto Rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, la richiesta di Kuleba di accelerare la consegna di munizioni all’Ucraina è arrivata «con l’inquietudine, con l’insistenza e l’urgenza che è lecito aspettarsi da parte di un ministro di un Paese in guerra ed è normale che sia così, dato che l’Ucraina viene bombardata sistematicamente dai russi, che conducono un’aggressione barbara». Le armi richieste a gran voce da Kiev servono infatti a mettere in piedi la grande controffensiva di cui si parla ormai da settimane. Non più una sorpresa per Mosca, tanto che il capo dei mercenari della Wagner, Yevgeny Prigozhin, è anche convinto di sapere quando inizierà: «Il giorno in cui le forze russe avranno preso il controllo dell’intera città di Bakhmut comincerà la controffensiva Ucraina». Delle sue parole però, ciò che preoccupa di più è un commento rilasciato in merito alle nuove strategie di condotta sul campo: «Il nostro compito è macellare l’esercito ucraino, non dare loro l’opportunità di riunirsi per una controffensiva. In questo senso stiamo ottenendo un successo e ai miei uomini do un voto a cinque stelle. Mentre a me stesso darei un 3 meno, perché era necessario macellarli di più, in modo che non ne rimanesse in vita neanche uno». È evidente che la sindrome dell’accerchiamento russo è tornata con tutta la sua forza. Lo si evince anche dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «La Nato è una macchina da guerra che si avvicina ai confini della Russia, ma i progetti occidentali di disfarsi di Mosca non porteranno a nulla». Con l’avvicinarci del 9 maggio arriva anche l’annuncio della tradizionale parata militare che si organizza per commemorare il Giorno della vittoria dell’Unione sovietica sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Peskov ha confermato che, come sempre in quell’occasione, il presidente russo, Vladimir Putin, terrà un discorso sulla Piazza Rossa di Mosca.
Nessuna novità sul fronte delle trattative, anche se papa Francesco giovedì riceverà in Vaticano il premier ucraino, Denys Shmyhal, in missione a Roma per parlare di ricostruzione.
Duello all’Onu tra Lavrov e Guterres. Il russo: «Tutti zitti sugli Usa in Iraq»
Sergej Lavrov è arrivato ieri al Palazzo di Vetro, per sovrintendere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la cui presidenza questo mese spetta alla Russia (tale incarico ruota infatti mensilmente tra i 15 membri dell’organo in ordine alfabetico). Nel suo intervento, il ministro degli Esteri di Mosca ha sfidato l’ordine internazionale occidentale e ha tracciato un quadro cupo. «Com’è avvenuto durante la Guerra fredda, abbiamo raggiunto una soglia pericolosa, forse anche più pericolosa», ha detto. «L’Occidente ha riformato con arroganza i processi del multilateralismo a livello regionale per promuovere i propri interessi». Non sono mancate tensioni con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che, durante la seduta con il ministro, ha affermato che l’invasione russa dell’Ucraina «viola la Carta dell’Onu» e «sta causando enormi sofferenze e devastazioni al Paese e alla sua gente». Inoltre, ha proseguito Guterres, l’invasione ha accentuato «lo sconvolgimento economico globale innescato dalla pandemia di Covid-19». «Le tensioni tra le maggiori potenze sono ai massimi storici», ha continuato il segretario generale. Il ministro russo ha replicato, sostenendo che la guerra in Iraq del 2003 fu una violazione della Carta dell’Onu e tacciando l’Occidente di «doppio standard». Andrebbe tuttavia rammentato che la retorica su multilateralismo e terzomondismo non ha impedito a Russia e Cina di espandere la loro influenza politico-economica su numerosi Paesi africani, creando anche situazioni di grave instabilità e di trappole del debito. Tra l’altro, Mosca rifornisce di armi varie aree africane, dove spesso è presente il Wagner Group. La presidenza alle Nazioni Unite di Lavrov si è inoltre accompagnata a varie polemiche. Domenica, Mosca aveva affermato che il governo americano ha negato i visti ai giornalisti russi che avrebbero dovuto seguire la missione del ministro all’Onu. «Non lo dimenticheremo e non lo perdoneremo», ha aveva detto Lavrov prima di partire per New York. Una controversia, questa, che si colloca nella scia della vicenda di Evan Gershkovich: il giornalista del Wall Street Journal, arrestato a marzo in Russia con l’accusa di spionaggio. Proprio ieri, l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha esortato Lavrov a rilasciare sia il giornalista sia l’ex marine Paul Whelan, prigioniero in Russia dal 2018. «Ti chiedo, in questo momento, di rilasciare immediatamente Paul Whelan ed Evan Gershkovich. E di porre fine a questa pratica barbara una volta per tutte», ha dichiarato la diplomatica Usa. In secondo luogo, sembra che siano emersi attriti anche tra Mosca e Gerusalemme. A riferirlo è stato ieri il Jerusalem Post, secondo cui «il ministro degli Esteri russo ha in programma di tenere la riunione mensile del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul conflitto israeliano-palestinese il 24 aprile, Giornata della memoria di Israele per i suoi soldati caduti e le vittime del terrore». «Mosca ha respinto la richiesta di Gerusalemme di modificare la data», ha proseguito la testata. Polemiche erano sorte anche per il fatto che tocchi alla Russia presiedere il Consiglio di sicurezza dell’Onu questo mese. «Il Paese che viola sistematicamente tutte le regole fondamentali della sicurezza internazionale presiede un organismo la cui unica missione è salvaguardare e proteggere la sicurezza internazionale», aveva dichiarato tre settimane fa il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, definendo la presidenza russa al Consiglio di sicurezza come «il peggior pesce d’aprile del mondo». Nel 2022, Kiev aveva del resto invocato l’espulsione di Mosca dal Consiglio stesso: uno scenario tuttavia scarsamente probabile. La Russia è infatti uno dei cinque membri permanenti dell’organo e, con il suo potere di veto, può di fatto bloccare ogni potenziale tentativo di estromissione nei propri confronti.
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Il «Washington Post» svela il piano degli invasi. Intanto un drone cade vicino alla capitale. Il Cremlino: «Inviato da Kiev».Il segretario, Antonio Guterres, attacca il ministro, Sergej Lavrov, che presiede i lavori: «L’invasione viola la Carta».Lo speciale contiene due articoli. Era previsto per febbraio, poco prima del primo anniversario dell’inizio della guerra: l’esercito ucraino aveva pianificato un attacco su Mosca. Un piano ambizioso e audace, saltato all’ultimo per volere degli alleati più fedeli di Kiev: gli Stati Uniti. A rivelarlo, ancora una volta, è il Washington Post, citando un report riservato Usa. Il generale Kyrylo Budanov, a capo della direzione dell’intelligence militare ucraina, aveva incaricato i suoi ufficiali di «prepararsi per gli attacchi di massa del 24 febbraio» con tutto ciò che l’esercito ucraino disponeva. Una delle opzioni del piano prevedeva la possibilità di attaccare via mare con il tritolo la città portuale di Novorossiysk sul Mar Nero. Il no della Casa Bianca è arrivato per il timore che gli attacchi sul territorio russo potessero provocare una risposta aggressiva da parte del Cremlino. Quindi il 22 febbraio, due giorni prima dell’anniversario, la Cia, come riportato dal Washington Post, ha diffuso un nuovo report riservato secondo cui l’intelligence militare ucraina «aveva accettato, su richiesta di Washington, di rinviare gli attacchi» su Mosca.Quindi un attacco vero e proprio, seppur pianificato, non è mai avvenuto. Ma la tensione resta altissima. Secondo i media russi, il drone caduto vicino a Mosca sarebbe di fabbricazione ucraina: un UJ-22 Airbone. Le prime ricostruzioni sostengono che il drone si sia schiantato dopo aver esaurito il carburante o dopo aver urtato un albero ed è stato aggiunto che trasportava 17 chilogrammi di esplosivo. L’UJ-22 è un piccolo drone da ricognizione che può trasportare circa 20 chilogrammi di esplosivo e ha un raggio di volo autonomo fino a 800 chilometri.Nonostante le difficoltà, il morale ucraino sembra alto. Secondo il capo dell’intelligence, Budanov, la riconquista dell’intero territorio entro la fine di quest’anno è del tutto possibile. È sua convinzione che la guerra potrà dirsi vinta solamente quando verranno ripristinati i confini del 1991, quando il Paese dichiarò l’indipendenza dopo la disgregazione dell’Unione sovietica. «Soltanto Dio può sapere se ci saranno tempi supplementari o se si andrà ai calci di rigore». Morale alto ma anche qualche malessere. Ad esprimere malcontento, secondo alcune fonti bene informate, sarebbe stato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Ha usato parole molto forti nel corso del suo intervento al Consiglio Esteri Ue, era furioso», ha rivelato la fonte, che ha aggiunto che Kuleba si sarebbe anche lamentato per «la bassa quantità di munizioni» ricevute sinora attraverso il primo pilastro del piano, nonché per la mancanza di missili a lungo raggio, definiti cruciali per poter procedere con la controffensiva. «In Europa tutti faranno la propria parte per aiutare l’Ucraina consegnandole armi e munizioni, anche se i tempi di consegna sono talora più lunghi di quelli auspicati». È il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, a cercare di spegnere le polemiche e di abbassare i toni sul tema. «Ci sarà un documento: stiamo facendo tutto ciò che è possibile, nel rispetto delle regole e avendo a disposizione non tutte le munizioni che vengono richieste. Faremo tutti quanti la nostra parte per aiutare l’Ucraina». Secondo l’Alto Rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, la richiesta di Kuleba di accelerare la consegna di munizioni all’Ucraina è arrivata «con l’inquietudine, con l’insistenza e l’urgenza che è lecito aspettarsi da parte di un ministro di un Paese in guerra ed è normale che sia così, dato che l’Ucraina viene bombardata sistematicamente dai russi, che conducono un’aggressione barbara». Le armi richieste a gran voce da Kiev servono infatti a mettere in piedi la grande controffensiva di cui si parla ormai da settimane. Non più una sorpresa per Mosca, tanto che il capo dei mercenari della Wagner, Yevgeny Prigozhin, è anche convinto di sapere quando inizierà: «Il giorno in cui le forze russe avranno preso il controllo dell’intera città di Bakhmut comincerà la controffensiva Ucraina». Delle sue parole però, ciò che preoccupa di più è un commento rilasciato in merito alle nuove strategie di condotta sul campo: «Il nostro compito è macellare l’esercito ucraino, non dare loro l’opportunità di riunirsi per una controffensiva. In questo senso stiamo ottenendo un successo e ai miei uomini do un voto a cinque stelle. Mentre a me stesso darei un 3 meno, perché era necessario macellarli di più, in modo che non ne rimanesse in vita neanche uno». È evidente che la sindrome dell’accerchiamento russo è tornata con tutta la sua forza. Lo si evince anche dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «La Nato è una macchina da guerra che si avvicina ai confini della Russia, ma i progetti occidentali di disfarsi di Mosca non porteranno a nulla». Con l’avvicinarci del 9 maggio arriva anche l’annuncio della tradizionale parata militare che si organizza per commemorare il Giorno della vittoria dell’Unione sovietica sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Peskov ha confermato che, come sempre in quell’occasione, il presidente russo, Vladimir Putin, terrà un discorso sulla Piazza Rossa di Mosca. Nessuna novità sul fronte delle trattative, anche se papa Francesco giovedì riceverà in Vaticano il premier ucraino, Denys Shmyhal, in missione a Roma per parlare di ricostruzione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lucraina-era-pronta-attaccare-mosca-2659905297.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="duello-allonu-tra-lavrov-e-guterres-il-russo-tutti-zitti-sugli-usa-in-iraq" data-post-id="2659905297" data-published-at="1682416173" data-use-pagination="False"> Duello all’Onu tra Lavrov e Guterres. Il russo: «Tutti zitti sugli Usa in Iraq» Sergej Lavrov è arrivato ieri al Palazzo di Vetro, per sovrintendere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la cui presidenza questo mese spetta alla Russia (tale incarico ruota infatti mensilmente tra i 15 membri dell’organo in ordine alfabetico). Nel suo intervento, il ministro degli Esteri di Mosca ha sfidato l’ordine internazionale occidentale e ha tracciato un quadro cupo. «Com’è avvenuto durante la Guerra fredda, abbiamo raggiunto una soglia pericolosa, forse anche più pericolosa», ha detto. «L’Occidente ha riformato con arroganza i processi del multilateralismo a livello regionale per promuovere i propri interessi». Non sono mancate tensioni con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che, durante la seduta con il ministro, ha affermato che l’invasione russa dell’Ucraina «viola la Carta dell’Onu» e «sta causando enormi sofferenze e devastazioni al Paese e alla sua gente». Inoltre, ha proseguito Guterres, l’invasione ha accentuato «lo sconvolgimento economico globale innescato dalla pandemia di Covid-19». «Le tensioni tra le maggiori potenze sono ai massimi storici», ha continuato il segretario generale. Il ministro russo ha replicato, sostenendo che la guerra in Iraq del 2003 fu una violazione della Carta dell’Onu e tacciando l’Occidente di «doppio standard». Andrebbe tuttavia rammentato che la retorica su multilateralismo e terzomondismo non ha impedito a Russia e Cina di espandere la loro influenza politico-economica su numerosi Paesi africani, creando anche situazioni di grave instabilità e di trappole del debito. Tra l’altro, Mosca rifornisce di armi varie aree africane, dove spesso è presente il Wagner Group. La presidenza alle Nazioni Unite di Lavrov si è inoltre accompagnata a varie polemiche. Domenica, Mosca aveva affermato che il governo americano ha negato i visti ai giornalisti russi che avrebbero dovuto seguire la missione del ministro all’Onu. «Non lo dimenticheremo e non lo perdoneremo», ha aveva detto Lavrov prima di partire per New York. Una controversia, questa, che si colloca nella scia della vicenda di Evan Gershkovich: il giornalista del Wall Street Journal, arrestato a marzo in Russia con l’accusa di spionaggio. Proprio ieri, l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha esortato Lavrov a rilasciare sia il giornalista sia l’ex marine Paul Whelan, prigioniero in Russia dal 2018. «Ti chiedo, in questo momento, di rilasciare immediatamente Paul Whelan ed Evan Gershkovich. E di porre fine a questa pratica barbara una volta per tutte», ha dichiarato la diplomatica Usa. In secondo luogo, sembra che siano emersi attriti anche tra Mosca e Gerusalemme. A riferirlo è stato ieri il Jerusalem Post, secondo cui «il ministro degli Esteri russo ha in programma di tenere la riunione mensile del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul conflitto israeliano-palestinese il 24 aprile, Giornata della memoria di Israele per i suoi soldati caduti e le vittime del terrore». «Mosca ha respinto la richiesta di Gerusalemme di modificare la data», ha proseguito la testata. Polemiche erano sorte anche per il fatto che tocchi alla Russia presiedere il Consiglio di sicurezza dell’Onu questo mese. «Il Paese che viola sistematicamente tutte le regole fondamentali della sicurezza internazionale presiede un organismo la cui unica missione è salvaguardare e proteggere la sicurezza internazionale», aveva dichiarato tre settimane fa il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, definendo la presidenza russa al Consiglio di sicurezza come «il peggior pesce d’aprile del mondo». Nel 2022, Kiev aveva del resto invocato l’espulsione di Mosca dal Consiglio stesso: uno scenario tuttavia scarsamente probabile. La Russia è infatti uno dei cinque membri permanenti dell’organo e, con il suo potere di veto, può di fatto bloccare ogni potenziale tentativo di estromissione nei propri confronti.
Roberto Vannacci e Francesco Giubilei (Ansa)
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.
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Gli immigrati sono parte fondamentale del progetto della sinistra mondiale che vuole sostituire etnicamente il bacino di elettori dell’Emisfero occidentale. Il caso più eclatante è quello britannico, dove gli immigrati hanno cessato di essere minoranza e sono arrivati ai vertici della politica.
Donald Trump (Ansa)
Non è ancora chiaro se, in caso, i tre avrebbero un colloquio diretto o indiretto. Tuttavia, una fonte iraniana ha riferito al sito qatariota Al-Arabi Al-Jadid che il formato diretto risulterebbe al momento il più probabile. In questo quadro, Witkoff arriverà oggi nello Stato ebraico su richiesta di Benjamin Netanyahu, che vuole coordinarsi con Washington prima della ripresa delle trattative. In particolare, oltre al premier israeliano, l’inviato americano incontrerà, a Gerusalemme, anche il capo di Stato maggiore delle Idf, il generale Eyal Zamir, il quale, ieri, ha affermato che le forze israeliane si trovano attualmente in una «fase di crescente preparazione alla guerra».
Ma quali sono i nodi al centro dei negoziati in via di rilancio? Trump vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, riduca sensibilmente il suo programma balistico e rompa i rapporti con i propri proxy (a partire da Hamas, Huthi ed Hezbollah). Si tratta di tre richieste rispetto a cui, almeno finora, il regime khomeinista ha puntato i piedi. Un regime che risulta tuttavia, a sua volta, internamente spaccato. Se Araghchi sta da tempo cercando di tessere una tela diplomatica per scongiurare un’azione militare statunitense contro la Repubblica islamica, i pasdaran hanno continuato a premere per la linea dura. Consapevole di questa dialettica intestina, Trump vuole usare la pressione militare per mettere Teheran con le spalle al muro e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza. Negli ultimi giorni, Washington ha infatti schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltreché una serie di sistemi di difesa aerea volti a neutralizzare eventuali rappresaglie iraniane. Non solo. Ieri, gli Stati Uniti hanno tenuto delle esercitazioni navali nel Mar Rosso assieme a Israele. Di contro, le esercitazioni militari che erano state annunciate dai pasdaran nello Stretto di Hormuz, secondo il Wall Street Journal, non si sarebbero più tenute: segno, questo, del fatto che (forse) la linea di Araghchi, almeno per ora, sia riuscita a imporsi.
Nel frattempo, come abbiamo visto, la Turchia punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Stati Uniti e Iran. Una linea, quella di Ankara, che rompe le uova nel paniere a Mosca. È infatti dall’anno scorso che Vladimir Putin si è de facto proposto come mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente dopo la caduta di un suo storico alleato come Bashar al Assad. Il punto è che l’iperattivismo diplomatico turco riduce i margini di manovra di Mosca. È quindi anche con l’obiettivo di guadagnare terreno che, ieri, il Cremlino si è nuovamente offerto di trasferire l’uranio arricchito iraniano in Russia. «I funzionari iraniani non hanno alcuna intenzione di trasferire scorte nucleari arricchite a nessun Paese e i negoziati non riguardano affatto tale questione», ha tuttavia affermato il vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Bagheri. Parole, queste, che difficilmente piaceranno a Trump. Così come difficilmente potranno preservare un clima disteso le dichiarazioni postate ieri su X da Ali Khamenei. «La recente sedizione è stata orchestrata dai sionisti e dagli Stati Uniti», ha tuonato l’ayatollah, sostenendo che Cia e Mossad sarebbero stati «sconfitti».
E poi emerge una questione saudita. Axios non cita infatti Riad tra gli attori diplomatici che stanno organizzando il vertice di Istanbul. Ufficialmente, l’Arabia Saudita ha sempre invocato la de-escalation e ha anche vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi e del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Tuttavia, Axios ha rivelato che, la settimana scorsa, in un incontro a porte chiuse con dei think tank a Washington, il ministro della Difesa di Riad, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, in caso di mancato attacco americano, Teheran si «rafforzerebbe». Domenica, il regno ha smentito lo scoop. Tuttavia non si può escludere che Mohammad bin Salman stia tenendo il piede in due scarpe. Da una parte, il principe ereditario saudita vuole mantenere la sua sponda con Ankara ma, dall’altra, teme le ambizioni nucleari di una Teheran su cui sta intanto aumentando la pressione internazionale. Ieri, infatti, Londra ha imposto sanzioni a dieci alti funzionari iraniani, mentre l’Ucraina si è unita ai Paesi che considerano i pasdaran un’organizzazione terroristica.
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Un momento degli scontri di Torino del 31 gennaio (Ansa)
In un Paese civile la sicurezza passa dalla certezza del diritto e dalla difesa della legalità, affidata alle forze dell’ordine, che mai come in questo periodo si sono sentite sotto assedio. Nel mirino di manifestanti violenti e di criminali arrivati con la lunga onda migratoria, due categorie care alla sinistra all’opposizione, che non risparmia connivenze, ambiguità, solidarietà pelose per scopi ideologici ed elettorali. Secondo un vecchio motto extraparlamentare, «gli incendi sono funzionali alla destabilizzazione». Aggiornato da Maurizio Landini: «È tempo di rivolta sociale».
Al termine di manifestazioni e operazioni di polizia, il bollettino dei tutori dell’ordine feriti e indagati supera di gran lunga quello degli incendiari, che spesso passano dal ruolo di accusati a quello di vittime del sistema. Con una conseguenza: l’immobilismo delle forze dell’ordine per non avere guai. Anche perché le regole d’ingaggio di polizia e carabinieri sono perdenti. Per gli agenti in missione vale l’articolo 53 del codice penale, secondo il quale «il pubblico ufficiale non è punibile nel momento in cui fa uso delle armi per adempiere al proprio dovere, quando è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza». Ma abbiamo visto che per i magistrati valgono più le eccezioni delle regole.
In sintesi sono cinque.
1 Prima di agire, il poliziotto deve qualificarsi, soprattutto se è in borghese.
2 Poi deve intimare al malintenzionato di fermarsi.
3 Solo se sotto minaccia vitale può difendersi attivamente (quindi sparando).
4 In questo caso deve verificare la distanza, determinante per stabilire se ci sia o meno dolo. Oltre i 30 metri non lo è.
5 E comunque l’obiettivo dell’agente è quello «non di uccidere ma di rendere la minaccia inoffensiva».
Quindi dovrebbe sparare in aria mentre l’altro mira alla figura. È l’unico modo per vedersi garantita, da defunto, la legittima difesa. Nella concitazione di un’azione anticrimine, neppure Superman dotato di bindella sarebbe in grado di rispettare alla lettera le disposizioni.
Ancora più difficile, per le forze dell’ordine, è muoversi in sicurezza in caso di guerriglia urbana premeditata, organizzata e coordinata come quella di Askatasuna a Torino, dove pietre, bottiglie, oggetti contundenti, fumogeni, martelli, spranghe, trasformano le strade di una città inerme in un campo di battaglia. I corpi speciali antisommossa possono muoversi solo dopo essere stati aggrediti e devono sottostare a due principi fumosi: «Agire a scopo difensivo» e «reagire secondo proporzionalità». In teoria dovrebbero contare i teppisti prima di muoversi chiedendo loro il permesso.
Sono regole confuse e obsolete, da modernizzare a difesa di chi ci difende. Il Testo unico di Pubblica sicurezza, risalente agli anni Trenta del secolo scorso, ne prevede anche un paio folcloristiche come il «discioglimento delle manifestazioni annunciato da tre distinte intimazioni, precedute da uno squillo di tromba». O ancora: «Il funzionario di P.S., ove non indossi l’uniforme di servizio, deve mettersi ad armacollo la sciarpa tricolore». Dissuasione cromatica, la preferita da Elly Schlein.
Il retaggio giustificazionista è figlio di una vicenda storica. L’uovo del serpente fu covato 25 anni fa a Genova, durante il G8, quando tre giorni di vergogna gruppettara con la città messa a ferro e fuoco dai black bloc - parola di testimone - vennero trasformati da una narrazione turbo-progressista e irresponsabile (al governo c’era il nemico pubblico numero uno Silvio Berlusconi) in una «macelleria messicana». Gli eccessi polizieschi nella scuola Diaz furono un boomerang ma in molti fecero finta di dimenticarsi che arrivarono dopo un weekend di terrore, in cui Disobbedienti, Tute bianche e Black bloc si erano dati appuntamento per sfondare la zona rossa, fomentare disordini, distruggere tutto nel nome della rivoluzione proletaria.
«Non lavate questo sangue», scrivevano campioni di giornalismo con l’eskimo incorporato. E gruppi parlamentari che da sempre fiancheggiano col silenzio l’ultrasinistra violenta riuscirono a dedicare in Senato un’aula a Carlo Giuliani, un povero ragazzo sopraffatto dall’ideologia e ucciso mentre tentava di sfondare il cranio con un estintore a un carabiniere intrappolato dagli estremisti. Ora il sangue è quello di chi protegge le libertà democratiche dei cittadini, ma non sembra rosso uguale. Un reportage del Manifesto sui fatti di Torino teorizzava che gli aggressori «picchiavano il celerino perché lui aveva picchiato loro». Era uno scontro fra curve ultrà. Che altro?
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